Front matter
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Introduzione
Quando nell’anno 1860 io pubblicava una memoria sulle monete dei Radicali e Mazzetti, conoscendo che, se questi due consortili tenevano zecca aperta, ciò solamente facevasi affine di poter impunemente emettere in gran quantità monete basse e minute contraffatte a quelle dei finitimi grandi Stati collo scopo di ricavarne un grosso guadagno, mi indirizzavo ai raccoglitori di monete de’ bassi tempi, loro raccomandando di attentamente esaminare tutte quelle di queste specie ed a tal epoca appartenenti che trovassero con tipi simili soprattutto alle minute di Francia, Savoia, Milano e Venezia, certo che fra esse se ne sarebbero scoperte molte nuove ed uscite dalle piccole zecche del Piemonte, e li incitava a voler esser cortesi di comunicarmele, desiderando, qualora ne avessi potuto radunare un tal qual numero, di aggiungere un supplemento a quelle che già avevo edite.
Ora avendone d’inedite raccolto un certo numero, e per cortesia dei signori cav. e (autore delle annesse tavole) avuto i disegni di varie altre, mi sono accinto a farle di pubblica ragione, omettendone però una parte, perchè nell’anno scorso pubblicate nelle Riviste numismatiche italiana e francese, stimando inutile il riprodurle per essere questi due periodici abbastanza conosciuti.
Le zecche poi dalle quali uscirono le monete delle quali intendo ora di ragionare, sono quelle del ramo primogenito dei principi di Savoia e dei collaterali d’Acaia e Vaud, di Albera, Cisterna, Cortemiglia, Cuneo, Dogliani, Frinco, Incisa, Monferrato, Passerano, Seborga, Tortona e Montafia, abbenchè di questa non monete ma solamente si abbia il privilegio per la zecca.
Savoia - Ramo primogenito
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opo aver dato alle stampe, or sono venticinque anni, l’illustrazione delle zecche dei reali di Savoia, molte sono le monete che ne vennero scoperte, delle quali alcune furono pubblicate nella Rivista numismatica francese, e molte, specialmente varie di conio, dai signor Rabut nei volumi I, II e III della seconda serie delle .
Ora, oltre la maggior parte di queste, avendone io dalla suddetta epoca acquistate pel medagliere di S. M. varie altre assai preziose, credo di far cosa grata col descriverle avanti alle altre del nostro antico Stato.
La prima e la più antica di queste monete (T. I, N° 1) è un grosso, che solo fra tutte quelle di Savoia sinora conosciute tiene nel diritto l’antico stemma di questa augusta casa, che era l’aquila ad una testa sola e coll’ali aperte, con in giro AMD . COMES . SABAD ., e nel rovescio una croce patente con IN ITALIA MARCHIO. Per la sua leggenda potrebbe attribuirsi al ugualmente che al quinto, ma sapendosi che il primo ad adottare per stemma la croce fu il conte Pietro morto nel 1268, in ciò imitato da tutti i suoi successori, meno che usò l’aquila come conte di Borgogna, e che salì solamente sul trono nel 1285, in conseguenza non può a meno di essere che del quarto, il quale sempre tal uccello vedesi aver usato ne’ suoi sigilli.
La seconda è un forte bianco del quinto Amedeo (T. I, N° 2) simile nel tipo ad uno già da me edito di Aimone, cioè collo scudo della croce di Savoia da un lato, ma collo scritto attorno MONETA . AMEDEI, e dall’altro una stella a sei raggi con COM . SABAUDIE.
La terza (T. I, N° 3) ha da una parte una croce doppia, la quale colle quattro braccia divide le lettere AMED ., e dall’altra una stella a sei raggi con attorno COMES . SAB. Per essere simile nel tipo ad un denaro viennese piccolo di Amedeo V, e pesare grani otto, cioè la metà di esso, si conosce esserne l’obolo, ossia medaglia.
