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Salvatore Rosa

E. T. A. Hoffmann · 1835 · Free in the US

20,042 words · about 1 h 24 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
E. T. A. Hoffmann
Language
Italian
Published
1835
Length
20,042 words · about 1 h 24 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (6)

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Capitolo I

rdinariamente si sparla assai degli uomini celebri; a dritto o a torto, che monta? Questo è quello, che intervenne a quel sommo pittore di Salvatore Rosa, i cui quadri pieni di vita non saranno mai stati contemplati dal mio lettore senza una compiacenza interna e tutta particolare. Quando la riputazione di Salvatore si sparse da Napoli a Roma, nella Toscana e per tutta Italia, quando i pittori che volevano piacere dovevano ingegnarsi d’imitare la strana maniera del suo pennello, in pari tempo dei ribaldi invidiosi fecero correre delle voci sinistre che dovevano deturpare la gloria del divino artista. Si spacciava che in altri anni della sua vita, Salvatore si fosse fatto compagno ad una banda di masnadieri; e che fosse appunto da quella malvagia compagnia che avesse tratti gli originali di certi brutti ceffi, fieri per non dire feroci, ladramente vestiti, che pose più tardi ne’ suoi quadri. Si diceva che i spaventosi deserti, le selve selvaggie del poeta, in cui s’era tenuto nascosto, erano espresse al vivo ne’ suoi paesaggi. Ma quel ch’era peggio si asseriva che si fosse travagliato nella terribile e sanguinosa cospirazione, condotta a Napoli dal famoso Masaniello, di cui si dicevano i più minuti particolari.

Aniello Falcone pittore di battaglie, (almeno così si raccontava la cosa), arse di furore e di vendetta perchè alcuni soldati spagnuoli gli ammazzarono in una rissa alcuni suoi parenti. Raccolse una banda di giovani audaci quasi tutti artisti, ed armatili di tutto punto li chiamò la compagnia della morte. I fatti, per vero dire, corrisposero al nome; perchè quegli scapestrati correvano a torme le strade di Napoli ammazzando di coltello quanti Spagnuoli incontravano. Tanto che si cacciavano perfino negli asili più sacri dando addosso senza misericordia agli infelici che vi si erano rifiuggiti. La notte poi si rannodavano presso il loro capo, il sanguinoso e frenetico Masaniello, che dipingeva al chiarore di fiaccole accese, onde i suoi ritratti si sparsero a migliaja per Napoli e nei contorni.

Si teneva adunque che Salvatore facesse parte di quella banda omicida; scannando il giorno, e dipingendo del continuo la notte. Un critico celebre, Taillasson, credo io, ha molto ragionevolmente notato che le pitture di lui sono tutte di una certa maniera feroce e selvaggia. La natura non gli si rivela nelle grazie ridenti dei verdi prati, dei campi fioriti, degli odoriferi boschi, dei mormorevoli ruscelli, ma nel terror delle rupi gigantescamente sormontate da altre rupi, nel terrore delle aride piagge del mare, delle foreste inospiti e deserte. Nè il suo orecchio è temprato all’alito dei venti della sera, nè al dolce stormire delle foglie; ma al ruggito della tempesta, ed al frastuono della cateratta. Di modo che germogliano da sè i più sinistri pensieri contemplando ne’ suoi quadri quei deserti e quegli uomini selvaggi; e lo spettatore può dire: — Qui si fece un omicidio; là fu gittato da una ruina un cadavere sanguinoso.

