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I vecchi e i giovani

Luigi Pirandello · 1918 · Free in the US

148,725 words · about 10 h 25 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Luigi Pirandello
Language
Italian
Published
1918
Length
148,725 words · about 10 h 25 min
Sections
18 reader sections
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Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (18)

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I VECCHI

E I GIOVANI

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Capitolo Primo

La pioggia, caduta a diluvio la notte scorsa, aveva reso impraticabile il lungo stradone, tutto a volte e risvolte, quasi in cerca di men faticose erte, di pendii meno ripidi, tra la scabra ineguaglianza della vasta campagna solitaria.

Il guasto dell’intemperie appariva tanto più triste, in quanto, qua e là, già era evidente il disprezzo e quasi il dispetto della cura di chi aveva tracciato e costruito la via per facilitare agli altri il cammino tra le asperità dei luoghi, con quei gomiti e quelle giravolte, con le opere or di sostegno, or di riparo. I sostegni eran crollati, i ripari abbattuti, per dar passo a dirupate scorciatoje.

Piovigginava ancora a scosse, nell’alba livida, tra il vento che spirava gelido, a raffiche, da ponente. E a ogni raffica, su quel lembo di paese emergente or ora, appena, cruccioso, dalle fosche ombre umide della notte tempestosa, pareva scorresse un lungo brivido, dalla città, fitta di case gialligne, alta e velata sul colle, a le vallate, ai poggi, ai piani irti ancora di stoppie annerite, fino al mare laggiù, torbido e rabbuffato. Pioggia e vento parevano un’ostinata crudeltà del cielo sopra la desolazione di quelle piagge estreme della Sicilia, su le quali Girgenti, nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto d’un tempo senza vicende, nell’abbandono d’una miseria senza riparo.

Le folte siepi di fichidindia, o di rovi secchi, o di agavi, e le muricce qua e là screpolate erano di tratto in tratto interrotte da qualche pilastro cadente, che reggeva un cancello scontorto e arrugginito, o da rozzi e squallidi tabernacoli, i quali, nella solitudine immobile, guardati dagl’ispidi rami degli alberi gocciolanti, anzichè conforto ispiravano un certo sgomento, posti com’eran lì a ricordare la fede a viandanti — per la maggior parte campagnuoli e carrettieri — che troppo spesso, con aperta o nascosta ferocia, dimostravano di non ricordarsene. Qualche triste uccelletto sperduto veniva, col timido volo raccolto delle penne bagnate, a posarsi su essi; spiava, e non ardiva di mettere neppure un piccolo lamento in mezzo a tanto squallore.

Da un pezzo per quello stradone sfangava, sbruffando a ora a ora, la vecchia giumenta bianca di Placido Sciaralla, esortata amorevolmente dal padrone avvilito, con le mani paonazze, gronchie dal freddo, tutto ristretto in sè contro il vento e la pioggia, nella vivace uniforme di soldato borbonico: calzoni rossi, cappotto turchino.

— Coraggio, Titina!

E il fiocco del berretto a barca, di bassa tenuta, pendulo sul davanti, andava in qua e in là, quasi battendo la solfa al trotto stracco della povera giumenta. Dei rari passanti a piedi o su pigri asinelli, qualcuno che ignorava come qualmente il principe don Ippolito Lauretano, fiero e pervicace nella fedeltà al passato governo delle Due Sicilie, tenesse nel suo fèudo di Colimbètra (dove fin dal 1860 si era per onta e per dispetto relegato) una guardia di venticinque uomini con la divisa borbonica, si voltava stupito e si fermava un pezzo a mirare quel buffo fantasma emerso dall’umido barlume del crepuscolo, e non sapeva che pensarne.

Passando innanzi allo stupore di questi ignoranti, Sciaralla, capitano di quella guardia, non ostante il freddo e la pioggia ond’era tutto abbrezzato e inzuppato, si drizzava su la vita, assumeva un contegno marziale; marzialmente, se capitava, porgeva con la mano il saluto a qualcuno di quei tabernacoli; poi, chinando gli occhi per guardarsi le punte tirate su a forza e insegate dei radi baffetti neri (indegni baffi!) sotto il robusto naso aquilino, cangiava l’amorevole esortazione alla bestia in un: “Su! su!„ imperioso, seguito da una stratta alla briglia e da un colpetto di sproni giunti, a cui talvolta Titina — mannaggia! — sforzata così nella lenta vecchiezza, soleva rispondere con poco decoro.

