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Opere di Luciano

Luciano di Samosata · 1861 · Free in the US

51,525 words · about 3 h 36 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1861 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Opere_di_Luciano_voltate_in_italiano_da_Luigi_Settembrini&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Luciano di Samosata
Language
Italian
Published
1861
Length
51,525 words · about 3 h 36 min
Sections
7 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (7)

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Indice

Discorso intorno la vita e le opere di Luciano

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I. Luciano visse nel secondo secolo dell’èra cristiana, dal 120, secondo altri dal 130 al 200, cioè nacque imperante Adriano, visse sotto Antonino, Marco Aurelio, Commodo, Pertinace, e morì mentre imperava Severo. Pochissime ed incerte notizie rimangono di lui per l’astio de’ contemporanei che egli spregiò ed offese, e per l’obbliviosa ignoranza dei posteri; ma abbiamo le sue opere, nelle quali ravvisiamo l’immagine della sua mente, ed ammiriamo l’ultimo grande scrittore della Grecia. Ma le opere del più arguto e celebrato satirico dell’antichità non sarebbero bene intese e imparzialmente giudicate, senza conoscere bene il suo secolo sì lontano e diverso dal nostro; perchè le cagioni e le ragioni delle opere di ogni scrittore sono nel secolo in cui egli vive, e nella natura del suo ingegno. Però conviene primamente riguardare, come in un quadro generale, il secondo secolo, quale fu per costumi, per religione, per sapere: secondamente, dopo di avere dalle opere stesse di Luciano raccolti i fatti della sua vita, considerarne l’ingegno rispetto al suo tempo, e rispetto all’arte da lui ristorata, e dopo di lui spenta: in terzo luogo esaminare particolarmente tutte le opere che portano il suo nome. Dirò infine alcuna cosa di questa traduzione italiana, del modo che io tenni nel farla, e che utile io credo potrà recare, se riuscirà a ritrarre una parte delle vive bellezze dell’originale.

Indice

Discorso intorno la vita e le opere di Luciano - Capo I. Secolo di Luciano

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II. Luciano dipinse il suo secolo non con altri colori che con quelli della satira, che è la pittura estetica del male: se egli ebbe ragione di così fare si vedrà nella storia, pittura scientifica del male e del bene.

Nel mondo antico i Greci furono il popolo eletto, a cui la Provvidenza confidò l’educazione intellettuale dell’umanità, ed a cui diede il più vasto e lungo impero che sia stato su la terra, perchè fu impero d’intelligenza. Come Venere uscita delle acque in una conca marina in mezzo alle Nereidi, così l’Ellade circondata dalle sue isole sta fra l’Asia minore e l’Italia, alle quali porge la mano valicando il breve mare che non le sèpara ma le unisce. In questa regione lieta e frastagliata dalle acque più che ogni altra di Europa, era un popolo d’intelletto potente, di vivida fantasia, e di caldi affetti, che però sentiva un forte e continuo bisogno di godimenti intellettuali, cercava in ogni cosa il vero, e come ei lo apprendeva, lo apriva facilmente con la parola, che fa crescere il pensiero come l’aria fa crescere e vegetare la pianta. Dotato di mirabile ed unica armonia di anima, che traspariva dalle leggiadre fattezze del corpo, questo popolo nella sua serena gio- vanezza creò e trovò quanto doveva servire d’esempio a tutte le generazioni future: da a rappresentò le più perfette forme del bello; da ad trovò le più riposte forme del vero: e Demostene ed Aristotele furono i due ultimi grandi esempi, le due ultime grandi creazioni della Grecia. Nell’età matura insegnò e diffuse quanto aveva creato e trovato nelle arti e nel sapere: ed ecco la libertà creatrice cadere, e sorgere la monarchia propagatrice d’Alessandro, la quale dividendosi diffonde la civiltà tra i popoli; ed il Greco uscito dell’Ellade si accasa e domina in Asia, in Siria, in Egitto, e da per tutto sparge sapere e gentilezza. Ma in Italia era un popolo fiero per forza di armi e potente di senno naturale che volle dominare su tutte le genti: i Greci per molti secoli lo combatterono, e in questa lunga lotta, che cominciò da Pirro, chiamato a difendere l’independenza delle colonie elleniche, sempre l’ingegno greco si oppose alla forza romana, Archimede a Marcello; infine dovettero cedere alle armi ed alla virtù di Roma, e perdettero la libertà politica che non seppero più difendere né meritare. Allora avvennero due cose: la prima, che l’impero del mondo fu tosto diviso fra i due popoli, i Romani tennero la forza politica delle armi e delle leggi, i Greci la forza intellettuale del sapere e delle arti; gli uni diventarono i padroni, gli altri seguitarono ad essere i maestri del mondo. La seconda, che i Romani acquistarono un tesoro immenso di cognizioni novelle, rammorbidirono i feroci costumi, si educarono e ingentilirono, ma avendo trovata una civiltà già compiuta e vecchia, e vizi e morbidezze sconosciute, in queste si tuffarono con impelo di conquistatori, e in poco tempo s’imbestiarono bruttamente, sprofondarono in una corruzione sì turpe e nefanda che è vergogna anche narrarla: i Greci per contrario non appresero nulla, e rimasero quali erano, anzi dispregiavano i loro imitatori; acquistarono solamente persona e diritti che prima non avevano, e così avendo parte di potere, sentirono meno la servitù comune. Già il mondo da Alessandro ad Augusto si era educato e incivilito: dal Tigri alla Bretagna, e in tutti i paesi che stanno sul Mediterraneo le scienze, le arti e la lingua dei Greci erano diffuse: ma il mondo era anche corrotto, perchè i principii onde era cominciata quella civiltà, non erano i veri principii della ragione, la quale sempre apparisce tardi nella vita degli uomini e dei popoli.

