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Indice
Dedica
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Alle somme obbligazioni, che da tanto tempo professo a Vostra Eccellenza, si aggiunge ora questa di permettere, che esca fregiata del suo veneratissimo simo nome questa piccola operetta, che mi sono avanzato a presentarle per un qualche, quantunque troppo tenue attestato della mia intima riconoscenza, e divozione sincera. Essa operetta deve la sua esistenza alla interposizione efficace di V. E. che dopo di avere esercitati in Constantinopoli verso di me mille atti di bontà particolare, fino ad esibirmi un alloggio più comodo nel suo palazzo, mi ottenne dal Sig. Ambasciatore d'Inghilterra, il quale per la via di Polonia tornava alla sua patria attraversando la Bulgaria, e la Moldavia, che seco mi prendesse in un viaggio, che altrimente sarebbe stato disastrosissimo, e sommamente pericoloso per que' paesi sì barbari, e il e il giornale di esso viaggio è appunto il soggetto dell'operetta, che senza quel suo impegno non avrebbe esistito. Una sua traduzione fatta in somma fretta da un amico, a cui l'avevo comunicata, prestata da lui a un altro, fu stampata negli Svizzeri senza saputa nè sua, nè mia, e ad ogni modo le copie subito, sparirono via tutte: mi si chiedeva da un pezzo la stampa dell'originale tale quale l'avevo fatto di giorno in giorno su' posti in Italiano: mi sono finalmente risoluto a farlo imprimere unito a due altri più brevi oggetti qui, ove mi trovo assistendo alla stampa di cinque tomi di opere mie inedite Ottiche, e Astronomiche sotto gli Augusti auspicj del del Gran Monarca, il cui regno dalle maravigliose felicissime negoziazioni di V. E. è già reso uno de' più memorabili, e de' più gloriosi della nazione Francese. Alla valida protezione di V. E. io debbo la continuazione delle effettive Reali beneficenze colla conservazione degli abbondanti assegnamenti, che godo, rimasti illesi in tanti cambiamenti, e riforme, e dalla sua interposizione efficace riconosco la Clemenza medesima, con cui S. M. si è degnata di accettar essa dedica. Si aggiunge poi a tanti altri titoli di queste mie tante obbligazioni la degnazione, con cui mi riceve, la bontà singolare, con cui mi tratta le tante volte, che ho l'onore di presentar- tarmi a lei in Versaglies, e di farle la mia corte alla sua mensa.
Dovrei ben io qui aggiungere come si suole nelle epistole dedicatorie almeno qualche breve tratto sulle impareggiabili qualità di V. E., e la sola difficoltà, che proverei, sarebbe quella di scegliere per ristringermi: ma la modestia sua singolare me l'impedisce con un ordine positivo, con cui degnandosi di accettare la dedica me l'ha espressamente vietato: mi consola il riflettere, che collocato in un posto così eminente e in circostanze così critiche rispetto a tutte le quattro parti del nostro globo, V. E. tiene in se fissi in tal maniera gli occhi di tutto il mondo, che non potrei dir nulla, che non non fosse universalmente conosciuto, e celebrato. Quindi lasciando a parte questo, che altrimenti sarebbe un adempimento del mio dovere, mi contenterò di avere qui esposto le tante mie obbligazioni particolari, le quali non potrò mai celebrare abbastanza, e delle quali non potrei mai dimenticarmi, quando anche avessi a vivere cento, e mille secoli: onde pieno di sentimenti i più sinceri di una viva riconoscenza, di una venerazione profonda, del rispetto il più ossequioso passo a confermarmi per sempre
Di V. E.
Bassano 14. Genn. 1784.
