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Noi arditi

Mario Carli · 1919 · Free in the US

11,177 words · about 47 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Mario Carli
Language
Italian
Published
1919
Length
11,177 words · about 47 min
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Public domain in the United States

 

Contents (8)

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Un nome e una divisa al coraggio

Quando un popolo s’è ingaggiato in una lotta che dovrà essere decisiva per la sua esistenza, non può sperare il successo se non saprà trovare, per questa lotta, una formula o una bandiera con cui esprimere in modo totale il genio inimitabile della razza.

Ogni popolo fa la guerra come sa e come può. Ma sarebbe inesorabilmente condannato alla disfatta quello che volesse falsare le proprie caratteristiche fondamentali, che deformasse la propria mentalità e il proprio istinto cercando di stereotiparsi in formule e in bandiere che non gli appartengono.

La grande guerra or ora finita, come ha gettato nel crogiuolo gli odii e le antipatie delle stirpi, così ha voluto che queste stirpi trovassero, per cozzare, i loro modi e le loro risorse particolari.

Dapprincipio parve che il germanesimo, che si rovesciava compatto, plumbeo, pesante e tenebroso, come un inverno senza fine, sulla latinità, dovesse imporre anche a noi il suo stile guerriero: il collettivismo senza rilievo, l’annegamento della personalità, il sacrificio feroce senza gloria, l’azione delle masse avvolte in una tetraggine cupa e infinita.

Poichè si credeva al pregiudizio di dover combattere ad armi uguali e a stile uguale, ogni esercito dell’ cercò di uniformarsi a questo tipo di guerra, cercò di creare un esercito alla tedesca, immenso, compatto, pachidermico, buio.

Ma la nostra razza non poteva adattarsi a questo forzamento, e non vi si adattò. Era troppo stridente il contrasto fra il nostro carattere aggressivo, impulsivo, individualista, sensibile, ribelle, e il tipo di disciplina nordica che ci era imposto. Volevamo compiere con gioia qualunque sacrificio per la nostra Italia, ai cui piedi deponemmo generosamente le nostre giovinezze orgogliose, ma non volevamo che questo sacrificio fosse oscuro, inutile, perduto nell’immensità dello sforzo; non volevamo essere spinti alla morte: volevamo correrci da noi, con la nostra anima di sognatori e col nostro cuore appassionato: volevamo aver l'aria di donare ciò che ci si chiedeva, e di mettere nel dono tutti gli atteggiamenti più tipici della nostra natura rovente di meridionali.

Facemmo per due anni e mezzo la guerra alla tedesca, ci macerammo nelle trincee, ci bucammo le carni nei reticolati, ci lasciammo automizzare in atti quotidiani monotoni, ripetuti all’infinito. Ci rassegnammo a perdere il ricordo della nostra personalità. Così voleva la Patria: bisognava inchinarsi. Fummo miracolosamente disciplinati e obbedienti. Ma lo sforzo che ci costava questa costrizione, la deformazione che essa operava sul nostro carattere fondamentale, che non poteva, no, smarrirsi, ma solo soffocare in silenzio, dovevano inevitabilmente reagire. Tutte le nostre vere forze compresse, martoriate, dal fondo dei nostri individui gridavano la loro angoscia, invocavano la liberazione.

Se si fosse udito prima questo grido di spasimo, se si fosse corso subito ai ripari, si sarebbe evitata la disavventura di non solo, ma si sarebbe vinta la guerra, forse, un anno prima. La più grave colpa che gli uomini possano rinfacciarsi è quella di non capirsi a vicenda. L’assenza di acume psicologico, cioè d’intelligenza dei valori umani, è sempre la causa prima di tutti i drammi: in guerra conduce al disastro.

E noi non ci eravamo capiti. La gioventù d’Italia è stata scaraventata nelle trincee senza che alcuno pensasse a valorizzare le sue qualità più precipue, il suo carattere sfrenato e temerario, a portare alla superficie il suo fondo allegro e sano, a scoprire e a sfruttare le sue possibilità acrobatiche, le sue iniziative avventuresche e rompicolliste. Di essa si era formata un’enorme moltitudine grigia, uniforme, dolorosa, da cui scaturivano qua e là fiamme e scintille anonime che meravigliavano il mondo. Ma erano anonime; qui stava il male. Perchè non dar loro un nome?

