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Prefazione
ct Dei tre studi che raccolgo in questo volume, il primo, di oltre dugento pagine, è assolutamente inedito; gli altri due videro or non son molti anni la luce nel „Giornale Storico della Letteratura Italiana”.
Sono ormai sette anni dal giorno in cui per la prima volta entrai nella sala di lettura della „Biblioteca dell’Accademia Rumena”, e, da quel giorno, è diventata per me una cara abitudine il passar molte ore della mattina, e spesso anche del pomeriggio, a ricercar, nel silenzio delle cose, rotto soltanto da qualche scricchiolio di seggiola o dal rumore delle pagine smosse, le antiche orme, che, dalla colonizzazione romana al Rinascimento, e dal Rinascimento fin quasi a’ giorni nostri, la civiltà italica ha lasciate nella vita, nella letteratura e nell’arte di questo popolo rumeno, che tanto più s’ama, quanto più se ne conoscono le tragiche vicende, il tenace attaccamento al suolo e alla lingua degli avi, l’indefettibile speranza, le forti e gentili qualità di mente e di cuore.
Quando dunque entrai la prima volta in questa sala in cui tutto ora mi è così familiare e dove per l’appunto scrivo queste righe, credo fu coll’intenzione di controllar qualche passo d’un buon volume di N. I. Apostolescu sull’influenza esercitata dai romantici francesi sulla letteratura rumena del sec. XIX, che il prof. Festa mi aveva dato a recensire per la Cultura.
Ma la ragion vera fu ch’ero impaziente di veder co’ miei occhi quel „Curierul Românesc", quel „Curier de Ambe Sexe“, quell „Albina Românească", che mi facevan pensare al „Conciliatore" e tanto ghiotta messe di notizie mi promettevano sui rapporti intellettuali corsi fra l’Italia e i Principati Rumeni, all’epoca in cui, nelle lotte comuni per l’unità e l’indipendenza, le due nazioni si compresero e si amarono di più.
Da quelle ricerche, incominciate per obbligo di recensore, proseguite dapprima per semplice curiosità, poi coll’intenzione di buttar giù qualche pagina riassuntiva sull„italianismo“di Heliade, ed allargatesi infine a tutto il vasto campo dei contatti italo-rumeni; è venuto fuori questo volume e verrà forse fuori, se le cure della cattedra e altri doveri perentori non me lo impediranno, una „Storia della Cultura Italiana in Rumania”, per la quale mi trovo d’aver già raccolto tutto il materiale necessario.
In un’opera stampata in italiano fuori d’Italia, il lettore vorrà perdonare, se, malgrado le cure mie e dell’editore, la correttezza tipografica, lascia qua e là a desiderare.
Quanto a me, sento il dovere di ringraziare con S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione I. G. Duca e l’Amministrazione della „Casa delle Scuole”, che han voluto mettere a mia disposizione la somma necessaria per pubblicarla, anche il tipografo C. Sfetea ed i suoi operai, per la diligenza, la pazienza e la buona volontà, colla quale mi hanno coadiuvato.
Se qualche errore è sfuggito, è sfuggito a me, ai miei poveri occhi affaticati.
Ed ora, libro mio, parti pure per le fiorite piagge d’Italia; da’ per me un bacio a’ miei vecchi; seduta la bella villa settecentesca, nella cui amabile quiete e frescura ho tante volte proseguito, durante le dolci vacanze d’altri tempi, le ricerche interrotte a Bucarest dal sopraggiungere della torrida estate rumena.
Va’, libro mio, dove a me non lice di andare; parti lieto e sicuro per il tuo pellegrinaggio votivo; parla agl’italiani di questo popolo fratello che non conoscono e che non li conosce; parla ai Rumeni della gloria e degli splendori d’un tempo, quando l’arte italiana e la gentilezza del costume cinquecentesco facevan delle corti di Petru Cercel e Constantin-Vodă Brâncoveanu eccelsi e lucidi fari della cultura latina in oriente!
Possano gli uni e gli altri accoglierti coll’amore col quale ti ho scritto, sentire il dolore che ho sentito quando ho dovuto constatare l’ignoranza assoluta che l’uno ha delle cose dell’altro, nutrir la speranza che ho sempre nutrita (e nutro oggi più viva che mai) che in avvenire i due popoli procedan di conserva nella via segnata loro dalla comune tradizione latina!
Va’, libro mio, e a quanti vorran gabellarti per „libro d’erudizione”, rispondi col mesto sorriso di chi è solo a parte del proprio dolce segreto, che sei, libro d’amore"!
