Indice vol. II
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Libro I
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ct ct I. Il fiume Tronto, il Liri, il piccolo fiume di San Magno presso Portella, i monti Appennini dove nascono le fonti di que’ fiumi, i liti del Mediterraneo, correndo i tre mari Tirreno, Ionio, Adriatico, dallo sbocco del lago di Fondi alla foce del Tronto, confinano le terre che nell’xi secolo ubbidivano all'impero greco ed alle signorie longobarde di Capua, di Salerno e di Benevento. Tanti separati dominii, la virtù del Normanno Roberto Guiscardo tramandò al nipote Ruggiero, già fattosi re della Sicilia, da lui conquistata sopra i Saraceni ed i Greci (1130). Passò il regno a Guglielmo il Malo, a Guglielmo il Buono, a Tancredi, e fugacemente a Guglielmo III. Quando il secondo Guglielmo perdè speranza di figli, maritò la principessa Costanza (sola che restava del sangue di Ruggiero) all’imperatore Enrico della casa sveva; il quale succedè, morto Tancredì, nella corona della Sicilia e della Puglia.
Così dalla stirpe normanna, chiara per virtù guerriere, andò il regno l’anno 1189 negli Svevi. Ad Enrico succedè Federigo II gran re. ed a lui brevemente Corrado suo figlio, e poi Manfredi altro figlio ma d’illegittimo congiungimento. I pontefici di Roma, che pretendevano all’imperio del mondo e vieppiù a quello delle Sicilie, dopo aver travagliata la casa normanna volsero le armi sacre e le guerriere contro la sveva. Sempre perdenti benchè combattessero in età d’ignoranza, ma incapaci per la stessa ignoranza de tempi ad essere oppressi e disfatti, risorgevano dopo le perdite più adirati nemici.
papa nell’anno 1265, poi che tre papi che lo precedettero avevano tentata vanamente l’ambizione di Enrico III re d’Inghilterra, instigò contro Manfredi il fratello di Luigi re di Francia, Carlo di Angiò, famoso in armi; che, vieppiù spinto dalle irrequiete brame della moglie, venne con esercito all’impresa. Coronato in Roma re delle Sicilie (1266), passò nel regno e combattè Manfredi accampato presso Benevento. La virtù dello Svevo non bastò contro la fortuna del Franco e l’infame tradimento de’ Pugliesi: morì Manfredi nella battaglia. Carlo stava contento sul trono, quando Corradino figlio di Corrado venne a combatterlo (1268). Il giovinetto, vinte in Italia le città guelfe, vincitore in Tagliacozzo dove gli eserciti si affrontarono, godevasi nel campo le gioje della vittoria e le speranze dell’avvenire, allor che il re gli spinse contro fresca legione tenuta in serbo; così che Corradino disfatto, fuggitivo, e poi tradito, fu prigioniero del felice Carlo: e un anno appresso, per crudeltà di quel re o spietati consigli del pontefice, ebbe (quell’ultimo figlio della casa sveva) troncato il capo. La stirpe degli Angioini si stabilì nel regno delle Sicilie.
Ella diede sei re, due regine; dominarono 175 anni tra guerre esteriori ed interne. Per opera di quei re angioini furono morti Manfredi e Corradino re svevi; poi Andrea e Giovanna Prima della propria stirpe: l’altro re Carlo da Durazzo, sorpreso negl’inganni che ordiva alle due regine di Ungheria, fu ucciso: Ladislao morì di veleni oscenamente prestati. A tempi loro per il vespro di Giovan di Procida furono uccisi ottomila Francesi, tiranni della Sicilia: de’ tempi loro fu il parteggiare continuo de’ baroni del regno: per opra loro nato lo scisma della Chiesa, due e tre papi contemporanei divisero le spoglie della sede apostolica e le coscienze de’ popoli cristiani. Ma que’ re, che ne’ penetrali della reggia nascondevano enormi delitti, erano su la scena del trono riverenti alla Chiesa; ergevano ed arricchivano tempii e monasteri, davano dominio ai papi, concedevano privilegi agli ecclesiastici. Carlo I e Ladislao avevano virtù guerriere; aveva Roberto prudenza di regno, questa e quelle oscurate dai vizii del sangue. Gli altri re della stirpe furono flagelli del regno.
