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1. Diogene e Polluce
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Diogene. O Polluce, i’ vo’ darti un incarico. Poichè tosto ritornerai su, chè, pensomi, spetta a te di riviver dimani, se mai ti avvieni in Menippo il cinico (lo troverai in Corinto presso il Craneo, o nel Liceo, deridendo i filosofi che si bisticcian tra loro), digli così: O Menippo, Diogene ti esorta, se hai riso a bastanza delle cose della terra, a venir qui, dove riderai di più ancora. Costà il riso aveva sempre un certo dubbio, quel tale dubbio: chi sa bene quel che sarà dopo la vita? ma qui non cesserai di ridere di tutto cuore, come fo io adesso; massime quando vedrai i ricchi, i satrapi, i tiranni così miseri e trasfigurati che si riconoscono ai soli lamenti; e come son codardi ed ignobili quando ricordano chi furono nel mondo. Digli questo: e di più che si porti la bisaccia piena di lupini assai, di un uovo lustrale, e di qualche altra coserella trovata in qualche trivio, o sovra una mensa consacrata ad Ecate.
Polluce. Glielo dirò, o Diogene: ma affinchè io possa riconoscerlo, che fattezze ha egli?
Diogene. È vecchio, è calvo, con un mantello sbrandellato che muovesi ad ogni poco di vento ed è rattoppato di vari colori; ride sempre, e spesso motteggia cotesti filosofi vanitosi.
Polluce. A questi segni è facile riconoscerlo.
Diogene. Vuoi che ti dica ancor due parole da riferirle ai filosofi?
Polluce. Di’ pure: le parole non pesano.
Diogene. Non altro che questo: ammoniscili che smettano le inezie, e il contender degli universali, e il mettersi le corna tra loro, e il far coccodrilli, o il riempir la mente di quistioni difficili.
Polluce. Ma mi diranno che io sono un ignorante ed uno sciocco che biasimo la loro sapienza.
Diogene. E tu di’ loro da parte mia, che piangano.
Polluce. Riferirò anche questo, o Diogene.
Diogene. Ed ai ricchi, o carissimo Polluce, porta anche quest’ambasciata da parte nostra: Perchè, o sciocchi, serbate l’oro? perchè defraudate voi stessi, calcolando usure, e ponendo talenti sovra talenti, se tra poco non vi bisogna più d’un obolo per venir qui?
Polluce. Lo dirò anche a costoro.
Diogene. E di’ ai leggiadri ed ai forzuti, come a Megillo di Corinto, e a Damasseno il palestrita, che tra noi non ci ha più nè chiome bionde, nè occhi cilestri o neri, nè l’incarnato del volto; non ci ha nè valide membra, nè omeri robusti; ma di’ che siam tutti zucconi, teschi nudi di bellezza.
Polluce. Non mi grava dir questo anche ai leggiadri ed ai forzuti.
Diogene. Ed ai poveri (i quali son molti, e stentano, e si dolgono della miseria) di’ che non piangano e non si lamentino: racconta loro come qui siam tutti d’una condizione, e come ci vedranno i ricchi non punto migliori di loro. E piacciati di sgridare da parte mia i tuoi Spartani, e dire che sono divenuti altri.
Polluce. No, o Diogene: non mi commetter nulla per gli Spartani. Ad essi no; agli altri riferirò quel che mi hai detto.
Diogene. Lasciamoli, giacchè così vuoi: ma non ti smenticare quello che t’ho commesso per gli altri.
2. Plutone, Menippo, Mida, Sardanapalo, e Creso
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Creso. O Plutone, noi non possiamo più sopportare questo can di Menippo, che ci sta vicino: o manda altrove lui, o ce ne anderemo noi in altro luogo.
Plutone. E che male vi fa egli, se è morto come voi?
Creso. Quando noi piangiamo e lamentiamo ricordando quello che abbiamo lasciato lassù, questo Mida l’oro, Sardanapalo le sue morbidezze, ed io i tesori miei, costui ci beffa e c’insulta, chiamandoci schiavi e vigliacchi: spesso canta mentre noi piangiamo, ed è proprio insopportabile.
Plutone. Che dicono questi, o Menippo?
Menippo. Il vero, o Plutone. Io li abborrisco questi vili e questi ribaldi, ai quali non basta di esser vissuti male, ma anche morti si ricordano e parlano di lassù. E però io ho gusto a trafiggerli.
