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Amleto

William Shakespeare · 1901 · Free in the US

32,415 words · about 2 h 16 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1901 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Amleto_(Rusconi)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Language
Italian
Published
1901
Length
32,415 words · about 2 h 16 min
Sections
24 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (24)
  1. Indice under 1 min
  2. Avvertenza del traduttore Carlo Rusconi about 2 min
  3. Shakespeare about 6 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Scena I about 6 min
  6. Atto primo - Scena II about 9 min
  7. Scena III about 4 min
  8. Scena IV about 3 min
  9. Scena V about 6 min
  10. Scena I about 4 min
  11. Scena II about 20 min
  12. Scena I about 6 min
  13. Scena II about 14 min
  14. Scena III about 3 min
  15. Scena IV about 7 min
  16. Scena I about 2 min
  17. Scena II about 1 min
  18. Scena III about 2 min
  19. Scena IV about 2 min
  20. Scena V about 7 min
  21. Scena VI about 1 min
  22. Scena VII about 7 min
  23. Scena I about 11 min
  24. Scena II about 14 min

Continue:

Indice

Atto primo

Atto secondo

Atto terzo

Atto quarto

Atto quinto

ca:Hàmlet de:Hamlet en:The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark eo:Hamleto, reĝido de Danujo es:Hamlet fr:Hamlet hu:Hamlet pl:Hamlet pt:Hamlet: drama em cinco actos zh:漢姆萊脫

Avvertenza del traduttore Carlo Rusconi

AVVERTENZA

DEL TRADUTTORE CARLO RUSCONI

La prima edizione conosciuta dell’Amleto è quella del 1603. Ha per titolo: «La Tragica Storia di Amleto, principe di Danimarca, di Guglielmo Shakespeare, quale fu varie volte rappresentata dai servi di Sua Altezza nella città di Londra, siccome pure nelle due università di Cambridge e di Oxford, e altrove. Stampata a Londra da N. L. e Giovanni Trundell, 1603.» La sola copia di questa edizione è nella biblioteca del Duca di Devonshire, ed è molto logora. Fu ristampata nel 1825.

La seconda edizione dell’Amleto fu fatta nel 1604 e venne intitolata: «La Tragica Storia di Amleto, principe di Danimarca, per Guglielmo Shakespeare. Nuovamente ristampata e ampliata fino quasi alle prime proporzioni, giusta una vera e perfetta copia. Edita da G. R. per N. Landure. 1604, 4.°» Questa edizione fu ristampata nel 1605, nel 1609 e nel 1611, e vi è altresì un’edizione in quarto, senza data, ma certo di quel tempo. Steeven rinnovò l’edizione del 1611.

Il testo sul quale è fatta la seguente edizione dell’Amleto è quello dell’edizione in-folio del 1623, testo assai più corretto di quelli di Johnson, di Steeven, di Reed e di Malone, e che qui si riporta. Caldecott, nel suo Saggio per un’edizione di Shakespeare, provò come quella edizione superasse in bontà le altre, e come i mutamenti che vi si riscontravano fossero opera dell’autore. Si sarebbero potuto porre a piè di pagina di questa pubblicazione tutte le varianti di quei differenti testi, ma il lavoro si raddop- piava, e per gl’Italiani specialmente non era forse che una sterile erudizione. Omettendo la ristampa delle varianti e facendo capo al testo del 1623, non si tralasciò nullameno di consultare le altre edizioni, tutte le volte che potevano giovare ad illustrare qualche luogo difficile.

La vita di Amleto è raccontata dallo storico danese , che morì nel 1204, ed è ripetuta nelle novelle di , cominciate nel 1564. È incerto tuttavia se l’autore si sia giovato di quei materiali o non abbia trovato sulla scena un altro Amleto, da lui poi rifuso interamente. parla di un vecchio Amleto che avrebbe preceduto questo di Shakespeare. dice che «la storia di Amleto formava il soggetto di un dramma che era recitato prima del 1589.» afferma anch’egli che un altro Amleto deliziava il pubblico inglese prima di quello di Shakespeare, lavoro che poi sarebbe andato perduto; altri scrittori però furono d’avviso diverso e si adoperarono a dimostrare che si erano avute in conto di prova alcune semplici congetture, e che il primo Amleto che calcò veramente la scena inglese fu quello di Shakespeare.