Bucarest, 7/20 giugno 1916
I. Primi contatti fra Italia e Romania
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Indice
I. Introduzione
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ct Non molti anni fa, un giovine studioso rumeno, che conosce la letteratura francese come pochi ed è, naturalmente, assai versato nella propria, si è proposto di studiare in un bel volume, ricco di fatti e di notizie, l’influenza dei romantici francesi nella poesia rumena del sec. XIX. Dalla lettura di questo volume del Signor Apostolescusono stato invogliato a fare anch’io delle ricerche intorno alla lingua e alla letteratura italiana in Rumania, e, poi che queste non sono state del tutto infruttuose, eccomi ad esporne i primi risultati. Naturalmente l’influenza italiana sulla letteratura rumena è assai minore di quella francese, anzi può dirsi limitata — in quanto influenza preponderante. — a Ienăchiță Văcărescu, Ioan Heliade Rădulescu e Gheorghe Asaky, precursore il primo, promotore il secondo, seguace il terzo di quell’indirizzo filologico-letterario, che fu detto dell’italianismo e rappresenta in fondo lo svilupparsi in Rumania d’una tendenza ch’era, in germe, già nella Scuola latinista di Transilvania.
Non intendo contrapporre al volume dell’Apostolescu i documenti che verrò qui raccogliendo coll’unico fine di render note in Italia queste lontane propaggini della nostra letteratura. Trascurate dagli studiosi di cose rumene, ignote addirittura ai cultori di letteratura italiana, m’è sembrato valesse la pena di studiarle in un capitolo da aggiungersi ai molti che già possediamo di quella futura , di cui si sente già il bisogno e sarà certo la benvenuta, quando finalmente un qualche studioso ce la darà.
ct Nel secolo XVII, e, più ancora, nel seguente, la cultura italiana penetrò in Rumania per vie molteplici:
a) dalla Polonia, dove il Rinascimento italiano, emigrato non solo idealmente, ma anche, direi, materialmente coi numerosi italiani, che, intorno a quel tempo, vissero in Polonia, dette origine a tutto un movimento, che non fu senza influenza sulla cultura rumena contemporanea;
b) dalla Grecia, per mezzo delle numerose traduzioni in greco dei nostri scrittori più noti, quando, sotto i Fanarioti, il greco fu considerato in Rumania come la lingua letteraria per eccellenza;
c) da Venezia, dove appunto la maggior parte di quelle traduzioni videro la luce; si stamparono, per conto di varii Voda, i primi libri liturgici in antico slavone (onde le iscrizioni funerarie rumene del tempo ci mostran nella forma tondeggiante delle slove l’influsso dei caratteri veneziani del Rinascimento);
si eseguirono non poche rilegature di vangeli in argento battuto; donde, per il tramite di artisti dalmati chiamati a costruir chiese e monasteri votivi, par certo ormai che l’arte veneziana del cinquecento penetrasse in Rumania;
d) da Vienna, dove importanti personaggi rumeni (e valga per tutti il Văcărescu) si trovarono a contatto con dotti e letterati italiani; dove prima lo Zeno e poi il Metastasio furon poeti cesarei; dove, infine, molte opere italiane apparvero tradotte in greco;
e) dalla Transilvania, legata per vincoli di sangue, di lingua, e di tradizioni ai rumeni dei Principati danubiani, e, nel contempo, parte di quell’impero absburgico che si stendeva allora anche in Italia; in contatto poi con Roma e visitata spesso da prelati italiani;
f) dalla Francia medesima, che, nel secolo XVII, fu anch’essa sotto l’influsso del pensiero, dell’arte, e, sopra tutto, della poesia italiana.
