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CESARE CANTÙ
NOVELLE LOMBARDE
LA MADONNA D’IMBEVERA I MORTI DI TORNO — IL CASTELLO DI BRIVIO ISOTTA — LA BATTAGLIA DI VEDERIO — POVERA MENICA! LA SETAJUOLA — AGNESE O LA VEGLIA DI STALLA LA FESTA DEI CANESTRI — GIOCONDA IL RITORNO — DUE FRATELLI
La Madonna d’Imbevera
L’esame dei luoghi e alcuni storici riscontri convincono che, sedici o diciotto secoli fa, quel tratto della Brianza che chiamasi il Pian d’Erba e le bassure circostanti erano occupate da un lago, chiamato l’Eupili, il quale, alimentato dagli scoli delle montagne, per la Valmadrera doveva comunicare con quello di Lecco e coll’Adda; e versavasi pel Lambro, di cui basta osservare il letto per accertarsi come un tempo corresse più ricco di acque. A foggia d’isole o penisole qui e qua sporgevansi in asciutto alcuni dossi, sui quali erano fabbricati villaggi e casali, i cui abitatori campavano pescando nei luoghi, dove i loro discendenti oggi fendono colla marra le gratissime glebe.
Quando e come questo lago sparisse, mal si potrebbe dire; nè qual violenta crisi abbia sollevato il suolo così, da interromperne la comunicazione con quello di Lecco, e sprofondatolo in alcune parti per modo che, ivi raccogliendosi le acque dapprima diffuse, venissero a formarsi i laghetti di Pusiano, di Annone, di Alserio, lasciando in secco il restante. Chi dalle efimere fatture dell’uomo, somiglianti alla crisalide che il baco sospende al ramo e che domani la pioggia scarmiglierà, si compiace voltare lo sguardo alle meraviglie della natura e leggerne sulla faccia della terra gli stupendi rivolgimenti, troverà ad ogni passo le prove di questo fatto; ma verun cenno non ne fu conservato nè dalla storia nè dalla tradizione. Invasioni di feroci stranieri, muta pressura di superbi dominatori, tenevano allora l’uomo avvilito e minor di sè, tanto occupato dalla nequizia dell’ora presente, che non pensava nè a rivangare il passato, nè a provvedere alla memoria degli avvenire.
Disperso o ristretto l’Eupili, la parte più elevata di quel che già era letto del lago si convertì presto in campagne, la cui cultura diede essere ed occupazione ai grossi villaggi, onde oggi quel piano è distinto: le bassure rimasero paludi, ove, qual volta la stagione corresse piovosa, l’acqua tornava a riprendere il suo dominio, siccome una cattiva consuetudine che a volta a volta rifiglia colà d’onde fu male sbarbicata. Sempre poi non verdeggiavano che di cannucce e di càrice ingrata, ove la nuda ghiara non ingombrasse così, da dar luogo appena ad ispidi vétrici e ad ingrate scope.
Pochi di que’ luoghi durano tuttavia in sì abjetta apparenza: altri, a memoria de’ più giovani, furono ridotti a pioppeti, a prati, a colti; più assai nel secolo passato sentirono il risorgere dell’industria, che, al favore della pace e di più avveduti e liberali ordinamenti, smorbava l’aria, guadagnava i campi, preparava nuovo sostentamento alla generazione futura, la quale, cresciuta di numero e d’agiatezza, avrebbe lodato i faticosi parenti; — lodati col fatto, mentre il cuore neppur li ricordava, forse la lingua li oltraggiava.