Prefazione
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Sono già 22 anni da che io scrissi questo giornale, nell'atto medesimo del viaggio che n'è l'oggetto, quale io feci andando da Costantinopoli in Polonia con Sua Eccellenza il Sig. Ambasciatore d'Inghilterra, che finita la sua lunga ambasciata tornava alla sua patria. Come la guerra impegnando in due partiti contrarj la Corte sua, e quella di Vienna aveva reso impraticabile il suo passaggio per l'Ungheria, e la Sig. Ambasciatrice non poteva risolversi ad intraprendere un viaggio lungo per mare, gli convenne passare per la Polonia. Io che aven- vendo scorsa l'Italia, la Francia, l'Inghilterra, la Fiandra, l'Olanda, e una parte della Germania, mi ero portato a Costantinopoli con sua Eccellenza il Sig. Bailo di Venezia, presi quest'occasione di aggiungere agli altri miei viaggi questo giro, in cui scorsa ancora la Polonia mi ero proposto di innoltrarmi a Pietroburgo, ma l'inverno, che sopravvenne dopo varj gravi incomodi di salute, mi determinò a piegar da Varsavia verso Cracovia, e per la Slesia, e l'Austria tornare in Italia, e a Roma, dopo quattro anni e mezzo di piacevole giro fatto unicamente per interrompere le mie gravissime precedenti, e susseguenti applicazioni in un'età da una parte ancora assai robusta, e dall'altra assai più propria, che la prima giovanile, per osservare, esaminare, riflettere sullo stato naturale, politi- litico, civile, scientifico de' tanto varj paesi, e costumi instruendosi correlativamente a quel celebre antico detto: Multorum mores hominum qui vidit, & urbes.
Mi allettava il comodo di vedere la Bulgaria, e la Moldavia paesi troppo diversi da quelli, che avevo scorsi nella più colta parte d'Europa, per li quali un viaggiatore non può passare senza gravissimi incomodi, e pericoli fuori di una occasione simile a quella di mettersi al seguito di un Ambasciatore assistito dalla pubblica autorità colla scorta di un Commissario destinato dal Gran Signore, munito di guardie, e di ordini ampj, e premurosi, colla somministrazione gratuita di vetture, cavalli da corsa, alloggi e viveri abbondanti. Il suddetto Ambasciatore mi aveva dimostrata tutta la bontà ne' 7 mesi che che mi ero fermato in Costantinopoli, avendo ricevuta prima del mio arrivo a quella Metropoli dell'Impero Ottomano una lettera premurosa di raccomandazione per me, come seppi da lui medesimo, scritta dal Milord Presidente in quel tempo della Società Reale di Londra, di cui quel Signore era membro, e di cui l'ero divenuto di fresco ancor io, e sottoscritta da una ventina de' principali membri della medesima Società, da' quali avevo ricevute in Londra tutte le finezze, ed attenzioni possibili, dopo di avere pubblicato ivi il mio poema degli Eclissi dedicato a quell'illustre corpo Accademico, tanto più che mi ero prefisso di fare in Costantinopoli l'osservazione interessante di quel primo passaggio di Venere, che poi mi fu impedita dalla troppo ritardata partenza del Veneto Ambasciatore.
Ad Ad ogni modo per ottenere da lui quel favore in una maniera distinta mi prevalsi della valida interposizione di sua Eccellenza il Sig. allora Ambasciatore di Francia in quella Corte, il quale fin dal primo giorno del mio arrivo in quella barbara Metropoli mi aveva prevenuto con tutte le dimostrazioni di bontà singolarissima, avendomi veduto quella stessa sera, mentre sedevo in conversazione accanto a lui, sorpreso da una febbre, che in pochi giorni mi ridusse in istato di moribondo talmente, che non mi si dava più di un'ora di vita. Aveva degnato di visitarmi spesso nel decorso della tanto pericolosa, e lunga mia malattia, e di esibirmi anche un più comodo alloggio nel suo palazzo, che impegnò lo stesso Bailo ad apprestarmi un decentissimo e comodissimo appartamento. Esso Conte mi mi ottenne di essere ricevuto per quarto nella carrozza medesima del Sig. Ambasciatore Inglese colla Sig. Ambasciatrice persona amabilissima e col fratello di lei giovane di maniere singolarmente dolci, e pulite, ciò che mi ha data l'occasione di offrire al benefico Mediatore dopo la morte dello stesso Inglese Ministro questo mio tenue tributo di ossequio, colla dedica del giornale di un viaggio, che, come mi sono espresso nella stessa dedicatoria, si deve a lui. Non posso abbastanza esprimere, quante, e quali sieno le mie obbligazioni verso questo grand'uomo, che giunto pel superiore singolarissimo suo merito all'alto posto, che occupa nella sua Corte, fra le gravissime cure del tanto glorioso, e tanto universalmente vantaggioso suo Ministero, continua a riguardarmi, ed assistermi con una degnazione, e bon- e bontà singolare, come ho pure aggiunto per un atto di umile, e grata riconoscenza nella medesima epistola dedicatoria.
