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MILANO Via Velasca, 2 | | | ROMA Via M. Minghetti, 11-12 | | | PISA Sottoborgo | | | NAPOLI Largo Monteoliveto, 7-9
TORINO, S. Lattes & C. - GENOVA, Fratelli Treves. - PALERMO, Ditta A. Reber. BOLOGNA, Ditta Nicola Zanichelli. - NEW YORK, Società Libraria Italiana. BUENOS AIRES - Libreria Dante Alighieri, dei Fratelli Treves.
Copertina
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Frontespizio
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MILANO Via Velasca, 2 | | | ROMA Via M. Minghetti, 11-12 | | | PISA Sottoborgo | | | NAPOLI Largo Monteoliveto, 7-9
TORINO, S. Lattes & C. - GENOVA, Fratelli Treves. - PALERMO, Ditta A. Reber. BOLOGNA, Ditta Nicola Zanichelli. - NEW YORK, Società Libraria Italiana. BUENOS AIRES - Libreria Dante Alighieri, dei Fratelli Treves.
Mariuccia
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I. Un bazar di nuovo genere
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— Diciotto braccia di buona tela casalinga!... Per cinque carantani questo pastrano!... Per due fiorini una bella coltre nuova!... Chi vuol comprare questa sottana?... Ecco qui un paio di calzoni, dei fazzoletti e delle camicie!... Tutti gli attrezzi d’una cucina per dieci fiorini!... Donne, madonne, messeri, ci sono per voi dei bellissimi vestiti.... Guardate questa gonnella di fioretto a metà prezzo!... Vendo i cavalli a chi mi dà venti fiorini.... Chi vuol dare una svanzica di questo lenzuolo?... Belle ragazze, comprate, comprate: osservate che bei grembiuli!... Comprate il rigatino nuovo a un carantano il braccio.... Un giacchetto per un carantano.... Una coperta da letto per un fiorino!... Messeri, madonne, comprate, comprate.... un’occasione come questa non vi capiterà più.
— E una quantità di gente s’era affollata intorno a due carri dai quali alcuni soldati austriaci andavano scaricando alla rinfusa oggetti vecchi e nuovi d’ogni specie e d’ogni uso, gridando il prezzo che ne volevano ritrarre, come se si fosse trattato d’una vendita all’incanto.
Questo accadeva su d’un piazzale, dinanzi la chiesa di un villaggio, tra l’Isonzo e il Natisone, il giorno della seconda festa di Pasqua.
La stagione, lieta del sorriso primaverile, confortava l’occhio e lo spirito coll’azzurro del cielo e col verde della campagna.
Diffuso era un giubilo per tutto il creato, e nell’aria tepida delle ore meridiane si sentivano gli effluvi del biancospino e delle prime viole; e pareva che il mormorio del fiume fosse in armonia coi canti degli uccelli già solleciti del nido; solo al di là delle acque, verso ponente, in diversi punti, vedevi ancora sollevarsi alcune colonne di fumo: erano i villaggi incendiati nella passata Settimana Santa.
La chiesa aperta, e tuttora inondata d’incenso, annunziava la fine della funzione, e alcune di quelle comari che ne uscivano, vedendo lì sulla piazza quella confusione, riponevano in tasca il rosario per accorrere là anch’esse. Così un gran cerchio di donne si era formato all’un dei lati del piazzale, dove un soldato sciorinava a’ loro sguardi curiosi una quantità di gonnelle, di camicie e camicette, di fazzoletti e di grembiuli. Via via qualcuna si staccava dal gruppo portando con sè l’oggetto acquistato. Talune correvano a casa, e ritornavano in fretta col denaro occorrente, chi sa in quanto tempo raggranellato. Era un andirivieni, un gridìo, un baccano da non dirsi, e tutto il villaggio stava in movimento.
Fra quelle tante persone, così diversamente animate, avresti notato una giovinetta che cercava di farsi largo fra la folla, e sul cui viso gentile, insieme con la timidezza e con la ritrosia, naturali alla sua età e al suo sesso, vedevi un vivo desiderio di afferrare anch’essa un po’ di quella grazia di Dio. Il rosso delle guance, fatto più vivido, le saliva fino alla radice dei biondi capelli, dei quali alcune minute ciocche sfuggivano e s’inanellavano senz’arte alle tempie e al principio della bellissima fronte che il fazzoletto cadutole sugli omeri lasciava tutta scoperta.