Però, sul finire del secolo XVI, quando le guerre passate, la prepotenza delle classi priviligiate e lo sconsigliato ed inopportuno affaccendarsi d’una disamata dominazione diradavano la gente col diminuire od impacciare i mezzi di sostentamento, la maggior parte di quel piano giaceva incolta, occupata da boscaglie, rotta da guazzatoj ed acquatrini; sicchè, invece della strada che ora lo fende, mettendo dalle falde del Monte di Brianza alle deliziose alture di Erba, allora, un sentiero vicinale serpeggiava scabro e dirotto per mezzo al bosco che occupa il pendio settentrionale della collina, la quale, alzandosi da Rovagnate verso il Lambro, divide la alta Brianza dal Pian d’Erba. Pochi assai percorrevano allora quella via: giacchè, oltre le più scarse relazioni da paese a paese, il generale disagio delle strade, singolarmente nei terreni montuosi, svogliava dal viaggiare. Onde è in proverbio che chi dovesse (poniam caso) da Como giungere a Milano, assestava i domestici affari; indi avviatosi, com’era giunto a mezzo il cammino, rimandava un messaggio a casa per assicurare che, la Dio mercè, gli era riuscita prospera l’andata. Esagerazioni che però ritraggono da un fondo di vero, e che formano bizzarro contrasto colla rapidità onde oggi non solo travalichiamo a ruote correnti le alpi più elevate, ma solchiamo, a dispetto di venti e di correntie, rapidissimi fiumi e l’immensità dell’oceano.
Oltre però la disagevolezza delle strade, era il viaggiare reso mal sicuro dai lupi che spesseggiavano, e più da quella belva che ha nome l’uomo, della quale non è la peggiore qualvolta la forza accoppiata alla ragione non sia temperata colla giustizia e colla benevolenza. Masnade di ladri, accampando a baldanza per le foreste e per le lande, non solo davano fiera avventura al solitario passeggero, ma aggredivano e depredavano casali e borgate. Con costoro se la passavano d’intelligenza gli ostieri onde il viandante, il quale, vedendo imbrunire, aveva sollecitato il passo per ricoverare alla locanda e, raggiuntala, ringraziava il suo angelo che l’avesse ridotto in salvo, nel maggior cheto della notte si trovava assalito e sovente scannato nel letto. Birri e campagnuoli uscivano contro costoro; quadriglie di soldati acquartieravansi di distanza in distanza: ma non è ben chiaro se maggior danno recassero i protettori o i masnadieri, la forza legale o la perseguitata.
Tutto ciò, sebbene poco abbia a fare col racconto di che intendo trattenervi, sia detto per giunta al panegirico di quel buon tempo antico, che tanti rimpiangono continuamente.
E non è ancor tutto. Conviene aggiungere i feudatarj, che, tiranneggiando ciascuno nel suo Stato, esteso poco più d’un miglio, imponevano ad arbitrio taglie, servizj, pedaggi, e sotto l’ombra di quella forza brutale che aveva acquistato il nome di diritto, esercitavano le angherie e le prepotenze dei ladroni insieme e della soldatesca.
Uno di siffatti dominava, appunto in quei tempi, nel castello di Barzago, terra di felice posizione, seduta in poggio sulla cresta di quel giogo, che come sopra accennai, diviso per un piccolo valico dal Monte di Brianza, estendesi da Rovagnate al Lambro, dominando da un lato l’alta Brianza, dall’altro il Pian d’Erba. Don Alfonso Isacchi aveva nome quel signore, ma tra i paesani erasi co’ suoi modi guadagnato il soprannome di Orso di Barzago. Colleroso, vendicativo, indifferente ai patimenti altrui, il rispetto all’umanità neppur di nome conosceva: le leggi paragonava alle reti, dove il tordo s’impiglia, la volpe o il falco le squarciano, e innanzi La religione non disprezzava già, ma, separandola dal costume, l’aveva ridotta a quella che ne veste le sembianze, benchè ne sia pessima nemica, la superstizione: talchè, se la coscienza avrebbe potuto richiamarlo od arrestarlo sulla carriera delle violenze, esso la addormentava con pratiche devote cui sapeva conciliare collo sfogo de’ suoi laidi e prepotenti capricci.
Chi entrasse nel suo castello, al vedere uccellacci confitti sullo imposte, pelli di lepri, teschi di lupi spenzolati alle pareti, falchi starnazzanti sulle grucce e fischi e panie e tagliuole in ogni lato, e cani sciolti o al guinzaglio, che abbajavano, squittivano scodinzolavano, e intorno campari, canattieri, guardaboschi, s’avvisava quanto egli fosse appassionato per la caccia. A ben peggiori segni se ne accorgevano i paesani, che spesso miravano folate d’uccelli, moltiplicati dalla disastrosa impunità, calarsi, a beccare i grani dal solchi appena sementati; od una furia di levrieri sbrancare ed uccidere il domestico pollame; ovvero uno stuolo di cacciatori, a piedi, a cavallo, spingersi in mezzo al miglio ed al frumento già spigato, e poco dopo ritornare, mostrando in trionfo quaglie o beccacce al povero contadino, che lagrimava perduto o decimato il sostentamento della sua famigliuola per l’insano divertimento dei padroni.
