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Questioni urgenti

Massimo d'Azeglio · 1861 · Free in the US

14,753 words · about 1 h 2 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Massimo d'Azeglio
Language
Italian
Published
1861
Length
14,753 words · about 1 h 2 min
Sections
22 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (22)
  1. A Ciro d’Arco about 3 min
  2. I about 4 min
  3. II about 2 min
  4. III about 4 min
  5. IV about 3 min
  6. V about 2 min
  7. VI about 2 min
  8. VII about 2 min
  9. VIII about 1 min
  10. IX about 3 min
  11. X about 2 min
  12. XI about 2 min
  13. XII about 2 min
  14. XIII about 4 min
  15. XIV about 3 min
  16. XV about 2 min
  17. XVI about 3 min
  18. XVII about 7 min
  19. XVIII about 3 min
  20. XIX about 3 min
  21. XX about 2 min
  22. XXI about 3 min

Continue:

A Ciro d’Arco

Non è la prima volta che ci incontriamo nel propugnare quella vera e grande democrazia del diritto comune, onore quanto futuro riposo dell’età moderna, contro quell’altra falsificata, col privilegio dal sottinsù.

Questa lotta, antica quanto il mondo, quanto le passioni ed i vizi degli uomini, non finirà che con loro. L’umanità è dunque condannata a combatterla fino all’ultimo giorno. Ma le condizioni della lotta non son sempre le stesse.

Oggi il mondo cammina per colpi di scena: mentre si scrive, esso si trasforma; e lo scrittore che s’immaginasse poter contribuire a farlo uscir salvo da un passo scabroso, non arriva a farsi stampare, che il mondo n’è già uscito da sè benissimo, e si trova già entrato in una difficoltà nuova.

A mezzo gennaio quando incominciai questo scritto, era da temersi , o meglio, chi di lui si copriva.

Oggi si può dire svanito questo pericolo, per ora, chè i partiti estremi danno tregue e non paci. Invece è da temersi il Papa, o piuttosto chi di lui egualmente si cuopre.

A mezzo gennaio molti vedevano scuro nelle urne elettorali. Temevano debolezza nella maggioranza. Oggi, se mai, sembra ch’essa pecchi pel difetto opposto. Difetto anche questo, come lo mostrò l’esperienza in molte occasioni, fra le altre agli ultimi tempi di Luigi Filippo.

Ma se le situazioni mutano rapidamente, i loro elementi rimangono sempre i medesimi.

Dia la fortuna un nuovo giro alla sua ruota, ne sorga una situazione che si creda favorevole, e vedremo i partiti estremi ripetere sempre le medesime prove, e gettar sempre l’Italia nei pericoli stessi.

Se dunque uno scritto può in un senso arrivar troppo tardi, può in un altro uscire più che a tempo.

L’essenziale è dir ciò che è sempre vero, e parlare senz’altro scopo che il vero.

Prego il lettore a voler tenere conto delle circostanze in cui scrissi, e giudicare le mie idee dal punto di vista che accenno.

Costretto da necessità di salute a tenermi lontano dal nuovo Parlamento, ho voluto unirmi almeno col pensiero e coll’opera, a’ miei colleghi che trattano delle cose pubbliche in queste così splendide e felici circostanze, ed esaminare anch’io alcune di quelle questioni che presto devono venir risolute.

So ch’io metto il dito su passioni irritabili, che non amano di sentirsi discutere; e prevedo che mi si desterà contro un vespaio.

Ma bisognerà pure che in Italia cominciamo ad avvezzarci gli uni a parlare, e gli altri a lasciar parlare: gli uni a dir ragioni, e gli altri a risponderne, senza voler soffocar la voce di nessuno con filze d’aggettivi, o spauracchi d’impopolarità. Bisognerà pure ad ogni modo, dopo avere per tanti anni sudato onde liberarci dalle censure degli Ispettori di Polizia e de’ Maestri del Sacro Palazzo, ci risolviamo altresì a far testa alle censure delle sètte, delle sagrestie, degli interessi di vanità, d’influenza, di borsa. Bisognerà pure alla fine risolversi ad essere un popolo libero ed indipendente davvero, ed a prenderne gli usi, la lingua, il modo di trattare, e di vivere; ad assumere quella dignitosa indipendenza di carattere, che è la più nobile proprietà d’un uomo: proprietà che nessun decreto può dare, nessun tribunale guarentire, se non sa ognuno possederla e difenderla per virtù propria: proprietà che innalza l’uomo alla giusta stima di se stesso; per la quale non giura nè in verba magistri, nè in verba populi: non è del parere nè di chi più grida, nè molto meno di chi minacciasse: non prende infine le opinioni bell’e fatte da nessuno, ma cerca farsele da sè coll’intelletto e colla coscienza propria; ed una volta fatte, le manifesta senza timidità, come senza arroganza, non occupandosi punto se sian seguite da molti o da pochi, se piacciano o dispacciano, e se possano procurare a chi le professa applausi o fischi, utile o danno.

