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Saggio sulla felicità

Francesco Deciani · 1809 · Free in the US

10,499 words · about 44 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Francesco Deciani
Language
Italian
Published
1809
Length
10,499 words · about 44 min
Sections
3 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (3)
  1. Introduzione about 8 min
  2. I about 35 min
  3. II about 1 min

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Introduzione

Travagliava il Sole nella scorsa estate con sue fiamme moleste gli uomini, e gli animali, e languir faceva sui loro steli chinate l’erbette molli, ed i fiori, quand’io togliendomi alle noje cittadinesche mi consigliai d’andarne tutto solo a soggiornare un’amena villetta, quinci non lontana, lieta di vaghe circostanti colline, di zampillanti ruscelli, e di opache ombre ospitali. Non so s’io v’andassi indotto piuttosto dalla speranza di trovare colà meno cocenti gli ardori, o spinto dalla grave inquietudine, che l’animo mio sì forte agitava, che me a me stesso rendeva insopportabile. La luce della verità non avea per anco rischiarato il mio intelletto, nè il fuoco della virtù aveva ancora purgata la mia anima. Io correva all’im- pazzata in traccia della felicità, ma non altramenti il faceva del peregrino, che ignaro del verace sentiero, che lo conduca alla meta del suo viaggio, mova per opposta parte i suoi passi, e quindi tanto più da quella si slontani, quanto più di aggiungervi si affretti.

Già il Sole calava all’Occidente, e l’umida notte s’apparecchiava a coprire le cose del tenebroso suo velo. Densi vapori s’alzavano d’ogn’intorno, e cominciavano ormai ad oscurare il cielo di nubi procellose, che forme stravaganti, ed orribili fingendo di chimere, e di larve, facevano impallidire la rosea guancia della semplice, e timorosa villanella. I venti chiusi nelle loro spelonche tacevano, e persino la mobile fronda del candido pioppo non susurrava agitata dall’aura la più lieve. Il gregge mesto, e pauroso riducevasi all’ovile, non stimolato dalla verga temuta, ma per cercarvi un asilo, e l’amorosa rondinella volava impaziente al caro suo nido per rinfrancar nel periglio la tremante sua prole. La profonda quiete era soltanto turbata dal rauco muggito del tuono, che l’eco delle pietrose montagne abitatrice, ripetendo prolungava. I culti campi, gli erbosi pratelli, le ombrose convalli, tutti infine i dintorni eransi can- giati in isquallidi deserti. Io n’era il solo abitatore; io, che atteggiato di nera melanconia, e quasi trasognato, sedeva sulla cima di ameno poggetto, facendo del gomito al capo sostegno, immemore di mia salute, e dell’ira celeste.

Tale, e cotanto si era il turbamento della mia anima, quando mi corse allo sguardo l’aspetto di ruinato castello, reliquia infame del reo abuso della forza, e della più vile sofferenza degli uomini. Quella vista tutti a mente tornommi i delitti, da cui lordate furono quelle mura, che avrieno dovuto sorgere a difesa della patria libertà, e che invece eransi cangiate in istromenti fatali della più abietta, e malvagia tirannide. Pareva, che il fato tolto mi avesse a perseguitare, porgendomi sott’occhio un monumento, che la nequizia mi ricordava delle passate generazioni, quando poco pago della presente, m’era in solitudine ritratto, sperando lontano dagli uomini, di ricovrare la perduta mia pace. Ma indarno aveva io accolta nel mio cuore sì dolce speranza: l’uomo per cangiare di sito non cangia però di passioni. Di vero, in tale vaneggiamento trovavasi immersa la mia mente, e sì debole vampa mandava la fiaccola di mia ragione, ch’io mi credeva scorgere fra quelle rovine l’om- bre sdegnose aggirarsi di violate vergini, di madri per gli estinti figli crucciose, di sposi per contaminati letti frementi, e parevami, che con ogni maniera di tormento, espiar facessero le commesse scelleraggini ai loro crudeli oppressori. Io piangeva sulla misera sorte di quegl’infelici, che menarono giorni bagnati di lacrime sotto il ferreo giogo dell’ignoranza, del fanatismo, e della superstizione.... Ma che? son io forse di loro più felice (a me stesso rivolto esclamai) e meco lo è forse questa sì culta sì dotta sì gentile generazione, che ogni disciplina ogni umano provvedimento ha sparso di luce cotanta? Per essersi resa più squisita la sensibilità delle nostre fibre, son esse forse diventate più acconce a ricevere le sensazioni piacevoli, ed a rimuovere le dolorose? Coll’accrescersi de’ nostri bisogni fittizj, si son forse accresciuti in proporzione li mezzi eziandio di appagarli? Dovrò io credere, che il sommo Moderator delle cose, da parziale giudizio guidato, rovesci talora sulla terra l’urna abborrita de’ mali, e che ad epoca più felice, quella riservi de’ beni?