Giunta a farsi largo, afferrò con la mano tremante il lembo di una coltre che il soldato aveva allora allora spiegata, e disse:
— Ve li dò io i due fiorini che domandate. —
La sua voce argentina impose silenzio alle comari che stavano lì d’intorno, e che ritiratesi le lasciarono conchiudere l’affare. Poi, levati di tasca altri denari, quella fanciulla comprò il traliccio di un letto matrimoniale, una coperta di vergato e non so quali altri oggetti, e fattone un fagotto, se lo caricò sulla testa e, lieta della sua buona ventura, tornò a traversare la folla.
— Ehi, Mariuccia! — le gridavano le amiche — non ci dirai più che il tuo damo l’ha ancora da nascere! Si vede bene che pensi ad apparecchiarti il nido. Guardate, guardate la Mariuccia quanta roba si porta via! — E le andavano dietro per esaminare con più agio se aveva fatto una buona spesa.
In grazia di que’ prezzi così bassi tutta la mercanzia fu, in poco d’ora, smaltita: persino i cavalli e le carrette, sparirono in un momento. Sgombrata la piazza, i soldati andarono all’osteria, e, dopo aver bevuto, tornavano, sghignazzando, a’ loro quartieri per la via dalla quale erano venuti. Nel passare il torrente incontrarono altre carrette cariche di roba razzolata tra le macerie dei villaggi incendiati, guidate da campagnuoli, che, più avveduti, non avevano aspettato a comprare dai soldati, ma erano stati loro stessi a far raccolta. I soldati, briachi, pretesero che a loro si dovesse almeno il tributo dell’acquavite, e quei contadini furono contenti di cavarsela dando pochi carantani e ricevendo qualche piattonata.
II. Chi era la Mariuccia
Nata in una numerosa famiglia di contadini, dove non regnava la pace domestica, la Mariuccia bevve ben presto al tristo calice della sventura. Mal gradita alle zie e all’ava paterna, che in lei puniva il carattere bisbetico e la lingua insolente della nuora, crebbe la bambina fra una turba di fanciulli, quasi coetanea di una bella cuginetta che con lei divideva i trastulli infantili, ma non le carezze e l’affetto dei parenti. Era stata trascurata e spesso maltrattata anche quando aveva viva la madre, ma dopo che l’ebbe perduta, nessuno più pensò alla povera piccina, e la lasciavano priva perfino delle cose più necessarie. Le contese sempre più acerrime che sorgevano fra i diversi membri della famiglia, sovente finivano con lo scaricarsi sul suo capo innocente, e quando il disaccordo giunse a tale che rese necessaria la divisione, essa, cacciata di casa col padre, dovette mettersi nella meschina condizione di chi vive del lavoro giornaliero.
Le suppellettili, gli animali, gli attrezzi agricoli che bastavano alle famiglie unite, divennero, ripartiti,
insufficienti a ciascuno. Quella divisione rimase poi sempre impressa nel cuore della Mariuccia, come il più gran dolore della sua infanzia. Non già ch’ella avesse allora prevedute le conseguenze che ne dovevano seguire; ma quello staccarsi dalla cuginetta e dagli altri fanciulli che con lei ridevano e si divertivano, quel cambiare la buona casa colonica, fino allora abitata, in una miserabile abitazione da sottani, dove le toccava rimanere quasi sempre sola, le facevano capire, benchè fosse bambina, che era stata quella una disgrazia. I contadini pigionali, detti sottani, sono la piaga delle nostre campagne la più meschina, la più infelice delle classi sociali, perchè è quella su cui pesa maggiormente il lavoro senza giusto compenso, e dalla quale escono poi i mendicanti, i vagabondi e spesso anche i ladri e gli assassini. I possidenti che vanno in rovina danno sovente origine alla esistenza, qua e là, di quei disgraziati, perchè affittano o vendono le loro case mezzo diroccate a una specie di speculatori che poi le subaffittano a dei miserabili i quali, o da disgrazie, o da discordie domestiche divisi, non hanno più la possibilità di prendere e lavorare un podere.