Ma questi incontri, tanto graditi al Capitano, avvenivano molto di raro. Tutti ormai sapevano di quel corpo di guardia a Colimbètra, e ne ridevano se n’indignavano.

— Il Papa, in Vaticano con gli Svizzeri; don Ippolito Laurentano, nel suo fèudo con Sciaralla e compagnia!

E Sciaralla, che dentro la cinta di Colimbètra si sentiva a posto, capitano sul serio, fuori non sapeva più qual contegno darsi per sfuggire alle beffe e alle ingiurie.

Già cominciamo che tutti lo degradavano, chiamandolo caporale. Stupidaggine! indegnità! Perchè lui comandava ben venticinque uomini (ohè, venticinque!) e bisognava vedere come li istruiva in tutti gli esercizii militari e come li faceva trottare. E poi.... Ma scusate, tutti i signoroni non tengono forse nelle loro terre una scorta di campieri in divisa? Veramente, ecco, dichiararsi campiere soltanto, scottava un po’ al povero Sciaralla, che “nasceva bene„ e aveva la patente di maestro elementare e di ginnastica. Tuttavia, a colorar così la cosa s’era piegato talvolta a malincuore, per non esser qualificato peggio. Campiere, sì.... campiere capo.

— Caporale?

— Capo! capo! Che c’entra caporale? Ammettete allora che sia milizia?

Di chi? come? e perchè vestita a quel modo? Sciaralla si stringeva ne le spalle, socchiudeva gli occhi, sospirava:

— Un’uniforme come un’altra.... Capriccio di Sua Eccellenza, che volete farci?

Con alcuni più crèduli, tal’altra, si lasciava andare a confidenze misteriose: che il Principe cioè, mal visto per le sue idee dal Governo italiano, il quale — figurarsi! — avrebbe alzato il fianco a saperlo morto assassinato o derubato senza pietà, avesse davvero bisogno, nella solitudine della campagna, di quella scorta, di cui egli, Sciaralla, indegnamente era capo. Restava però sempre da spiegare perchè quella scorta dovesse andar vestita di quell’uniforme odiosa.

— Boja, piuttosto! — s’era sentito più volte rispondere il povero Sciaralla, il quale allora pensava con un po’ di fiele quanto fosse facile al Principe il serbare con tanta dignità e tanta costanza quel fiero atteggiamento di protesta, rimanendo sempre chiuso entro i confini di Colimbètra, mentre a lui e a’ suoi subalterni toccava d’arrischiarsi fuori a risponderne.

Invano, a quattr’occhi, giurava e spergiurava, che mai e poi mai egli, al tempo dei Borboni, avrebbe indossato quell’uniforme, simbolo di tirannide, allora, simbolo dell’oppressione della patria; e soggiungeva, scotendo le mani:

— Ma ora, signori miei, via! Ora che siete voi i padroni.... Lasciatemi stare! È pane, signori miei! Dite sul serio?

Invano. Gli volevano amareggiare il sangue per forza, fingendo di non comprendere che egli poi, in fondo, non era tutto nell’abito che indossava; che sotto quell’abito c’era un uomo, un pover’uomo come tutti gli altri, costretto a guadagnarsi da vivere in qualche porca maniera. Con gli sguardi, coi sorrisi, componendo il volto a un’aria di vivo interessamento ai casi altrui, cercava in tutti i modi di stornar l’attenzione da quell’abito; poi, di tutte quelle arti che usava, di tutte quelle smorfie che faceva, si stizziva fieramente con sè stesso, perchè, a guardar quell’abito senza alcuna idea, gli pareva bello, santo Dio! e che gli stèsse proprio bene; e quasi quasi gli cagionava rimorso il dover fingersi afflitto di portarlo.