L’anima italiana gemeva incatenata in questa sua condanna di creare lampi di bellezza stupenda, senza che alcuno potesse trovarne la fonte e consacrarla alla gloria. Si tendeva al collettivismo germanico. Gravissimo errore! fi Quante volte, in presenza di un fatto stupefacente, compiuto da uno dei nostri, da un umile fante, numero perduto nella totalità, si esclamava:

— Ma questo supera in ardimento e in bellezza qualunque eroe antico! Costui dovrebbe uscire dai ranghi, essere un capo, una luce!

Ma chi ne parlava? Chi sapeva di lui? Chi pensava a dargli il posto dovuto? La sua gloria, ahimè, non varcava i margini della Compagnia, talvolta del Battaglione: o era sanzionata ufficialmente in dieci righe sul Bollettino delle ricompense; e non se ne discorreva più.

Quante volte, sui monti del nostro martirio, marciando in fila indiana per le mulattiere favolose, curvi sotto il peso di un cavallo di frisia o di un graticcio, stanchi, sudati, laceri e sporchi, coi chiodi delle scarpe che penetravano nelle carni e le scarpe che affondavano nel fango, quante volte noi avremmo gettato volontieri il nostro carico per correre incontro a un pericolo, agili, nudi, scapigliati, una lama tra i denti e una bomba nel pugno?

Quante volte, nei periodi del così detto « riposo » nelle retrovie, spossati e inebetiti da una lunga marcia con zaino affardellato, giberne, lucile e tascapane, sospiravamo un incontro col nemico, un allarme che ci galvanizzasse, un odore di lotta che ci permettesse di disfarci del fardello gravissimo che affratellava le nostre spalle e quelle dei muli?

Le fiamme, io le vidi la prima volta alla Sella di Dol, sul S. Gabriele, una notte del settembre 1917.

Fino a quel momento se ne aveva una vaga nozione, filtrata attraverso le file dei fanti come una leggenda bella e misteriosa, di un fascino soprannaturale. Ma nessuno dei fanti si era mai stupito di questo fenomeno prodigioso che era uscito dalla loro stessa compagine, come un volo di aquilotti che hanno abbandonato la roccia statica e grave. In fondo ognuno sentiva in sè la possibilità di divenire, in certe determinate condizioni, un Ardito. Avreste dovuto vedere certi anziani che nei momenti normali marciavano in coda alla compagnia ed erano seminati lungo il tragitto e in trincea si gettavano nel loro buco senza muoversi per intere giornate, avreste dovuto vederli come scattavano non appena qualcuno dei giovanissimi (97 o 98) li pungeva con un motto, uno scherno, un’ironia! Scattavano, e afferravano il fucile, e lo agitavano come una clava, e investivano chi capitava a portata di mano gridandogli sul muso:

— Sono più forte e più ardito di te, cappellone! se voglio.

In quel «se voglio» era la chiave della loro psicologia.

Se voglio, voleva dire: « Toglimi lo zaino, un briciolo di disciplina (soltanto un briciolo), non stancarmi con marcie troppo lunghe, non lasciarmi troppo tempo in trincea, nutrirai me- glio, dammi qualche soldo di più, dammi un distintivo che dica a tutti che sono bravo, lodami davanti ai compagni, attribuiscimi della responsabilità e un po d’orgoglio: e vedrai che nessun austriaco mi farà paura, vedrai che non rifiuterò nessuna pattuglia, nessuna incursione, nessuna avanzata. Fammi essere italiano, e io sarò Ardito ».

Questo pensavano e sentivano i nostri soldati: non soltanto i pochi che accorsero a costituire i primi Battaglioni d’Assalto, ma tutti, o quasi tutti, giovani o anziani, veterani della guerra o matricole appena iniziate al fuoco. Anche quelli che poi non si decisero a lasciare il loro vecchio reggimento.

Volete saperlo? Al nostro soldato il fuoco non ha mai fatto paura. La frase « andare al fronte », così tenebrosa e minacciosa, non conteneva tanto l'incubo della morte, del sangue, del fuoco e del pericolo, quanto l’incubo delle fatiche infernali, dei patimenti indescrivibili, delle stanchezze mortali, della rete inestricabile di mali e di pene che attendevano lassù.