Alfonso I di Aragona, dopo che fugò Renato ultimo degli An- gioini, stabilì nell’anno 1441 la dominazione degli Aragonesi che finì nel 1501 con la fuga di Federico. Dominarono, in manco di 60 anni, cinque re di quella casa, quattro dei quali, Ferdinando I, Alfonso II, Ferdinando II e Federigo, s’ingomberarono sul trono nel breve spazio di tre anni, anche interrotto il regnare dalle felicità e dal dominio di Carlo VIII. Quella stirpe aragonese superba e crudele, mosse o respinse molte guerre, abbattè le case più nobili e più potenti del regno, impoverì l’erario, suscitò tra’ baroni gli umori di parte. Le quali divisioni ed universale fiacchezza causarono che lo stato da potente regno cadesse a povera provincia di lontano impero. Della quale caduta io toccherò le miserie: ma ritenga frattanto la memoria degli uomini che in poco più di tre secoli e mezzo regnarono quattro case, ventidue re, senza contare i transitorii dominii di Lodovico re d’Ungheria, del papa Innocenzo IV, di Giacomo di Aragona e di Carlo VIII; ritenga che per pochi anni di pace si tollerarono lunghi anni di guerra; che per travagli sì grandi avanzò la civiltà; che in tanti mutamenti fu osservato essere vizio de’ Napoletani la incostanza politica, ossia l’odio continuo del presente, e ’l continuo desiderio di nuovo stato: cagioni ed effetti delle sue miserie.
II. Quando Federigo, ultimo degli Aragonesi, combattuto dal re di Francia, tradito dal re di Spagna suo zio, fuggì d’Ialia, i due re fortunati, nel dividere l’usurpato regno, per luoghitenenti ed eserciti combatterono: Consalvo il gran capitano restò vincitore; il regno intero cadde a Ferdinando il Cattolico, e sotto forma di provincia fu da vicerè governato. Cominciò il governo vicereale che per due secoli e trent’anni afflisse i nostri popoli. Primo de’ vicerè fu lo stesso Consalvo.
Mutarono gli ordini politici. Per magistrato novello, detto consiglio collaterale, gli antichi magistrati decaddero di autorità e di grido, la grandezza de ministri dello stato scemò, gli ufiziali della reggia restarono di solo nome, l’esercito sciolto; l’armata serva dell’armata e del commercio spagnuolo; la finanza esattrice risedeva nel regno, e fuori la dispensiera di danaro e di benefizii. I feudatarii abbassati da che senz’armi, i nobili avviliti nel consorzio di nuovi principi e duchi per titoli comprati. I seguaci di parte angioina, benchè tornati per accordo di pace agli antichi possessi, ricevevano poco e tardi; erano spogliate le parti sveva e aragonese: ghibellini e guelfi al modo stesso travagliati. La superbia di Roma rinvigoriva; tutto andò al peggio.
E così passarono, ora più ora meno infelici, due secoli di servitù provinciale sino a Filippo V e Carlo VI dei quali dirò tra poco. Imperarono in quel tempo sette re della casa di Spagna, da Ferdinando il Cattolico a Carlo II; e travagliarono in vario modo e prin- cipi e regno trenta romani pontefici da Alessandro VI a Clemente XI. Si ebbe gran numero di vicerè, de’ quali alcun buono, molti tristi, parecchi pessimi. Il dominio della casa austriaca spagnuola finì per la morte di Carlo II nell’anno 1700; ed în quello ha termine la storia di , uomo egregio, molto laudato, e pur maggiore di merito che di fama. Ed io, non che presuma di paragonarmi a quell’alto e sfortunato ingegno, come nemmeno raccomandarmi per simiglianza di sventure, ma solamente per congiungere ai termini di quella istoria i principii della mia fatica, dirò più largamente le cose del vicereale governo dal 1700 al 34, cominciamento al regno di Carlo; desiderandomi lettori già dotti ne’ libri del , così che mi basti rammentare talvolta de’ vecchi tempi quanto sia necessario alla intelligenza dei fatti che descriverò.
