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Memorie d'un Pulcino

Ida Baccini · 1902 · Free in the US

24,519 words · about 1 h 43 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Ida Baccini
Language
Italian
Published
1902
Length
24,519 words · about 1 h 43 min
Sections
15 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (15)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica under 1 min
  3. I. Presentazione about 3 min
  4. II. Il galletto della Lena about 8 min
  5. III. I Consigli della mamma about 6 min
  6. IV. Disobbedienza about 8 min
  7. V. Gastigo about 10 min
  8. VI. Povero galletto! about 3 min
  9. VII. Il combattimento de' galli about 12 min
  10. VIII. Muto padroni about 10 min
  11. IX. Vita nuova about 9 min
  12. X. Notizie di alcuni miei parenti about 13 min
  13. XI. Sono rubato! about 9 min
  14. XII. Sono venduto! about 7 min
  15. Conclusione about 5 min

Continue:

Front matter

fi

Indice

Dedica

ct

I. Presentazione

ct ct Nacqui a Vespignano, nel Mugello, in Toscana, l’anno 1874.

Il babbo non l’ho conosciuto, e tutte le volte che ne domandavo alla mamma, era una scena da far intenerire anche i sassi. Si metteva a schiamazzare in modo compassionevole, e fra quei suoi gridi raccapezzavo a stento qualche cosa, come per esempio, girarrosto, fuoco, tirare il collo e altre piacevolezze dello stesso genere.

Io, come potete immaginarvi, ero in quel tempo troppo piccino, per capire come fosse andata la faccenda; ma fin d’allora cominciai a non poter piú soffrir gli spiedi, e quando per cercar la mamma ero costretto a far capolino nella cucina della massaia, mi sentivo venire i bordoni. Ma lasciando da parte que’ momentacci, che, del resto, procuravo sfuggire a più non posso, la mia vita era tutt’altro che noiosa.

Si stava tutti, la mamma, i miei quindici fratellini ed io, in quel bel pollaio, grande, arioso, pulito che era una delizia; il giorno, poi, eravamo padroni di giran- dolare in un gran campo pieno d’ogni ben d’Iddio; alberi di qua, alberi di là, ciliegie grosse grosse, carciofi, baccelli, piselli, tanti da non saper dove se li mettere; grano poi! ce n’era da sfamare una mezza città, a quel che diceva Giampaolo, un contadinone lungo come una pertica, che tutti di casa riverivano e chiamavano maestro.

Era lui quello che teneva le chiavi della dispensa, del granaio e della cantina; ma non c’era pericolo, no, che se ne tenesse di tutti quegli onori; anzi era affabile, buono e alla mano più degli altri; anche con noi pulcini se la diceva; e spesso, spesso, quando gli andavamo fra’ piedi, ci sbriciolava una bella midolla di pane.

Peraltro, il pulcino a cui tutti volevano più bene ero io; e la ragione non l’ho mai saputa; forse, mi si perdoni la superbia, sarà stato perchè non ero scontroso come i miei fratellini.

Quando Giampaolo, la massaia o anche la Mariuccia, figliuola di quest’ultima, mi venivano incontro, non scappavo mai; mi lasciavo pigliare ed accarezzare finchè fosse loro piaciuto; sicuro, se invece avesse voluto acchiapparmi qualche monello, tanto per tirarmi la coda o le penne, avrei fatto come gli altri: me la sarei data a gambe, e chi s’è visto s’è visto; ma con quella buona gente potevo star sicuro che male non me l’avrebbero fatto neppur per celia.

La sera, poi, quando la mamma ci chiamava per andare a letto, ero sempre il primo a obbedire; e se vedevo che i miei fratelli si facevano aspettare, mi sentivo limar lo stomaco; infatti com’è possibile il fare star in pensiero la mamma? La Marietta diceva che ero piuttosto bellino, e siccome mi voleva un ben dell’anima, mi aveva messo al collo un nastrino rosso che, secondo lei, doveva crescermi bellezza. Ma io, a dirla fra noi, avrei fatto volentieri a meno di quell’impiccio, e più d’una volta mi provai a beccarlo e lacerarlo; la Marietta, però, me ne rimetteva subito un altro, esortandomi all’obbedienza.