Non sarebbe però stato così facile alla cultura italiana di aprirsi tante strade verso la Rumania, qualora il terreno non fosse stato preparato e ogni ostacolo rimosso dalle relazioni storiche, politiche, religiose e commerciali, che, nel passato, erano intercedute fra i due paesi; molte delle quali tuttavia sussistevano. Tra queste relazioni, certo le più importanti son quelle dovute all’influenza che ancora esercitava nel secolo XVII, ed esercitò ancora per buona parte del secolo seguente, la Repubblica di Venezia, se non più, come una volta, nella politica e ne’ commerci, certo ancora moltissimo sulla cultura dei popoli abitanti l’oriente d’Europa, e, in ispecial modo, la Grecia. Non vanno ad ogni modo trascurate altre relazioni, che hanno anch’esse un’importanza non piccola nella storia dei contatti italo-rumeni, come p. es. quelle assai più strette e frequenti, che corsero, anche prima del tempo cui ci riferiamo, tra i paesi danubiani, Venezia stessa e la Republica di Genova, ed alle quali si deve il contatto costante, che quei popoli conservarono colla cultura, la lingua e l’arte italiana, agevolando viaggi, promovendo missioni politiche, moltiplicando le occasioni di vedersi e di conoscersi; e, sopra tutto, la politica religiosa dei Papi, che mirò sempre all’unione delle due Chiese, cattolica e ortodossa, e che, attirando a Roma i rumeni di Tran- silvania, tornati il 1697 in grembo al Cattolicesimo rese loro possibile di acquistar coscienza dell’origine latina della lor nazione, dando origine a quella Scuola latinista di Transilvania, che, passati i confini, si trasformò ben presto in quella italianista di .
Tratteggiate così le molteplici cause, che favorirono il penetrare e il propagarsi della cultura italiana in Rumania, o, per parlare con maggiore esattezza, nei due Principati di Moldavia e di Muntenia (Valachia); converrà, piuttosto che esaminarle separatamente, raggrupparle a seconda dei fenomeni cui dettero origine.
II. Corrente filologica
ct Come l’Egitto era per i latini un dono del Nilo, così la letteratura rumena può dirsi un dono del Rinascimento. Esso feconda la steppa desolata, dove non attecchivano che le pallide e basse betulle della letteratura ecclesiastica in antico slavone (risultante per la massima parte di traduzioni mal fatte) con due rivi, uno dei quali, come abbiamo accennato, parte dalla Polonia (ed era destinato a irrigare ben poco terreno e a estinguersi dopo aver fecondato solo qualche zollo ai confini della Moldavia); l’altro, (che, per l’unione avvenuta il 1697 di una parte del clero ortodosso con la Chiesa Cattolica, metteva capo a Roma), partiva dalla Transilvania, ed era destinato a trasformar l’arida steppa in fiorito giardino. ct Al rivo polacco si è dato, a mio vedere, troppa importanza, in quanto che, grazie ad esso, i rumeni non acquistarono per la prima volta, ma semplicemente riacquistarono quella coscienza della loro origine latina, che, in seguito al loro distacco dalla Chiesa di Roma, depositaria e propagatrice della civiltà latina nel medioevo, avevan finito col perdere. Dal 1199 al 1207, una serie di documenti dei Regesti Vaticani ci mostrano Innocenzo III tutto intento a rassodare i legami che ancora univano alla Chiesa romana i popoli di Bulgaria e di Valachia, sudditi allora de’ medesimi Principi. Orbene in una delle sue lettere il Pontefice, mentre annunzia l’invio di legati apostolici, e chiede quali siano i desiderii del Principe (Ioannitius, ma egli si firma Caloiohannes, Imperator Bulgarorum et Blachorum); non dimentica di ricordar l’origine latina d’uno dei due popoli, sui quali esso Principe regnava, per trarne argomento a conchiudere „ ut sicut genere, sic sis etiam imitatione Romanus et populus terrae tucie, qui de sanguine Romanorum se asserit descendisse, Ecclesiae Romanae instituta sequatur ut etiam in cultu divino mores videantur patrios redolere”. Rileviamo da questo passo, come, verso la fine del secolo XII, il popolo rumeno e il suo Principe (è chiaro che qui dei Bulgari non può esser questione) ritenessero di essere legittimi discendenti degli antichi Romani, che Ioannitius lo avesse scritto al Papa, e che il Papa se ne fosse servito abilmente pe’ suoi fini. Se aggiungeremo a questa prova, l’altra che in documenti di poco posteriori, riferentisi cioè al pontificato di Onorio III e di Gregorio IX, si parla assai spesso di città rumene di Transilvania come di „villa latina”, „vicus latinorum” etc., per distinguerle da quelle ungheresi o sassoni che le attorniavano potremo conchiuderne, che, finchè prevalse l’influenza della Chiesa romana, tanto in Valachia che in Transilvania, si ebbe coscienza dell’origine latina della popolazione; e che questa coscienza disparve solo quando i rumeni si lasciarono attrarre nell’orbita bizantina, dove per essi non c’era nulla da guadagnare. Restarono infatti, com’è risaputo, del tutto fuori del movimento culturale bizantino, e, perduto ogni contatto con l’occidente cattolico, adottarono per le funzioni del culto e l’amministrazione della giustizia, la lingua slava parlata a quei tempi dai Bulgari, sotto il dominio dei quali si trovavano, non conservando con Bisanzio altri rapporti che religiosi, e anche questi assai larghi e intermittenti.