Quando i più in Italia abbiano rivestito questo carattere, allora saremo veramente un popolo libero: allora saremo pienamente indipendenti, ci mostreremo una gran nazione, e sapremo vivere da gran nazione. Altrimenti (mi sia permesso citare un aneddoto) faremo come quel ciabattino che vinse al Lotto, eppure la mattina dopo nell’alzarsi si cinse come al solito il grembiule di cuoio, non avendo ancora imparato a fare il signore.

A questo modo intendo la libertà e l’indipendenza delle discussioni politiche, i doveri come i diritti degli scrittori che se ne occupano. Ho cercato d’adempiere ai doveri. Non ho io dunque motivo di sperare che si riconoscano i miei diritti?

Sta sano.

M. D’Azeglio.

Firenze, 4 marzo, 1861.

I

Pisa, 15 gennaio.

Se lo stato delle menti fosse oggi qual era nel 1849, il pericolo d’Italia potrebbe essere reale.

Ma la fortuna nostra volle che i due grandi movimenti del 1848 e del 1859 non fossero tanto vicini tra loro da non darci tempo a soffrire degli errori commessi (che è la più utile fra le esperienze), e neppur fossero tanto lontani da rendere inutile per gli uomini del 1859 la lezione pratica ricevuta dal 1848.

Così i cervelli si sono corretti. Lo spirito pubblico si è rassodato, e l’Europa ha dovuto stupire del senno pratico degl’Italiani, più che non s’era stupita in altre occasioni delle loro pazzie.

Ma delle lezioni date a noi, non ne profittammo noi soli; tutti ne hanno profittato. Dappertutto si nota un rapido sviluppo di maturità nelle moltitudini. La scienza dell’attenersi al possibile più che al desiderabile, la scienza del sapere aspettare, il senno pratico, attributi sin qui di pochi eletti, sono ora dati alle moltitudini. Le abbiam vedute intendere le questioni politiche meglio di molte Cancellerie, e meglio guardarsi da giudizi precipitosi e appassionati. Ogni giorno diventa più difficile il mestiere di ciarlatano politico. Le antiche astuzie per condurre i popoli, i ninnoli della loro infanzia come gli spauracchi della loro vecchiaia, sono oramai resi inservibili; e chi ne faceva capitale suo unico, ne perde il capo.

E difatti, i partiti estremi che vivono unicamente o delle infanzie o delle decrepitezze de’ popoli, sono fuor di loro, e non s’agitarono mai tanto convulsi come oggi.

Ma il mondo, in massa, si trova indifferente a tutte le loro smanie: egli ha pagato il giudizio abbastanza caro, per non smarrirlo oramai così facilmente.

Da un lato, i documenti della Corte di Roma piangono la Chiesa perseguitata, la Religione in pericolo. I Vescovi di Francia, più sobrii di lacrime, gettano invece fiamme, minacciano e profetizzano cataclismi. Ma nessun cattolico ignora oramai, che la sua Chiesa non è punto in pericolo, e che non si perseguita nessuno per fatto di Fede. L’incasso del danaro di san Pietro, come il numero dei Crociati gratuiti del Vaticano, ci dà un saggio esatto dell’effetto che gli agitatori clericali possono oramai produrre su coscienze le quali, quand’anco sincere, altrettanto però sono oramai illuminate ed accorte.

