Read here

Lo spirito del male

Fëdor Dostoevskij · 1900 · Free in the US

17,244 words · about 1 h 12 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1900 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Lo_spirito_del_male&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Fëdor Dostoevskij
Language
Italian
Published
1900
Length
17,244 words · about 1 h 12 min
Sections
9 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (9)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 5 min
  3. II about 3 min
  4. III about 4 min
  5. IV about 18 min
  6. V about 14 min
  7. VI about 14 min
  8. VII about 8 min
  9. VIII about 7 min

Continue:

Front matter

ct

Indice

I

Ordynow dovè finalmente decidersi a mutare di alloggio. La sua padrona di casa, una povera donna molto innanzi in età e vedova di un impiegato, presso cui aveva fino allora occupato una cameretta, era stata costretta ad andare a vivere presso un suo lontano parente, Dio lo sa in qual paese, e, la cosa era stata così urgente che la misera non aveva potuto protrarre la sua partenza fino alla fine del mese. Il giovane che aveva pagato il fitto fino a quel termine e che contava profittarne, all’annunzio, guardò con dolore la sua cara cameretta, dove aveva gustato tanta pace e da cui non sarebbe uscito mai per tutto l’oro del mondo. Ordynow era un povero diavolo e come tutti i suoi pari pagava un prezzo derisorio pel fitto, sicchè quando la padrona partì, per poco non pianse varcando per l’ultima volta la soglia della sua serena dimora. Ei sa- lutò la porta di casa, postosi in testa il suo berretto cominciò ad errare per i vicoli di San Pietroburgo. Lesse a diversi cartelli “Appigionasi„ e la sua attenzione si fermò dapprima sulle case che colpivangli la vista per la loro grandezza e il cui aspetto abbastanza sporco, abbastanza negletto gli facevano sperare che vi incontrerebbe della povera gente, la quale volentieri gli cederebbe un piccolo angolo. Cominciò a cercare del suo meglio, ma ben presto si sentì penetrato da sensazioni nuove, quasi a lui sconosciute. Iniziando il suo itinerario non aveva pensato che al solo suo scopo: gli bisognava un alloggio. Ma poscia non fece che guardare intorno a sè con aria distratta, la vita e il movimento della strada agivano su lui con una potenza strana, alla quale non sapeva resistere e 1 suoi pensieri erravano vaghi indecisi in tutte le direzioni è in lui si risvegliava una curiosità strana, ma attraente. La folla rumoreggiante, il tumulto disordinato, quella preoccupazione della marcia, mille cose nuove per lui, il fatto che si trovava egli stesso fra la mandra andante composta di individui, che non avevano per nulla interessi gli uni con gli altri e non avevano essi stessi niente che attirasse l’interesse, tutti quei minuti dettagli della vita quotidiana nella sua banalità avrebbero annoiato qualunque Pietroburghese occupato di affari e che si agita in una attività sterile per tutta l’esistenza nel solo fine di guadagnare tanto da mantenere il suo calore vitale. Ma il nostro amico era lungi da questa indifferenza, ei sentiva una gioia calma e profonda; un rossore leggero coloriva le sue guancie pallide, i suoi occhi brillavano con una luce più viva ed egli aspirava a larghi tratti l’aria fredda, ma vivificante.... Si sentiva di una leggerezza non mai provata e si meravigliava di camminare diversamente dal solito...

Egli aveva menato sempre una vita delle più tranquille e delle più solitarie. Tre anni avanti, appena dopo aver ottenuto il suo primo diploma, che gli conferiva fino a un certo punto il dritto di disporre della propria persona, era andato presso un signore, che non conosceva che per fama. Là dovette attendere non poco in sala, finchè un piccolo valletto gallonato non lo annunziò per la seconda volta. Fu introdotto in una camera vasta e nuda, alta di vôlta, dove regnava una mezza luce, dove tutto era monotono, pulito, pesante come in molte case signorili antiche e dove, finalmente, lo ricevè un piccolo uomo dai capelli bianchissimi e dal petto costellato di decorazioni. Era questi il suo tutore, che in altri tempi era stato collega ed amico di suo padre nel servizio pubblico. Dopo poche parole, ciò che gli consegnò il suo interlocutore non era molto pesante; un pugno di monete d’oro, avanzo dei debiti e delle spese della vendita pubblica e ultimo residuo di un patrimonio trasmesso da un lungo seguito di generazioni.

