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DELLA MONETA
SAGGIO POLITICO
DI
Prefazione
Opo tanti eccellenti Scrittori, ch’hanno non solo illustrata, ma forse quasi esausta questa così importante materia, si vedono ancora i sistemi di monetazione nella maggior parte delle Nazioni Europée sottoposti a moltissimi inconvenienti. Abbiamo a credere, che questi siano irrimediabili? ovvero, che la luce sparsa sopra questa materia, offuscata ancora da troppe nubi, non abbia percosso abbastanza gli occhi di chi è destinato a dirigerla? Sarebbe sperabile, che un’analisi rigorosa di tutte le parti, che formano il complicatissimo sistema di mone- tazione, esposta con brevità, che non isgomenti colla mole del volume, ma alletti colla precisione delle idee, che riduca tutta la materia a pochi semplicissimi principj e di una verità evidente, che ne mostri una facile applicazione alla pratica: sarebbe, dissi, sperabile ch’un tale discorso, se non altro, dia almeno l’ultima spinta ad una felice riforma di monetazione? Io mi compiaccio a sperarlo, e mosso da questa lusinga m’accingo ad esporre il breve risultato delle mie meditazioni intorno alla moneta. Ho pensato prima di leggere, e ho più pensato, che letto. Pertanto senza pretendere alla gloria dell’invenzione, posso assicurare, che presento qui i miei pensieri, e non gli altrui. Se le mie idee non saranno conformi a quelle di molti valentissimi Scrittori che m’hanno preceduto, gioveran esse almeno ad eccitare una prudente dubitazione; finchè dopo il maturo confronto possa chiaro apparire, qual sia la più sicura strada, che guidi al buon regolamento delle monete. Se poi taluno mi avesse già prevenuto, nè fosse per riescir nuovo quanto sono per dire, potrò sperare, che questo mio discorso dia un nuovo eccitamento ad abbracciar gli utili sistemi proposti già altre volte, e saranno in tal guisa meglio ricompensate le mie fatiche, che se avessi ottenuto la troppo vana gloria d’aver fatto un nuovo progetto.
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Capitolo I - Valor vero della moneta
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L valore della moneta, come il valore d’ogn’altra cosa, non è che un rapporto della moneta a quella cosa con cui si cambia. Ogni uomo si priva di ciò, che meno gli preme di possedere per acquistare ciò, che gli preme di più. La maggiore o minore premura degli uomini d’avere una cosa piuttosto che un’altra, la difficoltà o facilità d’averla, sono le cagioni, che determinano il valore di ciascuna cosa nel comune umano commercio. Ma il particolare bisogno o desiderio, che abbia un uomo d’una cosa oltre al comune desiderio d’altri uomini, lo determina ad esibire una maggior quantità d’altre cose per ottenerla, che non sogliono gli altri esibire co- munemente. Sono adunque due i valori, che può avere ciascuna cosa: uno arbitrario e capriccioso nelle particolari circostanze d’alcuno (e di questo valore qui non occorre parlare), l’altro comune determinato, come ho detto, dalla maggiore o minore ricerca, che la pluralità degli uomini ne suol fare. Vana, ed inutil cosa sarebbe il voler fingere o fabbricare altri valori nella moneta. Sia il valor del metallo, sia quello del conio, sia il fissato dalle leggi, sia l’abusivo, sia quel che si vuole, il valore d’uno Zecchino è tutto ciò che comunemente gli uomini danno per avere uno Zecchino, che vuol dire per esempio due monete d’argento, una tabacchiera, un cappello, una vettura ec. Non v’è dunque nella moneta alcun valore assoluto, ma egli è sempre reciproco; cioè uno Zecchino è il valore d’un cappello, come un cappello è il valore d’uno Zecchino, qualunque sia l’origine, o la causa determinante questo valore.
