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Il Marchese di Roccaverdina

Luigi Capuana · 1920 · Free in the US

75,866 words · about 5 h 19 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1920 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_Marchese_di_Roccaverdina&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Luigi Capuana
Language
Italian
Published
1920
Length
75,866 words · about 5 h 19 min
Sections
35 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (35)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capitolo I about 10 min
  3. Capitolo II about 8 min
  4. Capitolo III about 10 min
  5. Capitolo IV about 8 min
  6. Capitolo V about 9 min
  7. Capitolo VI about 6 min
  8. Capitolo VII about 8 min
  9. Capitolo VIII about 10 min
  10. Capitolo IX about 14 min
  11. Capitolo X about 8 min
  12. Capitolo XI about 9 min
  13. Capitolo XII about 8 min
  14. Capitolo XIII about 10 min
  15. Capitolo XIV about 9 min
  16. Capitolo XV about 9 min
  17. Capitolo XVI about 8 min
  18. Capitolo XVII about 10 min
  19. Capitolo XVIII about 10 min
  20. Capitolo XIX about 9 min
  21. Capitolo XX about 10 min
  22. Capitolo XXI about 11 min
  23. Capitolo XXII about 12 min
  24. Capitolo XXIII about 10 min
  25. Capitolo XXIV about 10 min
  26. Capitolo XXV about 10 min
  27. Capitolo XXVI about 10 min
  28. Capitolo XXVII about 8 min
  29. Capitolo XXVIII about 9 min
  30. Capitolo XXIX about 9 min
  31. Capitolo XXX about 11 min
  32. Capitolo XXXI about 12 min
  33. Capitolo XXXII about 8 min
  34. Capitolo XXXIII about 9 min
  35. Capitolo XXXIV about 7 min

Continue:

Front matter

LUIGI CAPUANA

Il Marchese

di Roccaverdina

Capitolo I

ct

— C’è l’avvocato — annunziò mamma Grazia affacciandosi all’uscio.

E siccome il marchese non si voltò nè rispose, la vecchia nutrice, fatti pochi passi nella stanza, esclamò:

— Marchese, figlio mio, sei contento? Avremo finalmente la pioggia!

Infatti lampeggiava e tuonava da far credere che tra poco sarebbe piovuto a dirotto, e già rari goccioloni schizzavano dentro dall’aperta vetrata del terrazzino. Il marchese di Roccaverdina, con le mani dietro la schiena, sembrava assorto nel contemplare lo spettacolo dei fitti lampi che si accendevano nell’oscurità della serata, seguiti dal quasi non interrotto reoboare dei tuoni.

— C’è l’avvocato — replicò la vecchia accostandosi.

Egli si riscosse, guardò la nutrice e parve percepisse soltanto dopo alcuni istanti il suono della voce di lei e il senso delle parole.

— Fàllo entrare — rispose.

Poi, all’atto della vecchia che accennava di voler chiudere la vetrata, soggiunse:

— Chiudo io.

Si udì sùbito lo sbattere di pochi goccioloni su i vetri che tremavano scossi dall’aria agitata dalla ondulazione dei tuoni.

La tavola era sparecchiata. Un lume di ottone, a quattro becchi, illuminava scarsamente la stanza. Il marchese non poteva soffrire il petrolio, e continuava a servirsi degli antichi lumi a olio per l’uso d’ogni sera. Soltanto nel salotto, e perchè gli erano stati regalati dalla baronessa di Lagomorto, sua zia paterna, si vedevano due bei lumi di porcellana, a petrolio; ma non venivano accesi quasi mai. Egli preferiva le grosse candele di cera dei candelabri di argento a otto bracci, che ornavano colà le consolli dorate, nelle rarissime circostanze in cui doveva ricevere qualche persona di conto.

Con l’avvocato Guzzardi non occorreva. Era di casa, veniva a tutte le ore; entrava fino in camera, se il marchese si trovava ancora a letto.

All’infoschirsi del viso, si sarebbe detto che quella visita, a quell’ora, con quel tempaccio, non riuscisse molto gradita al marchese.

Rimasto in piedi, accigliato, mordendosi le labbra, affondando le dita tra i folti capelli neri, egli si era voltato verso l’uscio, attendendo. L’avvocato gl’incuteva una specie di paura da che si era dato agli esperimenti spiritici. Un giorno o l’altro, quei diabolici esperimenti, povero avvocato, lo avrebbero fatto ammattire! Fortunatamente, fin allora, la sua intelligenza si era conservata benissimo, per ciò il marchese continuava ad affidargli tutte le sue liti e tutti i suoi affari.