Ordynow prese il suo rotolo d’oro, come avreb- be ricevuto un oggetto senza valore, disse addio per sempre al suo protettore e si ritrovò nella via dove faceva un freddo di autunno e nel cielo vagavano drappi di nuvole grigie. Egli era pensoso, provava una specie di tristezza e senza saper perchè era agitato da una febbre leggiera; cercò distrarsi e calcolare quanto avrebbe potuto vivere con quel danaro: due o tre anni e che, imponendosi delle privazioni, avrebbe potuto esser senza pensieri per quattro anni. Ciò lo rallegrò. Il cielo divenne oscuro, una pioggia fine cominciò a cadere ed ei fittò il primo alloggio e, senza cercare di più vi si istallò un’ora dopo. Per due anni, vivendo di una vita di recluso e come seppellito, divenne completamente selvaggio.

Sì, egli era diventato selvaggio senza ; nel suo spirito, giammai, anche in maniera passeggiera, sorgeva il dubbio che si potesse vivere altrimenti, che altri uomini avessero un’esistenza piena di bisogni, di rumori, di cambiamenti incessanti, di sovraccitazioni pungenti. Aveva inteso dire, è vero, di un’altra vita febbrile, agitata, ma essa gli era straniera e non voleva conoscerla nemmeno da lungi. Fin dall’infanzia, la solitudine aveva avuto grandi attrattive per lui e, in questa solitudine era stato invaso interamente dalla più profonda, dalla più insaziabile delle passioni, una passione che in un essere come lui non lascia nessun posto all’attività pratica.

Questa passione era stata quella della scien- za. Dapprima essa gli aveva preso la sua adolescenza, poi, come un veleno che s’insinua lentamente, gli aveva rubato il sonno della notte, perfino il suo nutrimento, privandolo ancora dell’aria respirabile che non poteva penetrare nella sua oscura dimora, mentre egli, tutto votato alla sua passione non si accorgeva di nulla. E questa passione fece di lui un fanciullo riguardo alle cose della vita esteriore, lo rese incapace del tutto ad aprirsi una strada a colpi di gomiti a spese degli altri, allorchè la necessità l’obbligherebbe a farsi una posizione o crearsi un asilo. Per molte persone la scienza è un capitale; la passione d’Ordynow era un’arma rivolta contro sè stesso. In lui era uno sforzo incosciente piuttosto che un desiderio chiaramente intravvisto; piuttosto che una curiosità ben determinata di apprendere e di sapere; e così ei procedeva nelle cose più tenui della vita che l’occupavano. Non era uscito ancora dall’infanzia e per la nessuna somiglianza nei modi di agire con i suoi camerati lo si era chiamato originale e strano. A causa della sua timidezza ebbe molto a soffrire della brutalità e del disprezzo degli altri fanciulli e perciò divenne selvaggio e tetro e non fece che immergersi sempre più nella solitudine. Ma nelle sue occupazioni non conservava nè un piano, nè un ordine preciso, non andava mai al di là del primo accesso di entusiasmo, del primo fuoco, della prima emozione artistica. Nella sua anima si sviluppava poco a poco, gradualmente un’imagine oscura, indecisa, ma la cui oscurità, la cui indecisione stessa contribuivano ad esaltarlo vieppiù; quella concezione si animava di una vita raggiante, si imponeva a lui, lo tormentava, l’assediava; ei ne sapeva l’originalità, la realtà, la novità; il desiderio di creare si formava in lui, si fortificava, si impadroniva di tutte le sue facoltà. Ma questo era un miraggio, non produceva nulla; il momento decisivo che fa nascere un’opera era sempre lontano, molto lontano da lui.