Per questo forse Taillasson non andò errato quando scrisse che il Platone del nostro pittore, il suo San Giovanni istesso che annuncia nel deserto la nascita del Salvatore, hanno un non so che di malandrino. Ad ogni modo presupposto che ciò sia vero, non si può inferire che quali sono le opere, tale l’artista, e credere che chi ha rappresentato in tutta la loro vita gli oggetti terribili e selvaggi, debba essere stato un uomo terribile e selvaggio. Colui che parla molto della spada, bene spesso non sa tenerla in mano a dovere, e chi ha tutta piena l’anima di sanguinosi orrori per sapergli all’uopo esprimere colla penna o col pennello, è per lo più d’animo assai mite. Quindi invece di dar fede alle voci che corsero sul conto di Salvator Rosa, d’essersi tra le altre cose mescolato nei tumulti di Masaniello, stimiamo piuttosto che gli orrori di quei tempi di desolazione lo cacciassero da Napoli verso Roma, ove arrivò ramingo, povero e mendico, appunto nel tempo in cui Masaniello ruinava. Lacero con alcuni zecchini sbiadati nella sua povera borsa, Salvatore Rosa, sbiettò nella città in una buja notte. Capitò, senza saperlo, sulla piazza Navona, dove in un tempo meno infelice, aveva albergato in una bella casa presso al palazzo Pamfili. Guardò non senza cordoglio quelle finestre grandi, come degli specchi che brillavano al chiarore dei raggi della luna. E pensò non senza dolore che avrebbe a sciupare molta tela e molti colori prima di potersi accomodare un’altra volta là sopra. E mentre pensava si sentì mancar l’animo e sciogliere le ginocchia. “Potrò io, disse fra i denti, coricandosi sui gradini di sasso della soglia della casa, potrò io fare tanti quadri come li sciocchi li desiderano? Io per me credo di essere quasi al termine di tutti i miei sforzi.” Un vento da intirizzire infilzava le persone per le contrade, onde il nostro Salvatore si vide in necessità di andarsi a mendicare un giaciglio. Si levò a stento e barcollando venne sul corso mettendosi per la strada Borgognona; dove si fermò in cospetto d’una casipola larga soltanto di due finestre, abitata da una povera vedova con due figliuole. La donna l’avea ricevuto per poco danaro quand’era capitato a Roma la prima volta, e stimava di poter trovare presso di lei una stanza convenevole alla sua presente condizione.

Bussò alla porta con confidenza e gridò parecchie volte il suo nome. Quando alla fine intese che la vecchia si tolse dal letto a stento e venne alla finestra imprecando contro il cattivo mobile che veniva a sturbarla nel più bel del dormire, protestando che la sua casa non era un’osteria. Occorsero molte parole dall’una e l’altra parte prima che ella potesse riconoscere il suo antico dozzinante. E mentre Salvatore si querelava di non trovare un ricovero in Roma dopo essere fuggito da Napoli, la vecchia esclamò! — In nome di tutti i Santi siete voi, signor Salvatore? La vostra cameretta in alto sopra la corte, è ancora vacante, e il vecchio fico stende i suoi rami, e le sue foglie per le finestre di modo che vi potrete sedere a fresco come sotto una verde pergola. — Ah quanto le mie figlie saranno contente di vedervi di ritorno, signor Salvatore! vi dico che la Margherita si è fatta grandicella e bella assai! Non la farete saltar più sui vostri ginocchi! — Ma da tre mesi è morta la vostra gattina inghiottendo una resta di pesce. — Che cosa volete? La tomba è l’eredità di tutti quelli che vivono! Ma quella vicina corpacciuta che voi avete ritratta più volte, ha sposato quel giovane, il signor Luigi. Eh! Eh! nozze e magistrati sono da Dio destinati! I matrimonj si conchiudono in Cielo, vi dico io:

— Ma, signora Caterina, in nome di Dio lasciatemi entrare, e poi mi parlerete del vostro fico, della figlia, della gatta e della vostra vicina. Io muojo di fatica e di freddo.

— Ma perchè tanta impazienza, disse la vecchia. Chi va piano, va sano; chi va presto muore lesto. Adagio adagio ví dico. Ma voi siete stanco ed assiderato; presto dunque le chiavi, presto le chiavi! Ma la vecchia dovette prima svegliare le figlie, ed a stento a stento fare un po’ di foco. Poi aperse la porta al povero Salvatore; che entrato nella prima stanza, rotto dalla fatica e dalla malattia cadde per terra, come morto. E fu fortuna che il figlio della vedova, che d’ordinario stanziava in Tivoli, fosse venuto a visitare la madre, perchè fu fatto saltare dal letto cedendolo volentieri tutto tiepido a quell’antico amico di casa sua.

