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Marino Faliero - Capitolo I
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Molto molto tempo fa, e se non m’inganno nell’agosto dell’anno 1354, il bravo ammiraglio Genovese, Paganino Doria, batteva i Veneziani, e toglieva loro la città di Parenzo. Le sue galere ben armate incrociavano nel golfo di Venezia, simili a belve affamate che vanno e vengono per meglio ghermire la loro vittima. Il popolo e la Signoria di Venezia erano comprese da mortale spavento. Quanti erano in istato di combattere tutti presero la spada o il remo. Le truppe schieraronsi nel porto di S. Nicolò. Navi, alberi, macigni, tutto fu messo in opera onde ingombrare la rada, e vietare lo sbarco all’inimico; e mentre che il sonito dell’armi elevavasi nel mezzo del tumulto, che le masse lanciate in mare risvegliavano gli echi delle spiagge vicine, vedevansi in Rialto gli agenti della Signoria, pallidi, cospersi di sudore, offrir con labbra tremanti obblighi ad alto interesse in cambio d’oro; giacchè la Repubblica era in uno stato di estremo bisogno.
Volle la Provvidenza, ne’ suoi misteriosi decreti, che il Capo dello Stato venisse tolto al suo popolo, in questo momento di generale afflizione. Il Doge Andrea Dandolo, che i Veneziani nomavano il caro Contino, morì aggravato dal peso di tante cure e di tanti travagli, Era egli generalmente amato, giacchè non passava mai per la piazza di S. Marco senza largire agli uni conforto e consiglio, agli altri soccorso e denaro; e allor che le campane della Chiesa maggiore annunziarono co’ loro suoni lugubri e prolungati la sua morte, fu una desolazione universale. I Veneziani avean perduto la loro guida, la loro speranza, non aveano che a curvare la testa sotto il giogo di Genova; così essi lamentavansi, e frattanto la perdita di Dandolo non cangiava per nulla la condizione esterna della Repubblica. Infatti il caro Contino vivea molto volontieri nella pace e nella tranquillità, amava meglio seguire il corso misterioso delle costellazioni che gli avvolgimenti della politica, più dilettavasi di guidare la processione del santo giorno di Pasqua che di capitanare un esercito. Era allor d’uopo eleggere un Doge che ai talenti militari d’un generale unisse la saviezza d’un magistrato. S’assembrarono i Senatori, ma non vidersi che faccie squallide, sguardi cupi, occhi spenti e mezzo chiusi. Ove trovar persona che con ferma mano reggesse il naviglio? Il vecchio Senatore Marino Badoero prese alfin la parola:
— L’uomo che voi cercate; egli disse, qui fra voi nol rinverrete giammai: ma volgete gli sguardi verso Avignone, su Marin Faliero, che ivi abbiamo inviato a felicitare papa Innocenzo sulla sua esaltazione al trono di S. Pietro; egli, egli solo potrà strapparci alla ruina che tutti ne minaccia. Voi mi risponderete che questo Marin Faliero è già vecchio d’ottant’anni, che canuti sono i suoi capelli e la sua barba, che il porporino del suo naso e delle sue guancie attesta piuttosto l’eccellenza del vin di Cipro che il vigore di sua intelligenza; ma voi certo non a tali apparenze. Rammentatevi il brillante valore che Marin Faliero spiegò come Provveditore sulla flotta del mar Nero, rammentatevi l’importanza de’ suoi servigi, che a lui valsero, dai Procuratori di S. Marco, il dono della ricca contea di Valdemarino.
Badoero pinse sì vivamente il merito del Faliero, che tutte le voci si riunirono in questa scelta. Qualche senatore parlò della iracondia di Marin Faliero, del suo spirito dominatore, della sua caparbietà; ma si rispose tantosto esser difetti di giovinezza spenti in un vegliardo ottuagenario. Le acclamazioni del popolo soffocarono tutte parole di biasimo; già si sa che nelle crisi violente una scelta bizzarra è sempre risguardata dalla moltitudine quale inspirazione del Cielo.