Aveva sentito dire che su, a Girgenti, un certo “funzionario„ continentale, barbuto e bilioso, aveva pubblicamente dichiarato con furiosi gesti, che una tale sconcezza, una siffatta tracotanza, un così patente oltraggio alla gloria della rivoluzione, al governo, alla patria, alla civiltà, non sarebbero stati tollerati in alcun’altra parte d’Italia, nè forse in alcun’altra provincia della stessa Sicilia, che non fosse questa di Girgenti, così.... così.... — e non aveva voluto dir come, a parole; con le mani aveva fatto un certo atto.... Oh Dio, ma proprio per lui, per quell’uniforme borbonica dei venticinque uomini di guardia, tanto sdegno, tanto schifo? O perchè non badavan piuttosto codesti indignati al signor sindaco, ai signori assessori e consiglieri comunali e provinciali e ai più cospicui cittadini, che venivano a gara, tutti parati e impettiti, a fare ossequio a S. E. il Principe di Laurentano, che li accoglieva ne la villa come un re nella reggia? E Sciaralla non diceva dell’alto clero con Monsignor Vescovo alla testa, il quale, si sa, per un legittimista come Sua Eccellenza, poteva considerarsi naturale alleato.

Sciaralla gongolava e gonfiava per tutte queste visite; e nulla gli era più gradito che impostarsi ogni volta su l’attenti a presentar le armi. Se veniva Monsignore, se veniva il sindaco, la sentinella chiamava dal cancello il drappelletto dal posto di guardia vicino, e un primo saluto, là, in piena regola, con un bel fracasso d’armi, levate e appiedate di scatto; un altro saluto poi, sotto le colonne del vestibolo esterno de la villa, al richiamo dell’altra sentinella del portone. Rispetto al salario, era così poco il da fare, che tanto lui quanto i suoi uomini se ne davano apposta, cercandone qua e là il pretesto; e una delle faccende più serie erano appunto questi saluti alla militare, i quali servivano a meraviglia a toglier loro l’avvilimento di vedersi — così ben vestiti com’erano — inutili affatto.

In fondo, con tali e tanti protettori, Sciaralla avrebbe potuto ridersi della baja che gli dava la gente minuta, se, come tutti i vani, non fosse stato desideroso d’esser veduto e accolto da ognuno con grazia e con favore. Non sapeva ridersene poi, e anzi da un pezzo in qua ne era anche più d’un po’ costernato per un’altra ragione. C’era una chiacchiera in paese, la quale di giorno in giorno si veniva sempre più raffermando, che tutti gli operai delle città maggiori dell’isola, e le contadinanze e, più da presso, nei grossi borghi dell’interno, i lavoratori delle zolfare si volessero raccogliere in corporazioni o, come li chiamavano, in fasci, per ribellarsi non pure ai signori, ma ad ogni legge, dicevano, e far man bassa di tutto.

Più volte, essendo di servizio nell’anticamera, ne aveva sentito discutere nel salone. Il Principe — s’intende — ne dava colpa al governo usurpatore, che prima aveva gabbato o poi affamato le popolazioni dell’isola con imposte e manomissioni inique e spudorate; gli altri gli facevano coro; ma Monsignor Vescovo pareva a Sciaralla che meglio di tutti sapesse scoprir la piaga.

Il male, il vero male, il più gran male fatto dal nuovo governo non consisteva tanto nell’usurpazione, che faceva ancora e giustamente sanguinare il cuore di S. E. il Principe di Laurentano. Monarchie, istituzioni civili e sociali: cose temporanee; passano; si farà male a cambiarle agli uomini o a toglierle di mezzo, se giuste e sante; sarà un male però possibilmente rimediabile. Ma se togliete od oscurato agli uomini ciò che dovrebbe splendere eterno nel loro spirito: la fede, la religione? Orbene, questo aveva fatto il nuovo governo! E come poteva più il popolo starsi quieto tra le tante tribolazioni della vita, se più la fede non glielo faceva accettare con rassegnazione e anzi con giubilo, come prova e promessa di premio in un’altra vita? La vita è una sola? questa? Le tribolazioni non avranno un compenso di là, se con rassegnazione sopportate? E allora per qual ragione più accettarle e sopportarle? Trionfi il numero allora, e prorompa l’istinto bestiale di soddisfare quaggiù tutti i bassi appetiti del corpo!

Parlava proprio bene, Monsignore. La vera ragione di tutto il male era questa. Insieme con Monsignore, che veramente, ricco com’era, sentiva poco le tribolazioni della vita, Sciaralla avrebbe voluto che tutti i poveri la riconoscessero, questa ragione. Ma non riusciva a levarsi dal capo un sant’uomo, un vecchierello mendico, venuto un giorno innanzi al cancello de la villa col rosario in mano, il quale, stando ad aspettar la limosina e sentendo un lungo brontolio nel suo stomaco, gli aveva fatto notare, con un mesto sorriso:

— Senti? Non lo dico io; lo dice lui che ha fame....