Questi speculatori, per lo più possidenti di fresca data, uniscono a tali orribili tuguri uno o due campicelli, dei quali esigono affitti esagerati. Coloro che accettano, sanno bene che se anche l’annata sarà propizia, l’assiduo lavoro e la più industriosa diligenza non faranno mai che il fondo produca tanto da soddisfare il debito contratto; ma la necessità di un po’ di tetto che li ripari e di un campo dove raccogliere almeno la legna per riscaldarsi l’inverno, o che, se non altro, serva di pretesto a ciò che altrove raccolgono, fa sì che pieghino il capo a tutte le esorbitanze del locatore. Malattie, stagioni contrarie, mancanza di lavoro, sono poi disgrazie che essi non prevedono, o che certo non entrano nei loro calcoli. Anche colui che affitta sa bene che il suo campo, se anche fosse la terra promessa, non potrebbe dargli il provento che richiede; ma egli spera aver da fare con gente accorta che sa ingegnarsi al bisogno, e ne profitta: pur che paghino, il resto non importa. Ad ogni modo, alla fine dell’anno col sequestro si assicura il pagamento! Anzi, ci sono taluni che nelle quattro pecore, nella vaccherella e ne’ pochi attrezzi dell’inquilino vedono preventivamente assicurato il prezzo dell’affitto. Così gli sciagurati che si trovano nella necessità di abbracciare quella vita miserabilissima, passano d’uno in altro tugurio sempre più miseri, finchè, spogli di tutto, vanno ad ingrossare la schiera dei mendichi e dei vagabondi. Anche il padre della Mariuccia consumò in pochi anni tutto quel poco che aveva ereditato, e dopo esser passato di villaggio in villaggio, sempre nei peggiori abituri, finì coll’ammalarsi e morire all’ospedale. Così, a dodici anni, coperta di stracci e ridotta sulla strada, la povera fanciulla andò elemosinando. Un giorno ebbe la buona ventura di capitare alla porta di un contadino benestante, la cui moglie, colpita dalla bella fisonomia della poverina, la prese per serva. I contadini sogliono trattare i loro garzoni come persone di famiglia. Se non possono dar conveniente salario, almeno non fanno sentire lor la diversità di condizione. Cibo e lavoro in comune; quasi nessuna disuguaglianza di vestiario, e, quel che vai più, non disprezzo ne’ modi, non imperiosa acerbità ne’ comandi.
La povera creatura si affezionò ben presto a’ suoi padroni. Lavorava con loro ne’ campi, filava la sera nella stalla o accanto al fuoco con le figlie del padrone, che la trattavano come sorella; imparava da loro e dalla loro madre a cucire, ad accudire alle faccende domestiche. Era divenuta una bella ragazza, e sentendosi così circondata di sincero affetto; non s’accorgeva quasi più d’essere un’orfana. Ma gli anni della bella spensieratezza volano via rapidi, e viene il momento in cui uno si accorge di avere un cuore, i cui palpiti fanno pensare all’avvenire.
Una domenica di agosto la Mariuccia insieme con la Lisa, una delle figlie de’ suoi padroni, trovavasi alla sagra della Madonna di Strada. Molta gente era là convenuta, e le due giovanette, l’una al braccio dell’altra, giravano, chiacchierando insieme, e soffermandosi di tratto in tratto a guardare le tavole di ciambelle e di frutta esposte in vendita sul praticello dinanzi alla chiesa campestre. Alcuni giovinotti le avevano notate e le seguirono desiderosi di attaccar discorso. Il sole, benchè ormai vicino al tramonto, dardeggiava ancora i suoi raggi cocenti sulla moltitudine, perciò le due fanciulle si ripararono all’ombra di uno dei cipressi che fiancheggiano l’entrata del praticello, e lì sedute sul muricciolo, si facevano vento coi lembi dell’ampio fazzoletto a croce, che portavano in testa, mentre lanciavano sorridendo qualche occhiatina furtiva che incoraggiò i giovanotti a farsi vicini e a cominciar la conversazione. In poco d’ora divennero amici. Esse offrirono cortesemente ciò che avevano comprato alla fiera. Uno dei giovani accettò un paio di noci dalla Mariuccia e le regalò in ricambio un bel garofano ch’ella adattò subito alla sua cintura dalla parte del cuore. Era un giovane bruno ancora quasi imberbe, alto e ben fatto della persona, con un certo cappello di paglia, messo un po’ alla sgherra, che dava risalto ai molti suoi capelli neri, che gli scendevano fino a metà del collo e gli lambivano l’ampio goletto della candida camicia arrovesciato sulle spalle. I suoi occhi neri avevano un non so che di dolce, e s’incontravano sempre in quelli della Mariuccia, anche quando egli parlava con altri dei presenti. Venuta l’ora della partenza, i due giovani vollero accompagnare le fanciulle fino al villaggio.