III. Questo mondo grecoromano aveva in sè stesso le cagioni della sua corruzione. Il concetto del diritto, e la piena coscienza onde i Romani il diritto esercitavano, li condusse a sterminata potenza: ma perchè quel concetto era esclusivo, li condusse ancora alla corruzione ed alla servitù più memoranda. Un popolo che per ragione della forza si crede giusto e legittimo signore della vita e delle sostanze degli altri popoli, negando la libertà agli altri, la nega a sè stesso, perchè ne perde la vera coscienza: quindi il popolo repubblicano che si teneva legittimamente signore del mondo, per conseguenza necessaria del suo principio, si tenne legittimamente servo del signore e conquistatore della repubblica; il quale fu la personificazione della forza diventata diritto, e non ebbe alcun freno umano alle sue azioni. Ecco perchè Roma non per forza straniera nè per vecchiezza, ma nel fiore della sua età e della maggiore sua potenza, e mentre acquista nuova civiltà, divien serva, si muta, si trasforma; i rozzi e duri guerrieri in poco più d’un secolo diventano mollissimi; i fieri repubblicani cadono subito in una servitù così abbietta da stomacare finanche chi non voleva la pubblica libertà. E però quanti delitti, e infamie, e orrori, e bestialità l’uomo è capace non pure di fare, ma d’immaginare, tutto dobbiamo aspettarci di trovare effettuato ed applaudito in Roma. Trasea che sentiva in petto la santità d’una leege superiore alla romana, non andò in Senato quando Nerone uccise la madre; ma il popolo che stava alla sua legge uscì festeggiante incontro al matricida, adorava i bardassi e le meretrici imperiali, baciava la mano che gli scannava i figliuoli ed i padri, e quando cadevano le teste de’ più santi cittadini, andava a ringraziare e sacrificare agl’Iddii per la vita e l’incolumità dell’imperatore, il cui operare era sempre giusto, la cui volontà era legge sacra. Imperator uti imperassit ita jus esto, era un concetto di diritto pubblico che nasceva da quel concetto di diritto privato espresso nella famosa legge delle dodici Tavole: Paterfamilias uti legassit.... ita jus esto.

