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Lettere di Winckelmann al consigliere Bianconi

Johann Joachim Winckelmann · 1784 · Free in the US

15,864 words · about 1 h 7 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Johann Joachim Winckelmann
Language
Italian
Published
1784
Length
15,864 words · about 1 h 7 min
Sections
16 reader sections
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Contents (16)

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Articolo I Notizie de’ papiri antichi, che sono nel museo del re di Napoli a Portici.

De’ volumi antichi se ne sono scavati nelle rovine d’Ercolano più di ottocento, tutti trovati in una piccola stanza d’un palazzo di villa sotto il giardino degli Agostiniani scalzi a Portici. Quella stanza avea scrigni attorno attorno dell’altezza poco più d’un uomo per poterne cavare i libri con comodo, ed era spartita in mezzo degli scrigni della stessa altezza con un passaggio. I papiri hanno la somiglianza de’ carboni di ferrajo, con questa differenza, che pochi sono tondi; la più parte essendo poco, o meno schiacciati, e molti increspati, e raggrinzati a guisa delle corna di capra. La loro lunghezza ordinaria è d’un palmo, la grossezza è diversa; ma ve ne sono alcuni, che non sono lunghi che un mezzo palmo. Da ambidue i capi, ove rassomigliano al legno impietrito, compariscono i giri del volume. E’ da lagnarsi con :

Sed fato invido Carbonem, ut ajunt, pro thesauro invenimus.

Piucchè sono ugualmente neri i volumi, e piucchè s’accodano alla natura de’ carboni, più facile riesce il loro scioglimento: dove si scuoprono siti, che tirano al color ca-

