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Gli invisibili

Luigi Arnaldo Vassallo · 1902 · Free in the US

28,334 words · about 1 h 59 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Luigi Arnaldo Vassallo
Language
Italian
Published
1902
Length
28,334 words · about 1 h 59 min
Sections
14 reader sections
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Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (14)

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Front matter

Nel Mondo

degli Invisibili

ct

Perché scrivo

ct

Questo mio piccolo libro, denso di fatti e di ragionamenti, farà pensare.

Ogni pensiero susciterà dubbi d’ogni sorta: eppure l’anima mia, scrivendo, è sgombra d’ogni dubbiezza: la mente è tutta vibrante d’energia e di serenità, come se una primavera di luci, di verità, di bellezze ideali prorompesse gaia da tutte le misteriose profondità dell’essere, infondendomi una gioia di vita interiore che non saprei descrivere.

Giusto, è carnevale: e molta brava gente prova gusto a mascherarsi, nelle fogge più strane: invece, io provo una voluttà indicibile nel buttar via ogni maschera d’ipocrisia sociale: e spalancare il cuore, come uno sportello.

— In Italia, ma soprattutto all’estero — osservò acutamente il , in una sua vecchia monografia sopra la colonia italiana a Parigi — ogni italiano porta abitualmente sopra il suo viso una maschera: ma se vi riesce d’alzar quella maschera, scoprite spesso un viso nobilissimo, quale nessun altro potrebbe vantare.

L’osservazione, vera e profonda, si rannoda da una parte alla legge biologica del mimetismo, dall’altra alle tradizioni storiche del nostro popolo.

Non si attraversa impunemente una serie di secoli, in cui la vita sociale è lacerata di continuo da fazioni atroci, da crudeli gare di feroci oligarchie, dalle guerre intestine e di conquista, dalle ferree compressioni d’ogni coscenza, in mezzo a ogni maniera di pericoli e d’insidie, senza che qualchecosa d’atavico s’imprima nel carattere.

Tutto che siano o paiano cangianti i tempi, noi nasciamo ancora col senso acuto della dissimulazione, perchè ci sentiamo tuttavia ravvolti in un formidabile ingranaggio d’interessi, di passioni, di pregiudizi, di tirannie morali, e prima di liberare pubblicamente una verità che possa urtare qualcuno o qualche cosa, riflettiamo:

— Mi gioverà o mi produrrà del danno?

— E ricordiamo, con paurosa amarezza, che Salomone di Caus, il rivelatore della forza motrice del vapore, fu mandato al manicomio: che quando Gray propose d’applicare la scoperta di Watt alle ferrovie, tutti i dotti gli gridarono essere una chimera: che lo stesso grande chimico Dawy dichiarò impossibile l’illuminazione a gas: che l’immenso accademico Babinet battezzò il telegrafo Morse una invenzione stupida e ridicola...

Tutta una serie di buaggini umane, che poco assai conforta ad affrontare il misoneismo della folla e la rabbiosa reazione degli sfruttatori dell’ignoranza pubblica.

Pure, io scrivo, senza esitare, con una libertà di coscienza salda come cristallo di rocca, sopra cui scivoleranno, impotenti, astiose critiche o facili sarcasmi.

Sento che questo libro sicuramente è un’azione onesta: e sento ancora che questo libro può essere un’azione benefica.

Farà pensare, ripeto: ma nell’onda folta e agitata dei pensieri, sentirete fiorire qualche cosa d’insolitamente bello, di soavemente buono: qualche cosa che vi farà dire:

— Strana malìa! non so come, non so in che, ma mi sento migliore.

Gli studi medianici

ct

ct

Sul Giornale d’Italia apparve una corrispondenza genovese che, in forma frettolosa e oscura, porgeva notizia di una nuova serie di sedute sperimentali medianiche, cui presero parte chiarissimi cultori della scienza, tra i quali ed .

Dai primi del dicembre 1901, in realtà su nuovo invito del Circolo scientifico Minerva, la famosa medio Eusapia Palladino prese dimora in Genova, e si prestò a una serie di sedute, ripartite fra cinque o sei gruppi di persone, ciascun dei quali diretto da individualità capaci di presentare le migliori garanzie di serietà d’esame e di critica. Verissimo l’intervento dei professori e , i quali hanno raccolto in diligenti verbali copiosa narrazione di fenomeni, per poi farne, suppongo, analisi accurata in un volume o sopra rassegne scientifiche.