Dall’estremo opposto, e dalle tende ambulanti d’altri Leviti, quelli di Dio e del Popolo, ci vengono all’orecchio voci d’altrettanta angoscia, e d’altrettanta minaccia. Anche questa Curia si sente mancare sotto i piedi il terreno; anch’ella vede spuntate le sue scomuniche, vede le sue ire, le sue profezie passare sul mondo senza mutarne l’andare. Ha un bel dire che ha fatta l’Italia, e che l’ha quasi liberata, che senz’essa non si finirà mai di liberare; ha un bell’armeggiare, affannarsi, farsi grossa per parere un pendant di e del suo Governo — tutto inutile!

Il mondo, come ogni Italiano, sanno benissimo che se il Re non manteneva lo dopo Novara; se il conte Cavour non spediva l’esercito in Guerra di Crimea e non andava al Congresso di Parigi ed a Accordi di Plombières; se Napoleone non calava in Italia con 150 mila uomini, e via via sino al giorno in cui, se i bersaglieri ed artiglieri non l’impedivano, Capua diveniva campo di nuove delizie più saporite di quelle di Annibale; nessuno ignora, dico io, che se tutto questo non accadeva, non so che cosa sarebbe stato dell’Italia: ma al punto, al quale è oggi, non c’era arrivata di certo!

In una parola, oramai sono diventati vecchiumi tanto la Curia Romana come la Curia dell’Idea. In Italia come fuor d’Italia non si vuole nè assolutismi di Papi, nè di Re, nè di Tribuni; non si vuole arricchire nè Preti, nè Ciamberlani, nè berretti rossi. Questa lanterna magica la vede da 70 anni l’Europa; conosce le maschere di tutti i colori, le son costate sangue e miliardi, ed ora non ne vuol più. I suoi sudori, il suo patrimonio se li vuol goder lei, e non lasciarsi mangiar viva da speculatori politici, come si lascia pelare uno spensierato da’ fattori o da’ segretari.

Io dunque non vedo l’avvenire in nero. Lo dichiaro incominciando queste pagine. Io credo che in Europa malgrado le minacciose apparenze, sta per prevalere il giudizio. Credo che ci accostiamo ad un’epoca nella quale gli affari del mondo presi nel tutt’insieme anderanno meno male di prima, perchè il mondo li vedrà e li farà da sè. In ciò sta, in conclusione, tutto il sistema rappresentativo al quale i popoli s’avviano: e se mi si permette una formola volgare, dirò che la differenza dai sistemi assoluti (assolutismo di trono o di piazza è lo stesso) ai sistemi rappresentativi consiste in ciò solo, che quelli lavorano sulla pelle altrui, e questi lavoreranno sulla propria. La mano è sempre più leggera.

Ma se a parer mio si va verso il bene, non ci siamo però arrivati.

Non mai tante questioni nè così gravi e complicate si presentarono come ora in una volta, reclamando ognuna soluzione immediata. Più che mai bisogna star in cervello e levar le redini di mano ai bambini ed ai decrepiti. Gli uomini di buona volontà parlino franco ed aperto. Dal complesso delle loro parole scaturirà il vero; e la sua luce caccierà illusioni, e fantasmi. Questa è l’idea che mi pose in mano la penna, coll’animo di dire il vero, per quanto lo vedo e l’intendo, passando in rivista gli affari e le questioni più urgenti.

II

Paragonare lo Stato ad una nave non è immagine molto nuova; ma quel che è abbastanza nuovo è il trovarsi sulla coperta di questa nave e sentire comandare la manovra da chi non è il comandante: è abbastanza nuovo il trovarsi al 20 di gennaio, e sapere che a giorno fisso al 1mo Marzo, è dato appuntamento da chi non è nè il Re nè il suo Governo, per radunare un esercito e partir per la guerra. Radunarlo dove? come? coi denari di chi? con qual bandiera? — Ufficialmente nessuno lo sa!

È tempo una volta di spiegarsi, chè l’impresa di render l’Italia indipendente, impresa alla quale abbiamo consumato la vita, non ha ora a diventare un tiro di bussolotti, nè ha ad andare avanti per equivoci e per reticenze a profitto de’ più svelti.

Liberar l’Italia, renderla forte, e perciò unificarla, è il pensiero di tutti; ma non intendiamo che sotto la coperta dell’Italia ci vogliano invece far passare la Repubblica.

Qui sta il nodo della questione: e su questo è bene dir quattro parole.