Io sono andato scrivendo la relazione di questa piccola parte de' miei viaggj fatta per paesi tanto meno conosciuti, e in una maniera molto particolare notando di mano in mano nella carrozza medesima i luoghi, per li quali, o in vicinanza de' quali si passava, e le ore della partenza, e dell'arrivo a ciascuno, ciò che ha servito per rettificare la carta, che di quella parte dell'Impero Ottomano ha disegnata in Versaglies d'ordine del medesimo Sig. Conte di Vergennes il , come mi attestò egli stesso, e quasi sempre la sera stessa misi in pulito la relazione di quello apparteneva alla corrente giornata. Mi dispiacque ben assai di non avere meco alcun istromento portatile, che potesse darmi mi accuratamente la situazione geografica precisa de' luoghi stessi. Ho esposto con fedeltà quello, che ho veduto, e quello che ho udito da persone, che ho credute degne di fede. Di molte notizie sulli siti della prima parte del medesimo viaggio son debitore al Sig. Dottore Machenzi Inglese pur di nazione, medico del Sig. Ambasciatore, che ci accompagnò fino all'ingresso in Polonia, uomo pieno di cognizioni, e che era passato per quelle parti un'altra volta: di molte principalissime sulla Moldavia son debitore al Sig. de la Roche Francese di patria, Ministro meritamente favorito del Principe di quel paese, ed al Sig. Millo, che governava come Starosta una delle sue provincie, stata anticamente Starostia appartenente alla Polonia.
La mancanza degli stromenti idonei, l'ignoranza della lingua del paese, per cui si si passava, benchè supplita in parte dagli interpreti, e la continuazione rapida del viaggio, che non permise il fermarci fuori di pochi giorni di dimora interrotta ne' due estremi, e nel centro della Moldavia, non permisero di osservare sul posto, ed esaminare una quantità di oggetti, che sarebbero stati essenziali per fare un'opera più compita, e più universalmente vantaggiosa: pure questo breve racconto non sarà inutile nè nojoso, se non altro col presentare le notizie della maniera, con cui si viaggia da un Regio Ambasciatore in quelle barbare contrade, di varj usi, e costumi, e soprattutto dello stato almen d'allora del governo, produzioni, commercio della Moldavia, paese poco conosciuto anche in oggi dopo di essere stato il teatro di tanti bellici posteriori avvenimenti.
Arrivato a Varsavia dopo un'altra non in- indifferente malattia, che soffersi in Cameniec, e pel viaggio, comunicai questo mio giornale ad un amico, che ne fece per uso suo in tutta fretta una versione in Francese, quale neppure riveduta da lui, e messa in pulito egli trovandosi dopo qualche tempo in Genevra prestò ad un amico, che la fece vedere ad un altro, e questi la pubblicò negli Svizzeri colle stampe, dopo di avervi fatte delle arbitrarie sue mutazioni a varie espressioni dell'originale, delle quali con suo dispiacere, come egli mi attestò dopo, si è risentito lo stile. Io non seppi questa pubblicazione, che alquanti anni dopo, e come tutte le copie si erano dileguate in breve tempo, come ho accennato di sopra, non ne ho potuto mai avere in proprio un esemplare, nè l'ho veduto, che alla sfuggita. Mi dispiacque di non trovarvi neppure un cenno del non esse- essere quello il mio originale scritto da me in Italiano, ma una traduzione, quale neppure avevo mai veduta, onde non potevo entrar garante delle espressioni adoprate dall'Editore. Ho ben veduto al margine di un manoscritto del primo traduttore alcune note del medesimo Sig. La Roche, che egli arrivato a Varsavia dopo la mia partenza vi aggiunse rettificando alcuni pochi passi appartenenti a quello, che da altri mi era stato riferito sulla Moldavia, delle quali ho qui profittato, rimanendo io così più sicuro della esatta verità del rimanente.