La quarta (T. I, N° 4) ha nel campo del diritto due gigli sovrapposti l’uno all’altro, ed accostati il superiore dalle lettere A-I e l’inferiore M-O cioè Aimo con in giro COMES . SAB. . . . IE. Nel rovescio poi vedesi una croce coll’asta inferiore prolungata e le altre tre gigliate, ed attorno IN . ITAL . MARCHO. In questa moneta, che col nome di denaro bianco escucellato trovasi battuta in Ciamberì dal 1340 al 1341 a denari 3, ossia millesimi 250, ed a pezzi 150 il marco, il conte Aimone, che resse lo Stato dal 1329 al 1343, cercò d’imitare il doppio tornese, che sin dai tempi del re Filippo il Bello lavoravasi in Francia a denari 3. 18 ed a pezzi 110 il marco, ma che nel 1347 discese a denari 3. 8 ed a pezzi 183. ⅓.
La quinta (T. I, N° 5) che ha da una parte nel campo una grande A accostata da quattro stellette a sei raggi con attorno IMO . COMES . e dall’altra in giro alla stessa lettera DE . SABAVDI ., pesando denari 1. 15, ed essendo a denari tre si conosce essere un obolo bianco di quelli varie volte battuti dal conte Aimone, e che rappresenta la metà del grosso bianco dozzino.
La sesta (T. I, N° 6) è il bianco dozzino descritto nell’ordine di battitura di Amedeo VI delli 3 giugno 1349, pel quale doveva essere a denari 9 ed a pezzi 102 al marco, e che alla prima si riconosce per una contraffazione del doppio tornese di re di Francia. Varia però questo pezzo da quanto fu prescritto nel 1349 per le leggende, chè dal lato della croce gigliata evvi MONETA . AMEDEI; dall’altro poi, nel quale vedesi una corona aperta e gigliata, non scorgesi che una confusione di lettere, delle quali altro non si può distinguere che la parola DVX, forse al titolo di duca del Chiablese, che questo principe fu il primo ad usare.
La settima (T. I, N° 7) è la falsificazione di un doppio parisiis di Filippo di Valois, e che Amedeo VI, col nome di bianco o doblos concesse il 27 febbraio 1352 a Bonaccorso Borgo di battere in Ponte d’Ain «consimiles monete regie in pondere, in figuris et caracteribus, ita tamen quod ponator nomen domini comitis nbi melius et consonantius videbitur magistro tailiatori», ed così meglio parendo all’intagliatore dei conii, da una parte nel campo su due linee mise senz’altro FRANCORV . come i parigini buoni, e attorno AMEDEVS COMES, e dall’altra una croce avente l’asta verticale prolungata inferiormente sino all’orlo del pezzo, e le altre tre gigliate con MONETA DVPLEX.
L’ottava (T. I, N° 8) è un fiorino d’oro boni ponderis, che presenta da un lato la figura del conte seduto in trono col capo scoperto, vestito di cappa e tenente colla destra la spada, con attorno AMEDEV . COMES. S., e dall’altro in cornice formata di tre segmenti di circolo divisi da altrettanti angoli acuti lo scudo appuntato di Savoia con DVX . CHABL. IN ITALIA MARC.
In questo fiorino, che grossolanamente trovasi disegnato in una tariffa membranacea del secolo XV esistente nella biblioteca imperiale di Parigi, nella quale leggesi dover pesare due denari e tre grani con due grani di tolleranza come altrove dissi, non leggendosi il titolo di Dux Sabaudiae ma solamente di Comes, fa dubitare che venisse coniato da Amedeo VII, e se dall’VIII, ciò dovette essere prima che la Savoia in ducato si erigesse. La nona (T. I, N° 9) è un forte nero che come l’antecedente potrebbe appartenere pel suo peso di grani 20 e pel titolo di Comes ad Amedeo VII ugualmente che all’VIII. Ha da una parte AMED . COMES e nel campo un laccio d’amore, fra noi detto perchè dai nostri principi introdotto sin dal conte Verde nell’ordine del collare. Dall’altra parte evvi una croce toccante l’orlo del pezzo, e dividente così la parola SA-BA-VD-IE.