Intanto, essendo grande e legittima la curiosità, mi propongo di esporre, come saprò meglio, il risultato delle cinque sedute a cui presi parte, nel gruppo diretto, con intelligente serenità, dal professore Francesco Porro, le relazioni del quale, intorno alla prima serie delle sedute della Palladino, hanno già fatto il giro di tutti i principali fogli del mondo, attestando così qual vivo interesse tutti prendano a quest’ordine meraviglioso di studi, quando sian condotti da persone degne d’affrontare le indagini dell’ardua materia.

Ma prima di tutto, più che utile mi par necessario sfrondare alquanto la selva selvaggia di pregiudizi e d’asinerie che s’è addensata intorno all’argomento.

Comincerò dal Circolo scientifico Minerva, che ho l’onore di presiedere, per avvertire quale ne sia lo scopo supremo: non già quello di divulgare le cosidette pratiche spiritiche, o altro genere d’occultismo, ma quello al contrario di condurre e ristringere gli studi medianici alle persone le quali, per abito di scienza, per profondità di mente, per pratica di osservazione acuta, per serietà di ingegno, abbiano la capacità non comune, l’autorità, sto per dire, di addentrarsi in simili studi, che richiedon fibre energiche e cervelli d’acciaio, e siano in grado di avvicinarsi, passo passo, alla ricerca dell’assoluta verità.

Tanto è vero che abbiamo scartato a decine, per non dire a centinaia, le domande d’ammissione a socio, restringendo deliberatamente il numero a coloro ch’erano mossi, non da vana curiosità, non da morbosa avidità di misteri, bensì da sincero amore di severa indagine, spoglia di qualsiasi fanatismo. Tanto è vero, aggiungo, che ogni socio è libero di pensare quel che meglio gli torni circa la causalità dei fenomeni (e c’è infatti molto divario di pareri, tra l’uno e l’altro) ma l’essenziale è che tutti giungano a un accordo critico quanto all’accertamento, alla sincerità dei fenomeni stessi.

A tale scopo, le sedute promosse dal Circolo vengono sempre circondate dalle maggiori cautele di controllo, in modo da chia- rire i casi di illusione soggettiva o di frode incosciente o no: e si adoperano mezzi la cui efficacia risultò da prove irrefutabili.

Ma quale, di tali studi, il morale interesse?

Immenso.

Da oltre un secolo, le ricerche e le scoperte scientifiche hanno fatalmente condotto a una filosofia materialista e desolante, che ha disseminato il nichilismo nei cervelli umani. Anche negli esseri più mistici vi è la perturbazione, il dissidio, lo squilibrio. La religione, certo, è una potenza: ma la religione è fatta per le anime semplici, e le nostre anime non sono più semplici. La facilità di leggere ha diffuso, in modo straordinario, una cultura superficiale e mediocre che rende l’uomo orgoglioso, inconsapevole della sua smisurata ignoranza, quasi padrone di tutti i misteri dell’universo, schernitore di credenze e tradizioni che omai gli sembrano puerili e sciocche. Solamente i grandi intelletti, giunti ai più sublimi vertici dell’intuizione umana, comprendono che la nostra sapienza, per quanto spinta a così magnifiche altezze, è circondata da enigmi essenziali, e che quanto ora sappiamo è nulla in confronto di quel che si saprà. Ma la gran folla dei semi-eruditi non può partecipare a tali smisurate e abbaglianti divinazioni del genio: la folla, sballottata dalla critica, non sa più che pensare circa i destini umani, e si divide in due categorie: gli scettici che tutto negano, i dubbiosi che prendono qualche precauzione, come a dire un biglietto di lotteria sopra la vita futura, dicendo:

— Non si sa mai!

Costoro, che sono i più, accettano una religione purchessia, quasi con benefizio d’inventario: vivono cioè paganamente, come se la loro missione fosse circoscritta nei materiali interessi dell’esistenza terrena: poi, all’ultima ora, cercano di farsi vidimare un passaporto per l’altro mondo, non già perchè abbiano la convinzione dell’al di là, ma per la ragione solita:

— Non si sa mai!