Si era pronti a dare dieci volte di più la propria vita, pur di darla meglio, pur di essere sè stessi, pur di poter lottare con agilità e libertà, italianamente. All’Italia mancava appunto la formula concreta per canalizzare la bellezza e la superiore temerarietà delle sue eroiche giovinezze, sparse dovunque e non rivelate. Mancava un nome e una divisa al coraggio. Bisognava raccogliere e rendere riconoscibili con un distintivo queste centomila potenze nascoste, che soffocavano nella giubba chiusa. Si è spalancata la giubba, si è aperto il cuore di questi valorosi. La gioventù d’Italia ha avuto un immenso sorriso di gioia. Gli occhi hanno lampeggiato di possibilità eccezionali, le mani hanno cercato un pugnale.

Ed è balzato fuori, sintesi miracolosa della nostra razza, l’Ardito.

L’Ardito, il futurista della guerra, l’avanguardia scapigliata e pronta a tutto, alleggerita, agilizzata, sfrenata, la forza gaia dei vent’anni che scaglia le bombe fischiettando i ricordi del Varietà. Si era finalmente trovato il tipo di soldato nostro, assolutamente nostro, diverso dal bersagliere, dall’alpino, dallo zuavo francese, dal pattugliere tedesco, dall’assaltatore austriaco, e adatto alle imprese più inverosimili, alle audacie più incredibili, alle avventure individuali che toccavano il fantastico e il leggendario.

Si era finalmente saputo riconoscere e sfrenare il carattere essenziale del nostro popolo: l’agi-

La culla degli Arditi

Io li vidi dunque per la prima volta una notte del settembre 1917, sul San Gabriele. Fiamme al bavero, giubba aperta, maglione con teschio, tascone pieno di petardi, un pugnaletto affilato, un piccolo corpo muscoloso di belva, due occhi neri e decisi, poche parole.

A noi che giacevamo mezzo abbrutiti in fondo a una tana di fango e sassi, in una posizione dominata dove non si poteva lavorare di gravina senza attirarsi tempeste di fuoco, quello stuolo di demonii scatenati, fieri ed intrepidi, che venivano ad assaltare il truce nemico nei suoi insidiosi rifugi-labirinti, fece l’effetto di una ventata di liberazione; poi che difatti era il nostro affrancamento spirituale che noi vedevamo in costoro, era il ritrovamento di noi stessi e delle nostre virtù più profonde: era l’espressione del nostro stile più sincero, il realizzarsi delle nostre aspirazioni più prepotenti.

Il loro assalto fu breve, improvviso, silenzioso, velocissimo. Senza fuoco d’artiglieria, senza allarmi, dopo un rapido scambio di ordini a bassa voce, come un gruppo di congiurati densi di distruzione, ognuno mosse alla sua mèta; strisciò, balzò, colpì con una fulmineità che non fece udire neppure il gemito delle vittime. Poi, nel mattino pallidissimo, insonne, febbrile, davanti alle caverne del « Fortino » in cui era annidata una resistenza infernale, guizzarono i mostruosi lanciafiamme, perfidi serpenti incandescenti che raggiungevano il nemico nei suoi recessi e gl’impedivano di usare le sue armi.

L’azione degli Arditi aveva del miracoloso, per la precisione, il silenzio, la sicurezza con cui era condotta. Non uno restava indietro. Il comandante (sempre un bel tipo di scavezzacollo) in testa, poteva avanzare tranquillo, perchè i suoi uomini lo seguivano tutti, con una meccanica infallibile in cui a ognuno era assegnato il suo piccolo settore di lotta, il suo austriaco da colpire.

E l’azione riusciva sempre, alla perfezione. fi Ma gli Arditi hanno avuto dei precursori. S’intende che non voglio rifarmi nè ai Veliti romani, truppe leggiere d’assalto, nè alla della Battaglia di Legnano, contro la quale l’aquila dei Barbarossa spuntò i suoi artigli di grottesco animale nordico. No. È roba troppo lontana, troppo diversa da noi.

In questa stessa guerra, un anno prima che fossero create le Fiamme, un ufficiale di spirito garibaldino, di grande fegato e fascino personale, e di profondo fiuto psicologico, il capitano Baseggio, mentre il nemico nella primavera del 1916 scendeva baldanzosamente di monte in monte verso la pianura maliosa del vicentino, mentre i nostri reggimenti accorrevano a ricacciarlo e cozzavano disperatamente contro la marea straripante, pensò di organizzare un’azione staccata di volontari coi quali pungere, irritare senza tregua i fianchi dell’invasore, e raccolse per questa specie di guerriglia una banda varia e pittoresca di uomini di ogni arma ed età, a cui fu dato il nome di « Compagnia Esploratori della Morte ».