Aveva appena pronunziati questi ultimi detti, che d’improvvisa fiamma vidi il cielo avvampare, ed ascoltai lo scoppio del tuono, che con orribile fracasso tremar fece i colli, e le campagne. Scossemi il core involontaria temenza, e ratto m’alzai per tornarmene a casa; ma ben tosto conobbi, che melo impediva l’orror della notte, fattasi ormai sì oscura, e caliginosa per la vicina procella, che il più sottil raggio di luce non traspariva fuor delle nubi, che il cielo tutto ottenebravano. Perciò m’avvisai di rivolgere i miei passi a non discosto tempietto, onde colà soffermarmi, sinchè tornato sereno l’aere si fosse, e continuar poi senza periglio l’impreso cammino. Vi giunsi appena scortato dall’incerto lume de’ lampi, che dirotta cominciò a cadere la pioggia, e i venti, prima silenziosi, sprigionati allora delle loro spaziose caverne, aspre lotte a combattere s’apprestarono.

Il tumulto della natura quello accresceva della mia anima. I delirj dell’amore, le smanie di sregolata ambizione, i mordaci rimorsi, che il tempo perduto mi rimproveravano, e la conoscenza ancor più crudele di non aver forza bastante d’ammendare il mio fallo, finalmente mille affetti contrarj facevano a pruova orrendo strazio del mio cuore. In tale ambascia passai dal vestibolo nell’interno del tempio, che il fioco lume di tremola lampa mostrommi esser sacro al Divo Giovanni; e rivol- to lo sguardo alla sua effigie, che stava appesa nel mezzo della parete in tali accenti proruppi.

Deh, se alla mia voce è dato l’aggiungere sino a te, o cittadino della patria celeste, non isdegna, mosso da quella pietà per cui sì caro ti rendesti a’ tuoi contemporanei, ed a’ tuoi posteri sì rispettato, di rischiarare la mia mente, e trarla della dubitazione in cui stassi avviluppata! Voglimi istruire, se questa felicità, che sempre odo suonare sulle labbra degli uomini, ed il cui balsamo sì di rado ristora le loro anime, siasi un essere reale, o una larva menzognera, che colle sue vaghe sembianze ci alletta avidamente a seguirla, senza che mai ci venga fatto di afferrarla. Dimmi, se come me son tutti gli uomini condannati a vivere nel dolore, ed a non truovare ristoro alle loro sciagure, che nell’obblio dell’esistenza; e quindi costretti sieno ad adorare il sonno quasi nume benefico, che li toglie di mano alle cure laceratrici. Che se tanto infelice essersi dovesse l’umana condizione, che se destinato fosse ch’io viver dovessi in avvenire giorni del pari funesti che li passati, io rivolgo a te le mie più fervide preci, perchè tu m’implori dal sommo Creatore, il termine de’ miei mali, permettendo che il sonno del- la morte sopisca i miei sensi, e chiuda finalmente alle passioni le porte tutte della mia anima.