A Ràbbato, dove trovarlo un altro avvocato più esperto e più onesto di don Aquilante Guzzardi? Bisognava prenderlo così com’era, con quelle sue stravaganze, che infine provenivano da troppa dottrina. Latinista, grecista, filosofo, teologo, giureconsulto, egli era tenuto meritatamente in grandissima stima anche nei paesi vicini. — Peccato che sia ammattito per gli Spiriti! — dicevano tutti. Il marchese non era giunto ancora ad esclamare così; ma quelle magherie, come le chiamava, lo impensierivano per l’avvenire. E quantunque egli fosse incerto se si trattasse di operazioni diaboliche o di fantasticaggini e allucinazioni, non poteva difendersi dal senso di paura che in quel momento lo turbava più forte, forse perchè il vento, i lampi e i tuoni imperversanti fuori influivano su i suoi nervi e accrescevano l’effetto della solita e invincibile impressione.

Quando l’alta e magra figura dell’avvocato com- su la soglia dell’uscio, quasi ritagliata sul fondo dell’altra stanza rischiarata dal lume portato a mano da mamma Grazia, il marchese si sentì correre un lieve brivido ghiaccio da capo a piedi.

Visto a quel modo, gli parve più alto, più magro, più strano, con la scialba faccia interamente rasa, col lungo collo fasciato dal nero fazzoletto di seta, le cui punte formavano un piccolo nodo davanti, con le falde dell’abito nero che gli scendevano oltre il ginocchio, coi calzoni neri quasi aderenti alle secche e interminabili gambe, con quelle stecchite braccia che si agitavano in ossequioso saluto:

— Buona sera, marchese!

Anche la voce, che sembrava uscisse dalle profonde cavità dello stomaco, parve più cupa dell’ordinario al marchese, che rispose con un cenno del capo e un gesto della mano invitante a sedere.

— Pareva dovessimo avere chi sa che tempesta, eh? E invece!... — esclamò don Aquilante. — Per questo non ho voluto rimettere a domani la buona notizia che posso recarvi.

E appena il marchese si era seduto dal lato opposto della tavola, don Aquilante riprendeva:

— Finalmente ci siamo!

Il marchese spalancò gli occhi, interrogando.

— Neli Casaccio sarà arrestato questa notte.

— Ma!... — fece quegli.

La voce gli moriva improvvisamente nella gola.

— La deposizione della moglie di Neli ha finito di convincere il giudice istruttore. Il mandato di arresto è stato firmato quattr’ore fa e consegnato al brigadiere dei carabinieri. Vedete, marchese, se io m’ingannavo nelle mie induzioni!

— Che cosa ha detto quella donna?

— Ha confermato le testimonianze di Rosa Stanga, di Paolo Giorgi, di Michele Stizza. Neli aveva esclamato più volte: — Se Rocco Criscione non smette gli faccio fare una fiammata! — E quando si convinse che non smetteva d’insidiargli la moglie... Tutto si spiega, tutto è chiaro ora; e possiamo ricostruirci la scena. Egli lo ha atteso su la strada di Margitello, nascosto dietro la siepe di fichi d’India, dove la strada fa gomito. Era passato da Margitello la mattina, fingendo di cacciare da quelle parti. — Salute, compare Neli. — Salute, compare Rocco. — C’è la testimonianza del bovaro. — Se stasera tornate a casa, potrò ripassare da qui; faremo la strada assieme. — Non vi scomodate, compare; tornerò molto tardi. — Abbiamo pure la testimonianza del garzone di Santi Dimaura, che udì queste parole e intervenne nel discorso, dicendo: — La vostra mula sa la strada meglio di voi, e non ha paura dei fanghi di Margitello. — Con la mia mula andrei anche all’inferno! — rispose Rocco. — E dicono che la strada sia peggio. — In paradiso dobbiamo andare, con la grazia di Dio! — Risposto così, Neli Casaccio si allontanò, chiamandosi dietro il cane. Egli stesso ha deposto che il garzone di Santi Dimaura ha detto la verità. Il garzone non ha saputo riferire se l’intonazione di quelle parole sia stata semplice, naturale o con qualche accento d’ironia: ma l’ironia ha dovuto esservi. Rocco, scherzando, parlava della strada dell’inferno, e Neli parlava... del paradiso, per non dire apertamente: — Ti manderò all’inferno io, questa notte! —

— Nessuno però ha visto Neli Casaccio.