La decima (T. I, N° 10) che quantunque per esser corrosa sia solamente del peso di grani 17, tuttavia appare esser come la precedente un forte, ed appartenente forse ad , però battuto prima del 1416, ha da un lato COMES . SABAVDIE . e nel campo il nodo di Savoia, e dall’altro una croce trifogliata, che col tempo divenne quella dell’ordine di S. Maurizio, con... ITALIA . MARCHIO.
L’undecima (T. I, N° 11) è un mezzo scudo d’oro nel tipo affatto uguale al suo intiero, che fu dal ordinato li 7 aprile 1450 dover lavorarsi a caratti 23, e di denari 2. 16. Ha in conseguenza esso nel diritto lo scudo di Savoia appuntato, accostato da due nodi e sormontato dal motto FERT, cui è sovrapposto un altro nodo, ed attorno al tutto LVDOVICVS . D . SABAVDIE., e nel rovescio in una cornice formata di quattro segmenti di circolo una croce filettata e fogliata con in giro DEVS . IN . ADIVTORIVM . MEVM.
La dodicesima (T. I, N° 12), cioè un grosso dallo stesso Lodovico prescritto li 27 ottobre 1448 a denari 10. 12 ed a pezzi 128 al marco, al che corrisponde questo essendo di denari 1. 12, ha, come quello del padre, da un canto lo scudo di Savoia inclinato e sormontato da elmo con lambrecchini e col solito teschio alato di leone per cimiero, con LVDOVICVS . D. SABAVD ., e dall’altro una figura in piedi nimbata e tenente colla destra una bandiera ed appoggiata la sinistra sopra lo scudo sul quale è una grande croce trifogliata, con attorno al tutto S. MAVRICIVS.D. THEOBIE per Dux Thebeorium, cioè duce della .
La decima terza (T. I, N° 13) è un bianco di quelli battuti nel 1457 a denari 4. 6 ed a pezzi 164, e mostra nel diritto lo scudo della croce posto in una cornice formata di tre segmenti di circolo con LVDOVICVS . DVX . SABAVDIE . PR. per Princeps Pedemontis, e nel rovescio fra quattro frazioni di circolo una croce patente accantonata da due nodi di Savoia con attorno MARCHIO . IN . ITALIA . PRINCEPS.
La decima quarta (T. I, N° 14), certamente pel suo peso e lega appartenente agli oboli viennesi lavorati a nome del duca nella zecca di Torino nel 1467 a grani 22 ed a pezzi 516 per marco, ha da una parte una croce accantonata da quattro anelletti con AEDEVS . DVX indi un fiore segno dello zecchiere, e dall’altra un nodo di Savoia con sopra e sotto due simili anelli e SABAVDIE.
La decima quinta (T. II, N° 15) è una del duca Carlo I che si lavorò dal 1482 a denari 4. 4 ed a pezzi 93. ¾, e simile a quella del suo predecessore. Nel campo del suo diritto tiene lo scudo della croce accostato da due nodi di Savoia con KAROLVS . DVX . SABAVD . B . A ., iniziali queste che sospetterei indicare la prima il nome del maestro, e la seconda quello della città dove si battè il pezzo, cioè Aosta. Nel rovescio poi in cornice composta di quattro segmenti di circolo vedesi la solita croce trifogliata, ed attorno PRICEPS . MAR . I . ITALIA.
La decima sesta (T. II, N° 16) deve esser uno scudo d’oro e pesa appunto denari 2. 16. Da una parte ha lo stemma di Savoia con corona fiorita, e KAROLVS . DVX . SABAVDIE . CECODVS . per Secundus, cioè , prova dell’ignoranza dell’intagliatore; dall’altra ha una figura di guerriero a cavallo con aureola e tenente una bandiera colla croce trifogliata, con attorno A . DOMINO . FACTVM . EST . ISTVD. indi una G seguita da una rosa, iniziale e contrassegno dello zecchiere, che potrebbe essere il Griliet di Borgo, o il Goulaz di Cornavin.