Una voce venuta dal lato manco del tempio, interruppe la mia preghiera, ed io fattomi ad ascoltarla pieno di religiosa riverenza, udii pronunziar questi detti. Figlio (diss’ella) tu piangi sulla tua sorte, e non badi che forse l’infelicità di cui tu ti lagni, potrebbe derivare soltanto dall’abuso di mezzi, che Dio ti ha accordati per esser felice. La pura felicità non soggiorna sulla terra: dessa non è il retaggio di un essere così imperfetto qual si è l’uomo; non concluderne perciò ch’egli sia dannato a vivere nel dolore. Il dolore è bensì la generale forza determinatrice di ogni nostra azione, senza di cui noi languiressimo nell’inerzia, e ben tosto vedressimo la nostra spezie distrutta, ma il dolore è eziandio il generatore del piacere, meta de’ nostri più vivi, e più cari desiderj. Il piacere per essere un ente negativo, uno stato di tregua, solo di quando in quando dal dolore accordato, egli non ci viene per questo meno gradito, e soave. Ma questo sentimento per esser puro, conviene che sia scevro d’ogni rimorso, e quindi non contaminato dalle macchie del vizio. Se tu vorrai dunque menar giorni più felici, non sarai così ingegnoso nell’accrescere la massa de’ tuoi dolori, non ponendo alcun freno alla tua immaginazione, sopporterai con fortezza d’animo que’ mali, che sono necessarj, ed inevitabili, e non agognerai di procacciarti de’ piaceri, che la virtù, figlia di una illuminata ragione, non possa appruovare. Perdona s’io mi fo a consigliarti, quantunque consiglio chiesto tu non mi avessi. Il tuo aspetto, ed il tuo stesso turbamento m’han fatto credere, che tu nutra un animo gentile, e quindi non sordo alla voce della verità, e dell’esperienza. Il soccorrere altrui di consiglio è un dovere sì caro, e sì sacro per l’uomo sensibile, ch’io mi sarei creduto commettere grave mancamento, se omesso avessi di farlo. Non sono sì prosuntuoso da pensare di averti detto, o di poterti dire cose da te prima ignorate. So quanto sia difficile, e quanto torni sovente malaugurato, il pretendere di guadagnarsi la fama di pensatori originali nella scienza morale, per non nutrire sì stolido orgoglio. Credo però, che giovi talvolta il richiamare alla memoria dell’uomo quelle idee, che quantunque non gli vengano novelle, pure alla sua mente affascinata non si sarebbero presentate se non che stravolte, s’altri non si avesse tolto l’incarico di raccozzarle, onde porgergliele poscia, così ordinate, a considerare. Vedi se questo sia il tuo caso, e fa ch’io senta, se da’ miei detti stimi, che possa venirtene qualche giovamento.

Non sì tosto cessò in me la sorpresa cagionatami dall’udir quella voce in un luogo, dove io mi credea di esser solo, che ravvisai incontanente il saggio dond’essa movea. La sua vecchiezza, che solo venia palesata dal candor de’ capelli, e non già dalla guancia rugosa, che fresca anzi si serbava, nè dalla languidezza dello sguardo, che ancora si era oltramodo vivace, e certa dolce severità, che nel suo sembiante traspariva, oltre all’inusitato vestimento, che più alle greche fogge s’assomigliava, che alle nostrali, melo dierono a conoscere pel solitario abitatore di una cella romita, che sul vicin colle sorgeva; uomo quasi in venerazione presso le genti di quel paese, più ancora per le sue morali prerogative, che per lo suo ingegno, che non potendo essere da loro conosciuto, non poteva quindi essere neppure giustamente pregiato. Io lo conosceva soltanto di veduta. Fantasticando poscia meco stesso, com’egli là si fosse trovato, non seppi in miglior guisa diciferare l’enigma, che supponendo lui essere colà venuto, pri- ma ch’io a guisa di forsennato v’entrassi. Fatto sta, che riavutomi alcun poco, io gli resi quelle grazie, che si convenivano ad un uomo, che, spinto da solo sentimento di pietà, s’era fatto a confortarmi, lasciandomi travedere, quasi lampo nel bujo di notte tenebrosa, che l’uomo, per quanto la sua condizione il comporta, può diventare felice. Desiderando perciò di udire più particolarmente, com’egli su tale importante subbietto sentisse, lo pregai di volermi isvolgere quell’idee, che da lui presentatemi troppo brevemente, così un po’ confuse s’erano affacciate al mio intelletto, offuscato ancora dalla densa nebbia, alzatasi dal fondo del mio cuore agitato.

Poichè dunque ti piace di udire (ripres’egli) quali siensi li miei pensamenti su tale materia, siediti accanto a me, e facciamoci a ragionarne, sinchè diradate le nubi, ci sia concesso alle nostre case il ritornare.