Plutone. Ma non conviene cotesto. Han di che dolersi, avendo perduto assai.
Menippo. Sei matto anche tu, o Plutone, a compatire i loro sospiri?
Plutone. Compatire no; ma non vorrei parti tra voi.
Menippo. Sappiatelo una volta, o schiuma di tutti i ribaldi Lidii, Frigii ed Assirii, che io non cesserò; e dovunque anderete, io vi seguiterò molestandovi, scanzonandovi e beffandovi.
Creso. E non è questa un’ingiuria?
Menippo. Questo no: era ingiuria quel che facevate voi, voler essere adorati, insultare agli uomini liberi, senza pur darvi un pensiero di dover morire. Piangete ora, che siete dispogliati di ogni cosa.
Creso. Di molte e grandi ricchezze!
Mida. Ed io, di quant’oro!
Sardanapalo. Ed io, di quante morbidezze!
Menippo. Ora sta bene: così dovete fare. Piangete voi, ed io vi ripeterò spesso in canzone quel Conosci te stesso. A cotesti pianti s’accorda bene questa canzone.
3. Menippo, Anfiloco, e Trofonio
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Menippo. Ora che voi siete morti, o Trofonio ed Anfiloco, io non so come voi siete tenuti profeti e degni di avere templi, e come quegli sciocchi degli uomini si son persuasi che voi siete Dei.
Anfiloco. E che colpa ci abbiam noi, se essi per ignoranza credono queste cose dei morti?
Menippo. Ma non le crederiano, se voi, quand’eravate vivi, non foste stati impostori, spacciando di conoscere il futuro, e di poterlo predire a chi ve ne richiedeva.
Trofonio. O Menippo, questo Anfiloco risponda per sè quel che gli pare: per me io ti dico ch’i’ sono un eroe, e rendo oracoli a chi viene da me. Tu parmi che non se’ stato mai in Livadia: chè non saresti così incredulo.
Menippo. Che di’ tu? Se io non vado in Livadia, se io non mi vesto di lino in modo ridicolo, e con una focaccia in mano io non entro carponi per la stretta buca nella spelonca, io non posso conoscere che tu non sei altro che un morto, come tutti noi altri, della impostura in fuori? Ma, deh, pel tuo oracolo, dimmi che cosa è l’eroe? chè io nol so.
Trofonio. Un composto di uomo e di Dio.
Menippo. Vuoi dire che non è nè uomo nè Dio, ed è tuttadue? E quella tua metà ch’era dio, dove l’hai lasciata ora?
Trofonio. A rendere oracoli in Beozia, o Menippo.
Menippo. Io non so tu che diamine dici, o Trofonio: tu sei tutto morto, ed io lo vedo benissimo.
4. Mercurio e Caronte
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Mercurio. Facciamo un po’ il conto di quel che mi devi, o navicellaio, affinchè dipoi non s’abbia a contendere.
Caronte. Facciamolo, o Mercurio: chè è meglio chiarirlo, e non pensarvi più.
Mercurio. Mi hai commesso l’áncora, l’ho portata per cinque dramme.
Caronte. È troppo.
Mercurio. Per Plutone, cinque ne ho snocciolate; e due oboli per un volgitoio di remo.
Caronte. Metti cinque dramme e due oboli.
Mercurio. Per un ago da risarcire la vela cinque oboli.
Caronte. Mettivi anche questi.
Mercurio. La cera per turar le fessure del battello, i chiovi, e la funicella di cui tu hai fatto la scotta, due dramme in tutto.
Caronte. Bene: questo è a buon mercato.
Mercurio. Questo è tutto. Se pur non m’è sfuggito qualche cosa nel conto. Or quando mi darai i quattrini?
Caronte. Ora è impossibile, o Mercurio mio. Se una peste o una guerra ci manderà un po’ di folla, allora potrò raspare qualche guadagno sovra i conti del nolo.
Mercurio. E debbo io desiderare il male altrui per esser rimborsato d’una miseria?
Caronte. E’ non c’è altro modo, o Mercurio. Ora ci cápitano pochi, come tu vedi: chè per tutto è pace.
Mercurio. Meglio così; e non importa se tu non mi paghi subito. Ma quegli antichi, o Caronte, ti ricordi che omaccioni erano! tutti robusti, pieni di sangue, e tutti morti di ferite! Ora chi muore avvelenato dal figliuolo o dalla moglie, chi per intemperanza ci porta tanto di pancia e di piedi gonfi: tutti scialbi, frollati, e ben diversi da quelli. Molti ci vengono a cagione delle ricchezze, per le quali sogliono farsi mille insidie tra loro.