Il defunto Contino con tutta la sua bontà, con tutta la sua dolcezza fu presto dimenticato, ed ognuno diceva: Per San Marco, questo Marino avrebbe dovuto da lungo tempo esser nostro Doge; l’orgoglioso Doria non correrebbe ora le nostre lagune. De’ veterani levando in aria i loro monconi sclamavano: È colui che sconfisse Morb-Nassan, la cui bandiera signoreggiava il Mar Nero! E ovunque la moltitudine affoltavasi, celebravansi le antiche imprese del Faliero, ed alzavansi gridi di gioja, come se Doria fosse già stato battuto. Avvenne inoltre, Dio sa il come, che Nicolò Pisani, il quale avea fatto vela per la Sardegna ritornasse senza essersi scontrato colla flotta di Doria, e che il suo ritorno facesse allontanare i vascelli genovesi, de’ quali attribuivasi la partenza all’influsso del terribile nome di Faliero. Il popolo giubilante risolvè ricevere il novello Doge con onori inauditi. La Signoria avea inviato a Verona dodici patrizi con numeroso seguito. Erano essi incaricati d’attenderlo e d’annunziargli la sua elezione. Quindici gondole dello Stato, riccamente, addobbate sotto gli ordini di Taddeo Giustiniani, figlio del podestà di Chioggia, volarono a ricevere il Doge a Chiozzo, e lo condussero in trionfo a S. Clemente, ove attendevalo il Bucintoro.
Nell’istante in cui Marin Faliero saliva sul Bucintoro, era il 3 ottobre verso il tramonto, un miserabile stava derelitto sul suolo, davanti il peristilio della Dogana. Qualche cencio di grossa tela, il cui colore non era più riconoscibile e che sembrava aver appartenuto a una casacca di marinajo, quale la indossano il basso popolo e i gondolieri, pendeva in brani dal suo corpo macilento, e lasciavan vedere una cute sì bianca e sì dilicata, che pochi nobili ne avrebbero potuto vantare una simile sotto le loro camicie finissime e profumate. La sparutezza non mostrava che meglio la giusta proporzione di sue membra, e nel contemplare que’ biondi capelli cadenti in disordine su una fronte graziosa, quegli occhi azzurri che la miseria avea infossati, quel naso aquilino e quella bocca che abbassavasi a ciascuna estremità dei labbri, poteva ognuno convincersi, aver un fato avverso precipitato quel giovinetto straniero dà un’ordine elevato nell’infime classi della plebe.
Egli era dunque sdrajato ai piè delle colonne della Dogana; la testa appoggiata sul destro braccio, gettava sul mare sguardi languidi e senza espressione. Al vedere la sua immobilità, sarebbesi detto un cadavere gettato dai flutti, se non avesse di tempo in tempo esalato un gemito profondo, strappatogli senza dubbio dal tormento che cagionavagli il suo braccio sinistro, inviluppato in bende sanguinolente e che pendevagli dal collo.
Cessato era ogni tumulto, nè più faceasi sentire il frastuono de’ mercanti e degli operai, Venezia tutta vogava davanti al Faliero in migliaja di barche e di gondole, e lo sventurato straniero rimaneva abbandonato senza soccorso. Mentre il suo capo affievolito ricadeva sul pavimento e le sue palpebre chiudevansi, una voce stridula gli gridò più volte: — Antonio! Mio caro Antonio! L’estranio levò penosamente la metà del suo corpo, e sollevando la testa verso le colonne della Dogana donde sembrava partir la voce, rispose con isforzo: — Chi dunque mi chiama? Qual anima pietosa viene a gettare il mio cadavere nella laguna, giacchè io me ne vo morendo.
Una vecchierella s’avvicinò lentamente al giovine ferito e lo riguardò per qualche istante: — Povero figlio, ella disse, tu vuoi morire, mentre a te spunta un giorno di fortuna! Vedi là là abbasso quelle lunghe striscie di fuoco, ebbene esse t’annunciano monti e monti di zecchini; ma bisogna mangiare, mio caro Antonio, mangiare e bere; la fame, solo la fame ti ha ridotto in questo stato, il braccio è già guarito.
— Lasciami morire in pace, sclamò lo straniero che avea riconosciuta una mendicante colla quale avea partito il suo ultimo quattrino; lasciami morire, sì, più della ferita è la fame che mi ha fatto per- dere le forze: da tre giorni non ho potuto guadagnarmi un tozzo di pane. Volea strascinarmi al convento là giù, e cercar d’ottenere qualche cucchiajo di zuppa; ma tutti i miei camerati sono spariti. Neppure un cane che m’abbia voluto accogliere per carità nella sua barca; sono caduto qui in terra, e senza dubbio non alzerommi mai più.