IV. Nella vita greca era un concetto non esclusivo e rigido, ma immensamente vario e mirabilmente armonico, il concetto della bellezza. La Grecia non è una città sola; ma molti e diversi popoli congiunti insieme per un certo legame, e ritenenti ciascuno la sua personalità e la sua libertà intera. Gli eroi vanno al conquisto di Troia, liberi tutti, e re, ed eguali ad Agamennone, che solamente per necessità di guerra è scelto a duce supremo. Le città libere ed independenti, ciascuna con leggi, magistrati, culto, costumi particolari, mandano legati al nazional concilio degli Anfizioni che discutono i comuni interessi della religione e della politica; contendono tra loro per un primato che nessuna ottenne mai pieno su le altre, perchè è primato d’ingegno che di sua natura è liberissimo; e nondimeno riconoscono Atene come la più colta e gentile. Gli Dei non sono terribili, nè informi, nè scure astrazioni, ma persone di umana leggiadria, una celeste famiglia eroica, il cui capo è Giove, che ha diviso l’impero coi fratelli, e tutti sono soggetti allo scuro fato. Le arti crescono libere nei diversi popoli, che si radunano per farne mostra e paragone nei giuochi solenni. La filosofia ha molte sètte distinte per dottrine e pratiche diverse. La lingua ha vari dialetti, e ciascuno ha la sua bellezza ed i suoi scrittori. Questa varietà immensa aveva armonia di parti, non unita: quindi come esse parti andavano crescendo ed invigorendo ciascuna per sè, quell’armonia andò dissolvendosi: la libertà civile tosto cadde sotto il braccio di Alessandro, che invano tentò di dare unità a tante parti dissociabili, e fare un impero greco; con la liberta caddero le arti; il sapere trovatosi discordante dalla vita, si ritirò nelle scuole; il costume pigliò mollezza barbarica; il sentimento si corruppe nel profondo dell’anima, ed il popol greco arguto e gaio, rise piacevolmente de’ suoi iddii, e trattò come una sciocchezza ed una bugia quella religione che era stata il senno, la verità, la vita e la gioia della sua giovanezza. Così l’ingegno greco di acuto divenne astuto; il costume di lieto, lascivo; l’eloquenza da intima del sentimento, un freddo giuoco del pensiero; la filosofia da ricerca del vero, una sottilissima ricerca delle forme del ragionamento; la civiltà intera divenne una corruzione. Il concetto della bellezza che nei Greci era un senso squisitissimo, li condusse a quella civiltà maravigliosa, a quella libertà, a quella gloria, a quella luce di arti e di scienze: ed essi ritennero sempre questo senso, che era la loro indole, e con questo ornarono quanto fecero e quanto dissero. Scendendo in basso, essi non caddero dove sprofondarono i Romani e dove l’uomo perde la co- scienza di essere uomo: anche scaduti e corrotti furono maggiori degli altri, anche servi comandavano ai padroni, e li facevano pensare e parlare come loro.

V. Se il mondo grecoromano corruppesi per cagioni che aveva in sè stesso, era necesità che egli si trasformasse. Come gli eserciti che mantenevano la potenza di Roma, non erano più di Romani gih infiacchiti e molli, ma si rifornivano e si rinsanguinavano di uomini barbari, i quali da prima ubbidirono, poi, appresa l’arte delle armi, comandarono e distrussero l’impero; così l’intelletto, forza dei Greci, non trovando nella vita intera di quel popolo un principio che potesse ricostituire l’antica armonia, lo ricercò nelle altre genti, e trovò un’idea nuova, la quale, perchè rozza, da prima fu disprezzata e sconosciuta, ma poi educata nelle arti e nel sapere dei Greci, e da essi spiegata e divulgata per ogni dove, ridusse ad unità i popoli e le nazioni tutte, e fece del genere umano una sola famiglia. I Greci che furono i primi e i più potenti edificatori del mondo intellettuale antico, furono anche i primi e i più potenti nel distruggerlo, come sentirono che quell’antico mondo non corrispondeva più ai bisogni della ragione; e si diedero a ricostituire il nuovo, nel quale posero tutta la forza del loro ingegno, tutta la ricchezza del loro sapere, e quanto dell’arte antica ancora rimaneva: sicchè il greco novello fu eloquente più di tutti gli altri, e teologizzò e chiacchierò anche troppo. Per questa idea l’impero greco sopravvisse al romano, come lo spirito alla materia, spirito guasto e degenerato sì, ma sempre spirito che per una nuova fede mandò un bagliore che pur fu luce; e fece conoscere al mondo ciò che v’era d’intellettuale e di vero nel Romano, le leggi, che egli raccolse e pregiò. Ma la trasformazione dell’antico doveva essere generale e profonda, perchè si mutava il pensiero dell’umanità, rinnovavasi il principio e l’anima del mondo: però sapere, arti, costumi, memorie, tutto doveva confondersi e mescolarsi, e in mezzo a questa confusione e rimescolio, e nelle tenebre d’una ignoranza feroce, sorgeva quest’idea ad irraggiare la civiltà nuova, e ringiovanire il genere umano.