La vecchia amava assai Salvatore e in quanto all’arte lo predicava su tutti i pittori del mondo; onde fu in punto di correre al convento per un confessore che venisse a cacciare il male con delle candele benedette o con altri onnipotenti amuleti. Il figlio all’incontro era d’opinione che si dovesse piuttosto correre per un buon medico, e corse difatti sulla piazza di Spagna ove stava di casa il celebre dottore Splendiano Accoramboni. Il quale appena intese che il pittor Salvator Rosa era ammalato nella contrada Borgognona si allestì subito per venirlo a trovare.

Salvatore era senza conoscenza nel più forte assalto della febbre. La vecchia gli aveva messo a capo del letto un pajo di sante immagini e pregava con fervore. Le sue figlie bagnate di lagrime s’ingegnavano tratto tratto di far inghiottire all’infermo qualche gocciola di limonata fresca che avevano apparecchiata, mentre che il figlio appoggiato al capezzale gli tergeva il sudore dalla madida fronte. Spuntava il giorno quando fu aperto l’uscio con istrepito, ed entrò il celebre dottore Splendiano Accoramboni.

Se Salvatore non fosse stato ammalato di morte, le due giovinette allegre e giocose non avrebbero potuto tenersi di dare in uno scoppio di riso alla vista del meraviglioso dottore; così si contentarono di restringersi timidamente in un cantuccio della camera. Nè credo disdicevole di dipingere la figura dell’omiciattolo che venne sull’aurora a casa di madonna Caterina in contrada Borgognona. Malgrado tutta la sua gran voglia d’essere più grande degli altri, il dottore Accoramboni non avea potuto giungere alla statura di quattro piedi. Nei primi anni aveva un’estrema gentilezza di membra; e prima che la sua testa, un poco sformata fin dalla nascita per certe guance enfiate e per un doppio mento, si fosse ingrossata oltre il dovere; prima che il suo naso soverchiamente nodrito di tabacco di Spagna, sporgesse troppo sconciamente in fuori, e che il soverchio di maccheroni l’avesse fatto troppo panciuto, l’abito d’abate che egli portava, gli stava a meraviglia; si poteva allora chiamare una bella voglia d’uomo, e le dame romane lo nominavano il loro caro poppazzetto. Ma quel tempo era passato, e quando il dottor Splendiano si facea veder per le strade, dava a credere che la testa di un uomo di sei piedi fosse cascata sulle spalle d’un picciolo pulcinella da marionette, che la doveva portare con forza. L’omicino s’era inviluppato in una smisurata quantità di zendado di Venezia ch’egli indossava come una veste da camera; veste, che era tenuta in sesto da una larga cintura di cuojo a cui era sospesa una spadaccia lunga almeno tre aune; e sulla sua zazzera bianca come la neve aveva architettato un berretto alto ed aguzzo che somigliava, più che altro, all’obelisco della piazza di S. Pietro.

Il degno Splendiano Accoramboni squadrò co’ suoi grandi occhiali prima l’infermo, poi Caterina che trasse in disparte. — Eccovi, gli disse a voce bassa, eccovi Caterina il celebre Salvator Rosa, il gran- de arista, prostrato quasi senza vita; egli è spacciato se la mia arte nol campa! ma ditemi, da quanto tempo è in casa vostra? Tiene con sè molti bei quadri?

— Caro dottore, replicò Caterina, non sopraggiunse che questa notte; e in quanto a quadri io non ne so nulla; se non che laggiù ha lasciato una gran cassa, che mentre era ancora in sè mi raccomandò di guardare con ogni sorta di sollecitudine. Può essere che vi siano dentro delle belle pitture che avrà fatto a Napoli. — Era una bugia, ma noi intenderemo dappoi le ragioni che gliela fecero fare.