Ho voluto richiamare su codesti documenti de’ Regesti Vaticani l’attenzione dei lettori, perchè mi sembra siano stati a torto trascurati (in quanto testimonianza antichissima della coscienza che i Rumeni avevano ancora nel secolo XII della loro origine latina) da quasi tutti gli studiosi che si sono occu- pati di questi primi albori di letteratura rumena, i quali incominciano presso che tutti dall’Unione delle Chiese e dalla Scuola latinista di Transilvania.
Se però, da codesto punto di vista, l’importanza del rivo polacco è stata esagerata; per ciò che riguarda l’influsso che, attraverso la Polonia, il Rinascimento italiano potè esercitare sulle origini e il successivo sviluppo della letteratura rumena, non è stato al contrario preso nella dovuta considerazione. Eppure basta dare soltanto un’occhiata ai lavori del Ianocki , del Ciampi , dello Zeissberg e del Dieterich , per citar solo i maggiori che si sono occupati dell’attraentissimo tema; per accorgersi dell’importanza che per gli studiosi di letteratura rumena può avere la diffusione in Polonia delle idee e delle tendenze del Rinascimento italiano Augurandomi di potere io stesso tornar tra non molto sull’argomento, accennerò qui per sommi capi i fatti principali che più da vicino riguardano il nostro tema.
A capo degli umanisti polacchi troviamo, verso la fine del secolo XVI, Zamoyski che non fu soltanto il grande uomo politico e il valente generale che tutti sanno, ma anche un uomo coltissimo, che aveva fatti i suoi studii in Italia, improvvisava con facilità eleganti versi latini, gustava ed apprezzava degnamente la bellezza delle opere antiche.„Il suo castello polacco“, ci fa sapere il Iorga, dal quale attingiamo queste notizie, „sembrava la villa d’un principe italiano del Rinascimento” Intorno a Zamoyski, altri umanisti gareggiavano nello studio della lingua, dello stile e delle bellezze classiche, soprattutto latine: Heidenstein suo segretario e Lasicki, e, più di tutti, Alessandro Guagnini , un italiano emigrato in Polonia, „gran traduttore” ,
al cospetto di Dio „di testi polacchi nella lingua di Cicerone e di Virgilio” Questi sono gli autori, che, insieme con Kobierzycki, Wassenberg, Koiolovicz, Kochowski, Rudowski ed il celebre Zaluski , autore di elegantissime epistole latine, influirono più degli altri sopra due dei più antichi scrittori rumeni: Grigore Urechie e Miron Costin Quest’ultimo in ispecie è tanto im- pregnato di cultura classica che persino il suo periodare rumeno se ne risente. Si legga il seguente ritratto di Alexandru Voda Lăpușneanu e si neghi, se si crederà possibile, la somiglianza colla prosa, specie parenetica, dei nostri cinquecentisti: „El cumuș era blând și cucernic de o-dată tutulor Alexandru Vodă, areta direptate. De carte nu era prost, la calărie sprinten, cu sulità la halca nu lèsne avea protivnic; a sàgeta cu arcul nu putea fi mal bine. Iară ce era mai de trebă domniei, lipsia: că nu cerea la sfat bătrânii” . Con ciò non intendiamo — Dio ce ne guardi! — obbligare nessuno a ritenere assodato l’influsso potuto esercitare dai nostri prosatori volgari del quattro e del cinquecento sul periodo e lo stile di Miron Costin Potrebbe anzi darsi be-
nissimo che d’italiano l’antico cronista rumeno non sapesse uno iota, malgrado che il modo come egli parla dell’Italia in genere e di Padova in ispecie possa far supporre il contrario Ad ogni modo è chiaro, che, anche senza conoscer l’italiano, il latino dei nostri umanisti— molti dei quali furono alla corte dei Jaghelloni— e quello dei loro infiniti imitatori polacchi, poteva ben produrre il medesimo effetto, di fargli cioè, un po’ inconsciamente per via dell’uso, un po’ di proposito per una certa quale sallustiana ed erudita civetteria arcaizzante di storico buongustaio, modellare il suo periodo rumeno su quello del Giovio e del Guagnini se non proprio su quello di Cicerone e di Livio. Ma quello che c’interessa