VI. Nel secondo secolo appunto la distruzione del vecchio mondo era fatta in gran parte, e cominciava l’edificazione del nuovo. Si può dire che gli uomini in quel secolo indirizzavano il loro intelletto per tre vie che, sebbene diverse, riuscivano allo stesso termine: o per abitudine ed ignoranza conservavano l’antico: o per coltura e ragione lo dispregiavano, e dispregiando lo distruggevano senza sapere che sostituirvi; o si affaticavano a edificare il nuovo. Ma quelli stessi che conservavano l’antico, cooperavano, senza saperlo, all’universale rinnovamento, perchè serbavano l’elemento che doveva rimanere, ed essere trasformato ed assorbito nel nuovo, e che riluttò finchè non fu trasformato interamente. Così tutte queste vie erano necessarie al futuro ordine di cose. Ogni uomo senza che egli se ne accorga, e serbando la sua libertà, fa l’opera cui il suo secolo è indirizzato: se questa è d’incremento, egli edifica; se di scadimento, egli disfà: ogni sforzo contrario può essere magnanimo, ma riesce sempre inutile. La ragione umana rischiarata dalle utili cognizioni diffuse dai Greci, e fatta adulta pel tempo e per l’intrinseca sua forza, non poteva più contentarsi delle istituzioni politiche, civili e religiose nate quand’ella era ancora bambina, e doveva cercare nuove forme ed istituzioni in cui adagiarsi. Però la civiltà antica si distruggeva, e nasceva un’altra nella quale vive solamente ciò che era ragionevole nell’antica, perchè la ragione sola vive eterna nel mondo.

VII. Ma consideriamo più da vicino questo secondo secolo, nel quale visse Luciano: e prima di osservarne particolarmente i costumi, le credenze, ed il sapere, ricordiamone in breve gli avvenimenti principali.