E guai a lui se si fosse arrischiato a sturbare i selvatici! più guai se avesse ardito ucciderne qualcuno! Don Alfonso avrebbe saputo perdonare ad un ladro, ad un micidiale, non a chi ne avesse scemato d’un capo solo la selvaggina. I contadini adunque dovevano soffrire e trangugiare, senza che credessero tampoco tesoreggiare meriti colla pazienza; giacchè erano stati educati a considerare l’oppressione una necessità inevitabile, come la grandine, come il morire; e che Dio, concedendo ai grandi d’intendere le ragioni che hanno per soperchiare il povero, avesse fatto anche troppo concedendo al povero la forza di tollerarli.
Alle caccie di don Alfonso era riservato il bosco, che dalla vetta di Barzago discende a bacìo della collina, e che allora distendevasi anche per buona parte del piano, oggi coltivato. Lo chiamavano, e lo chiamano ancora il bosco d’Imbevera; foltissimo di roveri e orni e castani, tra’ quali non solo moltiplicavano, come in parco chiuso, gli uccelli e i quadrupedi onde oggi pure si fa caccia, ma bestie ancora, la cui razza è fra noi o scemata o scomparsa. Lo tagliava, come dicemmo, la strada, e là, appunto ove in questa metteva capo una non migliore che scendeva da Barzago, era alzato un devoto tabernacolo della Madonna. Poichè, oltre le croci piantate a ciascun crocicchio, e le molte che, indicando il luogo dove alcuno fu assassinato, crescevano lo spavento al viaggiatore già pauroso, di distanza in distanza si solevano dipingere immagini sacre, affinchè la religione fosse di alcun freno a coloro, che nessun altro ne conoscevano. E però chi, alla frequenza di quelle ponendo mente, esclama, Quanto erano buoni i nostri maggiori, direbbe più retto, Quanto erano cattivi; od almeno, Quanto erano infelici.
Spuntava il settimo giorno di settembre del 1590, e rompeva il silenzio di quel bosco un via vai, un latrare di bracchi, un pestìo di cavalli, uno stridire di falchi, un chiaccherare ed affaccendarsi di cacciatori, che in frotta venivano intorno a don Alfonso. Egli seguiva a cavallo, discorrendo, fra un signore e una dama di freschissima apparenza, tutti con falchi e balestre e panie e gli altri arnesi adatti alla caccia, quale facevasi in tempi che il fucile, non ancora perfezionato, s’adoperava poco più che ad ammazzare gli uomini. La signorina, lieta di gioventù e novella sposa, dando libero corso ad un’indole gioviale, stata sin allora repressa fra le austerità della monastica educazione, volgevasi via via a richiedere don Alfonso or delle caccie, or delle terre che, nel discendere l’erta, scoprivano a man mano nella pianura sottoposta e sugli alti clivi rilucenti al sole mattutino, e pareva tripudiasse di incontrare tutto il creato in armonia colla felicità ond’ella si sentiva inondata.
Ma sopra pensieri camminava il giovane suo sposo; e se ella con un sorriso pieno di dolcezza insieme e di vivacità lo confortava a rallegrarsi, — Com’è possibile (rispondeva), Emilia mia? Questi luoghi tu sai quanta sventura mi rammentino. Ma lei, don Alfonso, ben deve lei aver a mente la grave disgrazia qui occorsa a mia madre.
— Oh.... sì... certo.... N’ho inteso parlare», rispondeva il feudatario, aggrottando viepiù le fosche sopracciglia.
— E dove accadde veramente il fatto?» insisteva don Alessandro, che così nomavasi il giovane signore.
— Là.... abbasso.... Ma non so bene. Dev’essere stato presso alla Madonnina d’Imbevera», ripigliava don Alfonso.
— E non si seppe mai il vero di quel caso atroce?
