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I giuochi della vita

Grazia Deledda · 1920 · Free in the US

50,020 words · about 3 h 30 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Grazia Deledda
Language
Italian
Published
1920
Length
50,020 words · about 3 h 30 min
Sections
12 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (12)
  1. Per riflesso about 1 h
  2. Freddo about 12 min
  3. Per la sua creatura about 7 min
  4. Pasqua about 5 min
  5. La morte scherza.... about 12 min
  6. I giuochi della vita about 52 min
  7. Padre Topes about 10 min
  8. Il vecchio servo about 12 min
  9. Il fermaglio about 21 min
  10. Lo studente e lo scoparo about 6 min
  11. Colpi di scure about 5 min
  12. Mentre soffia il levante about 8 min

Continue:

Per riflesso

ct

Da lunghi anni nessun fatto interessante turbava la pace dello stazzo di Larentu Verre, quando accadde un avvenimento straordinario.

Era una giornata calda di ottobre. Le donne, Coanna la vecchia serva e Millèna la giovane padrona, facevano il pane; zio Larentu era appena rientrato dai campi e se ne stava ritto vicino alla porta spalancata, accomodando la correggia di un fucile.

— Io ho fame, — diceva alla giovane moglie, mentre stava tutto intento al suo lavoro. — Cosa mi daresti, Millè?

— Cosa? — domandò Millèna, volgendosi alla domestica.

Le due donne si guardarono bene in viso, interrogandosi a vicenda; poi Coanna si alzò e disse gravemente:

— Vorresti un pane col lardo?

— Benissimo! — esclamò il padrone. Allora zia Coanna tagliò una fetta di lardo sull’asse che serviva per preparare il pane, e ne fece tanti pezzettini che dispose sopra un pane crudo, largo e rotondo; poi mise il pane a cuocere dentro il forno.

E serva e padrona stettero attente, col volto curvato sulla bocca del forno, premurose che la cosa riuscisse bene.

Ma da qualche minuto Larentu Verre aveva dimenticato il suo appetito, e trascurato il suo fucile, e guardava fuor della porta, lontano, con la stessa attenzione con cui le donne guardavano dentro il forno. Ad un tratto gridò:

— Coanna! Vieni a vedere una cosa!

La vecchia gli fu tosto vicina.

— M’ingannano gli occhi? — chiese il padrone.

— Gli occhi non t’ingannano.

— Viene qui?

— Qui viene. Va e nasconditi; resto io! — disse fieramente la donna.

— Io non devo nascondermi! — gridò non meno fieramente il padrone. — Nasconditi tu, se vuoi!

— Non c’è ragione perchè io debba nascondermi, Larentu Verre!

— E neppur io!

Intanto Millèna aveva ritirato il pane col lardo sull’orlo del forno, e dopo averci soffiato sopra per toglier la cenere, veniva anche essa a vedere.

— Cosa è? chi è? — domandò, guardando fuori. E tosto si turbò.

Vedeva una donna e un fanciullo venire alla volta dello stazzo, attraverso il sentiero tracciato tra il verde tenero della pianura: la donna indossava un costume povero, di panno scuro, il fanciullo un modesto vestitino di fustagno.

Millèna riconobbe tosto nella donna una povera parente di suo marito, che undici o dodici anni prima era stata serva nello stazzo, e aveva avuto un figlio da Larentu Verre. Tutti sapevano che solo per le istigazioni e i pettegolezzi di zia Coanna, che da quarant’anni dominava nello stazzo, il padrone, non più giovane, non aveva sposato Andreana Verre. E pei maneggi di zia Coanna, egli aveva invece tolto in moglie una parente della vecchia serva, di vent’anni più giovane di lui. Dopo le loro nozze, Millèna non aveva mai veduto Andreana nello stazzo, nè si era accorta che il marito ricordasse la donna e il fanciullo che ora venivano, quieti e composti, attraverso il sentiero soleggiato.

— Perchè viene? Cosa vuole colei? Vattene, Larentu Verre, va’ e nasconditi: resto io, va’! Viene certamente a chiederti del danaro! — borbottava la vecchia serva.

— Dio mio, Gesù mio, Dio mio.... — diceva timidamente Millèna, sospirando.