Shakespeare

Sdegnando la fama, dubitando degli uomini e della loro memoria, quasi inconscio del proprio genio, morì Shakespeare, e la leggenda si è impadronita della sua vita. , il quale scriveva nel XVII secolo, lo dice figliuolo d’un beccajo, e alcuni aggiunsero che faceva arringhe patetiche agli spettatori prima di scannare i vitelli: sostiene ch’era mercante di lana; lo vuole occupato nei lavori di pellajo; alcune carte ce lo presentano come affittajuolo, e tutte queste congetture si convalidarono con documenti ostentati come scoperte, e sovra ciascuna si scrissero famosi articoli di critica, s’inventarono novelle e si dipinsero quadri. Che più? Vi furono perfino scrittori, come l’americano , che sostennero non essere stato Shakespeare che un semplice attorello, e che i suoi drammi furono scritti dal famoso .

Di Shakespeare è incerta perfino l’ortografia del nome. Negli archivi di Stratford lo si trova scritto in tredici modi diversi, da Shakspere (più usato nella contea natale) a Shaxper, Chacsper ecc. La forma Shakespeare, generalmente adottata, pare più conforme all’etimologia, che al dire di , farebbe derivare il nome da «vibrante la lancia»

Suo padre Giovanni, secondo le ricerche più credibili, era un fittajuolo, e questa professione metterebbe l’accordo fra le diverse leggende, perchè nel secolo XVI, non conoscendosi la divisione del lavoro, avrà il padre stesso ucciso i vitelli che pascolavano ne’ suoi prati, venduta la lana delle sue pecore, preparato le pelli delle sue bestie prima di venderle; e se il figlio lo ajutò in questi lavori, dobbiamo bene guardarci dal concludere che sia stato beccajo o lanajuolo o pellajo.

Si mostra ancora a Stratford la casetta dove il poeta nacque nell’aprile del 1564: il giorno preciso lo si ignora, conoscendosi solo la data del battesimo che fu il 26 di quel mese. Mentre Guglielmo giuocava in quella vecchia casa di Stratford, il padre era chia- mato agli onori municipali, e nel 1568 egli divenne bailiff, che è quanto dire il primo magistrato della sua città. Stratford possedeva scuole, dove i figli dei membri delle Corporazioni venivano educati senza spese, e quivi il futuro poeta imparò un po’ di latino e un po’ di greco. Più tardi imparò a Londra il francese, l’italiano e forse lo spagnuolo. Vuolsi che strettezze domestiche gli abbiano fatto lasciare gli studj a mezzo: alcuni scrivono che si acconciò a fare il maestro di scuola, altri lo scrivano d’avvocato; altri invece, e fra questi, ce lo dipingono fra i bevitori di birra, sfidandoli sotto un albero di pomi a tracannare la bionda cervogia, e vincendo le scommesse. Non vi sono argomenti nè per affermare, nè per negare.

Quel che sappiamo di certo (perchè nel 1836 fu scoperto e pubblicato l’atto legale) è che nel dicembre 1582 Guglielmo, a 18 anni e 8 mesi, sposò Anna Hathaway che contava otto anni più di lui, e che cinque mesi dopo gli nacque la figlia Susanna. I pudichi biografi inglesi si trovano a disagio fra queste due eloquenti date che spiegano il motivo del matrimonio colla matura donzella; ma non si possono alterarle. È certo però che se l’amore unì, prima del prete, Guglielmo ed Anna, poco dopo battè l’ali lungi da quella casa. Nondimeno la moglie regalò ancora nel 1585 due gemelli al marito; ma questi, poco apprezzando tale fortuna, scappò di casa e si recò a Londra.

Si vuole che sia fuggito da Stratford per una questione avuta con sir Tommaso Lucy: Shakespeare avrebbe cacciato di contrabbando sulle terre del Lucy, e sarebbe stato costretto a comparire in umile atto davanti all’offeso. Il poeta si vendicò affiggendo una satira alla porta del castello: l’ira di sir Tommaso costrinse Shakespeare a cercare miglior fortuna altrove.

Il suo genio lo spingeva al teatro. Una tradizione vuole che, non sapendo come vivere, fosse ridotto a custodire alle porte dei teatri i cavalli degli spettatori. Questa si giudica una favola; piuttosto si sa che entrò in una compagnia comica, sebbene senza troppo distinguersi. La parte più importante che sostenne, pare sia stata quella del fantasma nell’Amleto. «Il primo erede della mia fantasia (scrisse egli) fu Venere e Adone» un poemetto pieno di fuoco; poi la Lucrezia, frutto dello studio di Tito Livio.

