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Sotto i portici del Palazzo Municipale | Galleria De Cristoforis civ. 16
Indice
Al benigno lettore
Ecco un'operetta a cui la modestia dello scopo che si propone non torrà, crediamo, il merito di essere unica, che per noi si sappia, nel suo genere; dubitiamo anzi che a taluno non paia strano un libro italiano con note latine. Ma non così la penseranno i nostri giovani in cui servigio specialmente fu stesa; i quali sanno per prova, come bene spesso una latina frase, un modo di dire qualunque, sia loro di aiuto e d'incitamento a fare una versione che della maestosa lingua del Lazio ritragga la eleganza ed il colorito. Che se, come ne giova sperare, la esperienza confermerà questo nostro giudizio, a questa pubblicazione, di Narrazioni e Lettere, ne faremo tener dietro un'altra di Descrizioni, Sentenze e Concioni; persuasi d’incontrare pure l'approvazione degli Insegnanti che avran fatto plauso al savio divisamento di richiamare nelle nostre scuole l'uso delle versioni dal volgare in latino, la cui importanza e necessità non mai tanto si conobbe come quando se no volle fare a meno. Tra gli autori, di che si doveva compilare questa Raccolta, quelli si preferivono che pel loro stile meglio si arrendono ad essere voltati in latino; ond’è che la più parte delle Narrazioni sono tolte al ed al , il primo de' quali ha un fare tutto latino; il secondo poi non poco ritrae del periodo , di che credette abbellire le sua Storie. Ma altre bellezze ed altre difficoltà incontreranno i traduttori del e nel Botta, nella cui vastità di concetto ed eleganza di forma troveranno un compenso a quella fiacchezza che avranno meno approvato nello Storico Veneziano. Nel disporre poi le Narrazioni seguimmo l’ordine cronologico secondo il quale furono pur collocati gli autori: il che avrà il doppio vantaggio di far rilevare all’accorto lettore i progressi e le vicende della lingua nostra a cominciare dal Segretario Fiorentino sino al più grande degli storici italiani moderni, e di presentare loro una serie ordinata dei principali fatti della Storia d’Italia.
Nelle Lettere questo ci proponemmo sopratutto che la loro scelta riuscisse tale che offrisse buoni modelli per qualsiasi componimento di simil genere. Per questo ci attenemmo a quelle particolarmente di cui più spesso occorre il bisogno nelle varie vicende della vita. Ottimi esempi ce ne offrì il suddetto, ma più ancora il , il quale sarà pur sempre riputato il più elegante modello di stile epistolare. Del grande ed infelice quelle sole scegliemmo che ricordano i più solenni casi della travagliata sua vita. Nè ci arrestammo agli epistolografi del Cinquecento, ma alcune altresì scegliemmo dai migliori de’ secoli seguenti, sino a quelli de’ dì nostri, i cui epistolari poco o nulla lasciano invidiare agli aurei Cinquecentisti: se non che con rincrescimento abbiamo dovuto restringerci a pochi esempi per non oltrepassare quei limiti che ci eravamo fissati. Dal sin qui detto si parrà chiaro che non solo a quei che vorranno farne versioni latine, ma ben anche a chi vorrà avere una buona Raccolta di classiche Narrazioni e Lettere potrà giovare il nostro libro, le cui note latine se lo fanno singolare nel suo genere, questo però hanno di comune cogli altri lavori siffatti che servono a spiegare ed illustrare que’ passi degli scrittori che, ai giovani specialmente, si rendono meno chiari o per la forma o pel concetto. E questo diciamo perchè le note vennero di preferenza apposte ai luoghi oscuri od ambigui, nei quali, se, come speriamo, si ottenne la desiderata chiarezza e precisione mediante le note predette, converrà ben dire che ammirabile sia l’arte ed il magistero della lingua del Lazio che, morta e sepolta da più secoli, serve pure ad illustrare una lingua viva e parlata.
Gradisci, Lettore, questa nostra qualsiasi fatica, e vivi lieto e felice.