— Capisco: voi, marchese, vorreste la certezza assoluta. In questo caso non ci sarebbe stato bisogno del giudice istruttore, nè di tanti testimoni per raccogliere un indizio qua, un altro là, e aggrupparli, confrontarli, svilupparli. Neli Casaccio è furbo. Cacciatore di mestiere; figuriamoci! Ma è spaccone, ha lingua lunga. — Gli faccio fare una fiammata! — Quando alla minaccia segue il fatto, che cosa si può chiedere di più?

Parlando, don Aquilante aggrottava le sopracciglia, storceva le labbra, sgranava gli occhi, agitava le braccia, tenendo combaciati l’indice e il pollice delle due mani e allargando le altre dita con gesto dimostrativo, da uomo che vuole aggiungere evidenza alle sue ragioni. E incupita la voce nel pronunziare queste ultime parole, si era arrestato, fissando in viso il marchese che lo guardava con occhi smarriti, pallidissimo, umettandosi con la lingua le labbra inaridite.

— È venuta da me, l’altra mattina, la povera vedova di Rocco — riprese don Aquilante, vedendo che il marchese stava zitto. — Sembrava la Madonna Addolorata: — Non avrò pace fino a che gli assassini di mio marito non saranno in galera! —

— Perchè dice: assassini? — domandò il marchese.

— Perchè lei crede che siano stati più di uno.

— Il colpo di fucile è stato uno solo.

— Che ne sappiamo? Uno quello che ha ucciso. E nessuno ha udito, nella notte, neppure quel colpo.

Don Aquilante socchiuse gli occhi, scosse la testa e fece una lunga pausa.

Di tratto in tratto, quasi spruzzati per forza, pochi goccioloni sbattevano sui vetri simili a chicchi di grandine; ma i tuoni rimbombavano con lunghi echeggiamenti, tra le grida di gioia della povera gente smaniante per la pioggia nelle scoscese viuzze attorno alla vasta casa dei Roccaverdina, isolata da ogni lato e quasi arrampicata a quell’angolo della collina di Ràbbato che aveva in cima le torri dell’antico castello rovesciate dal terremoto del 1693.

Dalla parte del viale che conduceva lassù, la casa dei Roccaverdina aveva l’entrata a pianterreno, mentre dal lato opposto la facciata di pietra intagliata si elevava con tre alteri piani su le povere casette di gesso dalle quali era circondata. Gli altri lati, a mezzogiorno e a tramontana, seguivano la ripida elevazione del terreno, e davano a chi guar- dava l’impressione che l’edificio si fosse sprofondato per un avvallamento della collina. Il terrazzino della sala da pranzo rispondeva a ponente, e il vento impetuoso lo investiva di faccia.

Durante la lunga pausa, il marchese aveva osservato con crescente inquietudine l’atteggiamento dell’avvocato che, tenendo socchiusi gli occhi e scotendo la testa, sembrava ragionasse da sè, sotto voce, poichè di tratto in tratto agitava le labbra quantunque non ne facesse uscire nessun suono.

— Per conto mio, — disse don Aquilante, destandosi improvvisamente dalla concentrazione che lo aveva fatto ammutire, — io sto tentando un’inchiesta più concludente dell’istruttoria del processo; ma forse è ancora troppo presto.

— Non parliamo di queste sciocchezze... scusate, avvocato, se dico così, — lo interruppe il marchese.

— E avete torto!

Don Aquilante, col viso rischiarato da un orgoglioso sorriso di compatimento, appoggiava i gomiti su la tavola, incrociava le dita delle mani e ne faceva sostegno al mento, intanto che con voce cupa e lenta riprendeva:

— L’ho veduto ieri, per la prima volta. Non ha ancora coscienza di essere morto. Accade così per tutti gli uomini materiali. Erra per le vie del paese, si accosta alle persone, interroga, s’indispettisce di non ricevere risposta da nessuno...

— Sì.... va bene; ma io non amo ragionare di queste cose — tornò a interromperlo il marchese, che però non riusciva a nascondere il suo turbamento. — Lasciamo in pace i morti.

— Invece i morti soffrono di vedersi dimenticati. Io lo attirerò verso di me, lo interrogherò per sapere proprio da lui....