III. Al finire del 1700 Filippo V ascese al trono di Spagna e a’ dominii di quella corona per testamento del morto re Carlo II. Ma contrastando il trono a Filippo l’imperatore Leopoldo, si apprestavano gli eserciti a decidere la gran lite. Il vicerè in Napoli Medinaceli gridò re Filippo V: il popolo vi fu indifferente; i nobili amanti dell’Austria, avversi alla casa di Francia, un figlio della quale, duca di Angiò, era Filippo, si addolorarono. Ma venne a consolarli di speranze la guerra di Lombardia dove gli eserciti imperiali erano più fortunati, e il capitano principe Eugenio riempiva del suo nome e delle sue geste i discorsi d’Italia. Fu quindi spedito all’imperatore Leopoldo don Giuseppe Capece, ambasciatore secreto della nobiltà napoletana, la quale, promettendo levare il popolo, esigeva da Cesare per patti: spedir solleciti ajuti d’armi, mutare lo stato da provincia a regno libero, dargli re, Carlo arciduca. Mantenere i privilegi acconsentiti da passati príncipi, fondare un senato di cittadini consigliero negli affari di regno, sostenere le antiche ragioni della nobiltà, concedere nuovi titoli e terre a’ congiurati. E ciò concordato, tornò in Napoli a riferire quelle pratiche, e ad ordire la non facile impresa.
IV. Vennero nel tempo stesso, fingendo cagioni oneste, don Girolamo Capece e ’l signor Sassinet da Roma; don Iacopo Gambacorta principe di Macchia da Barcellona; il Capece colonnello nelle milizie di Cesare, il Sassinet segretario dell’ambasciata imperiale presso il papa, il Gambacorta giovine pronto, loquace, povero, ambizioso, con le qualità più eminenti di congiurato, per lo che fu capo e diede alla congiura il suo nome di Macchia (1701). Era il mezzo di settembre quando, computate le opere e i tempi, si prefisse primo giorno della impresa il dì 6 di ottobre. Uccidere il vicerè, occupare i castelli della città gridar re il principe Carlo figlio dell’imperatore Leopoldo, opprimere le poche spensierate milizie spagnuole, reggere lo stato sino all’arrivo dei promessi da Cesare soc- corsi d’armi, furono i disegni della congiura. I congiurati (quasi tutta la nobiltà del regno) divisero le cure e i pericoli della impresa.
Ma nuovi avvenimenti ruppero le dimore, Lettere del cardinal Grimani ambasciatore di Cesare a Roma, scritte ad un congiurato, e per avviso del duca di Uzeda, ivi ministro di Filippo V. intercette dal vicerè, gli rilevarono esservi congiura, lasciandone oscure le fila e lo stato. Perciò di ogni cosa sospettoso vegliava l’interno della casa, mutava le usanze di vita, radunava le sue poche milizie, spargeva esploratori tra’ nobili e nel popolo: compose e concitò la giunta degl’inconfidenti a punire, fece imprigionare il padre Vigliena teatino, fuggì il padre Torres gesuita, trepidavano d’ambe le parti i ministri del governo e i congiurati.
Questi alfine, o confidenti nella propria potenza, o sforzati dalle male venture a precipitare le mosse, levaronsi a tumulto il 23 di settembre. Non poterono uccidere il vicerè (morte concertata col cocchiere di lui e due schiavi) perchè quegli non uscì come soleva in carrozza: investirono il Castelnuovo e lo trovarono chiuso e guardato: le prime speranze della congiura fallarono. Ma dopo quelle mosse irrevocabili, trascinati dalle necessità del presente, confidando nella immensa forza di popolo sfrenato, andarono con bandiera di Cesare gridando il nuovo re, accrescendo il tumulto, atterrando le immagini di Filippo, ergendo quelle di Carlo, arringando la plebe nelle piazze, promettendo abbondanza e, secondo gli usi dispotici del tempo, impunità, favori e privilegi. Ne’ quali moti que’ nobili congiurati, per accrescersi potenza o per giovanile superbia, si chiamavano de’ nuovi titoli di principi e duchi patteggiati con Cesare.
Il dottore, Saverio Pansuti, altiero, dotto, facondo, congiurato e nella congiura eletto del popolo, salito sopra poggiuolo della piazza del mercato, popolosa e facile alle novità, chiamò col cenno le genti ad ascoltarlo: disse ch’egli era il nuovo Eletto, rammentò i mali del governo di Spagna, ingrandiva le speranze dell’impero di Cesare, magnificava le forze della congiura, prometteva doni e mercedi, pregava il popolo si unisse a’ nobili. Finita l’aringa, un uomo tra quelle genti, canuto di vecchiezza e plebeo, con voce alta parlò in questi sensi.