Errata Corrige
Errata | Corrige
Pag. | nota | 5 | prætiosiorem | pretiosiorem
" | linea | 23 | argumento | augumento
" | nota | 4 | acceptus | exceptus
" | linea | 17 | quello | quella
" | " | 21 | 113 | 112
" | nota | 4 | Putans | putans
" | " | 3 | in | in...
101. Nicolò Machiavelli ad Alamanno Salviati.
Leggete, Alamanno, poi che voi lo desiderate, le fatiche d'Italia di dieci anni, e le mie di quindici dì. So che v'increscerà di lei e di me, veggendo da quali infortunii quella sia stata oppressa, e me aver voluto tante gran cose in si brevi termini restringere. So ancora escuserete l'uno e l'altra; lei con la necessità del fato, e me colla brevità del tempo, che mi è in simili ozi concesso. E perchè voi, col mantenere la libertà d'uno de' suoi primi membri, avete sovvenuto a lei, son certo sovverrete ancora a me, delle sue fatiche recitatore; e sarete contento mettere in questi miei versi tanto spirito, che del loro gravissimo subietto e dell'audienza vostra diventino degni. Valete.
Die 9 novembris 1504.
102. P. Bembo a M. Rannusio. A Vinegia.
ct
Io non ho mai dubitato, vedute le altre vostre lettere, che m’avvisarono della infermità del nostro M. , che io non avessi d’ora in ora ad aver da voi queste altre, che m’apportassero la novella della morte; e ciò per la causa, che io allora vi scrissi, che esso era troppo eccellente uomo, da dover vivere a questi così miseri e nimici tempi. E però non m’avete accresciuto infinito dolore con esse; che il dolore infinito ho da poi sempre sentito ogni dì ed ogni ora ed ogni momento. O fortuna, come sei ben rea e crudele e spaventevole, la quale sì improvvisamente n’hai tolto quel così chiaro, così fecondo, così vivo e raro ingegno, e così fuor di stagione non solo a sè, che ora incominciava a pigliar delle sue fatiche alcun frutto; ma ancora alla sua casa, a’ suoi amici, e sopra tutto alla sua e nostra Patria, la qual non mi maraviglio se se ne duole, quanto dite, perciò che molti anni sono, e forse molti secoli, che essa perduto non ha il più utile ed onorato cittadin suo di lui. O fallace mondo, chi ti crederà più, o chi di te si fiderà giammai! Ma non voglio accrescere il vostro dolore con le mie lamentanze. E più voglia ho di piangere, che di scriver lunga querela. Datevene pace, se potete, ed apparate con questo tanto e si repentino danno vostro a sprezzare ogni cosa, ed a temer nulla. Vorrei scrivere a M. Bartolommeo (Bembo) e dolermi con lui di ciò, ma non ho tanto animo, e la penna medesima rifugge questo ufficio. Se vorrete pigliar voi fatica di pagar con S. M. a mio nome questo obbligo, me ne farete grazia: anzi vi prego a farlo. State sano, che doloro so che sete assai. A' 18 di maggio 1529. Di Padova.
103. P. Bembo a Carlo Bembo suo nipote. A Bologna.
Avendo io avuto solamente questa mattina la tua de' 19 di maggio, non ho potuto provvederti dell' e , che mi richiedi. Pure ti mando ora per Giovanni Antonio una che io avea; ti manderò la e l'Aristofane di brieve. Non so, se io mi debbo più faticare in ricordarti il debito tuo, chè ognuno ha debito di farsi lavoroso e virtuoso e dotto, quando a lui non manda il modo, siccome non manca a te. Perciò dall'un canto temo di gittar le parole al vento, avendo inteso per questi mesi addietro la tua lentezza nell'apparare, e prontezza ad ogni altra cosa; dall'altro io t'amo, e pure vorrei che riuscissi quale dei, poi che io in luogo di figluolo t'ho allevato e tengo. Ma come che sia, non rimarrò di dirti, che non vogli mancare a te stesso. Del qual mancamento nessuno può maggiore essere, nè che più danno rechi al tralasciante. Sei prosperoso, sei fanciullo da potere ogni fatica, hai un precettore, che non lo hanno migliore i figliuoli del Re di Francia, hai tutto il rimanente che può dar la fortuna. Vedi, che se non ti farai da molto, poi, quando verrai negli anni, averai solo a rammaricarti di te stesso. Nè quello che io t'avrò donato basterà a racconsolarti. Sta sano, e salutami M. Romulo, e raccomandamegli, e salutami altresì Madonna Violante e M. Bertone e M. Antonio Boldù. Agli 11 di giugno 1529. Di Padova.