Prima di tutto, nessuno mi leva di capo che in questa questione della Repubblica è corso un equivoco. Chi la vagheggia come l’ultimo ed il più sapiente prodotto dell’arte dello Stato, esamini più attentamente la questione, e troverà che la Repubblica ne è invece il primo rudimento.

Il primo vincolo di tutte le società umane fu la forma Repubblicana pel tempo di pace, e la Monarchica assoluta pel tempo di guerra. Ciò spiega nella sua Germania; ce lo confermano le Storie; e si trova ora fra le tribù selvaggie. Questa prima repubblica barbarica aveva anzi un grado d’indipendenza individuale, che nessuno ora crederebbe possibile. Un solo individuo poteva opporsi e mandare a monte una deliberazione di tutti. Di un tal sistema rimase la traccia nel Veto della Costituzione della Polonia.

Dai tempi più antichi dunque l’assoluta indipendenza individuale in pace (Repubblica) finiva necessariamente nell’assoluta dipendenza (Assolutismo) in guerra. Come era da prevedersi, chi aveva preso il comando in guerra, lo seppe mantenere in pace; salvo ad essere abbattuto dal popolo colla violenza. L’umanità fu alternativamente giocata alla palla da queste due forze per secoli. E perchè? Perchè ambedue erano alla lor volta irresponsabili; quindi sfrenate; quindi cagione della propria rovina. E quale fu il più alto e benefico trovato dell’ingegno e dell’esperienza degli uomini, annaffiato da tanto sangue e tante lacrime, e comprato a prezzo di così severe lezioni?

Fu un sistema ove tutti, salvo uno, fossero responsabili; quindi non potessero divenire sfrenati e condurre loro stessi a ruina.

È evidente, che lo stato migliore è quello nel quale tutti debbano rispondere dei loro atti, e subirne le conseguenze, senza distinzioni nè privilegi. La responsabilità di ogni individuo (persuadiamocene) è la sola e vera garanzia della libertà di tutti. Questo stato chiamato sistema costituzionale è per ora il più alto grado al quale si sia inalzata la scienza politica; e per un implicito consenso le nazioni più intelligenti cercano di adottarlo.

Dunque chi cerca la Repubblica, invece d’andare avanti, vuole tornare indietro: e questo è quanto molti amanti della Repubblica non avevano forse mai avvertito. In nome del ben pubblico e del loro proprio bene, vogliano riflettervi.

III

Un’altra osservazione. Vi sono molte forme di Repubblica: vi sono le antiche, quelle del medio evo, e le moderne. Quali di queste vorrebbero?

Gettiamo uno sguardo di volo a tutte.

Ben inteso che accettiamo per base l’idea cristiana degli uomini perfettamente eguali tra loro; e ben inteso altresì che la brevità di questo scritto renda indulgente il lettore per cenni che devono necessariamente riuscire incompleti.

In Atene votavano nel Ceramico 20 mila cittadini liberi. Il resto erano schiavi. A Sparta v’erano gl’Iloti pei lavori servili. Nei Comizi del Foro Romano la proporzione era all’incirca la medesima. In queste repubbliche, dunque, due quinti de’ loro abitatori disponevano arbitrariamente degli altri tre quinti. L’eguaglianza lasciava qualchecosa a desiderare. Non è questa dunque la forma che cerchiamo.

Nelle repubbliche del medio evo, in Firenze, per esempio, la Signoria coll’assistenza di Consigli più o meno numerosi, secondo l’epoche, disponeva liberamente degli uomini del contado. Le sue città ubbidivano a Palazzo Vecchio d’allora, precisamente come sino all’anno scorso hanno ubbidito a Pitti.

Dunque neppur questa è la Repubblica che vogliamo.

Prendiamo le moderne.

Abbiamo le Spagnuole dell’America Meridionale, quella degli Stati Uniti, la Svizzera, e San Marino.

Lo stato normale delle Spagnuole è la guerra civile: ognuno lo sa, ed è inutile parlarne.

Agli Stati Uniti, invece d’esservi un principe ed un governo irresponsabile come in Austria, ovvero un’oligarchia come era nella Repubblica di Venezia, è irresponsabile la plebe. Essa sa benissimo che può quel che vuole. Nessuna legge sta contro di lei; e quelli che governano, non hanno altro pensiero che d’indovinare le voglie e i capricci per non perdere l’impiego.