Da quella sera la Mariuccia non dimenticò più quegli occhi, e anche quando fu appassito, conservò come una reliquia quel garofano. Ma la sua fronte era divenuta pensosa. Non rideva più così facilmente, nè più la sera si lasciava andare con le compagne al solito allegro cicaleccio: una leggiera tinta di malinconia s’era impossessata di tutti i suoi atti. La povera fanciulla aveva saputo che quel giovane apparteneva a una buona famiglia di contadini del vicino villaggio e che se egli avesse chiesto anche la più agiata ragazza del paese, certo i genitori di lei gliel’avrebbero accordata volentieri, perchè l’entrare nella casa di quel giovinotto era ritenuto da tutti una gran fortuna. Invece lei non era che una povera orfana, una serva.... Che cosa gli avrebbe ella portato in dote? Eppure Vigi veniva tutte le domeniche alla funzione nel villaggio di lei, aspettava che ella uscisse di chiesa e l’accompagnava fino a casa. E se talvolta i suoi padroni la mandavano verso quell’ora ad attinger l’acqua, egli le portava la fune e l’aiutava al pozzo in presenza di tutti, sicché ormai non v’era più dubbio sulle sue intenzioni. Allora la Mariuccia divenne più attiva nel pensiero di apparecchiarsi un po’ di corredo. Se ne stava a filare fino a molto tardi e si alzava la mattina prima di tutti, affinchè i suoi padroni fossero contenti di lei e le concedessero qualche ora di lavoro per suo conto. Se guadagnava qualche carantano, si guardava bene dal gettarlo in ispese inutili. La vecchia Maddalena, che l’amava come una figliuola, s’era accorta di queste sue cure e procurava di facilitarle qualche piccolo guadagno. Ma per accumulare quanto bastasse alla compra almeno del letto nuziale e dell’indispensabile coltre, ce ne voleva!
Eran passati così alcuni anni, quando in quel villaggio ebbe luogo il mercato qui sopra accennato. Chi può dire la consolazione della Mariuccia per aver potuto così utilmente impiegare i suoi risparmi? Ella si era portate a casa quelle robe e se le custodiva nella sua cameruccia e se le guardava con quell’adorazione con cui l’avaro, quando è solo, contempla i suoi ricchi tesori.
III. La visita
III.
La visita.
Per lo stradale che da Gorizia mette a Udine due magnifici cavalli neri facevano volare un’elegante carrozza scoperta. Dentro, a fianco di un signore piuttosto avanzato in età, stava mollemente adagiata una gentile signorina, il cui abito, benchè da viaggio, rivelava il buon gusto della capitale. I suoi bellissimi occhi, vòlti al sole che tramontava, avevano un’espressione piuttosto melanconica.
Era d’estate. La vasta pianura rinfrescata da un leggiero venticello moveva placidamente il ricco suo verde, indorata dagli ultimi raggi. Una quantità di piccole nubi, tinte dei più vaghi colori dell’iride, s’andavano agglomerando sull’orizzonte come per far corteo al sole moribondo che già cominciava a tuffarsi nella lontana marina. Parevano i flutti di un immenso mare di porpora, parevano un’infinita turba di pecorelle dal vello d’oro le quali, dopo aver pascolato tutto il giorno per gli azzurri campi del cielo, ora si riducano all’ovile dietro i passi del loro sfolgorante pastore. La giovinetta, innamorata della magnifica scena, metteva sì poca attenzione agli animati discorsi del suo compagno di viaggio, che questi per richiamare la sua attenzione si valse di quello stesso bellissimo tramonto.