104. P. Bembo a Carlo Bembo suo nipote. A Bologna.
Ben si pare quanto tu sei non dico diligente, chè questo sarebbe men male, ma ancora amorevole verso me, poi che in tanta occorrenzia di belle e grandi novelle pure una volta scritto non m'hai alcuna particolarità di quelle cose. Quando aspetti tu di avere occasion così bella di scrivermi? Da chi debbo io intendere il successo della mia Magione, se da te non l'intendo in tanti travagli e fatiche della povera Madonna Giulia? Ma di questo non più, chè io sono assai chiaro de' casi tuoi. La inchiusa porterai tu stesso a Mons. l'Arcivescovo di Salerno, basciando le mani a S.S. e facendogli riverenza a nome mio, e dandogliti a conoscere per nipote mio; e poi quando ti partirai, dicendogli, che se egli vorrà rispondere, tu andrai a lui per la lettera. Salutami M. Romulo e M. Anton Boldù, e fa bene. A' 16 di novembre 1529. Di Padova.
105. P. Bembo a M. Andrea Navagiero eletto Oratore allo 'mperadore in Ispagna. A Vinegia.
Piacemi della legazione datavi dalla Patria nostra, non lo perchè è onoratissima, essendo voi destinato al maggior Prencipe, che avuto abbia il cristiano mondo di gran tempo a dietro, siccome è questo presente Imperatore; ma ancora per ciò, che essendo questa la prima cosa che abbiate ad essa patria richiesta, ed ella avendolavi donata così volentieri, il che suole a pochissimi avvenire, o a non niuno, potete già da questo principio ogni gran dignità da lei aspettar di quelle, che ella dar può, negli anni che a venir sono. Oltra che dolcissimo vi dee esser il poter voi da questo estimare, che se prima l'aveste richiesta, siccome la maggior parte de' suoi cittadini far suole, e voi prima areste da lei delle cercate cose ottenuto. Rallegromene adunque con voi non guarì meno di quello, che io farei meco medesimo, se io alcuna ben cara e disiderata cosa dalla mia fortuna impetrata avessi; e priego il cielo, che vi doni grazia di riportar di questa prima legazion vostra tanto d'onore e tanto d'utile alla nostra Rep. che ella aver non creda luogo sì onorato da poter darvi, che non l'abbiate voi col vostro bene adoperare molto maggior meritato. State sano. A' 13 d'ottobre 1523. Di Padova.
106. P. Bembo a M. Girolamo Quirino. A Vinegia.
Rallegromi con voi Molto Magn. M. Girolamo, che siate guarito di quella così pericolosa febbre, che avete avuta, come mi scrive il vostro e mio M. Giovan Matteo, il quale in questo ha benissimo fatto, che m'ha fatto contezza in un medesimo tempo e del male e della guarigion vostra, di maniera che io sono stato e punto e sanato ad un tempo. Lodato ne sia Dio, che vi riserba a maggiori cose, che quelle non sono, che per la vostra giovane età avete potuto trattare per lo addietro. E poi che sete così caro al cielo, non v'incresca di porre ogni cura per conservarvi sano ed alla Patria, a cui fa mestiero di così fatti ingegni e di tal virtù, quale la vostra è, ed agli amici vostri, che debbono essere stati questo tempo men che mezzi senza la vostra dolcezza. Tra' quali se io non sarò da voi tenuto degli ultimi in affezion verso voi, ciò mi fia grandemente caro, ed io in questo non ingannerò giammai la vostra credenza. State sano. A' 13 di giugno 1530. Di Villa.