Ora, mi par superfluo dimostrare quale profonda, quale enorme diversità d’orientamento di pensiero e d’azione avverrebbe in tutto noi, dai pessimi ai migliori, se pene- trasse nelle coscienze, così annebbiate, la certezza scientifica, matematica, indiscutibile di una qualsiasi esistenza futura. Tutta la grande fiamma dei doveri, della legge morale, c’investirebbe in modo irresistibile, regolando gli atti nostri verso un continuo ideale di perfezione, di dolcezza, di purità: noi proveremmo non più il terrore materiale invincibile della morte, che ci parrebbe invece un trapasso sereno a una forma superiore d’esistenza, ma il salutare terrore di mancare ai doveri verso noi, verso i fratelli nostri, verso la suprema Giustizia, macchiandoci di colpe che dovranno poi essere espiate dallo spirito, attraverso fasi inconoscibili.

Poter credere dunque, senza esitazioni, a una forma di vita spirituale, anche facendo astrazione da ogni dogma religioso, significa già ricevere nell’anima un raggio di luce perenne d’infinita bontà.

Nessun interesse maggiore, quindi, che poter dire, per bocca della scienza, all’anima umana:

— Tu esisti e tu, dopo il dissolvimento della materia, esisterai.

Ma che dico: maggiore? è l’interesse unico, rispetto a cui tutti gli altri non sono che conseguenze accessorie.

Ciò posto, è ferma convinzione in noi che a tale risultato non si possa giungere che per via degli studi medianici e, per tal motivo, gli sforzi tendono a costringere gli scienziati a sviscerare compiutamente il grande problema che ogni altro supera, con la certezza incrollabile, per parte nostra, almeno, di giungere alla scoperta assoluta della verità. Il giorno in cui la scienza, col sostegno di prove irrefutabili, affermerà che la vita spirituale esiste, sarà un vero rinnovamento delle coscienze nell’imperio della legge morale. E il giorno in cui la scienza ci dimostrasse, cosa non fatta finora, che i fenomeni medianici sono tutte fandonie, ebbene allora ci rassegneremo ancora a dubitare che le stelle innumeri siano sassi roteanti per caso e noi stecchi rivestiti di ciccia, ambulanti, non si sa perchè, nè percome, a guisa d’insetti parassitari, sopra la crosta di questo nostro inutile e stolido pianeta.

Veniamo adesso alle categorie più comuni degli avversari sistematici degli studi medianici. Rappresentano essi in fondo un genere solo, diviso in queste due specie: l’ignorante dotto e l’ignorante asino.

Individuo della prima specie:

— Ah! (accento di benigno compartimento) voi dunque vi siete dato allo spiritismo?

— Studio, fin dove arrivo: cerco di formarmi un criterio... Prima di tutto, ho procurato di farmi una biblioteca. Soltanto di opere scientifiche, come quelle dell’Aksakow, del Du Prel, del , dell’Ermacora, del Flammarion e via dicendo, ho già più d’un centinaio di volumi...

— Ma c’è pure (con fare saputo) la teoria del subcosciente!

— Ho anche quei volumi! soltanto, contro di essa insorgono le esperienze positive di Crookes...

— Oh, conosco, conosco! (e non ne sa nulla) un eminente scienziato...

— Diciamo pure uno dei più grandi.

— Verissimo! ma non esente da allucinazioni.

— Pure, egli ha impiegato tutte le precauzioni possibili per escludere l’allucinazione. Gli apparati elettrici... la lampada che preludiò i raggi Roentgen... la fotografia...

— So, so, so! ... (e si capisce, dal modo come ne parla, che non sa nulla) ma parliamoci chiaro! di che si tratta? di giocarelli indegni di entità spirituali. Mai, una manifestazione d’ordine superiore... mai!

— Ma allora non avete letto il volume meraviglioso di Stainton Moses?

— L’ho letto! ho letto anche quello! (accento da cui traspare che ne hai ignorato l’esistenza fino a quei momento) ma, francamente, non mi persuade...

— In che senso?

— Eh, sarebbe troppo lunga! e poi (con accento trionfale) non v’è mai una prova certa d’identità (come a dire: caro mio, t’ho messo con le spalle al muro!).

— Non conoscete dunque la relazione di Hodgson sui fenomeni della Piper?

— Ma sì, (non l’ha mai letta) e che conchiude, poi?

— Sarei curioso piuttosto che conchiudeste voi, perchè mi sembrate proprio all’abbicì della materia.