stagnaccio, segno è che quelli hanno patito dall’umidità sotterranea, e che sono infradiciati. Ho osservato, che in quel volume, che si sta attualmente sciogliendo, s’era insinuata una vena di terra nera, introdottavi verisimilmente dall’umido. La materia de’ volumi è papiro egizio, infinitamente tenero e sottile, da’ Greci chiamato δέλτος, e per la sua sottigliezza non è scritto, che da una parte. Si sono conservati volumi intieri di papiro in diverse librerie; e alla Vaticana, e nell’archivio de’ Teatini a’ Ss. Apostoli di Napoli ho veduti alcuni fogli di carattere unciale, e corsivo; ma il papiro essendo grosso non pare egizio, ma sembra di quello, che nasceva in altri luoghi, come a Ravenna, secondo che riferisce . Tre volumi sono svoltati: il primo tratta di musica, il secondo di retorica, e il terzo De vitiis, et virtutibus. Il secondo è il libro secondo d’un trattato intiero, e il terzo è il libro terzo di quest’opera citata. Si sono incontrati in questi tre volumi consecutivi composti dallo stesso autore, cioè da , filosofo epicureo, coevo di , di cui Fabrizio nella Biblioteca Greca dà notizia. Il volume della retorica pare anche da parecchie cassature, e correzioni, essere l’autografo dell’autore stesso. Di queste cassature darò qualche saggio in una notizia, che sto componendo adesso. Non è stato un mero caso d’essersi dato di piglio a’ volumi dello stesso autore; perciocchè l’essersi scelti volumi di minor mole per isbrigarsi più presto, ed anche i più conservati, che si sono trovati appunto in un cantone della stanza mentovata, ha prodotto il buon effetto di cadere sopra i volumi d’uno stesso autore, collocati tutti insieme nello stesso luogo. Il primo, e secondo volume hanno tredici palmi di lunghezza; il terzo non arriva affatto a tanto; e quello, che si svolge ora, avrà sciolto sino a trenta palmi, e sarà probabilmente anche quello di Filodemo, se si può congetturare dal nome di Metrodoro epicureo, che vi ho letto, e che spesse volte con quello di Ermarco s’incontra ne’ primi tre. Di questo vi è un piccolo bustino di bronzo nel museo reale. Questi volumi sono commessi di pezzi di sei dita larghi, e aggiunti uno sopra l’altro in modo, che la giuntura ha due dita di larghezza. Molti sono voltati intorno ad un tubo tondo, e pertugiato, di ossa piuttosto, che di canna, a giudicarne dalla grossezza; ma ora non si distingue più la materia. La lunghezza di questa canna corrisponde a quella del volume, e non spunta fuora. Nella cavità si metteva un bastoncello, il quale serviva a volgere, e svolgere i volumi senza toccare il papiro. Tali bastoncelli conservati compariscono nel centro d’alcuni volumi. La canna era dunque sempre nel mezzo d’un volume voltato, e la di lui cavità è secondo ogni apparenza ciò, che dagli antichi si chiama umbilico e la canna essendo visibile da’ due capi d’un volume sarebbe da interpretarli per l’umbilico duplice. Un letterato di Napoli pretende, che umbilicus sia l’ornato, o un tal conio in mezzo alla legatura d’un libro quadrato, come appunto comparisce in un tal libro dipinto insieme con altre cose su d’un pezzo di muro. Ma mi pare di trovare più somiglianza di un umbilico con una canna, che fa l’asse d’un volume. Vi è qualche probabilità, che tanto il principio, quanto il fine d’un volume sia stato attaccato ad una canna, cosicchè a misura che si andava avanzando di leggere da capo, o in fine, si andava avvolgendo il volume intorno alla canna: dico probabilità, perciocché la canna di fuora non s’è conservata in niun volume, l’integumento stesso citeriore avendo sempre patito. Questa congettura è fondata sopra due pitture antiche d’Ercolano, le quali rappresentano volumi voltati da’ due capi, e svoltati, ed aperti in mezzo: bisogna dunque che avessero due canne. Un’altra pittura rappresenta la Musa Clio con un volume in mano, su cui sta scritto il di lei nome, e ritrovato scientifico in greco ΚΛЄΙω ΙСΤΟΡΙΑΝ, avvolto nella stessa maniera, che quelli; ed oltre di ciò fa vedere al pari di quegli stessi, secondo che suppongo, le due cavità dell’una, e dell’altra canna. Vi s’aggiunge, che l’argomento, o titolo de’ volumi, sta scritto anche alla fine, come s’è trovato ne’ tre sinora svoltati. L’intenzione era, come m’immagino, la comodità del lettore, per trovare il titolo d’un volume, voltato che fosse o dall’una, o dall’altra parte. Se non fosse stato posto il titolo alla fine, si stenterebbe a indovinare l’autore, il titolo in fronte essendo perduto col principio. E’ da osservarsi, che il titolo sta scritto rasente il fine d’un libro nello stesso carattere di quello del trattato, e dopo qualche spazio è replicato in carattere più grande. A piè del trattato della musica si legge in carattere piccolo, e grande φΙΛΟΔΗμΟΥ ΠƐΡΙ μΟΥСΙΚΗС. Oltre di quello il titolo era notato sopra un biglietto, che pendeva giù fuori dal volume, come si vede nelle pitture menzionate. In uno mi pare di leggere le seguenti lettere: PA XX AN. I volumi sciolti sono scritti a colonne: quello della musica ne ha trentanove, quello della retorica ne ha trentotto, di cinque dita di larghezza, e di quaranta a quarantaquattro linee. Le colonne sono distinte per mezzo d’uno spazio largo un dito, e più; e la scrittura è bordata di linee a guisa di molti altri manoscritti. Quelle linee, che compariscono bianche, saranno siate rosse, tirate con minio, e avranno cangiato il colore nel fuoco. Il volume della musica è stato tagliato dopo il suo scioglimento in otto pezzi di cinque colonne, incollati poi in altrettanti quadri col cristallo davanti. Gli altri volumi dovranno essere distesi lunghi come sono. Il carattere degli scritti di è di grandezza di quel carattere quadrato, in cui ha fatto stampare alcuni autori greci rarissimi, , , l’Antologia, ec. M’ero figurato di trovare assai più antica la for- ma del carattere; perciocchè ero persuaso di trovare un Ɛ tondo, un Σ formato come un С latino, e Ω, fatto a guisa d’un ω corsivo, vedendosi queste lettere così formate nella iscrizione del vaso del re Mitridate nel Campidoglio; ma Α, Δ, Λ, Μ hanno la figura, che abbozzo, , e che non si vede nelle iscrizioni del secolo primo. Io convengo, che l’A abbia quasi la stessa forma nelle medaglie antichissime della città di Caulonia nella Magna Grecia, in una stando scritto , in un altra coll’ inverso ; ma la linea, che spunta fuori sul fa la differenza, e gli dà l’aria più moderna. In molte iscrizioni latine d’Ercolano (di greche in marmo niuna se n’è trovata) il carattere è d’una forma più moderna, che non è l’idea solita del carattere del tempo de’ primi Cesari, particolarmente in due tavole grandi di marmo, che contengono nomi di liberti. Queste iscrizioni non vanno somministrando certi indizj del tempo, in cui possono essere state fatte: io però sono di parere, che in fatti non sieno più antiche di quello, che mostra il loro carattere; imperciocchè il paese a piè del monte vesuvio non è rimasto desolato, che dopo la sommersione d’Ercolano. Ciò vien provato da medaglie posteriori, e fra le altre da una di Adriano in oro, cavate tutte dalle rovine di di quella città; come pure da un’altra iscrizione già pubblicata da monsig. , la quale ci dà notizia di statue cavate EX ABDITIS LOCIS per ornare i bagni dell’imperator Severo; pe’ quali luoghi ascosi io crederei, che non andassero intese, che le città sommerse d’Ercolano, Resina, Stabbia, e Pompeja. Questo marmo è stato portato da Pozzuolo a Portici. Le lettere de’ volumi compariscono distintamente anche sopra la carta nera; e questo va comprovando, che non sieno scritte con inchiostro, il di cui principale ingrediente è il vitriolo: scritte con questo non avrebbero mancato di perdere il nero nel fuoco. L’inchiostro, che si usa oggidì, e con cui sono scritti i più antichi mss. dal IV. secolo in qua, sarebbe stato poco conveniente per una scorza così sottile: l’avrebbe rosicchiata, e pertugiata, giacchè ho osservato, che ne’ più antichi mss. le lettere sono alquanto incavate. Nel famoso Virgilio Vaticano v’è da fare questa osservazione. I volumi d’Ercolano sono scritti con una sorte di color nero a guisa dell’inchiostro della Cina, che ha più corpo, che l’inchiostro comune. In fatti si vede il carattere alquanto rilevato, guardandolo contro il lume; e l’inchiostro, che si è trovato in uno de’ calamaj, ne dà la prova evidente. Che gli antichi abbiano macinato il loro inchiostro, mi pare d’averlo osservato in un passo di . Lo strumento, con cui scrissero gli antichi, non era penna; ma era uno strumento di legno, come è quello, che è stato scavato, o forse d’altra materia, ma tagliato a guisa delle nostre penne; lo che comparisce similmente da quello strumento, che si vede sopra un calamajo espresso in un’antica pittura, con questa differenza però, che dal taglio in su sino alla punta, che va diminuendo piramidalmente, e che non è che incavato, avrà un’oncia, e mezza di piede tedesco, e la punta non ha fessura. Il testo de’ volumi non è totalmen- te intero, e senza lacune; ma vi mancano ora lettere, ora parole: nè per quello vanno riputati stracci, come da taluno si fa. In materie, come quella della retorica, non sarebbe tanto difficile il supplire. In quattro anni continui non si è potuto far altro, che copiare trentanove colonne del trattato della musica, e nel copiare venti colonne della retorica è scorso un anno, e mezzo. Il P. Antonio Piagi delle Scuole Pie, che fu scrittore latino della biblioteca Vaticana, ha il segreto, e la flemma di svolgere i papiri; indi copia materialmente le lettere, e poi si passa quella copia al canonico , che solo ad esclusione degli altri ha l’incombenza dell’interpretazione de’ papiri, ec.