— Eh! eh! disse la vecchia, perchè ti disperi sì tosto? hai tu sete? hai fame? vi ha subito il rimedio. Ecco de’ bei pesciolini zecchi che ho accattati quest’oggi sulla zecca, ecco della limonata ed un bel pane bianco. Su, su, bevi e mangia, mio figlio, vedremo poi il braccio.
Infatti la vecchia mendicante avea levato fuori tutte queste cose dal sacco che pendevagli dalle spalle, a mo’ di cappuccio, ed a lui aveale presentate. Ebbe appena Antonio immerse nella fresca bevanda le sue labbra ardenti, che la fame risvegliossi in lui con forza novella, e divorò le provvisioni che gli venivano imbandite. Intanto la vecchia avea sfasciato il braccio ammalato, rinvenne la ferita grave, sì, ma in istato di guarigione; ed essa la asperse d’unguento che ammolliva scaldandolo col suo alito. — Ma chi dunque t’ha sì villanamente colpito, mio povero giovane? diss’ella. Antonio del tutto ristorato, e nel quale la scintilla della vita erasi rianimata, stava già ritto in piedi, il pugno serrato, l’occhio scintillante.
— Ah! egli gridò, quel furfante di Nicolò volea accopparmi per un miserabile quattrino che m’invidiava. Tu già sai, vecchia, guadagnar io poveramente la vita portando i carichi delle barche nel magazzino Tedesco nel Fondego.
— Nel Fondego, nel Fondego! riprese la vecchia.
— Zitto, se vuoi ch’io parli, soggiunse Antonio, e continuò: io avea guadagnato abbastanza per procacciarmi un bell’abito nuovo, ed entrare fra i gondolieri. Siccome io era sempre di buon umore, e cantava di belle canzonette, guadagnava un po’ più de’ miei compagni. Ciò li rese gelosi, e mi perseguitarono senza tregua, chiamandomi eretico e cane di Tedesco. Alfine, quattro dì fa, mentre presso San Sebastiano ajutava a tirare una barca sul lido, essi m’attaccarono a colpi di pietre e di bastoni. Mi difesi per un po’ vigorosamente, ma quel tristo di Nicolò mi giunse alle spalle, e mi diede del remo sì forte alla testa ed al braccio, che io caddi in terra come morto. Per fortuna tu sei venuta a soccorrermi e a recarmi di che mangiare. Vedi come mi servo bene del mio braccio, voglio remare meglio che prima.
Antonio imitò con celerità i gesti d’un rematore, e riprese la sua giubba cenciosa che era rimasta in terra; poscia s’allontanò senza badare alla vecchia che gli diceva: — Rema bene, figlio mio, rema ancora una volta, una volta sola e sarà l’ultima!
Antonio non attese alle parole della vecchia, giacchè il più magnifico spettacolo s’era a lui spiegato davanti. Il Bucintoro dorato, col lione adriaco sull’ondeggiante pavese, avanzavasi a lente battute di remi, qual cigno maestoso. Circondato da migliaja di schifi e di gondole, sembrava levar fieramente la sua testa reale su quella moltitudine di navigli, che a lui dintorno umilmente solcavano i flutti. Il sole della sera gettava raggi scintillanti sul mare, ed al di là di Venezia, che sembrava sorgere fra mezzo le fiamme. Mentre che Antonio, obbliando le sue sventure, contemplava con giubilo questa scena brillante, un sordo mormorìo che elevavasi per l’atmo- sfera, non tardò a risuonar di lontano prendendo un accento più terribile. La tempesta arrivò su un cumulo di nere nuvole, e l’onde si commossero con furore. In un istante si dispersero e barche e gondole. Il Bucintoro, che la sua struttura rendeva incapace a resistere all’uragano, era abbandonato alla violenza dei cavalloni, e grida di terrore risonavano fin sulle sponde. Antonio vide un piccol battello lesto alla riva; vi si lanciò entro, ed afferrato il remo, si diresse arditamente verso il Bucintoro.