“Voi, Eletto, e voi, popolo, ascoltate. Sono molti anni che il mal governo spagnuolo fu da noi scosso, movendoci Masaniello popolano, Stettero i nobili o contra noi o in disparte, e spesso vennero ad aringare (come ora il nuovo Eletto) per ricondurci alla servitù, chiamandola quiete. Io, giovinetto, seguitai le parti del popolo, vidi le fraudi de’ signori, le tradigioni del governo, le morti date a miei parenti ed amici. Io vecchio ora che parlo, e assennato dal tempo, credo che in questa congiura di nobili debba il popolo abbandonarli, come nella congiura di Masaniello fu da nobili abbandonato. Udite già gli assunti nomi di principe di Piombino, principe di Salerno, conte dî Nola; e aspettatevi tanti altri ancora ignoti, ma che tutti sarebbero sopra noi nuovi tiranni. Io mi parto da questo luogo: mi seguirà chi presta fede ai miei detti.” Restò vuota la piazza: il primo oratore tornò confuso.
Ma pure molti della più bassa plebe e del contado, non per amore di fazione ma per avidità di guadagni, rinforzarono i congiurati; e nel tumulto andavano spogliando le case, ed necidendo alla cieca uomini d’ogni parte: alle quali opere malvage, parecchi uomini della nobiltà, cospiratori ancor essi, o aderenti ma non palesi, ripararonsi ai castelli da milizie spagnuole guardati; altri fuggirono la sconvolta città, altri munirono le case di sbarre e armigeri. Scemavano la potenza della impresa le sfrenatezze della plebe e l’avvedimento de’ grandi: tal che il principe di Macchia per editto minacciò pena di morte così a’ predoni quanto a coloro tra’ nobili che indugiassero oltre un giorno ad ajutare le parti del re Carlo. L’editto disperante agli uni, estremo agli altri, nocque in doppio modo alla congiura.
Così che il vicerè, vedendo freddo il popolo, i nobili divisi, i congiurati pochi e ormai timidi, fece sbarcare nel terzo dì le ciurme delle galere spagnuole ancorate nel porto; e formate a schiera con le milizie, le spinse dal Castelnuovo contro i ribelli accampati dietro certe sbarre in alcuni posti della città: mentre i castelli, ad offendere e spaventare, facevano romore continuo di artiglieria. La torre di Santa Chiara, occupata dai congiurati per innalzarvi la bandiera d’Austria, spiare dall’alto nella città, e sonare a doppio le campane, fu subito espugnata; gli aliri posti assaltati e presi. Si dispersero i difensori: il Macchia ed altri fuggirono; Sassinet e Sangro furono prigioni: abbassata e vilipesa la bandiera di Carlo, si rialzarono le immagini e le insegne di Filippo. Nulla rimase della tentata ribellione, fuorchè la memoria, ii danno e i soprastanti pericoli.
Di fatti, richiamato il Medinaceli, venne da Sicilia vicerè il duca di Ascalona. A don Carlo di Sangro, colonnello di Cesare, fu mozzato il capo nella piazza del Castelnuovo; altri congiurati finirono della stessa morte; altri spietatamente uccisi nelle carceri. Sassinet, però che segretario di ambasciata, fu mandato in Francia prigione: molti languivano nelle catene, i beni di tutti furono incamerati, crebbero i rigori, le pene, i supplizii per tutte le colpe sopra tutte le classi de’ cittadini. Al quale spettacolo e terrore il popolo si sdegnò del governo, e sentì pentimento d’essere mancato alla congiura de’ nobili, come suole agli nomini: fallire e pentirsi.
V. (1702) Saputa dal re Filippo quello congiura, misurata la mole de corsi pericoli, incerte ancora le guerre d’Ttalia e di Spagna,
è volle per liberalità e clemenza calmare gli odii della ribellione e de’ castighi. Imbarcato perciò a Barcellona, venne in Napoli nel giugno del 1702, e fu ricevuto con le festevoli accoglienze che usano le genti oppresse a coloro in cui sperano. Il popolo non ottenne quel che più bramava, ritenere il suo re, da maggiori destini chiamato nelle Spagne; ma conseguì la larga mercede alle amorevoli dimostrazioni, però che il re abolì molle taglie, donò molti milioni di ducati dovuti al fisco, rimise le passate colpe di maestà, diede titoli a’ nobili di sua parte, sempre mostrandosi co’ soggetti benigno e piacevole. Si assembrarono il clero, i baroni, gli eletti per decretare, in segno di universale gratitudine, un dono al re di trecento mila ducati, e lo innalzamento della sua statua equestre in bronzo nella piazza maggiore della città. Ma i progressi dell’esercito d’Austria in Lombardia obbligarono Filippo, dopo due mesi di gradevole soggiorno, a partire di Napoli per pigliare il freno degli eserciti gallispani che fronteggiavano il fortunato Eugenio di Savoja. Lasciò vicerè lo stesso Ascalona.