Larentu si volse: guardò il viso infantile di sua moglie, guardò il volto bianco e rugoso di zia Coanna; poi si mise a ridere, ma tosto parve pentirsi di aver riso, e disse rudemente:

— Tornate al vostro lavoro, donne!

Millèna tornò subito verso il forno, ma zia Coanna non si mosse.

— Va là, vecchia, fa il fatto tuo!

— Larentu Verre!

— Va là, fa il fatto tuo! Saprò arrangiarmi da me! Va!

La vecchia s’allontanò a malincuore; ma pur stando in fondo alla cucina guardava attraverso la porta, e borbottava.

— Non vuoi dunque mangiare? — domandò Millèna a suo marito.

Zio Larentu non rispose. Egli fingeva di accomodare ancora la correggia del fucile, dandosi molto da fare; però guardava ogni tanto fuori, e provava una vaga inquietudine, o meglio una collera sorda e segreta.

— So perchè quella donna e quel fanciullo vengono, — pensava, annodando dispettosamente la correggia. — Ora cominciano a rompermi davvero le scatole. Ieri l’altro è stato il maestro, il quale mi ha fatto sapere che quel ragazzo è il primo della scuola, e che io devo mandarlo a studiare. Poi anche il parroco. Vadano al diavolo tutti! Ma che lo mettano a lavorar la terra o lo facciano studiare a loro spese! E quella sfacciata che osa venir qui; ma guarda! Ebbene, che venga! La piglio a calci!

Eppure, nonostante il suo coraggioso proposito, egli sentiva una strana trepidanza, non per sè, ma per sua moglie e per Coanna. Aveva paura della serva e vergogna della moglie, della quale egli amava la giovinezza e la bontà.

— Ebbene, che vengano! Calci quanti ne vogliono! — ripeteva fra sè, pensando ad Andreana ed a quel fanciullo che egli non amava: ma intanto avrebbe voluto andare loro incon- tro e pregarli di non avanzare. Per un momento sperò che la donna e il ragazzo passassero dritti davanti allo stazzo, ma quando li vide vicini e diretti alla sua porta egli si scostò, appese il fucile al solito posto, poi si avviò per uscire.

— Fa quell’altra bestialità, — disse zia Coanna con disprezzo.

Egli si sentì inchiodato sul limitare. “Quei due„ s’avanzavano; eccoli presso la siepe del cortile, eccoli davanti la porta. Dietro la siepe i cani abbaiavano forte.

— Ave Maria, — salutò umilmente la donna, sollevando verso Larentu i suoi limpidi occhioni.

Egli non rispose, ma quasi istintivamente si scostò per lasciar passare i visitatori.

Andreana non esitò un minuto ed entrò a viso alto in quella casa donde era uscita disonorata. Ella veniva per chiedere l’avvenire di suo figlio e sentiva un coraggio da leonessa. Ma il fanciullo guardò, coi suoi grandi occhi color nocciola, limpidi e un po’ spauriti, quell’uomo piccolino, rossigno, dal viso malevolo, che con la sua sopragiacca di pelo rassomigliava ad una volpe maligna, e arrossì.

Nonostante tutto il suo ardire, sulle prime Andreana non vide nulla, e dopo aver salutato tacque, confusa e commossa.

Ma a poco a poco riprese coraggio e si guardò attorno. La cucina era ben sempre la stessa, intonacata con terra gialla, e quasi a metà occupata dal forno: nell’angolo dietro la porta pendeva sempre il fucile; un po’ più in là stava attaccata ad un chiodo una gonna d’orbace della vecchia serva, vicino alla gonna un tagliere di legno con l’incavo per metterci il sale. Ecco, il focolare di granito era sempre nel centro della cucina; attraverso il vetro sporco della finestra si scorgeva uno dei pochi soveri che sorgevano per la pianura. I cani abbaiavano sempre. Ah, ecco, ella ricordava uno per uno i vecchi cani dello stazzo: quello che nell’abbaiare sembrava un fanciullo rauco piangente, era Maccioni, il cane rosso favorito di Larentu. Ah, le donne facevano il pane? Ella conosceva gli arnesi che adoperavano; solo una pala di legno bianco era nuova. E zia Coanna era sempre la stessa, la vecchia strega, con gli occhietti di faina e le mani adunche, gialle come zampe d’astore. Due persone sole erano nuove per Andreana, in quell’ambiente conosciuto: il piccolo Andrea sedutole accanto, e Millèna seduta davanti al forno. E sebbene il piccolo Andrea e Millèna, rossi e confusi, tenessero gli occhi bassi, erano le sole persone che davano soggezione alla madre coraggiosa.