107. P. Bembo a M. Marco Antonio Veniero, Oratore al signor Duca di Milano.
La naturale umanità vostra mi dà ardire di pregarvi confidentemente, e di darvi alquanta fatica. Perciocchè avendo io dato ad imprimere in Vinegia una mia opera volgare e sopra la lingua volgare, la quale si stampa per fatica e diligenza di Niccolò Bruno, egli non vuole pigliar questo carico, se io non gli fo venire un privilegio da costesto sig. Duca, che altri che esso per dieci anni non la possa fare stampare nel suo Domino (Dominio). Onde convengo pregar voi che non vi dispiaccia impetrarlo e mandarlomi; al renditor del quale farò dare il prezzo di lui, secondo che per le vostre lettere mi fia detto. Resta che voi m'imponiate allo 'ncontro alcuna cosa, in che io sia buono a servirvi, il che sempre farò di buonissimo animo. State sano. A' 20 di luglio 1525. Di Villa nel Padovano.
108. P. Bembo a M. Francesco Cornelio. A Vinegia.
Quanto mi sia doluta la morte del vostro venerando padre, non credo faccia mestiere che io il vi scriva, che sapete quanta riverenza io gli ho sempre portata, e come in luogo di mio Signore e padre l'ho avuto, almeno poscia che io senza quel padre rimasi, che la natura mi diè, e che fu tanto suo, non solamente per parentado che tra loro era, e che è a noi rimaso, ma molto ancor più per elezione e volontà, conoscendolo essere di quella somma virtù, che egli era. Sommi adunque di ciò doluto incomparabilmente, e perciò che a me pare avere un mio carissimo ed osservandissimo padre perduto, e stimo in questo essere poco men che al pari di voi e degli altri figliuoli e figliuole sue, e perciò che la nostra Patria e Rep. ha perduto il maggiore e più illustre cittadini, che ella a questo secolo avuto abbia, e forze a più altri secoli sopra noi, ed hatto perduto a questi tempi, ne' quali sommamente a lei faccia luogo della sua singolar prudenza e del suo grave ed infallibile consiglio. Nè giudico questa morte di minor perdita e danno della nostra città, che si sia qualunque altra disavventura pubblica di molte, che noi vedute abbiamo. Come che a lui l'esser morto a questi di ne' quali il caso e la fortuna pare che reggano dissolutamente le umane cose, e non più alcun buon governo e giudicio e ordinamento degli uomini, dee essere posto a compiuta somma della sua felicità. Che avendo egli generati molti figliuoli, e vedutogli tutti in prosperissima e disideratissima fortuna, ed essendo già pieno sopr'abbondevolmente di tutte le cose, che non può disiderare ed aver care, avendo grandemente e molto più che alcuno altro che oggi viva cittadin suo meritato con la Patria nostra, lo essersi tolto ora dal mondo, il quale poche cose ha, che debbano altrui far caro il vivere, a me par più tosto dono di N. S. Dio, che altro, il quale abbia voluto che a lui nessuna cosa manchi, poichè e lunghissima e felicissima vita gli ha dato, e morte opportunissima. Le quali cose da me considerate fanno, che io rattempero in gran parte il dolore che la sua partita m'ha recato. E conforto altresì voi, che tempriate il vostro, che ragionemvolmente preso avete della morte di tanto padre. E sì come sete voi per età il maggiore di quattro figliuoli, ch'egli lasciato ha eredi e successori delle sue larghissime ricchezze e della sua chiarissima fama, così vogliate essere il più ardente ad imitare le sue virtù, ed a bene consigliare e giovare alla Patria in luogo di lui. La qual cosa se voi farete, e gli altri vostri fratelli quello faranno, che loro s'apprtien di fare, parimente non dubito, che ed alla Patria non porgiate caro ed opportuno sollevamento di questa sua così grande giattura; vedendosi ella avere quattro Vicarj e quattro esempi della virtù di lui, che potrete ciascun di voi altrettanto adoperar di bene per lei, quanto egli ha operato; ed alla vostra famiglia non siate per accrescere lo splendere, raccendendovi voi stessi, che sete cotanti, a dare a lei chiarezza in vece d'un lume solo. E questo, che io dico, nol dico perciò, che io creda che faccia uopo, conciossiacosachè già avete voi da molti anni per addietro quello preso a fare, che io dico, e gli altri vostri fratelli secondo la loro età già il fanno altresì. Ma dicolo per questo, che il confortavene è un lodare il vostro medesimo proponimento, poscia che voi da voi stessi fate e adoperate quello, a che io vi spingo e inanimo. Rimane che pensiate e crediate, che siccome io della morte di vostro padre ho preso infinito cordoglio, così delle vostre buone e belle operazioni e d'ogni prospero avvenimento della vostra illustre e nobilissima Casa io sia per sentire incomparabile allegrezza e come buon parente, e come vero amico, e come fedel vicin vostro. Sarete contento salutare a nome mio e confortare i vostri magnifici fratelli, e questo stesso a loro profferire di me e promettere, che io a voi prometto e scrivo. State sano. A' 5 d'agosto 1527. Di Padova.