La costernazione di Sciaralla, per quel grave pericolo che sovrastava a tutti i signori, proveniva più che altro dalla sicurezza con cui il Principe, là nel salone, pareva lo sfidasse. Riposava certo su lui e sul valore e la devozione de’ suoi uomini quella sicurezza del Principe, al quale poteva bastare che dicesse di non aver paura, lasciando poi agli altri il pensiero del rimanente.

Fortuna che finora lì a Girgenti nessuno si moveva, nè accennava di volersi muovere! Paese morto. Tanto vero — dicevano i maligni — che vi regnavano i corvi, cioè i preti. L’accidia, tanto di far bene quanto di far male, era radicata nella più profonda sconfidenza della sorte, nel concetto che nulla potesse avvenire, che vano sarebbe stato ogni sforzo per scuotere l’abbandono desolato, in cui giacevano non soltanto gli animi, ma anche tutte le cose. E a Sciaralla parve d’averne una prova confortante nel triste spettacolo che gli offriva, quella mattina la campagna intorno e quello stradone.

Aveva già attraversato il tratto incassato nel taglio perpendicolare del lungo ciglione, su cui sorgono aerei e maestosi gli avanzi degli antichi templi akragantini, e dove un tempo si apriva la Porta Aurea dell’antichissima città scomparsa. Ora ranchettava giù per il pendìo che conduco alla vallata di Sant’Anna, per la quale scorre, intoppando qua e là, un fiumicello di povere acque: l’Hypsas antico, ora Drago, secco d’estate e cagione di malaria in tutte le terre prossime, per le trosce stagnanti tra gl’ispidi ciuffi del greto. Impetuoso e torbido per la grande acquata della notte scorsa, investiva laggiù, quella mattina, il basso ponticello uso, d’estate, ad accavalciare i ciottoli e la rena.

Veramente da quella triste contrada maledetta dai contadini, costretti a dimorarvi dalla necessità, macilenti, ingialliti, febbricitanti, pareva spirasse nello squallore dell’alba gelida un’angosciosa oppressione, di cui anche gli alberi fossero compenetrati: quei centenarii olivi stravolti, quei mandorli ischeletriti dalle prime ventate d’autunno.

— Che acqua, eh? — s’affrettava a dire capitan Sciaralla, imbattendosi lungo quel tratto nella gente di campagna o nei carrettieri che lo conoscevano, per prevenire beffe e ingiurie, e dava di sprone alla povera Titina.

Non a caso però, quel giorno, metteva innanzi la pioggia della notte scorsa. Trottando e guardando nel cielo la nera nuvolaglia sbrendolata e raminga, pensava proprio ad essa per trovarvi una scusa che gli quietasse la coscienza, avendo trasgredito a un ordine positivo ricevuto la sera avanti dal segretario del Principe: l’ordine di recare sul tamburo una lettera a don Cosmo Laurentano, fratello di don Ippolito, che viveva segregato anche lui nell’altro fèudo di Valsanìa, a circa quattro miglia da Colimbètra.

Sciaralla non se l’era sentita d’avventurarsi a quell’ora, con quel tempo da lupi fin laggiù; aveva pensato che Lisi Préola, il vecchio segretario, avendo una forca di figliuolo che aspirava a diventar capitano della guardia, non cercava di meglio che mandar lui Sciaralla all’altro mondo; che però forse quella lettera non richiedeva tale urgenza ch’egli rischiasse di rompersi il collo per una via scellerata, al bujo, sotto la pioggia furiosa, tra lampi e tuoni; e che infine avrebbe potuto aspettar l’alba e andare di nascosto, senza rinunziare per quella sera alla briscola nella casermuccia sul greppo dello Sperone, ove si riduceva coi tre compagni graduati a passar la notte, dandosi il cambio ogni tre ore nella guardia.

L’uscir di Colimbètra era sempre penoso per capitan Sciaralla, ma una vera spedizione allorchè doveva recarsi a Valsanìa. Qua gli toccava ogni volta d’affrontar paziente l’odio d’un vecchio energumeno, terrore di tutte le contrade circonvicine, chiamato Mauro Mortara, il quale, approfittando della dabbenaggine di don Cosmo, a cui certo i libracci di filosofia avevano sconcertato il cervello, vi stava da padrone, nè sopra di lui riconosceva altra signoria.