— Ben, bene, disse il dottore, e stropicciandosi la barba con un sorriso, s’accostò al letto con tutta quella gravità che gli permettevano la sua lunga spada che dava dentro per le scranne e per le tavole. Toccò i polsi all’ammalato, e sbuffando nominò in Greco ed in Latino cento malattie che Salvatore non aveva, poi un altro gran numero che avrebbe potuto avere, e conchiuse che non saprebbe battezzare sui due piedi l’infermità del pittore, ma che fra poco gli avrebbe trovato un nome accomodato, ed anche una medicina per guarirlo. Ed uscì con gravità lasciandoli tutti costernati fra mille timori e mille pensieri.

Giù delle scale il dottore chiese di vedere la cassa, e madonna Caterina gliene mostrò una in effetto, in cui si trovavano alcuni logori mantelli del defunto suo marito. Il dottore fece suonare dolcemente la cassa, e disse con soddisfazione: — Vedremo, vedremo.

Tra poco spazio il dottore tornò con un bel nome per la malattia di Salvatore, e parecchi gran fiaschi di una pozione nauseante, raccomandando di darla del continuo a bere all’ammalato. E non fu senza stento, perchè Salvatore mostrava veramente d’avere a noja quella medicina indiavolata. Ma sia che la malattia di Salvatore che aveva finalmente un nome, e che era qualche cosa di reale, cominciasse solo allora a manifestarsi, sia che la pozione di Splendiano gli travagliasse troppo violentemente le viscere, il fatto si è che il povero Salvatore andava rifinendo a vista d’occhio. Il dottor Splendiano Accoramboni aveva bel predicare che dopo che la macchina vitale avesse affatto cessato di muoversi, che le avrebbe dato un nuovo impulso come al bilanciere di una pendola; che non perciò non si dubitava meno della guarigione del povero pittore, e si teneva per fermo che il medico avesse riscosso così fortemente il pendolo, che s’erano rotte le molle.

In questo sopravvenne, che appunto un giorno che l’infermo poteva appena movere un dito, fu assalito da una ardentissima febbre. In quel furore diede mano ai fiaschi che contenevano la pozione e li gittò dalla finestra in quell’istante che il dottore stava per entrare dalla porta. Accadde che alcuni fiaschi lo colsero e gli si ruppero in capo, onde il nero liquore gli bagnò a larghi sprazzi il viso e la zazzera.

Il signor Salvatore è diventato idrofobo, gridò il dottore lanciandosi in casa, egli è frenetico, e l’arte non lo può più campare. Datemi il quadro, o madonna Caterina, che fra dieci minuti è morto; sarà la mercede delle mie fatiche! Datemi il quadro.

Ma quando madonna Caterina aperse la cassa, e che il dottore scoperse quei logori mantelli, voltò gli occhi nelle occhiaje, come due comete ardenti, e pestando dei piedi mandò il povero Salvatore, la vedova, e la casa tutta intiera al diavolo, e si dileguò come un fulmine.

Passato il delirio della febbre, Salvatore Rosa ricadde nel suo sopore, onde madonna Caterina stimando che l’ammalato toccasse al suo ultimo termine, corse al più vicino convento per cercare del padre Bonifazio che gli recasse i sacramenti. Veggendo il moribondo, il buon padre disse d’avere qualche cognizione dei segni che la morte lascia sul viso d’un uomo che sta per passare, e che non vedea nulla di ciò nel sembiante di Salvatore. Anzi aggiunse che era possibile di guarirlo se il dottore Splendiano Accoramboni co’ suoi nomi e colle sue ampolle non mettesse più piede nella casa: e il buon padre si mise subito in viaggio perchè i fatti rispondessero alle parole.

Salvatore risorto dal suo deliquio stimò d’essere in un bel boschetto odorifero dove gli faceano ombra i verdi rami e le foglie. E sentì un calor redivivo cercargli tutto il corpo, se non che gli pa- reva che gli fosse tenuto confitto il braccio sinistro, e con fioca voce richiese dove mai era.

Un bel giovane di buon aspetto, ritto in piedi presso il suo capezzale, ch’egli non vide prima d’allora, si pose ginocchione dinanzi a lui, gli strinse la destra, e la bagnò di calde lagrime esclamando: O mio eccellente maestro! mio degno maestro! ora siete salvo! siete rinfrancato! — Ma ditemi solamente... replicò Salvatore.