— E quando sarete arrivato a sapere?... Che valore avrà la vostra testimonianza?

— Non voglio testimoniare, ma sapere, unicamente sapere. Ecco: io avevo già appreso, per altre vie, che l’assassino è stato uno solo, appiattato dietro la siepe di fichi d’India. — Il nome! — ho chiesto. Non me lo hanno potuto rivelare, per leggi inviolabili del mondo di là di cui noi ignoriamo la ragione.

— Ah! — fece il marchese. — Ma se quel che voi volete darmi a intendere fosse vero, non rimarrebbe più nessun delitto impunito e il governo potrebbe abolire la polizia.

— È un’altra quistione! — rispose don Aquilante.

— Lasciamo andare; non mi convincerete mai, mai, mai! E poi, la Chiesa proibisce queste operazioni diaboliche. È provato che si tratta di inganni del diavolo. Vi siete lasciato invischiare, così dotto come siete. Ma già voi altri dotti incappate negli errori più di noi ignoranti....

— Non direte così tra qualche mese!

— Oh, vi prego di lasciarlo in pace... cioè, di lasciarmi in pace! — si corresse il marchese. — Penso all’arresto di Neli Casaccio. Se il giudice istruttore si è deciso a ordinarlo...

— La giustizia umana fa quel che può. O prove evidenti, o indizi che conducano a una prova morale; non ha altri mezzi.

— E così, spesso, condanna qualche innocente!

— Non lo fa a posta; errare humanum est! Ma nel caso nostro è difficile che sbagli. Rocco era un brav’omo; non aveva nemici. Chiassone, sì; donnaiolo, anche! Da che aveva preso moglie però... Gli piaceva di scherzare ciò non ostante. La stessa moglie di Casaccio ha detto al giudice istruttore: — Tempo fa, è vero, mi si era messo attorno, non mi dava requie. Mandava imbasciate, quando non aveva occasione di parlarmi lui stesso. Ed io: — siete pazzo, santo cristiano! Non faccio un torto a mio marito. Povera, ma onesta! — Poi si era chetato. E mio marito lo sapeva, e non lo minacciava più... Erano tornati amici.

— Ha detto: Si era chetato?

— Sarà stato vero? La donna ha interesse di scusare sè e il marito.

— Si era chetato! — mormorò il marchese.

E strizzò gli occhi, levandosi da sedere.

Respirava fortemente, quasi sentisse mancar l’aria nella stanza. Aperti prima gli scuri dell’imposta, spalancò poi la vetrata e si affacciò al terrazzino. Don Aquilante lo raggiunse.

Dietro le nuvole diradate e sospinte dal vento, sembrava che la luna corresse rapidamente pel cielo. Al velato chiarore lunare i campanili, le cupole delle chiese di Ràbbato si scorgevano nettamente tra la bruna massa delle case affollate nell’insenatura della collina.

Tutt’a un tratto, il vasto silenzio fu rotto da una roca voce che gridava quasi imprecando:

— Cento mila diavoli al palazzo dei Roccaverdina! Oh! oh! - Cento mila diavoli alla casa dei Pignataro! Oh! oh! - Cento mila diavoli alla casa dei Crisanti! Oh! oh!

— È la zia Mariangela, la pazza! — disse il marchese. — Ogni notte così.

E il grido riprendeva, roco, con una specie di cantilena feroce.

— Suo marito la tiene incatenata come una bestia — rispose don Aquilante. — Dovrebbe immischiarsene l’autorità; farla rinchiudere in un manicomio.

La pazza tacque.

Il vento aveva già spazzato le nuvole. Il temporale si era già allontanato, con gli stessi lampi che incendiavano un largo spazio di cielo, verso Aidone, dietro le colline di Barzino.

— Sempre così! Sarà un gran guaio anche que- st’anno! — disse don Aquilante. — Buona notte, marchese.

Il marchese stava per rispondere, quando un altro grido, acuto, straziante, gli arrestò le parole in gola:

— Figlio!... Figlio mio!

— È la moglie di Neli Casaccio! — esclamò l’avvocato, voltandosi verso il punto da cui il grido veniva. — I carabinieri sono andati ad arrestarlo. Guardate, là, nella Piazzetta delle Orfanelle...

Al chiarore della luna, essi poterono scorgere il gruppo dei carabinieri che conducevano via l’arrestato.

E l’affettuoso grido della moglie di Neli Casaccio vibrò di nuovo, dolorosamente, nell’oscurità, tra il sibilare del vento che riprendeva violentissimo.