— Coraggio, coraggio, Titina! — sospirava pertanto Sciaralla, ogni qualvolta gli si presentava alla mente la figura di quel vecchio: basso di statura, un po’ curvo, senza giacca, con una pesante, ruvida camicia d’albagio di color violaceo a quadri rossi aperta sul petto irsuto, un enorme berretto villoso in capo, ch’egli da sè stesso s’era fatto dal cuojo d’un agnello, la cui concia col sudore gli aveva tinti di giallo i lunghi cernecchi e, ai lati, l’incolta barba bianca: comico e feroce, con due grosse pistole sempre alla cintola, anche di notte, poichè si buttava a dormir vestito su uno strapunto di paglia per poche ore soltanto: a settantasette anni sveglio ancora e robusto, più che un giovanotto di venti.

— E non morrà mail — sbuffava Sciaralla. — Sfido! Che gli manca? Dopo tant’anni è considerato come parte della famiglia anche da don Ippolito, che è tutto dire. Con don Cosmo per poco non si dànno del tu.

E ripensava, proseguendo la via, alle straordinarie avventure di quell’uomo che, al Quarantotto, aveva seguito nell’esilio a Malta il principe padre, don Gerlando Laurentano, il quale gli s’era affezionato fin quando, privato del grado di Gentiluomo di Camera, Chiave d’oro, per uno scandalo di corte a Napoli, s’era ritirato a Valsanìa, dove il Mortara era nato, figlio di poveri contadini, contadinotto anche lui, anzi guardiano di pecore, allora.

A un’avventura segnatamente, tra le tante, si fermava il pensiero di Placido Sciaralla: a quella che aveva procurato al Mortara il nomignolo di Monaco; avventura dei primi tempi, avanti al Quarantotto, quando a Valsanìa, attorno al vecchio Principe di Laurentano, acceso di vendetta e ora fervente promotore di libertà, si radunavano di nascosto, venendo da Girgenti, i caporioni del comitato rivoluzionario. Mauro Mortara faceva la guardia ai congiurati a piè de la villa. Ora una volta un frate francescano ebbe la cattiva ispirazione di avventurarsi fin là per la questua. Il Mortara lo prese subito, senz’altro, per una spia: lo afferrò, lo legò, lo tenne appeso a un albero, per tutto il giorno alla notte lo sciolse e mandò via; ma tanta era stata la paura, che il frate non potò riaversene e ne morì poco dopo.

Quest’avventura era più viva delle altre nella memoria di Sciaralla, non solo perchè in essa Mauro Mortara si mostrava, come a lui piaceva di crederlo, feroce, ma anche perchè l’albero, a cui il francescano era stato appeso, era ancora in piedi presso la villa, e Mauro non tralasciava mai d’indicarglielo, accompagnando il cenno con un muto ghigno e un lieve tentennar del capo, atteggiato il volto di schifo nel vedergli addosso quell’uniforme borbonica.

— Coraggio, coraggio, Titina!

Conveniva soffrirseli in pace gli sgarbi e i raffacci di quel vecchio. Il quale, sì, guai e rischi d’ogni sorta ne aveva toccati o affrontati in vita sua, senza fine; ma che fortuna, adesso, servire sotto don Cosmo, che non si curava di nulla mai, fuori di quei suoi libracci che lo tenevano tutto il giorno vagante come in un sogno pe’ viali di Valsanìa!

Che differenza tra il Principe suo padrone e questo don Cosmo! che differenza poi fra entrambi questi fratelli e la sorella donna Caterina Auriti, che viveva — vedova e povera — a Girgenti!

Da anni e anni tutti e tre erano in rotta tra loro.