L’impero romano, retto da cinque buoni principi, nel secondo secolo parve che godesse d’una rara felicita, avendo nel secolo antecedente sofferte tutte le miserie e le vergogne dell’ultima servitù. Il vecchio Nerva fece sperare, e Traiano fece a tutti godere sicurezza e libertà, rimesse negli eserciti la disciplina, e vinse i Daci, fiere genti di Germania, dai quali il codardo Domiziano aveva comperata una pace obbrobriosa. Ma come se fosse fatale che i romani imperatori dovessero far patire sempre una parte del genere umano, mentre l’impero era tranquillo, Traiano per solo desio di gloria e di conquisti portò la guerra contro i Parti, e conquistò molte regioni dell’Asia quasi sino all’India. I Giudei, colta l’occasione, si levano e scannano mezzo milione di uomini in Mesopotamia, in Alessandria, in Cirene, in Cipro: ma ne fu fatta aspra vendetta, e le armi romane desolarono e pacificarono l’Asia. Adriano per prudenza o poco animo non serbò le conquiste asiane, e volle che l’Eufrate fosse l’oriental confine dell’impero. Cólto e vanitoso resse pacificamente, frenò l’arbitrio dei magistrati pubblicando l’editto perpetuo, visitò tutte le province per vedere e provvedere ogni cosa, cercò ravvivare gli studi delle scienze e delle arti, talora giusto e moderato, talora crudele, invidioso, difficile, fu più fortunato che buono. Scelse a successore Elio Vero, piaciutogli perchè giovane bellissimo e lascivo; il quale per suoi vizi e fortuna di Roma tosto si morì; ed Adriano ebbe il senno di adottare Antonino, e volere che questi adottasse il giovane . Senatore santissimo fu Anto- nino, che pari a Numa onorò il trono dei Cesari con l’innocenza dei costumi, la bontà dell’animo, e la sapienza: fu religioso senza superstizione, diede onori, uffici e stipendi ai filosofi ed ai retori in tutte le province, usò del sommo potere come di cosa non sua, e solamente per far bene. Marco Aurelio, uomo di virtù più severa e faticosa, fu filosofo stoico, principe lodatissimo. Per gratitudine ad Adriano si associò all’impero Lucio Vero figliuolo di Elio, di costumi simile al padre: e fu maraviglia vedere un sapiente e un dissoluto insieme imperatori e concordi, perchè l’uno era indulgente, l’altro rispettoso. In quel tempo Vologeso re dei Parti rompe la guerra, della quale fa menzione Luciano nel libretto. Come si deve scrivere la storia. Lucio Vero va in Asia a combatterlo, e mentre tuffato nelle voluttuose delizie di Antiochia filosofava per lettere con Marco, che governava lo Stato, i suoi capitani guerreggiavano valorosamente: Stazio Prisco prendeva Artassata; Avidio Cassio e Marcio Vero vincevano in battaglia campale Vologeso, s’insignorivano di Seleucia, ardevano Babilonia e Ctesifonte, abbattevano la reggia dei re Parti, e in quattro anni sbaragliavano eserciti di quattrocentomila combattenti. Fra tante rovine surse terribile peste. Si conta che nei sotterranei del tempio d’Apollo in Babilonia fu preso dai soldati romani un forziere d’oro, donde uscì quella peste che distrusse gran parte dell’esercito e si sparse per tutto l’impero. L. Vero tornò in Roma con l’onore della vittoria, la peste, ed una più pestifera greggia di cortigiane e di uomini perduti. Intanto i Sarmati, i Quadi e i Marcomanni chiamano all’armi tutta Germania, e minacciosi avvicinansi all’Italia desolata dalla peste, afflitta dalla fame, sbigottita da questa furia di guerra. Escono i due imperatori a combatterli, e li vincono presso Aquileia: muore L. Vero dopo nove anni di regno, e Marco rimane solo. Rifanno testa i barbari dal Boristene al Reno, dal mar di Germania al Danubio, e Marco deve cedere: dipoi li ricaccia, e trionfa; i vinti risorgono più fieri, ma dopo varia fortuna prevalse il senno ed il valore del guerriero filosofo. Uomo degno di vivere in tempi migliori, guerreggiava da prode, e governava coi sermoni, piacendosi d’insegnare pubblicamente nelle città della Grecia, dell’Asia, e in Roma i precetti della filosofia stoica. E quando era sul partire l’ultima volta da Roma per la Germania, i senatori, i cavalieri, il popolo in folla andarono a dimandargli consigli e norme per la vita: e l’imperatore romano per tre dì sciorinò massime stoiche al popolo radunato che l’ascoltava. Invasato delle astrazioni di una rigida filosofia, non conobbe nè il mondo nè la sua famiglia; s’associò un giovane dissoluto, indiò una moglie impudica, lasciò l’impero ad un figliuolo scellerato. La sua vita fu pura, il sapere sodo, il cuore buono, ed anche quei che ridevano della sua vanità dovevano rispettare le sue virtù.

VIII. Il secolo degli Antonini parve beatissimo non pure perchè successe ad un secolo di oscena tirannide, ma perchè fu seguito da un altro secolo anche peggiore: in cui fu veduto Commodo feroce gladiatore e cocchiere. Pertinace ucciso, come Galba, dai soldati che messere all’incanto l’impero, e Didio Giuliano lo comperò; poi i furori di Caracalla, e gl’intrighi di due scaltre donne che posero sul trono l’ultima vergogna del genere umano, l’infame Eliogabalo; poi tanti imperatori assassinati, e gli assassini divenuti imperatori; infine non altro che il nome d’impero romano, tutto il potere in alcune migliaia di soldati barbari che creavano imperatore il loro capo, e questi reputava so es- sere lo stato, il suo campo Roma, la sua volontà legge a tutti. Non v’ha dubbio che nel secondo secolo il genere umano non soffrì quei mali violenti che sono cagionati da malvagi principi, e che l’impero per lungo riposo acquistò gran potenza e maestà; ma chi considera a dentro la storia, e ricorda quanto sono sospette le lodi che gli scrittori danno ai principi che favoriscono gli studi, non s’indurrà di leggieri a credere, come si afferma, che in quel secolo il genere umano godette della maggiore prosperità. Imperocchè in quel secolo furono gli effetti del primo, e le cagioni del terzo: e quella prosperità era solo apparente. L’impero si manteneva per la sua mole, per il nome antico e gli eserciti nuovi; e non cinque buoni principi, non ottanta anni che essi durarono, non alcuna forza umana poteva impedire quello che avvenne ed era necessità inevitabile. La corruzione dei costumi, che era già grande ai tempi delle guerre civili della Repubblica, e crebbe smisuratamente nel primo secolo dell’impero, non si spense a un tratto nè scemò nel secondo, ma durò e crebbe più coperta, e però più profonda; e come se per questo apparente riposo avesse presa maggiore forza, divampò spaventevole nel terzo, e cagionò la totale rovina di tutte le istituzioni.