L’assolutismo della democrazia è colà arrivato alle sue ultime conseguenze, ed ha spaventato il mondo col- di uno Stato cristiano che proclama di diritto divino la schiavitù.

Nè il re di Napoli, nè il duca di Modena ebber mai tanto coraggio. E quanti Mortara neri vedendosi strappare i figli non in nome della fede, ma dell’avarizia, avrebbero ragione d’invidiare il Mortara bianco!

E quanti benedirebbero Iddio d’appartenere non a Repubblicani, ma all’Imperator di Russia, ed alla sua aristocrazia!

Gli Stati repugnanti alla schiavitù non osarono rifiutare la restituzione degli schiavi fuggitivi ai loro padroni, e si fecero così complici di costoro. La tragedia d’Harper’s Ferry ha mostrato a quali eccessi può giungere una moltitudine quando si sente veramente e pienamente irresponsabile.

Sarebbe questa la Repubblica che vorremmo regalare all’Italia? —

Rimane la Repubblica Svizzera. Durante la campagna del 59, tutti sanno come ebbe cura di mantenersi e nello spirito e nella lettera della sua neutralità. Il Governo federale non previde Magenta e Solferino, come neppure lo previdero i Principi Italiani. Essa come loro pagarono la loro imprevidenza, e oramai non occorre dirne altro.

Rimarrebbe ora a sapersi quale delle libertà repubblicane erano venuti a difendere que’ loro cittadini che abbiamo fatti prigioni e rimandati in Svizzera alle case loro. Rimarrebbe a sapersi se il loro Governo non può o non vuole impedire queste loro escursioni tanto poco degne d’uomini liberi. E in un caso come nell’altro vorremmo dire d’avere finalmente trovata la Repubblica che ci vuole per l’Italia?

S’avrà finalmente ad esaminare se si dovesse fare dell’Italia un Gran San Marino?

Bisogna poi persuadersi, che qualunque fosse il nome o la forma apparente di questa Repubblica, non si potrebbe mai, coi nostri costumi, scostarsi in sostanza dalle forme che già abbiamo. Nessuno supporrà che si possano aver comizii e votazioni dirette come gli antichi, applicabili soltanto quando lo Stato sta tutto in una città. Si dovrà dunque avere una o due Camere, Elettori e Deputati come ora. La differenza starà nell’avere un Capo elettivo invece di un Capo ereditario, un Capo responsabile invece d’uno irresponsabile, un Capo estraneo invece di uno partecipe al potere legislativo.

Dicono che i re e le dinastie costano: temo però che costino di più le sovranità elettive. Vediamo Roma: ogni nuovo Papa deve naturalmente mostrarsi grato a chi l’ha aiutato a divenirlo. Egli, inoltre, ha intorno sempre un nuvolo d’amici, di servi, di clienti, di beneaffetti d’antica data, che hanno con lui sopportato il mal tempo, ed è naturale che vogliano godersi il buono. Di qui quelle regolari spogliazioni, quel regolare tramenío d’uffizi, d’impieghi ec. che distingue ogni nuovo regno, e del quale rimane il documento in ogni nuova pagina del libro d’oro dell’aristocrazia romana.

Ed a Roma almeno ciò non accade se non ad ogni nuovo regno, il quale può durare diecine d’anni. Ma agli Stati Uniti, ed in altri governi elettivi, ad ogni quattro o cinque anni siamo da capo!

Credono che costi più la trasmissione del potere in un principato ereditario?

Ma lasciamo stare il costo, che in verità mi vergogno di trattare del potere esecutivo come d’una merce: sto alla sola differenza possibile in oggi fra la forma costituzionale e la repubblicana, e domando ai sensati e buoni Italiani, se per questa differenza, per avere un principato elettivo, e nominarlo Repubblica, metteva conto di cercar di dividere la nazione, e distruggere l’unità di quell’impulso potente che ci spinge verso l’indipendenza?

Se conveniva infliggere a quell’Italia che aveva innamorato il mondo colla intemerata bellezza della sua rigenerazione, le miserie, i rischi, e le vergogne di una guerra civile?

IV

Eppure, mentre l’intera Europa senza differenza di opinioni applaudiva a , ed al suo Ministero; mentre la nazione in massa era invasa dalla gioia e dalla gratitudine per l’immensa vittoria che ci portava quasi alla meta de’ nostri voti, si sono trovati cuori nei quali ad un tanto spettacolo non s’è destato che un solo sentimento: L’Indipendenza Italiana non dev’essere opera d’un Re!