Articolo II

Il papiro egizio pare essere stato non solo al tempo di Filodemo la materia più comune per consegnarvi gli scritti, e per conseguenza meno cara della carta pecora; ma ancora alcuni secoli dopo. Un codice mss. di pos- seduto dal , avea fogli di papiro, e di carta pecora vicendevolmente messi, secondo che riferisce il Mabillon. Cosa sia avvenuto di quello mss. non si sa: nella biblioteca Ottoboniana, aggiunta alla Vaticana, che già fu della regina di Svezia, la quale comprò quella del Petavio, non si trova più. Quanto al giudizio del carattere per fissarvi certe epoche, quello, che si cava dalla di lui forma, non è privo d’ogni fondamento. Aggiungo oggi altre nuove riflessioni alle passate. La firma del carattere nel nome dell’artefice del Torso del Belvedere, segnato ΑΠΟΛΛωΝΙΟΣ, non lascia dubitare, che quell’insigne frammento, che è nell’ideale superiore a tutte le antiche sculture, non sia fatto dopo, che l’arte cominciò a declinare, e questo fu nell’olimpiade cl. in circa. Ma in ogni tempo si sono sollevati ingegni felici, che hanno saputo alzare la fronte dalla corruttela comune. La medaglia più antica, nella quale si trova Ω scritto ω, per quanto ho potuto rintracciare, è del re Polemone I del Ponto in argento coll’epigrafe, ΒΑСΙΛɛωС ΠοΛɛΜωΝΟС, che sta nel museo de’ Francescani a Basilica di San Bartolomeo all'Isola. Voler giudicare dall’eleganza sola del carattere può indurre in errori. Ho veduto medaglie sì nel museo Faucault a Napoli, come in quello della regina di Svezia presso il duca di Bracciano in Roma, le quali appar-