— Mai», replicava don Alfonso facendo spallucce e vibrando in faccia all’altro lo sguardo acuto di una vipera in atto di assalire, quasi avesse voluto spiargli in fondo del cuore. Non gli sembrò vedervi sospetto nè malizia; onde rassicurato continuava: — E come sarebbe potuto scoprirsi? Questi contorni erano pieni di malandrini e di banditi. Non è vero, guardacaccia?»
E il guardacaccia facevasi più presso confermando.
— Se ce n’era, illustrissimi! e con tanto di pelo sulla coscienza. Il Caino di Pusiano, il Raspagno di Garbagnate, lo Spazzacampagne di Broncio, altri ed altri cani, che avrebbero assalito anche un frate».
— Capisce?» soggiungeva don Alfonso. «Ma ci abbiamo trovato riparo; e da poi che occhieggiano intorno questi gatti (accennava con sorriso i suoi uomini), di simili sorci è scemata la razza, ed ella deve starsene senza paura.»
— Ma dica....» voleva ripigliare il giovane, ben altro che soddisfatto di quelle risposte. L’Orso però, cui tali domande non parevano dar troppo per lo genio, lentò il freno al cavallo, toccandolo d’una gagliarda spronata, e dietro a lui tutti gli altri. Se non che avendo esso liberato contro d’un uccello il suo falcone, questo riuscì a strappare la lunga annodatagli al piede, e datosi a libero volo, dopo ampie ruote fu veduto posarsi sul comignolo d’una bettola, che sorgeva rasente la strada del bosco. Era una povera casipola, colla parete a tramontana rivestita di edera, mentre a quella di mezzodì stava dinanzi un piccolo ma ben disposto orticello, da cui presso al muro sorgeva una vite novella, destinata, crescendo, a contornare co’ suoi pampani una finestra, adorna con pensili ciocche di garofani vivaci. Verso quella si drizzò dunque la comitiva per ricuperare il falco, richiamandolo e procurando calmarne lo spavento colle note voci e col mostrargli l’esca.
Come s’intese dirigersi colà la cavalcata, fu un sottosopra nella tranquilla osteria. Un giovinotto, che affaccendavasi per la casa, corse a rintanarsi in una botte sdogata: la madre, che stava rigovernando le stoviglie, tutta spaurita gittò in là il ceneracciolo e l’asperella: l’oste, confuso, impacciato, svolgendosi le maniche rimboccate della camicia e traendosi di capo, si fece sulla soglia, incontro alla comitiva. — Illustrissimo....! qual onore....!» e strisciava i piedi, e faceva profusi inchini a don Alfonso. Ma questi non gli badava come se non fosse: e i servitori ad un suo cenno entrati nella casipola, senza un riguardo al mondo cacciandosi per le camere e su pel tetto, riebbero al fine l’uccello fuggiasco, non prima però che questo, lanciatosi di nuovo a volo per la cucina, mandasse a frantumi gli orci, i bicchieri, i piatti che capitarongli sotto l’alo.
L’oste non proferiva parola di lamento, e appena osava dare una timida occhiata alla timida moglie. Don Alfonso, dopo che s’ebbe in pugno il falcone, l’accarezzò, lo battè, gli parlò a lungo; poi volge- vasi già per andarsene senza far motto al vinajo, quando, soccorrendogli un pensier nuovo, disse al guardacaccia: — Poichè opportunamente siamo capitati qua, date a costui la preda che avete a lato. E tu (soggiungeva all’oste) la cocerai, e preparerai vino in abbondanza, chè fra tre o quattro ore saremo qui. Oggi si fa colezione nel bosco.»
— E se mancherà un’ala me la pagherai salata.» soggiungeva la guardia, coll’arroganza propria dei ministri d’un cattivo padrone, nel mentre consegnava all’oste la selvaggina. Toccarono, e via.
L’oste, per cui quell’arrivo era un sinistro augurio, com’è sempre quello d’un tristo signore, quando li vide voltare esclamò, rimettendosi la sua berretta: — Sia ringraziato Iddio!»
— E i poveri morti», aggiunse la donna sua segnandosi: e raccogliendo il fiato, chiamò, — Cipriano, Cipriano! vieni fuori».