— Figlio!... Figlio mio!

Capitolo II

Due giorni dopo, il marchese di Roccaverdina vedeva ricomparire l’avvocato che questa volta non veniva solo.

L’anticamera era piena di contadini e di operai, tutti in piedi attorno al tavolino dove il marchese, seduto, esaminava liste di conti scarabocchiate con grossa scrittura.

— Scusate, marchese, — disse l’avvocato inoltrandosi tra le persone che si scostavano per lasciarlo passare. — Dobbiamo parlare di cosa urgente. C’è qui compare Santi Dimaura...

— Voscenza mi benedica! — soggiunse questi, sporgendo la testa dietro le spalle di don Aquilante.

— Andate di là; mi spiccio sùbito.

Don Aquilante abbozzò un gesto per significare: — Fate pure con comodo! — e accennò al vecchio contadino di seguirlo.

Dalla stanza dov’erano entrati essi udirono, poco dopo, la robusta voce del marchese che pareva litigasse con parecchi.

Timide risposte interrompevano, a intervalli, le sfuriate, i rabuffi, le parolacce, le bestemmie che gli sgorgavano dalla bocca simili a un torrente. E durò una buona mezz’ora.

Don Aquilante, con una gamba accavalciata all’altra, una mano davanti agli occhi e il mento chinato sul petto, assorto in profonda meditazione, non aveva risposto a due o tre domande del vecchio che, seduto in un canto, vicino a l’uscio, girava tra le mani il berretto di panno scuro, di Padova, e sembrava atterrito dagli urli del marchese che non finivano più.

Finalmente si udì sbatacchiare la porta di entrata e, quasi subito, acceso in viso pel sangue che gli saliva alla testa ogni volta che montava in collera, il marchese irruppe nella stanza, facendo balzare in piedi l’avvocato che in quel momento chi sa dov’era con la fantasia.

— Qualche giorno mi scoppierà una vena del petto! Vogliono far le cose a modo loro! E se uno non sta loro addosso come un aguzzino, gli rubano fin l’aria che respira! Posso essere dappertutto? Non sono Domineddio!

Era l’ultima vampata.

— Che c’è di nuovo? — poi domandò rabbonito un tratto, aggiustandosi in capo il berretto di martora.

— Dice compare Santi.... — cominciò l’avvocato.

— Per fare un piacere a voscenza — soggiunse il vecchio contadino.

— Un piacere a me? A voi stesso più tosto. Si tratta, suppongo, di quella lingua di terreno, è vero?

— Eccellenza, sì.

— Compare Santi era mal consigliato — disse don Aquilante.

— Sono vecchio, eccellenza. Ho consumato la mia vita su quelle zolle. Che vuole? Ho piantato io quegli alberi; e mi paiono figli miei. E quella casetta l’ho fabbricata io, con queste povere mani. Voscenza vuol bene a Margitello? Vuol bene alla casina, colà? È la stessa cosa per me. Chi poco ha, caro tiene. Le male persone però vogliono farmi passare una cattiva vecchiaia. Come hanno potuto dire che ce l’avevo a morte con la buon’anima di compare Rocco? E voscenza lo ha pure creduto! E il giudice istruttore mi ha tenuto due ore tra le tanaglie, per strapparmi di bocca: — L’ho ammazzato io! — Perchè dovevo ammazzarlo? Perchè compare Rocco faceva gl’interessi del suo padrone? Perchè più volte mi aveva accusato di alterare il limite? Il pretore però non ha potuto mai condannarmi.... Basta! Ho detto: Finiamola! Il signor marchese vuole così? Sia fatta la sua volontà!

La voce del vecchio tremava; le parole gli uscivano lentamente di bocca, quasi bagnate di lagrime.

— Ve l’ho già spiegato — disse don Aquilante. — Nell’operato del giudice istruttore il signor marchese non c’entra. La giustizia fa il suo dovere; non ha riguardi per nessuno.

— Ora hanno arrestato Neli Casaccio, poveretto!

— Che ve n’importa? Badate ai fatti vostri.

— Sceglieremo due periti — fece il marchese. — Stavo per dire di no, sentendovi piagnucolare. Non ve la rubo quella lingua di terreno; ve la pago.... Vi piacerebbe, se qualcuno venisse in casa vostra a occupare una stanza? Così voi, a Margitello; siete in mezzo alla mia tenuta, come quell’estraneo.