Vi era in Parigi, chi voleva fare un'altra versione di questo qualunque mio tenue lavoro, ma mi sollecitava a pubblicare innanzi il medesimo Italiano originale. Ho differito, finchè mi si è presentata l'occasione di venir in Italia per fare in que- questa celebre, vastissima, e ora molto più ancora di prima accurata, e nitida stamperia de' Sig. Conti Remondini una raccolta in cinque tomi di molte mie Opere Matematiche appartenenti all'Optica, e Astronomia o nuove, o inedite, scritte per la massima parte in latino, lingua meno universalmente gradita in oggi anche da' dotti di una nazione, che gode di veder la sua divenuta oramai quasi la dominante in Europa, onde anche di queste tutte ho aggiunto un breve estratto in Francese in ogni tomo. Sono esse umiliate al trono di S. M. Cristianissima, che ha degnato di accettarne la dedica, e di permettermi graziosamente questa temporaria assenza senza la sospensione de' non ordinarj vantaggiosissimi effetti della Regia munificenza, assegnatimi dall'Avo Augusto, e conservatimi illesi fra tanti cambiamenti posteriori accaduti in quel- quella Corte, e tante critiche circostanze di tante dispendiosissime guerre. A chiederla mi ha indotto da una parte la ragione suddetta, per cui attualmente gli stampatori in quel Regno non si assumono più per conto proprio le imprese particolarmente di Opere piene come queste di Geometria, e di calcolo scritte in altra lingua fuor della loro, onde un Autore rimane esposto a un grave dispendio coll'imbarazzo di cercar i modi per poter ottenere lo spaccio della massima parte degli esemplari fuori del Regno, dall'altra parte l'antica amicizia, che per me conservavano questi Signori, dacchè vent'anni addietro fu qui da loro pubblicata in mia presenza con una edizione nitida, ed esatta la mia Teoria della Filosofia Naturale, e la vastissima loro corrispondenza estesa a tutte le nazioni colte, che farà pervenire in breve ve tempo nelle parti le più rimote la notizia de' frutti di tante mie fatiche, quali spero sieno per essere non poco giovevoli per l'avanzamento delle scienze, unico oggetto riguardato, ed espressamente ordinatomi ne' Regj diplomi.
Mentre intanto si imprimono queste mie Opere numerose, che per ora si ristringono a' suddetti due soli argomenti, e siamo al terzo de' cinque tomi, a' quali mi sono presentemente limitato, (n'è sortito ultimamente alquanto dettagliato un catalogo che serve di pubblico avviso), ho giudicato bene di aggiungerne in fine di questa trasversale Operetta una succinta notizia, che servirà di una specie di manifesto per quelli, che attirati dall'argomento facile, e dilettevole di un breve viaggio, ne verranno per questa via più facilmente in cognizione. Prima però di questo sto aggiungerò nel tometto medesimo un dettaglio più analogo al primo suo oggetto, con la relazione di quanto vidi nell'andare a Costantinopoli in faccia a Tenedo su gli avanzi riguardevoli delle rovine, che in oggi si chiamano comunemente di Troja, e appartengono alla nuova pure grandiosa, fabbricata gran tempo dopo accanto all'altra distrutta già anticamente da' Greci, sulla quale città darò in un'aggiunta qualche breve notizia.
Questo è quello, di che ho creduto bene di prevenire il mio Lettore su gli oggetti, che troverà in questa Operetta, mentre intanto si accosta il tempo di pubblicare la più interessante voluminosa raccolta: mi resta solo di aggiungere, che in questa Relazione Italiana del mio viaggio si trova cambiato il titolo di Padre in quel di Abate per la mutazione dell'an- antico mio stato non già abbandonato da me per una volubile incostanza, ma estinto esso medesimo in modo da farmi in certa guisa rimanere quasi orfano, e pupillo.