L’ignorante asino invece vi dà l’abbordaggio con un risolino paterno e malizioso.

— Dunque, facciamo ballare i tavolini, eh? chi avete evocato? Dante, mi figuro, Omero, Giordano Bruno, Cavour, Garibaldi... Ma è proprio vero che, appena chiamati, rispondono e si presentano, come un cameriere al suono del campanello elettrico? Dev’essere un gran bel divertimento.

Perchè, nel suo cervello, si figura che i cultori degli studi medianici siano cinque o sei poveri scemi sfaccendati, i quali, a una cert’ora, per procurarsi uno svago con poca spesa, si mettano a far ballare i tavolini, le sedie, i comodini, il cappellinaio, facendo sfilare le ombre, come in una lanterna magica:

— Venga Napoleone I! ... buona sera: come stai? che cosa ne pensi della Triplice? dobbiamo o non dobbiamo sbarcare a Tripoli?... Ora, va per fatti tuoi. Venga Beethoven! Ah, eri presente? Fa il piacere di dettare una piccola mazurka, perchè domani sera si ha intenzione di far quattro salti.

Vi è, poi, la sottospecie del satirico, spirito fino (bonariamente ammette, almeno, che se lo spirito esiste, non è che in lui) alla quale, per tempo, ho appartenuto anch’io. Ha la mania innocua dello scetticismo a ogni costo, dispostissimo a negare anche l’esistenza del formaggio di Gorgonzola. Al massimo, quando gli avete esposto una serie di fatti, che vi paiono indiscutibili, si stringe nelle spalle e conclude, come il corrispondente del Giornale d’Italia:

— Sarà! ma se non vedo io, non credo.

— Ma perchè allora non cerchi di vedere?

— Eh, se mi capiterà!...

Ma non gli capita mai, appunto perchè egli appartiene a quella classe che ha orecchi per non udire e occhi per non vedere, e nella sua vanità, gli ripugna supporre esista al mondo cosa che non abbia mai vista. Così che egli continua a ridere beato intorno alla ignoranza propria e ripete, in società, il motto del buon Yorich:

— Quando tre spiritisti son seduti intorno al tavolino, non c’è che il tavolino che abbia dello spirito.

Anche Cesare Lombroso si burlò a lungo dei mobili che si mobilitano, ma poi, con candore onorevole, fece ammenda delle sue satire: così anch’io risi e feci ridere, mettendo in circolazione un per finire:

— Spirito! se sei presente, batti due colpi: se... non sei presente, tre.

Ma poi, come in seguito dirò, non risi più.

Preludio alle sedute

ct

Fin dal 1886, feci i primi passi in questo campo sì contrastato, irto insieme di dubbiezze, d’ansie, d’entusiasmi, in vicenda continua. Prima a Napoli, in casa del cavalier Chiaia, con la diffidenza naturale di tutti i neofiti, presenziai alcuna delle prime sedute d’Eusapia Palladino, non ancora circondata di notorietà europea. Erano presenti persone cospicue, d’eletta intelligenza, di probità insospettabile: i fenomeni si manifestavano con evidenza dirò quasi palpabile: ma, impreparato, quasi digiuno d’ogni nozione in proposito, rimasi scosso, come chiunque si trovi in caso analogo, e combattuto d’ogni sorta d’incertezze.

Tornato a Roma, cominciai a fortificarmi di studi e d’indagini, aiutato dall’esperienza di persone già addentrate, fra cui il professore Luigi Gualtieri, cuore aureo e d’esemplare buona fede. Nell’ultimo decennio, raccolsi quanto mi fu possibile, scegliendo a preferenza le opere di carattere scientifico, specialmente le inglesi, condotte con singolare carattere di serietà; procurai tenermi al corrente d’ogni nuova manifestazione, di ogni interpretazione escogitata da uomini eminenti (e già si contano, in questo campo, a centinaia) e soprattutto, quando mi fu possibile, cercai d’assistere a ogni forma d’esperimenti medianici, con questo proponimento:

— Il giorno in cui mi sarà concesso ottenere anch’io una prova convincente, non esiterò a pubblicamente dichiarare le convinzioni risultanti dalle assidue ricerche.

