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Lettere dal fronte

Giosuè Borsi · 1918 · Free in the US

31,991 words · about 2 h 14 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1918 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Lettere_dal_fronte&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Giosuè Borsi
Language
Italian
Published
1918
Length
31,991 words · about 2 h 14 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 3 min
  3. Lettere alla madre about 1 h 20 min
  4. Lettere a varii about 43 min
  5. L'ultima lettera about 9 min

Continue:

Front matter

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Introduzione

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I soldati d’Italia, alle loro mamme, ai loro amici, alle mamme e agli amici di quelli che sono morti nella guerra, a tutti coloro che non combattono oggi con le armi, ma debbono e dovranno combattere, in tutta la vita, la guerra sacra e continua del bene, della civiltà, della grandezza d’Italia, — a quanti hanno una patria e un cuore per amarla e un braccio e una mente per servirla, — offriamo lo specchio, il conforto e l’incitamento che verrà loro dalla lettura delle Lettere che dal fronte scrisse alla madre e agli amici, tra l’agosto e il novembre, Giosuè Borsi, morto di fucile austriaco a Zagora, il 10 di novembre del 1915, e dalla lettura dei Colloqui ch’egli aveva lasciata, partendo per la guerra, e che abbiamo pubblicati in bel volume.

Dell’ultima delle lettere che si leggono qui, un altro eroe dell’abnegazione patriottica e dell’amore per i fratelli, il cardinale Mercier, ha scritto che se un giorno, com’è sua intenzione, parlerà ai soldati, farà loro la lettura di essa, per insegnar loro «comment on vit et comment on meurt».

Tutte le lettere che la precedono sono una preparazione ad essa, tutte insegnano come si vive, come si ama, come si muore. Tutto il periodo della vita di Giosuè Borsi che precede la sua partecipazione volontaria alla guerra, è una preparazione luminosa alla morte. Prima di partire per il fronte scrisse quotidianamente quelle calde e soavi preghiere dei Colloqui, in uno dei quali afferma: «Dare la mia vita alla patria sarebbe uno dei modi più ambiti di spenderla bene, perciò, se è possibile, Signore, fammi morire sul campo di battaglia». E in qualcuna di queste lettere egli ha il presentimento chiaro che il suo voto sarà esaudito. «Se sono certo della nostra vittoria... non sono però altrettanto certo che vedrò di quaggiù tutte queste belle cose, anzi il mio presentimento mi dice che, movendo all’assalto, vado incontro alla mia liberazione».

Da quel desiderio, da questo presentimento, dalla nobiltà dell’animo suo, dalla fede sua recente e pura e ardentissima, nasce la indicibile poesia di questi scritti, nasce la gioia, la pietà, l’amore, l’ingenuità, l’abbandono, la chiaroveggenza meravigliosa onde sono tutte animate e ardenti. Analizzarle sarebbe profanazione. Ogni animo puro e ogni cuore sensitivo — ogni animo e cuore d’italiano, naturalmente aperto alla bellezza e alla bontà — troverà nelle Lettere e ne’ Colloqui una delle letture più incitatrici e consolanti in cui mai abbiano saputo fondersi e sublimarsi l’amore attivo e l’amore contemplativo dei quali Dio ha acceso l’animo degli uomini.

Della vita di Giosuè si parlerà diffusamente in capo al volume dei Colloqui: per ora basti al lettore sapere ch’egli, nato a Livorno nel 1888 da Averardo Borsi, giornalista, fu tenuto a battesimo da : rivelò prestissimo il suo grande ingegno e le sue rare disposizioni letterarie, tanto che chi spigolerà tra la sua produzione di adolescente, avrà più volte a farne le alte meraviglie: mortogli il padre, nel 1910, si dedicò al giornalismo, e fu per qualche tempo direttore del Nuovo Giornale di Firenze: lasciò una quantità di articoli di politica, di critica, di varietà: due volumi di versi (Primus fons e Scruta obsoleta) oltre molte rime non ancora raccolte: un volume incompiuto di novelle, Crisomiti: romanzi similmente incompiuti: e per il teatro alcuni apologhi orientali in un atto, veri gioielli, dei quali il Diadestè ebbe molta fortuna sulle scene. Ottenne pure eccellenti successi come conferenziere (specialmente in due memorabili letture dantesche tenute a Firenze in Orsanmichele) come lettore, e persino come artista drammatico, sostenendo parti importanti nelle rappresentazioni greche del Romagnoli a Siracusa, a Fiesole, a Torino. Nell’ultimo anno della sua vita la guerra lo ebbe tutto, prima soldato volontario, poi ufficiale; tutto, fino alla morte, la quale lo colse a Zagora, il 10 di novembre, mentre guidava all’attacco il suo plotone.