Giornale del viaggio fatto da Costantinopoli in Polonia
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Avendo S. Eccel. il Signor ricevuto per successore il Signor nella ambasciata di Costantinopoli, il quale fastidiosissimo, e importante impiego aveva per anni quindici e mezzo esercitato con sommo credito, e soddisfazione universale, fece tutte le necessarie disposizioni per ritornare in Inghilterra colla Signora Ambasciatrice sua consorte figlia di S. E. il Signor Ambasciatore di Olanda alla stessa corte di Costantinopoli, con una figliuolina di quattro anni, e un un figliuolino di due, scegliendo la via della Moldavia, e Polonia. Per compagno del viaggio intero per quell'immenso tratto di continente aveva egli il Signor Gerardo Baron di Hochepied fratello della Signora Ambasciatrice. L'accompagnava fino alle frontiere della Polonia il Signor Dottor Machenzi per ritornare indietro di là à Costantinopoli, e fino a Leopoli il Signor Carlo Hübsch Secretario di legazione di S. M. il Re di Polonia figlio del Signor Federico Hübsch Consigliere di corte del medesimo Sovrano, e suo Incaricato d'affari alla Porta. Volendo anch'io tornare in Italia da Costantinopoli, dove ero andato con S. E. il Signor Bailo di Venezia , e appena giuntovi mi ero ammalato a morte, nè trovavo via di perfettamente ristabilirmi in quell'aria da qualche residuo di detto male, avevo ottenuto da S. E. che mi prendesse fino a Leopoli nella sua comitiva, favore, che mi era stato accordato con molta bontà, e gentilezza.
Fissò egli la sua partenza per li 24 di Maggio dell'anno corrente 1762, e di fatti noi partimmo in detto giorno verso il mezzodì. Vi erano due carrozze a quattro luoghi tirate da 6 cavalli per una, in una delle quali andavano i figli colle donne, e un carrozzino da due posti a quattro ruote tirato da quattro cavalli, vi erano varj cavalli di rispetto per quelli, che avessero più piacere di cavalcare, quando il buon tempo lo permettesse, molti altri per per la servitù sua, e del suddetto suo seguito, e una mano di carri pel bagaglio. Ma una parte di esso bagaglio fu mandata su varj cavalli per quella prima giornata, dovendosi regolare ogni cosa più definitivamente a Ponte Piccolo, dove cominciava la giurisdizione del suo Michmadàr, nome, che si dà all'Ufficiale Turco, che la Corte accorda a' Ministri col comandamento, in cui si prescrive, che per tutti gli stati del Gran Signore venga fornito ad essi il necessario pel loro viaggio, sieno vettovaglie, o carri, e cavalli, a conto de' diritti, che devono pagare alla Porta le città, e villaggi per li quali si deve passare.
Il Michmadàr dato a S. E. era Cagì Abdulà, e Visir-Agà: Cagì per aver fatto il pellegrinaggio alla Mecca, giacchè Cagì significa pellegrino, e si suol dar per titolo a chiunque ha fatto quel pellegrinaggio, e Visir-Agà, per esser al servizio del Gran Visir in qualità di suo gentiluomo, posto, che dura in vita, ancorchè i gran Visiri si mutino: i Michmadari si sogliono pigliar sempre da questo rango di persone. Egli era nato in Morea da Padri Cristiani Greci, e ancor fanciullo menato schiavo nell'ultima conquista di quel Regno, era stato educato nella Religione Maomettana, ma tuttavolta conservava il linguaggio Greco: vi era con esso un suo figlio, giovinetto di una indole molto dolce, ed amabile, e varj suoi Cioadari, cioè servitori; come pure vi erano al servizio del Sig. Ambasciatore due Giannizzeri.