— Salvate il Doge, salvate il Doge! gli si gridava da ogni banda, giacchè, durante la procella, un sottile schifo in questi canali è più sicuro de’ grossi bastimenti; sicchè erano accorse da ogni dove gran numero di barche onde scampare il Doge. Era ad Antonio che il cielo avea riserbato tanto favore, e il suo battello il solo fu che giunse ad avvicinarsi al Bucintoro. Il vecchio Marino Faliero, avvezzo a simili rischi, balzò senza esitare nel barchetto del povero Antonio, che lo condusse in pochi minuti alla piazza di San Marco. La cerimonia si compiè nella chiesa, ove il Doge si rese, le vestimenta e la barba tutte brutte ancora d’acqua salata. La plebe, siccome la Signoria, compresi da terrore pei tristi avvenimenti, nel novero dei quali contò come di sinistro presagio l’esser passato il Doge fra le due colonne, ove s’uccidono i rei, la plebe guardò un profondo silenzio, e questo giorno, incominciato nella letizia, terminò nella più nera tristezza.
Niuno parea pensare al salvatore del Doge, e neppure Antonio vi pensava, tanto era oppresso dalla fatica e dal dolore; e si meravigliò forte allorchè una delle guardie ducali venne a cercarlo pei gradini sui quali erasi sdrajato, e l’introdusse attraverso al palagio nelle stanze del Doge. Il vecchio Faliero accolselo con benevolenza, gli mostrò su una tavola due sacchi d’oro, e gli disse: — Figlio mio, accetta questi tre mille zecchini, se non ti bastano io te ne donerò d’avantaggio; ma promettimi di non comparire mai più al mio cospetto.
A queste parole, scintillarono gli occhi del vegliardo, e il suo pallido viso si suffuse di novello rossore. Antonio, sommamente stordito, non obbliò prima d’allontanarsi di prendere i due sacchi che reputava aver legittimamente guadagnati.
Marino Faliero - Capitolo II
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Il domani verso il mattino, mentre che il vecchio Faliero, in tutta la maestà del suo grado, contemplava dall’atto del balcone del suo palagio il popolo che esercitavasi tumultuosamente al maneggio dell’armi, Badoero, suo amico d’infanzia, entrò nella camera del Doge, tutto immerso nelle sue meditazioni. — Ah! Faliero, sclamò il vecchio compagno d’armi del duce di Venezia, quali son dunque i pensieri che covano nel tuo cervello, poi che lo copre il berretto ricurvo? Faliero, svegliandosí come da un sogno, avanzossi d’un aria amichevole verso il suo amico. Rammentossi do- ver a Badoero la dignità di Doge, e queste parole risonarono come un rimprovero al suo orecchio. Cercò domare il suo orgoglio dirizzandogli qualche parola di scusa, quindi prese a parlare dei provvedimenti di difesa cui era costretto pensare, e che assorbivano tutti i suoi pensieri.
Quanto alle cose che lo Stato da te attende, disse Badoero sorridendo, avremo tempo fra poche ore di parlarne a lungo, nel mezzo del Consiglio, che va ad assembrarsi. Io non mi son già reso presso di te sì di buon ora per cercare i mezzi di battere l’audace Doria, o di richiamare alla ragione Luigi d’Ungheria, che guarda di nuovo con cupidigia i nostri porti della Dalmazia. No, Marino, io non pensai che a te solo, e ciò che non avresti mai indovinato, io venni onde parlarti del tuo maritaggio.
Come, disse il Doge, voltando il dorso e gettando uno sguardo impaziente sul mare, come hai tu potuto pensare a simili cose? Il giorno dell’Ascensione è ancor ben lontano. Allora, io spero, saranno debellati i nemici di Venezia, il leone adriaco trionferà di nuovo sul mare che il vide nascere, e la mia casta fidanzata troverà in me uno sposo di lei certamente degno.
Ah! gridò Badoero con impazienza, tu mi parli della cerimonia dell’Ascensione, ove il Doge sposasi coll’Adriatico, gettando dall’alto del Bucintoro un anello nelle sue onde: tu antico marinajo, tu non conosci altra fidanzata che quest’umido elemento del quale ancor ieri provasti l’incostanza! No, Marino, io pensava ad un imeneo più soave, io pensava che tu saresti fidanzato con una figlia della terra, la più leggiadra figlia che trovar si possa.