Il giovinetto lo scongiurò di non affaticarsi a parlare, e promise di dirgli tutto quello che gli era sopravvenuto. — Vedete bene mio caro e degno maestro, voi eravate senz’altro forte ammalato venendo da Napoli, ma il vostro male non era disperato. I più comuni rimedj v’avrebbero ristorato in poco tempo, ma la smemoraggine di Carlo che corse pel medico più vicino vi ha fatto cascar fra le mani del fatale dottor Piramida, il più fatale di tutti i medici che si siano travagliati a riempiere le viscere della terra!

— Come! disse Salvatore ridendo, così debole com’era, quello che ho scorto era dunque il piramidale dottore? Un fan- toccino vestito di damasco, che m’ha dannato a trangugiarmi una bevanda d’inferno, e che portava per cappello l’obelisco della piazza di S. Pietro?

— Oh! per Dio, disse il giovane ridendo smascellatamente, il dottore Splendiano vi si parò dinanzi con quella cupola del suo berretto da notte in cui si mostra ogni mattina alla finestra, come una meteora di sinistro augurio? Però non è mica in grazia di quella berretta che gli fu dato il soprannome di dottor piramida, la ragione è ben altra. Il dottore Splendiano è un gran dilettante di quadri, ed ha una scelta galleria che seppe ingrossare con certi suoi raggiri perseguitando infaticabilmente i pittori ammalati e specialmente gli artisti forestieri. Una sol volta che abbiano abusato di maccheroni, o bevuto un bicchiere di vino di Siracusa che non portava il bisogno, li sa subito accalappiare, gratificandoli ora di un’infermità, ora di un’altra a cui affibbia qualche gran nome, e dandosi attorno per operarne la guarigione. In ricompensa si prometteva un quadro, e siccome non v’è complessione ostinata che possa resistere ai suoi rimedj, dico, che ereditò da tutti gli artisti stranieri che furono seppelliti presso la piramide di Cestio. Il cimitero che giace presso la piramide è il campo ove miete abbondantemente il dottor Splendiano Accoramboni; egli lo coltiva con ogni studio, e fu di quivi che gli venne il soprannome. Madonna Caterina, per delle intenzioni, benevole senza dubbio, aveva fatto credere al dottore che avevate con voi un quadro magnifico, e voi potete indovinare con che zelo vi apparecchiava le sue bevande. — La vostra buona stella vi ha fatto gittare i fiaschi sulla testa del dottore, e diede la buona ispirazione a madonna Caterina di chiamare il padre Bonifazio per ministrarvi i sacramenti, il padre s’intende un poco di medicina, giudicò sanamente di voi e venne a cercarmi.

Dunque voi siete un dottore? disse Salvatore Rosa con voce fievole. — No, rispose il giovine facendosi tutto rosso, no mio caro e degno maestro, io non sono un medico come il signor Splendiano, ma sono soltanto un chirurgo. E fui per morire non so se di gioja o di paura, quando il padre Bonifazio mi disse che Salvatore Rosa era mortalmente ammalato nella contrada Borgognona, e che aveva bisogno dell’arte mia. Corsi, apersi una vena al braccio sinistro, e vi salvai. — Vi portammo di là, in questa camera fresca e ventilata che occupavate già un giorno; guardate attorno, e vedrete ancora il cavalletto che vi lasciaste ed alcuni disegni a matita che madonna Caterina ha conservati come reliquie. — La vostra malattia si è lasciata domare, e voi sarete in piedi fra poco in grazia di certe medicine che vi apparecchia il padre Bonifazio e delle cure degli amici. — Intanto permettetemi che vi baci ancora una volta cotesta mano, mano creatrice, che sa dare una magica vita alle più arcane meraviglie della natura! — Permettetemi che il povero Antonio Scacciati spanda l’anima sua in entusiasmo ed in riconoscenza dappoi che il cielo gli ha consentito di salvare la vita del grande e divino maestro Salvatore Rosa! — Detto questo il giovine chirurgo si pose di nuovo in ginocchio, prese la mano di Salvatore, la baciò e la bagnò di lagrime.