Della scelta e della pubblicazione delle cose sue inedite lasciò, in una lettera unita al testamento, l’incarico all’amico suo Massimo Bontempelli, che volle anzitutto raccogliere, ordinare, pubblicare le lettere che si presentano al pubblico in questo volume.

Lettere alla madre

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Mamma mia,

eccoci fermi alla stazione di Bologna per un paio d’ore. Ne approfitto per mandarti un bacio. Siamo partiti da Firenze una cinquantina di diavoli scatenati, furenti d’entusiasmo, tutti bravi ragazzi che faremo il nostro dovere, te lo garantisco. Viva l’Italia! Non s’è fatto che cantare e scherzare tutto il tempo: un baccano da far scappare duecentomila Austriaci. Tutto il treno in rivoluzione. Ora abbiamo un terribile corpo a corpo col caffè e latte e panini imburrati. Mischia accanita. Alle sette e cinquanta sarò a Padova.

Mamma, ti adoro e penso a te sempre sempre. Ti ho lasciato il cuore. Tiemmelo per benino, e lo riprenderò al ritorno. Un bacio lunghissimo.

Cara mamma,

altra fermatina a Padova. Speravo di trovare Ettore, ma è in campagna. Sono a colazione dalla sua mamma, poi vado a Venezia dove mi fermo qualche ora, indi parto per Udine, dove pernotto, e domattina alle sei sono a Cividale del Friuli, che è la mia destinazione. Poi entro in campagna. Evviva l’Italia! Il morale è sempre altissimo, la calma è sempre imperturbabile, la salute sempre eccellente, e così spero che sarà di te. Il mio pensiero non ti abbandona un istante. T’abbraccio mille e mille volte. Tuo

Cara mamma mia,

oggi alle tre partiremo di qui nei camions, per raggiungere il nostro reggimento. Dove non te lo posso dire: d’ora innanzi bisognerà che tu ti rassegni a non sapere dove sono precisamente. Ho passato la notte a Udine, come ti dissi ieri, ed ho trovato una trentina d’amici inaspettati: Ojetti, Cippico e tanti altri, tutti guerrieri. Che città Udine! Tutta gremita di soldati, ufficiali, generali, in mezzo a un movimento vertiginoso di automobili, furgoni, batterie, con gli aeroplani che volteggiano su in cielo. La sera la città è immersa in un buio impenetrabile, e anche gl’interni delle case sono appena illuminati. Il movimento dell’esercito è uno spettacolo maestoso e terribile, e mi sento ricolmo d’orgoglio all’idea che anch’io ho l’onore di far parte di questa splendida e formidabile macchina tutta animata e intelligente.

Ho trovato da dormire benone in un alberghino la cui padrona era tutta premure e sorrisi. Stamani alle sei siamo partiti, tutti allegri come pasque, chiacchierando animatamente coi veterani che erano già stati al fuoco. Era l’ultima tappa del nostro viaggio, perciò la nostra serenità era un po’ meno fragorosa che al momento della partenza, più calma e rac- colta, ma però sempre più ferma e imperturbabile. Io mi sento in cuore una baldanza che è uno dei sentimenti più belli e più dolci che abbia mai provato, qualche cosa di simile al sentimento religioso. E infatti è giusto. La gioia dei santi è la comunione, è d’essere tutti in uno, di formare insieme il corpo mistico di Gesù, con una volontà sola, una forza unica, un unico e indissolubile amore, una sola mèta, la volontà del Signore. I figli della Chiesa sono un esercito in battaglia. Nella stessa maniera noi siamo soldati della patria; tutti i nostri sforzi, animati dall’amore della nostra terra, convergono ad un unico scopo, la volontà del Re. Credi, mamma, che più ci penso e più mi persuado che la nostra guerra è la più bella di tutte, quella più degna d’esser combattuta. Soltanto quella che combattono i Belgi le può essere paragonata per la santità della causa, ma quegli sventurati combattono con la disperazione e aiutati da armi straniere. Noi invece siamo soli e forti, combattiamo per la giustizia, con la certezza di vederla trionfare col nostro sangue. Facciamo la volontà del Re, che è la nostra, condivisa pienamente e ardentemente da ciascuno di noi, ed egli è degno in tutto della nostra devozione obbediente, perchè, come Gesù, dandoci per precetto di fare sempre la sua volontà, poi viene giù fino a noi, si unisce a noi, ci aiuta e soffre e combatte con noi, così il Re sta in mezzo ai suoi soldati, ne condivide i pericoli e i disagi, mettendosi alla pari col più umile di loro.