di più è di cogliere sulle labbra medesime del Costin, la menzione di Roma e dell’origine romana dei Valacchi, associata all’opinione di un dotto polacco, lo Zamoyski, dal quale, evidentemente, mostra averne avuto notizia. Dopo infatti aver parlato a lungo del nome, „Italia” ed aver rilevata la somiglianza fra le due parole di Vlah e Voloh, con cui i magiari designano rispettivamente gli abitanti della Rumania e dell’Italia, conchiude rivolgendosi al lettore con un calore e una spontaneità che commuovono: „Mirati adunque ora, o lettore, come in uno specchio, e tieni mente d’onde trai l’origine tua, sbarazzandoti di tutte le fole che molti hanno scritte intorno a te, sia per ignoranza che li abbia traviati; sia per l’invidia, che mai, neppure un giorno, è cessata di esistere tra le nazioni; forse anche per aver prestato fede a gonfie e vane menzogne”. Tra codesti „inventori di favole” intorno all’origine del popolo rumeno, annovera (e non sapremmo dargli torto) Enea Silvio Piccolomini, seguendo il quale, Zamoyski, Ureche ed altri han fatto derivare il nome di Vlah da un Flaccus, generale romano che fu un tempo a capo del paese. Con una ingenuità che sarebbe adorabile, se non ci sorgesse il dubbio di un’intenzione ironica, Miron Costin osserva che „questa opinione di codesto Enea non è peregrina, visto ch’egli non ha fatto che leggere certi versi d’un cherico chiamato Ovidio” , del quale non manca di ricordare l’esilio a Tomi a causa di „certi libri che egli scrisse in versi d’amore” e avevan prodotto l’effetto miracoloso di „empir tutta Roma di prostitute” . I versi di Ovidio, ai quali allude Costin, e che riporta saporosamente tradotti in quel suo antico rumeno così ricco di attrattive, sono i seguenti delle Epistolae ex Ponto:
Del classicismo... geografico del Rinascimento, grazie al quale persino i Turchi ripeterebbero la loro origine dal Teucro dell’Eneide, avremo più innanzi occasione di riparlare. Quello che c’importa qui di rilevare non è questo; bensì come Miron Costin derivasse la notizia dal Piccolomini, attraverso lo Zamoyski, di cui fa espressamente parola nella Prefazione al lettore (Predoslovia cătră cetitorii aceștii cărți) sulla prima colonizzazione romana della Moldavia e l’origine latina del popolo rumeno. Dopo infatti aver ricordato l’ipotesi piccolominiana derivante Vlah da Flaccus, il nostro cronista esce nella seguente esclamazione: „Umiliamoci al pensiero della miseria umana! Ma ce n’è un altro [inventore di favole sull’origine dei Rumeni] di nazion sua Polacco, Jan Zamoyskie, che-cieco! — sostiene gli abitanti della Moldavia e della Muntenia, nè gli uni nè gli altri trarre origine da’ Romani; ma, passando di qui e attraversando queste contrade Trajano imperator de’ Romani, e lasciandovi soldati a guardia, un certo numero di Daci aver solo allora adottata la lingua latina . Risulta di qui: 1) che gli umanisti polacchi discutevano ancora ai tempi di Miron Costin della questione posta dal Piccolomini; e 2) che tali discussioni trovavano un’eco negli scritti di quei rumeni che, in quell’epoca di preponderanza polacca nella politica della loro patria, venivano frequentemente a contatto con quella civiltà, che tanto aveva risentito e risentiva ancora de’ benefici effetti del nostro immortale Rinascimento. Del che pare sia pienamente convinto V. A. Ure- chie che, a p. 97 delle sue Schițe, finisce anche lui col domandarsi: „Una così grande esuberanza nella manifestazione della nostra latinità nel secolo XVII sarebbe mai dovuta unicamente ad una reazione contro la corrente slava?” Alla qual domanda egli risponde: „Io propendo ad attribuire una grande importanza, per ciò che riguarda la formazione di un tal convingimento nazionale, alle università polacche ed in ispecial modo al fatto (che rappresenta per noi rumeni una fortuna) che in codeste università i Jaghelloni chiamarono ad insegnare numerosi professori italiani.”