La qual cosa è assai men facile di quanto si creda. Migliaia e migliaia sono i convinti, come ne fa fede il vasto movimento d’idee che va dilagando in ogni parte di mondo civile; tra i convinti, larga pure è la schiera d’uomini di somma autorità, ma la più parte è schiva da ogni propaganda, per timore di rispetti e d’interessi umani. Siccome l’enunciar cose novissime, o che tali paiano, suscita il misoneismo ostile del volgo ignorante e dotto, molti hanno paura di sminuire l’acquistato prestigio, di ledere interessi professionali o mercantili, di passare per allucinati o pazzi a dirittura, e preferiscono, a scanso di fastidi, seguire il precetto socratico di tener la propria fede per sè.

Io sono invece una specie di selvaggio solitario su cui non hanno mai presa di sorta le opinioni altrui sul conto mio. Trent’anni di battaglie continue, hanno reso più che mai libera la mia voce, e nessuna considerazione mi trattiene mai, su qualsiasi tema, dall’esporre nitidamente quel che a me pare essere la verità. Il mio cervello, e mi sembra darne prove ininterrotte, funziona con precisione e freddezza oso dire mirabili, secondo i precetti della logica: per cui da questo lato, posso essere pienamente tranquillo. Dirò di più: l’avere proseguito, per sì lungo tratto, tal sorta di studi, senza risentirne la minima concitazione, è stata come la prova del fuoco delle mie perfette funzioni cerebrali.

Nelle mie ricerche, ho serbato sempre quella lucida diligente attenzione che, nella giovinezza, prestai ai corsi di chimica del buon professore Carlevaris e alle equazioni algebriche del canonico Costa.

Tanto vero che, come uno studente che si prepari agli esami, prima di prender parte alle sedute recenti d’Eusapia, volli rileggere il volume poderoso del De Rochas, che riassume tutte le esperienze analoghe, e il magnifico libro del dottor Paolo Visani Scozzi, edito dal Bemporad, La medianità, che completa e mette il suggello a quello del professor Brofferio.

Le cinquecento pagine del dotto Visani Scozzi sono di tal natura che, certamente, hanno dato da pensare al mondo scientifico, sebbene l’emozione ancor non ne sia manifesta. L’autore, persona avvezza alla più rigida severità di ricerche, s’è accostato incredulo al soggetto (come il Brofferio, come il , come tutti) deliberato a nulla trascurare per iscoprire l’illusione o l’inganno, il trucco e la malizia: e poi, con illuminata coscienza, con uno scrupolo di particolari fin meticoloso, ma che genera in chi legge la piena fiducia nell’onestà del relatore, ha reso conto delle sedute sperimentali con Eusapia Palladino in una forma così acuta, logica, vittoriosa d’indagine scientifica, da essere, per ogni lato, inattaccabile.

Si sottintende che, davanti a pubblicazioni simili, su cui si svolgerà indubbiamente, come su terreno positivo, la polemica vitale dei nuovi problemi psichici, la scienza ufficiale ha finora conservato l’abituale aspetto arcigno, come già per l’ipnotismo, che oggi è diventato uno studio dei più comuni: prima ha negato l’esistenza dei fenomeni: poi ha detto che sono giochetti di prestigio: in seguito, ha preteso assegnar loro cause fisiche elementari, come i moti automatici e il ridicolo scrocchiare del peronco: infine, battuta sopra tutte queste supposizioni alquanto infantili, è ricorsa, con Hartmann, al nebuloso sistema del sub-cosciente, che è quasi più meraviglioso delle facilone teorie cervellotiche dei più fanatici spiritisti.

Ora, sopravvenendo fenomeni che col sub-cosciente rimarrebbero inesplicabili, la scienza ufficiale si rannicchia nella teoria del silenzio, senza che per questo si turbi il movimento ascensionale degli esperimenti di coraggiosi scienziati, i quali non hanno fretta di pronunciarsi, del che vanno lodati, ma non hanno neanche paura di sottomettere le proprie teorie al crogiolo purificatore di nuove verità.

E tra non molto si vedrà quale cammino già si sia fatto, dalle esperienze di Crookes, fino al libro del dottor Visani Scozzi.

Torniamoci un po’ sopra, se non vi spiace, alle esperienze di Crookes, poichè molti ne chiacchierano senz’averne idea precisa e moltissimi non ne sanno proprio nulla.