Più ci accostiamo alla linea del fuoco e più sono stupefatto, strabiliato dallo spettacolo della nostra potenza militare. Se tu vedessi gli eserciti di carri, le montagne di rifornimenti, le munizioni, i foraggi! Cavalli possenti trascinano carri ricolmi, per ore ed ore, guidati da soldati grandi e fieri, uno dietro l’altro, senza un momento d’interruzione. Che soldati i nostri! Se tu vedessi che giganti gli alpini e gli artiglieri! Il passaggio d’una batteria è uno spettacolo indimenticabile. Ma quello che è straordinario in tanta animazione è la precisione di tutto, il senso d’unità, di subordinazione d’una cosa all’altra.

Se dovessi descriverti tutto quel che vedo minutamente, dovrei star qui cent’anni.

La prima persona che ho incontrato, scendendo dal treno alla fine del viaggio, è stato il dottor Verdiani, che m’ha detto subito d’aver ricevuto stamani una tua cartolina. Puoi figurarti il mio soprassalto. È una piccolezza che m’ha reso felice. M’è parso quasi d’aver ricevuto un tuo saluto particolare subito appena arrivato.

Dopo essermi presentato all’ufficio di tappa per sapere la mia destinazione, sono subito andato a sentire la messa. Oggi vado a colazione con alcuni amici che ho trovato qua.

Ti debbo dire una cosa: che non t’ho mai amato tanto come ora. Non penso che a te, con una tenerezza indicibile; mi pare d’averti accanto. Ma che dico mi pare? Ne son certo. L’unione degli spiriti è infinitamente più vera di quella materiale. So bene che io son con te e tu sei con me realmente, molto più che se fossi rimasto a casa. Amandoci in Dio che cosa ci può separare? Nulla, mamma, nè in vita nè in morte. Pensaci sempre, sempre, perchè questo è il pensiero che ci occorre in questo momento. Eleviamoci sempre al di sopra delle idee materiali, che sono il nostro impac- cio. Su, su, in alto, sopra la realtà sensibile, che è così effimera, e saremo santi, liberi, e invincibili.

Saluta tutti con affetto. A presto una più lunga lettera. Rammentami a Gino, e abbiti per te il più lungo, il più tenero dei miei abbracci.

Cara mamma,

arrivo adesso e raggiungo la mia compagnia. Poi ti scriverò oggi stesso una lunga lettera. Per ora non ho che il tempo di mandarti un lungo abbraccio.

L’indirizzo mio è qui dietro. Sto benone, son felice, pieno di serenità. Un bacio tenerissimo.

Mamma adorata,

la posta parte di quassù tra breve, perciò ho appena il tempo di scriverti poche righe in tutta fretta. Le date dei contratti che ti ha chiesto l’avvocato sono il 13 gennaio del primo, il 5, il 10, il 14 e il 21 di febbraio degli altri. Quello del Tavernini non me lo rammento bene, ma è certo del maggio, e mi pare del 14, salvo il vero. Riscontra con la lista della signorina Andreina, che è esattissima, e intanto salutala tanto da parte mia, e con lei la signorina Ines, dicendo loro che oggi scrivo anche al loro fratello.

Siamo arrivati al nostro battaglione ieri mattina, dopo esser passati dal Comando di Divisione, dove abbiamo assistito a una caccia contro un aeroplano austriaco. Il Querci ed io siamo stati assegnati insieme alla sesta compagnia, e allora t′ho scritto subito la cartolina col mio indirizzo preciso. Te lo ripeto per maggior sicurezza: S.tenente Giosuè Borsi, 125° reggimento Fanteria, 6ª compagnia, 32ª Divisione, Zona di guerra.

Il luogo dove siamo accampati, a breve distanza dalle trincee, è tra monti verdi, bellissimi e pittoreschi, dove fa un frescolino delizioso, niente affatto pungente. Per arrivarci abbiamo fatto un viaggetto divertente come una scampagnata, attraversando un’ampia zona di combattimento, quasi senza accorgercene, poiché non ti puoi figurare quanto la guerra moderna sia differente dall’idea che ce ne facciamo di lontano. La guerra non si vede quasi. Se non ci fosse il rombo delle artiglierie, della guerra non apparirebbe nessun indizio preciso. Per vedere una cosa bisogna esserci a due passi.