— Tu sogni, rispose Faliero senza togliersi dalla finestra, tu sogni, Badoero. Io maritarmi, io! il vegliardo d’ottant’anni, gravato di cure e di travagli, è forse capace d’amore?
— Cessa, Faliero, cessa dal calunniarti; certo se’ vecchio, e molto vecchio; ma di’, non senti in tua vecchiezza tutta la vigoria d’un giovane, brandisci tu una spada meno pesante di quella di tanti nostri figli, o cammini pel tuo palagio d’un passo meno spedito che il più giovine de’ tuoi paggi?
— No, per Dio! — sclamò Faliero lasciando a un tratto la finestra. No, per Dio! io non sento alcuno de’ tanti malori della vecchiaja.
— Ebbene dunque, tracanna a gran sorsi quanti godimenti t’offre la terra. Innalza colei ch’io ti scelsi a dogaressa e le donzelle tutte saranno costrette a riconoscerla la prima in virtù ed in bellezza, come gli uomini te riconoscono pel più saggio e pel più valoroso. Allora Badoero gli fè il ritratto della bellezza che a lui destinava, e la colorì di tratti sì vivaci, che il canuto Faliero interruppelo impaziente per chiedergli ove si trovasse questo modello di perfezione.
— Questa donna, disse Badoero, è la mia amata nipote.
— Come, sclamò Faliero, tua nipote che impalmossi con Bertuccio Nenolo di Trevigi?
— Tu pensi a mia nipote Francesca? no, no, sua figlia, sua figlia. Tu sai che Nenolo perì in uno scontro navale: Francesca andò a seppellirsi in un convento della Romagna, ed a me lasciò sua figlia Annunziata, che feci educare nella solitudine a Trevigi.
— Ma tu, sogni tu? disse Faliero con stizza. Vuoi tu ch’io sposi la figlia di tua nipote? quanti anni sono trascorsi dal matrimonio di Nenolo? Annunziata deve compire appena sedici anni. Allor ch’io fui podestà a Trevigi, Nenolo non pensava ancora a prender moglie, e sono già passati....
— Venticinque anni, soggiunse Badoero ridendo. Annunziata è una giovinetta di diciannove anni, bella come l’aurora, candida, modesta; d’una innocenza esterna, che non ha ancor parlato ad uomo al mondo, essa t’amerà come padre, e tutto ti donerà il cuore senza dividerlo.
— Voglio vederla! disse il Doge, i cui occhi s’animarono di nuovo fuoco. Voglio vederla!
Il suo desiderio venne compiuto lo stesso giorno, giacchè all’insaputa del Consiglio, il destro Badoero condusse secretamente Annunziata negli appartamenti del Doge. Il vecchio rimase incantato nel contemplar le grazie della giovine Veneziana, ed ebbe appena la forza d’esprimere le sue brame. Annunziata inginocchiossi con pudore ai piè del ve- glio coronato, e a bassa voce gli disse, baciandogli con rispetto la mano: — Oh! signore, poi che vi degnate d’accogliermi al vostro fianco, sul vostro seggio reale, io sarò per tutta la vita, vostra ancella fedele, e mia felicità sarà il contribuire alla vostra.
Il vecchio Faliero era fuor di sè dalla gioja, e si sentì tanto commosso allor che Annunziata presegli la mano per baciarla, che cadde quasi esanime sulla sua sedia. Badoero non perdè un istante. L’union del Doge con Annunziata fu risolta; ma temendo Marino i sarcasmi de’ nobili Veneziani, fu stabilito che sarebbesi compiuto il matrimonio nel più grande mistero, a che qualche giorno appresso la dogaressa verrebbe pubblicamente presentata alla Signoria, come s’ella fossesi già maritata a Treviso ove Faliero avea soggiornato nel rendersi all’ambasciata d’Avignone.