— O mia Cati, — le disse — se il nostro progetto s’avvera, i miei ultimi giorni saranno lieti e io terminerò felice la mia mortale carriera, come quel sole che ora in così placida e maestosa pompa discende all’occaso. —
Alcune lagrime scesero sulle guance della giovinetta:
— Dio che mi vede nel profondo del cuore, sa come io lo prego, padre mio, di concedervi una lunga vita e tutta felice — diss’ella con un suono di voce così soave, che pareva una musica.
— Oh! io sarò felice e pienamente — riprese il vecchio — quando ti vedrò godere della bella fortuna che ti si prepara. Fin da quando tu eri fanciulletta nell’Istituto delle Dame X*** a Vienna, e ti vedevo crescere ogni giorno più aggraziata e gentile, era questo il più fervido dei miei voti; ma non ardivo affidarmici troppo, perchè troppo grande mi pareva la distanza fra te, umile figlia di un barone di provincia, e lui sangue di principi, così vicino alla maestà del trono. Chi mi avrebbe detto che proprio mentre la sua fortuna si era fatta anche più cospicua per i segnalati servigi resi al nostro buon Imperatore, io sarei stato così vicino a veder effettuata la mia segreta speranza? La lettera della tua nobile zia e l’invito della contessa che ora ci chiama in casa sua, dov’egli ritorna dopo la sua gloriosa vittoria, mi danno quasi la certezza che il mio non è un castello in aria. Mia Cati, poiché egli desidera di rivederti, non può essere che per deporre a’ tuoi piedi la sua immensa fortuna. E quando ti avrà riveduta, non sarà, no, più sogno il mio! Le tue adorabili qualità lo faranno orgoglioso della sua scelta. Quando mio fratello moribondo ti affidava a me, io mi accòrsi subito che l’orfanella era un gran tesoro....
— Un tesoro, padre mio, è stata per me la vostra bontà, e le cure e l’affetto più che paterno che sempre mi prodigaste, al quale — soggiunse ella abbassando la voce e facendosi sempre più melanconica — al quale sento di non saper corrispondere come dovrei, e ne provo rimorso....
— Senti, Cati, noi dobbiamo vivere sempre insieme. Quando sarai maritata, io mi stabilirò a Vienna vicino a voialtri: così ti vedrò ogni giorno e la tua felicità sarà tanta vita per me. Vienna è una gran bella città! L’allegra, la gaia Vienna; il paradiso terrestre delle feste e dei piaceri! Oh, si sa vivere a Vienna! Chi può comprenderti qui? Questi rozzi provinciali non possono apprezzare le grazie squisite della tua nobile educazione! Le tue amabili maniere, il tuo buon gusto, i tuoi distinti talenti qui sono gettati, sprecati, e per questo tu sei così melanconica. Ma a Vienna avrai campo per brillare. Tu se’ nata per essere la delizia di una capitale, per destare l’ammirazione e la simpatia nei nostri più eleganti salotti. Oh, pensa alla mia gioia quando ti vedrò finalmente collocata nella luminosa atmosfera che sola ti si con- viene! Il riverbero di tanto splendore farà ringiovanire il povero vecchio.... Non dubitare, torneranno i bei tempi della pace. In breve le armi vittoriose del nostro Sovrano finiranno col ristabilire dovunque l’ordine e la tranquillità. Una volta schiacciata la ribellione, tu pure tornerai lieta. Il tuo cuore sensibile non è fatto per gli orrori della guerra. Essi ti turbano, ti fanno male, ed è per ciò che le tue belle guance sono impallidite. Povera la mia Cati! Tu se’ uno splendido fiore, ma molto delicato: queste bufere ti abbattono, ed hai bisogno di ricca e tepida serra per potere spiegare tutto il tesoro de’ tuoi colori e de’ tuoi preziosi profumi. La tua serra è la capitale. Là mi tornerai fresca ed allegra, con le belle guance rosate, con gli occhi pieni di vita e di brio. —
E continuò un pezzo a discorrere con entusiasmo dell’avvenire che gli prometteva un così dolce sorriso. La fanciulla taceva, e contemplava gli ultimi sprazzi di luce che quietamente facevano rosseggiare la cima dei nostri monti. Nel passare dinanzi a un cimitero campestre i suoi occhi si fermarono sui tumoli coperti di recente erbetta a’ piedi degli ulivi, le cui fronde, mosse dall’aria vespertina, tremolavano, or bianche, or verdi, lasciando piovere la porpora del tramonto, che pareva un affettuoso addio a quei poveri morti; e sentì che a tutte le gioie mondane che eccitavano la fantasia del suo secondo padre, ella avrebbe preferito di dormire eternamente, ma lì, nella sua terra nativa.