Zio Larentu andava di qua e di là, come cercando qualche cosa che non rinveniva: e dovunque guardava vedeva due grandi occhi limpidi, color nocciola, che lo fissavano spauriti. Ad un tratto però incontrò davvero i piccoli occhi di zia Coanna e gli sembrò di scoppiare fra sè in una risata.

— Ebbene, — pensò, — cosa ti accade, Larentu Verre? Pigliali a calci, mandali via!

Si fermò ritto davanti alla donna e al fanciullo; incrociò le mani sulla schiena, e domandò con ironia:

— Ebbene, cosa significa questa visita?

— Sono venuta.... Sono venuta....

— Bene, perchè sei venuta? Se hai da dirmi qualche cosa in segreto andiamo là dentro; spicciati perchè ho da fare!

Ella arrossì, e rispose con una certa fierezza:

— Non è un segreto. Anzi ho piacere che vi siano le donne, e desidero rivolgermi a tutti voi, anche a zia Coanna, a tutti: vi prego di rimaner tutti. Zia Coanna parve alquanto rabbonita, ma stette all’erta, vigilando sul padrone.

Egli prese uno sgabello e sedette rassegnato. Gli pareva di essersi comportato con disinvoltura, ma anch’egli, come Andreana, aveva soggezione di Millèna e del piccolo Andrea, sebbene Millèna ed il piccolo Andrea non osassero neppure sollevare la testa.

— Ecco, — cominciò Andreana, con voce commossa, — il maestro di scuola te n’ha già parlato, Larentu Verre. Questo ragazzo è studioso, ha fatto tutte le scuole, ed è riuscito il primo. Egli dice che vuol diventare un professore (il fanciullo arrossì di nuovo) ma è povero e non può studiare. Molte persone allora m’hanno detto: Ebbene, perchè non ne parli con Larentu Verre? Egli è ricco, non ha figliuoli, e fa tante elemosine all’anno che con esse potrebbero vivere sette famiglie. Perchè non potrebbe mandare questo ragazzo a studiare?

— Eh, — proruppe Larentu, — perchè queste persone che sanno dare questi consigli non si rivolgono a me?

— Il maestro e il parroco, però, te ne hanno parlato....

— Ah, è vero! — egli disse, ricordandosi. La donna continuò a parlare, umile e rispettosa, senza mai ricordare a Larentu che egli era il padre del fanciullo, ma accennando spesso alla loro parentela.

Il piccolo Andrea ascoltava, e non perdeva una parola di quanto diceva sua madre e di quanto rispondeva “quell’uomo„: e ogni parola di “quell’uomo„ gli sembrava beffarda, umiliante, e gli destava in cuore un impeto sdegnoso di vergogna. Gli pareva di esser sospeso fra cielo e terra, sopra un abisso: non vedeva l’ora d’andarsene, di fuggire; e si proponeva di non passar mai più vicino allo stazzo, a costo di far il contadino o il pastore per tutta la vita. Ad un tratto però dimenticò tutta la sua vergogna, e sollevò gli occhi spauriti. La voce di “quell’uomo„ era improvvisamente diventata dolce.

— Bene, bene, vedremo, vedremo, lo manderemo a studiare....

— Sarebbe bene che tu ci pensassi.... prima, — disse Coanna con voce dispettosa.

Andrea volse gli occhi verso la vecchia e provò un impeto di odio: avrebbe voluto gettarsi sopra di lei o graffiarla.

La voce di “quell’uomo„ cambiò ancora di tono; si fece quasi timida e vergognosa: — Vedremo, vedremo, ne parleremo ancora in famiglia, e poi ti darò una risposta definitiva: puoi tornare, Andreana Verre.

— Tornerò; quando?

— Quando? Ebbene, domenica mattina.

Andreana e il fanciullo s’alzarono: la speranza brillava negli occhi di entrambi.

Zia Coanna intanto deponeva in un canestro il pane che Millèna estraeva dal forno, e non nascondeva il suo malumore.

— Scusate il disturbo, — disse Andreana congedandosi; — buon giorno e Dio vi guardi.