VI. Nell’anno 1705, trapassò l’imperalore Leopoldo, e gli suecesse Giuseppe, suo primo figlio. Non perciò rallentarono i furori della doppia guerra in Alemagna e in Italia: sì che l’Ascalona spediva soldati, navi, e denaro in ajuto di Spagna; straziando per leve d’uomini e di tributi gli afflitti popoli. L’amore per Filippo dechinava, e n’era cagione l’acerbità de’ suoi ministri. Così stando le cose nel 1707, il principe Eugenio, disfatti nella Lombardia gli eserciti gallispani, spedì sopra Napoli, per le vie di Tivoli e Palestrina, cinque mila fanti e tre mila cavalieri tedeschi sotto l’impero del conte Daun. Il vicerè Ascalona, scarso di proprie forze, concitò i regnicoli che trovò, per avversione alla guerra e per tendenza alle novità di governo, schivi all’invito. Solamente il principe di Castiglione, don Tommaso d’Aquino, e ’l duca di Bisaccia, don Niccolò Pignatelli, con poche migliaja di armati, accamparono dietro al Garigliano, ed all'avanzarsi del Daun, tornarono in Napoli. Capua ed Aversa si diedero al vincitore; il duca di Ascalona riparò a Gaeta. L’avanguardo tedesco, retto dal conte di Martinitz, nominato da Cesare vicerè di Napoli, era in punto di marciare ostilmente; quando legati di pace gli andarono incontro a presentare le chiavi della città, non vinta, ma vogliosa del nuovo impero. L’ingresso delle schiere cesaree fu trionfale; il popolo alzò voci di plauso al vincitore, e furioso, qual suole nelle allegrezze, atterrata la statua poco innanzi eretta di Filippo V, rotta in pezzi, la gettò nel mare. Pochi giorni appresso cederono i tre castelli della città; il presidio di Castelnuovo, ufiziali e soldati spagnuoli e napoletani, passò agli stipendii del nuovo principe, non vergognando della incostanza. Il principe di Castiglione, o non ancora sentisse morte le speranze, o (che più l’onora) si conservasse fedele alle sventure della sua bandiera, con mille cavalli riparavasi nelle Puglie; ma trovato munito dal nemico il passo di Avellino, deviò per Salerno. Più numerosa cavalleria tedesca lo inseguiva; le sue genti lo abbandonavano; con pochi resti de’ mille fu prigione. Potendo quegli esempii su tutto il regno, si arresero al general Veizeel gli Abruzzi, che il duca d’Atri vanamente incitava alla guerra, ed indi a poco la fortezza di Pescara; la sola Gaeta, rinforzata delle galere del duca di Tursi, faceva mostra di resistere lungamente.
Stretta di assedio che il conte Daun dirigeva, e aperta, non finito il settembre, una breccia, gli assalitori vi montavano, e gli assediati andavano fuggendo in mal ordine dietro un argine alzato giorni innanzi per compenso de’ rotti muri: la debilità del luogo, la paura de’ difensori, l’impeto degli assalti, la fortuna portando i Tedeschi oltre la fossa e la trinciera, entrarono nella costernata città e vi fecero stragi e rapine. L’Ascalona e pochi altri riparati nella piccola torre di Orlando, la cederono il dì seguente per solo patto di vita, e vennero in Napoli prigioni: erano, tra i più chiari, oltre il vicerè, il duca di Bisaccia e ’l principe di Cellamare, uomini poco innanzi autorevoli e primi nel regno, valorosi nelle battaglie, nobilissimi di sangue, favoriti sempre dalla fortuna; oggi avviliti e prigioni di straniero. La plebe, dietro quella misera truppa di cattivi, offendeva l’Ascalona rammentando le esercitate crudeltà nella congiura di Macchia; e più spietata e codarda volgeva le ingiurie a’ due nobili napoletani che soli o tra pochi mantennero nelle sventure la giurata fede a Filippo. 11 dominio di Cesare si stabili nel regno; e chiamato in Germania il conte di Marlinitz, restò vicerè il conte Daun.