Capitolo II - Inconstanza del valore delle monete
Alla sposizione fatta del valore della moneta ne segue, ch’egli è per natura variabile sempre, ed incostante. Conciossiachè ogni qualvolta si muti il rapporto nella quantità o qualità della cosa, che suole cambiarsi con una data moneta, sarà mutato il valore di quella moneta. Così se due moggia di formento, che si cambiavano prima con uno Zecchino, ora si cambiano con due Zecchini, lo Zecchino non vale più due moggia di formento, ma un moggio solo. Questo cambiamento avviene, o perchè un genere qualunque divien più o meno desiderato dagli uomini che non fosse prima, o perchè la di lui quantità cresce o scema in commercio. La moneta è sottoposta a questa vicenda come le altre cose tutte; perchè le varie specie di monete possono essere ora più ora meno desiderate dagli uomini, e trovarsi or l’une, or le altre, ora tutte, in maggiore o minore abbondanza. Solo conviene avvertire, che il rapporto fra la moneta e i generi potendo variare, o per cambiamento accaduto nei generi, o per cambiamento avvenuto alla moneta, nel primo caso giustamente dicesi cambiato il valore dei generi, nel secondo il valore della moneta. Così se le nuove fabbriche di lana introdotte in un paese fanno sì, che con la medesima moneta si compri una maggior quantità di panno, che prima, quantunque sia veramente cambiato il valore della moneta relativamente al panno, dicesi però, ch’è scemato il valore del panno, e non ch’è cresciuto il valore della moneta. Ma se a cagione d’una maggior copia di monete introdotte in commercio avvenga, che tutti i generi proporzionalmente (prescindendo dalle particolari circostanze d’alcuni) si cambiano adesso con una maggior quantità di moneta, che non cinquant’anni innanzi, si dirà propriamente scemato il valore della moneta. Parimenti nel confronto di varie specie di monete, se un oncia d’oro monetato, che si cambiava prima con 14 oncie d’argento monetato, ora si cambia con 15, ciò può avvenire, perchè è cresciuta la quantità dell’argento circolante o diminuitone il desiderio presso gli uomini, ovvero perchè è scemata la quantità dell’oro o cresciutone presso gli uomini il desiderio. Nel primo caso si dirà scemato il valor dell’argento, nel secondo si dirà cresciuto il valore dell’oro. Si conoscerà dal rapporto con l’universalità dei generi, qual sia la specie di moneta, che ha sofferto cambiamento, poichè quella specie, che conserverà coi generi il rapporto di prima, si assumerà come costante nel suo valore, e si giudicherà cambiato il valore di quella, che non ha più coi generi il medesimo rapporto di prima. Questa è dunque la sola proprietà, che distingue il valore della moneta dal valore di ciascun genere in particolare; che la moneta essendo adoperata privativamente per cambiarla con qualunque genere, il cambiamento del valore della moneta non si determina, che dal rapporto proporzionale della moneta con l’universalità dei generi; mentre il cambiamento di ciascun genere si determina dal di lui rapporto colla sola moneta. Ma non perciò lascia la moneta d’essere necessariamente variabile ne’ suoi valori, a dispetto di qualunque operazione politica tendente a conservare alla medesima un valore costante. Da ciò si conosce evidentemente, quanto falsa sia e pregiudizievole l’opinione di que’ Giureconsulti, che asseriscono francamente essere tutto in puro arbitrio del Principe il valore della moneta. Io non intendo di toccare con temeraria mano i sacri diritti della sovranità, quando dico, che non dipende da essa il vero reale valore delle monete. Non è questa una mancanza di diritto, ma una fisica limitazion di potenza, per cui non può il Principe mutare i necessarj rapporti delle cose, nè più fissare il valore della moneta, che determinare ad arbitrio
la quantità di pioggia, che deve ciascun anno innaffiare le sue campagne. Per dare una maggior luce a questa importantissima massima, conviene analizzare il valore della moneta che suol dirsi numerario, sorgente a mio credere di tutti gli errori, e di tutti i disordini in questa materia.