Millèna, che non aveva aperto bocca, sollevò gli occhi e guardò con tenerezza il fanciullo. Poi fece un gesto alla vecchia serva, ma questa rispose con una smorfia. Però anche zio Larentu capì a volo l’intenzione buona della moglie; si curvò, prese un pane e, secondo l’antico costume, lo porse ad Andreana, come l’avrebbe dato a qualsiasi altro visitatore.

La donna prese e avvolse il pane nel suo grembiale, poi salutò di nuovo e uscì seguita dal figliuolo. I cani abbajarono nuovamente, dietro la siepe del cortile.

— Gettatelo ai cani, quel pane! Non avete visto come faceva le smorfie, quella vecchia strega? — disse il fanciullo. — Io non ho veduto nulla, — rispose con serietà la madre, — ma anche se avessi veduto, il pane non lo getterei ai cani, perchè Nostro Signore ha detto di non gettare il pane ai cani.

Andrea alzò le spalle e tacque.

Attraversarono la pianura già verde delle prime erbe d’autunno. Per lungo tratto, dove si stendevano i prati che servivano di pascolo alle greggie ed agli armenti del Verre, non sorgevano che radi soveri secolari, alti, contorti, solitari, smarriti nella quiete del paesaggio lievemente ondulato.

Timi, lentischi e cespugli aromatici profumavano l’aria. In lontananza si scorgevano altri ovili, altri stazzi, una chiesetta bianca, il villaggio bruno, macchie e linee di boschi, strade bianche battute dal sole; poi, in fondo, montagne velate dai vapori azzurri dell’orizzonte.

Numerosi stormi d’uccelli si raccoglievano e cantavano tra i rami dei soveri; e al più piccolo fruscìo volavano via rumorosamente.

— La giovane che cuoceva il pane è moglie di “quell’uomo„? Avete osservato, madre? Taceva sempre e diventava rossa rossa.... — disse ad un tratto il fanciullo.

— Anche tu non parlavi. Eppure la lingua ce l’hai, e lunga.

— Io avevo vergogna. È stata quella donna, la giovine, che accennò di darci il pane: la vecchia strega non voleva. Deve esser buona, zia Millèna. Sì, dopo tutto è mia zia....

— Sì, deve esser buona: sta zitto, però: ogni piccola macchia porta orecchie.

— Parlo forse male? Dico solo la verità. C’è forse male a dir la verità? Non è vero che quella vecchia è una strega? Se domenica.... — concluse Andrea minaccioso, — se domenica non ci dicono di sì, sarà colpa della vecchia.... ed io....

— E tu? — chiese la madre, volgendosi a guardarlo.

— Nulla! — egli rispose pronto, e cambiò discorso.

— Sentite, che uccello è questo? Come canta bene! Chiù, chiù, chiù, chiù, chiù, cinque volte, e poi si ferma, poi riprende a cantare cinque chiù ogni volta. Che uccello è?

La madre ascoltò, guardò.

— Forse un merlo.

— No, non è un merlo.

Camminavano sempre verso il villaggio. Oramai lo stazzo di Larentu Verre era lontano, dietro il sovero verde della spianata, ma Andrea vedeva sempre davanti a sè le figure dei suoi parenti ricchi, il viso rosso di Millèna, il viso pallido e la corta barbetta rossa di “quell’uomo„ dalla sopragiacca di pelo aperta sul giustacuore paesano, e soprattutto l’odiosa faccia di zia Coanna.

I Verre poveri, come li chiamavano per distinguerli dai Verre ricchi, abitavano una casupola fabbricata sopra un’altura rocciosa, circondata da un muricciuolo sul quale sporgeva un pero selvatico. Davanti si stendeva la campagna, sparsa di ovili solitari, fresca e pura dopo le prime pioggie di autunno. Quell’estremo lembo di villaggio, composto di casette brune, pareva disabitato: non si vedeva anima viva. Solo qualche gallina picchiava il becco sui muri e sulle pietre della via scoscesa.

La madre di Andrea salì svelta i gradini rozzamente scavati nella roccia, aprì la porta e rientrò in casa, mentre il fanciullo, rimasto vicino al muro ombreggiato dal pero selvatico, guardava lontano, verso lo stazzo del Verre. Confuse impressioni gli sfioravano l’anima. Egli non sapeva ancora che zio Larentu era suo padre, ma più volte zia Andreana gli aveva additato il ricco parente che appena si degnava salutarli, e gli aveva detto:

— Egli non ha figli; forse lascerà a te ogni suo avere.