109. P. Bembo a M. Benedetto Trivigiano. A Vinegia.
Non saprei dire qual più caro stato mi sia, molto onorato M. Benedetto mio, o l'onore, che mi fate con le vostre e lettere e rime, o il vedere io voi esser Poeta, la qual cosa io non saprea, nè agevolmente creduta l'arei, così a pieno, se io veduta non l'avessi come ho. Tuttavia vi rendo dell'una molte grazie, dell'altra con voi grandemente mi rallegro, e dicovi che i vostri due Sonetti sono belli e gentili, e sonomi molto piaciuti, e possono a ciascuno ragionevolmente piacere. Ed anco la vostra lettera mostra venir da diligente prosatore, e nella buona lingua usato, e fa il mio piacer e diletto in ciò tanto ancora maggiore. Se io non fossi per esser costi di brieve, scriverei più a lungo. Ma dovendo vedervi tosto, mi riserberò a gionare con voi a bocca. In questi mezzo starete sano. A' 9 di settembre 1630. Di Padova.
110. P. Bembo a M. Angelo Gabriele. A Vinegia.
Non bisognava che voi iscusaste il vostro non rispondere alle mie lettere, che io non le scrivo acciò che mi rispondiate, chè io so bene quali e quante sono le occupazioni vostre. Bastami che facciate voi quelle cose, per le quali io vi scrivo, e che disidero si facciano per voi. Di che vi ringrazio, quanto io posso il più. Cornelio vostro nipote, che mandato m'avete, io l'ho ricevuto con buon animo, poichè così è stato vostro piacere, ancora che io sia più carico di famiglia, che per me non farebbe d'avere. E se egli fia da bene, io l'amerò e per amor di suo padre e vostro. Se non fia, e non si farà costumato e gentile, nol potrò amare, ed increscerammi ciò tanto più, quanto egli è stato figliuol di padre amico mio. A madonna Vittoria mi raccomanderete, e bascierete Silvio e Giulio e starete sano.
A' 5 di maggio 1526. Di Padova.
111. P. Bembo al Cardinale Egidio. A Roma.
Io amo M. da Fano, quanto più caldamente può alcuno amico amare un altro. E questo fo non solamente perchè è egli di virtà e di costumi e d'ogni maniera di bontà e di valore dignissimo da esser da ciascuno amato, ma per questo ancora, che egli in molte e diverse mie bisogne che in cotesta corte ho di trattare e di fornire avuto mestiero, s'è per me adoperato non altramente, che se elle sue particolari e proprie state fossero, nè so ben dire, se io mi credo, che egli nelle sue tanto studio e cura e diligenza ponga giammai, ed in tanto la sua utilità procacci, quando egli ha la mia procurata; onde io me gli sento tenuto d'un grande e singolare obbligo. Ora, perciocchè io ho inteso fare al detto M. grandemente uopo del favor vostro in sui disegno nella contrada d'Acquapendente, priego il vostro alto e verso me sempre liberale animo, a voler verso lui essere di tanto in ciò cortese, che egli con buona grazia vostra pervenga là dove egli cerca e desidera di pervenire. Il che riporrò accanto a gli altri cotanti meriti e sì illustri, che avete meco, nella migliore e più ricordevole parte della mia anima. Bacio a V. S. la mano, pregando il Cielo, che a moltissim'anni la sua vita distenda in quella felicità, che alla gran virtù di lei è richiesta, ed io sopra ogni cosa desidero.
