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Il cappello del prete
ROMANZO
DI
Avvertenza premessa dall'autore
Questo non è un romanzo sperimentale, tutt’altro, ma un romanzo d’esperimento, e come tale vuol essere preso.
Due ragioni mossero l’autore a scriverlo.
La prima per provare se sia proprio necessario andare in Francia a prendere il romanzo detto d’appendice, con quel beneficio del senso morale e del senso comune che ognuno sa; o se invece, con un poco di buona volontà, non si possa provvedere da noi largamente e con più giudizio ai semplici desideri del gran pubblico.
La seconda ragione fu per esperimentare quanto di vitale e di onesto e di logico esiste in questo gran pubblico così spesso calunniato e proclamato come una bestia vorace che si pasce solo di incongruenze, di sozzure, di carni ignude, e alla quale i giornali a centomila copie credono necessario di servire di truogolo.
L’esperimento ha dimostrato già a quest’ora le due cose, cioè che anche da noi si saprebbe fare come gli altri e col tempo forse molto meglio per noi; e poi che il signor pubblico è meno volgo di quel che l’interesse e l’ignoranza nostra s’ingegnano di fare.
Pubblicato in due giornali d’indole diversa, in due città poste quasi agli estremi d’Italia, — nell’Italia di Milano e nel Corriere di Napoli — questo Cappello del prete, senza nessuna delle solite basse transazioni, ma col semplice ajuto dei comuni artifici d’invenzione e di richiamo, ha ottenuto più di quanto l’autore pensasse di ottenere. I signori centomila hanno letto di buona voglia e, da quel che si dice, si sono anche commossi e divertiti.
Dal canto suo l’autore, entrato in comunicazione di spirito col gran pubblico, si è sentito più di una volta attratto dalla forza potente che emana dalla moltitudine; e più d’una volta si è chiesto in cuor suo se non hanno torto gli scrittori italiani di non servirsi più che non facciano di questa forza naturale per rinvigorire la tisica costituzione dell’arte nostra.
Si è chiesto ancora se non sia cosa utile e patriottica giovarsi di questa forza viva che trascina i centomila al leggere, per suscitare in mezzo ai palpiti della curiosità qualche vivace idea di bellezza che ajuti a sollevare gli animi.
L’arte è cosa divina; ma non è male di tanto in tanto scrivere anche per i lettori.
Nota degli editori
Sono ormai venticinque anni da che il romanzo che oggi si ristampa veniva annunciato alla nostra Milano, più tranquilla, più famigliare assai che non sia ora, in modo nuovo e originale. Su grandiosi fogli affissi alle cantonate spiccava in nero disegno un gigantesco e. Eccitata la curiosità, pochi giorni dopo altri grandiosi fogli annunciavano che tale era il titolo del nuovo romanzo che avrebbe pubblicato in appendice il giornale «L’Italia» diretto da e contemporaneamente il «Corriere» di Napoli.
Nessuno sapeva chi ne fosse l’autore — e veramente quasi ancor sconosciuto era allora, nel campo letterario, il nome di Emilio De Marchi.
Egli, spinto dal generoso pensiero di redimere il romanzo popolare, detto d’appendice, dalle incongruenze e dalle sozzure che parevano indispensabili a siffatto genere letterario, tentò di affascinare il lettore non col fargli amare il delitto, ma coll’ispirargliene l’orrore, e restando moralissimo.
Entrato in comunicazione diretta col gran pub- blico, si sentì attratto dalla forza potente che emana dalla moltitudine e si chiese «se non era cosa utile e patriottica giovarsi della forza viva che trascina centomila al leggere, per suscitare in mezzo ai palpiti della curiosità qualche vivace idea di giustizia e di bellezza che aiuti a sollevare lo spirito».
Il romanzo do, non già e, com’egli stesso ebbe a scrivere, interessò, commosse, divertì, dimostrando che anche in Italia, volendo, si potrebbe far meglio degli altri. Nè il successo fu solo del momento, giacchè il romanzo de sfidò la prova del tempo.