— Io non so, disse Salvatore, ajutandolo a levare con qualche stento, io non so, caro Antonio, perchè avete per me un culto di tanta venerazione. Voi siete, come dite, chirurgo, e questa professione non ha che far nulla colle belle arti.

— Caro maestro, rispose il giovane cogli occhi bassi, quando vi sarete un po’ più rinfrancato vi dirò tutta l’anima mia.

— Fatelo, disse Salvatore; abbiate in me intiera fede, voi lo potete perchè io non conosco persona che mi sia più piaciuta di voi al primo incontro. Più vi guardo, più mi avveggo che il vostro aspetto ha dei tratti di somiglianza con un giovane che fu divino. Io parlo di Sanzio. Gli occhi di Antonio s’accesero di un fuoco scintillante, e tentò indarno di rispondere.

In questo punto madonna Caterina entrò col padre Bonifazio, che recò a Salvatore Rosa una salubre pozione che lo rifece.

Capitolo II - Antonio Scacciati

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Fu come Antonio aveva detto. Le benefiche medicine del padre Bonifazio, le tenere cure della Caterina e delle sue figliuole, e la bella stagione che incominciava ajutarono di modo la buona complessione del nostro pittore, che fu subito in grado di pensare all’esercizio dell’arte, e mise mano a disegnare alcuni schizzi colla matita che dovevano poi essere portati sulla tela.

Antonio non lasciava quasi mai la camera di Salvatore ed era sempre cogli occhi presso di lui mentre egli abbozzava i suoi disegni; e il giudizio che faceva di certe parti lasciava presentire d’essere iniziato nei segreti dell’arte.

— Sentite Antonio, gli disse un giorno Salvatore, voi intendete così bene l’arte della pittura, che per me credo non solo che abbiate meditato con amore cotesta parte, ma fors’anche maneggiato il pennello.

— Ricordatevi, caro maestro, replicò Antonio, che quando ricuperašte gli spiriti dopo quel lungo svenimento, io vi dissi che v’avrei svelata l’anima mia.

Ora è tempo d’aprirvi il cuore, perchè quantunque io sia, come vedete, il chirurgo Antonio Scacciati, quegli che vi salassò, nondimeno appartengo tutto intiero all’arte della pittura a cui voglio consacrarmi senza riserva, abbandonando un odioso mestiero.

— Oh! oh! esclamò Salvatore, badate quel che fate. Voi siete un abile chirurgo e potreste essere un pessimo artista; perchè giovane come siete, siete già troppo vecchio, per dar mano alla matita; massime che basta appena una vita d’uomo per giungere all’intelligenza del vero, ed esprimerlo con qualche facilità sulla tela.

— Caro maestro, disse Antonio con un suo modesto sorriso, come potrei venire nel pazzo consiglio di voler seguir l’arte della pittura se non l’avessi esercitata dalla mia tenera infanzia, se il cielo non avesse acconsentito, che benchè contrastato ne’ miei gusti dall’ostinazione del padre, fossi vissuto nella intimità di celebri maestri? Sappiate che il grande Annibale Caracci s’è preso cura di un povero fanciullo, e che mi posso nominare l’allievo di Guido Reni?

— Ebbene! disse Salvatore con una certa ruvidezza a cui tenea qualche volta, ebbene! bravo Antonio, voi avete avuto gli eccellentissimi maestri, e non dubito che non ostante la vostra chirurgia voi siate riescito un gran scolare. Se non che non intendo come voi fedele discepolo del dolce ed elegante Guido... ma questo è quel che fanno i discepoli che si lasciano condurre dal loro entusiasmo... possiate avere qualche piacere dei miei quadri e riputarmi maestro dell’arte!

Un vivo rossore imporporò la guancia del giovinetto udendo le parole di Sal- vatore che tenevano un poco della satira.