— Ma io mi trovavo là fin da quando i fondi attorno erano di altri proprietari. Se essi li hanno venduti a voscenza, che colpa ne ho io?... Quando dovrò dare il consenso al notaio mi sentirò strappare un brano di cuore!... Pur troppo, in questo mondo, la brocca di terra cotta che vuol cozzare col sasso ha sempre la peggio!

— Ora non sapete quel che vi dite! — lo ammonì don Aquilante.

— Lo so anzi, signor avvocato! E il pianto che faccio io Gesù Cristo deve farlo scontare con lagrime di sangue a colui che ha ammazzato compare Rocco Criscione! Senza di questo, io non sarei costretto, per vivere in pace gli ultimi quattro giorni di vita, a vendere il fondo che mi ha lasciato mio padre, e che fu di mio nonno e che doveva essere dei figli di mio figlio, orfani da due anni! Rimarranno poveri e nudi in mezzo alla strada, perchè la terra non la porta via nessuno, e i danari si squagliano tra le mani come la neve.

— Potrete comprare un altro pezzo di terreno.

— Ah, signor avvocato! Non sarà mai quello che ho innaffiato tanti anni col sudore della mia fronte. Lagrime di sangue dee piangere colui che ha tolto la vita a compare Rocco Criscione! È vero, eccellenza? Per voscenza è stato come se le avessero troncato la mano destra. Compare Rocco era un altro padrone!

Rabbuiatosi in volto, il marchese andava su e giù per la stanza, stringendosi le mani.

— Vedete? — disse don Aquilante. — Il marchese non vuole neppure aver l’aria di farvi una soperchieria. Chi vi ha detto niente? Siete venuto da me per vostra spontanea volontà. E intanto uscite fuori con certi discorsi!

— Non vi faccia specie, signore mio! Il cuore vuole il suo sfogo.

E il vecchio contadino si asciugava gli occhi col dorso d’una mano mezza anchilosata dal rude lavoro dei campi.

Intravedendo, con la coda dell’occhio, qualche cosa di nero fermatosi silenziosamente in mezzo all’uscio, il marchese rizzò la testa.

— Che vuoi? Che vieni a fare qui? — gridò con voce turbata.

L’avvocato e compare Santi si voltarono. E, riconosciuta la vedova di Rocco Criscione, si tirarono da parte.

Vestita a lutto, avviluppata nell’ampia mantellina di panno nero che le copriva la fronte, lasciando scorgere, tra le falde tenute strette con le due mani sul mento, appena gli occhi il naso e la bocca, la donna non fece un passo nè un movimento. Rispose quasi sottovoce:

— Sono venuta per qualche notizia, se mai....

Quell’atteggiamento e il tono della voce dovettero irritare maggiormente il marchese.

— Sono forse il giudice istruttore io? — esclamò con stizza. — Ne so quanto te, quanto gli altri!

E, a un tratto, accortosi che le dava del tu, si morse le labbra, tentò di frenarsi:

— Si farà la causa alle Assise, in Caltagirone.... Sarete chiamata. Ci saranno tre avvocati da parte vostra. E questo qui — soggiunse il marchese indicando don Aquilante — vale per dieci! Alle spese penso io. Non c’è bisogno che veniate a stimolarmi, a sollecitarmi.... Che posso fare più di quel che ho fatto e faccio? Era vostro marito; ma era anche il mio fattore, la mia mano destra, come diceva or ora compare Santi; ed io l’ho pianto e lo piango più di voi.... Che bisogno c’è di venire qui?... Ve l’ho detto e ridetto: È inutile venire da me!

Parlando, il marchese si era nuovamente irritato, alzava la voce, gesticolava agitatissimo.

Anche una persona che non avesse saputo quel che era corso tra quella donna e lui, avrebbe facilmente capito che la irritazione sorpassava il motivo apparente, e che le parole e l’accento con cui venivano pronunziate significavano qualche cosa di più di quel che veramente dicevano.

A Ràbbato nessuno ignorava che Agrippina Solmo era stata fino a tre anni addietro la femina del marchese, come colà si esprimono con vocabolo poco indulgente. Nessuno ignorava che egli aveva posseduto quella contadina sin da quando ella aveva sedici anni; che l’aveva mantenuta meglio di una signora, e che per qualche tempo anche i parenti di lui avevano creduto che finalmente avrebbe commesso la pazzia di renderla marchesa di Roccaverdina.