Capitolo III - Valore numerario della moneta
Utti sanno come sono state attribuite alle monete le denominazioni di lire soldi e denari. S’esprimevano con tali denominazioni i giusti rapporti delle specie inferiori colle superiori delle monete, e corrispondevano così bene le denominazioni ai valori veri, come corrispondono adesso i nomi di braccio palmo pollice linea ec. ai rapporti reali fra le quantità denominate da tali misure. Ma essendosi per varie cagioni variati i rapporti fra il valore d’una specie di moneta, ed il valore d’un’altra specie, e principalmente fra le monete di rame e quelle d’argento, fra queste e e quelle d’oro, ne avvenne che un soldo d’argento non equivaleva più a dodici denari di rame, ma a quindici. Non si è tralasciato perciò di calcolare dodici denari per ciascun soldo, ma la moneta che prima valeva un soldo, di poi si è valutata un soldo ed un quarto. E così delle lire, dei fiorini ec. Quindi in breve tempo non si trovarono più quasi monete effettive, che corrispondessero ai nomi di denaro soldo o lira, ma tali nomi si conservarono per l’uso del calcolo. Si sono per tal cagione distinti nella moneta due valori, uno chiamato intrinseco, consistente nei veri rapporti di quella moneta con le altre e coi generi, l’altro chiamato numerario, cioè di lire soldi e danari. Lo stesso avvenne coi generi, de’ quali si poteva dire indifferentemente, che vagliono, per esempio, un fiorino effettivo, che vuol dire un dato peso d’oro monetato, e quattro, sei, otto ec. lire di numerario. Il grand’uso dei valori numerarj nelle operazioni del calcolo ha fatto, che nell’interno commercio e nei contratti si è preferito di valutar i generi pel numerario, all’uso di valutarli per le specie effettive di monete. Così i nomi di lire soldi e danari divennero la comune misura con cui si determinarono i valori relativi di tutte le monete, e di tutt’i generi. I Principi, che soli coniavano moneta, perchè il solo pubblico impronto poteva garantirne il peso ed il titolo, non fecero altro in principio, che mettere l’impronto di soldo ad una moneta, il cui valor vero fosse duodecuplo del valor vero di quella moneta, che si chiamava denaro, e così delle altre. Adattandosi poscia al comune uso di ragguagliare le monete ai nomi divenuti già ideali di lire soldi e danari, determinarono nelle loro tariffe i valori relativi di tutte le monete, dicendo, per esempio, lo Zecchino vaglia tante lire, lo scudo tante lire e tanti soldi ec. Quindi sedotti a poco a poco parte dai pubblici bisogni, parte dall’erronee persuasioni de’ Giureconsulti, che soli avevano il maneggio dei pubblici affari, credettero cosa affatto dipendente dal loro arbitrio l’assegnare un maggiore o minore valor numerario a ciascuna moneta. Non è ancor qui il luogo di mostrar gl’inconvenienti, che nacquero dalle capricciose e sproporzionate fissazioni de’ valori numerarj, fatte alle monete dalle legali tariffe. Ma siccome per un gravissimo sbaglio, che ha occupato la mente dei politici e del popolo, si sono spesse volte confusi i valori numerarj delle monete coi reali, e si è creduto ch’una moneta, cui fosse accresciuto dal Principe in una nuova tariffa il valor numerario, valesse veramente più che non valeva prima, così mi ristringerò in questo capo a svellere questo fatalissimo pregiudizio dalla mente di chiunque ne fosse ancora imbevuto.
In una Nazione, ch’abbia i valori numerarj corrispondenti esattamente ai veri valori reciproci delle monete, fingiamo che il Principe con nuova tariffa muti i valori numerarj delle medesime. O saranno cambiati i numerarj di tutte le monete in giusta proporzione, o nò. Se saranno cambiati i numerarj proporzionalmente, talchè così stia il nuovo numerario, per esempio, dello scudo, al numerario antico, come il numerario nuovo del Luigi, dello Zecchino, e di tutte le altre monete, al numerario antico, allora le monete non avranno sofferta variazione alcuna ne’ loro valori reciproci, tanto fra di loro, quanto relativamente ai generi. Si cambierà colle medesime specie d’argento la medesima moneta d’oro. Si comprerà egualmente come prima un cappello con uno Zecchino, due pani colla stessa effettiva moneta di rame ec. solo saranno cambiati i valori numerarj di tutti i generi, e chi aveva mille lire di rendita non ne avrà, per esempio, che 950 ovvero 1050, e ciò che valeva prima una lira, ora si valuterà ventuno o diciannove soldi ec. L’influenza maggiore di un tal cambiamento sarà nei tributi che si danno al Principe, e negli stipendj ch’egli dispensa ai Sudditi, ogni qualvolta siano i medesimi fissati a ragion di valore numerario, e non in