tengono ai re di Ponto, con un carattere elegante, ma di un disegno, e impronto piucchè barbaro. Ma anche sull’eleganza farebbero da stabilirsi certe regole: per esempio i punti, o globetti all’estremità delle lettere greche cominciano al tempo di Alessandro il Grande, e fanno il carattere meno elegante, che non era prima. Se Dio mi presta la vita, ho destinato di scrivere una Paleografia di medaglie. Io venero peraltro il gran merito, e la fecondità del fu march. , che era un uomo da non sbigottirsi punto delle difficoltà, che incontrava spinosissime, e di una fiducia eroica nell’imbarcarsi nella letteratura greca, che non avea che assaporata: di che ho testimonj in voce, e in iscritto. L’uomo non ha che una testa, dice . Ma torniamo al nostro proposito. Il poco comodo, che godo, mi ha fatto smarrire lo sbozzo intorno ai papiri; ma può darsi, che mi venga alle mani per un’altra volta. Vi parlerò ora per tanto del metodo di svolgere i papiri, del che parmi di non avervi più parlato. La machina, fu cui si lavora, è un tavolino fatto a guisa de’ torchi de’ legatori di libri. Questo tavolino va girando fu d’una vite di legno, che gli ferve di piede. E’ composto di due tavole: quella di sotto è il tavolino, su cui si lavora: quella di sopra meno larga, e grossa ha cinque, o sei tagli fatti a foggia di graticola, o per meglio dire di quelle tavolette, che usano i trinari circonforanei, che fanno fettucce sui cantoni delle strade di Roma. Per quelli intagli vanno su tirati fili sottilissimi di seta non torta, avvolti intorno a certi bischeri per allentarli, e tirarli; e quella tavoletta s’alza, e scende per mezzo di due viti di legno. Foderato un pezzo di papiro colla vescica, la quale usano i battitori d’oro, ma divisa e spartita di nuovo per renderla più morbida, e tagliata in pez- zetti minuti quadrati di grandezza di due minuti d’un’oncia in circa (i quali vengono attaccati al papiro per via d’una colla, che ferma la vescica, e nel tempo stesso stacca un foglio dall’altro), si tira a poco a poco per istaccare un foglio dall’altro con l’ajuto di fili di seta attaccatigli colla stessa colla, e avvolti a’ bischeri. Nell’operare resta il volume appeso, e posato su due perni di ferro piantati nel tavolino, ai capi de’ quali sono attaccati due ferri concavi a mezza luna, foderati di bambace per sostenere il volume senza fregarlo, ec.

Articolo III

La premura, che ho di rispondere incessantemente alla compitissima vostra lettera, non mi permette di consultare libri intorno al dubbio, che mi andate proponendo sull’umbilico de’ volumi d’Ercolano; giacchè la libreria dell’emo Archinto fornita in altri generi di libri, scarseggia poi d’autori antichi. Ma mi pare, che l’autorità delle pitture, che rappresentano volumi antichi, passi sopra ad ogni altra notizia, troppo remota, de’ tempi nostri. Non voglio insistere con pertinacia a provare la mia opinione intorno all’umbilico duplice, il quale sia stato formato dalle due canne, su cui si rivoltava il principio, e il fine del volume, non ostante qualche evidenza, che quella ha dalle pitture antiche. Ma voi fatemi la grazia d’illuminarmi, da dove mai abbiate cavato la notizia, che i volumi si chiudessero con bot- toni. Io mi figuro que’ bottoni delle legature antiche d’Italia; se pur non è un’altra l’idea, che voi vi siete formata di tai bottoni. In diverse pitture con volumi antichi il pittore ha accennato minutamente ogni cosa, e ad uno si vede persino pendente fuori, ed in giù la schedola coll’argomento in iscritto PAX. XX., o in altra guisa, come parmi avervi altra volta indicato; ma però non vi si scorge nè legacce, nè bottoni. Alla sottigliezza del papiro poteva pregiudicare lo stringerlo, e il volume rotolato restava senza svoltarsi per mezzo delle sue fibre, e della sua sottigliezza medesima. E siccome non credo, che mi sia sfuggita alcuna cosa, per quanto gli occhi gelosi permettevano d’arrivare, così credo potervi assicurare di non aver io osservato il minimo vestigio, o traccia d’una impressione concava, che da un preteso cordone avea da esserci rimasta, mentre vi si vedono le pliche prodotte dall’essersi i volumi schiacciati, le quali s’infilzano, e si combaciano fra di loro in que’ volumi, che erano messi l’uno sopra l’altro. Che nome poi si darà a que’ bastoncelli? Non mi ricordo d’averlo trovato. Per ora non posso inoltrarmi nell’erudizione: mi attengo solo a quello, che ho veduto. Del resto sono prontissimo a comunicare tutte le notizie, che mi è riuscito di rintracciare, desiderosissimo che voi vi compiaceste di farne qualche uso. Delle correzioni, cassature, e sbagli, che si trovano frequentissimamente, per quanto ho inteso a dire, nell’opera della retorica, vi do oggi un saggio in due righe, ed eccolo:

Le correzioni sono in carattere piccolo interlineare. Merita osservazione il circello puntato sopra la quarta lettera della seconda linea, e i punti sopra ΚΑΙ, e particolarmente la virgola trasversale sopra ΟΥΚΟΥΝ, la quale è piuttosto un segno di modulazione, per così dire, che un accento. Simili virgole si trovano nella base dell’obelisco del sole eretto da Augusto, che sta colco per terra a Campo Marzo. Bandini ne ha parlato nella sua opera; ma poteva dirne di più, se avesse letto i Grammatici veteres di :de:Helias Putschius. Quelle note critiche non compariscono nelle iscrizioni posteriori al secolo d’Augusto. Questa mattina medesima ne ho trovato in una lapida grande, e per quanto io sappia, non mai pubblicata. Contiene il testamento d’una madre, e sta nella cantina del marchese Rondanini:

sed propriis viribvs adlevent qvo firmiora probabilioraqve sint omnes filios aeqve fecit heredes partitione filiae data’ amor maternvs caritate libervm aeqvalitate partivm constat viro certam pecvniam legavit &c.

Non l’ho copiata intiera, ma se v’importa d’averla sarete servito. L’iscrizione risente d’una grande antichità dall’ortografia, che ho osservata in alcune voci, che seguono, ARDVO’M, e QVOM. La virgola sta al solito sopra gli abla-

tivi, ma si trova ancora in LAVDARE’TVR. FEMINA’RVM. FECISSE’. A’MISSVM. MERVI’T. VARIETATE’S. Il marchese rimasto erede poco fa della casa sua, è portato per il buon gusto, ed ha fatto trasportare una quantità di statue, busti, e quadri, raccolti da duecento anni in quà, da una sua villa poco distante da Roma. Fra le altre cose di gran pregio vi è il torso d’un Satiro in atto di ballare, di grandezza piucchè naturale, d’una maestria inarrivabile; e può stare a fronte al Laocoonte, ed è superiore al Fauno, che è nella galleria del Gran Duca di Toscana, a giudicarne sul gesso. Egli tiene quella roba nascosta per paura delle voglie del mio Mecenate card. ; ma a me, come amico, l’ha fatta vedere; ed io anderò a rilevarne il merito nella parte teoretica della Storia dell’Arte. Questa è una digressione οὐ πρὸς Διόνυσον, quale la libertà dello stile epistolare deve permettere. Il carattere dunque de’ papiri d’Ercolano è della stessa forma, e grandezza di quello della Bibbia greca famosa de’ LXX. alla biblioteca Vaticana. Ma vi sono de’ pezzi con un carattere grande come quello del Pindaro d’Oxford, cioè de’ volumi tagliati in mezzo; giacché per evitare lo stento troppo lungo per iscoprire agli occhi di tutto il mondo l’intimo recesso di sì rari avanzi, si è ricorso a quello ripiego di tagliare alcuni volumi per mezzo: barbaro arbitrio di privata autorità. L’abate , professore di lingua greca al Seminario, si è fatto lecito di spacciare contro l’evidenza, che i papiri sciolti sinora, e tutti gli altri non sono altro, che contratti, e diplomi, e che gli antichi non usavano se non che libri quadrati. Con questo sproposito, e con mille altri, è uscito fuo- ri in un libro sopra un calamajo antico del museo di Portici, che è in 4. grande di 800. e più pagine, ec. .

Articolo IV

Ercolano era una piccola città, ossia un municipio, al riferire di Plinio, e d’altri; e perciò le case de’ cittadini non saranno state sontuose, e magnifiche, eccettuata qualche villa, o delizia de’ Romani. S’è scoperta una certa villa