Poca disciplina formale, nessuna burocrazia, un’approssimativa gerarchia. Una squadra di sottufficiali poteva essere comandata da un soldato, il più ardito ed astuto. La compagine della banda era saldata unicamente dal fascino personale del Comandante, e l’onore individuale, l’orgoglio del successo, la sete di gloria, e sopratutto l’amor di patria, tenevano il posto del senso del dovere. Era in quegli uomini, oltre a uno sfrenato bisogno di libertà, un enorme disprezzo per il nemico e per la propria vita, un bisogno di battersi volontariamente, senza costrizioni, senza sanzioni: l'unico premio a cui aspirassero era il «bravo!» del loro Baseggio, e, se scampavano, tre giorni di permesso per andare a bere un litro di valpolicella al focolare di qualche bella tosa, giù in retrovia. Ma al nuovo appuntamento nessuno mancava.

Sapevano che non si sarebbe fatto nessun appello, che non si sarebbe denunciato a nessun tribunale di guerra il mancante: eppure nessuno mancava.

— Pronti, capitano! Dove andiamo?

Come tutto questo è italiano!

E gli austriaci impararono a mente il nome del leggendario capitano, e quando lo udivano gridare da trincea a trincea, fremevano e fuggivano, essi, i disciplinatissimi soldati di un Impero di ferro! fi Intanto, volendosi premiare e distinguere dalla massa i più valorosi, quelli che affrontavano tutte le pattuglie e le piccole azioni di sorpresa, ogni reggimento, che aveva già le sue squadre di «Esploratori» e «Tagliafili», istituì dei Nuclei di soldati che per essersi distinti in fatti di guerra vennero battezzati «Arditi» e a cui venne dato un contrassegno da portare sulla manica della giubba: un «V» ed un «E» intrecciati e sottolineati dal nodo di Savoia.

Fu questo il primo passo timido verso l’inevitabile rivoluzione cui tendeva il nostro organismo militare.

Esso tendeva sopratutto a separare nettamente la massa combattente in due categorie: quelli che avevano più attitudine per l’attacco; e quelli che meglio si adattavano alla resistenza. Da una parte i più giovani, gli spensierati, gli scapigliati, gli spregiudicati, gli irrequieti, i violenti, gli scontenti, i superatori, i passionali, i frenetici e gli sfrenati, i ginnasti e gli sportmen, i mistici e gli sfottitori, gli avanguardisti di ogni campo della vita, i futuristi di cervello o di cuore o di muscoli. Dall’altra gli anziani, i padri di famiglia, i lenti, i pesanti, i passivi, gli sfiduciati, i pigri, magari in gran parte buoni soldati, ma più adatti all’obbedienza che all’iniziativa, più fermi al loro posto che impazienti di scattare, ottimi puntelli per le trincee, ma poco idonei allo sbalzo in avanti. I primi venivano in generale dalle città, gli altri più specialmente dalle campagne.

Gli Arditi dei reggimenti furono dunque istituiti con un criterio di distribuzione nelle fatiche della guerra. Essi infatti non montavano di vedetta in trincea, ma restavano di riserva presso il Comando di Battaglione o di Reggimento, avevano un soprassoldo speciale, un rancio migliore ed erano impiegati per le pattuglie e per la cattura dei posti avanzati nemici. Non erano vere e proprie truppe di assalto. fi Ma questo strano e suggestivo nome di « Arditi » si era già diffuso in tutto l’esercito, dando improvvisamente il senso che si fosse scoperto un nuovo tipo di soldato, le cui prerogative morali suggerivano il suo stesso nome. Per la prima volta in un esercito si battezzava un corpo non in base ai suoi mezzi e modi speciali di offesa (granatieri, bersaglieri, bombardieri, ecc.), ma in base al singolare valore dei suoi elementi. Per la prima volta il coraggio, veniva a sostituirsi al cimiero, la fiamma d’amore prendeva il posto delle mostrine, la personalità umana aveva l’onore di un titolo ufficiale.

La costituzione definitiva dei Reparti d'As- salto è dovuta alla audace e moderna genialità di un generale, che oltre ad un raro uomo di guerra, era uno psicologo acuto, e un cervello agilmente arricchito d’idee generali: .