Che cosa dovevo fare? Che cosa avreste voi fatto ne’ miei piedi, o bambini? Mi rassegnai.

Su’ primi giorni, lo confesso, la rassegnazione mi parve duretta, ma poi mi avvidi che la mia padroncina ci pativa, e io, per far piacere a lei mi tenni il nastrino in santa pace e mi ci avvezzai.

Date queste notizierelle che mi parevano più che necessarie per farmi un po’ conoscere, comincio subito a raccontar la mia storia, o, come oggi si direbbe, le mie avventure.

È una storia, sono avventure da pulcino, ma non dubitate, no, la mia parte di disgrazie l’ho avuta anch’io, e i giorni neri sono stati più frequenti di quelli color di rosa. Tuttavia ho cercato di sopportare i dispiaceri con quella fermezza d’animo che il buon Dio mette anche nelle povere bestioline, e a’ tempi felici non sono mai montato in superbia e ho cercato sempre di fare quel po’ di bene che stava in me.

Ora me la passo discretamente.

Di pulcino son divenuto un robusto e svelto galletto e se ho la fortuna di rimanere co’ padroni co’ quali sto ora, sono certo, certissimo di morir di vecchiaja.

II. Il galletto della Lena

ct ct

E prima di tutto, due parole sulla famiglia dei contadini presso la quale io nacqui, fui allevato e trascorsi i giorni più lieti della mia giovinezza.

Essa componevasi di quattro persone solamente: la massaia, il suo marito, la Mariuccia e il signor Giampaolo, fratello del marito, e per conseguenza zio della padroncina. Di esso ho già fatto cenno qui innanzi.

Parlerò dunque degli altri tre.

La massaia, ossia la Tonia, come tutti la chiamavano, era una donnona su’ quarant’anni, grassoccia, ben portante e tutta pace. Nessuno si ricordava d’averla mai vista montare in furia; anzi, una volta che un gatto forestiero (in casa, grazie a Dio, di quegli animalacci non se ne vedevano) le rubò un bel pezzo di carne dalla pentola, invece di rincorrerlo di sfogarsi a mandargli delle imprecazioni, si strinse nelle spalle dicendo:

— Povera bestia, chi sa che fame gli avrà avuto! — E finì lì.

Anche Geppino, il suo marito, era una buona pasta d’uomo; ma lui, una faccenda simile non l’avrebbe presa in santa pace; chè, se si deve dir la verità, buono era, ma stizzoso la su’ parte.

La Marietta poi, oh che cara fanciullina!

Chi la voleva vedere, era sempre accanto alla mamma ad aiutarla nelle faccende di casa; in certe ore andava a scuola, e quando tornava, o si baloc- cava con la bambola, oppure, se il tempo lo permetteva, veniva nel campo a divertirsi con noialtri pulcini; io, come dissi, ero il suo prediletto, e non c’era giorno in cui non mi regalasse qualche coserella: quando un pinolo, un po’ di pane o un seme.

Ed era buona con tutti ugualmente; se picchiava alla porta qualche poverello, si sarebbe levato il pan di bocca per non lo rimandar via scontento: e spesso e volentieri l’ho vista divider la sua merendina con delle povere bambine, che non avevano da sdigiunarsi.

Le cose, come vedete, ragazzi miei, non potevano andar di meglio; ero in mezzo a bonissima gente, che mi voleva tutto il suo bene; non mi mancava nulla, ed io poteva chiamarmi addirittura il più felice tra i pulcini.

E buon per me, se mi fossi sempre contentato di quella vita, e mi fossi mantenuto buono e obbediente! Lo ripeto: ho avuto moltissimi dispiaceri, ma devo però convenire che la maggior parte me li son procacciati da me medesimo, con le mie imprudenze. Una mattina, per dirvene una, venne nel podere una vecchierella tutta vestita da festa con un fagottino da una mano e un galletto vivo da quell’altra; cercò della Tonia, e appena l’ebbe scorta da lontano, le andò incontro piangendo.