E Cipriano, quel giovinotto lor figliuolo che se la era fumata, comparve fuori, nettandosi dei ragnateli, mentre la madre, raccogliendo i cocci delle rotte stoviglie, raccontava l’accaduto colla fredda rassegnazione, ond’altri racconta una febbre effimera avuta jeri; ed il padre, dando mano alla selvaggina lasciatagli, esclamava: — Non ha torto il sindaco quando dice che certa gente sono come le lumache: dove passano, lasciano il segno».
— Eh! «soggiungeva il garzone, «possiamo segnarci col gomito se non è stato che questo. Io mi era immaginato... Perchè, bisogna che vi confessi che l’altro giorno s’ammazzò una lepre...»
— Ammazzar una lepre!» gridava il padre, sospendendo di scorticare una delle tre che, tiepide ancora, gli aveano lasciate da cucinare.
— Ammazzar una lepre!» ripetea la madre giungendo le mani. «Ma ho da sentire anche di queste? Non sai gli ordini? E gli ordini si devono rispettare, che lo dice continuamente anche il signor vicario.»
— Il signor vicario?» ripigliava il giovane dimenando il capo. «Oh! quanto pagherei a dare una occhiata anch’io sul messale, e vedere se comanda sempre solamente a noi d’obbedire, e mai...»
Qui interrompendosi come avesse detto uno sproposito, ripigliava: — Or ora mi fate uscire in un’eresia. Sta bene: il signor vicario è quell’uomo che è, e sa ben lui quel che si dice. Però, a vedere! sin che quella lepre, entrata nell’orto, non fece che scompigliare i quadri e mangiare i cavoli, mi venivano i sudori; pure mandavo giù. Ma vi è li quel piede di vite, portato due anni fa a mia sorella Brigida dal giardiniere del suo padrone di filanda; gli è d’una qualità così rara, e poi alla Brigida è caro come un occhio, perchè, chi sa quali memorie vi ha congiunto! Ebbene, io lo piantai nell’orto; lo governai con tanta premura; gemmò, crebbe: ed ecco quella maledetta lepre a rosicchiarlo. M’avrebbe fatto minor dispetto se m’avesse roso le dita a me.
— Non hai tutti i torti» parlava il padre: «ma ti doveva bastare di scacciarla col malanno che Dio le mandasse.»
— Dite giusto», rispondeva Cipriano: «poteva bastare: e se ho proprio a contarvela, schietto come al confessore, io m’accontentai di spaventarla. Ma quella, scappando, sguisciò fra le gambe di Cecchino del Forno; ed egli, visto il bello, gliene diede sul capo una, che non fu bisogno la seconda. Volle il diavolo che fosse lì poco lontano quella schiuma del guardacaccia. Gridando corpo e sangue, ci corse dietro; ma sì! guarda la gamba. Non ci ha conosciuti, e dovette contentarsi di urlarmi dietro,
— Non dubitare che verrà il tuo sabato».
— Quando la cosa sta come la conti» diceva la donna «fa bisogno di mettersi in paura? Se alcuno te ne parla, si dice: Gnorno; non sono mica stato io, si dice: l’è stato il tal dei tali, e buona notte.»
— Che? come?» saltava su il giovane inalberandosi, «Io accusar il mio camerata per salvar me? Da che mondo è mondo non s’è ancora inteso che un Brianzuolo n’abbia fatto di cotesto. Ed io voglio portare il mio cappello fuor degli occhi, io; mi capite?»
E mentre il padre sentenziava novamente che non potea dargli torto, egli seguitava brontolando fra i denti, sinchè riprendeva: — È però della maledetta! L’Orso di Barzago, perchè è lui, ogni po’ di bizzarrìa che gli monti, a far battere noi poveri villani ed anche peggio, l’ha come bever un uovo; e per noi ha da esser peccato mortale se ammazziamo uno straccio di lepratto che ci fa del male. Che? non siamo cristiani ancora noi? non ci ha fatti anche noi il Signore? E la sua santa legge v’è solamente per i pitocchi? Sì, che Domenedio avrà paura di lui perchè è l’Orso.
— Oh per amor del cielo!» l’interrompeva la donna: «parla con rispetto di lui. Non vedi quanto male ci potrebbe fare? Eppure ci lascia vivere. Chi poi lo dice così cattivo sono male lingue: e guarda mo’ con che devozione sta in chiesa: ed ogni sabato non fa accendere la lampada alla Madonnina d’Imbevera? e....»