Fu lui che intuì il ruolo specialissimo che si sarebbe potuto assegnare a queste truppe leggermente irregolari, la funzione decisiva che sarebbe stata affidata a della gente non abbrutita da lunghi turni di trincea, lanciata fresca e « in forma » nella battaglia.

Il generale Capello, allora comandante della 2ª Armata, di quella magnifica Armata che si coprì di gloria sulla Bainsizza, sul Santo e sul S. Gabriele (gloria che nessun Caporetto potrà mai cancellare) e alla quale mi vanto di avere appartenuto, il generale Capello creò nella primavera del 1917 i primi due Reparti d’Assalto, con elementi giunti da reggimenti varii.

La loro prima sede fu a Subida, nei dintorni di , e il generale ne affidò la costituzione al generale , allora comandante di Divisione, che un anno dopo doveva diventare Comandante del Corpo d’Armata d’Assalto sul Piave.

Il comando dei due Battaglioni fu assunto dal colonnello Bassi, che divenne poi famosissimo fra gli Arditi per la sua spiccata personalità di soldato e di capo.

Non esito a dire che, dopo, ben pochi hanno compreso l'importanza, l’alta significazione e il carattere vero degli Arditi, come lo compresero il generale e il colonnello Bassi: l’ideatore e il primo addestratore del nostro gloriosissimo Corpo.

Nel minuscolo campo di Subida ebbe principio quell'istruzione «all’ardita», che fu poi adottata da tutti i Reparti d’Assalto, e che destò la meraviglia e l’ammirazione di quanti vi assisterono: a cominciare dal Re d’Italia, dal generale Cadorna e dalle missioni militari estere.

Dopo l'azione del maggio, i Reparti d’Assalto divennero sei (di mille uomini ciascuno), e, il campo di Subida non essendo più sufficiente a contenerli, si trasferirono a Sdricca di , sul .

Le loro esercitazioni avevano sopra tutto il carattere di ginnastica di guerra. Li addestrava un ginnasta di vedute pratiche e moderne, il capitano Racchi. Egli aveva trovato varii modi ingegnosi di preparare il soldato al combattimento evitandogli la noia delle lunghe istruzioni teoriche. Aveva popolarizzato certe forme di giu-itsu che meglio si adattavano al tipo di guerra degli Arditi. Li esercitava al corpo a corpo, così: un soldato teneva un fucile orizzontale, stretto nei due pugni; un altro doveva cercare di strapparglielo di mano. La lotta si accendeva rabbiosa, quando, all’Alt! dell’istruttore, essi dovevano fermarsi di scatto e restare sull’attenti. Violenza disciplinata.

La scherma di pugnale fu pure iniziata allora. Ogni uomo aveva davanti a sè un corpo qualunque da colpire: una balla di paglia o un sacco di stracci in piedi. Contro questo bersaglio esso si scagliava col suo pugnale, e a volte la foga e l’ardore erano tali che l’uomo aveva gli occhi iniettati di sangue e finiva per considerare davvero come un nemico il malcapitato bersaglio.

Una scuola di coraggio curiosissima, che ricorda la leggenda di Guglielmo Tell, consisteva nel mettere un soldato immobile sull’attenti, e nel fargli sfiorare il capo da una specie di pendolo formato da una grossa palla di piombo, che veniva lanciata dall’istruttore e che gli portava via il berretto. Colui che, vedendosi scaraventare contro la fronte quella massa metallica minacciosa, riusciva a non muoversi o piegarsi, mostrava di avere un fegato indiscutibile.

Anche il salto in corsa era fatto con criterio di applicazione bellica. Non si saltava la fune tesa o il fossetto di mezzo metro, bensì un ostacolo di reticolati aggrovigliati.

L’istruzione per l’assalto, che fu poi messa in voga presso tutti i Reparti, era delle più pericolose e interessanti: una vera scuola di coraggio.

Si trattava di prendere d’assalto una collina tipo, fortificata a difesa, con reticolati, trincee caverne, camminamenti, nidi di mitragliatrici. Alle spalle degli Arditi erano postate delle mitragliatrici e dei cannoncini. Questi battevano col loro tiro il primo ordine di trincee, contro il quale si scagliavano gli Arditi facendo un primo lancio di petardi. Non appena l’ondata d’assalto era per giungere su questa linea, gli artiglieri e i mitraglieri allungavano il tiro, e battevano la seconda. Gli Arditi, dopo una sosta brevissima, riprendevano la corsa sotto l’arco della traiettoria. E così per due o tre volte ancora.