— Oh nonna, — disse la massaia — che miracolo è egli questo? che siete venuta a mangiare un boccone con noi? Ma vo’ piangete... per carità, ditemi quel che v’è successo.

— Figliuola mia, — rispose la vecchina, asciugandosi gli occhi con la cócca del grembiule — i’ ho ch’i’ son venuta a dirti addio...

— Come! o dove andate? — A S.... dalla mi’ figliuola maritata. Che volete? Da quando quella benedetta ragazza la si accasò, i’ rimasi sola come un cane in quella po’ di casuccia che mi lasciò il mi’ povero Lucantonio buon’anima. Non dico, delle persone perbene e’ ce n’è sempre, e tutti, per consolarmi, mi facevan tuttavia una gran festa: «Lena, qua; Lena, là; Lena, venite da noi...» Oh per questo non mi posso lamentare, ma io, Tonia, vo’ lo sapete, non sono mai stata una donna da girandolar per le case degli altri. M’è sempre piaciuto di starmene a me, a casa mia, con la famiglia. Questa volta, però, non mi ci sono potuta adattare. La sera ero avvezza a lavorucchiare insieme a quella figliuola, che sempre ne trovava delle nuove per farmi stare allegra; alle dieci si diceva il rosario e a letto. L’era una gran bella vita!

— Ve lo credo, povera Lena!

— E dacchè la Teresina andò a marito e mi lasciò sola, non ho avuto più un momento di bene. In quella casa non mi ci potevo più vedere. Mangiavo un boccone tanto per non lasciarmi rifinire, ma la malinconia mi rodeva; ero sempre a piangere. A dirla in poche parole, sapete quel che feci?

Oggi a otto scrissi alla mi’ figliuola e al su’ marito; raccontai ogni cosa, e loro, poveretti, indovinate quel che mi hanno risposto: «Venite subito da noi, mamma, dove si mangia due si mangia tre.» E io, Tonia, non me lo son fatto ridir due volte.

― Avete fatto bene, Lena, ― disse la massaia tutta intenerita. ― E della vostra casetta che ne fate voi?

― Sentite, per dire il vero i’ la volevo vendere: ma mi davano una miseria; poche centinaia di lire e basta. Ecco quel che ho fatto! La Bita, la moglie del campanaio morto, non aveva da pagar la pigione, e ieri la venne a pianger da me per sentire se le prestavo qualche quattrino tanto per dare un acconto al padron di casa. Povera donna! mezza malata, con quattro creature piccine, era una gran passione a sentirla singhiozzare a quel modo. I’ gli dissi: «Sentite, Bita, io di quattrini non mi posso spropriare, nè di roba; quel po’ di vezzo di corallo lo detti alla Teresina quando fu sposa; non mi resta che questa casuccia; s’i’ fossi ricca e senza figliuoli ve la potrei regalare; ma anch’io, pur troppo, non ho nulla da buttar via: però, finchè campo io, fate conto che la casa sia vostra; tornateci co’ vostri figliuoli e non pensate più a guai. Ricordatevi di pagar le tasse al Municipio; e poi, se avrete qualche quattrinello d’avanzo me lo darete, e se no, per ora ne farò a meno.» —

Quanto, bambini miei, quanto in quel momento mi dispiacque di non essere che un povero pulcino! Chi sa quel che avrei dato per avere un paio di braccia come avete voi! E sapete quel che avrei voluto farne delle braccia? Buttarle al collo di quella buona vecchina.

Anche la Tonia era commossa; si vedeva dai suoi occhioni lustri lustri.

— E nella casa dunque...

— C’è tornata la Bita co’ suoi figliuoli, — rispose sospirando la Lena. E glie l’ho raccomandata, sapete? E’ ci son nati tutti i mi’ ragazzi, ci è morta la mi’ socera, il mi’ marito... Ma che ora è, il sole gli è tant’alto? — Mezzogiorno in punto, Lena; e si scodella la minestra... venite via a degnare...