Riassumendo, un bel giorno ad Enea Silvio Piccolomini (che non doveva certo ignorare gli sforzi d’Innocenzo III per attrarre i Rumeni nell’orbita del Cattolicesimo e probabilmente sapeva pur della famosa lettera, in cui Ionità afferma sè e il suo popolo de Romanorum sanguine descendisse); salta il ticchio di voler dimostrare codesta tesi dell’origin latina de’ Valacchi con una di quelle etimologie cervellotiche, di cui i nostri vecchi pareva avessero il privilegio, e, trovato il suo bravo ubi consistam in quattro sonanti versi d’Ovidio, eccolo ad affermare con quella medesima sicurezza colla quale lucus si faceva derivare a non lucendo come qualmente Vlah non rappresenti che una pura e semplice corruzione del latino Flaccus. Ma il Rinascimento italiano ben presto emigra in Polonia: con Arnolfo Tedaldi e Pandolfo Collenuccio dapprima, più tardi con Filippo Bonaccorsi e fa sì che ai tempi dello Zamoyski, quando la Polonia faceva per l’appunto l’occhio di triglia alla Moldavia, si conoscesse tra’ quei „barbari” abbastanza latino da legger nel testo le opere del Piccolomini e da trarne la notizia del famoso Flaccus ge-
nerale romano e primo colonizzatore della Dacia. Sarà vero? Gli uni sostengono, gli altri negano l’etimologia piccolominiana. Qualcuno, tirando l’acqua al mulino politico polacco, non riconosce neppure l’origine latina dei Rumeni e li considera slavi puro sangue come i Bulgari, coi quali formarono un tempo un solo impero. Dalla polemica che ne deriva, due boiardi moldavi, che da qualche tempo vivono in Polonia, apprendono, o semplicemente si conferman nell’idea già loro balenata più volte, d’esser figli di Roma. I due boiardi diventano subito due storici, i due primi storici del popolo rumeno, al quale annunziano, raggianti in volto di sublime alterezza, la buona novella che gli echi dei Carpazii, invisibili araldi dell’avvenire, diffondon giù nelle valli:
„Da Roma discendiamo e di parole romane è misto il nostro dire” . È la seconda volta che un tale annunzio è bandito da labbra rumene e ciò dimostra senza dubbio che, almeno latente, la coscienza dell’origine latina esistesse in fondo ad ogni cuore rumeno; tuttavia, perchè all’annunzio facciano eco le turbe, è necessario che un fatto della più alta importanza metta i rumeni di Transilvania a diretto contatto con Roma.
Questo fatto è l’unione avvenuta il 1697 in Transilvania tra le due chiese cattolica e ortodossa. ct Non essendo mia intenzione di occuparmi in queste pagine di codesta corrente filologica, se non come di un precedente necessario a intendere i primi contatti letterarii italo-rumeni, tradurrò qui le belle pagine, nelle quali il Jorga ne traccia magistralmente le origini in una sua conferenza sulle „Idee direttrici del popolo rumeno” tenuta il 1904 alla „Società delle Donne Rumene” con molte altre, che, raccolte insieme e corredate di documenti, di note e di excursus del più alto interesse, formano ora i tre eleganti e densi volumi della „Istoria Românilor in Chipuri și Icoane” pubblicata dal Socec di Bucarest.
„Nel secolo XV” — dice il Iorga — „l’Europa occidentale incominciò a discernere, qualcosa di là dai confini imposti dalla religione. Nel pensiero, nel sentimento e nell’arte del mondo
antico scoperse una ricchezza, una bellezza e un’utilità che, fino ad allora le eran rimaste ignote. S’iniziarono allora ogni sorta di ricerche intorno a codesto passato così lontano; si studiaron da per tutto le lingue classiche; in qualsiasi ramo dell’attività spirituale dei popoli nuovi, l’antichità classica venne con assiduo studio imitata.
Codesto movimento, che si rivelò incomparabilmente fecondo e dette origine a una nuova letteratura, a una nuova arte, più tardi anche a una scienza nuova e ad una filosofia fino ad allora sconosciuta, poteva in Oriente diffondersi solo in quei paesi, nei quali la lingua latina (in particolar modo) fosse ben nota, in quanto fin da principio aveva rappresentato la lingua della Chiesa e dello Stato. L’Ungheria dunque e la Polonia se ne poterono avvantaggiare, e fu gran fortuna per loro; noi [rumeni] invece che ci servivamo sì nei pubblici ufficii, che nelle pratiche del culto della lingua slava, no. Conservammo quindi per quasi un secolo una letteratura povera, circoscritta ad opere meramente religiose, e, non potendo queste neppur essere originali, a traduzioni, che, per giunta, non eran sempre ben fatte.