Ai 22 di dicembre 1531. Di Padova.
112. P. Bembo al Cardinal Farnese. A Roma.
In molte cose molte altre volte ho conosciuto l'amore, che V. S. mi porta, e la benigna e cortese sua natura verso me. Ma ora l'ho veduta vie più apertamente, che giammai, e in maggiore e più onorate opportunità e bisogno. Perciocchè avendo io inteso dal M. , N. S. questi di avere avuto in pensiero e in animo di crearmi a Cardinale, volendone fare uno a soddisfazione di questa Repubblica, ho chiaramente compreso cotesto tutto in gran parte addivenire ai prieghi e persuasione di V. S.. Della quale sua cortesia le ne sento si infinito obbligo, che non ho parole bastanti a potergliele dimostrare. Laonde ringraziandonela ora con questa poca carta nudamente e semplicemente come io posso, serberò nel mio animo la gran somma di questo debito, con fermissima volontà di servirla per tutto il tempo che io ci viverò; di maniera che se io non ho maggiori le forze di quello, che io le sento, almeno si paja, ed il mondo conoscer possa, che io al suo così liberale animo verso me, e così in sè valoroso e sublime, non mi renda nè sconoscente, nè ingrato. Di quelli che a questo tempo m'hanno appresso Nostro Signor calunniato non mi dorrò con V. S., estimando che ella da sè conosca, quanto in questa mia età possano essere vere le loro riprensioni. Io, lodata ne sia la divina bontà, mi vivo in quella maniera che deve vivere uno, il quale per la sperienza di molti anni fa che alla vecchiezza non si perdonano quegli errori e quelle trasgressioni, che si concedono alla giovinezza, e il quale ancora soverchiamente sazio delle verie cose del mondo si studia e sollecita di far profitto nelle onorate per finire con più lodevole atto la commedia della sua vita. Alla cui recitazione ho questa grande e popolosa città per teatro, che ne può dare ampio e autorevole testimonio. Rendo a N. S. con la qui chiusa quelle semplici grazie, che io ora posso della sua cotanta benignità e cortesia, supplicando V. S. ad esser contenta, quando ella andrà a S. S. porgergliele di sua mano, se la preghiera mia non è superba; acciocchè quello, che alla lettera manca per mia debolezza, le doni la grande autorità di lei con sua Beatitudine, e gliele faccia grata e accettevole quella mano, che gliele porgerà; la quale io insin di qua inchino e bacio.
A' 28 di dicembre 1538. Di Vinegia.
113. Jac. Bonfadio a Camillo Olivo.
Io sono in villa, tutto pien di villa; nè ho obbietto che mi allegri nè l'intelletto, ne 'l senso. Pensate come io sto; voglio inferire, ch'io poca voglia di scrivere. Pur risponderò alla lettera vostra, la qual mi fu mandata qui ieri. Quel Pellegrino, di cui mi par che vi dogliate, è amico vostro e fu prima che mio: non ve ne scandalizzate perchè rimproverereste il vostro giudicio, col quale lo eleggeste per amico. La virtù sua per vostro mezzo in Roma me gli fece amico, e quella medesima virtù vi conserva ancora e conserverà sempre. Quando disse di Chietino, stimo che burlasse, ed io burlando scrissi. Amatelo dunque. Ma voi non potevate far argomento più efficace per dimostrar che non siete Chietino; perchè adirandovi con un amico antico, sincero e tutto amabile e tutto vostro, perchè abbia detto che siete Chietino, mi certificate che non siete, e che questa villania vi punge come un coltello pungentissimo. Non se ne parli adunque più. Quanto al venir mio a Mantova, ho mutato siglio, benchè il desiderio resti. Il tempo è corso troppo innanzi e mi conviene essere in Padova prima che passi il giorno di S. Luca, ove starò tutto il verno per consolarmi con la filosofia dei disastri ch'io ho avuto con la fortuna della corte. No mi resta dir altro. Con quel nobil gentiluomo fate ufficio per me: rendetegli quelle grazie in nome mio che sono debite; io me gli sento molto obligato per questa amorevole cortesia sua. Non può essere se non nobilissimo: e perchè questi tali animi son rari, si vogliono amare ed onorare sopra ogni altra cosa. Vorrei che salutaste messer Michel Galvagno fuor di casa, in casa tutti quegli amici e conoscenti antichi. Voi amatemi come solete.