La decima settima (T. II, N° 17) è un testone pure di Carlo II, e presenta nel diritto il suo busto volto a destra con beretta, ma barbaramente intagliato, con attorno KAROLVS . D . SABAVDIE, e nel rovescio lo scudo di Savoia sormontato da corona perlata ed accostato dal motto FERT, con in giro IN . TE . DNE . CONFIDO . C . P ., lettere che veggonsi pure sopra un altro testone battuto a Nizza nel 1541, ma che non trovo qual nome di zecchiere indichino.
La decima ottava (T. II, N° 18) è uno dei talleri, dal santo effigiatovi comunemente detti Beati Amedei, e presenta nel suo diritto il busto corazzato di con CAROLVS . EM . D . G . DVX . SAB., e sotto l’effigie l’anno 1616. Nel rovescio poi la figura in piedi e di fronte in abito ducale e nimbata è quella del duca e beato con attorno BENEDIC . HEREDITATI . T . . . cioè TVÆ, e nell’esergo B . AMEDEVS . Questo scudo è di quelli che in ordine del 1616 fu detto doversi lavorare a denari 7 ed a pezzi 10. ½ al marco.
Savoia - Ramo di Acaia
ct Di questo ramo dei reali di Savoia, detto dei principi d’Acaia per avere Filippo, il primo di essi che possedesse la signoria del Piemonte, sposato nel 1301 Isabella di Villardouin signora ed erede di quel principato, assai rare sono le monete sia battute in Grecia che in questa estrema parte d’Italia; con tutto ciò ebbi la sorte di poterne ancora alcune aggiungere a quelle che già pubblicai.
Coniò esso un matapane, del quale, quantunque già da altri descritto, non mi consta però siasi dato il disegno, e che ora trovasi in bell’esemplare nella collezione di S. M. Mostra esso (T. II, N° 19) nel diritto, come i veneti de’ quali è contraffazione, una figura in piedi vestita con manto, la quale riceve da un santo, pure in piedi e che tiene colla sinistra un libro, una bandiera colla croce, contro l’asta della quale verticalmente evvi P C S per Princeps; accanto poi alla figura del santo leggesi S . IOTORI, cioè Sanctus IOhannes TORInus, ed accanto all’altra PHILIPVS. Nel rovescio evvi una figura del Salvatore seduta e col capo accostato dalle solite lettere IC-XC per JesusChristus.
Questo pezzo, non in Chiarenza, ma pei nome della città c del santo che vi si vede impresso, certamente battuto a Torino, e dopo il 1301 essendovi il titolo di principe; deve essere stato coniato ad esempio di Teodoro I marchese di Monferrato, che d’Oriente, dove erano i mata pani apprezzatissimi, nelle nostre parti ne introdusse l’uso.
Questa è la sola moneta che conosco inedita di Filippo, cui nel 1334 successe il figliuolo Giacomo, del quale è il seguente pezzo, che per essere uguale nel peso e lega ad altro già da me edito dovrebbe essere un grosso viennese (T. II, N° 20). Ha da una parte un busto mitrato e nimbato di vescovo con uno scudetto colla croce sul petto, raffigurante san Donato protettore della città di Pinerolo, dove fu in conseguenza esso coniato, e colla leggenda IACOB . D . SABAVD . cioè Jacobus de Sabaudia. Dall’altra parte poi ha una croce con una stella a sei raggi in uno degli angoli superiori, ed attorno PRINCEPS . ACHAIE ., principato del quale sia egli che i suoi figli conservarono solamente il titolo.
Altro pezzo uguale nella legge al precedente ma vario nel tipo è il seguente dello stesso Giacomo. Questo (T. II, N° 21) ha da un lato una croce patente con una rosa a quattro foglie in un angolo e I . PRICEPS . ACHAIESIS, e dall’altro la sopra descritta protome di santo vescovo col nome suo, cioè SANCTVS . DONATVS.