Un’altra conseguenza del Rinascimento fu che la vita romana, molto meglio conosciuta della greca, fu ammirata e imitata in tutti i modi. I nomi italiani, tedeschi, francesi, persino ungheresi e polacchi, si travisarono allora in modo che sonassero latini e le località geografiche si ribattezzarono anch’esse nello stesso senso. Ognuno cercò di mettere in relazione le origini del suo paese e del suo popolo con gli antichi tempi gloriosi de’ Romani e de’ Greci. Persino i Turchi si trovarono un bel giorno ad esser discendenti da quel Teucro ch’è menzionato nell’Eneide, e non furono in seguito chiamati altrimenti che Teucri; i Francesi avrebbero avuto qual progenitore un Francus; i Secui della Transilvania non eran che Seculi, Siculi e perciò Siciliani.
Proprio in quei giorni, alcuni figli di boiardi, esiliatisi volontariamente dalla loro patria, studiavano in Polonia su libri che parlavan quasi esclusivamente di Roma. Costoro doveron naturalmente riconnettere il nome di „Rumân” e di lingua „rumâneasca.” con quello di „Romani”. La rassomiglianza della lingua rumena alla latina s’impose dunque fin da principio. Orbene a quei tempi non era possibile si facesse differenza di sorta tra l’origine del popolo e quella della lingua. La lingua era chiaramente derivata dalla latina? Noi non potevamo esser che latini. Venne così a cadere d’un tratto la pesante cortina di disprezzo, di povertà e di avvilimento che ci copriva. L’aureola di Roma ricinse allora la fronte del contadino asservito, del boiardo alla mercè del capriccio dei turchi. Per quanto basso fossimo caduti, la scoperta d’una origine romana era pur sempre qualcosa. Primo scopo da prefiggersi doveva quindi considerarsi l’illustrazione di una tal discendenza. Per noi, senza dubbio, ma anche per quegli stranieri, che s’erano lasciati andare un po’ troppo leggermente a parlare della „barbarie” dei Valacchi.
Fin dai tempi di Vasile Lupu (1634 — 1653), Grigore Urechie, frequentatore a’ suoi tempi delle scuole latine di Polonia, scrive: „De la Rîm ne tragem, și cu a lor cuvinte ni-i amestecat graiul” . Dallo scrittore italiano del secolo XV Enea Silvio Piccolomini, egli per il primo raccoglie la notizia, che qui da noi sarebbe stato un tempo un certo Flaccus, „Hatman rîmlenesc” , che naturalmente Enea Silvio aveva inventato lui per rendersi ragione del nome di „Valahi”. Ma Urechie si ferma qui, seguitando a raccontare in rumeno la storia dei Voda di Moldavia e solo la storia loro. Miron Costin, della generazione che tien dietro immediatamente a quella di Urechie, sa molto di più: troviamo in lui, in mezzo a una gran quantità di confusioni e di errori, tutti gli elementi del passato romano. Malgrado si occupi soltanto della Moldavia, questo boiardo liberale e dotto comprende nella ricerca delle più lontane origini del nostro popolo anche gli altri rumeni, non esclusi gli Aromîni del Pindo, e li definisce tutti Italiani veri e proprii.
Ed ecco che un uomo, che non aveva questa volta studiato in Polonia, ma proprio in Italia (a Padova, dove si recavan molti dall’Oriente) lo stolnic Constantin Cantacuzino, prende a raccontare anche lui (sempre prima dell’anno 1700) di Traiano e degli Imperatori Romani che regnaron sulla Dacia dei nostri progenitori. Con maggior chiarezza, sicurezza maggiore e maggior ricchezza di particolari che non avesse fatto Miron Costin del quale non ebbe notizia, il Cantacuzino ci parla del primo stabilirsi dei Romani nelle nostre terre, che Cantemir aveva chiamato „descălecatul” , cioè prima discesa o prima colonizzazione.