I

Pare, che gli scrittori pressochè tutti siensi fra loro convenuti di dipingere l’umana condizione più infelice, di quello che in fatto lo sia. Quali vantaggi poi abbiansi creduto rendere all’umanità di tal guisa operando, non io saprei conoscerli: e sono piuttosto inclinato a dubitare, che l’orgoglio ve gli determinasse, anzichè il nobile desiderio di fare degli uomini migliore la sorte; poichè ben essi sapendo essere il quadro dell’umane sciagure, suscettibile di tinte più varie più forti, e più risentite, che la sbiadata, ed uniforme dipintura dell’umana felicità, così al primo s’attennero, che somma lode, e gloriosa nominanza loro prometteva. L’uomo per naturale sua indole è portato ad amar l’esagerazione. Dessa lo toglie alla noja, scuotendo vivamente la sua anima, eccitandovi delle passioni violente, e rimovendone in quel punto ogni affetto straniero. Perciò, chi si facesse a parlargli con mente tranquilla dell’umana felicità, e con pacato ragionamento gli dimostrasse quali, e quanti siensi i mali, ed i beni, senza punto aumentare degli uni, o degli altri la somma, facile sarebbe, che al sonno, anzichè all’attenzione lo inducesse; mentre, chi gli pruovasse con filosofiche sottigliezze, e con calda eloquenza, che l’uomo è del bruto più infelice, che le scienze, e le arti hanno peggiorata la sua sorte, ben molti applausi ne riscuoterebbe; e ciò non già perchè lo avesse istrutto, o migliorato, ma soltanto perchè lo avrebbe divertito, portando alla sua anima una forte sensazione. Non sempre però giova dilettare; e l’errore, per essere condito dalle dolcezze del piacere, non cangia per questo di essenza, ma anzi torna agli uomini tanto più nocivo, quanto più avidamente essi accostano il labbro all’avvelenata sua tazza.

I filosofi, ed in più particolar guisa i moderni, hanno parlato della felicità metafisicamente, e con metodo analitico si son fatti a notomizzare li nostri bisogni, li nostri desiderj, li nostri timori, e le nostre speranze. Ma la natura, che con mano pietosa leva il velo a que’ segreti, la cui conoscenza può tornarci di qualche utile reale, avvolge invece in nebbia densissima , che solo interessar possono la nostra curiosità. Di vero, do- po lunghe, e replicate indagini dovettero quelli confessare, che l’essenza del dolore ostinatamente loro si celava, e quindi non aver potuto iscoprire la vera cagione, per cui l’uomo, come ogni altro essere animato, sia dalla sensazione dolorosa indotto a gridare, e a fuggire. Quantunque però mancanti di questa essenziale cognizione, come di molt’altre in siffatto argomento, nulladimeno la più parte convennero nell’opinione, che il dolore siasi lo stato abituale dell’uomo, ed il piacere una cessazione rapida del dolore. Partendo da questi ne trassero la conseguenza, che tutte le affezioni, per cui l’uomo desidera, spera, o teme, altro non sono che isvariate modificazioni del dolore, più o meno veementi, chiamate pena angoscia tormento, se forti, ed intense, e noja o melanconia, se languide, e leggeri. Queste ultime benchè non abbiano de’ vocaboli, che l’une dall’altre distinguano (non essendo possibile l’esistenza di una lingua sì ricca, che per ciascuna gradazione somministri una parola, che ne risvegli l’idea precisa) pure non lasciano per ciò di appartenere alla classe delle sensazioni dolorose, e sono da loro chiamate dolori innominati.