IX. Questa corruzione è stata dipinta con terribile verità dal : io ne ho accennate le cagioni particolari; ed ora dico che non bisogna confondere Greci e Romani, i quali erano mescolati sì, ma serbavansi distinti; e la corruzione dell’un popolo era diversa dalla corruzione dell’altro quanto le cagioni che la producevano ed il carattere nazionale di ciascuno.

Roma quanto maggiore delle altre città, tanto era peggiore. Le antiche case patrizie spiantate dagl’imperatori imbastardite per adulterii forestieri: le genti nuove salite a subite ricchezze non per fatiche o industrie, ma per rapine o favori di principi, o accuse, o altre male arti: senatori e cavalieri perduti di lascivie, inetti alle armi, abiettissimi nell’adulare, ricordevoli d’esser romani solo nel morire. La plebe che sdegnava di lavorare, superbamente mendica, viveva delle quotidiane distribuzioni degl’imperatori che la pascevano, delle sportule dei patroni, del grano che le veniva d’Egitto: niente produceva, tutto consumava, occupata solo di sollazzi, non curante di ogni altra cosa. E plebe, e nobili, e imperatori, e liberi, e servi, e tutti parteggiare pei cocchieri nel circo, o pei pantomimi nei teatri, o feroci anche nelle mollezze, starsi a vedere accoltellare tra loro o con le bestie le centinaia e le migliaia di prigionieri di guerra: poi l’infame mestiere piacque a tutti, furono veduti senatori e donne discender nell’arena, e un principe che fu ghiotto di tutte le turpitudini, compiacersi di essere chiamato col nome di un famoso gladiatore. Immenso numero di servi di tutte le nazioni cui era negato ogni diritto, e in cui si comportava ogni più sozzo vizio; liberti furbi, strumenti di tutte le volontà dei padroni, e spesso arbitri dello stato e dell’esercito: mimi, cocchieri, gladiatori, buffoni, ballerini che svergognavano sinanche il talamo imperiale, colluvie di tristi, schiuma di tutte le città, impostori, astrologi, fattucchieri, ruffiani, meretrici, bardassi, tutte le superstizioni e le lascivie, e quanto può corrompere ed essere corrotto si ragunava in quella cloaca massima di tutte le sozzure del mondo. Il palazzo imperatorio era un bordello, dove Nerone, Commodo ed Eliogabalo furono più turpi che meretrici: e se si guarda dentro le camere degli stessi imperatori più lodati, si vede Adriano impazzire per Elio Vero e per il bellissimo Antinoo, mentre la moglie Sabina infamasi per vendetta: si vedono le due Faustino, l’una moglie del buono Antonino, l’altra del filosofo Marco, rotte in libidini quanto Messalina.

X. Le città greche per contrario serbando leggi, magistrati, culto ed usanze municipali lasciate loro dai Romani, quanto più piccole erano, tanto più modeste e meno corrotte. Atene, antica e tranquilla stanza di studi e di gentilezza, accoglieva i giovani di ogni paese, che ivi andavano a studiare sapienza ed eloquenza. Il suo popolo riteneva lo squisitissimo senso dell’urbanità, parlava ancora la lingua di ; ascoltava i filosofi disputare, e gl’intendeva e li giudicava sennatamente; andava a teatro per ascoltare i drammi dei suoi poeti, ai tribunali per udir gli oratori; gloria vasi del suo Areopago, dei misteri celebrati con tanta solennità, dei monumenti maravigliosi delle arti; ma era molle ed inetto, incredulo e cianciatore, aveva perduto la forza, la ricchezza, l’attività e la fede dei padri suoi. Le altre città elleniche piccole e di poca ricchezza e di pochi vizi, serbavansi modeste col lavoro e l’industria, e gareggiavano tra loro solamente nei giuochi solenni, poco curando gladiatori e cocchieri, perchè spettacolo senza mostra d’ingegno non piacque ai Greci se non tardi assai. Non dirò di Tessalonica e di Filippopoli in Macedonia, non delle cinquecento città dell’Asia, tra le quali Smirne, Efeso e Pergamo contendevano del primato: ma ricorderò solamente di An- tiochia e di Alessandria, già metropoli dei regni di Siria e di Egitto, e che a mala pena cedevano a Roma per vastità ed opulenza.