Caronte. Queste ricchezze sono assai desiderate.
Mercurio. Però neppure io crederei di far male a chiederti quel che mi devi.
5. Plutone e Mercurio
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Plutone. Conosci tu quel vecchio, quel gran vecchione, dico, quel ricco Eucrate, che non ha figliuoli, ed ha attorno almeno cinquantamila che uccellano alla sua eredità?
Mercurio. Sì: tu di’ quel di Sicione: ma perchè?
Plutone. Lascialo vivere, o Mercurio, oltre i novant’anni che ha, altrettanti, e, se è possibile, anche di più. E quei suoi adulatori, il giovane Carino, e Damone, e gli altri, afferrameli tutti ad uno ad uno.
Mercurio. Questa parrebbe una cosa strana.
Plutone. Ma giustissima. Perchè essi desiderargli la morte, o agognarne le ricchezze non essendogli parenti? E la maggiore malvagità loro è che, mentre gli desiderano questo, gli fan carezze in pubblico: se egli è ammalato, mostrano a tutti il pensiero che se ne danno; e si botano per farlo ristabilire; e trovan sempre nuove maniere di adulazioni. Onde egli non muoia; e coloro se ne vadano prima di lui con questo nodo in gola.
Mercurio. L’avranno a patir curiosa quei furfanti. Egli li pasce di grandi parole e di speranze; e par che sempre voglia morire, e sta meglio dei giovanotti. Essi già s’immaginano di spartir fra loro l’eredità, e di far vita grassa e lieta.
Plutone. E però egli svecchiando, come Jolao, ringiovanisca; ed essi nel bello delle speranze, lasciando la sognata ricchezza, vengano qui i tristi con trista morte.
Mercurio. Non dubitare: te li menerò ad uno ad uno tutti e sette, quanti credo che sono.
Plutone. Scopali: ed egli ad uno ad uno li accompagnerà al sepolcro, tutto ringalluzzito per gioventù.
6. Tersione e Plutone
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Tersione. E questo è giusto, o Plutone, che io muoia a trenta anni, e che quel vecchiardo di Tucrito, che n’ha oltre i novanta, viva ancora?
Plutone. Giustissimo, o Tersione: perchè egli vive non desiderando la morte a nessuno degli amici: e tu per tutto il tempo tuo, volevi che egli crepasse, aspettandone l’eredità.
Tersione. E non doveva egli, che è vecchio e non può più usare delle ricchezze, uscir di vita e darvi luogo ai giovani?
Plutone. Tu fai nuova legge, o Tersione; che chi non può usar più delle ricchezze per i piaceri, muoia; ma ben altramente il fato e la natura ordinarono.
Tersione. E questo ordine io biasimo. Bisognava fosse altro, e di grado in grado; prima i più vecchi, poi ciascuno secondo sua età: e non invertire la cosa, non farci vivere un vecchionissimo con tre denti in bocca, mogio, portato in braccia da quattro servi, col naso che gli gocciola, con gli occhi cisposi, tutto spiacevole a vedersi, animato sepolcro, deriso dai giovani; e poi far morire bellissimi giovanetti nel fior della salute: chè questa è come fiume che scorre in su. Almeno si dovria sapere quando muore il vecchio per non perder le spese e le carezze che gli si fanno. Ma ora è come dice il proverbio: il carro tira i buoi.
Plutone. Queste cose, o Tersione, accadono con più senno che tu non credi: E voi perchè siete sì ghiotti della roba altrui, e vi fate adottare dai vecchi che non hanno figliuoli? Ben vi meritate che si rida di voi, che vi andate a seppellire prima di loro: e tutto il mondo ha gusto a vedere che quanto più voi desiderate ch’essi muoiano, tanto più voi morite prima di loro. Avete trovata un’arte novella, far gli spasimati dei vecchi e delle vecchie, massime di quelli che non han figliuoli; chè chi ha figliuoli non ha spasimati. Ma molti di questi vostri innamorati, accortisi della malizia che è nell’amor vostro, se per caso han figliuoli, fan le viste di odiarli, per aver anch’essi lo spasimato. Quando poi si è all’aprir del testamento, il figliuolo e la natura, come è giusto, riprendono ogni cosa, e gli spasimati rimangono sciocchi, arruotano i denti, e scoppiano di dispetto.