Tale fu il loro pensiero. Ma il pensiero di chi?

A questo è difficile rispondere.

Tanti nomi corrono di partiti: partiti repubblicano, rosso, del movimento, mazziniano, rivoluzionario cosmopolita, democratico ec. ec.

E prima di stampare in fronte ad uno di loro il mar- di quella immensa ingratitudine, sarebbe pur bene sapere se non si sbaglia.

Ma lasciamo da un canto i nomi. Non si può però sbagliare dicendo che quest’ingratitudine fu di quel partito che nella società politica si vuol liberare dalla responsabilità comune, che se ne sente inceppato nelle sue aspirazioni a dominar esso su tutti; a farsi riconoscere come la sola e la vera autorità; ad usurpare esso solo quella forza direttrice che è il diritto della società intera, il diritto comune: di quel partito che alterando il significato del vocabolo democrazia, lo farebbe diventare, se prevalesse, la più stretta e più privilegiata delle oligarchie, per finire, come sempre, in una tirannide.

Anche sulla democrazia è corso un grande equivoco, fonte di falsi giudizi, per chi vive d’idee acquistate da altri, e non è capace di fabbricarsele da se col proprio criterio.

Quelli ai quali mette conto falsare i cervelli e le idee, parlano del futuro trionfo della democrazia, della felicità di chi vivrà allora, e con queste lusinghe trovano seguaci, aiuti, e soprattutto influenza e potere.

Mi fanno l’effetto degli Ebrei che stanno aspettando il Messia, mentre è 1861 anni che è nato!

La democrazia trionfò il giorno nel quale tutti i cittadini d’uno Stato vennero dichiarati eguali davanti alla Legge; e chi ne aspetta un’altra, avrà da aspettare un pezzo.

A quella giusta e ragionevole democrazia, frutto del dogma cristiano come dell’illuminata ragione de’ tempi, apparteniamo tutti. Di questa è codice lo , è capo e difensore il Re. Essa si fa viva nel Parlamento, porta in alto gli uomini di sua fiducia, e confida loro la dire- de’ suoi affari, aprendo ad essi la via del Ministero.

Ma questa democrazia non serve a gran cosa a quella minorità malcontenta, la quale facendo poco incontro cogli elettori e col pubblico, che, o non sa che esista, o lo sa anche troppo, si vede messa da parte, o almeno alla coda di tutti.

Chi invece vuol essere alla testa (e notiamo che questa voglia è quasi sempre in ragion inversa della capacità), bisogna pure che inventi alcun che di diverso; e questo alcun che è sempre stato, e sempre sarà quella falsa democrazia, che si dice demagogia in politica, ed il cui nome teologico, più facile ad intendersi per chi non sa il greco, è semplicemente linvidia.

Si capisce che in tutti i paesi del mondo si trovi questa classe di gente senza posizione, invidiosa dell’altrui, irrequieta, e smaniosa di emergere. Si capisce che la condizione comune ispiri consigli comuni; che ne segua il bisogno d’intendersi ed agire d’accordo, di formare società più o meno segrete; e questo è difatti quel che vediamo, e che produce quell’agglomerazione d’uomini d’ogni paese, d’interessi disparati, d’ordinamenti però, e soprattutto di tendenze concordi, conosciuta sotto il nome di rivoluzione cosmopolita. È inutile l’aggiungere che non pongo in questa categoria gli onorati Esuli di varii paesi che lavorano per risuscitare la loro nazionalità.

Questo partito dunque vedendo il Re, il conte di Cavour, e chi sta con loro, sempre fortunatamente a capo dell’impresa, e quel che è più, vedendo che riescono, ne aveva turbati i sonni, e cercava il modo di levare le redini di mano a chi le teneva.

La difficoltà stava nel trovare questo modo, e non era piccola.