Domani ti descriverò minutamente il mio viaggetto per arrivare quassù. Per oggi ti dirò che sto benone e mi sono accomodato come un principe. Ho due attendenti che sono due eroi, Carmine Possidenti e Nicola Gaspari, che hanno preso parte a una delle più terribili battaglie della guerra, tutti e due buoni, intelligenti, religiosi. Hanno per me cure minuziose e amorose incredibili. Sono alloggiato in una capanna dove non manca nulla, né fornello, né lavamano, né scrivania. C’è un altare con la Madonna, il Bambino e S. Giuseppe, con dietro una cassetta armonica e dinanzi fiori sempre freschi. Alla mensa si fanno dei veri festini, con frutta, dolci, caffè, liquori. Un lusso inaudito.

Domani ti descriverò minutamente tutto. Per adesso ti mando tutti, tutti i miei baci. Giorgio sta bene e saluta. Rammentami con affetto alla signora Querci, alla signorina Nella. Saluta Annetta, Marina, Elena, padre Guido, padre Biagio, la madre, le suore, tutti. Scrivi a Gino che son felice, che l’abbraccio, che la guerra è bella. Ancora un bacio a te, mamma mia. Tuo

Cara mamma,

ieri ho letto in un giornale, la notizia della morte del povero * * * e non puoi credere quanto ne sia rimasto esterrefatto. Sventurato! Che orribile sorte, morire cosi,dopo aver tanto sofferto. E la moglie, e i figli! A quanta gente dovrebbe aprir gli occhi una morte simile! Bisogna che preghiamo molto per lui. Ho supplicato tanto il Signore che lo salvasse e lo prendesse con sé, e per ottener questo sarei stato pronto a fare qualunque sacrificio. Un presentimento mi dice che il Signore m’ha ascoltato, e che adesso ho di là un’anima pronta a intercedere e perorare per me con tutte le sue lacrime riconoscenti, la migliore delle raccomandazioni.

Quassù farò dire una messa in suffragio di quella povera anima dolente, che ha tanto sofferto, che è degna di tanta pietà e di tanto amore. Ah, l’amore è tutto, mamma mia, l’amore è tutto; lo vedo sempre più chiaro, più di quel che non possa esprimere. A che serve l’odio, il risentimento, la vendetta? Vedi bene chi è che castiga. Serbare del rancore verso una povera creatura, a cui il Cielo non permette neppure di godere del male fatto, e che spenge così in un attimo, quando vuole, ma non ti sembra la cosa più assurda e più bassa del mondo? Credimi, non saremo mai abbastanza indulgenti, amorevoli, benigni verso i nostri simili; credimi, non li perdoneremo mai abbastanza. Il male che ci fanno sarà una ragione di più per amarli con ardore raddoppiato, perchè quel male lo hanno fatto a sè stessi, e son diventati sempre più miseri e deboli, sempre più degni d’esser sostenuti dal nostro aiuto fraterno. E poi siamo indulgenti pensando che anche noi siamo altrettanto bisognosi d’indulgenza, di clemenza e di pietà, peccatori deboli ed effimeri come siamo. Anche noi abbiamo tanti debiti da pagare, tante colpe da farci perdonare.

La morte di quello sventurato, degno del nostro più sollecito rispetto, poichè anch’egli è stato riscattato dal Sangue del nostro Redentore, dovrebbe farci vedere anche un’altra cosa: quanto son vani e irrisori i beni del mondo. La sua incontinenza l’ha ucciso, per insegnarci ad essere sobri e frugali, ad evitare i pericoli dei godimenti materiali e bassi. E l’ambizione a che gli ha servito? Iddio gli ha tolto tutto in un istante. In che cosa aveva posto la sua felicità? Negli onori, nel piacere, negli agi, nel voler comandare, prevalere, brillare, piacere agli uomini. Ed ora? Che retaggio d’amore ha lasciato quest’uomo, la cui morte è stata desiderata e augurata con bramosia da sciacallo? Che beni porta con sè? Che sorte lascia ai suoi figli? Eppure era più debole che cattivo, e aveva della bontà, della nobiltà, della generosità, era molto migliore di quanto si credesse.

Oggi vado al carreggio per prendere la cassetta e poi avrò modo di scriverti a lungo e raccontarti tante cose. Per ora sto benone. La vita del campo mi fa bene. Tra quattro giorni vado in trincea con la mia compagnia.

T’abbraccio teneramente con tutta l’anima.

Ricordami a tutti con affetto.