Donna Caterina Laurentano aveva seguito lei sola le nuove idee del padre; e poi si diceva che, da giovinetta, aveva recato onta alla famiglia, fuggendo di casa con Stefano Auriti, morto poi nel Sessanta, garibaldino, nella battaglia di Milazzo, mentre combatteva accanto al Mortara e al figlio don Roberto, che ora viveva a Roma e che allora era ragazzo di appena dodici anni, il più piccolo dei Mille. Figurarsi, dunque, se il Principe poteva andar d’accordo con questa sorella! Ma con Cosmo, intanto, perchè no? Questi, almeno apparentemente, non aveva mai parteggiato per alcuno. Ma forse non approvava la protesta del fratello maggiore contro il nuovo Governo. Chi aveva però ragione di loro due? Il padre, prima che liberale, era stato borbonico, Gentiluomo di Camera e Chiave d’oro: che meraviglia, dunque, se il figlio, stimando fedifrago il padre, s’era serbato fedele al passato Governo? Meritava anzi rispetto per tanta costanza: rispetto e venerazione; e non c’era nulla da ridire, se voleva che tutti sapessero com’egli la pensava, anche dal modo con cui vestiva i suoi dipendenti. Sissignori, sono borbonico! ho il coraggio delle mie opinioni! — Coraggio, Titina!

Un toffo di terra arrivò a questo punto a le spalle di capitan Sciaralla, seguito da una sghignazzata.

Il capitano diè un balzo su la sella e si voltò, furente. Non vide nessuno. Da una siepe sopra l’arginello venne fuori, invece, questa strofetta, declamata con tono derisorio, lento lento:

Capitan Sciaralla riconobbe alla voce Marco Préola, il figlio scapestrato del segretario del Principe, e sentì rimescolarsi tutto il sangue. Ma, subito dopo, il Préola apparve in tale stato, che le ciglia aggrottate del capitano balzarono fino al berretto, e la bocca, serrata dall’ira, s’aprì dallo stupore.

Non pareva più un uomo, colui: salvo il santo battesimo, un porco pareva, fuori del brago, cretaceo e arruffato. Con le gambe aperte, buttato indietro su le reni a modo degli ubbriachi, il Préola seguitò da lassù a declamare con ampii e stracchi gesti:

— Quanto sei caro! — gli disse Sciaralla, allungando una mano alle terga, ove la mota gli s’era appiastrata.

Marco Préola si calò giù, sul sedere, dall’arginello lubrico di fango, e gli s’accostò.

— Caro? — disse. — No: mi vendo a buon mercato! Ti piace la poesia? Bella! E sèguita, sai? La stamperò su L’Empedocle domenica ventura.

Capitan Sciaralla stette ancora un pezzo a guardarlo, col volto contratto, ora, in una smorfia tra di schifo e di compassione. Sapeva che colui andava soggetto ad attacchi d’epilessia; che spesso vagava di notte come un cane randagio e spariva per due o tre giorni, finchè non lo ritrovavano come una bestia morta, con la faccia per terra e la bava alla bocca, o su al Culmo delle Forche o su la Serra Ferlucchia o per le campagne. Gli vide la faccia gonfia, deturpata da una livida, lunga cicatrice su la gota destra, con pochi peli ispidi, biondicci sul labbro e sul mento; gli guardò il vecchio cappelluccio stinto e roccioso, che non arrivava a nascondergli la laida calvizie precoce; notò che calvo era anche di ciglia; ma non potè sostenere lo sguardo di quegli occhi chiari, verdastri, impudenti, in cui tutti i vizii parea vermicassero. Cacciato dalla scuola militare di Modena, il Préola era stato a Roma circa un anno nella redazione d’un giornalucolo di ricattatori; scontata una condanna di otto mesi di carcere, aveva tentato d’uccidersi buttandosi giù da un ponte nel Tevere; salvato per miracolo, era stato rimpatriato dalla questura, e ora viveva a le spalle del padre, a Girgenti.

— Che hai fatto? — gli domandò Sciaralla.

Il Préola si guardò l’abito addosso, e con un ghigno frigido rispose:

— Niente. Mi sono un po’.... imporchettato.

Fece un gesto con le mani, per significare che s’era voltolato per terra, e aggiunse:

— Un insultino....

All’improvviso, cangiando aria e tono, ghermendogli un braccio:

— Qua la lettera, — gli gridò.

— So che l’hai!

— Sei matto? — esclamò Sciaralla con un soprassalto, tirandosi indietro.

Il Préola scoppiò a ridere sguajatamente, poi gli disse:

— Cavala fuori: la annuso soltanto. Voglio sentire se fa odor di confetti. Animale, non sai che il tuo padrone sposa?

Sciaralla lo guardò, intronato.

— Il Principe?

— Sua Eccellenza, già! Non credi? Scommetto che la lettera parla dì questo. Il principe annunzia le prossime nozze al fratello. Non hai visto Monsignor Montoro? È lui il paraninfo!