Finalmente lo spirito del Rinascimento viene accolto, per via delle lezioni impartitegli da un greco che conosceva assai bene il latino e aveva studiato in Italia, da Dimitrie Cantemir, il dotto figliuolo di Constantin Cantemir. Nutritosi lo spirito, durante tutta la giovinezza, dell’assidua lettura dei classici, si trovò, quando esule e privato del trono fu costretto a riparare in Russia, nel caso di poterci dar l’opera più estesa che possediamo, riguardante la più antica epoca della nostra storia: Hronicul Romîno-Moldo-Vlahilor Per lui non c’è ormai più alcun dubbio, non solo che siamo latini, ma che nessuna circostanza ha mai potuto allontanarci neppure una sola volta dalle terre conquistate dalle legioni di Trajano. Codesti uomini, ai quali si può aggiungere un diligente integratore e compilatore, Nicolae, il figliuolo di Miron Costin, avevan tutti lavorato senza conoscersi e senza fondarsi l’uno sul lavoro dell’altro, ma partendo tutti dalla medesima fonte: gli studii umanistici, che gli uomini del Rinascimento avevano iniziati. I lettori però di tali opere (storiche) erano a quei tempi assolutamente pochi: qualche vecchio boiardo isolato. I lettori comuni, — un po’ più numerosi e preti per la maggior parte —, si limitavano alla lettura dei libri sacri. Nessuna quindi di tali opere vide la luce per le stampe e rimasero un pezzo dimenticate. Se non che, intorno a quell’epoca, una parte dei Rumeni di Transilvania passò, per consiglio dei gesuiti alla Chiesa Romana, con la quale si unì. Pur conservando— malgrado l’unione — la lingua del rito, gli usi ecclesiastici, e il matrimonio dei preti; per ciò che riguarda il dogma, gli „uniti” furon da questo momento una cosa stessa con Roma. Le scuole cattoliche di Sâmbata-Mare in Ungheria, quelle di Vienna e della Città dei Papi furon perciò d’ora innanzi frequentate anche da scolari rumeni, che vi accedevano— con discreta conoscenza del latino — da Blaj, dov’era la residenza del nuovo vescovo unito. Orbene da Vienna e da Roma tornarono tra il 1770 e l’80 tre giovani monaci rumeni: Samuil Micu (Klein), Gheorghe Șincai e Petru Maior, che non avevano affatto l’intenzione di viver rinchiusi e in tonaca al monastero. Tutti e tre avevan lo stesso pensiero: dimostrar l’origine romana del nostro popolo, di cui s’eran convinti prima ancora di aver lette le cronache di Moldavia e di Muntenia. E infatti nel libri che scrissero, andarono assai più lontano di quelle: i caratteri cirillici in uso fino allora dovevano a poco a poco essere smessi, il rumeno bisognava fosso scritto con lettere latine e in modo che la radice latina si potesse riconoscere a prima vista. Infine i suoni „stranieri” e le parole „straniere” dovevano essere abbandonati, almeno nella lingua scritta.
Un’altra novità è rappresentata dalla pubblicazione di codesti scritti. Grazie alle scuole ecclesiastiche, a quelle di stato, ed alle altre istituite di qua dai monti dai Principi che si dissero „Fanarioti”, la cerchia dei lettori s’era di molto allargata. Per costoro si stamparono successivamente due libri di Petru Maior, uno dei quali fu confiscato, e il „Dizionario di Buda” Codesto dizionario etimologico non dovè godere di una gran diffusione. Tutti invece lessero la „Storia dell’origine dei Rumeni della Dacia”, che, in poco più di dieci anni, ebbe due edizioni e fu, d’ora innanzi, la Bibbia dell’idea latina. Il maestro Lazăr di Avrig, che il 1817 passò i monti e venne in Rumania per fondare a Bucarest la prima scuola nazionale, credeva in questa Bibbia, sotto l’influsso della quale crebbe in Transilvania un gruppo di giovani, quali Ioan Maiorescu, Papiu Ilarian, August Laurian, Simion Bărnuțiu, che, fieri della loro discendenza latina, promossero i moti del 1848, li organizzarono secondo la tradizione romana e li descrissero in lingua latinizzata. Or bene codesti giovani passarono tutti, o prima o dopo il 1848, di qua dai monti ed esercitarono sull’insegnamento rumeno un’influenza preponderante. Ioan Maiorescu è infatti il fondatore delle scuole di Craiova, Laurian di quelle di Bucarest e della Moldavia, Bărnuțiu dello Studio di legge di Jassy. Qui da noi, Gheorghe Asaki in Moldavia e Ioan Radulescu soprannominato Eliade in Muntenia, credettero con tutta la forza del loro animo nell’origine latina del nostro popolo, che, dal primo di essi che aveva studiato a Roma, fu anche cantata in bei versi; ma non accettaron l’idea di modificar la lingua, modellandola sulla latina e neppure di scriverla con sole lettere latine. Eliade è infatti inventore di un sistema ortografico misto, che è durato per qualche tempo e fu adottato anche in Moldavia.
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The end
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