Antiochia, che spesso fa dimora e sedia d’imperatori, popolata di mezzo milione di uomini, ricca delle ricchezze dell’Asia che in essa raccoglievansi, piena di piaceri, di spettacoli, di retori, di filosofi, di giudei, di cristiani, di sacerdoti della dea Siria, era la città più molle e voluttuosa dell’oriente. I suoi abitatori, come tutti i cittadini delle città popolose, arguti e beffardi ridevano del pudore, della vecchiaia, di tutto, non avevano altro scopo ed altra religione che il piacere, ed alla stemperatezza degli Asiani univano il gusto dei Greci. Cinque miglia distante da Antiochia e in un gran bosco di lauri e di cipressi era il famoso tempio di Apollo, e pressogli il villaggio di Dafne nel bosco. Il tempio era ricco di oro, di gemme e delle opere dei greci artefici: la statua del dio era colossale. Come in Delfo, vi era una fonte detta Castalia, le cui acque si credevano profetiche: v’era uno stadio, dove ogni cinque anni si celebravano giuochi olimpici con profusissime spese e grande concorso di gente, che dalle più lontane contradevi accorrevano continuamente: e quivi tra le ombre di quei boschetti irrigati da mille freschi ruscelli e in quell’aere profumato, celebravano tutti i misteri del piacere.

Alessandria è dipinta dall’imperatore Adriano in una lettera a Serviano suo cognato, la quale è giunta sino a noi. «Qui ho trovata una gente leggiera, capricciosa, voltabile come il vento. Gli adoratori di Serapide sono cristiani, e quei che si dicon vescovi di Cristo adoran Serapide: i capi della Sinagoga, i Sa- maritani, i sacerdoti cristiani sono astrologi, aruspici, ciurmadori. Una parte del popolo costringe il patriarca dei Giudei ad adorar Cristo, un’altra ad incensar Serapide. È una gente nata per far sedizioni.» La città di Alessandria poi è bella, industriosa, ricca, potente: nessuno vi sta in ozio: chi lavora il vetro, chi la carta, e parecchi anche la seta: tutti lavorano, anche i ciechi e i podagrosi, secondo le loro forze: tutti hanno un mestiere: cristiani e giudei riconoscono un solo dio, che è l’interesse. Peccato che una città sì bella non racchiuda abitanti migliori. Sono una gente ingratissima. Io ho dato loro quanti privilegi e grazie hanno voluto: ed essi, finchè io sono stato presente mi hanno profuse le più stemperate adulazioni: come sono partito, hanno insultato il mio diletto Vero, e diffamato Antonino. Non desidero a costoro altra pena, se non che sieno costretti dalla necessita a mangiare per solo cibo quei polli che essi fanno nascere dentro i letamai.» Parecchi scrittori antichi ci dipingono l’indole del popolo Alessandrino, ma nessuno meglio di Adriano ritrae così schiettamente la natura di quella gente sediziosamente religiosa e insieme operosa, adulatrice, e beffarda. Alessandria mandava a Roma i frumenti, le tele di lino, la carta del papiro, l’avorio dell’Etiopia, le perle del Mar rosso, i profumi dell’Arabia, la cannella ed i diamanti del Geilan, le opere dei letterati, le facezie popolaresche, buffoni, bei garzoni, sacerdoti d’Iside e di Serapide, impostóri, e indovini che Roma spesso cacciava e sempre riteneva. Città bella, capricciosa, voluttuosa come l’ultima Cleopatra che anche nel morire mostrò coraggio di regina, ed ingegnosa leggiadria di donna greca.

La moderna Europa ha qualche città più popolosa di Roma, molte più ricche, e quasi tutte piene di tanti agi e comodità che agli antichi parrebbero lusso insopportabile e mollezza; ma nessuna è corrotta quanto Roma, e quanto Antiochia ancora ed Alessandria; in nessuna si vede il vizio sì oscenamente sfacciato, e personificato in un imperatore come Caio o Nerone, o Commodo, o Eliogabalo. La cagione di questa differenza sta dentro, ed è l’idea che regge la vita moderna tanto diversa dall’idea che reggeva la vita antica.