II

Egli passava per le vie come un eremita dopo aver lasciato la sua solitudine per percorrere una città piena di rumori. Tutto gli appariva nuovo, di una novità strana ed era così stupito alla vista del mondo che si agitava intorno a lui, che non pensava nemmeno a rendersi conto della sensazione che provava. Non notava lo spavento timido che era l’essenza stessa del suo carattere e provava solo quella specie di gioia che può sentire un affamato, a cui dopo un lungo digiuno si presentano piatti succolenti e deliziose bevande. Per un abitante a Pietroburgo, il cambiare di alloggio era certamente il più banale degli incidenti e non vi era nel fatto nulla che potesse turbare e mettere fuori di sè un essere umano, fosse anche un Ordynow; ma ei si tro- vava in una situazione che non aveva mai conosciuta, a cui non aveva mai pensato: il dovere agire nel dominio della realtà.

La sua passeggiata senza scopo di strada in strada lo divertiva sempre più ed egli la prolungò, interessandosi a tutte le minuzie come un vagabondo. Ogni cosa l’emozionava, nessun dettaglio andava perduto e il suo sguardo pensoso si fermava posatamente sulle fisonomie che passavano vicino a lui. La sua anima leggeva fra i lineamenti come in un libro, a traverso gli sfondi del quadro che si presentava innanzi a lui. E più contemplava attentamente ciò che gli sfilava innanzi, più si sentiva penetrato da una disposizione benevola, ascoltando la parola umana; sembrava che fosse portato a paragonare quel che ascoltava con le idee che si erano formate nel suo proprio spirito durante le ore solitarie delle sue notti. Senza dubbio gli avveniva di stupirsi di alcuni dati senza valore, di commuoversi, e per la prima volta si rimproverò di esser vissuto come murato nel suo sepolcro. Ma questa dolorosa impressione si dissipò; il suo polso batteva con forza, con febbre, i pensieri sorgevano più rapidi, più arditi. Quanto era estraneo a ciò che vedeva! Quale incanto sentiva nel vedere le cose stesse, dopo averle immaginate senz’altro aiuto che l’istinto artistico! Quella incosciente contemplazione, malgrado la sua vivacità finì per far posto ad altre idee, la realtà gli ispirava, malgrado lui, un sentimento di an- goscia e di timore. Spaventato dalla marea saliente delle nuove impressioni cominciò a provare una specie di stanchezza e si trovò nella situazione di un malato, che ha avuto infine la gioia di poter lasciare il suo letto e che nella debolezza cammina con passo vacillante sotto i fasci della luce diffusa da cui è circondato, e che, abbagliato, vinto da vertigine vede il mondo esteriore come una massa confusa e vorticosamente girante. Egli era invaso dall’inquietudine, dalla tristezza, come se avesse avuto a temere qualche cosa per la sua forza di azione o anche pel suo avvenire. Un pensiero nuovo gli era sopravvenuto che non gli dava riposo. Esso era sorto subitaneamente nel suo spirito: non aveva forse sciupato nella solitudine tutta la ricchezza della sua vita? Nessuno l’amava e nessuna affezione l’attaccava ad un essere umano. Ei non aveva mai conosciuto i suoi parenti. Al principio della sua passeggiata aveva fatto alcuni tentativi per conversazione con i passanti, ma molti lo guardarono con stupore, altri gli fecero un’accoglienza meno incoraggiante e subito si accorse che lo prendevano per pazzo o per un originale, quasi maniaco. E, si ricordò che già altre volte le persone si sentivano in soggezione in sua presenza e che, allorchè era ancora fanciullo, lo si fuggiva a causa della sua indole e della sua cera solitaria e sognatrice. Quanto aveva sofferto allora di non essere come gli altri fanciulli!

Era arrivato senz’accorgersene in un quartiere della città molto distante dal centro: entrò in una trattoria, si fece servire un pranzo leggiero ed uscì per percorrere con un passo ancora più rapido le piazze e le strade.

Delle siepi, che l’autunno seccandole, aveva reso gialle e grigie, delle case dalle mura macchiate di umido passavano innanzi a lui; qua e là vaste costruzioni, officine in pietre annerite dal tempo e dal fumo erano dominate dagli alti camini. Non una creatura umana intorno a lui e in lontananza tutto aveva un’aria oscura e ostile, o almeno così sembrava a lui.