Del figliuolo e successore di questo principe tengo una sola moneta ancora inedita, che è forse un doppio forte (T. II, N° 22); nel suo diritto ha un elmo con un leone rampante e nascente per cimiero, ed attorno AMED . DE . SABAVD ., e nel rovescio uno scudo in forma di losanga, accostato da quattro anelletti e colla croce caricata di bastone posto in banda, stemma di questo ramo dei reali di Savoia, ed in giro PRINCEPS . ACH . EC.
Ad Amedeo successe nel 1402 il fratello Ludovico, ultimo di questi signori, e di esso pubblico ora tre monete inedite.
La prima (T. III, N° 23) è un forte viennese, varietà di quelli già da me fatti disegnare, ed ha da una parte nel campo uno grande L accostata ila quattro piccole stelle a cinque raggi con attorno il compimento del nome, cioè VDOVICVS, e dall’altra uno scudo appuntato colla croce caricata di bastone in banda, ed in giro D. SABAVDIA.
Di questo pezzo il regio medagliere possiede un pied-fort, che pare a denari 8 o 9 ed è del peso di denari 3. 10.
La seconda (T. III, N° 24) è un denaro viennese avente da un lato nel campo una grande A accostata da tre stellette a cinque raggi, due sopra ed una sotto, con LVDOVICVS, e dall’altro uno scudo simile all’antecedenle, ma con una rosetta sopra, ed attorno D. SABAVDIA.
Nell’ultima (T. III, N° 25), che è pure un denaro viennese, evvi da una parte una grande stella a sei raggi con attorno LVDOVICVS., e dall’altra il sopra descritto stemma con D. SABAVDIA.
Savoia - Ramo di Vaud
ct Poche erano le monete di questo ramo dei principi di Savoia discendenti dal conte Tommaso, che io aveva pubblicate, quando alcune nuove vennero inserte nella Rivista numismatica francese e nel tomo XIII delle Memorie della Società d’istoria della Svizzera Romanda; ed appunto nel volume XV pel 1850 dell’anzidetta Rivista il compianto mio amico signor illustrava un inedito grosso come di Ludovico II di questi signori, e senza dubbio dovette appartenergli, essendo un’imitazione del grosso alla corona di salito sul trono di Francia nel 1327, quando Ludovico era già succeduto al padre nel 1302.
Contemporaneamente dal chiarissimo signor essendo stata ceduta alla collezione di S. M. una pressoché uguale moneta, solamente variante nella leggenda, di essa do l’impronto, rettificando con quest’occasione quanto nel tempo manifestai circa l’interpretazione di una parte delle leggende.
Questo grosso, presso che simile nella legge a quello del Soret (T. III, N° 26), ha da una parte una croce con quattro anelletti alle estremità delle sue braccia, e che divide in quattro parli le parole LVD-DSA-BAV-DIA, ed attorno il tutto BNEDICTV . SIT . NOME . DNI . NRI . DEI .; e dall’altra in un circolo formato di gigli la figura d’un tempio solita nelle monete tornesi, ma sormontata da corona aperta e gigliata con attorno PETRCORṼ. M.
Avendo in seguito acquistato un altro grosso pure della stessa specie ed inserto nella Rivista numismatica del 1860 p. 150, (T. III, N° 27), il quale da un lato ha la croce e le leggende stesse del precedente, e dall’altro varia solamente nelle parole che sono in giro al tempio, leggendovisi M . CANIONIS, che dal conoscere come questo signore avesse aperto zecca a Nion sul lago di Ginevra, per il qual fatto aveva avuti dissapori con quel vescovo, il quale pretendeva nessuno poter batter monete nella sua diocesi, onde si venne nel 1308 ad un accomodamento pel quale Ludovico s’obbligava a mettervi tipi diversi dai suoi, mi convinsi non potersi in altro modo spiegare che Moneta CAstri NIONIS, epperciò riconobbi che nel primo degli altri due pezzi devesi leggere PETri Castri MONETa, e nel secondo PETRi CastrORVm Moneta, messovi quell’ORV . M . al plurale per meglio contraffare il grosso francese, sul quale è scritto FRANCORVM. Che poi i signori di Vaud abbiano potuto usare di questo diritto in Pierre-Châtel, lo provò il Mallet pubblicando una convenzione del 1286 di Ludovico I col conte Amedeo V, per la quale questi dichiarava spettar al signore di Vaud quel castello.