Io convengo di buon animo con esso loro, che il dolore siasi il nostro elemento, ma non so appagarmi interamente dell’enunciata loro diffinizione del piacere, siccome di quella, che barbaramente, ne ristringe il suo impero. Forse sarà vero, che il piacere nasce dal dolore, come tra le spine la rosa, ma perchè si dovrà stabilire la necessità di un istantaneo passaggio da questo a quello stato, onde n’abbia a risultare la sensazione del diletto? L’esser pronta improvvisa rapida questa cessazione farà bensì, che il piacere successivo sarà vivo, e forte in ragione dell’intensione del dolore calmato, e della rapidità della vicenda; ma, se invece questa cessazione sarà lenta, io non so vedere, perchè in tal caso il piacere non abbia guadagnare in durata quanto perderà in intensione; e perchè non si possano chiamare le sensazioni piacevoli, che non son forti abbastanza per aver un vocabolo particolare, piaceri innominati, come si son chiamati dolori innominati l’inquietudine d’animo, la melanconia, e la noja. Converrò dunque con essi, che pur troppo i dolori innominati ci perseguitano, ma sollecito eziandio della mia, e dell’altrui felicità non mi farò ad accordare, che quando leggo gli scritti di qualche ingegno immortale, che a poco a poco, e non rapidamente faccia tacere nella mia anima le troppo fedeli cure mordaci, o quando men vo per questi colli amenissimi passeggiando nella stagione in cui più bella, e ridente si mostra natura, allorchè la terra sì vagamente ti si presenta, che poco anzi la diresti sortita di mano del sommo Creatore, no non saprei accordare, ripeto, che queste sensazioni per non essere causate da cessazioni rapide di dolori, non s’abbiano perciò a chiamare piacevoli. E chi sarebbe mai così stolto, che non infrangesse i legami, che a vivere ci sforzano, se d’altri piaceri non ci fosse dato gustare, che di que’ pochi, che derivar ci dovessero da rapide cessazioni di dolori? Ci rifletti alcun poco, e ben presto conoscerai, quanto infelice sarebbe la nostra condizione, se il fatto alla loro diffinizione rispondesse.

Posto dunque, che il piacere non siasi poi fra sì angusti limiti ristretto, come per altri ci volea fatto credere, ne verrà di conseguenza, che l’uomo potrà anelare al possedimento di un grado di felicità tanto più eminente, quanto più grande sarà la somma de’ piaceri compatibili con la sua imperfetta natura. Non arguirne però da questi miei detti, ch’io creda essere in balia dell’uomo l’acquistarsi il più alto grado di felicità; poichè quantunque questo siasi il parere di sommi filosofi, nulladimeno io non son persuaso, che s’abbia a prescindere del tutto dagli agenti esterni, ossia da quelle cause, che agiscono sopra di noi senza consultarci, e s’abbia a conchiudere in unta delle malattie le più penose, delle persecuzioni le più ostinate, e di quanto può accadere di sinistro, che l’uomo, purchè dotato di un animo virile, menar possa giorni egualmente avventurosi, in mezzo a circostanze funeste, spiacevoli, e dolorose, come se tutto gli andasse a seconda, e la fortuna con leale sguardo, e benigno lo riguardasse. Il mio avviso in vece si è, che la felicità individuale siasi l’effetto della fisica costituzione, delle combinazioni sociali, e del carattere morale. Rispetto alla prima cagione, non sta in noi il fare, che il nostro temperamento sia vigoroso, ed inalterabile la nostra salute, anzichè l’uno cagionevole, e l’altra infermiccia; nè sta in noi l’essere agiato di beni di fortuna, o miserabile, nè l’essere in istima presso a’ suoi concittadini, o da loro trascurato; poichè da noi non dipende ciò, che o la sciocchezza, o la malizia degli uomini, vuole a sua fantasia dispensare; ma sta in noi il rendere sì maschio, e sì forte il nostro animo, che quasi da triplice ferro accerchiato, fac- cia tornar addietro spuntate le freccie dall’avversa sorte scagliate, e sta in noi il persuadere altamente al nostro intelletto, che il vero bene, la voluttà la più soave, ed i piaceri li più durevoli, solo dalla virtù ci possono venir compartiti, e che per giungere al tempio della felicità, passar conviene sotto l’auguste volte immortali, alla sublime, ed incontaminata virtude sacrate dall'umano universale consentimento.

Non pertanto ripeto, che quantunque io tenga per infallibile non poter andar disgiunta da virtude la felicità, nullostante ch’io non convengo nell’avviso di coloro, che dicono esser felice ogni uomo virtuoso. Accorderò, che questi, tormentato da dolorosa malattia, saprà con animo intrepido sopportarne le pene; accorderò, che, fatta la sua fama bersaglio della mordace maldicenza, troverà nella purità di sua condotta conforto; accorderò, che, ridotto alla mendicità o da barbare leggi, o da tirannico volere, procaccierà di riparare alle non meritate sciagure, traendo onorato sostentamento, o dalle forze del suo ingegno, o da quelle del suo corpo, anzichè darsi in braccio di vile disperazione; ma dirò, che in tutti questi casi, la virtù rende bensì dell’uomo meno infelice la sorte, ma non lo farà del pari felice, come se la rosea salute preso in sua guardia lo avesse, se fra genti più probe concesso gli fosse l’aure di vita respirare, o se in seno di contenta mediocrità, e fra geniali occupazioni d’ingannar l’ore spesso in lor corso sì lente.