Veramente Monsignor Montoro in quegli ultimi giorni s’era fatto vedere molto più di frequente a Colimbètra. Che fosse vero? Sciaralla si sforzò d’impedire che quella notizia incredibile, d’un avvenimento così inopinato, gli accendesse in un lampo la visione di splendide feste, d’una gaja animazione nuova in quell’austero, vasto e silenzioso ritiro; la speranza di regali per la bella comparsa che avrebbe fatto coi suoi uomini e il servizio inappuntabile che avrebbe disimpegnato.... Ma il Principe, possibile? così serio.... alla sua età? E poi, come prestar fede al Préola?

Cercando di nascondere la meraviglia e la curiosità con un sorriso di diffidenza, gli domandò:

— E chi sposa?

— Se mi dài la lettera, te lo dico, — risposo quello.

— Domani! Va’ là! Ho capito.

E Sciaralla si spinse col busto innanzi per cacciar la giumenta.

— Aspetta! — sclamò il Préola, trattenendo Titina per la coda. — M’importa assai delle nozze, e che tu non ci creda! Forse.... vedi? questo mi premerebbe più di sapere.... forse il principe parla al fratello delle elezioni, della candidatura del nipote. Non sai neanche questo? Non sai che Roberto Auriti, “il dodicenne eroe„ si presenta deputato?

— So un corno io; chi se n’impiccia? — fece Sciaralla. — Non abbiamo l’on. Fazello per deputato?

— Ma se siete fuori della storia, voialtri, a Colimbètra! — ghignò il Préola. — Abbiamo le elezioni generali, e Fazello non si ripresenta, somaro, per la morte del figliuolo!

— Del figliuolo? Se è scapolo!

Il Préola tornò a ridere sguajatamente.

— E che uno scapolo, uomo di chiesa per giunta, non può aver figliuoli? Bestione! Avremo l’Auriti, sostenuto dal governo, contro l’avvocato Capolino. Fiera lotta, singolar tenzone.... Dammi la lettera!

Sciaralla diede una spronata a Titina e con uno sfaglio si liberò del Préola. Questi allora gli tirò dietro una e due sassate; stava per tirargli la terza, quando dalla svoltata si levò una voce rabbiosa:

— Ohè, corpo di.... Chi tira?

E un’altra voce, rivolta evidentemente a Sciaralla che fuggiva:

— Vergògnati! Vergògnati! Fantoccio! Ignorante! Buffone!

E dalla svoltata apparvero sotto un ombrellaccio sforacchiato, stanchi e inzaccherati, i due inseparabili Luca Lizio e Nòcio Pigna o, come tutti da un pezzo li chiamavano. Propaganda e Compagnia: quegli, uno spilungone ispido e scialbo, con un pajo di lenti che gli scivolavano di traverso sul naso, stretto ne le spalle per il freddo e col bavero della giacchettina d’estate tirato su; questi, tozzo, deforme, dal groppone sbilenco, con un braccio penzolante quasi fino a terra e l’altro pontato a leva sul ginocchio, per reggersi alla meglio.

Erano i due rivoluzionarli del paese.

Capitan Sciaralla credeva a torto che nessuno si movesse a Girgenti.

Si movevano loro, Lizio e Pigna.

È vero che, l’uno e l’altro, quella mattina, così bagnati e intirizziti, sotto quell’ombrello sforacchiato, non davano a vedere che potessero esser molto temibili le loro imprese rivoluzionarie.

Nessuno poteva vederlo meglio di Marco Préola, il quale, avendo già da un pezzo abbandonato alla mercè del caso la propria vita, tenuta per niente e sprezzata da lui stesso, più che dagli altri, senza più nè affetti nè fede in nulla, sciolta non pur d’ogni regola, ma anche d’ogni abitudine, e gettata in preda a ogni capriccio improvviso e violento, tutto vedeva buffo e vano e tutto e tutti derideva, sfogando in questa derisione le scomposto energie non comuni dell’animo esacerbato.