Ol- Oltre a tutta questa gente a cavallo vi era una quantità di Signori appartenenti a' Palazzi d'Inghilterra, di Olanda, di Prussia, e alle loro nazioni, la maggior parte de' quali veniva per far corte a S. E. fino al luogo del gran pranzo, che doveva darsi sulla strada dalla nazione Inglese, e alcuni erano risoluti d'accompagnarlo per tutte le due prime piccole giornate del suo viaggio. Tutto questo numeroso accompagnamento faceva una molto bella, e nobile comparsa per la strada di Pera, che era piena di gente accorsa a vedere questa partenza.
Si giunse verso le 3. 1/2 al sito chiamato Daud-Bascià, dove era apparecchiato il suddetto pranzo; ma prima di giungervi s'incontrò il sito chiamato Kichathanà, dove si vide una gran quantità di cavalli del Gran Signore all'erba; e veramente la situazione è bellissima, e i due fiumi anticamente chiamati Kidarus, e Barbisis, entrano ivi nel canale di Ejup, che si scarica nel porto di Costantinopoli, e queste son quelle, che in essa Metropoli si chiamano le acque dolci. Si osservò ivi il sito, in cui vi era una volta un buon numero di bei chio- chioschi di molti Signori Turchi, che erano nelle grandi cariche, i quali furono distrutti nella sollevazione del 1730., in cui fu deposto il Sultano Achmet padre del Sultano Mustafà regnante in oggi per sostituirgli il Sultano Mahmud suo fratello. Non si vedeva più alcun vestigio di essi; e questa è la differenza fra le Fabbriche de' Turchi, e quelle degli antichi Egiziani, Greci, Romani, delle quali rimangono dopo tanti secoli degli avanzi così grandiosi, mentre i palazzi de' Turchi i più magnifici, anche de' più potenti, e ricchi, fatti per la maggior parte di legno, sono come tanti vascelli; onde per abitarli, convien si dia ad essi la carena ogni anno, e sieno rifatti da capo ogni trenta, o quaranta anni. Dopo la distruzione della stessa immensa Città di Costantinopoli non vi rimarrà altro vestigio di essa, che le rovine delle loro Moschee, e forse quelle del Besestein luogo del mercato ordinario, vasto al par di una grande Città, e fabbricato di pietra in modo, che anche le tante sue strade sono tutte coperte di volte reali.
Il sito chiamato in oggi Daud-Bascià si chiamava prima Chiumlikioi. gli mutò il nome, dandogli quello del suo Gran Visir. Esso Gran Signore vi ha fatta residenza, dopo che la la Città di Costantinopoli per le sue frequenti sollevazioni gli era caduta in disgrazia. Vi si vede anche adesso il serraglio del Gran Signore, accanto alle mura del quale trovammo dirizzate due tende grandiose, e sotto una di esse una tavola alla Franca colle sedie, sotto l'altra un giro di sofà alla Turca. Il pranzo per la cura, che se ne era presa il Signor Folli Tesoriere della nazione, riuscì molto abbondante, e delicato in ogni genere.
Finito il pranzo, la maggior parte della comitiva dopo gli ultimi addio rimontò a cavallo, e tornò in dietro; e noi verso le 6 tirammo innanzi, e arrivammo a Ponte Piccolo verso le 8, mentre già la notte cominciava a divenir oscura.
Questo sito ha un Villaggio che in Turco si chiama Kutschiuk-Czekmeggè, cioè piccolo ponte: si chiamava anticamente Bathinia, o Bathinis presso , e . Vi è un ponte di pietra di 36 arcate sulla foce del lago, che era chiamato Bathìnias, in cui entra un fiume, che aveva lo stesso nome. Vi è nel villaggio una Moschea con cinque Han. Questi Han sono fabbriche publiche grandi a modo di un vasto salone, che ha 4 muri, e un gran tetto. Suole questo tetto essere sostenuto oltre a' muri da una, o anche per lo più da due file di colonne, o pilastri, o travi. Da una parte, o in alcuni di essi da amendue le parti vi è lungo il muro un pavimento rialzato varj piedi da terra, e largo un poco più della lunghez- ghezza di un uomo con de' frequenti cammini. Ivi i passeggieri si mettono a dormire, e accanto a' loro piedi vengono a corrispondere le mangiatoje de' cavalli. Il resto serve per li cavalli stessi, e per li carri. Varj Han hanno anche accanto delle camere particolari. Il Han ha il suo custode, e si stima come un sito sacro per la sicurezza delle persone, e delle robe. La maggior parte di detti Han è stata fabbricata per divozione da varj particolari, e vi sono de' Han molto grandiosi, e coperti di piombo.