Di Colognola a' 9 d'ottobre 1541.
114. Jac. Bonfadio a messer Benedetto Ramberti.
Ringrazio vostra signoria della cortesia, che usa verso di me, e della affezione, che mi porta. L'una e l'altra non mi è nuova: però la ringrazio che così persevera. E se la costanza è virtà del cuore, come è, dal cuor nasce l'amore, ch'ella mi dimostra: e questa tale volontà tanto stimo io, quant'altro stimano gli effetti. Alle interrogazioni, che vostra signoria mi fa, non posso rispondere ora, se non a due, ch'io sto assai bene, e che studio: qui non voglio dire assai bene, nè bene: dirollo quando potrò, e potrò forse di corto; benchè questa risposta può satisfare a tutte. S'io verrò a Venezia, a bocca le dirò quanto ella desidera sapere più distesamente. Bragia, fiamma e luce, tutto è fuoco, ma la luce è il più puro. A questa spero ritirarmi fuor delle bragie e fiamme, e ciò non può esser se non in oscuro, ma quieto luogo. Dunque sarà luce oscura, dirà vostra signoria. Sia così, chè pura sia la luce e quieta; e piaccia a Dio che così sia. S'io v'arrivo, farò meglio, che non ha fatto fin ora, e con questo fine mi raccomando a vostra signoria. Di Padova a' 27 di novembre 1543.
115. Jac. Bonfadio a M. Gian Paolo Ubaldini.
Il principe Doria vorrebbe un letterato civile e galantuomo per il signor Andrea primogenito del signor Giovanni di buona memoria. Me n'ha parlato il signor capitano: hogli proposto voi. Avreste ottanta scudi l'anno di provvisione ferma, stanza comodissima in quell'illustrissimo palazzo, tavola buona, anzi stimo quella del principe. Il giovanetto è gentilissimo e di vivo ingegno, e già legge i commentarj di : vuò dir che è fuor dai principj della pedanteria. La speranza del futuro non è se non grande. Scrivete subito, se vi piace. Qui fo fine, perchè sono occupato. Son vostro. Di Genova.
116. Annibal Caro a M. Ugolino Martelli. A Firenze.
Non vi potrei dire, quanto la vostra mi sia stata grata per più conti; ma sopra tutto, perchè m'offerite un guadagno che non tanto voi m'avete a pregar d'accettarlo, ma io vi debbo ringraziare, e riputarmi a gran ventura che me l'offeriate: e questo è l'amicizia vostra. Se voi avete fatto buona elezione o no, di volermi per amico, a voi stesso ne lascio il pensiero; a me basta di fare in ciò piacere a me ed a voi. E perchè io sono una certa figura, come dovete avere inteso dal Varchi, senza troppo stare in su'
venevoli, io mi vi do e dono per amicissimo. E se bene io v'era tale da ch'io intesi che voi eravate amico del Varchi, ora ve ne fo obbligo in carta, e voi pigliatene la possessione col comandarmi. State sano. Di Roma, ecc.