VII. Subito attese a ricuperare le fortezze (dette Presidii) della Toscana, che soldati spagnuoli guardavano. Al general Vetzeel, colà spedito con buona schiera, si renderono Santo Stefano ed Orbitello: indi per più gravi travagli di guerra, Porto Longone; e finalmente, nel 1712, Portercole. Chiamato il Daun a guerreggiare in Lombardia, gli succede ne! viceregno il cardinale Vincenzo Grimani veneto.
Era finita per Napoli la guerra; ma la occupazione di Comacchio da’ soldati cesarei, la intimazione di Cesare al duca parmigiano di tenersi feudatario non più del papa, ma dell’impero, e infine il divieto al regno di pagare le tasse consuete al pontefice, mossero Clemente XI ad assoldare venti mila uomini d’arme sotto il conte Ferdinando Marsili, bolognese, ed accamparli nelle terre di Bologna, Ferrara e Comacchio. Ciò visto, il Daun partivasi dalla Lombardia verso quella schiera, ed in Napoli si adunavano altre forze contro Roma. L’imperatore Giuseppe non voleva contese col papa, ma intendeva per quegli atti di guerra forzarlo a riconoscere sovrano di Spagna Carlo, suo fratello. Perciò il Daun, procedendo contro que’ campi, proponeva accordi al pontefice, il quale, alle risposte audace e saldo, mostrava confidare nella guerra. Strano perciò vedere un felice capo di eserciti invocar la pace, ed un papa le armi.
Alle ostinate ripulse procedendo le genti tedesche, presero con poca guerra Bondeno e Cento, circondarono Ferrara e Forte-Urbano; e, imprigionata parte delle milizie papali; fugati i resti, stanziarono ad Imola e Faenza. Clemente, solto quelle sventure, è alle peggiori che minacciava l’esercito mosso da Napoli, piegò lo sdegno e, non più pregato, pregando accordi, accettò patti e pubblici e secreti, per i quali tutte le voglie del vincitore si appagavano. Fu vera pace negli atti scritti e nella mente degli uomini, ma tregua e inganno nell’animo del pontefice; il quale aspettava opportunità di rompere quegli accordi, che, non ratificati dalla coscienza, parevano a lui leggi di forza, durabili quanto la necessità.
VIII. Morto in Napoli, nel 1710, il cardinal Grimani, venne vicerè il conte Carlo Borromeo, milanese. E nel seguente anno trapassò l’imperatore Giuseppe, al quale succedè Carlo, fratello di lui, terzo di quel nome nelle contrastate Spagne, quarto nella Germania e nel reame di Napoli. Durò altri due anni la guerra che fu detta di successione, ma dipoi la pace di Utrecht venne a rallegrare le travagliate genti (1713). Ciò che importò di quegli accordi alla nostra istoria fu il mantenimento del regno di Napoli a Carlo V, e la cessione del regno della Sicilia al duca di Savoja, Vittorio Amedeo. E pure importa sapere, per i futuri destini di questi due regni, che la corona delle Spagne si fermò in Filippo V.
Poco appresso alla pace di Utrecht, il re Vittorio andò a Palermo per entrare al possesso del regno, e godere gli omaggi e ’l nome nuovo di re. Giunto nell’ottobre, e lietamente accolto da’ popoli, ebbe il dominio del regno dal marchese de Los Balbases, vicerè per Filippo V: e coronati con la moglie nel seguente dicembre, tornarono in Piemonte, lasciando l’isola, presidiata e obbediente, a governo del vicerè Annibale Maffei mirandolese.