Ma, se l’uomo virtuoso non è però sempre l’uomo il più avventurato, non si dovrà per questo conchiudere, che la virtù tenue servigio gli renda, e quindi che poco, o nulla rilevino li suoi conforti. La felicità è uno stato dell’uomo, una maniera di esistere relativa, e non assoluta: dessa è come una linea, che per se stessa non è nè lunga nè corta, ma che questo o quello diventa, posta di un’altra al paragone; non altramenti la situazione dell’uomo, che assolutamente non è nè felice, nè infelice, comparativamente l’uno o l’altro diventa. Ora, se la virtù non potrà rendere il suo fido cultore del pari felice di chi, quanto lui virtuoso, sia inoltre più favorito dalla fortuna, dessa lo renderà almeno più felice di quello, che stato sarebbe, se, contaminato dal vizio, lacerato rimorsi, dal timore avvilito, e tormentato sempre rinascenti desiderj, perduto avesse il porto di vista, e con quello ogni confortatrice speranza.

Dimostrato essendo, che la virtù o conduce l’uomo alla felicità, o almeno ne scema i suoi mali, mi resta adesso da farti a conoscere quali siensi li mezzi per conseguirla; e per riuscire felicemente al termine di tanto proposto, prenderò ad esaminare le nostre passioni, fonte come di tutte le umane sciagure, così di tutte le magnanime imprese. Per questo vocabolo passione, io intendo quello stato violento, in cui si trova o il nostro corpo, o il nostro animo, cagionato dall’azione di un oggetto qualunque, siasi egli reale, o immaginario. Da questo stato di contrazione ne nasce il bisogno di sottrarvisi, quindi il desiderio, e la speranza di riuscirvi. Le passioni dunque, le cui replicate, e diverse sensazioni appartengono alla classe delle dolorose, sono l’universale principio, che ci determina ad agire, e che ci rende o rispettati, ed amati da’ nostri simili, se le nostre azioni hanno per iscopo l’utile della società in cui viviamo, o da quelli abborriti, e disprezzati, se sono dirette soltanto a recar danno agli amici, a’ parenti, alla patria, a noi stessi. La ragione, che Iddio ci ha accordata per imbrigliare, e regolare queste forze, si reputa virtuosa quand’abbia assai vigore da domarle, e da dirigerle a meta lodevo- le, ed inetta s’appella, se vilmente ne abbandona il governo, e colle redini sul collo le lascia a lor grado quà e là discorrere sconsigliate, e proterve. Il vero interesse prescrive alla ragione di valersi del poter suo per moderarne il bollore impetuoso, e scorgerle pel retto sentiero; ma ben più sovente un vano simulacro di quello, vestendone le sembianze, la inganna, e la persuade di anteporre il tenue vantaggio purchè vicino, a quello senza paragone più importante, che sia lontano.