Tersione. È vero quel che tu dici. Quanto del mio s’ha mangiato Tucrito, che mi pareva sempre dovesse morire: e quand’io lo vedeva, ci gemeva e pigolava come pulcino che esce dell’uovo: e io, i’ mi pensava di metterlo in bara allora allora, e gli mandavo gran doni, per non farmi vincere a carezze dai miei rivali. Per questi pensieri io perdei il sonno, facevo sempre conti e disegni: e questo fu anche una causa a farmi morire, la veglia e i pensieri: ed egli, inghiottitasi tutta l’esca ch’io gli diedi, venne ieri a sepellirmi ridendo.
Plutone. Bene, o Tucrito: vivi lunghissimamente, sempre ricco, sempre ridendoti di costoro: nè prima morrai che non t’avrai mandati innanzi tutti gli adulatori tuoi.
Tersione. Questo piace anche a me, o Plutone; purchè Cariade muoia prima di Tucrito.
Plutone. Stà certo, o Tersione: e Fedone e Melanto e tutti ci verran prima di lui per que’ medesimi tuoi pensieri.
Tersione. Così va bene. Or vivi lunghissimamente, o Tucrito.
7. Zenofante e Callidemide
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Zenofante. E tu, o Callidemide, come se’ morto? Io, ch’ero parassito di Dinia, empiendomi il sacco sino alla gola, affogai: tu il sai, che eri presente quand’io morii.
Callidemide. V’ero, o Zenofante. Ma il fatto mio è assai strano. Hai conosciuto anche tu il vecchio Tiodoro?
Zenofante. Quel ricco che non ha figliuoli, e al quale tu ti eri cucito a fianco?
Callidemide. Lui: e gli facevo carezze, su la promessa che a morte sua mi farebbe erede. Ma poichè la cosa andava per le lunghe, e il vecchio viveva più di Titone, trovai una certa scorciatoia per venire all’eredità: comperai un veleno, e persuasi un suo coppiere, come prima Tiodoro cercherebbe da bere quel vinetto con cui egli suole sempre rinfrescarsi, di tener pronto il veleno, gettarlo nella tazza, e porgergliela. E gli promisi, se facesse questo, di dargli la libertà.
Zenofante. E che avvenne? Tu dici cosa molto strana.
Callidemide. Quando noi tornammo dal bagno, il garzone teneva pronte due coppe, l’una avvelenata per Tiodoro, l’altra per me: ma non so come scambiandole, diede l’avvelenata a me, e l’altra a Tiodoro: ei bevve, e pro: io tosto caddi, ed eccomi morto in vece sua. Ma che? tu ridi, o Zenofante? Sconviene deridere così un compagno.
Zenofante. Rido, che ti fu fatta una galanteria, o Callidemide. E il vecchio che fece?
Callidemide. Prima si turbò del caso subitano: poi capì, credo, come era andata, e rise anch’egli del tiro del suo coppiere.
Zenofante. Ma tu non dovevi prendere la scorciatoia: per la via grande ci saresti venuto più sicuro, benchè un poco più adagio.
8. Cnemone e Damnippo
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Cnemone. Questo è il caso di quel proverbio: Il cerviatto la fa al leone.
Damnippo. Perchè se’ sdegnato, o Cnemone?
Cnemone. E mi dimandi perchè sono sdegnato? È stato un inganno crudele: a mio marcio dispetto ho lasciato uno erede: io m’aspettava il suo, e gli ho lasciato il mio.
Damnippo. Come è avvenuto?
Cnemone. Io facevo carezze ad Ermolao, gran ricco, senza figliuoli, e presso a morire; ed egli le accoglieva con piacere. Mi parve di fare una gran pensata a pubblicare il mio testa- mento, nel quale gli lasciava tutto il mio; acciocchè egli per cortesia facesse altrettanto a me.
Damnippo. E la fece egli?
Cnemone. Quel che scrisse nel suo testamento non so: io morii di subito, per un tegolo che mi cadde sul capo. Ed ora Ermolao ha il mio; come un pesce cane, ha inghiottita l’esca e l’amo.
Damnippo. E il pescatore, aggiungivi. L’inganno è cascato su l’ingannatore.
Cnemone. Lo so: e però piango.
9. Similo e Polistrato
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Similo. Infine anche tu, o Polistrato, se’ venuto tra noi, dopo di aver vissuto un cent’anni, credo.