L’istruzione era pericolosa, non lo nego, ma fucinava gli eroi: la finta battaglia differiva così poco dalla vera, c’era tanta affinità di emozione e di rischio, che, quando ci si trovava in presenza dell’austriaco, quasi non ci si accorgeva di questa presenza.

C’erano anche dei feriti, nell’istruzione, e talvolta dei morti. Ma questo avveniva più per ec- cesso di ardimento nei soldati che per imperfezione dell’esercizio. D’altra parte nessuno s’impressionava di questi incidenti, che erano quasi a «di stile» e previsti.

Alle istruzioni del campo di Sdricca venivano ad assistere truppe di tutte le armi, ufficiali di altre armate, e ufficiali alleati. L’ammirazione era concorde in tutti. Il colonnello Pavone, comandante gli Arditi della 3ª Armata, venne più volte a Sdricca e si giovò moltissimo di quel modello.

Nell’azione di agosto sul Santo e la Bainsizza, i Reparti d’Assalto vennero impiegati per la prima volta largamente. La caratteristica che li distinse subito fu la violenza dell’attacco, nella quale essi trovavano un elemento di difesa personale.

Gli ufficiali austro-ungarici, fatti prigionieri in quell’azione, fecero grandi elogi spontanei degli Arditi, che essi qualificavano «diabolici» (Teufelmenschen): «arrivano ovunque strisciando quando meno si aspettano e di dove nessuno crederebbe vederli spuntare: pugnale tra i denti — bombe alle mani — occhio sfavillante — ordine perentorio di alzar le mani». (Bollettino n. 2184 del 29 agosto 1917 del Comando 2ª Armata).

Fra l’offensiva della Bainsizza e Caporetto gli Arditi continuarono il loro addestramento a Sdricca, di dove venivano staccate di tanto in tanto delle compagnie e lanciate sul Kal o sul S. Gabriele a completare o a rettificare qualche recente conquista. Le azioni di q. 800, di q. 814 e del Fortino, delle quali io fui spettatore impaziente, tutte splendidissime di velocità e di successo schiacciante, attestano quanto spirito offensivo fosse a quel tempo in certe nostre truppe non logorate dal martirio della trincea.

Gli Arditi della 2ª Armata — proprio di quella 2ª Armata che a torto si è tentato infamare — partivano ogni volta per l’azione, non colla calma rassegnata di chi compie un dovere, non col sorriso forzato di chi vuole imporsi un contegno, ma con esplosioni di gioia barbarica che spargevano odore di orgia carnevalesca anzi che di battaglia imminente. Era uno scatenamento di musiche, di canti, di danze semi-negre, con copioso intervento di putipù, scetavaiasse e triccaballacche, la cui eco, se fosse giunta fino alle nostre trincee puzzolenti, ci avrebbe forse fatto credere che, dietro a noi, « gli imboscati » si divertivano.

E si divertivamo, di fatti, le generose Fiamme. Ogni volta che venivano chiamate al fuoco, esse empivano di giovinezza e di entusiasmo tutta la vallata che li conteneva a fatica. Partivano in camion, tra nugoli di polvere e di esultanza, salutando i compagni e giurando, sulla punta del pugnale, di vincere.

E vincevano sempre. Non una volta tornarono usi. Non una volta l’ombra dell’insuccesso si stese sulle loro fronti orgogliose di diavoli neri. Qualcuno restava lassù, si capisce, ma erano pochi, e ben vendicati. Per un Ardito morto, almeno venti austriaci dovevano pagare.

E prigionieri mai, nè da una parte nè dall’altra. Lasciarsi prendere da quei cani? Voleva dire vergogna e morte fra i tormenti. Meglio sottrarsi alla prigionia con una buona pugnalata nel ventre. E d’altronde, prenderne qualcuno e portarlo giù? Una zavorra inutile, costosa e pericolosa. Zà! Zà! e non se ne parlava più.

In mezzo a tanto eroismo, a tanto entusiasmo, a tanto orgoglio nazionale, come si poteva fiutare il vento del disastro? Laggiù nessun indizio, nessun presentimento, nessun allarme era possibile. Solo, un giorno, un grido isolato si fece udire in quell’atmosfera di baldanzoso coraggio. Dopo un’istruzione alla quale avevano assistito da spettatrici alcune compagnie di alpini, nel frastuono degli evviva di tutti i colori che gli Arditi lanciavano nel chiaro cielo di settembre, un alpino gridò, o meglio biascicò: — Evviva la pace, Dio boja!