Egli sapeva che, tre giorni addietro, quei due si erano recati alla marina di Porto Empedocle a catechizzare i facchini addetti all’imbarco dello zolfo, gli scaricatori, gli stivatori, i marinai delle spigonare, i carrettieri, i pesatori, per raccoglierli in fascio. Vedendoli di ritorno a quell’ora, in quello stato, arricciò il naso, si fermò in mezzo allo stradone ad aspettarli per accompagnarsi con loro fino a Girgenti; quando gli furon vicini, aprì le braccia, quasi per reggere un fiasco, di que’ grossi, e disse loro:

— Andiamo; niente: lo porto io.

Il Pigna s’arrestò e, sforzandosi di dirizzarsi meglio sul braccio, squadrò con disprezzo il Préola. Il corpo, tutto groppi e nodi; ma una faccia da bambolone aveva, senza un pelo, arrossata su le gote dal salso che gli aveva dato fuori a la pelle, e un pajo d’occhi neri, smaltati e mobilissimi, da matto, sotto un cappellaccio turchino, tutto sbertucciato, che lo faceva somigliare a quei fantocci che schizzan su dalle scàtole a scatto.

Marco Préola lo chiamò con un vezzeggiativo dispettosamente bonario, e gli disse ammiccando:

— Nociarè, non te n’avere a male! Mondaccio laido è questo, d’ingrati. Marinai, piedi piatti.... Oh, e chiudi il paracqua, Luca! Dio ci manda l’acqua, e non te ne vuoi profittare? Laviamoci la facciuccia, così....

E levò la faccia fangosa verso il cielo. Spruzzolava ancora dalle nuvole, che s’imporporavano negli orli frastagliati, correndo incontro al sole che stava per levarsi, un’acquerugiola gelida e pungente.

— Che son aghi? — gridò, sbruffando come un cavallo, squassando la testa e buttandosi apposta addosso al Pigna.

Sozzo com’era già, da capo a piedi, e tutto fradicio di pioggia, si sentiva ormai libero da ogni angustia, di guardarsi dall’acqua e dalla zàcchera, e provava la voluttà, sguazzando nel fango senza più impaccio nè ritegno, di poter insozzarne gli altri impunemente.

— Scànsati! — gli gridò il Pigna. — Chi ti cerca? chi ti vuole? chi ti ha dato mai tanta confidenza?

Il Préola, senza scomporsi, gli rispose:

— Quanto mi piaci arrabbiato! Creta madre, caro mio, creta madre! Te ne volevo attaccare un po’.... Sigillo naturale! Mi scansi? Poi ti lagni degli altri, che sono ingrati.

— Ci vuole una faccia.... — brontolò il Pigna, rivolto al Lizio.

Ma questi andava chiuso in sè, non curante e accigliato. Diede una spallata, come per dire che non voleva essere frastornato da’ suoi pensieri, e avanti.

Il Préola li seguì un pezzo in silenzio, un po’ discosto, guardando ora l’uno ora l’altro.

Aveva nelle viscere una smania vorace, di fare qualche cosa, quella mattina; non sapeva quale. Si sarebbe messo a urlare come un lupo. Per non urlare, apriva la bocca, si cacciava una mano sui denti e tirava, tirava fin quasi a slogarsi la mascella. Poteva solo sfogarsi con quei due; ma, a stuzzicare il Lizio, che gusto c’era? Disperatonaccio come lui e, per giunta, con la testa piena di fumo. Due disgrazie, una sopra l’altra, il suicidio del padre, bravo avvocato ma di cervello balzano, poi quello del fratello, gli avevano cattivato in paese una certa simpatia, mista di costernazione, e anche un certo rispetto. Studiava molto e parlava poco, anzi non parlava quasi mai. La ragione c’era, veramente: gli mancava quasi mezzo alfabeto. Di lui si poteva ridere soltanto per questo: che aveva trovato nel Pigna il suo organetto; e organetto e sonatore, ogni volta, ai comizii, comparivano insieme. Se il Pigna stonava, egli lo rimetteva in tono, serio serio, tirandolo per la manica. Rivoluzione sociale.... fratellanza dei popoli.... rivendicazione dei diritti degli oppressi.... idee grandi, insomma! E forse perciò, distratto, s’era attaccato intanto a un tozzo di pane faticato da altri per lui. Faceva benone, oh! Solo che, con questo po’ po’ di freddo....

— Una caffettierina, volesse Iddio! — invocò con improvviso scatto il Préola, levando le braccia. — Tre pezzetti di zucchero, un vasetto di panna, quattro fettine di pane abbruscato. Oh animucce santo del Purgatorio!

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