Prima di scrivere egli stesso per il teatro, si esercitò a ritoccare i drammi degli altri, e il suo primo lavoro originale fu la commedia Pene d’amor perdute, fantasia ricca di brio, che rivela l’esuberante giovinezza del genio. Seguì la Commedia degli equivoci, inspirata dai Menecmi di Plauto, poi il Sogno d’una notte d’estate; ma il capolavoro di questo periodo giovanile rimase Giulietta e Romeo. Strano a dirsi! Egli non premetteva neppure il nome ai capolavori che andava scrivendo, e tollerava che lo stesso gran nome apparisse sui manifesti serali, nell’elenco dei commedianti più modesti.

Nel secondo periodo della sua vita si mostra ad un tempo profondo conoscitore della natura umana, storico e poeta che non si spaventa di nessuna arditezza, perchè tutte le vince. A questo periodo appartiene «la magnifica epopea nazionale», come diceva Schlegel, de’ suoi drammi storici, che cominciano col Riccardo II e si chiudono con Enrico VIII.

Da questi lavori inglesi passò ai drammi dell’umanità e si levò alla massima altezza, dove rimarrà forse insuperato, entrando in una nuova fase coll’Amleto, la tragedia del pensiero. Vien quindi l’Otello, la tragedia della gelosia, il Macbeth, la tragedia del terrore, e infine le tragedie romane, inspirate da , e le commedie fantastiche che riflettono il cielo e la terra, come la Tempesta, che chiuse il ciclo luminoso.

Degli amori di Shakespeare si scrisse molto e in modo diverso, secondo l’umore del biografo. Vi fu chi lo fece sospirare ai piedi della «vergine regina» l’Elisabetta dai capelli rossi; altri raccontano aneddoti più prosaici. Shakespeare soleva frequentare l’albergo della Corona ad Oxford, dove eravi una bella ostessa, e il figlio di questa, che fu il poeta , si vantava di aver avuto per padre il gran tragico, per uno strappo al contratto conjugale fatto dalla madre. Un’altra volta Guglielmo udì una bella signora dare la posta ad un comico, ed avvisarlo di bussare alla sua porta di nottetempo, dicendo: «Io sono Riccardo III.» Shakespeare, prima dell’ora stabilita, si recò al convegno; ajutato dal bujo, si so- stituì al compagno, e quando fu conosciuto, pare non riuscisse sgradito; e allorchè il povero comico, bussando alla porta, gridava: «Son Riccardo III», il poeta, fattosi alla finestra, con accento beffardo gli rispose: «Ed io sono Guglielmo il Conquistatore.»

Ne’ suoi Sonetti si lagna degli affanni d’amore, e in quelli che scrisse sul finire della sua esistenza, vibra la nota patetica e sconfortata. «Tu puoi vedere in me (dice alla sua bella) quella stagione dell’anno in cui le foglie ingiallite (poche se pur ne rimangono) pendono ai rami che fa tremolare la brezza: frascati in rovina e sfrondati, ove poc’anzi garrivano gli uccelli... Non piangere per me, allor ch’io sia morto, più lungamente del tempo in cui udrai la tetra squilla annunziare alla terra che sono fuggito da questo mondo vile per abitare coi vermi, più vili ancora. Se leggi queste parole, scordati della mano che le vergò: ti amo tanto, che desidero essere cancellato dalla soave tua rimembranza, se pensando a me, tu potessi essere infelice. Oh! se getti uno sguardo su questi versi, quando io non sarò più che argilla, non ripetere il mio povero nome, o lascia che il tuo amore appassisca colla mia vita.»

Stanco, perseguitato da un amaro cruccio verso tutti, si ritirò nella sua casa di Stratford, dove viveva ancora la moglie. Maritò le sue due figliuole (l’unico maschio eragli morto adolescente), e s’occupò del suo giardino, piantando il primo gelso che fosse veduto nella contea. Nel 23 aprile 1616 morì; ed alla moglie lasciò il suo «secondo miglior letto guernito» istituendo sua erede la primogenita Susanna. Fu sepolto nella chiesa di Stratford, vietando espressamente che si toccassero le sue ceneri. Alla sua memoria fu eretta in una nicchia, a guisa de’ santi, una statua dipinta, giusta la moda del tempo, di nero e di scarlatto. Più tardi si pensò all’apoteosi; ma rimaneva solo un po’ di cenere nella fossa di quell’uomo maraviglioso che aveva tracciato orma sì profonda sulla terra, e che, come disse , «la natura aveva fatto per contraffar sè stessa e imitare il vero.»