Venuta la sera entrò in una lunga strada e arrivò su di una gran piazza dove s’innalzava una chiesa.

III

Ordynow entrò in quella chiesa senza sapere il perchè. In quel momento terminava l’ufficio della sera e il tempio era quasi deserto. Vicino all’entrata due vecchie stavano in ginocchio. Il sagrestano, un piccolo uomo calvo spegneva i ceri. I raggi del sole al tramonto traversavano una lunga finestra bucata nella cupola, spandevano un’onda di luce che cadeva a fasce su uno degli altari laterali, e quella luce che s’indeboliva gradatamente a misura che la volta si oscurava rendeva più vivi i riflessi delle icone dorate, sulle quali cadevano i raggi delle lampade e dei ceri. Vinto da un accesso di malinconia, piegato sotto il peso delle proprie sensazioni, Ordynow si era addossato a un muro nella parte più oscura dell’edificio ed era rimasto in quell’attitudine, la testa vuota di ogni pensiero. Dei passi risonanti sotto la vôlta attrassero la sua attenzione e vide entrare due persone che gli diedero un movimento irresistibile di curiosità al primo guardarli. Uno era vecchio, l’altra una giovane donna.

Il vecchio, al quale l’età non aveva tolto niente della sua linea retta e della sua aria robusta, era di alta statura, ma magro e di un pallore malaticcio. Aveva l’aria di un mercante il cui domicilio doveva essere molto lontano di là. Il suo lungo caftan guernito e foderato di pelliccia, che gli dava un’aria di solennità era aperto e lasciava vedere un costume russo. Un foulard di un rosso vivo era negligentemente annodato intorno al suo collo e teneva in mano il berretto di astrakan; sul suo petto scendeva in liste lunghe la sua barba grigia e le sue pupille abbassate si rialzavano qualche volta, lasciando sfuggire uno sguardo brillante di febbre, di inquietudine e di orgoglio.

La donna che doveva avere circa venti anni era di una seducente bellezza. Una semi-pelliccia azzurra, bordata di un’orlatura di gran valore l’avvolgeva; la sua testa era coperta da un piccolo scialle di seta bianca annodato sotto il mento. Ella camminava con gli occhi bassi, l’aria sognatrice, ma con una specie di fierezza che si disegnava ugualmente nei contorni graziosi rotondi, quasi infantili, del suo viso.

Quella coppia era fatta per attrarre la sua attenzione.

Il vecchio si fermò in mezzo alla chiesa e benchè questa fosse interamente deserta, ei fece una riverenza con la testa in quattro direzioni e fu imitato dalla sua compagna. Allora ei la prese per mano, la condusse fino all’altare maggiore. Questo altare era sormontato da una statua di grandezza naturale rappresentante la Vergine a cui la chiesa era consacrata, e quella statua scintillava da tutte le parti, grazie ai raggi luminosi che si riflettevano sulle pieghe dell’abito, sull’oro e sulle gemme da cui era adorna.

Il vecchio, al pari del sagrestano, face innanzi all’imagine una riverenza rispettosa e una inclinazione della testa; la donna si curvò fino a terra; il vecchio prese l’orlo del velo che circondava il piedistallo dell’icona e ne coprì la testa della giovane donna.

Si intesero nella chiesa singhiozzi soffocati,

Ordynow era immobile per lo stupore e aspettava con impazienza la fine della cerimonia. Dieci minuti dopo la straniera rialzò la testa e lo splendore dei ceri si diffuse a ondate sul suo viso estatico. Ordynow si avvicinò di qualche passo, ella aveva teso la mano al vecchio ed entrambi abbandonarono la chiesa lentamente. Gli occhi dalle lunghe ciglia della giovane lasciavano sfuggire delle lagrime che scorrevano sulle sue guancie umide, sulle sue labbra si abbozzava un pallido sorriso, ma il suo viso lasciava intravedere una specie di timore infantile, un’angoscia enigmatica. E, si stringeva timidamente al vecchio che sembrava contento nel vederla tremare di emozione.