Dopo questi due grossi alla corona credo di dover dare l’impronto di un altro di quelli detti in Francia al fior del giglio per spiccare questo nel centro del pezzo, e contraffatto ad uno di Filippo di Valois, e che quantunque già altrove pubblicato, essendo per la poca sua conservazione stato mal letto c spiegato, credo utile venghi nuovamente descritte.
Questo pezzo (T. III, N° 28) ha da un lato accantonata da un giglio una croce fra due giri di leggende, delle quali l’esteriore dice LVDOVIC . D. SABAVDIA . DNS . VAVDI . e non VAVDE come fu Ietto, e nell’interno PHILI. S. DI. LEX, presa già per PHILIPVS, REX., ma che pare contraffacendo il francese siasi voluto metter secondo la legge, cioè alla legge dei grossi di re Filippo. Nel centro del rovescio evvi un grande giglio con attorno PETRC’ORV. M il tutto chiuso in una cornice formata di gigli. In questa leggenda si è dove il disegnatore e l’illustratore errarono mettendovi invece FRANCORVM., quando chiaramente tali lettere dicono come nel N° 26 PETRi CastrORVm. Moneta.
L’ultima moneta di Ludovico che rimane a descrivere è ugualmente una falsificazione di altra francese, cioè del doppio tornese di re di Francia, e simile a quello del conte Aimone col N“4 - Nel campo del diritto (T. III, N° 29) ha sovrapposti due gigli accostati il superiore da L-V, ma l’inferiore da due lettere inintelligibili per esser alquanto corroso il pezzo, ed attorno LVD.... VS DE SA. Nel rovescio attorno ad una croce colle tre aste superiori gigliate e l’inferiore che tocca l’orlo è quasi totalmente mancante la leggenda, ed appena discernesi DOM, forse Dominus Vaudi Tutoris, per indicare che era tutore di Amedeo VI, come su altra sua moneta leggesi.
Albera
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Nell’Appennino ligure sul torrente , che presso gettasi nella Scrivia, è sita la piccola terra d’. Compresa nella diocesi di Tortona formava già con varie altre castella un complesso di feudi da quel vescovo totalmente dipendenti, e conosciuti col nome di Vescovato; da quando però dati il loro acquisto non mi venne fatto d’accertarlo, quantunque storici tortonesi dicano che donatori ne furono i Carolingi, però nessuna prova se ne adduce; solamente citasi un diploma dell’imperatore Ottone I del 973, col quale dicono che a questa chiesa molti cospicui feudi concesse. Non avendo altro potuto conoscere di questo documento, ignoro se in esso Albera sia nominata; però da quanto si esporrà credo di poter dimostrare che in tempo ben più vicino a noi questa terra a detta mensa pervenne.
Il vescovo Gisebrando, volendo provvedere ai servizio religioso dell’abbandonata abazia di S. Pietro di Vendercio, con atto del 946, dell’anno 20 di , le concesse vari favori, dicendo che essa per esser rimasta quasi deserta era stata da questo re annessa a quella di S. Marziano di Tortona dallo stesso vescovo fondata. A questo monastero, il quale da breve di papa del 1157 e da altro di del 1161 compare che quantunque retto da un abate era però sempre sotto il dominio vescovile, troviamo che per atto del 1210 l’imperatore diede varie terre et podere quod Albaram dicitur.
Il dice che quest’abazia venne nel secolo XIV intieramente consunta da un incendio; ma se ciò cosi avvenisse e quando, o se per altra cagione sia stata distrutta ben non consta, il fatto è che le sue rovine scomparvero quando Tortona fu regolarmente fortificata, ed allora fu che le terre possedute in feudo da S. Marziano dovettero essere suite unite alla mensa vescovile, restando i beni allodiali, almeno in parte, annessi all’arcipretura della cattedrale, il cui titolare li godè sino alla fine dello scorso secolo.