Frattanto la carrozza giunta a N*** s’era soffermata alla sbarra dove si paga il pedaggio. Vedendo dei signori, una povera donna si fece avanti a chiedere l’elemosina. La seguivano tre bambini, ed era incinta di un altro. L’atto con cui stese la destra volgendo dall’altra parte la faccia vergognosa e le parole: — Scampati all’incendio di Jalmicco! — ch’ella proferì invece di preghiera, colpirono il barone. Rimise in tasca la moneta che già stava per gittarle e guardando la donna con severo cipiglio:
— Ribelli! — esclamò — ben vi sta la terribile punizione che vi tiraste addosso! Per simile genia nessuna compassione! — E ordinò al cocchiere di sferzare i cavalli.
La pietosa fanciulla vide quella meschina farsi di bragia e tirare a sè l’ultimo de’ suoi bambini che stendeva ancora la mano; la vide accarezzarlo con un sorriso d’indefinibile amarezza, mentre inavvertite lacrime le rigavano le guance e cadevano sulla bionda testa dell’innocente. Allora un’orribile scena d’incendi, di rapine, di dolori, di miserie si dipinse dinanzi all’anima commossa della fanciulla.... Quali che si fossero le colpe di quella tapina, ella pativa; pativano quei poveri fanciulletti che certo non potevano aver nessuna colpa. Ora, dinanzi a quella scena pietosa, dolorosa, straziante, le pareva peccato pensare a comparir bella, a mostrarsi spiritosa, mentre quella derelitta piangeva per non aver pane da dare alle sue creaturine; le pareva grave colpa far pompa di adornamenti, godere una lieta serata, tutti i comodi e il lusso della vita, mentre quella sventurata madre, senza tetto, gettata in mezzo a una strada, in preda alla più spaventosa miseria, ricordava la crudeltà di quei signori, che invece di soccorrerla l’avevano rimproverata.... E dire che aveva dovuto fare uno sforzo per indursi a stender la mano! Tutto il sangue le era salito alla faccia. La signorina l’aveva ben veduta come si nascondeva e come le tremavano le labbra, quando profferì quelle solenni parole: Scampati all’incendio di Jalmicco! E allora le tornò in mente il doloroso ricordo di quella sera in cui salita sulla terrazza del suo palazzo aveva veduto ardere quel povero villaggio insieme con altri più lontani.
Quando, smontata nel cortile del castello, fu fatta salire nel salotto della contessa, la fanciulla fu accolta con ogni cortesia così dalla padrona di casa come da alcuni ufficiali austriaci lì convenuti; ma la sua mente, turbata ormai, si confondeva in tristi pensieri. Era pallida fuor di misura; un cerchio di ferro le stringeva le tempie; la luce dei doppieri le offendeva la vista; nondimeno procurò di raccogliere tutta la sua forza d’animo per corrispondere ai gentili complimenti che le venivano rivolti. Un bel giovane biondo, dai lineamenti delicati e dagli occhi cerulei le sedette accanto. Parlarono della capitale, dov’ella era stata educata, dei conoscenti comuni, di un magnifico giardino che da fanciulli avevano una volta visitato insieme.... Ella procurava di comporre il volto al sorriso e discorreva di boschetti, di prati verdi e di fiori, ma cogli occhi dell’anima non vedeva che macchie di sangue. Le pareti della stanza erano adorne dei ritratti dei più famosi tra i generali dell’esercito austriaco. La luce dei doppieri si rifrangeva sui vetri e sulle cornici dorate dei quadri. Quel riflesso le pareva lo splendore d’un incendio, e cominciò ad offuscarsele la vista. I lumi, la stanza, le persone che la circondavano, i quadri, tutto si confondeva. E a traverso quella confusione e quelle fiamme vedeva immagini orribili: cadaveri scarniti, serpenti, luridi vampiri ed altri mostri. Le pareti pure le parevano tutte insozzate da larghe macchie di sangue; il pavimento un bulicame di sangue, o perfin la croce che brillava sul petto del suo giovane interlocutore le parve grondasse sangue.