Ordynow provava qualche cosa di particolare che lo decise a seguirli e sotto la porta della chiesa li raggiunse. Il vecchio gli lanciò uno sguardo crudo e ostile; ella lo guardò pure, ma con aria distratta, come se il suo pensiero fosse molto lungi di là. Ordynow li seguì a rispettosa distanza, senza però potersi dire perchè agiva così.

Cadeva affatto la notte.

Il vecchio e la sua compagna entrarono in una lunga e larga via fangosa abitata da piccoli commercianti, da mercanti di farine, da vetturali, le cui rimesse erano numerose. Di dà, i due personaggi passarono in una via stretta i cui due lati erano limitati da altri portoni. Questi portoni terminavano alla muraglia gigantesca ed annerita di una casa di pietra a quattro piani, la cui corte terminava ugualmente in una via larga e affollata. Essi si avvicinavano già alla casa. A un tratto il vecchio si volse e lanciò a Ordynow un colpo d’occhio malevolo; il giovane si fermò subito come se i suoi piedi avessero preso radice al suolo.

Il vecchio guardò di nuovo intorno a sè, con attenzione, come per convincersi che il suo colpo d’occhio avesse prodotto l’effetto desiderato, poscia la giovane spinse la porta che dava nella corte della casa e Ordynow se ne tornò. Egli era di cattivo umore e si irritava contro sè stesso, perchè attaccava importanza tutta particolare a un fatto di una frequenza ben triviale, quello di aver finito con un’imbecillaggine una giornata, che d’altronde era stata interamente perduta.

Il mattino quando si era rimproverato con vivacità il suo spavento in cospetto degli uomini, ei sentiva per sè come un avvertimento istintivo che doveva evitare tutto ciò che poteva agitare e sconvolgere la sua esistenza. Ed era con dolore, con tristezza che pensava a quell’angolo oscuro, dove la sua esistenza era passata così tranquilla. Rientrato in casa, accese una candela e come tutto era immerso nel silenzio intorno a lui, l’imagine della bella giovane sorse innanzi al suo spirito. E questa impressione era così attraente, vi era tanto incanto in quei lineamenti, egli era penetrato da un’influenza così dolce e così imperiosa, che i suoi occhi si turbarono e sentì un torrente di fuoco scorrere nelle sue vene.

Ma questo stato non durò molto, successe in breve il dispetto e infine una collera impotente; si gettò vestito com’era sul letto, e si avvolse nella coltre.

IV

L’indomani si svegliò molto tardi e in una disposizione ancora più melanconica. Si decise penosamente a fare qualche passo per trarsi d’imbarazzo. Finì per riprendere la sua passeggiata e ciò fece in un senso tutto opposto a quello che aveva seguito il dì innanzi: in casa di un povero tedesco chiamato Spiess, che aveva la sua figlia con lui, trovò un piccolo angolo ben modesto, proprio quello che gli bisognava. Spiess rifiutò il pagamento dell’alloggio, accettò il bicchiere di entrata e lodò l’amore di Ordynow per la scienza. Da parte sua Ordynow promise di prendere alloggio la sera stessa e partì per tornare a casa, ma cambiò ben presto idea e prese la direzione opposta. Ei si divertiva internamente al vedersi diventato così curioso, ma l’impazienza lo pungeva e trovò la strada infinitamente lunga. Era infine arrivato alla chiesa dove era entrato la sera innanzi. Vi si celebrava. Cercò un posto di dove poteva vedere tutti i preganti, ma quelli che aspettava non v’erano. Dopo aver atteso a lungo partì, e si costrinse per via a pensare a tutt’altra cosa. Pensò alla prossima ora del desinare e siccome sentiva appetito entrò nella trattoria dove aveva pranzato il giorno prima. Poscia andò di qua e di là, tanto che alla fine non sapeva con precisione in qual quartiere si trovasse, le grandi vie essendo piene di gente, mentre le piccole erano deserte.