monete effettive. Perchè crescendo il numerario delle monete si paghe- ranno i tributi e gli stipendj con un minor numero di monete effettive, e così al rovescio. Ma se il Principe assegnerà un nuovo numerario alle monete che non sia proporzionale all’antico, cosicchè essendo prima valutato, per esempio, il luigi 24. lire, ed ogni scudo d’argento lire sei, si dia agli scudi il valore di lire sei e mezza, lasciando ai luigi il valore di lire 24., allora i negozianti non vorranno certamente dare un luigi e due lire in cambio di quattro scudi, e per quel genere, ch’era prima valutato sei lire e mezza, non vorranno contentarsi d’uno scudo. Pertanto accresceranno il numerario per tutti i generi dell’8 e per cento, e valuteranno pure il luigi a 26. lire, e non a 24. com’era prima. Avrà dunque il luigi due valori numerarj, uno di tariffa di lir. 24., e un altro, che dicesi abusivo, di lir. 26. e sarà ristituita la proporzione fralle monete nell’uso del commercio; e riguardo ai tributi del Principe, essi si pagheranno sempre con quelle monete che avranno in tariffa maggior valore numerario, onde la nuova tariffa non avrà alcun altro effetto, che di avere in- trodotto un nuovo valore abusivo d’alcune monete, senza giammai alterarne i valori reali. Che se con leggi o pene severe si volesse impedire l’introduzione del numerario abusivo, allora escirebbero in breve dallo Stato tutte quelle monete, che avessero dalla nuova tariffa un numerario minore di quello che secondo le giuste proporzioni ad esse conviene. Vedesi chiaramente da quanto si è detto, che i veri valori delle monete niente dipendono dalle denominazioni che ne formano i valori numerarj. Ma l’uso di queste denominazioni, e i loro cambiamenti, e le leggi tutte relative ai valori numerarj delle monete, sebbene non possano giammai alterare i valori veri delle medesime, non sono però indifferenti allo Stato, cui arrecano gravissimi danni senza produrre alcun vantaggio nè alla Nazione, nè all’Erario, come vedrassi ne’ capi seguenti.
Capitolo IV - Inconvenienti dei valori numerarj delle Monete
Anti sono questi inconvenienti, che io ardirei quasi asserire non esservi disordine alcuno in fatto di monete, che dai valori numerarj non abbia l’origine. Supponendo i valori numerarj proporzionati sempre ai reali valori reciproci delle monete (nel qual caso sembra ch’esser debbano minori gl’inconvenienti) è però facile osservare dalla storia di tutte le Nazioni, che i valori numerarj tendono sempre all’accrescimento, e si aumentano in fatti vieppiù sempre ovunque non trovasi abbondanza di lire effettive in circolazione. Non sarà difficile conghietturare la cagione di questo accrescimento. Avviene facilissimamente, che alcuna specie di moneta, per qualunque passaggera cagione, è dai negozianti desiderata e ricercata particolarmente. Questa ricerca dà subito un agio a quella moneta, onde se correva 30. lire, si trova a cambiarla a 30. ed un quarto. Avvezzo una volta il popolo a valutare 30. lire e cinque soldi quella moneta, troppo mal volontieri s’adatta a darla per 30. lire, onde restituitosi poscia l’equilibrio antico fra le specie, essendo cessata la passaggera cagione dall’alterazione, s’innalza per tacito consenso de’ negozianti in proporzione il valore numerario di tutte le altre monete. Un simile effetto deve produrre la corrosione delle monete d’argento, per cui avendo esse perduta una quantità del loro peso, non si diminuisce perciò il loro valore numerario, ma si accresce piuttosto in proporzione il numerario delle altre, finchè sia restituita la proporzione. Altre cagioni si potrebbero addurre, che si svilpperanno in appresso, e su cui non è d’uopo qui arrestarsi, essendo il fatto dalla comune sperienza avverato, che le monete, dove è libero il loro corso, crescono vieppiù sempre di valor numerario. Un’assai trista conseguenza di questo successivo accrescimento dei valori numerarj si è la disuguaglianza del dato e del ricevuto nei contratti del commercio interno. Dopo che si è introdotto il costume di contrattare in lire, e che le lire non ci sono, chi ha imprestato dieci anni fa mille lire, o ha venduto merci a credito per simil somma, riceve presentemente il saldo di mille lire con minor copia di metallo monetato, di quella che aveva sborsato, o che corrispondeva alle sue merci, e così si dica degl’interessi, delle locazioni, delle enfiteusi ec. Oltreciò gli artefici, gli operaj, gli agricoltori stipendiati giornalmente in lire o soldi, perdono successivamente una porzione del loro vero stipendio, a misura che si accresce il numerario delle monete, talchè lo stipendio di