Personaggi

ct

CLAUDIO, re di Danimarca. AMLETO, figlio d’altro re, e nipote di Claudio. POLONIO, ciambellano. ORAZIO, amico dAmleto. LAERTE, figlio di Polonio. VOLTIMANDO, cortigiano. CORNELIO, cortigiano. ROSENCRANTZ, cortigiano. GUILDENSTERN, cortigiano. OSRICO, cortigiano. Un altro cortigiano Un prete MARCELLO, ufficiale. BERNARDO, ufficiale FRANCISCO, soldato. REINALDO, famigliare di Polonio. Un Capitano. Un Ambasciatore. Lo Spettro del Padre di Amleto. FORTEBRACCIO, principe di Norvegia. GERTRUDE, regina di Danimarca, e madre di Amleto. OFELIA, figlia di Polonio.

ct

Scena I

Bernardo.: Chi è là?

Francisco.: Rispondete a me; fermatevi, e dite chi siete.

Bernardo.: Viva lungamente il re!

Francisco.: Bernardo?

Bernardo.: Desso.

Francisco.: Venite con molta esattezza alla vostr’ora.

Bernardo.: Son battute in questo momento le dodici; va a letto, Francisco.

Francisco.: Vi ringrazio che veniate a rilevarmi; è un freddo acuto, e ho il cuore malato.

Bernardo.: Aveste una guardia quieta?

Francisco.: Non vidi muovere un sorcio.

Bernardo.: Bene, buona notte. Se incontrate Orazio e Marcello, miei compagni di guardia, dite loro di affrettarsi.

Francisco.: Parmi di udirli. — Fermatevi! Chi è là?

Orazio.: Amici di questo paese.

Marcello.: E sudditi della Danimarca.

Francisco.: Vi do la buona notte.

Marcello.: Addio, onesto soldato. Chi vi ha rilevato?

Francisco.: Bernardo ha il mio posto. Buona notte (Esce.)

Marcello.: Olà! Bernardo!

Bernardo.: Dite.... è Orazio costà?

Orazio.: Un brano di lui.

Bernardo.: Benvenuto, Orazio; benvenuto, buon Marcello.

Marcello.: Ebbene, è comparsa quella larva anche questa notte?

Bernardo.: Non ho veduto nulla.

Marcello.: Orazio dice che è solo la nostra fantasia; e non vuol credere alla tremenda visione a cui assistemmo due volte; perciò l’ho pregato a vegliare con noi questa notte, onde, se il fantasma ritorna, possa confermare quello che ci è occorso, e favellargli.

Orazio.: Tacete! tacete! e’ non ritornerà.

Bernardo.: Sediamo un momento, e lasciate che vi narriamo di nuovo una cosa, della quale vi mostrate si incredulo e che per due notti abbiam pure veduta.

Orazio.: Sia così, sediamo, e udiamo il racconto di Bernardo.

Bernardo.: La notte scorsa, allorchè quella stessa stella che vedi all’occidente del polo, aveva compiuto il suo corso per illuminare quella parte di cielo in cui ora risplende, Marcello ed io, nel momento in cui la campana batteva un tocco....

Marcello.: Taci, interrompi; mira, esso ritorna!

Bernardo.: Colle sembianze medesime del re estinto.

Marcello.: Tu sei dotto, parlagli, Orazio.

Bernardo.: Non somiglia al re? guardalo, Orazio.

Orazio.: Somigliantissimo, e mi empie di meraviglia e di terrore.

Bernardo.: Converrebbe parlargli.

Marcello.: Interrogalo, Orazio.

Orazio.: Or chi sei tu che usurpi quest’ora della notte, e insieme con essa la forma splendida e guerriera sotto cui talvolta si mostrava la maestà dell’estinto re? Pel cielo, parla, te lo impongo.

Marcello.: È sdegnato.

Bernardo.: Guarda! egli parte!

Orazio.: Fermati: parla, parla, te lo comando! (Lo spettro esce.)

Marcello.: È ito, e non vuol rispondere.

Bernardo.: Ebbene, Orazio? tu tremi e impallidisci; era fantasia soltanto o qualche cosa di più? Che ne pensi ora?

Orazio.: Dinanzi al mio Dio, non avrei mai potuto crederlo senza la testimonianza sensibile e sicura de’ miei occhi!

Marcello.: Non somiglia al re?

Orazio.:

Come tu somigli a te stesso: simile era l’armatura ch’ei portava allorchè combatteva l’ambizioso Nor- vegio; e così corrugavasi il suo viso il giorno in cui in una tempestosa conferenza percuoteva, il Polacco, e dalla slitta lo atterrava nel ghiaccio. — È strano.