Chiuse gli occhi inorridita e lasciò sfuggire un gemito. Tutti s’accòrsero che le veniva male, e la contessa s’affrettò a condurla sulla terrazza a respirar l’aria fresca della notte. Rimbombava il cannone di Palma e il cielo appariva acceso ad intervalli dalle bombe che da quattro lati venivano lanciate contro la fortezza. I loro scoppi facevano tremare la casa fin dalle fondamenta, e talmente offesero i nervi della fanciulla, che la contessa pensò bene di farla coricare.
IV. I Ribelli
IV.
I Ribelli.
— Lela! su, Lela, cammina! Come va che stasera tu non puoi tenerci dietro?
— La colpa è di Tinetto, mamma, che va come una lumaca.
— Ho perduto uno zoccolo io — piagnucolava zoppicando il piccino — e sento male al piede scalzo. Io non posso camminare così, io!
— Butta via anche l’altro zoccolo — gli diceva la sorella. — Tanto è tutto sciupato; e si va meglio scalzi. — Ma il fanciullo continuava a piagnucolare mentre si udiva un po’ distante il passo della madre e dell’altro bambino ch’ella si trascinava dietro.
— Mamma, Tinetto non ne può più: me lo devo prendere in braccio?
— Ma ti pare? Per rompervi il collo tutt’e due! — E fermatasi: — Santa Vergine! — esclamava — che pena con queste creature! Se non fosse stato quel cattivo signore, che con le sue acerbe parole ci ha inimicata la gente, quell’uomo della sbarra ci dava da dormire. Ora bisogna arrivare all’altro villaggio; ma quando arriveremo, saranno già tutti a letto, e ci toccherà a serenare sulla strada. Lela, vai tu con Giacomino, e io prenderò in collo Tinetto. — Così fece la donna, ma dopo pochi passi il suo stato interessante l’obbligò a posare il fanciullo e a sedersi sull’orlo di un fosso per riposare.
— Mamma, ce lo darai il pane stasera? — chiedevano i bambini.
— Povere le mie viscere! E non avete veduto come ci hanno maltrattati? Oh Dio! Dio!... Ahi! che lampo d’inferno! Vogliono proprio incendiarla quella povera fortezza! — diss’ella abbarbagliata dal vicino splendore d’una delle tante bombe, che in quella notte venivano lanciate contro Palma. Si alzò, come per fuggire il fracasso che la rintronava tutta, e si trascinò alla meglio fino al villaggio che giace a destra della strada postale.
Non lungi dalla chiesa, nel cortile di una casa colonica si vedeva un focherello, intorno al quale si agitavano alcune persone, ed ella si diresse a quella volta. Erano contadini che avendo la cucina ingombra dalle stoie dei bachi da seta, preparavano la cena lì all’aperto.
— O di casa! — disse la donna — potreste darci ricovero per questa notte? — La fecero entrare subito, la fecero sedere con loro lì vicino al fuoco, e aggiunsero un po’ d’acqua nel paiolo. Parlavano della guerra, e la poveretta, rinfrancata da quell’accoglienza ospitale, osò dire ch’era di Jalmicco.
— Oh disgraziata! — esclamò la padrona di casa, lasciandosi cader di mano la mestola, con cui gettava nel paiolo la farina. Tutti gli altri cangiarono subito aspetto, e si dettero a sogguardare sospettosi la forestiera e i suoi piccini.
— Voialtri Italiani — disse un vecchio, che dal rispetto con cui veniva trattato pareva il capoccia della famiglia — foste severamente puniti. Io non sono stato a Jalmicco; ma mi dicono che è una vera desolazione.