Marino Faliero - Capitolo III
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Rivolgiamoci un po’ adesso ad un giovane d’una faccia fiera e insiem gentile, vestito con leggiadria, con una bella borsa di zecchini, che passeggia in su e in giù per Rialto, parlando con Ebrei, con Turchi, con Greci, con Armeni; ei volge la sua fronte malinconica, riede rapidamente sui suoi passi, s’arresta a un tratto, ritorna di nuovo, e gettasi alfine in una gondola che lo conduce alla piazza di San Marco ove si pone a passeggiare, senza badare, senza pur pensare ad un soave bisbiglio che sfugge, al suo passare, dai magnifici drappi di più d’un balcone dei palazzi vicini. Chi mai riconoscerebbe, in questo giovinotto; quell’Antonio che, pochi dì prima, stava agonizzante, coperto di stracci, sui gradini di pietra della dogana.
Buon giorno, mio figlio, buon giorno! gli gridò la vecchia accattona che stava seduta davanti San Marco. — Antonio che non l’avea vista, soffermossi, e tolse dal gruzzolo un pugno di zecchini. — Tienti il tuo oro, disse la mendicante; non son io forse ricca abbastanza? Che se vuoi pur beneficarmi, fammi un zendado nuovo, giacchè quello che porto non è più in istato di resistere al vento ed alla piova. Ma soprattutto, mio ragazzo, guardati d’andare al Fondego, — al Fondego! Antonio squadrò attentamente quella faccia giallastra solcata di rughe, e gridò con rabbia: — Finiscila con queste fandonie, vecchia strega! Ma nell’istante in cui pronunciò queste parole, la poveretta cadde dall’alto della scala esanime, senza movimento. Antonio volò tosto, l’accolse nelle sue braccia, e rialzolla con precauzione.
— Ah! figliol mio, disse ella d’una voce fioca, qual orribile parola tu pronunciasti! Ah! uccidimi piuttosto che ripeterla, tu non sai come straziasti il cuore di colei che t’ama qual figlio!
Detto questo, la vegliarda inviluppossi il capo nella stoffa di lana che pendevagli sulle spalle, e si mise a sospirare ed a gemere come fosse stata colta da mille spasimi. Antonio si sentì involontariamente commosso, prese il braccio della vecchia, e la menò sotto la porta del tempio ove fecela assidere su un banco di pietra. — È a te, diss’egli, a te sola ch’io devo la mia felicità, giacchè senza di te io vivrei nella miseria, non avrei salvato il vecchio Doge, nè mi sarei guadagnata questa cara borsa di zecchini. Parla, di’ pure, che posso io mai fare per te?
La vecchia guardollo con tenerezza. Figlio mio, soggiunse, non ti rammenti quando ti trovavi dì e notte su questa piazza, aspettando qualche forestiero, e stentando per guadagnare un povero vitto?
Antonio sospirò profondamente, si sedè appo la vecchia, poi: Ah! mia cara madre, lo so pur troppo esser io nato da genitori che viveano nell’abbondanza, ma ignoro del tutto e chi furono e come io li abbia lasciati. Mi rammento d’un uomo di bell’aspetto che mi portava nelle sue braccia, e colmavami di carezze, come pure d’una donna gentile che mi poneva ogni notte in un bel letto molle molle e ben sprimacciato. Ambo parlavanmi in un linguaggio straniero del quale avea ritenuto qualche accento. Quand’era gondoliere, i compagni dicevanmi sempre che a’ miei occhi, a’ miei capelli, alla mia taglia, era facile il capire la origine mia tedesca. Anch’io lo credo. La rimembranza più viva che rimasta mi sia dei giorni passati, è quella d’una notte, d’una notte di terrore, nella quale io fui scosso da uno sonno profondo. Nella casa un andare e venire, un correre, un affaccendarsi, un aprire e chiudere porte; io tremava tutto e mi posi a piangere. La femmina che avea di me cura, affrettossi, tolsemi dal letto, mi serrò la bocca colle sue palme, m’inviluppò in un drappo, e via se ne fuggì. Da questo momento esiste nelle mie rimembranze una lacuna. Io mi ritrovo in un magnifico palazzo nel mezzo d’una amena contrada. Veggo l’imagine d’un uomo che io appellava padre, il cui