MARCELLO.: Così, già per due volte, in quest’ora solenne, egli è passato davanti al nostro posto di guardia con passo marziale.

ORAZIO.: Non so quale possa essere il suo intento; ma, secondo il mio immaginare, ciò presagisce qualche strano commovimento pel nostro Stato

MARCELLO.: Ebbene, sediamo, e quegli che lo sa, mi dica perchè guardie tanto vigili e severe debbano così affaticare ogni notte i sudditi di questo paese? Perchè si fondono ogni dì tanti cannoni, e si comprano dal di fuori tanti strumenti da guerra? Perchè tal ricerca di costruttori di vascelli, ai quali il lavoro incessante non permette omai più di separare la domenica dagli altri giorni della settimana? Quali avvenimenti si preparano perché convenga all’artefice sudante di unire nelle sue opere le notti ai giorni? Chi potrà dirmelo?

ORAZIO.: Io, o dirò almeno le voci segrete che corrono. Il nostro ultimo re, la cui imagine ci apparve dianzi, fu sfidato, lo sai, a battaglia da Fortebraccio di Norvegia, cui il più invido orgoglio infiammava. Il nostro prode Amleto (che tale lo giudicava questa parte del nostro mondo conosciuto) uccise Fortebraccio nel combattimento. Per patto suggellato, regolarmente ratificato dalla legge e dalle corti cavalleresche, Fortebraccio cedeva, colla vita, tutte le sue terre al vincitore, che dal lato suo aveva arrischiato di perdere una metà dei suoi possedimenti. Per quell’accordo scambievole la successione del vinto andava di diritto ad Amleto; ma il giovine Fortebraccio, impetuoso e senza esperienza, ha raccolto in fretta, sulle frontiere della Norvegia, una torba di avventurieri pronti a mettersi ad ogni sbaraglio per campare la vita. Il suo disegno, e non lo ignora alcuno, è di ripigliare per forza le terre che suo padre ha perdute; ed ecco, se non erro, il motivo principale degli apparecchi che si fanno, della guardia assidua che ci viene imposta, e di quel moto operoso che si scorge in tutto il paese.

BERNARDO.: Penso io pure che sia soltanto ciò, e la cosa si accorda colla figura portentosa che venne armata fra noi così simile al re, che fu ed è l’autore di queste guerre.

ORAZIO.:

Egli è un fuscello che turba l’occhio della mente. Nei giorni più splendidi di Roma, poco prima che cadesse il gran Giulio, le tombe si spalancarono, e i morti avvolti nei loro lenzuoli errarono ululando per le vie; le stelle vibrarono strisce di fuoco, cadde una rugiada di sangue, segni funèbri velarono il sole; e l’umido pianeta, sotto l’influsso del quale è posto l’impero di Nettuno, fu oscurato da una eclisse simile a quella che annunzierà l’ultimo dì del mondo. I medesimi segni precursori di fieri eventi, araldi che precedono i fati, o auguri sinistri per l’avvenire, il cielo e la terra li hanno fatti apparire ai nostri climi e ai nostri compaesani.... (Rientra lo Spettro.) Ma, silenzio: mirate! Egli viene di nuovo, io gli attraverserò la via, sebbene mi colmi di spavento. — Indugia, larva! Se è in te qualche suono, o l’uso della voce, parlami. Se vi è qualche buon’opera da compiere, che possa giovarti e farmi degno di grazia, parlami. Se conosci che qualche sventura si libri sul tuo paese, che preveduta possa evitarsi, oh parla! O se accumulasti con male arti in vita tesori, che seppellisti nelle viscere della terra, per cui dicono che voi spiriti siate costretti ad errare dopo morte (il gallo canta), parlane. Fermati e parla.... Trattienlo, Marcello.

MARCELLO.: Lo percuoterò io colla mia partigiana?

ORAZIO.: Fallo, se non vuol fermarsi.

BERNARDO.: È qui!

ORAZIO.: È qui!

MARCELLO.: È andato! (Lo Spettro svanisce.) Noi l’offendiamo, avendo aspetto sì maestoso, a volergli fare violenza. Egli è invulnerabile siccome l’aria, e i nostri vani colpi sono una stolta derisione.

BERNARDO.: Ei stava per parlare, quando il gallo cantò.

ORAZIO.: E fu allora che trasalì come un colpevole ad una terribile chiamata. Intesi dire che il gallo, che è la tromba del mattino, sveglia il dio del giorno colle sue alte e acute strida; e che alla sua voce gli spiriti erranti pel mare o pel fuoco, per la terra o per l’aria tornano precipitosi alle loro dimore; che ciò sia vero, ne avemmo teste la prova.