Andrea dunque si considerava già come erede del Verre, ma non amava quel parente superbo.

Andreana, che lavorava per campare la vita, riprese il suo fuso e si mise a filare, ritta sul limitare della porta. Era un po’ triste, ma tranquilla come sempre. Andrea si volse a guardarla. Sua madre, a cui egli rassomigliava, gli piaceva tanto, gli sembrava la più bella donna del villaggio, così alta e dritta, con la pelle color rame e il viso un po’ quadrato; gli pareva rassomigliasse ad una figura egiziana che aveva veduto in un libro del maestro.

— Andrea, — ella gli disse, — ora puoi andare dal maestro e dirgli ciò che tuo zio ha promesso.

Egli si scosse dalla sua contemplazione, si turbò, s’avviò senza parlare.

Furono per lui giorni indimenticabili: non poteva mangiare, nè bere, nè studiare. Non vedeva l’ora che giungesse la domenica; sperava, ma sempre gli persisteva in fondo alla piccola anima un vago sentimento di umiliazione.

Il venerdì mattina, assai per tempo, mentre guardava dalla piccola finestra senza vetri della stanzetta ove dormiva, Andrea scorse il Verre che veniva a cavallo verso il paese. Molte volte egli aveva veduto così “quell’uomo„ appollajato sull’alta cavalla grigia, col fucile ad armacollo; mai però aveva sentito l’emozione che provò quella mattina. S’immaginò che il Verre venisse da loro, e quando il ricco parente giunse sotto la finestra, egli rattenne il respiro. Ma zio Larentu passò oltre senza fermarsi, senza guardare, come sempre.

Verso il meriggio, però, venne dai Verre poveri il maestro di scuola, il signor Giacinto Tedde, un bel giovine di vent’anni, alto ed elegante, tutto roseo in volto.

Vedendolo salire i gradini della roccia, il piccolo studente arrossì e si sentì battere il cuore, anche perchè provava un vivo sentimento di ammirazione e di rispetto, tanto per il talento quanto per l’eleganza del giovine maestro.

— Ebbene, buon giorno, che notizie da ieri ad oggi? — chiese il maestro.

— Favorisca, venga su, — disse Andrea, tutto vergognoso per la miseria della sua casetta. Ma il giovine volle stare in cucina, e non si guardò attorno: del che Andrea gli fu grato.

— Nessuna notizia, — disse Andreana, sedendosi su uno sgabello, e curvandosi, con le mani giunte in grembo. — Andrea però mi disse di aver veduto.... “quell’uomo.„ Lo ha veduto, lei? Non è vero, Andrea?

— Sì, — rispose con un soffio il fanciullo.

— Bene! — esclamò il maestro; poi sorrise come fra sè, e diede la gran notizia: — Sì, quell’uomo è stato da me, e mi disse che acconsente....

— Ah!

— Ah! — fecero madre e figlio.

— Sì, acconsente. Ma ascoltatemi bene. — I due poveretti ascoltavano con l’anima sospesa. — Pare ci sia stato consiglio di famiglia. La serva, mi pare si chiami zia Coanna....

— Sì, così.

— Ebbene, zia Coanna pare abbia fatto del chiasso. Egli era ben disposto fin dall’altro giorno, ma la serva, appena usciti voi, cominciò a gridare, a dire che era il primo passo, e che Andrea finirebbe col diventare padrone di tutto. — Il padrone sono io, — disse Larentu, — e appunto perchè sono il padrone voglio fare questa buona opera. — E l’altra a gridare, a opporsi. E avrebbe finito col dissuaderlo, senza l’intervento della moglie.

— Millèna! — disse Andreana.

— Giusto, Millèna o Maddalena, non so; deve essere una giovine molto buona e divota....

— Ah, sì, molto divota....

— Ebbene è intervenuta lei, come dicevo.