— Grazie, i’ ho fatto tardi; la diligenza parte a mezzogiorno e mezzo, e di qui al borgo c’è un bel pezzetto. State bene, Tonia: a voi, scusate l’ardire: vi ho portato pochi metri di lino, filato da me, perchè vo’ ne facciate du’ camicie alla Maria. Datele un bacio per me, e voi godetevi questo gallettino per amor mio; fatelo arrosto per Ceppo. —

E la Lena, dopo avere abbracciata e baciata la mi’ padrona, prese la via de’ campi.

L’infelice galletto a cui era riserbata una sorte sì lacrimevole, appena la Tonia gli ebbe sciolte le gambe state fin allora strette in un legacciolo, era andato ad accoccolarsi dietro un albero, e dava certe occhiate all’intorno tutt’altro che liete.

Scommetto io, che se avesse potuto beccar gli occhi della Lena, se ne sarebbe ingegnato.

Rimasi solo con lui.

Sulle prime e’ teneva il suo posto, e pareva risoluto di star sulle sue; ma io invece d’impermalirmi o di fare altrettanto, lo compativo. Povera bestia! Era stato per più d’un’ora col capo all’ingiù e con le gambe imprigionate in un pezzetto di spago; non sapeva a qual fine la sua padrona gli faceva prender quella posizione affatto nuova per lui, e mentre si lambiccava il cervello per veder di capirci qualcosa, si sente posare improvvisamente a terra e, cosa più terribile ancora, ode l’annunzio della futura sua strage.

Domando io se queste le non son cose da fare stare in pena, e se il galletto non aveva mille ragioni di pensare a’ casi suoi. Peraltro, mi stava a cuore di fargli coraggio, e di dirgli che ove si fosse fatto benvolere dalla padrona e anco dalla padroncina, le cose male male non si sarebbero messe; il più stava in lui; finalmente a quel benedetto giorno di Ceppo c’erano almeno due mesi e mezzo, e in due mesi e mezzo c’è da saper mai quel che può succedere?

Cominciai dunque dall’andargli dintorno, dal pigolare nel modo più garbato che mi fosse possibile,

fi e dal dimandargli se si sentiva disposto a fare una giratina nel podere.

Con mia grande sorpresa accettò, ed io m’affrettai a buttar fuori certe paroline affettuose, che riuscirono graditissime.

Allorchè si fu riavuto ed ebbe fatta una buona colazione, lo portai dalla mamma e da’ miei fratellini; quest’ultimi gli fecero molta festa, lo invitarono a visitare il pollaio, e uno di essi stava per cedergli perfino una bella farfalla acchiappata in quel momento, allorchè la povera bestiuola, colto il destro, riuscì a riprendere il volo con evidente stizza del galletto, il quale la seguì a lungo co’ suoi occhietti maliziosi.

Chi rimase fredda e sostenuta fu la mamma. Fece assai pulitamente gli onori di casa, ma con una

cert’aria che diceva chiaramente all’ospite: «Lei non mi va punto a genio.» Io ci pativo, perchè alla fine il galletto ce lo avevo portato io nel pollaio, e mi dispiaceva di fare una brutta figura.

In quel mentre tornò da scuola la Marietta, e dopo aver posata la cartella in casa, corse subito da noi per vedere il nuovo arrivato di cui sua madre le aveva certamente fatto parola.

― Dov’è, ― gridava saltellando ― dov’è il galletto forestiero? Qua, ch’io lo veda! —

Un ragazzetto che stava lì a far erba, glielo accennò, ed ella subito si chinò per pigliarlo in collo; ma il galletto, non so se stizzito dalla fredda accoglienza di mia madre, o perchè forse non era avvezzo a quei modi cortesi, invece di lasciarsi prendere, fuggì via come un razzo, dopo averle beccato ben bene la mano.

― Cattivo vero! ― esclamò la Maria con le lacrime agli occhi, ― devi aspettare ch’io ti ripigli.... Già io non voglio altri che il mio pulcino obbediente, carino, buono! ―

Quantunque quegli elogi fossero fatti piuttosto con l’idea d’indispettire il galletto, che di far piacere a me, ne restai però contento, e corsi incontro alla padroncina che mi prese in mano, mi baciò replicatamente e mi portò in camera sua.