Intorno ai fatti avvenuti dopo, non si sapeva niente di certo. Ognuno diceva la sua per spiegare la subitanea risoluzione del marchese di dar marito a colei. La cosa era passata tra il marchese e Rocco Criscione, detto anche Rocco del marchese perchè factotum di casa Roccaverdina. Solamente, ragionando con un amico, una volta Rocco si era lasciato scappare di bocca:

— Se il marchese mi avesse ordinato: — Buttati giù dal campanile di Sant’Isidoro — mi sarei buttato a chiusi occhi!

Vedendo che la donna restava là, con lo sguardo implorante fisso addosso al marchese, chiusa nella mantellina nera e immobile come una statua su la soglia dell’uscio don Aquilante, che si era già dato una spiegazione di quella scena, pensò bene d’intervenire. E avvicinatosele, cominciò a dirle a bassa voce:

— Il marchese ha ragione. Ormai tutto è in mano della giustizia. Per quel che lo riguarda, non dubitate, spenderebbe fino all’ultima stilla del suo sangue, se occorresse. Tornate a casa vostra; e quando vorrete sapere notizie, venite da me, sarà meglio.... Andate dunque!

Agrippina Solmo abbassò gli occhi, stiè un istante indecisa, poi, senza un motto nè un gesto, lentamente volse le spalle e sparì come se avesse avuto le suole delle scarpe foderate di ovatta.

Il marchese, quasi masticando qualcosa di amaro, si era accostato alla vetrata della finestra per evitare di guardare la vedova.

— Vestita di nero, col viso pallido, gli occhi intenti e le labbra scolorite, essa deve sembrargli una fantasima di mal augurio — pensava don Aquilante — anche forse perchè gli fa temere una ripresa che potrebbe produrre quelle conseguenze da lui volute evitare dandola in moglie a Rocco Criscione!

— Bisogna compatirla, poveretta — egli disse tornando indietro. E annunziò: — È andata via!

— Quella stupida di mamma Grazia! Perchè la lascia entrare? — brontolò il marchese.

E riscotendosi, soggiunse:

— Ah!... Mi ero scordato che voi eravate qui per l’affare di Margitello. Insomma, che dobbiamo concludere? Vogliamo fare alla buona, tra noi, senza periti nè altro?... Cinquant’onze!

— Che dice mai, voscenza? — rispose il vecchio contadino rimasto presso l’uscio.

— Sessanta?

— È il meglio pezzo di terreno, eccellenza; il cuore di Margitello.

— Più sassi che terra. Dovrò pagarlo a peso d’oro?

— Quel che vale, eccellenza.

— Oh! Se intendete di prendermi per la gola...

— No, eccellenza!

— Sentiamo dunque: che pretendete?

Il vecchio stette un po’ a riflettere, portò la mano destra al petto, quasi si accingesse a pronunziare un giuramento, e balbettò:

— Cent’onze, eccellenza!

Il marchese diè uno scatto.

— Per farmi piacere, eh? Cent’onze!... Per farmi piacere?... Vi paiono fichi secchi cent’onze. E venite a dirmelo qui! E scomodate l’avvocato, quasi fosse vostro servitore!... Cent’onze!

— Compare Santi però... — tentò d’interromperlo don Aquilante per calmarlo.

Ma il marchese non gli diè retta, e continuò a gridare come un ossesso:

— Cent’onze!... Volete scommettere che non vi faccio più andare nel vostro feudo?... Lo stimate certamente un feudo, se ne chiedete cent’onze... Chiudo tutti i sentieri; litigheremo... Intanto dovrete andarvi col pallone nel gran feudo di cent’onze!... Avrei dovuto fare così da un pezzo. Domani! Manderò a disfare con un aratro sentieri e viottole. E chi crede di avere diritti, procuri di farli valere!

— Ma, eccellenza!...

— Zitto, compare Santi! — disse l’avvocato. — Lasciate che parli io....

— Cent’onze! — sbraitava il marchese.

— E se facessi un taglio? — propose l’avvocato. Il vecchio assentì con un gesto e soggiunse:

— Fate come vi pare! Sono venuto qui ad afforcarmi; coi miei propri piedi ci sono venuto! Il signor marchese non dovrebbe approfittarsi delle circostanze.... Dio non vuole!

— Zitto!.... Settant’onze! — buttò là in mezzo don Aquilante.

E fece il gesto, quasi aprisse il pugno pieno di monete e le spargesse per terra.