quest’anno, supposto di numerario eguale allo stipendio di dieci anni fa, non rappresenta una egual quantità di moneta, e per conseguenza di generi necessarj al sostentamento dell’ operajo, a quella che rappresentava dieci anni fa. Potrebbero è vero gli operaj pretendere vieppiù maggiore stipendio a misura che cresce il numerario delle monete, ma si avverta che gli aumenti del numerario delle monete si fanno poco per volta, e lentamente. Uno Zecchino non passa d’un tratto da 15. lire alle 16., ma a 15. lire ed un ottavo di lira. Questo accrescimento compartito sulle picciole somme de’ giornalieri stipendj, per esempio d’una lira al giorno, non è che di due denari, e non essendovi in que’ Paesi ove lo Zecchino vale 15. lire alcuna moneta effettiva minore di tre denari, non possono gli operaj pretendere l’accrescimento proporzionato delle loro opere. A ciò si aggiunga, che il minuto popolo prende quasi sempre la legge dai Proprietarj per cui lavora, e ch’egli non è capace di calcolare queste piccole differenze. Quindi avviene, che si trovano ancora certi stipendj giornalieri sui medesimo piede in cui erano, quando i numerarj valori delle monete erano di gran lunga minori che adesso. Nasce quindi un’assai maggiore disuguaglianza nelle fortune crescendo la povertà, anzi la miseria del minuto popolo funesta sempre alla Nazione; quindi si moltiplicano i mendici, si scema la popolazione, si aggiungono gl’incentivi ai delitti ed all’ozio, giac- chè per una sordida economía vengono dai ricchi proprietarj tiranneggiati al più potere gli uomini operosi, e per una ostentazione di generosità, o di lusso, o di mal intesa pietà, alimentati i neghittosi, ed i mendici. Frattanto alcuni uomini industriosi, che ad onta del cattivo costume vogliono pur vivere colle loro fatiche, trovandosi diminuiti i prezzi della loro opera si rifanno col risparmio nella materia prima, adoperandola peggiore o sia di prezzo più vile, e col risparmio della diligenza per far più lavoro nel medesimo tempo. Quindi avviene un grave pregiudizio alle manifatture nazionali, le quali a cagione del loro discredito perdono lo spaccio che avevano fuori paese, a grande discapito del commercio. Dirà taluno che il solo accrescimento della quantità d’oro e d’argento circolante prodotto dalle continue escavazioni delle miniere atto è a cagionare la disuguaglianza del dato e ricevuto ne’ contratti del commercio interno, e la diminuzione de’ giornalieri stipendj, ancorchè fossero determinati in monete effettive e non in valori numerarj, attesochè la moneta fatta più abbondante rappresenta una minor quantità di generi, che quando era più scarsa. Io non ho altro a replicare, se non che gli accrescimenti successivi dei valori numerarj ingrandiscono il dan- no dell’accresciuta copia del denaro circolante.
Le leggi hanno tentato d’impedire questi disordini prescrivendo un numerario costante ed inalterabile a tutte le monete. Ma per impedire la naturale tendenza che hanno all’accrescimento i valori numerarj, ci vuole una severissima vigilanza perchè siano rigorosamente osservate le tariffe, onde nascono nuove specie di delitti puniti con gravi pene e prodotti dalla sola legge, inconveniente contro cui declamano oggimai tutti gli Scrittori politici, e i buoni partigiani dell’umanità. Malgrado tutte le diligenze delle leggi, molte volte l’urto fisico della natura le ha rovesciate, ed hanno ottenuto le monete un valore numerario abusivo maggiore di quel di tariffa. Di più i numerarj di tariffa rare volte sono corrispondenti ai valori reali, e quando lo siano, l’incostanza di questi porta subito necessariamente lo sbilancio nella tariffa: quindi i monopolj dei negozianti: quindi una perpetua fluttuazione di certe specie di monete, che in grande copia or entrano, ora escono dallo Stato: quindi una maggiore incostanza nei valori delle paste metalliche: quindi una perpetua incertezza e diffidenza nei Cittadini e nei piccoli negozianti nell’accettare ed apprezzare le diverse specie di monete. Per ovviare a questi disordini si sono proibite tutte, od alcune delle monete forestiere: quindi nuovi delitti fabbricati dalla legge: quindi gravissimi imbarazzi nel commercio dei confini atti a disavviare dei rami importantissimi di commercio esterno. Ecco un abbozzo dei danni cagionati dai valori numerarj, e dagli sforzi fatti dalle leggi per sostenerli. Restanvi molte osservazioni importanti a farsi sopra questa materia ch’avranno più acconcio luogo in appresso. Passerò intanto ad esaminare se i vantaggi sperati dalle leggi monetarie possano compensare i danni delle medesime e dei valori numerarj delle monete.