fabbricata con gran lusso, per quanto si comprende da’ vestigi rimasti, cioè dal pavimento di musaico, dalla smisurata, e non più praticata spaziosità delle porte con i loro stipiti, e soglie di marmo, e da tutt’altro, che n’è stato cavato. Le più belle statue di bronzo, cioè sei figure donnesche di grandezza naturale in atto di ballare, e tutte le teste, o busti di marmo, di cui è adorno l’appartamento della regina, sono siate appunto qui tutte ritrovate. Ma senza vedere il piano delle scavazioni non si può formare idea distinta, confondendoli essa ne’ cuniculi, ed andirivieni, per cui si passa sotto terra. Quanto alle case comuni, quantunque niuna sia rimasta in piedi, o perchè atterrata dal turbine dell’eruzione, o demolita dopo; pure per tutto quello, che mi è riuscito di rintracciare, messo in confronto col piano delle rovine d’una villa scoperta tempo fa a Frascati (sulle quali rovine è fabbricata la casa della Villa Tuscolana detta Ruffinella), io tengo per certo, che la vita domestica degli antichi generalmente parlando fosse parca, e senza sfarzo, e le case fossero quindi semplici piuttosto, e con stanze ristrette, e piccole. Figuratevi stanze, tanto nelle case d’Ercolano, quanto nel palazzo della villa antica Tuscolana, di grandezza poco più del vostro museo, non compresavi la vostra piccola alcova; e vi stava in alcune ancora il letto, secondo che ne dava indizio a Frascati una nicchia bassa per mettervi il capo del letto stesso. Alcune stanze Tuscolane aveano le loro anticamere, che non sono altro, che uno stretto corridore, dove stava l’apparitore per fare le ambasciate al padrone; e la stessa camera interna del padrone pare essere stata senza porta, non scorgendovisi nè stipiti, nè altra clausura, forse avendo un semplice velo, velum admissionis chiamato dagli antichi. Questa sempli- cità della vita privata antica mi fa sovvenire quel passo di , ove dice, che Temistocle, e Cimone, quel magnifico Cimone, non abitava meglio del suo vicino. Le case d’Ercolano erano senza finestre, che corrispondessero in istrada; le finestre davano dalla parte opposta verso la marina, dimodoché si passava per le strade senza vedere nessuno affacciato alla finestra. Sulla stessa maniera sono fatte le case in Aleppo, secondo che mi vien detto da un Padre Missionario; e si passa per le strade come per mezzo d’una fortezza, ove non si vede altro, che mura alzate. Povere donne antiche di quel paese, quanto le compatisco! Il peggio si era, che le finestre erano fatte all’uso degli studj de’ pittori, e degli scultori, i quali hanno bisogno di pigliare il lume da alto. Finestre messe così in alto difficoltavano ad appagare la curiosità subitanea (ma che dico finestre? se non ve n’era, che una per stanza), e bisognava arrampicarsi come i gatti per guardar fuori. Le finestre poi erano tutte quadrate, piuttosto che bislunghe, e tali se ne vedono nelle pitture antiche, in quelle cioè, che rappresentano palazzi, e tempj; ed alcune erano riparate di fuori con un cancello parimenti quadrato di bronzo massiccio, de’ quali se ne sono conservati due, mi pare tra i frantumi Ercolanesi. Tutto era ristretto all’uso, più che pensato al comodo; e quel poco di lume, che s’infirmava, restava senza riflesso, e ottuso in stanze colorite con un color rossigno, o fosco. Non pare però probabile, che le case in città grandi sieno ssate fabbricate su quello stile senza finestre, che dessero in istrada. Molti passi di poeti c’insegnano il contrario, come quello:

Nec flenti domina patefiant nocte fenestra.

Se tutte le finestre in Roma anticamente fossero siate un così bel quadro, e poste in simile altezza, quella bella ragazza, di cui parla , affacciandosi alla finestra non si farebbe precipitata giù dall’alto:

Qualis ab excelsa, præceps delapsa fenestra

Venit ad infernos sanguinolenta, lacus.

Quell’antico architetto romano, che si esibì di fare la casa a un nobile romano in maniera, che nessuno potesse guardar dentro dal di fuori, forse la volle fare a quello bel modo contadinesco, municipale, ed Aleppino. Se poi gli antichi avessero vetri alle finestre, non si può provare con nessun autore. Tutti gli antiquari vanno d’accordo nel- la negativa. Ma a Portici ho veduto tra i frantumi di roba vecchia gran frammenti di vetro fatto a tavola, o in lamina, che possano essere siate vetrate. Che l’arte vetraria fosse comune fra i Romani, e il vetro di vilissimo prezzo, lo comprova un’infinità di fiaschi di vetro per diversi usi. I fiaschi d’olio sono fatti a foggia di quelli, in cui si manda fuori l’olio di Provenza. Mi fu allegato un giorno da un letterato in Roma un passo di , come dimostrante l’uso delle vetrate presso gli antichi; e segnatamente nel libro De legazione ad Cajum mi fu questo più precisamente indicato poscia dal ministro della corte di Vienna a Napoli, il conte di Firmian, cavaliere profondamente versato in ogni genere d’erudizione, e dotato di gran discernimento, e d’alto intelletto senza la minima lega d’affettazione. Io rimasi su questa notizia non trovata mai allegata da alcuno; e poco mancava, che la sola parola di quello gran letterato non mi determinasse a fondarmici sopra. Intanto mi sono preso la briga di leggere l’accennato libro, ma vi ho trovato netto, e tondo il contrario. Ivi parlandosi d’una delle stanze, ove furono introdotti gli ambasciatori ebrei d’Alessandria all’imperator Cajo, così di- ce: Καί περιελθὼν προστάττει τὰς ἐν κύκλῳ θυρίδας ἀναληφθῆναι τοῖς ὑάλῳ λευκῇ διαφανέσι παραπλησίως λίθοις Obambulansque jussit circumquaque fenestras obduci (o meglio alzarle, tirandole da giù in su) lapidibus haud minus pellucidis, quam vitro candido. Ho trovato poi negli estratti miei fatti nel mio eremo a Nothnitz, che le finestre di vetro fossero già in uso nel secolo V. da un passo di ; ma non v’è citato, che il nome solo del santo Padre. Questa notizia è presa dal Tomo I. delle Memorie di Letteratura dell’Accademia reale di Parigi, scagliata alla cavalleresca senza additare nè Tomo, nè libro. Bella disinvoltura per chi si appaga d’infarinatura superficiale. Cammini non sembrano essere stati in uso; e da molte scoperte si potrà verificare quello, che si arguisce dal silenzio di Vitruvio intorno alla corruzione d’un comodo a’ dì nostri riputato necessario. Ma i galantuomini fra gli antichi erano assai più riparati contro il freddo, che non siamo noi, senza cammini con un semplice focone. Le loro stufe non ben com-