Mamma mia cara,

stamani ho dovuto andare al comando del reggimento per prendere della roba nella cassetta, cosa che non mi fu possibile ieri a causa del mal tempo. Poi c’è stata una messa al campo, dove mi sono comunicato. Insomma stamani mi manca il tempo di scriverti più a lungo. Vedrò se mi sarà, possibile tra oggi e domani. Intanto mi limito a dirti che sto benissimo. Mentre scrivo, comincia un magnifico bombardamento, o meglio un duello d’artiglierie. Viva l’Italia!

Oggi spero di ricevere tue notizie, finalmente; è un pezzo ormai che le sospiro.

Spediscimi subito una diecina di «Testamenti». Ne voglio dare uno al cappellano. Abbracci e baci interminabili dal tuo

Mamma mia adorata,

ti sto scrivendo una lunga lettera, ma non so se faccio a tempo a terminarla. Per non lasciarti priva di notizie ti scrivo in fretta che sto bene e che tutto va bene. Ieri sono stato alle trincee, e mi sono molto divertito. Ma tu? Ieri speravo di ricevere posta. Spero che oggi mi verrà qualcosa, perchè comincio a stare in pensiero. Saluta tutti e soprattutto manda un bacio a Gino, quando gli scrivi. A te una lunga stretta amorosa con tutta l’anima.

Carissima mamma mia,

ho intenzione di scriverti una lettera lunga e minuziosa intorno al nostro viaggio per arri- vare fin quassù e intorno alla vita che facciamo al campo, ma, bada, per quanto possa scrivere diffusamente non riuscirò mai a descriverti neanche una minima parte di tutto quel che ho veduto e ammirato, poiché il quadro non potrebbe essere più animato e gigantesco di cosi. È difficile farsene un’idea, e difficilissimo poi renderla a parole, specialmente nelle grandi linee che s’intravedono e s’intuiscono dagli episodi. Qui si vive e si respira in piena epopea, un’epopea tutta nuova per la vastità degli spazi in cui si svolge, per la maestosità dei luoghi che ne sono la scena, per l’immane grandiosità dei mezzi impiegati e delle forze che sono in giuoco. E se penso che io ne ho sotto gli occhi appena una minima parte, in uno dei cantucci più appartati e relativamente tranquilli, dove mi trovo soltanto da pochi giorni durante un periodo di sosta e di riposo, s’impadronisce di me un senso di stupore e di vertigine all’idea di tutto quello che non vedo e che noi so, e che pure si sta svolgendo su tutti gli altri punti del fronte, dalle cime dello Stelvio fino alle rive adriatiche, e poi di tutto quello che è già stato fatto e che si

dovrà ancora fare, in questo immenso giuoco mortale, la cui posta sarà la nostra vittoria. Che spesa titanica di energie, di perseveranza, di pazienza, di coraggio, di sacrifizi cruenti! è bello che un popolo si guadagni cosi la sua gloria. Quello che acquisterà potrà dire che è veramente suo, perchè lo avrà pagato col migliore dei riscatti, il suo sangue, e intanto avrà esercitato e sviluppato le sue migliori virtù, la disciplina, l’obbedienza, la generosità, lo spirito di sacrificio e di concordia, la pertinacia, la sana e gagliarda fiducia in se stesso e nelle proprie forze, e soprattutto il sentimento del dovere, questa virtù sovrana e fondamentale, sulla quale si fondano tutte le altre virtù morali e civili, mentre purtroppo è quella che ha fatto maggior difetto sinoraalla nostra generazione.

Rimanemmo per qualche ora alla sede del nostro Comando di Divisione, dove continuava anche più fervido e intenso il movimento di Udine: reggimenti in arrivo e in partenza, passaggio di convogli e carriaggi interminabili, rombare di automobili, strepito ferreo di batterie. Poco prima di mezzogiorno passarono

in automobile il Re, il generale Cadorna, il generale Porro, l’onorevole Salandra e l’onorevole Barzilai. Di là partimmo in una cinquantina, stivati coi nostri bagagli in quattro furgoni automobili, sballottati e squassati come battagli di campane nel giorno di Sabato Santo. Sulle bottiglie di certe medicine c’è scritto: agitare prima dell’uso. Io non so ancora come saremo adoprati, ma sta pur tranquilla che siamo stati agitati abbastanza. In automobile abbiamo costeggiato per qualche tempo l’antico confine, del quale abbiamo avuto agio d’ammirare tutta l’assurdità, e frattanto per la strada, tra le scosse e attraverso il polverone, potevamo intravedere un febbrile movimento di soldati e di carri scortati, di batterie in marcia, tutte coperte di fronde verdi. Ogni tanto si trovavano le tende di qualche accampamento, e, accanto, un numero sterminato di cavalli in fila, alla cavezza, con le loro groppe d’ogni colore, pascolanti con un gran divincolio di code. Percorriamo le retrovie, ossia una delle regioni più importanti della zona di guerra, le arterie della vita dell’esercito, come le chiama il generale Cadorna. Attraverso le retrovie si nutrono e si riforniscono le grandi unità, le centinaia di migliaia di combattenti. Pensa un po’ l’importanza capitale di quel servizio complicatissimo, delicatissimo e vastissimo, che deve essere ordinato come un orologio di precisione, poichè il minimo disordine, il minimo arresto può bastare a compromettere il risultato dell’operazione più ingegnosamente ideata e più pazientemente condotta. Pensa come dev’essere oculato e vigile il servizio delle truppe di guardia ai materiali in istazione, di scorta a quelli in marcia, come dev’essere esatta e sollecita la consegna delle munizioni, dei rifornimenti, dei viveri in arrivo e in partenza.