— Permettetemi, gli disse, che metta dall’un dei lati la timidezza, che mi chiude d’ordinario la bocca; permettetemi che vi confessi senza ambagi tutto quel che io penso. Salvatore! io non ebbi mai in tanta riverenza il mio maestro in quanta ho voi, e quello che più mi piglia l’animo è la grandezza più che umana dei vostri pensieri. Voi cogliete, non so come, gli arcani più riposti della natura; ed intendete le meraviglie de’ suoi tesori, de’ suoi alberi, delle sue acque cadenti, leggete la sua lingua, sapete scrivere le sue parole, intendere insomma la sua sacra voce. Si direbbe che adoperando il pennello in una maniera così ardita voi deponete sulla tela i pensieri del Creatore. L’uomo è poco per voi nella grande operosità dell’anima vostra; e nel gran campo della natura voi non lo tenete che come uno de’ suoi infiniti fenomeni. Così non siete grande che nel vostro paesaggio sì meravigliosamente condotto e quando v’accostate alla storia pare che tarpiate le ali al vostro ingegno.

— Voi fate eco alle dicerie degli invidiosi pittori da storia, che mi lasciano arbitro del paesaggio perchè non li defraudi della parte che si sono riservata; come se io non sapessi lavorar di figura. Ma sono dicerie da sciocchi!

— Non crucciatevi, caro maestro, ch’io non vi dico il giudizio di persona, e che se dovessi seguirne uno non sarebbe mai quello dei maestri che sono a Roma! — Chi non ammirerebbe l’ardito disegno, la meravigliosa espressione e soprattutto la vita delle vostre figure? Si vede che voi non lavorate sopra un modello di mal garbo, o sopra un inerte fantoccio; ma che voi siete modello di voi stesso, cosicchè nella vostra maniera, la figura che voi volete condur sulla tela appare nel vostro pensiero come sulla polita faccia di uno specchio.

— Diamine! esclamò Salvatore ridendo, pare che abbiate guardato più d’una volta nel mio studio senza che io me ne avvedessi, poichè sapete così bene la mia maniera.

— Come lo poteva, replicò Antonio; ma lasciatemi seguitare. Non vorrei criticare, come fanno certi pedanti i qua- dri che vi scoppiarono, per così dire, dalla potenza dell’estro. Per verità ciò che si chiama volgarmente paesaggio non è un nome che si addica ai vostri lavori, che vorrei piuttosto nominare quadri istorici in un senso profondo. Un albero, una rupe par che si ravvivino ai tratti del vostro pennello; e tutta la natura, movendosi in armoniche note esprima il pensiero sublime che lampeggiò dentro di voi. Almeno è a questo modo che ho studiato nei vostri quadri a cui debbo un’intelligenza più profonda dell’arte. Non credete perciò che io sia caduto in una puerile imitazione. Se v’invidio la libertà e l’audacia del dipingere, vi deggio confessare che i colori della natura mi pajono tutt’altra cosa che i vostri. Onde stimo che se è profittevole allo scolaro di tenere lo stile di tale o tal maestro, deve ad ogni modo ingegnarsi di copiar la natura come la vede. E non altro che quella vera intuizione, quell’armonia con sè stesso possono dare una certa tempera, una certa verità ai nostri lavori. Guido era di questo avviso e l’incontentabile Preti, cognominato come sapete il Calabrese, pittore certamente che meditò la propria arte, mi dava sempre qualche buon ricordo perchè non mi fidassi troppo ad una gretta imitazione. — Ora Salvatore sapete perchè ho tanta riverenza per voi senza essere imitatore.

Salvatore aveva guardato fisso il giovane mentre parlava, e gli corse amorevolmente colle braccia al collo, aggiungendo: Voi dite delle parole molto assennate e molto profonde, così giovane come siete. Anzi rispetto alla vera intelligenza dell’arte, voi trapassate di gran lunga i vecchi maestri più riputati. Veramente quando mi parlavate, mi pareva che io m’intendessi meglio da me: e se vi pregio si è appunto perchè non imitate il mio stile, usando nei colori come fanno gli altri dei chiari troppo crudi che par che facciano uscire da una terra melmosa una copia di figure rattratte con brutti ceffi, dandosi a credere d’aver così tenuta la mia maniera. Come vedete, voi avete incontrato un vero amico in me stesso! E sono tutto vostro con tutta la potenza dell’anima.