prese da quelli, che ne hanno trattano, riscaldavano la stanza senza che il caldo desse alla testa; e si temperava il caldo

col distribuirsi per tutto secondo il bisogno. Da quello, che ho veduto nella villa Tuscolana, parte in disegno, parte nel

rimanente sulla faccia del luogo, posso dare qualche idea senza consultare , ed altri scrittori, che si sono formati un sistema sui passi degli autori antichi. Nel palazzo di questa villa non si è trovato vestigio alcuno o di cammino, o di stufa, ma bensì un avanzo di carboni in alcune stanze: segno, che le riscaldavano col focone. Ma nel declive della collina, sulla quale stava la villa, era una fabbrica bassa, che serviva per abitazione d’inverno. Sotto terra erano, e sono ancor rimaste alcune camerette, due a

due, d’altezza d’un tavolino un poco altarello, e di larghezza meno del vostro museo, che mi serve di modello in tutto; così bene ne ho conservata l’idea, e verrà un giorno da poterla rinfrescare; ma poi sono senza ingresso veruno. Nel mezzo sono pilastrelli di mattoni commessi senza calce, con creta semplice, per non farli staccare dal fuoco, e in tal distanza, che un gran tegolone di terra cotta posato sopra due di quei pilastrelli arrivi alla metà dell’uno, e dell’altro. Di questi tegoloni è fatta la volta, per così dire, piana, che sostiene il pavimento d’una cameretta, uguale di larghezza, ma di giusta altezza, e piuttosto anche bassa. Il pavimento di quella stanza era di musaico grossolano, e le pareti erano rivenite di varj marmi. In questo pavimento stavano murati tubi quadrati, che sboccavano giù nella cameretta sotterra, e commessi insieme procedevano di dentro del muro della stanza immediatamente sopra la cameretta, e andavano salendo così coperti dall’intonaco impellicciato di marmo sino alla stanza del secondo piano, dove sboccavano per certe teste di cane fatte di terra cotta co’ suoi turacci. Le camerette basse sotto terra erano le stufe con uno stretto corridoretto avanti, la terza parte della larghezza della cameretta; ed in quello piccolo corridore andavano sboccando grandi aperture quadrate della stufa, alzate un dito traverso dal pavimento, corrispondenti col framezzo di due pilastrelii di dentro. Per quelle bocche si cacciava dentro carbone acceso, che riscaldando la volta piena di tegoloni, a misura della quantità, poteva produrre un caldo conveniente, e quella prima serviva di sudatorio. Il caldo della stufa insinuatosi per entro le bocche de’ tubi camminava dentro il muro, e passato il sudatorio veniva a sboc- care nella stanza sopra il sudatorio medesimo. Intorno alle camerette sotterranee, o stufe, rimane qualche dubbio: imperciocchè essendo senza ingresso, e da ogni parte chiuse, toltene le bocche quadrate, non si comprende, come facessero a trar fuori la cenere, la strettezza del corridoretto d’avanti non dando campo per maneggiare una pala. Non trovo altro espediente, che di supporre, che mandassero dentro un ragazzo per le bocche quadrate, le quali pajono fatte a posta capaci per quello ripulimento, ec..