XI. La corruzione dei costumi nei Greci e nei Romani aveva una fonte comune, la religione del politeismo. Il piacere è una gran verità della vita, e però la fantasia degli antichi ne fece un iddio, e la ragione lo pose a fondamento d’una filosofia: ma esso non è tutta la verità, e però nella religione, nella filosofia e quindi nel costume fu principio di molti errori, e di vizi, e di mali. Essendo indiato il piacere, fu cosa santa goderlo in ogni modo, e ciascun popolo ne godè secondo sua indole, gli Asiani con rilassatezza, i Greci con saccenteria, i Romani con violenza. Credevasi da tutti di fare cosa grata ad un dio cercare e godere ogni specie di diletto, sprofondarsi nelle lascivie, le donne prostituirsi, gli uomini infemminire. Invano la ragione si opponeva alle conseguenze nefande d’un errore che nasceva da un principio religioso; erano savi solamente quei pochissimi che non ne abusavano, ma l’abuso non era vietato da alcuna legge, anzi vi furono filosofi che posero il sommo bene nel piacere che muove il senso, ed altri che lodarono l’amor dei garzoni, e lo proposero come premio ai valorosi. Nondimeno i primi abitatori della boscosa Italia e dell’alpestre paese dell’Eliade sentivano più forte altre passioni che la voluttà. Saturno e Mavorte, l’agricoltura e la guerra sono antichi dei di nome, d’indole e di costumi italiani: Pallade e Nettuno, le arti ed il commercio marittimo, furono gli dei che si disputarono la signoria d’Atene e dell’Eliade. Afrodite venne dalle isole dell’Egeo e dai lidi dell’Asia, dove la bellezza del cielo, la grassezza della terra, e la caldezza del clima facevano sentire più potenti gli stimoli del senso. Gli Elleni accolsero volentieri la bella marina, ma le diedero per ancelle le Grazie, figliuole dell’ingegno; i Romani che volevano per loro ogni cosa, la vollero genitrice della loro schiatta. La religione del politeismo avendo indiate tutte le passioni e le virtù ed i vizi, e le follie umane, le quali tutte sono la gran realtà della vita, non aveva quella morale pura che è conseguenza della ragione divenuta legge eterna ed iddio. Però quasi tutti i popoli politeisti sono rilassati nel costume, e facilmente nel godimento del piacere trapassano i limiti da natura assegnati, e quasi tutti sono lerci del medesimo peccato. I Greci ne furono tinti non più degli altri, come è fama, ma più degli altri ne parlarono, perchè avendo ingegno e parole da indorare ogni cosa, indorarono anche questo vizio. Il quale, nasce da desiderio di nuovi piaceri, ed è abuso di liberta che sforza anche natura; e presso gli antichi era molto comune per i servi, i quali erano cose, e dei quali era lecito abusare in ogni modo; pel costume degli esercizi ginnastici, in cui i giovani mostravano i corpi nudi; e sopra tutto per la religione. Quando Giove rapitore di tante donne mortali, rapì anche il bel Ganimede, e se lo teneva in cielo; quando Apollo amatore di tanti garzoni, e spiacente a molte donne, andò sì perduto di Jacinto; non deve far maraviglia a leggere le nefandezze di Caligola e di Nerone, e la pazzia di Adriano che rizzò templi al suo Antinoo, e lo fece adorar come Dio. I filosofi stessi sa- cerdoti della sapienza, erano travolti dal mal costume, e cercavano di scusarlo con sofismi. Onde gli antichi dovevano fare maggiori sforzi che non dobbiamo noi per praticare la virtù della continenza: e noi nel giudicarli dobbiamo aver l’occhio al loro tempo, ai loro costumi, ed a tutta la vita antica sì diversa e discordante dalla nostra. E se taluni uomini d’intelletto e di cuore nobilissimo non seppero forbirsi della scabbia del mal costume, non però noi dobbiamo biasimarli, perchè quel che ora è mal costume allora non era. E chiunque si fa a leggere i greci scrittori, non deve scandalizzarsi di quel loro parlare non pur libero ma sbarbazzato, considerando che era senza ipocrisia, e che anche dalle lordure essi dispiccano luce e bellezza. Chi fosse vissuto nel secondo secolo non avria biasimata la libertà d’uno scrittore greco, vedendo pubblicamente le pazzie superstiziose di Adriano, le lascivie dei due Veri, i furori meretricii di Faustina in Gaeta, e le infamie di Commodo.

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