Egli giunse in un luogo quasi spopolato, dove la città sembrava aver fine e di dove non si vedevano che campi riarsi. Il vento era freddo, quasi ghiacciato, come avviene, spesso a Pietroburgo nel mese di ottobre. Vicinissimo vide una capanna, vicino a covoni di fieno, a una carretta a due ruote, e, una vecchia giumenta che sembrava sognare con la testa china. Una ruota spezzata giaceva a terra, il cane da guardia rosicchiava un osso ringhiando, un fanciullo di tre anni in camicia lacera scherzava nella polvere della via. Dei campi a cultura paludosa si estendevano dietro la capanna. All’orizzonte del cielo azzurro si disegnava il contorno oscuro delle montagne, dall’altro lato fluttuavano e si toccavano le nuvole di un color grigio sporco. Come tutto questo era silenzioso e triste!... Ordynow camminava sempre; quella solitudine l’opprimeva. Si volse e si diresse di nuovo dalla parte della città di dove veniva un suono smorzato di campane che sembrava l’invitasse al servizio religioso della sera. Egli affrettò il passo e si ritrovò ben presto nella chiesa dove aveva provato due giorni innanzi quella sì grande gioia.

La sua incognita vi era di già. Essa stava là, inginocchiata, non lungi dall’entrata, in mezzo alla folla dei fedeli. Ordynow si apri un passag- gio a traverso la folla dei pezzenti: vecchie donne lacere, infermi, storpî che domandavano l’elemosina alla porta della chiesa e andò a mettersi in ginocchio presso la giovane. I loro abiti si toccavano, intese la sua respirazione precipitata, le vide agitare le labbra nell’ardore della preghiera. Erano gli stessi lineamenti, la stessa espressione di preghiera dolorosa, delle lagrime scorrevano lentamente, senza fermarsi, e si seccavano sulle sue guancie brucianti come per lavare la traccia di un fallo terribile.

Il luogo dove essi erano inginocchiati era affatto nell’ombra, appena di quando in quando l’agitazione dell’aria prodotta da un vetro rotto, facendo oscillare da quella parte la fiamma di una lampada, vi gettava un furtivo raggio che rischiarava i contorni del di lei viso. I menomi dettagli si incidevano nella memoria del giovane, turbavano il suo sguardo e penetravano nel suo cuore con solchi brucianti. Egli non potè a lungo soffrire questa sensazione di estasi dolorosa: il suo petto si sollevava convulsivamente, appoggiava la sua testa infiammata contro la balaustra fredda di marmo; ei non comprendeva, non vedeva, non sentiva che quell’agonia in cui il suo cuore si contraeva in un’angoscia piena di voluttà. Certamente, questa eccitazione nervosa, quella rivelazione del sentimento si erano preparate, sviluppate nella solitudine di molte notti, nella loro lunghezza infinita, nei loro torpori, nelle loro insonnie. Questo doveva fatal- mente avvenire. È così che dopo una giornata di calore opprimente il cielo si oscura d’improvviso e che l’uragano si precipita in pioggia e fulmini sulla terra alterata. Allora degli smeraldi scintillanti si sospendono ai rami, allora le erbe si piegano al suolo, i fiori inclinano le loro delicate corolle per rialzarle ai primi raggi di sole, per contemplare di nuovo la luce del giorno faccia a faccia, per innalzare verso il cielo il profumo dei loro tubercoli; allora ogni cosa riprende vigore, vita, tutto respira, tutti gli esseri si bagnano nelle onde rinfrescanti di una esistenza nuova.

Ordynow non comprendeva nulla di ciò che gli avveniva; egli aveva a stento coscienza di sè stesso.