Capitolo V - Non sono d’alcun vantaggio alla Nazione le leggi che fissano il valore numerario delle monete
Negozianti interessati più d’ogn’altro a prendere e spendere le monete secondo il loro giusto valore, non fanno mai, principalmente nel commercio esterno, caso alcuno del loro valore numerario, ma contrattano le somme grosse in monete effettive, e non in doppie, scudi, o lire ideali; e nel regolare i loro cambj non danno forse mai alle monete un valore numerario che corrisponda al numerario di tariffa o all’abusivo, ma tale che corrisponda ai veri valori reciproci delle monete. Basterebbe forse ciò solo per mostrare l’inutilità di tutte le tariffe relativamente al bene della Nazione. Ma per dimostrare la cosa con maggiore evidenza, esaminiamo il vantaggio principale, ch’hanno di mira i Principi nel fissare i valori numerarj delle monete. Egli è di rendere avvertiti i sudditi sul giusto valore delle medesime, per tema che non vengano danneggiati dagli stranieri, prendendo da essi monete a più di quello che vaglio- no. Ma questa sembra una cura inutilissima, fondata sopra un vano timore. Le monete straniere non si vogliono prendere da alcuno, prima che sappiasi correntemente nella Piazza il loro valore giusto, relativamente alle altre monete conosciute. Gli orefici le saggiano, i negozianti le accettano con piena cognizione di causa, e allora cominciano ad avere un corso nella piazza, sul principio minore del giusto, quindi eguale; e questo corso è soggetto naturalmente alla variabilità ed incostanza, cui soggiacciono i valori delle monete tutte e di tutti i generi, come ho detto di sopra. Non ho avuto in considerazione i piccioli danni d’alcuni privati, che prima ch’una moneta abbia acquistato dalla pubblica estimazione un determinato valore, possono soggiacere ed essere talvolta pregiudicati nell’uso della medesima. Quelle minute considerazioni non possono mai entrare nei piani di pubblica Economia.
Fingiamo ora che per garantire i Sudditi da ogni pregiudizio, voglia dare il Principe alle monete proprie ed alle straniere un valore numerario corrispondente al reale. Ciò far non potrà se non dopo avere calcolato diligentemente, non solo i reciproci valori dei metalli, tanto semplici quanto composti, mai quei valori ancora, che certe mo- nete possono acquistare o perdere, a cagione del credito o discredito del loro impronto. È opinione di molti, che lo Zecchino Veneziano non abbia, in ragion di metallo, alcun pregio sopra il Fiorentino: ciò non ostante è valutato in tutte le piazze qualche cosa di più. Si attribuisce questo vantaggio alla opinione dei Popoli orientali, i quali abbagliati dal colore, preferiscono lo Zecchino Veneziano ad ogni altra moneta. Basta questa opi- nione in un popolo, che attrae la maggior copia dell’oro Europeo, per dare allo Zecchino Veneto un reale valore oltre a quello del Fiorentino, in quella guisa che è maggiore il valore d’una stoffa di moda a quel d’un’antica, quantunque la prima contenga meno materia e meno fattura. Ora questi calcoli intorno ai reciproci reali valori delle monete, sono impossibili a farsi esattamente dal Principe, perchè ne sono troppo incerti i dati ed equivoci; ma si fanno quasi all’insaputa dalla piazza di commercio, ove si accresce o scema per unanime tacito consenso dei negozianti il valore d’ogni genere e d’ogni moneta, a proporzione della maggiore o minore ricerca. Ma dato ancora che potesse riescire al Principe un calcolo esatto dei reali valori di tutte le monete, l’incostanza necessaria di questi valori forzerebbe il Principe a mutar di sovente la sua tariffa, il che renderebbe troppo incostanti i valori numerarj delle monete.