Polistrato. Novantotto, o Similo.
Similo. E come hai vissuto i trenta dopo di me? io ti lasciai di un settanta.
Polistrato. Assai piacevolmente: benchè ti parrà maraviglia.
Similo. Maraviglia sì: eri vecchio, malsano, anche senza figliuoli, che dolcezze potevi gustar nella vita?
Polistrato. Io poteva tutto: io avevo molti e leggiadri fanciulli, io bellissime donne, e unguenti, e vini fragranti, e mense altro che le siciliane.
Similo. Oh, questa è nuova, io ti sapevo molto parco.
Polistrato. Ma tutto questo fiume di beni mi veniva dagli altri, o caro mio. La mattina per tempissimo innanzi alla mia porta era gran folla, e mi portavano varii e bellissimi doni d’ogni parte della terra.
Similo. Diventasti tiranno, o Polistrato, dopo la mia morte?
Polistrato. No: ma ebbi mille amadori.
Similo. Canzoni: amadori tu così vecchio e con quattro denti in bocca?
Polistrato. Altro: e di quelli che sono il fiore della città. Tutto che vecchio e calvo, come mi vedi, e cisposo ancora, e pieno di catarri, essi mi facevan le più liete carezze; e chi tra loro aveva pure un mio sguardo, si teneva beato.
Similo. Forse anche tu, come Faone, menasti da Chio qualche Venere, la quale a tue preghiere ti fece tornar giovane e bello ed amabile?
Polistrato. No, io ero come ero, e mi desideravano.
Similo. Tu parli con enigmi.
Polistrato. E pure è conosciuto il grande amore che si mostra ai vecchi senza prole e ricchi.
Similo. Capisco ora qual era la tua bellezza: avevi Venere d’oro.
Polistrato. Eppure, o Similo, io non ho goduto poco per quegli amadori, che quasi m’adoravano: io spesso per capriccio mi mostravo ingrognato, ne scacciavo alcuni, ed essi gareggiavano e facevano a chi più mi dovesse stare in grazia.
Similo. Infine come disponesti del tuo?
Polistrato. A ciascuno io dicevo e promettevo di lasciarlo mio erede: e quei credevalo, e cresceva doni e carezze: ma nel mio vero testamento li mandai tutti alla malora, e scrissi che dovessero piangere.
Similo. Dopo che tu moristi chi fu tuo erede? forse qualche tuo congionto?
Polistrato. No, per Giove, ma un leggiadro garzonetto frigio.
Similo. Che età aveva costui?
Polistrato. Quasi intorno a vent’anni.
Similo. Ora capisco i doni ch’egli ti faceva.
Polistrato. Ma più di loro egli meritava l’eredità, quantunque barbaro e cattivo. Egli dunque fu mio erede: e già i principali cittadini gli van roteando intorno: ora è già annoverato tra i patrizi; e con le gote rase, e parlando barbaro, già si tiene più nobile di Codro, più bello di Nireo, più sennato di Ulisse.
Similo. Non m’importa se anche ei comandasse la Grecia; purchè quelli non abbian toccata l’eredità.
10. Caronte, Mercurio, e diversi morti
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Caronte. Udite, l’è cosa che ci riguarda. Noi abbiamo, come vedete, un po’ di battelletto, che sotto è marcio e fa acqua, e se poco inclinerà da una banda, anderà sossopra. Voi venite a folla, ciascuno con molte cose addosso. Se c’entrate con questo peso, temo che non farete senno tardi, specialmente voi altri che non sapete nuotare.
I morti. Come dunque faremo per avere buon tragitto?
Caronte. Ve lo dirò io. Dovete entrar nudi, lasciando su la riva tutti cotesti impacci: chè anche così appena capirete nel battello. Tu poi, o Mercurio, baderai a non metter dentro alcuno di loro che non sia leggiero, ed abbia, come ho detto, gettato ogn’impaccio. Mettiti in capo alla scala, fà un po’ di ricerca a ciascuno, e ricevili, costringendoli ad entrar nudi.
Mercurio. Ben dici, e così faremo. Tu che ti fai innanzi, chi sei?
Menippo. Son Menippo io. Eccoti, o Mercurio, bisaccia e bastone gettati nel palude: feci bene a neppure portarmi il mantello.
Mercurio. Entra, o Menippo, fiore degli uomini, ed abbi il primo posto presso al nocchiero lassù, acciocchè riguardi tutti. E questo bello chi è?