Per conseguire dunque virtude, converrà illuminare la ragione, ed additarle quali siensi li suoi veri interessi, che in ben regolata società mai non vanno scompagnati dalla pratica severa de’ suoi doveri, ond’ella faccia tacere le passioni malnate, fomenti le generose, e rivolga tutta questa fonte d’azione al nobile scopo della comune utilità. Ma che direbbero quegli spirti immortali, che nelle trascorse età cotanto Atene, e Roma illustrarono, se dalle loro sedi di gloria me udissero, ragionando di felicità, troppo ardito, e malcauto suggerirti di fomentare liberamente certe passioni, dessi che ne’ loro scritti sostennero, che all’uomo per diventare felice, gli convenia rendersi impassibile, che il suo cuore s’impietrasse, e che il suo animo ad ogni affetto il varco chiudesse? Ma, come mai (rispondo io) come mai si è potuto per tanti secoli, dietro la loro asserzione, quantunque inorpellata di tutti i prestigj della seducente eloquenza, nemmen sospettare, che fosse possibile questa sognata maniera di esistere, e come mai si è potuto credere, eziandio accordandone la possibilità, ch’essa dovesse venire utile alle sociali costituzioni? Il moto, che tutta anima la natura, ed alle cui leggi son soggetti tanto i corpi più duri, che quelli di più sottile tessuto, non dimostrava loro chiaramente, che questo stato d’impassibilità, e d’indifferenza non era compatibile colle ineluttabili sue forze? E la ragione non faceva loro toccar con mano, che questa felicità, la qual pur si voleva all’uomo procacciare, era la felicità del bruto dell’imbecille, e di qual altro essere esista o più inutile, o più disprezzato? Essi chiamavano virtù questo sforzo, veramente superiore alla naturale possanza, per cui mezzo pretendevano di condurre gli uomini alla felicità. Io non nego, che astrattamente considerata dessa tale non fosse; ma vista praticamente, ossia come forza applicata al maggior utile sociale, io temo, e non senza fondamento, che, perdendo di vista il vero scopo, sagrifi- casse il ben generale alla chimerica speranza, di procacciare l’individuale vantaggio. Per lo che, comunque essi ne sentissero su tale argomento, e comunque ne sentano anche oggidì li moderni pensatori, non solo credo inutile l’andar rattenuto in permetterti, che tu presti orecchio alla voce di quelle passioni, che mirano a lodevole meta, ma anzi mi fo animo d’inculcarti, che tu le promuova, e le fomenti; come ti prescrivo, quanto più so caldamente, di soffocare sotto al peso di tutta la tua virtù quelle passioni, che osassero suggerirti azioni contrarie all’altrui bene, quindi al tuo vero interesse, ed alla tua felicità.

E venendo all’applicazione di questi principj, onde farti più chiaramente a conoscere quali siensi i limiti, entro cui tu debba tener ristrette le passioni, quali di queste io reputi degne, che tu ti faccia con ogni studio a promuovere, e quali in vece con ogni sforzo ad opprimere, ne prenderò a tal uopo alcune in esame, ristringendomi a ragionarti di quelle soltanto, che mi parranno le più comuni, e le più violente.

Le sensazioni dolorose, che ci avvertono di sovvenire alli nostri fisici bisogni, costituiscono la base di molte passioni, che per amore di brevità non mi arresterò ad individuare; passioni che sono fra le più comuni, poichè nate coll’uomo, e che non ripetono la loro origine dall’ingentilite società. L’appagare questi bisogni è un dovere dell’uomo, e forse egli ne ha un dritto in onta di qualunque ostacolo che gli occorra, purchè non oltrepassi que’ limiti, che la conservazione di se stesso gli addita, e non si faccia a violare le leggi, dalla frugalità, e dalla temperanza dettate. Che se dagl’insegnamenti di queste virtù osasse slontanarsi, e cercasse incautamente di onestare le chimere figlie di scomposta immaginazione, e di viziati costumi collo spezioso pretesto del bisogno, egli si porrebbe a repentaglio di veder punito il suo errore dall’infermità, seguaci indivise delle sozze lascivie, e delle notturne orgie romorose, cui Bacco ebro, ed insano presiede. E se la felicità come poco anzi ti andava dicendo, è in parte l’effetto di un temperamento sano, e vigoroso, ben vedi quanto importi l’andar guardingo nel conservarlo, onde non abbia per cagion nostra ad essere guasto, e scommesso. Nulla fa scordare all’infermo la sua malattia, e poco gli giova, o il conforta lo starsi su dorato letto corcato, il vedersi molti familiari dattorno, che pendano da’ suoi cenni, o il saper che i ferrati scrigni di pallid’oro ridondino. Come le più saporite vivande, che servongli d’alimento, cangiansi in succhi corrotti, così gli oggetti li più graditi altro non fanno, che accrescere la sua sciagura. Ben sai quanto impercettibili siensi le anella, che la nostra anima al corpo congiungono, e ben ti è nota la stretta relazione che fra l’una, e l’altro vi passi, onde poterne agevolmente dedurre, quanto rilevi a render quella felice, il vigore, e l’equilibrio di questo. Quindi conoscerai quanto mal consigliati siensi que’ giovanetti, che vanno superbi di loro scostumatezze, ed osan poi accagionare natura di que’ mali, che alla loro disordinata condotta dovrebbero soltanto rimproverare. Agli occhi del saggio, dessi sono oggetto miserabile di pietà, non sapendo come trarli del fango in cui stannosi sepolti, poichè ostinati sono in non volersi guardare, quasi pur temessero di finalmente conoscere, quanto lontani si trovano dal vero cammino, che conduce alla felicità.