— Ella desidera grandemente un figliuolo, — mi disse Larentu Verre, — ed è convinta che Dio non glielo abbia concesso perchè.... Insomma disse al marito: fa studiare il figlio di Andreana Verre. Forse il Signore, dopo quest’opera buona, ci concederà un bambino. Così Larentu Verre si è deciso, ed è venuto per darmi la risposta, pregandomi di comunicarvela. Però fa un patto. Senti bene, Andrea, e pensa bene se ti conviene. Egli vuole che tu diventi medico.

Un’ombra passò sul viso intento del ra- gazzo. La madre lo guardò ansiosa: anche il maestro lo guardò intensamente.

Qual pensiero occulto ferveva in fondo alla piccola mente? Quali progetti fantastici passavano già nella piccola anima?

— Farò quello che egli vorrà, — disse Andrea, senza sollevare gli occhi.

La madre guardò il maestro, sorridendo felice; ma il maestro alzò le sopracciglia e fece cenno di no, rispondendo ad una sua interna domanda.

Gli anni passarono.

Andrea Verre frequentava l’Università, ma da qualche tempo viveva miseramente perchè zio Larentu, venuto a conoscere che invece di studiar medicina suo figlio seguiva il corso di belle lettere, gli negava ogni sussidio. Più che studiato, Andrea aveva letto: , , , , , un miscuglio di autori terribili e di poeti soavi, le cui dottrine gli fermentavano nella mente come i semi nella terra, quando sta per giungere la primavera.

Da qualche mese egli vivacchiava dando lezioni di italiano e di.... mandolino, e menava una vita ritirata e triste.

Perchè si era presentato invano al concorso per una borsa di studio, e perchè due giornali avevano rifiutato un suo articolo, gli pareva che tutti i suoi sogni fossero caduti.

Non soffriva per la miseria, ricordando la sua infanzia povera, ma si sentiva improvvisamente piccolo, umile, smarrito nel tumulto della grande città.

Un tempo gli era parso di essere un giovine d’ingegno: aveva cominciato a scrivere un romanzo; aveva fatto molti versi, aveva sognato la fortuna: ora più nulla. S’avviliva, si rimpiccioliva, passava rasente ai muri perchè non gli si vedessero le scarpe sdrucite, ma non provava rancore nè vergogna. In fondo sperava che suo padre (oramai sapeva che zio Larentu era suo padre) si rabbonisse e continuasse a sovvenirlo; ma non voleva umiliarsi per il primo. Fu in quel tempo — era ai primi d’inverno — che lesse, tradotto in italiano, di . Cominciò a leggere il terribile romanzo una domenica, una sera tiepida ma annuvolata, nebbiosa e triste.

Fin dalle prime pagine, provò una impressione profonda; gli parve di riconoscersi in Raskolnikoff. Anch’egli miserabile, vicino a perdere le sue poche lezioni per indecenza di vesti e di scarpe.

Gli sembrò si rassomigliassero anche fisicamente: anch’egli alto, con lineamenti fini, e limpidi occhi castanei: e subito sentì una grande simpatia, una pietà accorata, per l’immortale studente russo. Ma a poco a poco questa impressione dileguò: non rimase in Andrea che la potente suggestione del terribile racconto. Per due ore egli lesse, visse nel libro con l’anima sospesa angosciosamente.

Ogni parola gli si ripercoteva nel cuore, come una voce in luogo deserto, destandovi echi profondi. Solo allorchè cominciò a mancargli la luce grigia del crepuscolo melanconico egli lasciò il volume, si alzò, si scosse. Gli sembrò di ritornare da un mondo lontano, nel quale si dolorasse e si vivesse con terribile potenza: la realtà della sua vita gli apparve in tutta la sua meschinità desolata, ed egli si sentì ancor più piccolo del solito; un piccolo, un meschino essere senza passioni nè sogni.

Per qualche momento s’aggirò attorno alla sua cameretta ordinata e pulita, dove le cornici di alcuni graziosi quadretti, e il mandolino capovolto sopra un quaderno di musica, splendevano tenuemente all’ultimo barlume del crepuscolo.

E pensò alla cameretta di Raskolnikoff; quel buco stretto, polveroso, soffocante, che tanta influenza aveva avuto sul destino dello studente assassino, e si domandò se anche nella sua incolore esistenza non influisse la suggestione della sua cameretta borghesemente pulita e comoda.