I nostri furgoni, dopo averci sconvolto le viscere e ammaccato le ossa con un impegno e un vigore veramente esemplari, ci hanno finalmente scodellato, con armi e bagagli, presso un ospedaletto da campo, in mezzo a un gran movimento di muli sovraccarichi di roba. Quivi siamo stati costretti ad abbandonare le nostre cassette con un tenero e commosso saluto d’addio, perchè non ci potevamo figurare di rivederle tanto presto, e via tutti, in fila in- diana, col nostro zaino in ispalla, per un sentiero ripido e serpeggiante, dietro a una guida che doveva condurci al Comando di brigata. Abbiamo.varcato l’antico confine sui sassi di un ridicolo torrentello. Non si potrebbe immaginare un confine più irragionevole, arbitrario, pazzesco, indifeso. Non era nulla più che un imbelle e modestissimo confine amministrativo, del quale ci dovemmo accontentare alla pace di Villafranca. Requiescat in pace. Adesso, grazie a Dio, ce ne stiamo guadagnando uno migliore. Con una specie di voluttà altera abbiamo calpestato il suolo verde delle nostre terre nuove, le terre del nostro diritto sacrosanto e della nostra futura sicurezza e salvaguardia. Forza e avanti. Il terreno ha cominciato a salire, e in breve hanno cominciato ad aprirsi al nostro sguardo le chiostre dei nostri bei contrafforti alpini, al di là dei quali si slanciavano al cielo i grandi picchi nevosi dove si è svolta la lotta formidabile dei nostri alpini. Siamo saliti per un sentiero sassoso e ripidissimo, dal quale son passate nei primi giorni molte batterie di grosso calibro, tirate da cordate di centinaia di sol- dati: un portento che si direbbe impossibile, a vedere che razza di strada hanno saputo percorrere.

Siamo arrivati al Comando di brigata, in un paese che, due giorni dopo il nostro passaggio, è stato bombardato senza nessuna efficacia dalle artiglierie austriache. Mentre si passava attraverso un accampamento di territoriali, abbiamo sentito di lontano i primi rombi delle nostre batterie antiaeree, che stavano sparando contro un aeroplano nemico. Si vedevano su in cielo le nuvolette degli scoppi degli shrapnells, intorno all’apparecchio in fuga. Non è facile far cadere un aeroplano, specialmente quando vola molto alto, eppure anche l’altro ieri i nostri hanno abbattuto un biplano austriaco, che mi ero visto passare sul capo mezz’ora prima. Non si può negare che gli aviatori austriaci son pieni di sangue freddo, d’audacia, e continuano a volteggiare imperterriti anche mentre son presi di mira da tutte le parti, ma però coi nostri non c’è confronto. I nostri hanno degli ardimenti raccapriccianti, volano basso, vanno e vengono, operano e fanno il loro comodo, come se nulla fosse. Inoltre i nostri compiono sempre azioni efficaci militarmente, mentre gli Austriaci tirano a far danni a casaccio e contro i cittadini inermi.

Al Comando di brigata parlammo col nostro generale, che è il fratello del Cardinale che conoscemmo a Roma. Egli ci ordinò di pernottare dove eravamo, per raggiungere, la mattina dopo, i nostri reggimenti. Che serata divertente fu quella! Ci fu improvvisato un pranzo pantagruelico, con certi spaghetti che avrebbero intenerito un macigno, fors’anco il cuore paterno di Francesco Giuseppe. Poi ognuno di noi si mise in cerca d’un giaciglio qualsiasi: un’impresa più difficile assai della presa di Trieste, di prossima attuazione. Io trovai un cassone nella stanza dove dormivano i volontari ciclisti, e già mi adattavo a dormire nel morbido, quando quei bravi ragazzi mi trovarono in un batter d’occhio, mettendosi tutti in moto, un fodero di pagliericcio, la paglia per riempirlo, una coperta, uno scendiletto. Aggiungi il mio cuscino, ed ebbi cosi il letto più soffice e lussuoso di questo mondo.