portamento era nobile e fiero. Parlava italiano, come tutte le persone della casa. Eran trascorse molte e molte settimane che non avea visto il genitore, allor che una mano d’uomini di brutta ciera entra nel palazzo e tutto pone a ruba e a sacco. Essi mi videro, e mi richiesero che là facessi. — Io, io sono Antonio il figlio qui di casa, loro risposi. Si posero a ridere a gavazzare, mi spogliarono degli abiti sfarzosi, e mi cacciarono, minacciandomi le percosse se mai comparissi in quel luogo. Io me ne fuggii piangendo. A cento passi di là m’abbattei in un vecchio, che riconobbi per un servo del mio padre adottivo. — Vieni, Antonio, mio povero Antonio, diss’egli prendendomi per mano. Quella casa ci è chiusa e per sempre, ci è forza cercar di che vivere. A queste parole il vecchio mi condusse via. Egli non era sì povero come sembravano manifestarlo i suoi cenci. Appena giunti a Venezia lo vidi levare dalla sua miserabile giubba di bei zecchini, onde fare il rigattiere su Rialto. Io dovea sempre accompagnarlo, ed egli non facea mai una vendita senza chiedere una bagattella per suo figliolo. Io me la passava assai bene con quell’uomo che chiamavano il padre Blaunas; ma non durò a lungo. Tu ti rammenti senza dubbio di quell’orribile terremoto che rovinò le torri ed i palazzi di Venezia, e che fè suonare le campane di San Marco, come fossero state conquassate da mani di gigante; sette anni fa mi pare. Io scampai per fortuna col vecchio dalla casa che abitavamo, e che crollò dietro a noi. Ogni faccenda era cessata, il più profondo silenzio regnava su Rialto, e per cumulo di mali, un soffio contagioso minacciava la città. Si sapea che la peste era stata recata da Levante in Sicilia, e che facea stragi in Toscana. Pure Vinegia non n’era ancora infetta. Un dì il vecchio Blaunas mercanteggiava su Rialto con un Armeno; si accordarono nei prezzi e si strinsero di cuore la mano. Il mio protettore avea ceduto all’Armeno qualche merce a vil prezzo, e chiedeva, come il consueto, qualche bagattella per il figliolo. L’Armeno, uomo d’alta statura, con una barba nera nera, parmi ancor di vederlo, mi guardò d’un aria amichevole, abbracciommi, e mi donò due zecchini che m’affrettai nascondere nelle tasche. Noi riguadagnammo, in gondola, la piazza di San Marco. Cammin facendo, Blaunas mi richiese dei due zecchini, ed io pretendeva di tenerli, giacchè era piaciuto all’Armeno di farmene presente. Il vegliardo si arrabbiò; ma, nell’istante che mi sgridava, rimarcai coprirsi il suo viso d’una tinta giallastra e terrea, e i suoi discorsi diventare via via più incoerenti. Giunto in piazza s’agitò come uomo ubbriaco, e bentosto cadde morto davanti al palazzo ducale. Io mi gettai sul cadavere piangendo e gridando. Il popolo accorse e s’intese da tutte parti mormorare il terribile nome di peste. A questa parola, tutti si dispersero e si misero in fuga. Per me, fui preso da un subito sbalordimento, e la mia vista divenne fievole e confusa. Destandomi, mi ritrovai in una vasta sala, steso su un meschino materasso, avviluppato in una coperta di lana; intorno a me trenta o quaranta figure pallide e macilente stavano sdraiate sopra simili giacigli. Seppi più tardi avermi dei monaci caritatevoli raccolto nella loro gondola e trasportato alla Giudecca, nel chiostro di S. Giorgio Maggiore, ove i Benedettini avean fondato un ospitale. La veemenza del morbo m’avea cancellato dalla memoria tutto il passato. I monaci non seppero dirmi altro, fuor che d’avermi trovato presso il padre Blaunas agonizzante. A poco a poco raccolsi le mie idee, e mi richiamai la vita anteriore; ma quello che ho narrato, è tutto quanto ne so, mia cara donna: io sono solo, solo al mondo, e qualunque sia la mia sorte, non posso sperare di rinvenirvi felicità.
— Tonino, mio bel Tonino, disse la vecchia, contentati di quanto la fortuna ti volle accordare presentemente.