Carmolao. Carmolao, quel di Megara, quel tanto amato, il cui bacio valeva due talenti.
Mercurio. Spògliati adunque della bellezza, e delle labbra con tutti i baci, e delle lunghe chiome, e dell’incarnato delle gote, e di tutta la pelle. Bene così: or se’ leggiero: monta. E tu con quella porpora, quel diadema, e quel fiero piglio, chi se’ tu?
Lampico. Lampico, re de’ Geloi.
Mercurio. E ti presenti, o Lampico, con tutta questa roba indosso?
Lampico. E che, o Mercurio? un re doveva venir nudo?
Mercurio. Qui non c’è re, ma ben morti: deponila.
Lampico. Ecco, ho gittata la ricchezza.
Mercurio. Getta anche la grandigia, o Lampico, e la superbia: chè la barca n’affonderebbe.
Lampico. Almeno ch’io m’abbia il diadema e il paludamento.
Mercurio. Niente: giù anche questo.
Lampico. Sia. Che più? Ho lasciato ogni cosa, come vedi.
Mercurio. E la crudeltà, e la stoltezza, e la violenza, e il furore, tutto questo devi lasciare.
Lampico. Eccomi spoglio di tutto.
Mercurio. Ora entra. E tu ben tarchiato e carnuto chi se’?
Damasia. Damasia l’atleta.
Mercurio. Ben mi parevi: mi sovviene d’averti veduto spesso nelle palestre.
Damasia. Sì, o Mercurio: e ricevimi, che son nudo.
Mercurio. Nudo no, o caro mio, con tante carni addosso: però deponile, chè faresti andar giù la barca se vi mettessi pure l’un de’ piedi, ma getta coteste corone e i bandi delle tue vittorie.
Damasia. Vedimi, or sono veramente nudo, e di tanto peso quanto gli altri morti.
Mercurio. Così leggiero sta bene. E tu, o Cratone, che hai gettato via le ricchezze, le morbidezze ed il lusso, non portare la veste in cui ti han sepolto, nè le dignità degli antenati: lascia e nobiltà e gloria e onori avuti dai cittadini, e iscrizioni poste alle tue statue, e il vanto di avere un gran sepolcro: chè tutte queste cose pesano anche a ricordarle.
Cratone. Con dolore, ma le getto; come posso altramente?
Mercurio. Caspita! e tu così armato che vuoi? a che porti cotesto trofeo?
Soldato. Fui vincitore in battaglia, o Mercurio; m’illustrai, e la città mi diede questo onore.
Mercurio. Lascialo sulla terra il trofeo: quaggiù è pace, e non bisogna armi. E costui grave al vestimento, questo superbo, questo accigliato e pensoso, chi è egli, con sì gran barba sciorinata sul petto?
Menippo. Qualche filosofo, o Mercurio; o piuttosto qualche ciurmadore pieno d’imposture. Fà che si spogli, e vedrai molte cose ridicole nascoste sotto il mantello.
Mercurio. A te: deponi prima il vestimento; e poi tutto il resto. O Giove! quanta iattanza ei porta sotto, quanta ignoranza e contese e vanagloria: quante quistioni strane, discorsi spinosi, pensieri ravviluppati! quanti studii vani, ed inezie, e sciocchezze, e paroluzze. E questo altro? sì, è oro, amorazzi, impudenza, iracondia, e lusso, e mollezza. Non nascondere, chè io vedo tutto. Deponi ancora la bugia, l’orgoglio, la presunzione. Se vi entri con tutto questo, ci vorria una nave di cinquanta remi per portarti.
Filosofo. Depongo tutto, giacchè così m’imponi.
Menippo. Deponga quella barba ancora, o Mercurio: vedi come è pesante ed irsuta: son cinque mine di peli almanco.
Mercurio. Dici bene: deponila.
Filosofo. E chi me la raderà?
Mercurio. Questo Menippo: prenderà la scure della nave, e te la taglierà sopra la scala, che gli sarà come ceppo.
Menippo. No, o Mercurio: dammi una sega, chè saran le risa più grandi.
Mercurio. La scure basta. Or bene: via, m’hai fatto un po’ di viso da uomo, e senti meno del caprone.
Menippo. Vuoi che gli mozzi un po’ delle sopracciglia?