Ma nella pace di Utrecht non essendo chiamato l’imperatore Carlo VI (così che in tutto l’anno 1713 durò la guerra in Spagna, in Italia, nelle Fiandre) abbisognò nuova pace che si fermò in Rastadt l’anno 1714; per la quale l’imperatore teneva la Fiandra, lo stato di Milano, la Sardegna, il regno di Napoli e i Presidii della Toscana. Il conte Daun ritornò in Napoli vicerè. Pareva stabile quella quiete, però che le ambizioni de’ re potenti erano soddisfatte, quelle de’ deboli principi disperate: quando tre anni ap- presso, nel 1717, senza motivo di guerra, senza cartello, senza contrasto, poderosa armata spagnuola occupò la Sardegna. Dopo la universale maraviglia si apprestavano armi muove in Germania ed in Francia; ma lo stesso naviglio di Spagna, improvvisamente assaltando la Sicilia, prese Palermo, fugatone il vicerè di Amedeo; espugnò Catania, bloccò Messina, Trapani, Melazzo. Reggeva tanta guerra il marchese di Leede, nato Fiammingo, generale di Filippo V.
Si collegarono in Londra nel 1718, contro la Spagna, infida e ingorda di reami, l’Impero, il Piemonte, la Francia e la Inghilterra; e per patti, allora secreti, assalirono gli eserciti e le armate spagnuole in varie parti. Molte navi inglesi con soldati di Cesare ancorarono nel porto di Messina; oltre dieci migliaja di Napoletani e Tedeschi accamparono a Reggio, intendendo a liberare la cittadella di Messina e ‘l forte di San Salvatore dall’assedio che stringeva l’intrepido Leede. In due battaglie navali ebbe piena vittoria l’ammiraglio inglese Bing su lo spagnuolo Castagnedo; così che molte navi furono prese, altre affondate, poche fugate o disperse. La città di Messina, benchè dagli Spagnuoli posseduta, era investita; i campi spagnuoli minacciati: ma quel Fiammingo, assediato ed assediatore, provvedendo quando alle offese quando al difendersi, espugna le due fortezze, e, innanzi agli occhi del vincitore Bing e de’ campi cesarei, avventuroso innalza sopra quelle rocche la bandiera di Spagna. Lasciata la città ben munita, corre all’assedio di Melazzo.
(1720) Altre armate, altre schiere nemiche alla Spagna arrivano in Sicilia: è presa per esse Palermo, liberata Melazzo, ricuperata Messina: i popoli che parteggiavano per il fortunato Leede, oggi, multata sorte, parteggiano per Cesare: tutto va in peggio. Il generale spagnuolo, sospettando le sventure estreme, preparava l’abbandono dell’isola. La Spagna, travagliata in altre guerre, ormai non eguale a’ potentissimi suoi contrarii, accetta per pace i secreti accordi dell’alleanza nemica, e riceve piccolo e futuro premio contro i danni gravi e presenti della guerra. La Sicilia per quella pace fu data a Cesare: il re Amedeo n’ebbe, ricompensa povera, la Sardegna: ebbe Filippo V la successione a’ ducati di Parma, Piacenza e Toscana. I principi ancora viventi di que’ paesi, il papa pretendente al dominio di Parma, e ‘l re Amedeo restarono scontenti di que’ patti: ma in povertà di stato null’altro poterono che lamenti e proteste. Il generale Leede imbarcò per la Spagna le sue genti e cinque cento dell’isola che volontarii si spatriarono; però che rimasti fedeli alla parte spagnuola temevano lo sdegno e la vendetta del vincitore. Misera sorte di chi s’intrigò nelle contese de’ re, e meritata se lo fece non a sostegno di massime civili, ma per ambizione o guadagno.
Le due Sicilie si unirono sotto l’impero di Carlo VI, che nominò vicerè nell’isola il duca di Monteleone, ed in Napoli il conte Gallas dopo il conte Daun richiamato. Morto il Gallas, gli succede il cardinale di Scrotembach. E poichè nell’anno 1721 morì Clemente XI e fu eletto Innocenzo XIII, il nuovo papa, vedendo declinata la fortuna e la potenza di Filippo V, non dubitò di concedere al felice Carlo VI la domandata investitura de’ due regni. A questo Innocenzo nell’anno 1724, Benedetto XIII successe,
IX. In dieci anni, dal 1720 al 30, non avvenne in Napoli cose memorabili, fuorchè tremuoti, eruzioni volcaniche, diluvii e altre meteore distruggitrici. Ma nella vicina Sicilia, l’anno 1724, fatto atroce apportò tanto spavento al regno, che io credo mio debito il narrarlo a fine che resti saldo nella memoria di chi leggerà; e i Napoletani si confermino nell’odio giusto alla inquisizione, oggidì che per l’alleanza dell’impero assoluto al sacerdozio, la superstizione, la ipocrisia, la falsa venerazione dell’antichità spingono, verso tempi e costumi abborriti, e vedesi quel tremendo ufizio, chiamato santo, risorgere in non pochi luoghi d’Italia, tacito ancora e discreto, ma per tornare, se fortuna lo ajuta, sanguinario e crudele quanto ne tristi secoli di universale ignoranza.