Cominciamo col ricordare che William Crookes è uno dei più eminenti fisici dell’epoca nostra. Sperimentatore di laboratorio, scopritore di elementi nuovi e nuove leggi scientifiche, il suo nome è insigne, come quello di un Virchow o di un Pasteur. Parli o scriva, tutti i suoi concetti son meravigliosi per chiarezza, solidità di logica, profondità di dottrina. Si tratta dunque d’una vera autorità, il cui sapere è uguale all’alta integrità d’una nobile coscienza.

Tali sono i suoi scrupoli che, chiamato nel 1870 a verificare se fosse vero che il corpo di alcuni medi famosi, come il celebre Home, mutasse improvvisamente di peso, senza alcuna ragione apparente, inventò e costruì una meravigliosa bilancia di precisione, mercè cui ogni sforzo muscolare del medio, per alterare fraudolentemente il proprio peso, avrebbe invece raggiunto effetti opposti. Tal bilancia (che certo non soffre di allucinazione) è ben conosciuta da quanti seguono gli esperimenti scientifici.

Orbene, cominciamo da questo: che la bilancia perfetta, incensurabile, ordigno di certezza matematica, provò esistere individui eccezionali, chiamati medi, il cui corpo, nell’istessa ora, nello stesso minuto, pesa più o meno, per ragioni ignote che contrastano a tutte le leggi fisiche.

Andiamo avanti. Tra i molteplici fenomeni prodotti da Home, uno dei più singolari era il seguente: egli pigliava con due dita un organino a mantice — quel che volgarmente si chiama un’armonica — non già dalla tastiera ma dalla parte opposta, lasciando pendere lo strumento nel vuoto, con la tastiera in basso. Senza che l’Home facesse moto alcuno, l’armonica, stringendosi e allargandosi per conto suo, suonava a perfezione ogni sorta di pezzi musicali.

— Ah! — esclameranno i maliziosi, furboni — si capisce! un’armonica meccanica, con una soneria interna, come i carillons della Svizzera! bella forza!

No, cari. L’armonica, a insaputa dell’Home, veniva acquistata, nuova e sincera, dagli sperimentatori stessi, in un qualsiasi negozio di strumenti simili. Ma il Crookes fece di più: chiuse l’armonica in una specie di gabbia reticolata, per cui restava esclusa fin l’ipotesi d’un contatto qualunque; e l’armonica suonò ugualmente a perfezione, sorretta appena da due dita di Home. Non basta. Home ritirò anche le due dita, e l’armonica, in piena luce, non toccata da nessuno, continuò a sonare con precisione e capricciosa varietà.

Veniamo alle esperienze con la signorina Cook, le quali, secondo gli scettici della scienza ufficiale, costituirebbero una mistificazione a spese del gran chimico. Ve la figurate una ragazza di sedici anni che, per una trentina di mesi, si burla d’uno scienziato che si chiama Crookes?...

Quando, adunque, la medio Cook cadeva in quel misterioso letargo che chiamano in trance, appariva nella sala una splendida figura di giovanetta, cinta di veli bianchi, del tutto diversa dalla medio e che diceva chiamarsi Katie King.

Di tale spirito materializzato, il Crookes fece non una, ma quarantaquattro fotografie.

Risate analoghe degli scettici ignoranti:

— Ah, bella! e come non capire che era la medio stessa, mascherata da fantasma?

Il Crookes prima intanto fece questo esperimento. Si fece fotografare di fianco al fantasma. Più tardi, vestì la medio in modo identico, la pose al suo fianco, nello stesso punto, e fece una seconda fotografia. Dal confronto, apparì che la figura del Crookes naturalmente era identica, ma quella del fantasma superava dell’altezza d’una testa quella del medio: che non esisteva nessun punto di somiglianza nei lineamenti: che i capelli di miss Cook, tra l’altro, eran d’un nero corvino, mentre quelli della sedicente Katie King invece assai più copiosi e d’un castagno chiaro dorato.

Ma andiamo avanti. Non potendo più negare la realtà tangibile del fantasma o figura fluidica, gli scettici hanno affermato:

— Il preteso fantasma non può essere altro che lo sdoppiamento della medio.

Intanto, a ogni modo, ci troveremmo di fronte a un fenomeno dei più strani. Una creatura, vestita di nero, s’addormenta nel vano d’una finestra, e da lei esce, non si sa come, una figura viva vestita di bianco, che può venir fotografata a luce di magnesio. Ma il fenomeno non si arresta qui. Il Crookes intanto ottiene fotografie in cui si vedono distinti e separati il corpo della medio e quello del bianco e nitido fantasma.