MARCELLO.: Esso svanì al canto del gallo. Alcuni affermano che all’appressarsi di quella stagione, in cui è celebrata la nascita del nostro Salvatore, l’uccello dell’aurora canta tutta la notte, e dicono quindi che nessun spirito può allora errare; le notti son salubri; i pianeti non esercitano alcuna influenza funesta, i morbi vengon meno, niuna fattucchiera ha potenza di ammaliare, tanto grazioso e benedetto è quel tempo.

ORAZIO.

Casi io pure intesi narrare, e in parte credo. Ma guardate, il mattino col suo roseo manto procede sulla rugiada di quell’alta montagna a oriente. Terminiamo la nostra guardia; e, se volete seguire il mio consiglio, andiamo a dire al giovine Amleto quello che abbiamo veduto questa notte; perocchè credo sulla mia vita che questo spirito che è con noi muto, parlerà con lui. Acconsentite che gli diciamo quello che è avvenuto come ci impone di fare il nostro amore e il nostro dovere?

MARCELLO.: Di buon grado, facciamolo; so dove potremo trovarlo questa mattina per parlargli in libertà. (Escono.)

Atto primo - Scena II

Entrano il Re, la Regina, Amleto, Polonio, Laerte, Voltimando, Cornelio e SIGNORI DEL SEGUITO.

RE.: Signori, quantunque la ricordanza della morte del nostro amato fratello Amleto sia ancora si fresca che sarebbe conveniente che i nostri cuori restassero sepolti nel dolore, e che la mestizia si stendesse a tutto il regno, pure la ragione ha così combattuto colla natura, che il nostro dolore è fatto più saggio, e pensando a lui possiamo non dimenticare noi stessi. Perciò, regina, un tempo sorella nostra, erede di questo Stato bellicoso, e’ fu mescolando al sorriso le lacrime, con una gioja non serena, accoppiando l’allegria ai funerali, gli accenti di morte ai canti dell’imeneo, lasciandoci andare ugualmente alla giocondità ed alla angoscia, che noi vi togliemmo in isposa; e in ciò fare ci attenemmo anche, o signori, ai vostri savi suggerimenti. Grazie a voi tutti. — Ora è mestieri sappiate che il giovine Fortebraccio, avendoci in poco conto, o immaginando che per la morte del nostro amato fratello, lo Stato sia venuto a rovina, pascendosi di vane larve di grandezza, non ha mancato di infestarci con un messaggio, col quale dimanda la restituzione delle terre che suo padre perdè e che giustamente furono date al nostro prode fratello. — Tanto per lui. — Venendo adesso a noi ed al motivo che qui vi raduna, dirò, che abbiamo scritto al re di Norvegia, zio del giovine Fortebraccio, che impotente e ridotto al letto conosce forse appena i disegni di suo nipote, di impedire a questi di procedere più oltre, e lo ammoniamo che le leve, e la congregazione delle schiere, e tutti gli altri provvedimenti si fanno fra i suoi sudditi; voi, buon Cornelio, e voi, Voltimando, deputiamo a recare i nostri saluti al vecchio re; non dandovi per trattare con esso poteri più ampli di quelli che si registrano su questi fogli. — Addio, e fate in guisa che la vostra sollecitudine attesti il vostro zelo.

CORNELIO e VOLTIMANDO.: il nostro zelo addimostreremo in questa ed in ogni altra cosa.

RE.: Non ne dubitiamo punto; addio di cuore. (Escono Voltimando e Cornelio.) Ebbene, Laerte, che ci dite voi? Accennaste a qualche dimanda che dovevate farci. Qual è? Non potreste parlare inutilmente di cose ragionevoli al re di Danimarca. Che sapresti tu chiederci, Laerte, che noi non fossimo disposti ad accordartelo spontaneamente? La testa non è più ligia al cuore, la mano non più sottomessa alla bocca, di quello che il trono di Danimarca non sia a tuo padre. Che vuoi, Laerte?

LAERTE.: Mio venerato signore, il vostro permesso e la vostra grazia per ritornare in Francia. Sono venuto in Danimarca desideroso di addimostrarvi la mia sudditanza, assistendo alla vostra incoronazione; accudito a questo dovere, i miei pensieri e i miei desideri si volgono di nuovo, lo confesso, verso la Francia, e per essi imploro la vostra graziosa benignità.