Articolo V

Importerebbe molto il sapere, se le pitture d’Ercolano, almeno le più grandi, sieno fatte da maestri greci, o da romani. Per mezzo del piano de’ cuniculi delle scavazioni, e per certe altre combinazioni si potrebbe giugnere a qualche probabilità. Ma quanto al vedere questo piano, ogni mia diligenza, e insinuazione è stata mal impiegata. Si mette subito avanti, come la testa di Medusa, la proibizione di Sua Maestà. Nel tempo del mio soggiorno a Portici fu scoperto un frammento d’una mezza figurina con un panneggiamento leggiadro, e di pieghe graziose. Accanto alla testa sta il nome troncato in carattere simile a questo, che vi abbozzo. Questa figurina non è inferiore alle più belle del museo, e se mal non m’appongo, farà fatta da un pittore romano, e molte altre lo possono essere ugualmente. Si sa poi da , che il pittore Ludio al tempo d’ fu il primo, che mise in opera pitture de’ paesi, vedute, ec., non dilettandosi i Greci molto delle rappresentazioni inanimate. La maggior parte dunque delle pitture d’Ercolano, consistendo in vedute, paesi, porti, case, ec., sono piuttosto fattura romana. I Greci poi avevano la testa troppo armonica per fare gofferie d’Architettura, quali ivi si veggono senza regola, proporzione, e ragione. Ma già sotto Augusto principiò il vaneggiante secolo, e s’introdusse il gusto guasto, e corrotto, come ne ho date le prove nella Storia dell’Arte. Quasi tutte le fabbriche dal tempo d’Augusto, che restano in piedi, sono disarmoniche. All’arco di Rimini non corrispondono le colonne colla larghezza dell’arco fiancheggiato da quelle: e il tempio a Milasso dedicato ad Augusto, e a Roma, secondo l’iscrizione nell’intavolato, con colonne doriche dalla parte d’avanti, e con colonne joniche da’ lati, con basi fregiate, che pajono capitelli, è una cosa non mai praticata dagli antichi Greci. Tralascio ora di parlare delle colonne, ed architravi di dentro alla Rotonda. Nella gran pittura, che rappresenta la nascita di Telefo, non si scorge in verità lo stile greco. Ercole ha una fisonomia ignobile, e facchinesca, e non rassomiglia a nessun Ercole greco. Tutti i Greci d’unanime consenso pajono essersi accomunati fra loro fu una idea fissa delle Deità conforme l’immagine fatta da uno de’ gran maestri dell’arte; e la stessa idea fu poi adottata da’ Campani vicini de’ Greci. Un Ercole giovane, e barbuto si rassomiglia nelle medaglie greche, e in quelle di Capua, e di Tiano nel museo del duca di Nova a Napoli, coll’iscrizione creduta erroneamente etrusca . . La testa della donna sedente, nella stessa pittura non ha il bel contorno greco, e gli occhi spalancati sono troppo grandi per qual si voglia idea, che si voglia formare degli occhi di bue attribuiti da ai volti femminini. Le teste di Giunone in marmo non gli hanno così spaventati: e la vaga superficiale idea di , ripetuta da , che i Greci fossero invaghiti d’occhi grandi, allegando le statue, i busti, e le medaglie, vuol essere più determinata. I disegni sul marmo pajono tutti quattro della stessa mano, ed il più conservato è col nome dell’artefice ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΣ ΑΘΗΝΑΙΟΣ Alessandro ateniese. Ma il più difficile in un disegno sono le estremità delle figure, le quali in verità sono in questo fatte con poca grazia particolarmente alle dita. Quello, che ne ha fatto il disegno, ha stimato meglio abbellirlo in questo particolare, che stare attaccato fedelmente all’originale. Le idee delle teste sono triviali. Nella parola ΕΓΡΑΦΕΝ, che succede al nome dell’artefice, sul rame è espresso Φ in vece di Ψ. Ho fatta una osservazione sopra le pitture, la quale può illustrare De re culinaria, e . Nelle composizioni delle vivande di quello non entrano mai limoni; e questo dice, che i Romani gli abborrivano per cagione dell’agro, e che non ne fecero altr’uso, che di porli fra i vestiti. Il limone fu portato quasi nello stesso tempo a Roma, quando Lucullo portò seco i cerasi dal Ponto. In fatti in tante pitture di frutti a Portici non si scuoprono limoni. Quanto poi appartiene al maneggio dell’arte, gli Accademici di Sua Maestà pretendono, che la pittura sia stata fatta a tempera, stando in ispecie sulla fede dell’architetto di S. M. , che da giovane ha maneggiato anche il pennello; ma vi vorrebbe per ciò un poco più di prova. Io so per certo, che sull’intonaco antico colorito non si è fatta veruna analisi chimica, metodo infallibile per certificarli; ma bastava almeno dire, che il colore fregato si levava dal muro: farebbe ciò servito per appagarli all’ingrosso. Ma adesso non si può più fare veruna prova per essersi inverniciate le pitture; e la vernice ha la proprietà di staccare i colori a vista d’occhio, di maniera che Achille può correre rischio di perdersi fra pochi anni. L’argomento principale, su cui si fonda quell’opinione, è lo staccamento de’ colori, e lo scorgersi i tocchi di pennello rilevati guardando le pitture incontro al lume: ma tanto l’uno, quanto l’altro si osserva nelle stanze di Raffaello al Vaticano; e si tocca con mano il rilievo del pennello nelle nozze Aldobrandine, già levate dalle antiche terme di Tito. Non vado a contrariare, che la tempera non potesse conservarsi; perchè

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