V

Se qualcuno mi dicesse: — I Gesuiti ed il loro partito minacciano la nostra rigenerazione, ne saranno la rovina ec. ec., — gli risponderei: — Voi date loro troppa importanza. Per quanto i Gesuiti per le loro relazioni ed il loro ordinamento siano in certe regioni ed in certe classi potenti, non hanno radici nelle moltitudini che li rigettano. Oggi chi non ha per sè le moltitudini non è, e non può far nulla di veramente importante. Ciò non toglie però che non bisogni vegliare sulle operazioni della loro setta, perchè possono sempre, se non rovinare l’Italia, cagionarvi disturbi, sedurre le persone semplici, comprometterle, e se non altro, distrarre molte forze vive dall’azione comune. —

L’istessa cosa, parola per parola, si deve dire pel contingente italiano della rivoluzione cosmopolita, che è incredibile come somigli in ogni suo fare ai Gesuiti! Mentre sto scrivendo, giungono da ogni parte d’Italia giornali e telegrammi colle notizie dell’elezioni.

Si vede se i repubblicani abbiano radici nelle moltitudini fra noi! Ed ecco già una somiglianza co’ Gesuiti: quella che per noi importa più di tutto. Ma non è la sola.

Ambedue le sètte essendo di pochi, e volendo parere di molti, s’aiutano coll’audacia e l’arroganza de’ loro giornali, e con tutte le esagerazioni che fanno chiasso. Ambedue sentendosi mancare l’opinion pubblica, s’attaccano ai potenti, agli influenti, ne sfruttano le debolezze, i vizi, ne servono gli odii o gli amori, e così a qualche effetto pure talvolta riescono. Ambedue portano i loro, con ogni arte, con ogni mezzo, in ogni tempo ed in ogni occasione; ed altrettanto cercano abbattere chi non è de’ loro, con quella persecuzione pertinace, inesorabile, che accompagna la sua vittima per tutta la vita, che è presente alla sua agonia, e siede sulla sua tomba, detta persecuzione pretina, ma che sa lavorar bene anche chi non è prete!

Ambedue hanno una lunga gerarchia, che comincia dai professi e consultori, e finisce in quel che in Francia si chiamava Jésuites en robe courte, ovvero en jupon, che in ambi i partiti non sono gli alleati meno importanti: così si hanno fila tese ad ogni scalino sociale. Ambedue lasciano ai loro fedeli la facoltà di ritirarsi dall’azione; ma a due condizioni, che a dimenticarle si rischia soffrire nella salute: la prima di non palesare i segreti che si sanno; la seconda, d’aiutare sempre in ogni modo gli antichi colleghi. Di qui quella prudenza degli ex-settarii come degli ex-Gesuiti che non si smentisce mai, e quell’invisibile patrocinio che protegge tanti individui ai quali capitano ogni giorno fortune inaspettate, ai quali si spalanca ogni porta, è posta in tacere ogni colpa senza che si possa indovinarne nè il come nè il perchè. Di qui in alcuni, que’ silenzii, que’ monosillabi, quel voltar discorso guardando in aria, ovvero la condizione delle loro unghie, quando si vorrebbe far loro notare il cattivo effetto prodotto sullo spirito pubblico da certe nomine e certi voti. Ambedue hanno poi nelle loro file uomini di cuore, onorevoli, valenti, intimamente persuasi di far bene (e questi chi sa che non siano i più!) e furfanti matricolati che li muovono a loro profitto. Ambedue le sètte, finalmente, si vede che riescono, si vede che giungono talvolta ad un dato scopo, ma non si vede come riescono, nè per quali vie: che pure a conoscerle non sarebbe male per potersi guardare nell’avvenire.

VI

Comunque ciò sia accaduto, il fatto sta ed è che delle fatiche durate, de’ tesori, del sangue sparso dagl’Italiani, da 13 anni in qua sotto la guida del Re, e del suo Governo, ecco il frutto che s’era raccolto: avere l’Italia (la cui salute stava tutta nell’unione) divisa in due campi: l’uno costituzionale, l’altro repubblicano, e la rivoluzione cosmopolita padrona di otto o nove milioni d’uomini e di tutte le loro forze!

Così credettero avere trovato il modo del quale parlammo poche pagine addietro.

Se l’Europa o l’Italia d’oggi era come nel 1849, l’avevano trovato pur troppo, e si ricadeva peggio d’allora: e se ciò non accadde, non fu per mancanza di coloro de’ quali un popolano fiorentino disse con pittoresca espressione: E’ brucierebbero l’Italia per cuocersi un par d’ova!