Lì, si divertiva quasi tutti i giorni a mettermi davanti ad una certa lastra di vetro, nella quale vedevo un altro pulcino che mi somigliava tutto, e che, da quel grullerello ch’egli era, mi faceva sempre il verso.

Io, sul primo, mi ci arrabbiavo e dimolto; ma la Marietta rideva a più non posso, dicendomi che la pigliavo con me medesimo, e che quell’altro pulcino ero io, proprio io. Ci capite voi nulla, bambini miei?

Io vi confesso di no, e non sono ancora riuscito a persuadermi che io potessi essere un altro e che quest’altro, per conseguenza, potesse esser me.

Sicuro, la Marietta che leggeva tanti libri con le figure, avrebbe potuto spiegarmi un po’ più chiaramente la cosa, ma la bricconcella si contentava di ridere e d’accarezzarmi, persuasa che tutto ciò fosse una spiegazione sufficiente. fi

Anche quel giorno mi toccò a stare a guardare per tre o quattro minuti quello sfacciatello di pulcino e poi, siccome si faceva buio e la mamma ci chiamava, la padroncina mi riportò giù, dopo avermi augurato mille volte la buona notte.

Non tardammo a raccoglierci tutti sotto le ali della mamma.

Il galletto era stato messo nel pollaio, e anch’egli, appollaiatosi su un bastoncello, se la dormì tranquillamente.

III. I Consigli della mamma

ct ct

I primi raggi del sole doravano la cima della casa, e gli uccellini avevano già cominciato il loro allegro cinguettio, allorchè una leggiera beccata sul collo mi svegliò improvvisamente; levai il capo di sotto l’ala con un po’ di stizza, e vidi mia madre che seria e pensierosa stava guardandomi.

— Ti ho destato un po’ più presto del solito, — mi disse con accento piuttosto grave perchè ho bisogno di parlarti prima che i padroni vengano nel campo, e avanti che quel signorino.... — e accennò il galletto che tuttavia dormiva. — cominci a sgambettare.

Ascoltami. Tu sei sempre stato bonino, ti sei meritato l’affetto di tutti; hai dato retta ai miei consigli e non s’è mai dato il caso che io abbia dovuto ricorrere alle gridate e a’ gastighi; ma ora cominci a farti grandicello, non stai più l’intera giornata accanto a me, e godi nel girar qua e là. Nè di ciò ti fo carico, figliuolo mio, giacchè so che pur troppo le cose devono andar così. Le mamme allevano i figliuoli, li custodiscono e gli tengono vicini finchè son piccoli; ma una volta cresciuti, è bene anzi che i figliuoli si avvezzino a provveder da sè a’ loro bisogni e a rendersi anche utili a chi tanto fece per loro. Va’ dunque, figlio mio; ti raccomando però di non allontanarti mai dal podere e soprattutto di non far lega con quel galletto che arrivò qui ieri; non mi piace punto, e sono persuasa che disobbedendomi, potresti incorrere in dispiaceri assai gravi.

Iermattina non era appena finito d’arrivare, che tu, subito, ti sei fatto sua guida e sei andato a girar con lui nei campi. A stringere le amicizie ci vuol grande cautela; prima di accompagnarsi con qualcuno bisogna conoscerlo bene, e saper se è buono, se è persona onorata e mille altre importanti cose. —

E mia madre, dopo queste parole, che mi fecero molto effetto, si allontanò con passo lento e maestoso.

Rimasi per un pezzetto sopra pensiero.

Ero risoluto, risolutissimo di obbedir la mamma in tutto e per tutto; questo s’intende; ma non sapevo darmi ragione della sua antipatia verso il galletto.

Che cosa le aveva fatto quella povera bestia? Arrivata solamente da poche ore, e già condannata ad una morte crudelissima, quando e come aveva potuto dispiacere alla mamma? Basta, conchiusi fra me, le mamme ci avvertono sempre per nostro bene, ma finalmente qualche volta possono sbagliare anche loro; sarà così anche della mia; io, dicerto al galletto non gli anderò incontro, ma sgarbi non glie ne voglio usare.