— Sì sì» esclamava Cipriano; «ogni ladrone ha la sua devozione. Ma come egli sia buono, addomandarlo al mugnajo di Santa Maria Hoe il quale, perchè aveva la donna bella ma anche savia, fu conciato che Dio vel dica. Addomandarlo a Mariantonia del filatojo, che era una ragazza chetina come l’olio, ed ora sapete anche voi quel che n’è. Addomandarlo a Carlandrea del Gobbo, che, per non avergli voluto cedere il suo camperello, n’ebbe prima tante bastonate quante può portarne un somaro, poi a rinforzo d’angherie è ridotto miserabile come Giobbe. E neppur un mese fa Lionardo di Rosina avendo, nel passare, spaurato un merlo che stava per dare nel calappio, il guardacaccia non lo fece ruzzolar giù pei ronchi come una pallottola, gridandogli dietro, spero che non tornerai più su? Oh quel guardacaccia! Il Signore ne scampi i cani. L’altro dì....»
Chi sa fin quando Cipriano toccava innanzi, sciorinando questa litania delle insolenze che, come più recenti, gli correvano prime alla lingua, e che possono essere un’altra dimostrazione del quanto sia grande la pazienza di chi soffre. Ma gli ruppe le parole in bocca, sua madre tutta scandolezzata, dicendo: — Ma sicchè? ma sicchè? Dov’hai tu la coscienza a parlar così senza rispetto dei padroni? Bada che Domenedio ti castigherà. Non è vero che egli ha fatto gli uomini parte per comandare, parte per obbedire? Bene; i potenti si chiamano così perchè hanno avuto da lui la potenza di comandare, e il nostro dovere è di fare la loro volontà senza cercar più che tanto. Che capo sei tu! vorres’tu disfare quel che ha fatto il Signore?»
— Tua madre non ha torto», soggiungeva il padre. «Non l’hai inteso delle cento volte che il destino di noi straccioni è mangiar pane e guai? e il diritto di quei che comandano è far quello che possono?»
Le idee di diritto e di dovere non doveano essersi ben identificate nel capo di Cipriano: compatitelo, avea poca barba ancora al mento. Laonde crollava il capo a guisa di chi si conosce rimproverato piuttosto dalla prudenza che dalla coscenza poi dopo alquanto saltava su: — Però, se fosse toccato a me a dar regola al mondo, indovinate mo cosa avrei voluto? Che quelli che lavorano stessero bene e di sopra degli altri; e gli oziosi facessero crocette. Ah! ah!»
E sbellicavasi dalle risa all’averne detto una così strampalata. Il padre rideva anch’esso, esclamando — Si può sentire di peggio?» Persino la madre serenavasi alquanto, poi, ripresa la sua devota ipocondria, continuava; — Che discorsi senza sugo! Se tu avessi un poco di timor di Dio, avresti anche il timor degli uomini, ti cuciresti la bocca, e certe cose non le diresti manco per baja. Ma già fin da ragazzo eri un capetto, con certe idee per la testa, che sicuro non le avevi imparate da me: e non ti pareva giusto nemmeno quando, a scuola o alla dottrina, ti picchiavano. Ora però sei all’età della discrezione, e dovresti aver acquistato un poco di viver del mondo, e sapere che i padroni, come le streghe, è meglio non nominarli nè in bene nè in male. Se tu facessi così, non avresti avuto paura adesso adesso quando capitò qui il Signore: per- chè a chi va per la sua strada non importa che i padroni siano buoni o siano cattivi.»
— Ed io (soggiungeva Cipriano) sono forse andato io a cercarlo? non sono anzi scappato quando mi vide il guardacaccia? e questo non fu forse per prudenza? Perchè, del resto all’occasione so anch’io cacciarmi le mosche dal naso. E se poco fa mi rimpiattai, fu per rispetto al padrone; che se il guardacaccia vedendomi mi riconosceva per quel dell’altro giorno, e m’indicava a don Alfonso, io poteva preparar fatto l’atto di contrizione. Alla fine lo so anch’io che i padroni sono padroni, ma con quella canaglia de’ suoi uomini l’è un pezzo che la bolle; e badino a quel che fanno, perchè se mi ci tireranno per i capelli, non sono poi di sasso, e darò un piè nella secchia, e farò vedere...»