— È uno spettacolo da fare inorridire! — rispose la poveretta. — Là non c’è più una sola casa in piedi. Da per tutto mucchi di sassi anneriti dal fuoco, e calcinacci che ingombrano la piazza e le strade. La nostra bella chiesa è tutta rovinata; le pietre dei sepolcri spezzate, le reliquie e le immagini dei santi disperse, mutilato, insozzate.... Oh! mio Dio!... E in mezzo a quella distruzione sono acquartierati i soldati che deridono, insultano i meschini che osano rovistare tra quelle macerie....
— Eravate in casa quando diedero fuoco?
— Mio marito era nei campi. Io, meschina, a casa colle creature. Mia suocera spaventata corse ad avvisarmi che i soldati erano vicini, ed io pensai di fuggire. Avevo al collo la collana d’oro, e pensando che avrebbero potuto rubarmela, lasciai i bambini sulla via, tornai in casa e la nascosi nella cassa.... Oh! io avevo una bella cassa, piena zeppa di biancheria e avevo tanti vestiti da far invidia a una regina. Mi tolsi perfino la pezzuola di seta, e, stupida che sono! la riposi con le altre robe per prendermi questo straccio. Poi, via per i campi! Dietro di me udivo le fucilate e lo scalpitare dei cavalli e il vociare pauroso dei miseri paesani. Oh Dio! Non avevo fatto un miglio, quando un gran fumo cominciò ad alzarsi sopra il nostro villaggio, poi in diversi punti divampò il fuoco ed altri villaggi ardevano qua e là. Che notte d’orrore! E non saper niente di mio marito!... Di tratto in tratto ci raggiungevano turbe di fuggenti: mamme coi bambini in collo, vecchi e ammalati che si trascinavano a stento o che venivano trasportati pietosamente. E chi raccontava che il tale lo avevano fucilato, che il tal altro era morto calpestato dalla cavalleria. Tre giorni andai vagando come pazza con le mie creature e appiattandomi nei fossi. Finalmente mio marito venne, e mi disse che di tutta la nostra roba non ci rimaneva più nulla.
— Poveretta! poveretta! — esclamavano singhiozzando le donne commosse da quel racconto, dimentiche che si trattava di ribelli. — E la casa? era vostra la casa?
— Era nostra — rispose la donna — e avevamo speso a restaurarla, proprio l’anno scorso, duecento ducati: tutti i nostri risparmi.
— Non avete nessun parente che possa soccorrervi?
— Due miei fratelli coltivano un buon podere ed hanno polenta quanto basta, ma tanto l’uno che l’altro hanno un branco di figlioli; una mia sorella è moglie del fattore del conte B***; le altre due maritate lì nel villaggio ora non hanno più nulla esse e i loro figlioli. E mio padre? e mia madre? Non hanno che gli occhi per piangere.... O mio Dio, ci vuol altro per soccorrerci tutti!... Dev’esserci in questi dintorni una mia cugina — aggiunse ella dopo un momento di pausa, nel quale si era asciugato col dorso della mano le lagrime che le scorrevano lungo le guance macilente. — Tre anni fa seppi ch’ella era a servire in una buona casa di contadini; e siccome quand’eravamo fanciullette e vivevamo insieme, ella mi voleva un gran bene, così, come potevo, cercai allora sempre di aiutarla.... Ma forse ella adesso è maritata....
— Volete scommettere, mamma, che parla della Mariuccia?... — esclamò una ragazza.
— Già, si chiama proprio così.
— Sta per garzona proprio nella casa qui dirimpetto....
— Oh, la vedrei pur volentieri! — disse la poveretta.
— Anzi, quest’anno va a marito — aggiunse la ragazza — e in una casa di benestanti. Ha proprio avuto fortuna. —
E così continuarono tutta la sera a discorrere di lei, del suo fidanzato e della sua famiglia, e della famiglia dov’ella stava a servire, finche venne l’ora d’andare a letto. La massaia condusse la povera donna coi bambini a dormire nel fienile dov’ella fece un lungo sonno, nel quale, com’ebbe poi a raccontare, le parve d’esser tornata nella sua casuccia insieme col marito e coi figli e d’aver ritrovato intatti tutti gli oggetti che aveva tanto pianti distrutti dal fuoco.
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The end
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