Mala cosa, bambini miei, quando i figliuoli suppongono che le madri si possano ingannare! Feci come dissi.

Nel corso del giorno badavo al fatto mio, senza curarmi nè punto nè poco dell’ospite; quando mi si avvicinava per attaccar discorso, lo salutavo con garbo, e, pulitamente con una scusa o con l’altra, lo lasciavo solo.

La sera, quando la mamma mi faceva qualche domanda in proposito, com’ero contento di poterle dire:

— Per obbedirti ho fatto questo e quest’altro.... Vedi eh, se ti voglio bene? —

E quella buona creatura ad accarezzarmi e a farmi mille feste. Sentite, bambini, io ho assaggiato molte cosette buone, perfino i confetti e lo zucchero; ma vi assicuro che le carezze della mamma vincono in dolcezza e i confetti e gli zuccherini.

Così passò del tempo. Il galletto non s’affiatava con nessuno; era scontroso, impertinente e maligno, e tutti naturalmente, lo vedevano di mal occhio; perfino la Marietta che non avrebbe fatto male a una mosca, gli diceva spesso spesso:

— Ti ci vedrò in pentola, cattivaccio! —

Non credo che la padroncina facesse bene a buttar fuori quelle parole, le quali, a chi l’avesse poco conosciuta, non avrebbero certamente offerto una prova molto rassicurante del suo buon cuore, ma quella bestiuola, bisogna esser giusti, glie le strappava proprio dalla bocca con que’ suoi brutti modi.

Qualcuno gli andava incontro o per vederlo o per accarezzarlo? E il galletto subito a impennarsi, ad aprir le ali e a schiamazzar rumorosamente, come se avessero voluto mangiarlo. Questo era il meno; chè la sua ritrosia e l’indole fiera e sospettosa erano forse da attribuirsi alla cattiva educazione ricevuta, e fors’anco alle sue passate sciagure, le quali, invece di renderlo umile e rassegnato l’avevano probabilmente inasprito più che mai!

Ma quel che non sapevo compatire nè scusare era il suo cattivo cuore.

Per esempio la Tonia ci dava il becchime? Noi pulcini, per rispetto, si aspettava sempre che la mamma fosse la prima ad assaggiarlo e dopo le tenevamo dietro con moderazione e senza troppa avidità; il galletto invece non faceva discorsi: sceglieva i bocconi migliori e quando era sazio lui, sparpagliava il becchime in un certo modo, che non ci riusciva più di raccapezzarne una porzione.

Mi rammento che una volta la mamma si sentiva male e non poteva buttar giù il solito pastone di pan molle e crusca; la Tonia, da quella pietosa donna che ell’era, le cosse un bel pentolino di riso e glielo scodellò davanti perchè si riavesse un po’; il galletto della Lena, appena ebbe visto la Tonia allontanarsi si slanciò bravamente sul riso e se lo mangiò tutto tutto, senza lasciarne alla mamma neanche un chicco.

Che cosa ve ne pare, bambini miei, di questa condotta?

Ah il cattivo cuore! Il cattivo cuore! Non si scusa in nessuno: nè nelle bestie nè nei bambini; anzi, a proposito dei bambini; ecco quel che soleva dire un certo vecchietto, che qualche volta veniva a veglia:

― Ho piacere di vedere i bambini svelti, allegri e anche un tantino chiassoni (purchè il chiasso, s’in- tende, sia fatto alle ore debite, e non già quando la mamma o la maestra s’affaticano, poverine, a insegnar loro tante belle cose); ma quel che non potrei mai vedere con occhio indulgente sono le piccole cattiverie, i dispetti, gli atti maligni e tutto ciò, infine, che rivela nel fanciullo un cuore mal fatto.

Che cosa importa che un bambino stia tutto il santo giorno con le braccia incrociate sul petto e col capino basso, se poi, quando esce di scuola non dà al poverello che incontra per la via il pezzetto di pane avanzatogli dalla colazione?