E da queste passioni a quella passando, che c’induce ad amar le ricchezze, io converrò volentieri, che non si potrà biasimarla, sinchè limitata alla semplice soddisfazione de’ fisici bisogni, e de’ civili eziandio, diventati oggidì al par di quelli imperiosi, non renda però l’uomo ingiusto verso se stesso, persuadendogli di sagrificare il piacere presente al futuro, nè verso gli altri, siasi spingendolo a sottrarre avidamente il danaro dalla circolazione, e scemar quindi, ed impoverire il pubblico patrimonio, siasi costringendolo ad usare ogni maniera di vile astuzia, onde toglierlo altrui; più cupido in ciò di soddisfare alla sua sete inestinguibile, che tenero del suo onore, e della sua fama. Ma chi sa, quanto sia difficile il far delle ricchezze un buon uso, si guarda bene dall’agognarne con disordinato appetito il possedimento. Il conoscere, come venga più facile assai l’accumularle, che servirsene senza oltraggiare la virtù, e la ragione, ben lo distoglie da una passione, che altro non fa in generale quantunque appagata, che accrescere gli stromenti dell’infelicità. Le travagliose inquietudini sogliono più spesso aleggiare intorno ai tetti dorati, che visitare la sottil mensa del laborioso colono, e sturbare i sonni leggeri d’innocente pastorella. Invano tenta il ricco di sfuggirle, varie regioni discorrendo per illustri ingegni famose, ingentilite da ogni maniera di utile insegnamento, celebri per monumenti dall’arti liberali innalzati, e liete di deliziose, ed amene si- tuazioni. Desse, sull’ali veloci, ed instancabili librate, ovunque lo perseguitano, o che nera nave dal soffio d’Euro sospinta lo accolga, o prema il dorso di generoso destriero. Non isfugge se stesso, chi se stesso trasporta sotto cielo da diverso sole riscaldato; e questo stesso irrequieto desiderio di cercar nuovi paesi, pruova sovente l’infermità dell’animo di chi lo nutre. L’uomo che non sa pacatamente, ed attentamente contemplare se stesso, o farlo non puote con intrepida faccia, s’assomiglia all’infermo, il quale non osa guardare l’ulcera che lo rode, o che se pure la mira, tutto si tinge del color della morte. Ben stolto è colui, che il vile danaro crede rappresentare i più soavi diletti, ed i più cari sentimenti dell’anima, e stima che i fisici piaceri, l’estimazion pubblica, e persino l’amicizia corrano dietro allo splendore dell’oro, e lunge rifuggano dalla squallida povertà. Oh lui fortunato, se di cotale illusione potesse andarne il suo cuore convinto! Ma chi non sa, che i piaceri de’ sensi esclusivamente appartengono a coloro, sulle cui guance il lume di giovanezza risplende, che la vera estimazione è le più volte tributata all’uomo onesto, all’ingegno perspicace, all’animo vigoroso, e che l’amicizia sentimento li- bero, nobile, e divino sdegna soggiornare fra marmoree colonne, ed ama piuttosto del saggio il modesto ritiro?

Non creder pertanto, che s’io non appruovo chi la sua vita consuma per accumulare ricchezze, voglia per questo far l’apologia di coloro, che scellerati, e crudeli verso i loro parenti, ed ingiusti verso i loro creditori, pazzamente scialacquano il paterno retaggio. La prodigalità è da sfuggirsi, quanto il soverchio amor del danaro. Amendue questi vizi ci rendono infelici, l’uno consigliandoci a sagrificare il piacere presente a quello avvenire, l’altro al futuro bene il presente anteponendo. Per lo che, qualunque siasi la tua condizione non ti logorare per renderla più avvantaggiata, ma non lasciarti nemmeno sedurre dai fantasmi della tua immaginazione per impoverirla. Fa un uso ragionevole di quelle ricchezze, che ti ha concesse il destino, e consacra sull’ara della carità, quanto ti venisse fatto sottrarre all’inutile lusso.

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