Mercurio. Sì: ei le alza fin sopra la fronte, gonfiandosi non so perchè. Ma che è? Tu piangi, o vigliacco? la morte ti fa paura? Entra pure.
Menippo. Bada: ha un’altra cosa assai pesante sotto l’ascella.
Mercurio. E quale, o Menippo?
Menippo. L’adulazione, o Mercurio, che nella vita gli valse tant’oro.
Filosofo. E tu, o Menippo, anche tu deponi la parlantina, la franchezza, il buon umore, il motto, il riso: chè solo tu ridi fra tutti gli altri.
Mercurio. No: ritienile queste cose: le son vuote, leggiere, e buone pel navigare. E, tu, o Retore, deponi tanti paroloni, e contrapposti, e cadenze eguali, e periodi, e barbarismi, e le altre pesantezze del discorso.
Retore. Ecco, le lascio.
Mercurio. Ora va bene. Sciogli la gomena, tiriam su la scala, leviamo l’áncora, apri la vela, dirizza il timone, o nocchiero, e andiamo. Perchè piangete, o sciocchi? massime tu, o filosofo, testè sbarbazzato?
Filosofo. Perchè credevo, o Mercurio, l’anima essere immortale.
Menippo. Ei mente per la gola: ben altro lo accora.
Mercurio. E che cosa?
Menippo. Che non isguazzerà più ne’ sontuosi banchetti, non più uscirà di notte tutto incappucciato per non farsi conoscere, a girar pe’ bordelli; nè più la mattina ingannerà i giovani vendendo la sapienza a danari. Questo lo accora.
Filosofo. E a te, o Menippo, non dispiace che sei morto?
Menippo. Che dispiacere? io andai incontro alla morte che non mi chiamava. Ma mentre parliamo non udite voi un rumore come di gente che grida su la terra?
Mercurio. Sì, o Menippo, e non viene da un luogo solo. Alcuni convengono in parlamento e si rallegrano della morte di Lampico, mentre la moglie è afferrata dalle donne ed i figlioletti sono accoppati co’ sassi dai fanciulli. Altri in Sicione lodano il retore Diofante che bela il panegirico di questo Cratone. E la madre di Damasia dolorosa comincia con le donne il piagnisteo sopra il figliuolo. Tu non se’ pianto da nessuno, o Menippo: ma te ne stai zitto e solo.
Menippo. Altro! or ora udirai che latrar di cani sovra di me, e che svolazzar di corvi, che verranno a seppellirmi.
Mercurio. Sei generoso, o Menippo. Ma già siamo arrivati: voi andatevene al tribunale, camminate diritti per questa via. Io e il nocchiero tragitteremo altri.
Menippo. Buon viaggio, o Mercurio. Avviamoci noi. A che restate? Volere o non volere, si dev’esser giudicati: e dicono che le pene sono gravi assai, ruote, avoltoi, pietre. A ciascuno sarà fatto strettissimo il conto della vita.
11. Crate e Diogene
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Crate. Conoscevi, o Diogene, il ricco Mirico, quel gran ricco di Corinto, che aveva in mare molte navi mercantili; e il suo cugino Aristea, ricco anch’egli, il quale soleva ripetere quel detto di : O tu levi me, o io te?
Diogene. E perchè, o Crate?
Crate. Si facevano carezze tra loro, ciascuno sperando l’eredità dell’altro, chè erano di una età: e pubblicarono i loro testamenti, nei quali, Mirico, se moriva prima di Aristea, gli lasciava tutto il suo; e così Aristea a Mirico, se trapassava prima. Quest’era lo scritto: e le carezze e i complimenti erano inestimabili. Gli indovini, gli astrolaghi, i disfinitori dei sogni, i Caldei, ed Apollo stesso ora facevano prevalere Aristea, ora Mirico: ed i talenti ora in questa, ora in quella coppa della bilancia traboccavano.
Diogene. Ma il fine qual fu, o Crate? egli è da udire.
Crate. Ambedue morirono in un giorno: e le due eredità vennero ad Eunomio e Trasiclea, due loro congionti ai quali non era stata mai predetta questa buona ventura. Navigando essi da Sicione a Cirra, a mezzo del cammino dieder di traverso nel Japigio, e travolsero giù.
Diogene. E loro stette bene. Noi, quando eravamo in vita, non pensammo mai a siffatte cose tra noi: nè io mai desiderai la morte ad Antistene per ereditarne il bastone, che era di fortissimo oleastro; nè pensomi che tu, o Crate, desiderasti mai ch’io morissi per ereditare la mia ricchezza, la botte, e la bisaccia con entro due misure di lupini.