Andarono soggetti al santo-uffizio, l’anno 1699, frà Romualdo laico agostiniano, e suora Geltrude bizzoca di san Benedetto: quegli per quietismo, molinismo; eresia; questa per orgoglio, vanità temerità, ipocrisia. Ambo folli, però che il frate, con le molte sentenze contrarie a dogmi o alle pratiche del cristianesimo, diceva ricever angeli messaggieri da Dio, parlar con essi, esser egli profeta, essere infallibile: e la Geltrude, tener commercio di spirito e corporale con Dio, essere pura e santa, avere inteso dalla vergine Maria non far peccato godendo in oscenità col confessore; ed altri assai sconvolgimenti di ragione. I santi inquisitori ed i teologi del santo-uffizio avevano disputato più volte con quei miseri, che ostinati, come mentecatti, ripetevano delirii ed eresie. Chiusi nelle prigioni, la donna per 15 anni, il frate per 18 (attesochè gli altri sette li passò a peniteaza ne’ conventi di san Domenico) tollerarono i martorii più acerbi, la tortura, il ftagello, il digiuno, la sete; e alla per fine giunse il sospirato momento del supplicio. Avvegnachè gl’inquisitori condannarono entrambo alla morte, per sentenze confermate dal vescovo di Albaracin stanziato a Vienna, e dal grande inquisitore della Spagna; dopo di che il devoto imperatore Carlo VI comandò che quelle condanne fossero eseguite con la pompa dell’atto-di-fede. Le quali sentenze amplificavano il santissimo tribunale, la dolcezza, la mansuetudine, la benignità de’ santi inquisitori: e incontro a sensi tanto umani e pietosi le malvagità, la irreligione, la ostinatezza de’ due colpevoli. Poi dicevano la necessità di mantenere le discipline della sacrosanta cattolica religione, e spegnere lo scandalo, e vendicare lo sdegno de’ cristiani.
Il dì 6 di aprile di quell’anno 1724, nella piazza di Sant’Erasmo, la maggiore della città di Palermo, fu preparato il supplizio. Vedevi nel mezzo croce altissima di color bianco e da’ lati due roghi chiusi, alto ciascuno dieci braccia, coperti da macchina di legno a forma di palco, alla quale ascendevasi per gradinata; un tronco sporgeva dal coperchio di ogni rogo; altari da luogo in luogo, e tribune riccamente ornate stavano disposte ad anfiteatro dirimpetto alla croce; e nel mezzo, edificio più alto, più vasto, ricchissimo di ornamenti per velluti, nastri dorati ed emblemi di religione. Questo era per gl’inquisitori; le altre logge per il vicerè, l’arcivescovo, il senato; e per i nobili, il clero, i magistrati, le dame della città: il terreno per il popolo. A’ primi albori le campane sonavano a penitenza: poi mossero le processioni di frati, di preti, di confraternite, che traversando le vie della città, fatto giro intorno alla croce, si schierarono all'assegnato luogo. Popolata la piazza sin dalla prima luce, riempivano le tribune genti che a corpi o spicciolate, con abiti di gala, venivano al sacrifizio, era pieno lo spettacolo; si attendevano le vittime.
Già scorso di due ore il mezzo del giorno, mense innumerevoli ed abbondanti cuoprirono le tribune, così che la scena preparata a mestizia mutò ad allegrezza. Fra quali tripudii giunse prima la misera Geltrude, legata sopra carro, con vesti luride, chiome sparse e gran berretto di carta che diceva il nome, scritto con dipinte fiamme d’inferno. Convojavano il carro, tirato da bovi neri e preceduto da lunga processione di frati, molti principi e duchi sopra cavalli superbi; e dietro, cavalcati a mule bianche, seguivano i tre padri inquisitori. Giunto il corteggio, e consegnata la donna ad altri frati domenicani e teologi per le ultime e finte pratiche di conversione, ricomparve corteggio simile al primo per il frate Romualdo: ed allora gl’inquisitori sederono nella magnifica ordinata tribuna.
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The end
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