Che cosa importa che un bambino stia sempre col libro in mano e col quaderno davanti e si acquisti per ciò il nome di assennato e di studioso, se poi, allorchè torna a casa trova la mamma malata, si rifiuta di prestarle que’ servizini che fanno tanto piacere a chi gli riceve? o se non fa ad essa quelle attenzioni che si meritano i genitori?

Degno certamente di lode è il fanciullo che sta contegnoso e composto allorquando i maggiori gli parlano o lo istruiscono; e non minor pregio ha colui che ottiene de’ bei punti nella lettura, ne’ conti e nella calligrafia; ma chi tutti gli sopravanza, ma quegli che merita la lode e l’amore di chi lo conosce, è il bambino buono che è la consolazione del babbo e della mamma, è il bambino caritatevole, che divide la sua merendina co’ poverelli. —

Ma guardate voi che razza di discorsi m’ha fatto fare il gallettino! son proprio saltato di palo in frasca e forse forse, mi avrete dato del ciarlone chi sa quante volte!

Basta, torno subito all’argomento. Il nostro ospite però con me se l’era sempre detta; onde confesso che questa preferenza mi aveva toccato il cuore, e chi sa quel che avrei pagato a fargli capire che un po’ di bene glie lo volevo io pure; poverino! mi faceva tanta compassione!

O che non sarebbe stata una bella cosa a farlo diventare un po’ più buono? Mi sarei messo all’opera tanto volentieri!

Ma sì! un giorno che mi arrischiai a confidare i miei pensieri alla mamma, mi rispose queste precise parole:

― Figliuol mio, c’era una volta un dabben uomo a cui andarono a male certe belle frutta, ch’ei teneva in serbo per regalare agli amici: il sempliciotto pensò allora di metterle insieme ad altre che per freschezza e bontà erano una delizia; «Così» disse fra sè, «anche le cattive mi diventeranno buone.»

Non l’avesse mai fatto!

Dopo una diecina di giorni andò a vederle, e le trovò tutte bacate e mézze che era una pietà.

Così avviene, figliuol mio, a’ buoni che praticano i cattivi; e’ divengono come loro, e peggio.

Dunque regolati; non ti dico d’essere sgarbato con quella povera bestia che alla fine è disgraziata la sua parte; (ti par poco il non saper farsi benvolere da nessuno?) ma però sta’ a te, e a qualunque cosa che ti dica, rispondi cortese, ma breve. ―

IV. Disobbedienza

ct ct Era verso la fine di una bella giornata d’ottobre.

Il sole era calduccino, non alitava una foglia, e gli uccellini svolazzavano su per le viti, per veder di trovar qualche chicco d’uva rimasta a caso dopo la vendemmia.

I contadini con la Marietta erano in casa tutti affaccendati a preparare le stanze per l’arrivo di certi signori, che tutti gli anni venivano a passare qualche giorno al podere.

Seppi più tardi che que’ signori erano nientemeno che i padroni di quelle belle terre; seppi che erano tre, marito, moglie e un bambino, e che quest’ultimo con tutto che fosse ricco e vestito sempre all’ultima moda, era buono e senza superbia.

La giornata, come vi ho detto, era proprio bella; la mamma, però, non si sentiva troppo bene; se ne stava accovacciata nel pollaio, e ci aveva raccomandato fin dalla mattina d’esser buoni e assennati.

I miei fratelli erano sparsi per il campo, chi in cerca di qualche ghiotto bocconcino, chi per fare una girata: io ero solo solo e m’annoiavo. Di passeggiare non ne avevo voglia, di star fermo neppure; ero proprio irrequieto, e non vedevo l’ora che si facesse buio per andarmene a letto.

A un tratto un timido chicchirichì mi fece voltare, e mi vidi davanti il galletto della Lena, che stava guardandomi con un’aria fra sorridente e compassionevole.

— Che bella giornata! diss’egli tanto per cominciare.

— Bellissima, — risposi io, e lì.

— Che cosa fai costì solo solo?

— Nulla, mi annoio; ho una grand’uggia addosso; la mamma si sente male, e quando non la vedo mi par d’esser perso.

— Lo credo! Dev’essere una gran consolazione l’avere una mamma buona e amorosa come la tua. Felice te!