Si accorse appena che il servizio religioso era sul punto di finire, rinvenne allorchè, seguendo l’incognita, dovè aprirsi un passaggio a traverso la folla. Trattenuta dalla pressione della gente che usciva contemporaneamente, essa si era fermata più di una volta ed allora egli aveva incontrato il suo limpido sguardo; ella arrossì di un rossore leggiero simile a quello dell’aurora nascente. A un tratto scorse pure il vecchio di due giorni prima; egli aveva la fisonomia molto collerica, molto cattiva, molto scaltra. Nell’oscurità, Ordynow non tardò a perderli di vista entrambi, ei respinse rudemente quelli che lo circondavano ed uscì dalla chiesa. La fredda brezza della sera non lo rinfrescò, il suo petto era come chiuso in una morsa, il suo cuore batteva con violenza, come volesse rompere le pareti della sua prigione. Allora si sviluppò in lui un pensiero, si formò uno di quei progetti bizzarri, ma arditi, che riescono quasi sempre per stravaganti che siano, quando la loro esecuzione segue immediatamente la concezione.

L’indomani, alle ore otto antimeridiane, andò al luogo dove abitavano i suoi incogniti. In una di quelle dietro-corti fangose della casa incontrò il portinaio; questi interruppe il suo lavoro, si appoggiò sul manico della sua pala, considerò Ordynow dai piedi alla testa e gli chiese ciò che volesse. Quest’individuo era un giovane di circa venticinque anni, i cui lineamenti senili accusavano la sua origine tartara.

— Io cerco un alloggio — gli dice Ordynow con tono impaziente.

— Che? che? — replicò il portinaio squadrando Ordynow, come se sapesse il vero movente delle sue intenzioni.

— Io vorrei prendere a fitto una camera solamente.

— Non ve n’è una sola in tutta la casa.

— Forse, ne troverò una — dice Ordynow mettendo una moneta di dieci Kopecks nella mano del Tartaro.

Il Tartaro lo guardò, prese la moneta, si dondolò sulla sua pala; poi, dopo qualche istante di silenzio, ripetè:

— No, non v’è neppure una camera da fittare.

Ma il giovane non l’ascoltava più, egli aveva attraversato la corte fangosa dalle lastre oscillanti, si era slanciato verso la scala situata di fronte a lui che conduceva nella casa umida e mal tenuta. Al primo piano abitava un povero fabbricante di bare; Ordynow passò innanzi alla sua bottega, per una scala crollante e puntellata arrivò al secondo piano, in un corridoio così oscuro che dovè camminare tastando i muri. Sentì una porta innanzi alla quale una stuoia lo fece incespicare, nel sostenersi la sua mano afferrò un lucchetto, lo girò quasi inconsciamente, la porta si aprì. Egli era in presenza del vecchio della vigilia, che lo guardava fisso e stupefatto.

— Che vuoi tu? — gli domandò brevemente e a voce bassa.

— Vi è una camera da fittare? — interrogò Ordynow; che non si sentiva in stato d’impiegare tutte le circonlocuzioni pensate prima.

Dietro il vecchio aveva scorto la sua incognita.

Il vecchio si disponeva a chiudergli la porta, sul naso, senz’altro, quando la voce della giovane si fece sentire e disse:

— Sì, noi possiamo disporre di una camera.

Il vecchio riaprì subìto la porta.

— Io non ho bisogno che di un piccolo angolo — disse Ordynow facendo qualche passo nella camera e rivolgendosi alla giovane bellezza.

Ma si fermò di botto, appena ebbe scorto i suoi due futuri ospiti.

Il vecchio, divenuto di un pallore cadaverico, sembrava sul punto di svenire, i suoi occhi spaventati, rivolti verso la giovane avevano lampi dai riflessi di piombo; essa stessa era impallidita, ma quel pallore aveva poco a poco fatto posto a un vero rossore e il suo sguardo scintillava in modo particolare.

Ella precedè Ordynow per mostrargli la camera in questione.

L’appartamento si componeva di una sola stanza estremamente vasta che due separazioni in mattoni dividevano in tre camere. Si entrava dapprima in un’anticamera stretta e oscura: la separazione era bucata da una porta che conduceva direttamente nella camera da letto, a dritta si trovava il piccolo angolo che era da fittare.