Era un sintomo? una parola d’ordine? un grido dell’anima? uno strascico dell'Enciclica papale? Certo gli Arditi non lo raccolsero, non o compresero, essi che avevano l’anima sostanziata di battaglie e di patriottismo.

Essi, che assistettero al dilagare dell’invasione nemica fremendo di rabbia e di dolore, se fosse stato concesso di lanciarli al momento opportuno in controffensiva sul fianco del nemico insieme ad altre valorose brigate, avrebbero forse capovolto Caporetto.

L'aristocrazia degli Arditi

Poiché la sintesi del valore italiano in guerra è stata impersonata, nelle due ultime grandi battaglie del giugno e dell’ottobre, dalle giubbe aperte e dalle fiamme, tutti oggi in Italia s’interessano degli Arditi. E tutti ne parlano. Tutti vogliono esprimere un giudizio o lanciare un interrogativo. Ma quanti sanno veramente che cosa sono, che cosa valgono, che cosa hanno fatto e faranno gli Arditi? Pochissimi, e sono anche

male informati. In Italia accade spesso di essere male informati su argomenti di interesse capitale!

Non è quindi da stupirsi se si siano formate sul conto nostro due correnti contrarie: l’una e l’altra lontane dalla realtà.

C’è chi parla degli Arditi come di guerrieri leggendari: gente misteriosa, fuori delle leggi comuni, assetata di strage, e alla quale è poco prudente accostarsi. Accoltellatori, sanguinari, assassini, pugnale fra i denti, provocazione, teppismo, ferocia, brutalità da orangutang! Il sangue per il sangue, l’arte per l’arte! Professionisti della guerra, continueranno a scannare, a sventare, a sbranare finchè avranno vita. Èsseri pericolosissimi, che non vogliono saperne di pace e di assetto civile. Brrrr!

L’altra corrente, per reazione, vorrebbe dipingerli come uomini comunissimi, che hanno unicamente una migliore organizzazione e più spinto di corpo delle altre truppe. , in un articolo sul , ci ha voluto dare a bere appunto questa fisionomia incompleta e tedeschizzata delle nostre truppe d’assalto. Secondo lui, gli Arditi nuovi, quelli delle divisioni d assalto, sarebbero l’espressione perfetta di questo tipo di soldato, al quale non attribuisce all’atto il monopolio del coraggio e dell’iniziativa individuale, ma solo più disciplina, più doti fisiche, più istruzione, più forza di coesione. Ed eccoli assimilati alle Sturmtrupen del defunto esercito austro-ungarico.

Dico subito che la prima corrente è assolutamente in mala fede, mentre la seconda è prodotta da miopia e da scarsa valutazione psicologica.

La paternità delle voci allarmistiche sparse sugli Arditi va fatta risalire a coloro che hanno tutti i motivi per temerli e per deprecare il loro ritorno in paese. Chi durante la guerra s’è nascosto, s’è risparmiato, s’è ingrassato, s’è arricchito, ha disertato, ha tradito, ha in qualunque modo congiurato per la disfatta, sa bene che troverà, negli Arditi reduci dal fronte, dei giudici e dei giustizieri inesorabili. Chi tenta oggi, con frodi e con lusinghe, di accaparrarsi il merito della pace, e di sfruttare la vittoria ai propri fini o di neutralizzarne gli effetti; chi si propone di distogliere l’attenzione delle masse dal maggior problema che deve sovrastare, oggi più che mai, a tutti gli altri problemi: la grandezza spirituale e materiale dell’Italia, sa bene che gli Arditi, vera guardia del corpo della Nazione vittoriosa, gli impediranno con ogni mezzo di nuocere.

Ecco perchè i leninisti nostrani, i borghesi quietisti e i conservatori della pancia cercano di spargere il discredito e la ripugnanza verso coloro che, in quest’ultimo anno, sostennero il maggiore sforzo della guerra. Ecco perchè si sentono certe donnette e certi parrucconi — coloro che non hanno l’onore di avere un fidanzato od un figlio negli Arditi — mugolare con sacro orrore che noi siamo in massima parte dei teppisti, spurgo di galera o candidati alle medesime. Non portiamo forse il pugnale? Dunque...