Capitolo VI - Non sono d’alcun vantaggio all’Erario le leggi, che fissano il valore numerario delle monete
On si può mettere questa importantissima verità in tutta la sua luce senza distinguere varie supposizioni, e di ciascuna partitamene ragionando mostrare, che, o non recano le tariffe quel profitto all’Erario che la politica de’ passati tempi si prometteva, o lo recano per una via indiretta assai più pregiudizievole, che non sono le nuove imposizioni e gli accrescimenti degli antichi tributi.
Siavi per prima ipotesi una Nazione, in cui il valore numerario delle monete non sia fissato da alcuna tariffa, ma sia abbandonato al corso libero del commercio. Se i tributi e gli stipendj saranno fissati in valori numerarj, e non in monete effettive, ogni volta che si accresca il numerario, scemerà la quantità delle monete che riceverà il Principe dai tributi, e quella che sborserà per gli stipendj. Ma le spese che farà il Principe pel mantenimento della sua Corte, ed una quantità di piccoli salari, che corrispondono esattamente al puro bisogno dei salariati, richiederanno la medesima quantità di monete che richiedevano prima, ossia dovrà crescere il numerario in proporzione, e per le spese, e pei salarj di necessità che dispensa il Principe. Tali sono principalmente quei delle truppe, i quali non possono soffrire quell’intrinseca diminuzione, che soffrono frequentemente (come ho mostrato nel Capo 4.) i giornalieri stipendj degli operaj. La ragione si è che trovano con difficoltà i Principi, onde compire le loro truppe, e i soldati mutano facilmente servizio, quando sperano un migliore stipendio. Pertanto non è sperabile, che soffrano la diminuzione dello stipendio cui erano avvezzi. E ciò per quanto riguarda quella porzione di stipendio, che loro dassi in denaro; mentre la maggior parte, che consiste in pane, vestito, armi ec. si vede evidentemente che tutta deve crescere, crescendo il valore numerario delle monete. Ora si sa che la spesa delle truppe è il più forte articolo delle Finanze. Dunque essendo nella detta supposizione scemata la quantità delle monete ch’entrano nell’Erario, e non essendo scemata la quantità delle monete ch’esce per le spese e pei salarj di necessità, ma quella solo che si distribuisce negli stipendj gratuiti capaci di qualche diminuzione, chiara cosa è, che l’Erario del Principe avrà sofferto danno dall’accresciuto valore numerario delle monete. Ho già detto di sopra che i numerarj valori delle monete sono inclinati al crescere. Sarà tanto più forte questa inclinazione quando l’accrescimento porti una diminuzione della quantità reale dei tributi. Dunque una tariffa, che determini il valore numerario delle monete risparmierà all’Erario questo danno, il che sembra contrario alla tesi in fronte a questo capo stabilita.
Ma si osservi, che il danno dell’Erario in questa supposizione si deve meno attribuire alla libertà delle monete, che al cattivo regolamento dei tributi e degli stipendj. Non è egli più naturale e più giusto fissare gli stipendj e i tributi in monete effettive che in lire? Allora i cambiamenti dei valori numerarj non interessarebbero più nulla l’Erario del Principe. Dirà taluno, che certi tributi si riscuotono in picciolissime monete, e non si può a meno di fissare tante lire, tanti soldi, tanti denari per una tal porzione di terra, per una tale capitazione, una tale introduzione di merci, una tale consumazione ec. Rispondo, che adottandosi il sistema monetario, che proporrò in appresso svanirà questa difficoltà. Ma senza ricorrere a quello, può il Principe fissare un valore numerario alle monete che riceve pei tributi, e a quelle che dispensa agli stipendiati senza prescrivere i valori delle monete in commercio. Farà così una tariffa d’economia pel proprio uso, come la fanno i Negozianti per l’uso del commercio esterno, e conserverà a’ suoi tributi una quantità costante di monete. Penso però, che questa privata tariffa dovrebbe ristringersi ad una moneta sola delle più comuni, per esempio allo scudo effettivo d’argento, talchè essendo questo fissato dalla tariffa privata del Principe, per esempio, a sei lire, il valore delle altre monete tutte s’intenda per uso della regia Cassa così determinato, ch’abbia quel rapporto al valore di Cassa dello scudo, cioè a sei lire, che trovasi fra i valori correnti delle altre monete, ed il valor corrente dello scudo. La ragione di questo pensiero si è, che se volesse il Principe nella tariffa di sua privata economia determinare il valore di varie monete, essendo i rapporti delle medesime necessariamente variabili fra di loro, come ho mostrato nel Capo II. la tariffa privata del Principe, o si dovrebbe mutare continuamente, o non seguirebbe spesse volte i rapporti, che trovansi nei valori reciproci delle monete.