Casa Treves lo raccoglieva nel giugno del 1888 in nitida edizione, e lo lanciava in tutta Italia e all’estero.
La critica seria applaudiva al giovane Autore e i raffronti della idea filosofica celata sotto la bizzarra fiaba del o erano tutti altissimi: — l’«», l’«», gli «» di , «» di , l’«Innominato» del nostro ....
scriveva.... «Eccellente il fondo. Interessante l’intreccio. Schietta la forma. Scacco ai romanzatori vecchi....»
La «Patria Italiana» lo stampava a Buenos Aires nelle colonne del suo ampio giornale, contemporaneamente lo stampava «L’Italia» a Chicago.
All’edizione di lusso Casa Treves fece seguire l’edizione popolare. Altra edizione popolare nel 1894 ne curavano Chiesa e Guindani; e una nuova nel 1895.
La Libreria Editrice Nazionale nel 1902 ristampava il romanzo in edizione economica; e nel 1906 il «Cappello del prete» entrava a far parte delle «Opere complete» di Emilio De Marchi, in elegante edizione.
Fra le traduzioni più note si conta: l’ungherese, per opera di Zigáni Arpád, a Budapest nel 1891; la tedesca, del barone Torresani, a Stuttgard nel 1894; la francese, di H. Declairmont, a Parigi nel 1902; la danese, di Victor Foss, a Copenaghen nel 1903.
Essendo esaurite tutte le edizioni, la casa Treves che ebbe l’onore d’essere primo editore del De Marchi, ha ora la fortuna dopo un quarto di secolo di ripresentare al pubblico sempre rinnovellato questo romanzo scritto con arte semplice e sincera, provando ancora una volta che il generoso pensiero dell’Autore non fu vano.
Milano, aprile 1913.
I. Il barone e il prete
Il barone Carlo Coriolano di Santafusca non credeva in Dio e meno ancora credeva nel diavolo; e, per quanto buon napoletano, nemmeno nelle streghe e nella iettatura.
A vent’anni voleva farsi frate, ma imbattutosi in un dotto scienziato francese, un certo dottor Panterre, perseguitato dal governo di Napoleone III per la sua propaganda materialistica ed anarchica, colla fantasia rapida e violenta propria dei meridionali, si innamorò delle dottrine del bizzarro cospiratore, che aveva anche una testa curiosa, tutta osso, con due occhiacci di falco, insomma un terribile fascinatore.
Per qualche anno il barone, detto «u barone», lesse dei libri e prese la scienza sul serio: ma non sarebbe stato lui, se avesse per amore della scienza rinunciato alle belle donne, al giuoco, al buon vino del Vesuvio, e ai cari amici. Il libertino prese la mano sul frate e sul nichilista, e dalla fusione di questi tre uomini uscì «u barone» unico nel suo genere, gran giuocatore, gran fumatore, gran bestemmiatore in faccia all’eterno. Nulla, e nello stesso tempo amabile camerata, idolo delle donne, coraggioso come un negro, e a certe lune fantastico come un bramino.
Noi qui parliamo del barone della sua prima maniera, quando non aveva più di trent’anni. Napoli allora era tutta una festa garibaldina, bianca, rossa e verde. Le donne abbracciavano i bei soldati nella via e alzavano i bambini sulle braccia, perchè Garibaldi li battezzasse nel nome santo d’Italia. Innanzi al ritratto dell’eroe si accendevano i lumi e si appendevano corone di fiori, come davanti a San Gennaro e alla Madonna Santissima.
Santafusca prese una parte breve e brillante nelle ultime scaramucce di quel tempo e fu anche ferito alla fronte. Gliene rimase una cicatrice sopra il ciglio...., ma i bei tempi erano passati.
Oggi l’uomo aveva quarantacinque anni, una gran barba nera, un volto abbruciato dal sole e dai liquori, una gran voglia di godere la vita, e una miseria profonda.