— Ah! riprese Antonio, v’ha ancor qualche cosa che tormenta la mia vita, che mi perseguita senza riposo, e che mi perderà tosto o tardi. Un desiderio inesprimibile; un bisogno affannoso per una cosa che non so nominare, che non so definire, si è impadronito del mio essere dacchè ho lasciato quell’ospitale. Quando, nel mezzo di mia carriera, ritornava dopo le fatiche della giornata, a gustar un po’ di riposo sul più rozzo e duro giaciglio, placidamente io m’addormentava, e sogni soavi venivano a rinfrescar le mie palpebre, con dolci immagini di beatitudine che mi accordavano fino allo svegliarsi. Ora mi sdrajo su serici guanciali, e nessuna fatica consuma le mie forze, ma io sento che la mia esistenza mi pesa, e più non trovo quel beato sonno che tutti alleviava altre volte i miei mali. Invano cerco sapere perchè la vita in pria sì bella mi sembrasse, ed ora mi sembri sì triste e nojosa. Mi dispero nel pensare che io, io stesso ignoro la felicità alla quale la mia anima aspira con tanta veemenza.
— Tonino, Tonino mio, disse la vecchia che sembrava piangere alle di lui pene, ti disperi perchè conoscesti momenti beati dei quali la rimembranza si è in te cancellata? Poveretto! Vieni menami al mare.
Autonio prese la mendicante quasi involontariamente, e la condusse traverso la piazza. Mentre camminavano, la vecchia dissegli a bassa voce: — Vedi tu queste macchie di sangue, qui sul suolo? Sì, sangue, sangue! Da questo sangue germoglieranno di vaghe rose vermiglie per intesserti una corona! per te e per la tua amata! O mio Dio, qual nube di luce s’avanza ver’ te sorridendo; Tonino, le sue braccia candide come neve s’aprono per accoglierti. Antonio! giovane fortunato! coraggio, su su coraggio, e tu potrai raccogliere de’ mirti al crespuscolo, dei mirti per la giovinetta vedova che sarà tua fidanzata. Ma essi non fioriscono che a mezza notte; senti tu il mormorio dei zeffiri della sera, il gemere del mare che t’agita? Afferra il tuo remo, ardito gondoliero, afferra il tuo remo.
Antonio si sentì rabbrividire nell’udire così strane cose. Erano giunti presso la colonna che porta il leone di S. Marco. Antonio s’arrestò, e disse alla vecchia d’un tono ruvido: Fermati, strega, e tiemmi discorsi meno oscuri. Tu m’hai predetto la fortuna che mi dovea capitare nel salvar il Doge, è vero; ma ora, ora che mi di’ tu di giovani vedove, e di mirti, e di rose, e di fidanzate? Vuoi tu ingannarmi, o spingermi a qualche follia. Tu avrai il zendado nuovo, il pane, li zecchini, quanto vorrai, ma lasciami andare in pace.
In così dire, Antonio volle abbandonarla, ma la mendicante lo ritenne pel mantello: — Tonino, non guardarmi così, o io corro a gettarmi in canale. Resta qui, resta qui, figlio; questo cuore è oppresso! è d’uopo ch’io lo versi nel tuo. Siediti là, e ascoltami per pochi istanti.
Antonio s’assise pazientemente a’ piè della colonna, e posesi ad esaminare il libro de’ conti, i cui fogli bianchi attestavano lo zelo col quale proseguiva il commercio intrapreso a Rialto. — Tonino, disse la vecchia, non ti sei rammentato avermi vista altre volte?
— Te l’ho già detto, rispose Antonio, senza levar gli occhi, che io mi sento attratto verso di te; ma non attribuirlo vè alla tua decrepitezza, giacchè quando vedo quegli occhi neri scintillanti, quel naso acuto, quelle labbra pallide, quei capelli irti e grigiastri, mi corre un brivido per l’ossa, e penso che tu impieghi forse qualche mezzo tenebroso per attirarmi.
— Per tutti i Santi! sclamò disperata la mendicante. Qual demone t’inspirò simili pensieri. Accusar di sortilegio colei che salvò la tua infanzia: chè la donna, la cui rimembranza ti rimase scolpita nell’animo, io sono io.
— Credi tu dunque di infinocchiarmi, vecchiaccia stolida? Le rimembranze di mia fanciullezza sono ancora vive nella mia memoria; quella femmina gentile, mi pare ancor di vederla col suo viso fresco e vermiglio, i suoi occhi azzurri e soavi, i suoi capelli bruni, la sua mano bianca e morbida. Ella avea appena trent’anni, e tu non conti già più di un secolo?
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The end
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