Ho mostrato, che dalla libertà dei valori numerarj in commercio non viene recato alcun danno all’Erario, quando siano ben regolati i tributi e gli stipendj. Fingiamo ora, che con una nuova tariffa venga accresciuto, o diminuito il valore numerario d’alcuna moneta relativamente alle altre, e vediamo quale profitto caverà l’Erario in questa seconda supposizione. Non vedo cosa possa altro sperare il Principe, che di accrescere la quantità delle monete nel suo Erario, o quando vengano pagati i tributi con quelle specie di monete, il cui valore numerario sarà stato scemato nella nuova tariffa, ovvero prevalendosi per pagare gli stipendj di quella specie di moneta, il cui numerario sarà stato dalla nuova tariffa innalzato. Ma facil cosa è prevedere, che tutti pagheranno i tributi con quella moneta, che avrà acquistato un numerario maggiore, e giammai con quella cui è stato diminuito: onde resteranno necessariamente deluse le speranze d’impinguare con un tal mezzo l’Erario.
Passiamo ora ad una terza supposizione, cioè che il Principe con nuova tariffa diminuisca in giusta proporzione il valore numerario di tutte le monete. Essendo i tributi e gli stipendj fissati in numerario si vede chiaramente, che la quantità vera de’ tributi e degli stipendj crescerà per quest’operazione, senza che cresca la quantità delle spese. Sia la somma de’ tributi 110. millioni di lire, quella dei salarj 55. millioni, ed altrettanti quella delle spese. Fingiamo che fosse valutato lo Zecchino 11. lire, e che per la nuova tariffa sia stato determinato a 10. e così tutte le altre monete in proporzione. Dopo questa tariffa non basteranno più 10. millioni di Zecchini per pagare i tributi, ma ce ne vorrà 11. Per pagare 55. millioni di salarj non basteranno più come prima 5. millioni, ma ci vorranno 5. millioni e mezzo. Ma si faranno egualmente con cinque millioni tutte le spese che si facevano prima. Resta adunque di profitto per l’Erario un mezzo millione di Zecchini. Questo profitto si potrà far ascendere anche a un millione intiero, diminuendo tutti i salarj nella medesima proporzione, in cui fu diminuito il numerario delle monete. Ma se per avventura la sola somma de’ salarj fosse eguale alla somma de’ tributi, sia a motivo del disordine delle Finanze, sia perchè fossero tutte le spese ridotte a forma di salarj, come avviene a que’ Principi, che danno ad impresa il mantenimento delle truppe, delle fabbriche, della propria casa ec., allora non vi sarebbe più alcun vantaggio nella diminuzione dei valori numerarj, ed ove gli stipendj superassero i tributi vi sarebbe una positiva perdita, a meno, che non si riducessero a minor numerario gli stipendj. Da questa esposizione si potrà facilmente conoscere, che tutto il preteso profitto dell’Erario non sarà mai cagionato, che indirettamente, dalla nuova tariffa, essendo effetto del metodo di regolare i tributi, e gli stipendj in valori ideali o nominali, e non in valori veri. Questa nuova tariffa non è dunque altro in fondo, che una nuova imposizione, richiedendosi per i tributi 11. millioni di Zecchini, quando prima non se ne richiedeva che 10. Quando la politica malvagia o ignorante disgiungeva l’interesse de’ Principi dal bene della Nazione, e metteva il Principe co’ sudditi in uno stato di sorda guerra, poteva essere plausibile il pensiero di palliare le nuove imposizioni colla monetazione. Ora che sanno i Sudditi, che non s’impongono loro nuovi tributi, che pei veri bisogni della Nazione, e che hanno tutta la confidenza nella bontà de’ loro Principi, non v’è d’uopo di simili sottigliezze rovinose alla Nazione ed al commercio, e si potrà francamente accrescere, quando bisogna, le imposizioni, senz’alterare i valori delle monete.
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