RE.: Avete il consenso di vostro padre? Che dice Polonio?

POLONIO.: Lo ha, mio signore (strappatomi a male in cuore con istanze incessanti, a cui dovetti alla fine, mio malgrado, far ragione); vi supplico di dargli il permesso di andarsene.

RE.: Sia come vuoi, Laerte; disponi di te e del tuo tempo secondo il tuo desiderio. Ed ora, Amleto, mio cugino e figlio....

AMLETO (a parte).: Più che cugino, meno che figlio!

RE.: Perchè quelle nubi che si aggravano sempre sulla vostra fronte?

AMLETO.: Nubi no, signore, sono troppo al sole per ciò.

REGINA.: Buon Amleto, deponi quei neri panni, e volgi sguardi amici al re di Danimarca; non persistere a cercare sempre con quegli occhi abbassati il tuo nobile padre nella polvere: tu sai la sorte comune; tutto che vive deve morire, passando dalla natura all’eternità.

AMLETO.: Lo so, signora, è la sorte comune.

REGINA.: Se ciò è, perchè ne sembri tanto colpito?

AMLETO.: Sembro, signora! no, sono; non conosco i sembianti finti. Non è soltanto questo mio nero mantello, buona madre, nè questi addobbi di convenzione di un lutto solenne, nè i sospiri che si esalano per forza dal petto, nè l’abbondanza delle lagrime, nè l’abbattimento del viso insieme con tutti gli altri segni del dolore che possono darmi a conoscere quale sono. Queste in effetto sono apparenze che ognuno può vestire; ma v’è dentro di me qualcosa che le supera. Il resto non è che pompa.

RE.: Bello e lodevole è in voi, Amleto, che vogliate rendere questo funebre tributo a vostro padre; ma dovete pensare che vostro padre pure perdè un padre, il quale ancora ne aveva perduto uno; e il sopravvivente è obbligato dal dovere filiale a comporsi a un dolore ossequioso. Ma il persistere in un affanno ostinato è opera di un’empia insania; è un pusillanime dolore, e che mostra un’anima ribelle ai decreti del cielo, un cuor senza forza, uno spirito impaziente, un intelletto misero e inesperto; perocchè, come dovremmo per una caparbia opposizione preoccuparci tanto di cose che sappiamo che debbono essere e che sono comunissime? Via, la è una colpa davanti al cielo, una colpa verso l’estinto e la natura; una cosa assurda per la ragione, la quale bandisce come precetto volgare la morte dei padri, e che, dal primo cadavere fino a colui che morì oggi, ha sempre gridato: Deve essere così. Ve ne preghiamo, disperdete quel dolore impotente, e abbiateci in conto di padre; il mondo sappia che voi state più presso d’ogni altro al nostro trono, e che tutto l’amore virtuoso che il più sensibile dei padri porta al figlio suo, noi lo sentiamo per voi. Rispetto alla vostra intenzione di tornare alla scuola di Vittemberga, essa è in piena opposizione col nostro desiderio, e vi preghiamo di rimanere qui, delizia dei nostri occhi, primo della nostra corte, nostro cugino e figlio.

REGINA.: Non volere, Amleto, che tua madre preghi inutilmente; te ne scongiuro, rimanti con noi, non andare a Vittemberga.

AMLETO.: Farò quanto posso per obbedirvi, signora.

RE.: Ecco una bella e affettuosa risposta. Sii uguale a noi in Danimarca. — Signora, venite; questo gentile e spontaneo consentimento di Amleto mi sorride al cuore; in grazia di ciò il re di Danimarca non vuoterà oggi una tazza, senza che la voce del cannone non lo annunzii alle nubi; ad ogni libazione del re il cielo risponderà ripetendo il romore delle folgori della terra. Venite, andiamo. (Tutti escono tranne Amleto.)

AMLETO.:

Oh perchè questa massa di carne troppo indurita non può stemperarsi in lagrime? o perchè l’Onnipotente ha vietato il suicidio? Oh Dio! oh Dio! come fastidiose, triste, scolorate mi sembrano tutte le cose di questo mondo! Obbrobrio ad esso! oh obbrobrio! egli è un giardino incolto, pieno tutto di malefiche piante. — A ciò siamo giunti! Due mesi appena dopo morte!... no, non pure due mesi....; così buon re, che stava a questo come lperione ad un satiro; così affettuoso per mia madre che non sapeva neppur tollerare che i venti del cielo le sfiorassero troppo ruvidamente la gota. Cielo e terra! Dovrò io rammentarlo? Ella pendeva da lui come se la passione crescesse sempre col cibo che l’alimentava. E nullameno, nel lasso di un mese.... Ch’io non ci pensi.... Fragilità, il tuo nome è donna!.... Un mese appena; prima che fossero logore quelle calzature colle quali aveva accompagnato il corpo del mio povero padre, tutta in lagrime come Niobe.... ella, ella stessa.... Oh cielo! un bruto, privo del soccorso della ragione, avrebbe sentito più a lungo il suo dolore.... maritata con mio zio, col fratello di mio padre, ma che somiglia tanto a mio padre come io ad Ercole.... Entro un mese; quando le sue lagrime ipocrite non avevano pur cessato di fluire da’ suoi perfidi occhi, maritata.... Oh rea foga, accorrere con tanto ardore verso un letto incestuoso; la cosa non può approdare a bene; ma spezzati, mio cuore; imperocchè io debbo frenare la lingua.

ORAZIO.: Salute a Vostra Altezza.

AMLETO.: Godo di vedervi in buono stato, Orazio, se non erro?

ORAZIO.: Quello, signore, e vostro povero servo sempre.

AMLETO.: Mio buon amico, dite, e ricambierò questo nome con voi. Come veniste da Vittemberga, Orazio? — Marcello.

MARCELLO.: Mio buon signore...

AMLETO.: Sono lieto di vedervi; buon giorno... Ma, perchè partiste da Vittemberga?

ORAZIO.: La poca volontà di studiare, mio buon signore.

AMLETO.: Non vorrei che un vostro nemico dicesse ciò; nè vorrete far violenza al mio orecchio obbligandolo ad udire quello che narrate contro di voi: so che non siete neghittoso. Ora, qual cura vi guida in Elsinoro? Qui vi insegneremo come si gozzovigli, innanzi che partiate.

ORAZIO.: Signore, venni per vedere i funerali di vostro padre.

AMLETO.: Ti prego, non ischernirmi, tu mio compagno di studi; credo sarà stato per vedere le nozze di mia madre.

ORAZIO.: Affè, signore, seguirono ben dappresso.

AMLETO.: Economia, economia. Orazio! Le vivande raffreddate dei funerali provvidero alle mense del matrimonio. Avrei preferito di incontrare il mio nemico più abborrito in cielo, Orazio, prima che vedere un tal dì — Mio padre.... parmi di vederlo.

ORAZIO.: Dove, signore?

AMLETO.: Coll’occhio della mente, Orazio.

ORAZIO.: Io lo vidi una volta; era un generoso re.

AMLETO.: Era un uomo, ricordalo come tale in tutto; io non vedrò più il suo simile.

ORAZIO.: Signore, io credo averlo veduto la notte scorsa.

AMLETO.: Veduto chi?

ORAZIO.: Il re vostro padre, signore.

AMLETO.: Il re mio padre!

ORAZIO.: Frenate la vostra meraviglia per un istante, e porgetemi attento ascoltò, mentre io vi metterò a parte del fatto meravighioso pel quale prendo a testimoni questi gentiluomini.

AMLETO.: Per amor del Cielo, parla.

ORAZIO.: Per due notti consecutive, intantochè questi signori Marcello e Bernardo facevano la loro guardia nel silenzio delle tenebre più fitte, ecco quello che loro avvenne. Una figura simile a vostro padre, armata interamente dal capo alle piante, si fe’ loro davanti e passò con incesso solenne, lenta e maestosa al loro fianco; tre volte passò alla distanza del suo scettro dai loro occhi atterriti; mentre un sudor freddo stillava dalla loro fronte, e immobili e muti essi ristavano. Essi mi confidarono il terribile segreto, ed io mi-recai con loro a far la guardia la terza notte, e vidi che tutto ciò che mi avevano detto era della più scrupolosa esattezza. La larva venne: io conobbi vostro padre; queste due mani non si somigliano di più.

AMLETO.: Ma dove accadde ciò?

MARCELLO.: Sulla piattaforma ove eravamo di guardia, signore.

AMLETO.: Non gli parlaste?

ORAZIO.: Lo feci, signore, ma non rispose; pure una volta mi parve che alzasse il capo, e si atteggiasse come per favellare; ma in quel momento il gallo mattutino cantò, ed a quel suono ci si arretrò con impeto e scomparve dalla nostra vista.

AMLETO.: Strano!

ORAZIO.: Quant’è vero ch’io vivo, mio onorato signore, la cosa è come io dico; e pensammo fosse debito nostro il darvela a conoscere.

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