— O tu, ― esclamai io maravigliato — non l’hai avuta?

— Pur troppo, ma per poco. È una storia trista la mia, caro pulcino. —

Disgraziatamente mi venne la curiosità di conoscerla, quella trista storia, ma non m’arrischiai a esprimere il mio desiderio, ricordando i consigli che poco avanti mi aveva con tanta amorevolezza dati la mamma.

Il galletto, però, che era furbo quanto sette volpi, me lo lesse negli occhi e con modi dolcissimi:

— Vieni, diss’egli — c’è più d’un’ora a buio: faremo una giratina per la viottola, e ti racconterò tutto.

— Ma io non so se fo bene, — risposi balbettando, — la mamma non ne sa nulla... è malata...

— Ti ha forse proibito di passeggiare?

— Non dico questo, ma....

— Ti ha proibito di star con me?

— Ti pare! ― O dunque?

― Verrò. ―

Non avevo animo di dirgli apertamente la verità. Eppoi mi sarebbe troppo dispiaciuto di affliggerlo; e per questi riguardi preferii piuttosto di affligger la povera madre mia, che mi voleva tanto bene e che si fidava interamente di me.

― Senti, ― cominciò il galletto; ― avrò avuto un mese e mezzo, quando dai miei padroni che erano gente comoda ma di poco cuore, fui strappato dal seno materno e regalato a quella vecchia strega della Lena.

― O perchè la tratti a codesto modo?

― Ho le mie ragioni, sentirai.

― Senti, non c’è ragione che tenga; le persone non si trattano male, specialmente quando sono lontane e non si possono difendere....

― E io, eh, sarò tanto grullo da dirgliene sul viso queste cose? Per essere ammazzato, cotto e mangiato in un momento, non è vero? Proprio si vede che non hai un fil di giudizio. Basta, seguitiamo il discorso.

― Seguita pure, ― dissi con dolcezza - ma non dir cose cattive.

― La Lena, — proseguì con aria grave il galletto ― stava, come saprai, con una figliuola, che più tardi si maritò; peraltro allora era ragazza e aveva una gran passione per i fiori e per le bestie; figurati che nel suo salottino la non ci avrà avuto meno di sei o sette gabbioni pieni di cardellini, di merli, di pettirossi e di fringuelli, che a certe ore del giorno facevano un chiasso da incitrullire: pareva di essere in un bosco; poi teneva per la casa un passerotto stiz- zoso, che faceva venir proprio la rabbia a vederlo; ma alla padrona le voleva un gran bene, e lei a lui; figurati che quando mettevano la minestra in tavola, il passerotto non faceva discorsi; con un volo si slanciava anche lui sulla tavola, e si metteva a beccucchiar ne’ piatti, che era una vera indecenza.

Ma le padrone, anzi, gli facevano un monte di feste e un giorno che, vittima della propria gola, cascò nella zuppiera la quale fortunatamente non conteneva che un po’ di minestra asciutta quasi fredda, sai quel che successe? La Teresina cominciò a piangere e strepitare, e ci volle del buono e del bello per farle capire che il suo protetto non s’era fatto alcun male.

Le cose andavano di questo passo, allorchè feci entratura in casa. Se tutte quelle giuccherie mi dettero nell’occhio e mi fecero stizzire, immaginatelo.

― Oh io poi, ― risposi subito ― non me ne sarei curato punto; avrei lasciato fare e mi sarei dato ogni cura di compiere puntualmente il mio dovere, acciocchè la padroncina, col tempo, avesse preso a benvolere anche me.

― Dopo tutti gli altri, eh? Bel gusto!

― Ma scusa, quegli altri c’erano avanti di te, ed era giusta che a loro volesse un po’ più di bene....

― Sì, eh? Come si vede che ragioni proprio da quello stupido che sei.

― Che discorsi son questi? ― interruppi io tutto risentito.

― Via, via, ― riprese con più dolcezza il galletto ― non mi fare il permaloso, ma piuttosto sta’ bene attento alle mie parole: Chi sono più utili, i polli o gli uccellini? — Eh, sicuro, i polli...

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