Antonio fu per impazzire della gioja e della amorevolezza del suo maestro. E quando Salvatore mostrò desiderio di vedere i suoi quadri, Antonio lo condusse al proprio studio.

Certo Salvatore non si aspettava di vedere dei poveri lavori da colui che aveva parlato con tanto senno dell’arte a cui pareva che inclinasse per un istinto di natura; ma non fu poco maravigliato quando vide le sue belle pitture. Trovò per tutto degli arditi pensieri, un corretto disegno ed i colori più gaj. E soprammodo gli piacque una certa ricca sprezzatura negli abiti, la finitezza delle estreme parti, la grazia vezzosa delle teste benchè a differenza del suo gran maestro Guido Reni, non apparisse un certo studio di sacrificare l’espressione alla bellezza. Si vedeva che Antonio mirava alla vigoria di Annibale, senza che vi potesse per anco aggiungere.

Salvatore contemplò lungo spazio in silenzio ogni quadro d’Antonio; poi gli disse: — Sentite, Antonio, voi siete nato per l’arte; perchè la natura non contenta di avervi donato quell’ingegno che informa i sublimi pensieri, vi ha data l’altra dote non meno rara, di vincere in poco tempo la difficoltà della pratica. Farei una bugia se vi dicessi che avete la grazia meravigliosa di Guido, e la robustezza di Annibale; ma è certo che trapassate tutti i maestri che si ringalluzzano nell’accademia di S. Luca, il Tiarini, il Gessi, il Sementa, tutti in somma, senza eccettuare il Lanfranchi, che non sa dipingere che a fresco. Ad ogni modo, se fossi in voi, sarei perplesso a depor la lancetta per usar solamente il pennello. Forse vi parrà strano, ma ascoltatemi. Noi siamo al presente in tristi tempi per la pittura, o piuttosto pare che il demonio abbia guasti gli artisti, e se non siete disposto a durare ad ogni genere di mortificazione di mano in mano che vi andate perfezionando, e sostenere lo sprezzo in ricompensa della riputazione, veder dei malevoli accostarsi a voi con un’aria di bontà e di benevolenza per potervi più agevolmente ruinare; se non siete, vi dico, apparecchiato a tutto questo, non mettete mano al pennello. Ricordatevi della mala ventura del vostro maestro, del grande Annibale che perseguitato malignamente a Napoli da una turba di malvagi confratelli, non gli fu allogata nessun’opera d’importanza, e che anzi respinto per tutto fece una morte acerba. Ricordatevi di quel che avvenne al gran Domenichino, quando dipinse la cupola della cappella di S. Gennaro. Quei ladri di pittori, non farò il nome ad alcuno, neppure a quel facchino di Belisario e di Ribera, non sedussero un fattorino di Domenichino perchè gittasse della cenere nella sua calce, onde il muro non tenesse e screpolasse la pittura! Ficcatevi bene tutto questo in memoria, e ponderate se la vostra anima è di tempra da sostenere tutte queste angherie: perchè altrimenti si fiaccherà il buon volere, e quando uno perde l’animo, si perdono insieme tutte le virtù che conducono all’eccellenza nella pittura.

— Salvatore, rispose Antonio, non è possibile che seguendo l’arte vostra sia maggiormente offeso dal disprezzo e dalla gelosia di quel che sono. Voi avete trovato qualche piacere a contemplare le mie cose, m’avete detto che potrei far meglio di molti accademici di San Luca, e sono appunto costoro che parlano villanamente delle mie opere. — Ecco, dicono essi, il chirurgo che vuol dipingere! Onde sono più che mezzo risolto di ri- trarmi affatto da una professione che mi dà tanta noja. E l’avrei già fatto se non avessi ancora una speranza in voi, mio degno maestro. Le vostre parole son di un gran peso; giacchè voi potete atterrare di un detto tutti i miei avversarj e ripormi nel luogo che mi si appartiene.

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