Crate. Io non avevo bisogno di questo, e neppure tu, o Diogene. Quello di che avevamo bisogno, tu l’ereditasti da Antistene, ed io da te; e l’è cosa più grande e più preziosa del regno dei Persi.
Diogene. Quale dici?
Crate. Sapienza, frugalità, verità, libertà, franco parlare.
Diogene. Sì, per Giove, mi ricorda che questa ricchezza io ricevetti da Antistene, l’accrebbi, e la lasciai a te.
Crate. Ma di questa gli altri non si curano, nessuno ci faceva carezze per ereditarla da noi: all’oro riguardavano tutti.
Diogene. E con ragione. Se l’avessero da noi ricevuta non avrebbero potuto contenerla, perchè colano per ogni parte e son fradici, come ceste imputridite. Se vuoi versare in essi un po’ di sapienza, di franchezza, di verità, tosto cade e scorre, chè il fondo non può sostenerlo; e fai come le figliuole di Danao che versano acqua in una botte forata. L’oro poi coi denti, con le unghie, con ogni sforzo lo tenevano afferrato.
Crate. Dunque noi avremo anche qui la ricchezza nostra: ed essi porteranno qui solo un obolo, che pur lasceranno al navicellaio.
12. Alessandro, Annibale, Minosse e Scipione
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Alessandro. Io debbo essere preferito a te, o Libio; chè io sono migliore.
Annibale. No, io.
Alessandro. Dunque Minosse giudichi.
Minosse. Chi siete voi?
Alessandro. Questi è Annibale cartaginese, io Alessandro di Filippo.
Minosse. Gloriosi entrambi: ma di che contendete?
Alessandro. Del primato: costui dice d’essere stato miglior capitano di me: io, e tutto il mondo lo sa, affermo che in opere di guerra superai non pure lui, ma quasi tutti gli altri che furono prima di me.
Minosse. Ciascuno dica sue ragioni: comincia tu, o Libio.
Annibale. Questa sola utilità, o Minosse, io avrò tratta imparando qui a favellar greco, chè nemmeno in ciò costui avrà vantaggio sovra di me. Io dico che degni di gran lode son quelli che da prima essendo niente, giungono a gran- dezza dalla propria virtù sollevati e fatti meritevoli d’imperio. Io adunque lanciatomi con pochi nella Spagna; ed essendo primamente luogotenente di mio fratello, fui stimato degno di più gran cose, e giudicato primo fra tutti: e divenuto capitano vinsi i Celtiberi, domai i Galati d’occidente, e valicati altissimi monti, scorsi tutte le regioni intorno al Po, rovinai tante città, signoreggiai le pianure d’Italia, venni sino alle mura di Roma, ed in un sol dì uccisi tanti nemici, da misurarne gli anelli a staia, e far ponti su i fiumi coi loro cadaveri. Queste imprese io feci non chiamandomi figliuolo di Giove, non facendomi Dio, nè raccontando i sogni di mia madre, ma dicendo di essere uomo, avendo per avversari capitani espertissimi, combattendo con soldati agguerritissimi; ben altri dai Medi e dagli Armeni, che danno le spalle prima di venire alle mani, e lascian la vittoria a chi pure ardisce di volerla. Alessandro ebbe il regno dal padre, ed egli lo accrebbe e di molto lo dilargò col favore della fortuna. Ma poichè vinse quello sciagurato di Dario ad Isso e ad Arbela, lasciati i patrii costumi, si fece adorare, prese vesti ed usanze dai Medi, e nei conviti si macchiò del sangue degli amici, e li fe’ prendere e menare a morte. Io fui egualmente principe nella mia patria: e quand’ella mi chiamò, perchè una gran flotta minacciava la Libia, subito ubbidii; e tornai privato, e poi che fui condannato, il sopportai con civile moderazione. Questo feci io, ed ero un barbaro, un rozzo della cultura greca: e non cantavo , come costui, non fui ammaestrato dal sapiente , ma mi guidavo con la sola buona natura. Ecco le ragioni perchè io dico che sono maggiore di Alessandro. Egli cinse il capo di diadema, e forse pare più bello ai Macedoni, usati ad ammirar queste cose: ma non per questo egli sarà stimato migliore di un prode capitano il quale usò più l’ingegno che la fortuna.
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The end
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