Come poi ad Albera fosse dato il titolo di marchesato l’ignoro, mi consta soltanto che, annessa alle altre terre formanti il vescovato, fu da quei vescovi posseduta sino al 1784, quando da monsignor Peiretti venne esso ceduto al governo sardo, ricevendo in corrispettivo con titolo di principato la terra di .
Ora da nessun documento appare che i vescovi di Tortona, quantunque di moltissimi diritti godessero in quei loro feudi, giammai però avessero quello della zecca, che quantunque creduto esso esistere da varii storici di quella città per aver veduto monete col nome e stemma d’un loro vescovo, ciò venne riconosciuto erroneo dal critico Botazzi, il quale recando di uno di tali pezzi il disegno, erasi prima a lai opinione per troppo locale pure accostato.
In qual tempo questi prelati abbiano usato di questa regalia, credo di poterlo con sicurezza affermare, cioè che ciò fu quando, essendo stato eletto nel 1653 a reggere questa chiesa Carlo Settala patrizio milanese, caldo cultore come egli era degli studi storici ed archeologici, avendo esaminato i documenti onde andava ricco quell’archivio, e da essi riconosciuto quanti privilegi godeva la sua mensa, si credè che fra essi questo fosse pure compreso, epperciò pensando di essere in diritto di usarne, incaricò un Cristoforo Aicholzo, probabilmente tedesco, intagliatore di conii residente a Genova, di formarne mettendovi il suo nome, stemma e titolo di marchese d’Albera, forse perchè a questo solo de’ suoi feudi era annesso un titolo speciale, e la figura di S. Marziano protettore della diocesi e titolare dell’abazia dalla quale gli proveniva il possesso di questa terra.
In seguito allo commissione datagli l’Aicholzo, fatti diversi conii del diritto ed un solo del rovescio, ottenne che nella zecca di Genova venissero queste monete battute, però, da quanto risulta, in piccolissima quantità; onde vedesi aver esso ciò fatto solamente per constatare che intendeva far uso di un diritto che pretendeva avere (Documento I).
Ambidue questi pezzi hanno nel diritto in uno scudo accartocciato, sormontalo da mitra, e colla spada (in segno di sovranità) ed il pastorale accollati dietro ad esso, lo stemma del rasato Settala, che è di sette ali d’oro in campo rosso col capo dell’impero, con attorno CAROLVS. SEPTALA. EPVS. DHERTON. MAR. ALBERI colla varietà che lo scudo in uno è oblungo, coi lati paralelli (T. III, N° 30), e nell’altro ha la forma di un cuore (T. III, N° 31), ed un po’ diverso negli ornati che lo circondano. Nel rovescio dì ambidue è figurato un vescovo in piedi, in abito pontificale e mitra in testa, nell’atto di benedire colla destra e tenente colla sinistra il pastorale, colla leggenda S. MARTIANVS . MARTI . PRIMVS . EPISCOPV . DERT . nel primo, e nel secondo S. MARTIANVS . MARTIR . PRIMVS . EPISCOPVS . DERTH ., che in allora voleva la tradizione fosse stato questo Santo il primo vescovo di tale città, quantunque adesso la critica abbia fatto conoscere che nessuno vi sia esistito prima di S. Esuperanzio discepolo del celebre S. Eusebio vescovo di Vercelli.
E questo in quanto al carattere estrinseco, che in quanto alla legge a tenor della quale furono lavorali questi due pezzi, secondo leggesi in memoria presso di me, fu riconosciuto un esemplare del primo tipo a millesimi 940, ossia denari 11.7 incirca, e del peso di denari 10.18, pari a grammi 13.767, ed altro del secondo di soli denari 6.3, o grammi 7.844, e a millesimi 760, o a denari 9. 3 incirca di fine.