Accese il lume, ripigliò la lettura e ritornò in quel mondo lontano, nel quale si viveva con terribile potenza di sentimenti. Ad ogni svolger di pagina gli pareva di provare le angoscie, le ansie, i tragici sogni di Raskolnikoff.

Per lunghe ore visse quella strana vita di riflesso, e dimenticò la realtà. Udiva appena un rumore monotono, continuo, cupo, e solo quando gli mancò il lume, e dovette lasciare il libro, si accorse che pioveva dirottamente. Si coricò, ma appena fu al buio, fra quel fragore melanconico di pioggia dirotta, sentì un gran freddo, e di nuovo fu colto da una cupa tristezza, dalla desolazione della sua vita me- schina. Ripensando alla rassomiglianza che aveva creduto scorgere fra lui e lo studente russo, sorrise con amarezza; no, egli era infinitamente piccolo davanti a quel miserabile eroe. E si fece una domanda strana.

— Sarei capace io di un delitto? — No, — si risposo tosto: ma pensò: — non per onestà, ma per debolezza, per viltà....

Non seppe perchè, una figura odiosa passò nella sua mente confusa, come un fantasma fra la nebbia: zia Coanna, la vecchia serva dello stazzo.

Ma fu un momento: l’impressione del romanzo lo riprese tutto: ricordando il brivido che provava quando doveva interromper la lettura per tagliare i fogli del volume, egli si domandò: — Ma perchè questo libro mi suggestiona tanto? Impressionerà così tutti i lettori appena intelligenti? O io mi trovo in uno stato speciale, forse anormale, per impressionarmi così?

Gli parve di no. Pensò piuttosto alla grande potenza artistica del Dostojewsky: poi ricordò una novellina amorosa, convenzionale, che aveva scritto qualche tempo addietro, e gli sembrò di arrossire.

— Ma, perchè devo arrossire? — si do- mandò poi. — Io sono un ragazzo. Che ho provato io, che ho veduto io? Nulla; ho sempre vegetato. Dostojewsky ha sofferto, era epilettico, ed è tutta la sua sofferenza, tutto il fosforo del suo terribile cervello, tutta la febbre della sua esperienza che palpita nelle sue pagine: egli deve aver commesso il delitto di Raskolnikoff, e deve aver provato tutti i tormenti del castigo, per aver potuto fare questo libro. Come non avrebbe scritto il Sepolcro dei vivi senza esserci stato.

Fu in questo momento, appena formulata questa idea, che Andrea Verre ebbe il mostruoso pensiero di commettere un delitto, per studiarne le impressioni e scriverne poi un’opera potente.

La figura di zia Coanna ritornò. L’impressione fu così forte che per qualche istante Andrea dimenticò ogni altra cosa. Il cuore gli pulsò con violenza; fu un momento di ansia e di terrore....

Poi tutto dileguò. Egli rise di sè, si chiamò pazzo, cercò di addormentarsi.

Passò una notte agitata. Sognò, si svegliò, poi sognò ancora, e nel secondo sogno gli pareva di esser sveglio, ricordava il primo sogno, e ricordava il sogno di Raskolnikoff, quando lo studente assassino piange per pietà del cavallo martoriato.

Cosa strana; in questo secondo sogno pareva ad Andrea di aver deciso il delitto; non solo, ma egli pensava già al modo di rappacificarsi con suo padre per potersi introdurre nello stazzo e assassinare zia Coanna: e intanto analizzava le sue impressioni per riprodurle nelle pagine del suo futuro libro!

Svegliandosi, sentì un’angoscia indefinibile: gli sembrò che qualche cosa di mostruoso pesasse sul suo destino.

Ma intanto, come nel sogno, cercava di analizzare le sue impressioni pensando di servirsene un giorno, quando il suo destino sarebbe compiuto.... Poi rise ancora di sè, riebbe tutta la coscienza della sua nullità.

— Eh, — pensò scoraggiato e stizzito, — sono un pazzo, solo a pensarci. Anche se commettessi un delitto, non saprei mai riprodurre sulla carta le mie impressioni. A che mi servirebbe? Sono un piccolo, e basta.... Sono un essere normale, d’ingegno molto limitato, e il mio destino si compirà semplicemente, senza ardimenti, nè buoni, nè cattivi!

S’alzò, aprì la finestra, tornò alla sua piccola realtà; i mostruosi sogni svanirono.