Si ebbero per quartiere, che i Turchi chiamano Conak, due case Greche miserabilissime, nelle quali si accomodò, come potè, una parte della comitiva, essendo varj altri andati a dormire nel publico Han. In queste case Greche vi erano delle immagini di Santi in carta ben brutte, e orride: se ne trovano per lo più in tutte le case de' Greci varie unite in un sito, e anche alcuna a pennello, e in molte di esse poverissime, pure arde continuamente una brutta, e sudicia lampada. Vi fu in quella sera della confusione; giacchè i carri co' letti, e altre cose necessarie arrivarono tardissimo: pure si mangiò, e si andò a dormire, avendo fatti, chi volle, alzare i suoi letti. ct La mattina seguente s'impiegò tutta nel far le necessarie disposizioni per la continuazione del viaggio. gio. Oltre alle suddette due carrozze a 6 e carrozzino a 4 cavalli, e a' cavalli per padroni, e servitori, si stabilì di avere due altri cavalli da soma, 8 arabàs, o sieno carri coperti a due cavalli, e 10 tirati da due bovi, due de' quali 18 carri venivano per un comandamento particolare, che per essi, e per alcuni cavalli aveva ottenuto dalla Porta il Signor Hübsch.
Su' carri a cavalli si ordinò fossero messe le cose le più necessarie, la cucina, i letti, le tende per potere accampare, la tavola, e le sedie: giacchè ne' quartieri di questi paesi non si trova altro, che le nude mura, o se si trova qualche misero mobile a uso loro, come qualche tappeto, o sofà, si fa levar via tutto tanto per esser cose di poco uso per noi, e poco nette, quanto anche per maggior sicurezza dalla peste. Vi dovevano essere su' medesimi carri varie altre casse più usuali, come di biancheria, di alcuni commestibili, e cose simili. Questi carri dovevano partire insieme colle carrozze, sperandosi che dovessero seguire collo stesso passo, o dovessero arrivare non molto dopo. Le cose meno necessarie dovevano partire un pezzo prima su' carri a bovi, i quali hanno bisogno di doppio tempo. Prima delle carrozze dovevano pure partire i due cavalli colle ceste, che dovevano portare le cose necessarie per mangiare, e bere verso il mezzo del viaggio, dandosi l'ordine del sito, in cui dovevano far alto, portando de' rifreddi, di, e il necessario anche per fare qualche cosa di caldo. La mattina prima di partire si doveva far colazione col prendere il pane col butirro, e il tè col latte. Là si doveva nel pasto della mezza strada prendere il caffè poco dopo l'arrivo: al luogo della nottata si aveva di nuovo a prendere il pane col butirro, e il tè col latte, si portavano delle carte per far la sera una partita di giuoco, dopo la quale vi aveva ad essere un pasto regolare di robe calde, che servisse insieme di pranzo, e di cena.
Questo regolamento cominciò ad eseguirsi stabilmente qualche giorno dopo; ma essendo un giorno mancata la roba pel pasto di mezza strada, si cominciò a prendere de' rifreddi, e del vino, e acqua nelle carrozze: in varie giornate corte si mangiò prima di partire senza fermarsi più a mezza strada, e ne' giorni di riposo vi fu e pranzo, e cena formale. La partita del giuoco fu tralasciata varie sere: essa era di quadriglio fra la Signora, il Dottore, il Barone, e il Signor Hübsch, il qual tempo io avevo destinato a stendere il presente giornale su la tavola stessa, impiegandolo il Signor Ambasciatore nel leggere qualche libro.