Ora, secondo il citato documento l’Aicholzo, mandando al li 10 marzo 1678 il conto della spesa fatta per 45 di queste monete, vi unì un certificato di due saggiatori genovesi qualmente le trovarono nel saggio ad oncie 11.1 ossia millesimi 920, e del peso totale di oncie 23. 6 . 12, le quali divise per 45 danno denari 11. 1/16 per ciascheduna, o grammi 14.670 incirca; dal che scorgesi che esse erano delle prime sopra descritte col N° 3 o, non dovendosi tener gran conto della diversità esistente tra questi 45 pezzi e quello sopracitato di soli grammi 13.767, che scorgesi non essersi lavorando molto atteso all’esattezza nei tenerli tutti di peso uguale, loro bastando che si compensasse sul numero, ed appunto paragonato l’esemplare esistente nel medagliere di S. M., che è degli inferiori, cioè di quelli col N° 31, quantunque ben conservato si riconobbe pesare otto grani meno dell’altro che era di denari 6. 3. Paragonando poi il fine contenuto nel principal pezzo coll’altro inferiore, scorgesi quello averne denari 10, e questo solamente cinque, epperciò esserne la metà, e siccome il maggiore è detto valere soldi 54 di Milano, il minore ne segue aver valsuto soldi 27.
Questi sono per quanto mi consta le due sole monete battute da questo vescovo nella persuasione di avere tal diritto; ma, o che esso da’ suoi successori siasi riconosciuto insussistente, o che gli sia stata fatta opposizione per parte del governo spagnuolo signore della Lombardia, nella quale Tortona era compresa, il fatto è che siccome prima del Settala non trovasi un minimo indizio che quei vescovi abbiano mai nè avuto nè usato del diritto di batter moneta, così nemmeno dopo di lui si ha notizia che alcun suo successore abbia manifestata alcuna pretesa a tale riguardo.
Cisterna
ct I vescovi d’Asti, la cui diocesi nell’undecimo secolo estendevasi sull’alta Piemonte sino verso le Alpi e l’Appennino ligure, per donazioni imperiali possedevano un gran numero di terre, delle quali moltissime col tempo vennero da essi date in feudo a varie famiglie, specialmente della loro città, e questi sono nella storia nostra conosciuti col nome di Feudi ecclesiastici, e tra essi non ultimo è la , importante castello sito nelle amene e fertili colline dell’Astigiana.
La prima volta che trovasi nominato come dipendente da quella chiesa si è in un diploma dell’imperatore delli 5 aprile 1311, nel quale le conferma le sue possessicni, e fra essa specialiter castrum de Cisterna; quando poi sia stato dal vescovo dato in feudo signora, solamente trovasi che come tale lo possedeva nel 1389 un Gandolfo Borgognino d’Astì, e che nel 1414 ne furono investiti Giacobino c Francesco Garretti, gli eredi dei quali lo vendettera nel 1472 ai Pelletta, salvo il consenso del vescovo, ma che due anni dopo, in seguito a confisca fattane ai suddetti per causa di omicidio, , senza tener conto dei diritti del vescovo, con bolla delli 12 luglio lo donò per sè e suoi discendenti ad Antonio Della Rovere patrizio torinese, il cui pronipote Giorgio nel 1539 lo vendette a Torquato Torto di Milano, che ne ebbe da Roma l’investitura nel 1560, e per via di donne da questo casato passò in quello degli Acerbi pure della stessa città, i quali possedettero la Cisterna con titolo marchionale, e la venderano li 14 ottobre 1650 a marchese di Voghera, patrizio biellese; vendita che venne approvata da con breve delli 19 dicembre 1665.
Essendo nel 1667 mancato ai vivi Francesco, suo figliuolo ed erede ottenne li 30 novembre 1669 da in questo feudo il diritto di terza cognizione nelle cause civili e criminali, e indi da con bolla delli 11 ottobre 1670 la sua erezione in principato. Però non essendo ancora di tali favori soddisfatto, instò presso questo pontefice ed ottenne li 28 marzo 1673 il più di tutti ambito, quello cioè di poter battere tam aureas quam argenteas et cuiuslibet alteriui solitae materiae monetas, sub nomine principis, alias tamen sub imagine, insigniis et auspiciis dictac Sedis Apostolicae (Documento II).
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