E non basta. L’ingegnoso Crookes costruì una lampada fosforica, per poter vedere con una luce sufficiente, ma di tal natura da non turare, non disgregare, come altre luci fanno, i fenomeni fluidici. Ecco senz’altro com’egli riferisce i risultati della sua invenzione;

— M’inginocchiai presso la medio Cook e introdussi l’aria nella lampada. Alla luce fosforica, vidi la giovanetta vestita di velluto nero, sempre come svenuta. Le presi la mano ma ella non fece alcun moto: avvicinai la lampada al suo viso e continuò a respirare tranquilla. Allora, alzai la lampada, gettando uno sguardo intorno a me, e vidi Katie King (il fantasma) in piedi, coperto di una ampia vestaglia bianca. Portai più volte la lampada d’alto in basso o viceversa, sempre assicurandomi della reale presenza di quelle due personalità così diverse. La Cook pareva dormire e Katie King, senza dirmi nulla, mi faceva dei cenni col capo e sorrideva con aspetto amabile.

Malgrado il rispetto all’uomo, malgrado le sue rigorose precauzioni scientifiche, se non fosse successo altro che questo episodio, si potrebbe arrischiare la parola allucinazione: ma quando la visione replicata, alla luce della lampada fosforica, è consacrata dalla lastra fotografica, che graziaddio non soffre d’allucinazione, chi avrà il coraggio di sostenere ancora l’ipotesi allucinatoria?

Avete mai sentito dire che sia stato necessario tradurre una macchina fotografica al manicomio?

Ora pensate che, in questi ultimi mesi, a Roma, avviene qualche cosa di simile, grazie alla medianità d’una signorina Randone; ma avviene, di pieno giorno, tra il mezzodì e le due, e che le nuove Katie King, ben visibili a occhio nudo, senza lampade fosforiche, vengono fotografate alla piena luce del sole...

Capisco! Anch’io, come voi, penso:

— Vorrei vedere coi miei propri occhi!

Ma perchè gli scienziati non vanno a vedere quel che s’annuncia in proporzioni tanto visibili?

Non temete! la questione è in mano del più eccelso tra gli scienziati: il Tempo.

Le cinque sedute

ct

Le sedute si tennero, abitualmente verso le ore ventuna, nella sala del Circolo Minerva, chiuso a chiunque non appartenesse al gruppo degli sperimentatori. La prima seduta si svolse la sera del 18 dicembre. Dirigeva, per comune consenso, il professor Francesco Porro. Erano presenti, oltre a me, quattro persone che, per facilità di narrazione, designerò con questi nomi convenzionali: il dottor Venzi, il signor Prati, il signore e la signora Morani.

Benchè la sala già sia stata descritta dal Porro, credo necessario ripetere. È una sala quadrata con due finestre, chiuse da solide inferriate, dai vetri e dagli scuri che combaciano ermeticamente. Il vano della finestra presso cui siede la Palladino è poi chiuso da una tenda bianca e da due ampi cortinaggi scuri, che scendono fino a terra costituendo così il gabinetto medianico, propizio ai fenomeni di materializzazione. Una lampada elettrica interna può, quando occorra, rischiararlo.

Oltre le sedie, la sala non contiene altri mobili che questi: un tavolino rotondo, una tavola di legno bianco, rettangolare, abbastanza capace perchè sei o sette persone vi stiano sedute attorno, e un tavolone assai più lungo e molto pesante, a foggia di scrivania appoggiato presso il muro che intercede tra le due finestre.

Lampade elettriche sono congegnate in modo da rischiarare con luce bianca o luce rossa, secondo i casi: la luce rossa, però, per quanto attenuata, è molto viva: dopo essersi abituati qualche minuto, non differisce dalla bianca e permette di chiaramente distinguere ogni minima particolarità.

Il gruppo siede intorno alla tavola bianca, di fronte alla tenda. L’Eusapia è nel centro, le spalle alla finestra. La signora Morani ne tiene la mano sinistra e il piede sinistro: io la destra e il piede destro. Una volta per sempre, dirò che, a frequentissimi intervalli, con insistenza quasi noiosa, l’uno e l’altra, verificando il pollice della medio, avvertiamo i presenti d’avere conservato il rispettivo controllo; segnalazione che, nella prima seduta, torna pressochè inutile, poichè i tre quarti dei fenomeni succedono in piena luce, e la medio, i suoi atteggiamenti, le sue mani sono senz’altro visibili a tutti.