— Ah orsù» l’interrompea la madre; «finiamola, chè è lunga. Lasciali stare, e nessuno verrà a disturbarti. Che se anche te ne fanno fare qualcuna, manda giù e non volere tentar Dio. Hai ventiquattro anni finiti, ed è ormai tempo di lasciare le bizzarrie. Via, discàntati; dà mano a tuo padre a spennare e sbuzzare que’ selvatici; sbacella que’ fagiuoli; va a raccogliere due pesche, e monta su la pianta, da non presentargliene ammaccate».
Il giovane faceva; ma somigliante all’organista che tasteggia sotto voce nel tono in cui ha sonato dianzi e deve sonare ancora fra poco, tale seguitava egli con tronchi motti, sinchè tornava su: — Mia sorella, la quale a dir che mi vuol bene è poco, ne avrebbe detto delle belle quando avessi lasciato massacrare la sua vite. Bravo Cipriano! avrebbe detto la Brigita. Bel conto fai delle mie raccoman- dazioni, avrebbe detto.... Ma..., adesso che mi vien in cuore; domani non è il giorno della Madonna di settembre?»
— Certo sì», rispondeva la madre; «e farai bene a santificarne la vigilia con qualche mortificazione, almeno della lingua.»
— E non è oggi che deve tornare la Brigita dalla filanda?
— Si bene!» esclamarono ad una i genitori.
— E se la intoppasse in costoro, che sono pel bosco a caccia?»
— È vero» replicò il padre battendosi l’anca.
— O signor benedetto!» esclamò la madre giungendo le mani: e sospesero le faccende per guardarsi uno in faccia all’altro.
— Bisogna raccomandarla alla Madonna d’Imbevera, che la scampi d’ogni cattivo incontro», aggiungeva dopo un pezzetto la donna.
— Raccomandarla va bene (rispose Cipriano), ma il Signore dice: Ajùtati che ti ajuterò.
— E così? che s’ha da fare? domandò essa.
— Che s’ha da fare?» replicò il padre, e tacquero. Non ci pensò molto Cipriano e — Niente! lasciate far a me; le anderò incontro.»
E poi?» soggiunsero i parenti.
— E poi, e poi, sarà quel che sarà. Quante paure! Quando vado a fin di bene, mi sento un cuor di leone.
— Ma! fa quel che il Signore t’inspira.»
In quanto si dice un amen, egli levò il cappello di sotto una seggiola; tolse di dietro l’uscio un saporito randello, non senza cacciare, per ogni buon fine, nel taschino dei calzoni un buon coltellaccio da serrare, poichè del coltello e del rosario non andava mai sprovvisto un galantuomo di que’ tempi. E mentre la madre, fattasi sulla porta, e vedendo volentieri in fatti quel coraggio che dianzi avea con parole disapprovato, gli augurava che il Signore gli tenesse la sua santa mano in capo, egli si metteva la via tra le gambe allegramente.
Passò avanti al tabernacolo d’Imbevera, dove, men rozzamente dell’ordinario, stava dipinta a guazzo l’immagine di Colei che, madre di Dio e nostra ci inspira confidenza di volgerci, colla sua intercessione, ad esporre al Signore i nostri bisogni. Era effigiata in atto di schiacciare il serpente: di sopra si leggevano le parole della Genesi Conteram caput tuum; sugli stipiti erano foggiati due nastri azzurri, che sorreggevano stinchi da morto incrociati; al piede un ceppo riceveva il soldo che vi offeriva in limosina il viandante o devoto o pauroso.
E devoto o pauroso, non era chi le passasse dinanzi senza far di cappello, e ripetere almeno tre volte la salutazione angelica. Singolarmente i contadini del contorno l’aveano in gran venerazione, ricordando una quantità di miracoli, come essi li chiamavano, impetrati per mezzo di essa, e dei quali rendevano testimonianza grucce, bende, cenci che spenzolavano, bizzarro ornamento, attorno all’effigie invocata. Le vecchie poi sapevano che, per virtù di questa, erano impedite le streghe dal congregarsi, come a loro memoria facevano, la notte d’ogni sabato a celebrare su per quei noci la tregenda. Le fanciulle venivano ad esporvi una pre- ghiera, il cui oggetto non ardivano confessare e spiegare a sè stesse; gli uomini vi facevano l’invocazione che a ciascuno dettava il proprio momentaneo interesse: talchè spesso nel medesimo istante vi si trovavano inginocchiati un contadino ad implorare la pioggia ed un viaggiatore il bel tempo, nè l’uno nè l’altro ricordandosi di quel precetto, Chiedete il regno dei cieli, il resto verrà in aggiunta.