Senonchè, anche coloro che vorrebbero fare degli Arditi nient’altro che una «truppa scelta e disciplinatissima», senza quell’idealità, quel lirismo, quella personalità, quel carattere, che è la loro forza vera e la loro più pura gloria, hanno ugualmente torto. S’ingannano in buona fede, e in buona fede ingannano chi li ascolta. Perchè sì, qualche volta, le loro chiacchiere travisatrici riescono a svalutarci, a smorzare gli entusiasmi della Nazione che intuisce appena vagamente il nostro valore, a disidealizzarci. fi Ufficiale degli Arditi e cervello lucido: competenza e serenità: mi sento in diritto di dare un giudizio sui miei compagni d’arme, fiamme d’ogni colore che conosco a migliaia, che ho viste in combattimento, nei campi d’istruzione, nelle marce, in città, dovunque.

Non c’è orgoglio più grande, più completo, più inebriante per un italiano combattente: essere stato Ardito. Non c’è gloria d’ingegno e di opere che equivalga quella di avere assaltato gli austriaci col pugnale e i petardi. Non c’è coraggio che sia paragonabile a quello di essere penetrato con un compagno o due in una caverna, nido di mitragliatrici, e di avere sparso il terrore col lanciafiamme.

C’è proprio la graduatoria del coraggio. Non esiste un tipo-unico di coraggio. Gli Arditi sono sullo scalino più alto di questa graduatoria. Il coraggio degli Arditi non è quello di tutti gli altri. Sembrerà paradossale, ma è così. È un fenomeno di selezione, un fenomeno essenzialmente aristocratico. fi Volontarismo. Sdegno del tran-tran mediocre, in cui non si rischia nè si guadagna troppo. Passione per l’emozione, per il pericolo, per la lotta. Personalità, iniziativa, fantasia, accortezza di animale predace. Spirito d’avventura e spirito di corpo. Guasconismo di fatti più che di parole. Romanticismo di uno sfondo nerissimo, sul quale guizzano muscolature da acrobata. Intel- lettualità assetata di gloria, generosità capace di un’estetica raffinata. Mafia insolente del valore consapevole. Fusione perfetta di pensiero-bellezza-azione. Eleganza di un gesto primitivo, infantile, subito dopo un gesto di eroismo inverosimile. Tutti gli slanci, tutte le violenze, tutte le impennate di cui trabocca l’anima italiana.

Aristocrazia, dunque, di carattere, di muscoli, di fede, di coraggio, di sangue, di cervello. Patrizî scesi da cavallo, aviatori scesi dai velivoli, intellettuali usciti dalle ideologie, raffinati fuggiti dai salotti, mistici nauseati delle chiese, studenti ansiosi di vita, e giovinezza, giovinezza, giovinezza, che vuol tutto conquistare o tutto perdere, che vuol dare con pienezza, con salute, con energia i suoi diciannov’anni generosi e innamorati dell’Italia, di tutte le cose belle d’Italia, delle belle donne d’Italia, dell’avvenire d’Italia che intuiscono meraviglioso.

Sono questi gli Arditi del Piave, del Montello, del Solarolo, dell’Asolone, del Pertica, di Valbella, di Monte Corno. Sono questi i terribili assassini, che le donnuccole, i parrucconi e i bolscevichi paventano.

Ebbene, sì, assassini. Ma di nemici, di traditori, di rinnegati.

Giù il cappello, signori! Chi li teme, qua dentro, non può essere che un nemico d’Italia.

Anno di guerra 1918

Ho detto altrove che il maggiore sforzo della guerra, nell’anno 1918, fu sostenuto dagli Arditi.

Il peso più grave è senza dubbio quello offensivo: e in esso che si esplica l’energia vera di un esercito, è in esso che si subiscono perdite e danni d’ogni sorta, è con esso che si conclude e si risolve un’azione.

I bollettini del nostro Comando Supremo parlano ripetutamente delle azioni compiute dai Reparti d’Assalto nello scorcio dell’inverno e nella primavera. Nel gennaio, il 20° al Col del Rosso e il 22° a M. Valbella; nel marzo, l’8º a Cavazuccherina, il 10° a Val Posina; nell’aprile, il 13° a M. Melaghetto; nel maggio, il 13° ancora a Stoccaredo; ed altri a giugno sul Piave, nei giorni che hanno preceduto la vana offensiva austriaca.

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