Il vecchio abbassò il capo, si prese il mento tra l’indice e il pollice d’una mano; poi, rassegnatamente alzò le spalle.

— Andiamo dal notaio, eccellenza! — conchiuse con un fil di voce.

Capitolo III

Ogni volta che entrava nel camerone, come veniva chiamato il salone della baronessa di Lagomorto, don Silvio La Ciura si sentiva compreso da un sentimento di ammirazione che lo rendeva più timido del solito.

Era rimasto in piedi, con una punta del cappello da prete appoggiata alle labbra, e sembrava quasi smarrito tra i vecchi mobili che davano allo stanzone bislungo un’aria di decrepitezza e di abbandono.

Attendendo che la baronessa comparisse da uno dei quattro usci alti fino al cornicione, dopo di aver dato una rapida occhiata ai ritratti polverosi, ai quadri anneriti e screpolati; agli specchi con cornici barocche, appannati e mezzi rosi dall’umidità, che coprivano le pareti; ai canterali tinti in verde pallido con fiori e fregi bianchi, alla pompeiana, nei margini e nel centro delle cassette; alle esili seggiole con spalliere dorate, alle poltrone e ai due canapè di stile impero, rivestiti con damasco rosso già stinto e logoro, don Silvio si era fermato a contemplare il gran quadro senza cornice, dove si scorgevano a mala pena la calva testa di san Pietro, quelle di altre cinque figure di fantesche e di soldati che lo circondavano nel pretorio di Pilato, e un gallo, su la balaustrata del portico, col becco aperto in atto di cantare.

Egli avrebbe voluto vedere quel quadro in chiesa, su l’altare di una cappella, e non là irriverentemente sovrapposto alla spinetta verniciata in giallo smorto con fregi neri e sorretta da tre sottili gambe quadrate, che stava appoggiata lungo il muro, con la parte della tastiera verso il finestrone. Ma non osava di tornar a suggerire alla baronessa l’idea di regalarlo alla parrocchia.

Quel quadro era stato portato da Roma, nel Seicento, da uno degli antenati di suo marito, ed ella voleva conservare intatti tutti i ricordi di famiglia, come li aveva trovati il giorno che dalla casa dei Roccaverdina era venuta in quella degli Ingo-Corillas, baroni di Lagomorto, sposa al baroncino don Alvaro più di mezzo secolo addietro.

Il fruscìo della gonna sui mattoni verniciati del pavimento rivelò al prete la presenza della baronessa soltanto mentr’ella gli passava accanto per andare a sedersi in quell’angolo di canapè dove soleva rannicchiarsi le rare volte che riceveva la visita di un parente o di persone molto intime. Don Silvio era tra queste.

Alta, stecchita, piena di rughe ma ancora rubizza, con capelli bianchissimi divisi in due bande che le coprivano le orecchie e le rimpicciolivano il volto tra le pieghe del fazzoletto di seta nera annodato sotto il mento; vestita di leggera stoffa grigia e coi mezzi guanti di filo dello stesso colore alle mani scarne e affilate, la baronessa era entrata senza far rumore dall’uscio a cui don Silvio voltava in quel momento le spalle.

Il prete fece un profondo inchino, si accostò a baciarle la mano appena ella, messasi a sedere, gli ebbe accennato una poltrona; poi, con umile atteggiamento ed esile voce, incominciò:

— Mi manda Gesù Cristo...

— Gesù Cristo vi manda da me troppo spesso! — lo interruppe la baronessa, sorridendo benignamente.

— Si rivolge alle persone che possono fare e fanno volentieri la carità — rispose don Silvio.

E così dicendo, parve volesse rendere più piccola la sua personcina bassa, magra, che nelle occhiaie e nelle pallide gote infossate mostrava i segni dei digiuni e delle penitenze con cui macerava il misero corpo.

— Gesù Cristo però — riprese la baronessa crol- lando la testa, — si ricorda dei poveri che non hanno come sfamarsi, e dimentica che ricchi e poveri abbiamo già bisogno della pioggia pei seminati, per le vigne, per gli ulivi!

— Pioverà, a suo tempo, se i nostri peccati non vi mettono ostacolo.

— Voi fate penitenza per tutti, voi — soggiunse la baronessa.

— Io sono più peccatore degli altri!

— Diteglielo, diteglielo a Gesù Cristo: Ci vuole la pioggia, Signore! Ci vuole la pioggia!

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