Cipriano, in men tempo che noi ne consumammo a descriverla, recitò al tabernacolo la sua preghiera di cuore, offrì un soldo pei poveri morti, e tirò innanzi cantacchiando.
Non erano molti anni che colà era stata dipinta quella immagine, e l’origine di essa si congiunge alla storia dei signori che qui sopra trovammo intesi alla caccia pel bosco: storia di sangue e di atrocità, come sono troppe fra le avventure ricordate di que’ tempi.
Le inimicizie tra i signori Isacchi di Barzago e i conti Sirtori di Sirtori, de’ quali era il nominato don Alessandro, rimontavano sino ai tempi quando sul suolo d’Italia, destinato a bevere il sangue tutte le nazioni, versavano il loro Spagnuoli e Francesi per disputarsi il possesso della Lombardia, ceduta da’ suoi antichi padroni o piuttosto a loro rapita. I nobili lombardi parteggiavano chi per questi chi per quelli; secondo parea loro che la lontananza de’ primi o le promesse de’ secondi, sempre larghe e sempre bugiarde, meglio potessero salvare l’indipendenza del paese, la quale trovavasi in gran punto, e di cui queste fraterne dissensioni non fecero che accelerare la ruina.
Allora le gare mandarono a fascio ogni sociale armonia; tornò il diritto della forza, e ciascun potente mascherandosi col nome d’una fazione, e così dichiarando guerra e sostenendola a visiera alzata, esercitava gli odj e le vendette private. Qualche volta al castello d’un barone presentavasi un araldo, ed affiggeva alla porta un cartello che diceva: — Io tale de’ tali, da oggi innanzi sarò tuo nemico a morte, e nocerò il più che mi sarà possibile a te, ai sudditi, agli attenenti tuoi, nella persona e nell’avere». Talvolta chi riceveva tali disfide o chi le mandava era una corporazione, una comunità: e da quel punto credevasi legittimata qualunque scelleratezza, come in guerra rotta.
Gli Isacchi stavano coi Francesi, mentre i Sirtori favorivano gli Imperiali, e più volte si erano recati gravi danni, od almeno ne avevano recato agli innocenti terrieri, che, destino antico, scontavano coi proprj guai i delirj de’ padroni. Ma quelli di Barzago, fiancheggiati da una più grossa fazione, prevalevano nelle parti di Brianza; e don Giberto, avo che fu del feudatario presente, a capo di forte banda teneva in soggezione gli avversarj e in danno e sgomento tutti.
Però alla fine gli Spagnuoli prevalsero: il paese fu sgombro da’ Francesi, e i loro fautori rimasero sbattuti, quanto rizzarono il capo gli altri. A governo della Lombardia fu destinato il duca d’Alba, severo, inflessibile, che, senza guardar più in fronte a nobili che a plebei, faceva pagare col sangue ogni violazione degli ordini suoi. E che tale dovesse riuscire lo mostrò da’ bei primi giorni del suo reggimento, quando, non avendogli un gentiluomo milanese fatto di berretta mentre cavalcava per la trionfata città, egli senz’altro lo mandò a morte. Il Sirtori, cieco per furor di parte e per sete di vendetta, si giovò dell’opportunità per dipingere don Giberto come ostinato ribelle, e senza molta fatica ottenne dal governatore uno di quei decreti eccessivi, soliti emanarsi nell’ebbrezza dei trionfi, col quale si bandiva la taglia di dugento scudi d’oro sul capo di don Giberto.
Questi, che mai non aveva dimesso le armi, conservavasi a capo d’un pugno di bravacci risoluti, quando intese la sentenza, sorrise e battendo la mano sulla fondina delle pistole, esclamò: — Chi mi vorrà morto avrà a fare con queste».
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The end
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