117. Ann. Caro a M. Paolo Manuzio. A Vinegia.
Presentator di questa sarà M. Mattio Franzesi Fiorentino, come dire un Vinizian da Bergamo. Viene a Padova chiamato dal sig. Pietro Strozzi, e credo che si fermerà di costà. Egli è mio grandissimo amico, desidera d'esser vostro, e merita che voi siate suo. Perchè vi sia raccomandato per mio amore, credo che vi basti dire ch'io l'amo sommamente, e ch'io sono amato da lui. Ma perchè conosciate ch'egli n'è degno per sè, bisogna dirvi che, oltre all'esser letterato ed ingegnoso, è giovine molto da bene e molto amorevole, bello scrittore, bellissimo dettatoe, e nelle composizioni alla (così si può chiamare questo genere dell'inventore) arguto e piacevole assai, come per le sue cose potrete vedere. Quando verrà per visitarvi, offeriteveli, prima per suo merito, e poi per amor mio; accettatelo per amico, con tutte quelle accoglienze che vi detta la vostra gentilezza, e che fareste a me proprio, o se io fossi lui. E mi vi raccomando. Di Roma, allì 24 di gennaio 1539.
118. Ann. Caro a M. Francesco Cenami. A Napoli.
Questa sarà per dirvi che io son vivo, e che quei che scrive, son io, e non un altro. Dicolo, perchè uno de' vostri Napoletani, per avere inteso da non so chi, non so d'onde, che io era morto, se n'è venuto qui affusolato, per impetrare la mia Abbazia di Somma. Ma perchè son vivo, e la voglio per me, se ne doverà tornare condannato nelle spese. Se non m'avete scritto, perchè abbiate ancora voi inteso che son morto, io vi replico la terza volta che vivo, e mangio, e beo, e dormo, e vesto panni, ed anco prima che muoja fo pensiero di rivedervi. In tanto vivete ancora voi, perchè mi venga fatto. Mandate l'incluse a Palermo. E state sano. Di Roma, allì 16 d'agosto 1539.
119. Ann. Caro al signor Cardinal Salviati. (in nome di Monsignor De' Gaddi)
Non accade che V. S. Reverendiss. mi ringrazii o mi sappia grado di quel che io fo per debito di servitù verso lei. Ho ben caro che 'l scrvir mio le sia acceto; e altro premio non le chiegio, che la sua buona grazia: anzi mi dolgo di non poter tanto in suo servigio, quanto è la prontezza con la quale la servirei. Della sua vigna, Dio voglia ch'io sia così a proposito per lei, com'ella è per me. Ne prendo la cura volentieri, non tanto per suo comandamento, quanto per mia consolazione, essendomi sì vicina e sì comoda e di passatempo tale, che di già ne sono alla mia scemati i vezzi. Se V. S. Reverendiss. arà fatta elezione di buon vignajuolo o no, se n'avvedrà alla sua tornata. E umilmente le bacio le mani. Di Roma, allì 20 di giugno 1539.
120. Ann. Caro al signor Pietro Aretino (in nome di Monsignor Guidiccioni).
Se io mi tenessi degno di quelle lodi delle quali avete ornata piuttosto la vostra lettera, che la mia indegnità, mi riporterei d'assai più che non sono; ma con tutta che io non mi possa in questa parte gloriar del merito, mi debbo rallegrar della ventura, la quale m'incontra d'esser lodato da voi; considerando che nè anche d'Achille furono tante cose, quante ne scrisse : e pur le sue finte lodi a uno Alessandro, che abbondava delle vere, parvero degne d'invidia. Ben vi dico che io trovo maggior contentezza nell'esser amato da voi, che nell'esser lodato: perchè in questo mi vergogno di non corrispondere all'opinione: e in quello mi compiaccio, perchè son certo di superarvi nell'amore; tuttavolta e per l'una cosa e per l'altra mi pare aver cagione di rallegrarmi o di tenermi più caro. La quiete della mia solitudine non è durata molto; e perchè avesse il suo riverso, mi fu imposto che io venissi in Romagna; cosa molto diversa e dagli disegni e dalla natura mia. Ho ubbidito, e così farò sempre; piaccia ora a Dio che almeno col mio travaglio acquisti ad altri riposo. Intanto voi col vostro ozio giovando al mondo e dilettando, scrivete, godete e amatemi come fate. D'Imola, allì 13 di gennaio 1540.
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