Esso era stretto in lunghezza e in larghezza e ingombrato di una quantità di utensili domestici. Malgrado la cura che si aveva per mantenerla pulita, questa cameretta non aveva meno un aspetto miserabile. Il mobilio si componeva di una tavola di legno bianco, di due sedie semplicissime e di uno scaffale fisso al muro. Una grande icona di maniera arcaica e coronata di oro era posata su una tavoletta in un angolo e innanzi ad essa luccicava una lampada. La immensa stufa russa occupava una parte di questa cameretta e una parte dell’anticamera. Era evidente che tre uomini non potevano abitare insieme in uno spazio così angusto.

Decisero a lungo sul prezzo e finalmente furono d’accordo. Ordynow gettò intorno un’occhiata e dichiarò di voler prendere possesso della sua dimora quel giorno medesimo. Il pallore del vecchio non era diminuito, ma aveva sulle labbra un sorriso di sogno; allorchè i suoi occhi incontrarono quelli di Ordynow, la sua fronte si oscurò di nuovo.

— Hai tu le carte di condotta? — gli chiese con voce soffocata aprendo la porta che dava nell’anticamera.

Ordynow sorpreso, rispose affermativamente.

— Chi sei tu?

— Wassili Ordynow, nobile, senza professione, avente delle risorse personali — rispose egli, imitando la voce del vecchio.

— Io sono Ilja Murin, piccolo borghese. Vi basta questo?

Un’ora dopo Ordynow era stabilito nel suo nuovo alloggio.

Com’era accaduto tutto ciò? Non ne sapeva niente e non cercava nemmeno di comprenderlo.

La testa gli girava, tutti gli oggetti si movevano innanzi a lui. Si mise macchinalmente ad accomodare i suoi poveri effetti; sciolse la sua valigia e ne cavò ciò che gli era indispensabile, aprì il sacco da notte pieno di libri e li allineò sulla tavola, ma ben presto si sentì incapace di prolungare quel lavoro, innanzi ai suoi occhi fluttuava in un’aureola di luce, l’imagine di una creatura affascinante. L’anima in preda a un turbamento profondo, sospese il lavoro, cercò le sue carte e andò a presentarle al suo ospite, nella speranza di vedere la fanciulla. Murin non fece che socchiudere la porta, prese le carte e rispose: “sta bene! sta bene! non parliamone più„, e con queste parole richiuse la porta.

Una sensazione penosa invase Ordynow, che non sapeva perchè l’idea di rivedere il vecchio gli fosse insopportabile. Ritornò nella sua cameretta. Presso la stufa, dove si cuoceva il pasto, una vecchietta tutta curva andava e veniva. Essa era così sporca nei suoi cenci da far pietà a vederla. Ella circolava borbottando e Ordynow mai aveva visto sporcizia più odiosa e più laida. Le rivolse la parola, ma quella rimase, per malizia, silenziosa. Infine venne l’ora del pranzo. La vecchia trasse dal fornello della stufa la zuppa ai cavoli, le patate e la carne e servì il tutto ai padroni, poscia ne portò anche ad Ordynow. Quando il pranzo fu finito, un silenzio sepolcrale regnò in tutta la casa.

Il giovane prese un libro e si mise a tagliarlo, cercando di trovare un significato alle parole che egli leggeva e rileggeva. Dopo un istante lasciò il libro e si occupò a mettere in ordine le sue cose, ma s’impazientò di nuovo; allora prese il berretto e il mantello ed uscì di casa. Come errava per le vie senza preoccuparsi della direzione, si sforzò di raccogliere le sue idee e di riflettere sulla sua situazione presente. La riflessione l’immerse in un turbamento, in un orgasmo penoso; sentiva onde di calore e di freddo scorrere per la sua persona, il cuore gli batteva sì forte, con tale violenza, che era costretto ad appoggiarsi ai muri.

— Varrebbe meglio essere morti, sì, la morte sarebbe preferibile! — mormoravano le sue labbra brucianti. Tutto ad un tratto accorgendosi che camminava nel rigagnolo e che era bagnato fino alle ginocchia, si affrettò a tornare a casa. Non lungi dalla sua abitazione gli sembrò che il Tartaro lo squadrasse curiosamente, ei gli si avvicinò e gli rivolse la parola.

— È da molto tempo che occupi questo posto?

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…