A domani il seguito. Un bacione.

Mamma cara,

continuo la mia cronistoria per altri due foglietti, quanti me ne concede l’avarissimo regolamento postale della zona di guerra.

I volontari ciclisti che mi ospitarono al Comando di brigata, tutti bravi giovanotti, svelti, intelligenti, premurosi e ingegnosi, mi ricolmarono di cortesie d’ogni sorta. Non contenti d’avermi accozzato un giaciglio principesco, mi offersero anche una limonata squisita e una mela così lucida e fragrante, che sarebbe bastata a scusare ampiamente quella famosa marronata dei coniugi Adamo ed Eva. La mattina poi mi prepararono un prelibatissimo caffè e latte. Non so come facessero, ma il fatto sta che avevano di tutto. Intanto eravamo diventati amiconi, e, quando dopo essermi vestito da soldato e aver rifatto il mio zaino, mi accomiatai da quei bravi ragazzi per rimettermi in marcia, eravamo quasi tutti commossi, e nessun saluto poteva essere più caldo e sincero di quelli con cui io li ringraziai ed essi mi augurarono buona fortuna. Viva l’Italia, e sempre avanti! È incredibile la rapidità con cui si diventa amici fraterni in guerra. Con quanti volti aperti, franchi, giovanili e intelligenti ho scambiato un allegro sorriso cordiale in questi giorni! Ci si corre incontro colle mani tese, come vecchi amici che non si vedevano da vent’anni, ci si scambiano i nomi, e siamo subito come fratelli. Poche domande s’incrociano: — Di dove sei? Che reggimento? Dove sei diretto? Come va? — Poi qualche rapido ragguaglio su quel che si è visto e che si è fatto, con rilievi e considerazioni da vecchi strateghi, come tanti napoleoncini, con ampi gesti pieni di gravità, da far sudar freddo tutto lo stato maggiore Austriaco, se li vedesse. — Vedi quel monte? È già tutto nostro. Quello di fronte è ancora austriaco, per ora, ma vedrai che da questa parte si sta preparando una grande avanzata. Ora stanno salendo qua parecchie batterie. — Poi si segnano a dito i paesi lontani, le grandi cime azzurre. Finalmente vengono i saluti. — Dunque addio, caro. Tante buone cose.

Forza. Auguri. Buona fortuna. Ci rivedremo a Trieste. Viva l’Italia! — Una bella risata argentina, e via, col cuore gonfio di baldanza.

Già la vita di caserma favorisce molto le amicizie rapide e le simpatie altrettanto repentine quanto calde, sincere; poichè l’amicizia avvezza ad essere schietti, cordiali e spicciativi, ma in guerra questa bella facoltà, questo senso di solidarietà e di fratellanza sono, a dir poco, centuplicati. L’uniforme ci rammenta che siamo uguali e chiamati ad adempiere lo stesso dovere, votati fino alla morte alla stessa causa, ma il trovarci in terra di conquista, in terra guerreggiata, esposti a un pericolo comune, ci fa vedere nel commilitone, nel compagno, nell’amico, il fratello, colui che domani potrà cadere al nostro fianco, che potrà sorreggerci ferito e barcollante, che potrà porgerci con voce affievolita e raccogliere dal nostro labbro con cuore devoto un’ultima parola di saluto alla vita, alla patria, ai cari lontani. Come affratella la guerra! Come apre il cuore! Ci insegna ad essere amorevoli, fiduciosi, franchi, espansivi. Con la sua terribile e fierissima eloquenza

realizza d’un tratto, tra i soldati combattenti, l’esemplare d’una società ideale come potrebbe vagheggiarla il più incontentabile moralista, il filosofo più sognatore, una società come ce la fa intravvedere il Vangelo, mentre ce la promette sicuramente come premio al di là, una società dove gli uomini si amano e si soccorrono per un impulso irresistibile d’affetto, dove non cercano di danneggiarsi o di ingannarsi, perchè sanno che il danno e la menzogna sono funesti a tutti e a ciascuno, dove non si oltraggiano e si disonorano colla diffidenza reciproca.

Parlando così, s’intende, sono un po’ ottimista. La guerra in sé non ammaestra nessuno. Tu ed io sappiamo bene che al mondo non c’è nulla capace di render gli uomini migliori, né la pace, né la guerra, né l’esperienza, né la scienza, né l’educazione, nulla all’infuori della grazia del Signore.