In quel giorno e nei seguenti egli proseguì a leggere il romanzo, ma senza affrettarsi, senza più provare le febbrili impressioni della prima notte. Raskolnikoff gli apparve qual era, un paranoico ambizioso e infelice.

Poi restituì il romanzo e a poco a poco le impressioni provate impallidirono e disparvero.

Però, dopo quella lettura, uno strano cambiamento s’avverò in lui. Progetti indistinti, idee di lavoro, improvvise umiliazioni, tenerezze accorate, gli fermentarono nell’anima. La musica umile e tenera del mandolino, certe poesie, certe voci, certe visioni, gli causavano emozioni profonde, talvolta tristi, talvolta liete.

Si isolò ancora di più, cadde in una specie di sogno.

Talvolta, solo nella sua cameretta, mentre al di fuori la città rumoreggiava come un mare mosso dai venti primaverili, egli suonava il mandolino, intendendo l’anima a voci lontane, che lo commovevano. Pensava alla patria lontana, ai suoi verdi paesaggi silenziosi, alla pianura sparsa di ovili e di soveri, alla casetta sulla roccia, ove sua madre filava pregando per lui; ed era allora che provava tenerezze improvvise, umiliazioni e nostalgie da lungo tempo dimenticate.

La sua miseria, intanto, aumentava. Dovette vender libri, oggetti rimastigli del bel tempo antico, e infine il mandolino.

Le lezioni venivano a mancargli perchè egli s’inselvatichiva, fuggiva i compagni, non frequentava l’Università nè le poche persone che conosceva.

Fu in quel tempo che gli giunse una strana lettera di sua madre, e che egli ripensò con intensità a Radion Raskolnikoff, al cui destino paragonò ancora il suo.

La lettera, scritta malamente da sua madre, diceva così:

“Amatissimo figlio,

“È da un mese e più che tu mi hai scritto una cartolina, e dopo non ho saputo più nulla di te, la qual cosa mi tiene inquieta e pensierosa; penso che tu sii malato o che ti sia capitata altra disgrazia. Ti mando questo vaglia di lire trenta; ti faccio sapere che sono stata ventidue giorni in casa del signor Tedde, ad assistere la moglie che era in parto.

“Tra il compenso e le mancie avute il giorno del battesimo, ho messo su quasi quaranta lire; te ne mando trenta, perchè le altre dieci occorrono a me. Il signor Tedde ha avuto un bambino maschio, bellissimo, che ha tanti capelli come non ne avevo visto mai in un bambino appena nato.

“Lo abbiamo chiamato Nicola Andrea, e il Tedde, che è allegro come un pesce, ti saluta caramente.

“Inoltre ti faccio sapere che è morta Millèna Ibbas, la moglie di Larentu Verre. Poveretta, era molto buona, era innocente come una bambina, e tutti, in paese, hanno pianto per la sua morte. Dicono che in questi ultimi tempi, Larentu Verre, che è sempre ubbriaco, la maltrattasse molto, perchè non ha avuto figli. Mi assicurano che Millèna diceva sempre a suo marito: “giacchè vuoi dei figliuoli, perchè non riconosci Andrea? Dio ti ha castigato appunto per il tuo peccato.„ E che egli rispondeva: “Lo riconoscerò quando tu creperai.„ Io credo però che queste sieno dicerie del paese; ad ogni modo forse è meglio per lei che Millèna sia morta. Larentu Verre sembra tuttavia molto triste: l’ho veduto ieri; indossa il cappotto, col cappuccio calato sul viso, e tiene la barba lunga, in segno di lutto. Ti dirò ora come e perchè l’ho veduto. È venuto ieri a casa nostra, sull’imbrunire, e mi ha proposto di andar serva nello stazzo, perchè zia Coanna è molto vecchia e non ha più forze. Io non gli nascosi la mia meraviglia e gli dissi che zia Coanna mi avrebbe mangiata viva. Egli allora mi disse: zia Coanna starà a suo posto. Allora io replicai: no, sarebbe uno scandalo se io venissi ad abitare nello stazzo: la gente è maligna e mormorerebbe. Egli rispose: lascia che la gente mormori; del resto l’acqua non mancherà al molino.

“Con queste parole egli voleva dire che avrebbe finito con lo sposarmi.

“Allora io gli dissi che avrei scritto a te per sapere il tuo parere.

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