Il gruppo forma la catena, vale a dire ognuno tiene le mani dei suoi vicini. Tal catena è una garanzia reciproca: forse, aiuta i fenomeni, ma non è punto necessaria. Tanto vero che, spesso, le manifestazioni più intense e più certe avvengono quando la catena è in parte o del tutto interrotta.

Così pure, chi ha conoscenza ampia della materia, sa che non serve a nulla neanche tenere il medio. Parecchi gruppi, e mi parrebbe il miglior sistema, a esuberanza di controllo, preferiscono chiuderlo senz’altro in una specie di gabbione isolato, che basta a escludere ogni tentativo sospetto.

Qui, stimo utile, a uso dei profani in materia, dire in succinto alcunchè sopra l’essenza delle facoltà medianiche.

Il medio è un individuo più o meno costituito come tutti gli altri esseri, ma ha la facoltà di proiettare, di esternare, di emanare, d’irradiare una massa di forze fisio-psichiche che, a detta di alcuni, basta senza altro a provocare i fenomeni: secondo gli spiritualisti, invece, rappresenta un serbatoio di forze materiali alla cui entità allo stato fluidico attingono gli elementi necessari per compiere atti identici a quelli dei viventi.

Il medio quindi non è già, come tanti suppongono, una specie di mago Sabino, capace di far danzare folletti e gnomi, nè un dottor Faust che, coi pentagrammi e le formule magiche, sappia evocare Mefistofele: il medio non dispone di nessuna potenza attiva o soprannaturale: anzi deve adattarsi a una passività incosciente: così che delle sue facoltà non ha nè merito, nè colpa.

Tutti abbiamo i mezzi per nuotare, per far dei salti mortali, anche, e per andare a cavallo: eppure, relativamente assai scarso è il numero dei palombari, degli acrobati, dei perfetti cavallerizzi. Altrettanto si può dire delle facoltà medianiche: è lecito supporre che esistano latenti in ciascuno di noi, eppure soltanto un ristretto numero di individui è capace di mettere in azione tali forze occulte. Si può intanto al punto in cui siamo, affermare col dottor Visani Scozzi:

— Noi dobbiamo ritenere il medio come un ipnotico puro, o come un ipnotico isterico, se si tratta di gradi alti della medianità.

A tal seconda categoria, con caratteri accentuati, andrebbe assegnata, a giudizio degli scienziati, Eusapia Palladino: vale a dire un essere facile all’eliminazione parziale o totale dell’io cosciente, a una disintegrazione delle facoltà automatiche, che possono essere dominate, una per una o nel loro complesso, come la tastiera d’un pianoforte.

Come e perchè, nessuno sa. Noi non sappiamo perchè la calamita attragga il ferro e non il sughero: perchè l’elettricità passi attraverso il rame e non attraverso il vetro: perchè la gallina faccia l’ovo e l’ovo la gallina: dobbiamo dunque limitarci a studiar gli effetti, in attesa che più acuto ordine di indagini venga a rivelarci la causalità.

Siamo dunque seduti in catena, in piena luce, e la Palladino è sveglia e cicaleggia alcuni minuti, colla sua parlantina disinvolta. A poco a poco, s’accheta e man mano il viso prende tutt’altra espressione. In luogo dell’aspetto gioviale, i lineamenti sembrano come cristallizzarsi in una maschera tragica del teatro antico. La medio ha qualche sussulto e più tardi sembra abbandonata in uno stadio di leggera ipnosi, appoggiando talora la testa, come stanca, sopra la mia spalla sinistra.

In piena luce, vediamo il tavolino tondo, a un metro dalla medio e da nessuno tocco nè sfiorato, avvicinarsi, strisciando sul pavimento, alla tavola nostra. Sul tavolino stanno una tamburella, un mandolino, una cornetta ciclistica e un’armonica. Giunto presso la tavola il tavolino si solleva, come se una mano robusta lo reggesse al piede, si inclina e rovescia sopra la tavola nostra tutti gli strumenti, dopo di che si abbassa e ritorna al posto primitivo.

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