Però la guerra, come tutti i grandi flagelli da cui è tribolato il genere umano, ha questo di buono, che mette in rilievo il fondo vero della natura umana, la palesa com’è, in tutto quello che ha di abbietto o di nobilissimo, rompendo la fragile scorza menzognera delle finzioni e ipocrisie sociali. Un uomo e un popolo in guerra debbono mostrare per forza quel che valgono. Un popolo mostra le sue qualità, disciplina, serietà, costanza, pertinacia, grado di civiltà; o i suoi difetti, indocilità, facilità a scoraggiarsi, sfiducia, barbarie, efferatezza.

La Germania, come la conosciamo bene e a fondo, ora che l’abbiamo vista in guerra! Il Belgio, la Francia, la Russia, come si sono rivelate nelle loro jatture, come li abbiamo amati e ammirati, quei popoli energici, coraggiosi e intimamente sani! E così è degli uomini. Un uomo cattivo, in guerra, fa subito vedere tutto il suo egoismo, la sua brutalità, la sua viltà, il suo miserabile attaccamento alla vita, si svela fanfarone, menzognero, infingardo, disobbediente, mentre l’uomo veramente buono e in grazia di Dio appare subito com’è, pio, generoso, entusiasta, solerte, animoso, disciplinato, pronto a ogni sacrificio, impavido nel pericolo, affettuosa e servizievole coi compagai, affabile coi sottoposti, rispettoso coi superiori. E poiché gli uomini, tutto som- mato, sono generalmente assai migliori di quel che si dice, e gl’Italiani in ispecie sono un popolo pieno d’energia, di rettitudine e di sana gioventù, sono queste le qualità che più si palesano nel nostro esercito in guerra: una serenità a tutta prova, una gaiezza familiare, un che di spigliato e disinvolto. Nell’intimità ci amiamo tutti, poichè il più delle volte il non amarci viene dal non conoscerci. Eccoti un bell’esempio caldo caldo: è qui con me, assegnato al medesimo battaglione, . Figurati! Due letterati, irritabile genus, e per di più «di fè diversi» come Rinaldo e Sacripante. Come ci siamo guardati in cagnesco, prima di conoscerci! Abbiamo polemizzato con acrimonia, siamo stati avversari inconciliabili persino ante judices. Chi mi avrebbe detto che l’avrei amato come un fratello? Eppure eccoci qua: uno dei più cari momenti della mia giornata è quando vedo la sua figura sparuta e intelligente sgambare allegramente tra le capanne del campo, e posso scambiare con lui un saluto fragoroso. Uno di noi scende in trincea; non si sa mai quel che possa succedere, ma c’intendiamo senza par- lare, e ci scambiamo nel brio una buona stretta di mano piú forte del consueto. Si può discutere, senza pigliarci per i capelli, anche di questioni sociali e religiose, che è tutto dire. E vero che egli di capelli ne ha pochi, e quanto a me sono rapato come un ergastolano di Portolongone, ma il miracolo non è perciò meno stupefacente. E come son contento di conoscere meglio il suo spirito penetrante, che vede così giusto in tante cose, da cui ho tanto da imparare! E che compagno prezioso! Umore inalterabile, correttezza da gentleman, che risalta maggiormente nella goffa montura da fantaccino che lo infagotta, spirito pratico e pieno d’iniziativa, indole arguta, un camerata impagabile. Vedi un po’ quanto debbo alla guerra. Allorchè la mattina del primo settembre, a buon’ora, giungemmo tutti, in comitiva, coi nostri zaini sulle spalle, dal Comando di brigata al Comando di reggimento, mentre aspettavamo di essere assegnati alle varie compagnie e assistevamo ai tiri delle nostre batterie antiaeree contro l’aeroplano austriaco, ai nostro Prezzolini giunse un dispaccio. Lo aperse con ansia. Era il telegram- ma che gli annunziava la nascita d’un bambino. Ebbene, quando egli ci lesse con fierezza commossa le parole con cui il suo piccolo Giuliano gl’inviava il suo primo bacio, è impossibile dire che festa intima e cara e affettuosa fu per il cuore fraterno di tutti noi, e come amammo subito di lontano quella creaturina nuova, quel nuovo piccolo cittadino d’Italia che nasceva con auspici così fausti ed era destinato a vivere in una Italia più grande, più forte e più gloriosa, al cui splendido avvenire ci accingevamo a lavorare un pochino anche noialtri tutti.

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