Ma questa volta non avevan più da fare coll’Abate , che appena accennò voler guastar i fatti della democrazia d’allora, non fu lasciato un momento ritto. Questa volta avevano da fare col conte , ed era un altro discorso.

È giusto però riconoscere, che gli uomini medesimi i quali comandavano a Napoli l’hanno potentemente aiutato a liberarsi di loro. A forza di stravaganze hanno resa talmente evidente pel pubblico europeo, e dimostrata così urgente per tutti la necessità di por termine a quei Saturnali Siculo-Napoletani, che il conte di Cavour non solo ha potuto compiere l’occupazione dello Stato pontificio e del Regno senza opposizione dell’Europa, ma ha ottenuto dalla coscienza del mondo civile una completa amnistia per una serie d’atti che, secondo le regole ordinarie e senza l’imminente pericolo che ci sovrastava, avrebbero potuto provocare gravi censure. Di quest’amnistia dobbiamo essere grati ai Governi di Napoli e di Roma, i quali per avere troppo violato il diritto naturale, ed il diritto cristiano, vennero posti fuor della legge del diritto pubblico, com’era dovere.

Ed anche in questa circostanza ribatte perfettamente il parallelo che abbiamo stabilito fra i due partiti estremi. Se all’Europa doveva sembrare una grave minaccia per la sua quiete il vedere che la rivoluzione demagogica poteva disporre di un Regno di otto milioni, non le poteva parere indifferente, dall’altro canto, il concentramento che si faceva in Roma di tutti i reazionarii, e principalmente degli attuali nemici della dinastia Imperiale. L’opinion pubblica vide con egual soddisfazione sparire a Castel Fidardo le speranze della reazione teocratica legittimista, come sul Volturno le minacce della demagogia.

Ed ecco una nuova prova delle tendenze del mondo moderno!

Il pericolo ed il danno immenso de’ due campi rivali fu dunque allontanato, grazie alla Provvidenza che ci vuol salvi, grazie alla prudente audacia del Governo, ed agli errori della demagogia come della teocrazia. Ma il giudizio della Storia sarà severo contro chi per volgari passioni di sètta pose la patria a tali strette; contro chi ri- un Governo che si teneva rappresentante del libero consenso de’ popoli, a soffrire la dolorosa smentita di sanguinose resistenze: ed il tempo avrà poi a decidere se il precipitare l’annessione dell’Italia meridionale abbia aggiunto o tolto forza allo Stato che solo può con una forza ordinata e compatta unificarci; se sia stato il miglior de’ partiti per una Nazione appena riunita, che non ebbe tempo a fondersi insieme ed a costituirsi, e che in certe evenienze (Dio voglia tenerle lontane) potrebbe venire assalita dai suoi secolari nemici al settentrione, mentre avesse le sue forze impegnate al mezzogiorno da torbidi civili, tanto evitabili ove si fosse tenuta una via meno precipitosa. Ma l’esperienza ci mostra che la Provvidenza non ricusa la maggior fatica che le costiamo co’ nostri errori. Speriamo!

VII

Sarebbe inutile, come è certo penoso per chi sente altamente del decoro del proprio paese, il ritornare su questi fatti, se non avessero lasciato conseguenze che ancora mostrano voler pesare sulle deliberazioni del Governo. L’opposizione repubblicana ha resuscitata un’antica malizia che risale alla Mitologia greca, e si ritrova poi giù giù nelle Novelle, e ne’ Romanzi cavallereschi. Euristeo impose ad Ercole le XII fatiche. I Re del ciclo d’Arturo e della Tavola rotonda propongono a pretendenti delle loro figliuole imprese impossibili, col pensiero che vi trovin la morte; e la demagogia dominante a Napoli presentava al conte Cavour il modesto Programma di spianare Verona, Mantova, Legnago e Peschiera, liberar Venezia a primavera, compreso più o meno chiaramente il Tirolo, Trieste, la Dalmazia ec. Occupar Roma mandandone altrove il Papa ed i Francesi, e coronar l’opera coronando in Campidoglio!

A questo prezzo Vittorio Emanuele poteva sperare la loro approvazione. Se no, no! E se il Re ed il conte dì Cavour non s’incaricavano d’avviare l’esecuzione del programma, ecco che se ne incaricava il General , e di qui la chiamata all’armi per il 1mo di Marzo, che sopra accennammo!

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