Con queste disposizioni si pranzò a Ponte piccolo: si partì di là due ore dopo il mezzodi verso Ponte Grande. Si passò per un piccolo bosco posto in un sito che si chiama Haramiderè, cioè vallon de' ladri. Era ivi una volta un palazzo del Gran Signore, che fu fabbricato da , che che ora è distrutto. Vi si vede una fontana, accanto alla quale si trovò da comprar del pane: s'incontrò vicino alla strada una caravana numerosa di cammelli. Questi erano posti inginocchioni a dormire in circolo l'uno accanto all'altro, e dentro di esso circolo vi erano i loro carichi.
Si giunse alle 5 ore a Ponte Grande, e si ebbero per conak due sufficienti case di Greci, una delle quali era del loro Papàs, o sia Prete, o Curato.
Questo paese è chiamato in Turco Bujuk Czekmeggè, cioè gran Ponte. Ha il nome da un ponte magnifico di pietra diviso in 4 parti quasi contigue di 26 grandi arcate fra tutte, fabbricato da , detto il Magnifico, nell'anno dell'Egira 974. Questo paese anticamente si chiamava Melanthias, e Atheras si chiamava il lago, sulla foce del quale è costruito il gran Ponte. Esse paese è abitato da Turchi, e Greci. Vi sono varj Han, e tra questi uno assai grande, e magnifico. In esso fu ferito un cavallo del Signor Barone, che era un poco troppo vivace, e si fecero varie perquisizioni per iscuoprire, e arrestare il colpevole; ma per fortuna la ferita riuscì leggiera, e senza conseguenza. Si scrissero quella sera varie lettere da mandare a Costantinopoli per que' Signori, che erano venuti da Pera fin là, e il giorno seguente dovevano tornare a Pera stessa. Si cenò, e si dormì. Quella notte passò di là la posta, che veniva da Vienna.
26. MAG- ct La mattina seguente dopo la solita colazione si partì verso le 9 1/2 per Silivria. S'incontrò prima un villaggio Greco detto Karaclikioi: esso è celebre per li contrabbandi, che vi fanno i Greci di robe portate dall'Arcipelago, e depositate in quel luogo, che è fuori della giurisdizione del Gran Doganiere di Costantinopoli, per portarle a poco a poco di contrabbando alla Metropoli. Indi si passò accanto a un altro villaggio Greco chiamato Cumburgas, che è rovinato assai, e ridotto oramai a 30 case sole. Come si andava sulla spiaggia del mare, s'incontrarono varj pescatori, che attualmente pescavano, e si comprò del pesce fresco, che servì poi pel pranzo. Il cocchiere, e il postiglione del carrozzino erano Turchi: ad ogni modo il primo di essi era ubbriaco in modo, che non si reggeva a sedere, e alla fine si buttò giù a dormire: fortuna che la strada sulla spiaggia era eccellente, onde bastò la buona condotta del solo postiglione. Seguì poi la disgrazia, che uscito l'acciarino di una delle due piccole ruote d'avanti, essa ruota balzò via, e sì stentò a far intendere al cocchiere ubbriaco, il quale seguitava a strascinare così quella sedia, che conveniva fermarsi.
Verso un'ora si giunse a un villaggio più grande detto Burgados, che chiama Livados, e vi si fece alto, pranzando avanti il Han. Pro- Probabilmente questo è l'antico Zenophrurion nominato da , ove parlando della morte di , dice: interfectus est in itineris medio, quod inter Constantinopolim, & Heracleam est strata veteris: locus Zenophrurium appellatur.
Si pranzò avanti a un Han. Per li figliuolini si fece fare subito una zuppa col brodo artificiale fatto con delle rotelle di varj sughi di carni, ed altri ottimi ingredienti, che si conservano per de' mesi, e fatta bollir l'acqua, squagliate dentro formano in due minuti un ottimo brodo. Il Signor Bailo ne aveva fatta fare una quantità regalandola alla Signora Ambasciatrice, e ne aveva favorita una parte ancora a me. Riuscì a maraviglia, e il brodo si trovò eccellente; avendo poi servito assai quella provvisione in tutto il resto del viaggio, massime per li Signorini, per uso de' quali se ne portava sempre una scatola nelle carrozze.
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