Non godeva più credito nè presso gli amici, nè presso i parenti, ch’egli aveva disgustati col- la sua vita dissipata e colla sua bestiale empietà.
Al frate, al nichilista, al libertino si aggiungeva ora un pitocco disperato, costretto a quarantacinque anni a mendicare dieci lire alla sua guardarobiera, se voleva pranzare e bere un cognac.
Al club avevano pubblicato il suo nome nell’albo degli insolvibili, e poichè non pagava più i debiti del giuoco, tutti lo fuggivano ora come la lebbra.
Sì, il barone Carlo Coriolano di Santafusca si sentì veramente la lebbra addosso quel dì che il canonico amministratore del Sacro Monte delle Orfanelle gli mandò a dire per l’ultima volta che, se entro la settimana non restituiva una cartella di quindicimila lire, il Consiglio d’Amministrazione avrebbe denunciata la cosa al Procuratore del Re.
I Santafusca per antico diritto avevano parte nell’Amministrazione del Sacro Monte, e nella sua qualità di patrono e di consigliere «u barone» aveva più volte pescato nelle strette del bisogno in fondo alla cassa dell’istituto, dando false o poco solide garanzie. Ora i gruppi erano venuti al pettine.
Il canonico diceva chiaro:
— Se vostra eccellenza non rende a questa pia Casa la cartella di lire quindicimila, il Consiglio sarà nella dolorosa necessità di portare il fatto davanti ai Tribunali.
Davanti ai Tribunali «u barone» non sarebbe mai andato, questo era certo. Eravamo al lunedì santo e c’eran davanti quasi quindici giorni alla fatale scadenza. In quindici giorni un uomo d’ingegno, che non ha voglia ancora di farsi saltare le cervella, deve trovare la maniera di non andare in prigione.
Quale prigione avrebbe potuto tenerlo dentro? O che non ha più boschi la Calabria ed è proprio finita la razza dei briganti?
Non era la prima volta che un Santafusca aveva battuta la campagna e un suo avolo, don Nicolò, era stato con Fra Diavolo sei mesi su per le rupi della Majella ai tempi dei tempi: ma con tutto ciò il barone sentiva che un uomo in quindici giorni non ha tempo neppure di diventare un brigante.
Bisognava adunque trovare qualche altro espediente più spiccio e meno melodrammatico. Fuggire? Non era il caso di pensarci, perchè quando si è poveri si viaggia male. Chiedere un prestito? A chi, se non c’era più un cane che gli volesse dare un quattrino? Giocare, tentar la sorte? Nessuno voleva mescolare con lui un mazzo di carte, e poi, non sempre chi giuoca vince.
Non rimaneva che la sua villa di Santafusca, lontana un cinque chilometri da Napoli, che poteva fruttare ancora qualche migliaio di lire, a patto però di vendere fino all’ultimo chiodo, perchè un terzo era ipotecato già al marchese di Vico Spiano un terzo era una rovina e l’altro terzo rappresentava un rifugio, un tetto, un asilo d’un pover uomo sulla terra.
Anche vendendo ciò che rimaneva di netto, non avrebbe potuto raggranellare quindicimila lire e dopo egli sarebbe rimasto un vagabondo intero, nudo nato, senza nemmeno un guanciale per posare il capo.
Se un barone di Santafusca, si noti, contava ancora per qualche cosa nel mondo e se poteva sperar di trovare ancora un cento lire per la fame e per la sete, questo credito, per quanto avariato, gli proveniva da quel vecchio palazzo, che imponeva ancora un certo rispetto al volgo e che sosteneva colla catena della tradizione un uomo ridotto ormai a far la parte di pulcinella.
Bisognava trovare le quindicimila lire e già eravamo giunti al giovedì santo senza alcun risultato.
Finalmente gli venne in mente prete Cirillo.
Chi era prete Cirillo?
Non v’era donnicciuola o pescivendola o camorrista delle Sezioni di Pendino e di Mercato che non conoscesse «u prevete», che abitava nei quartieri più poveri, in una soffitta chiusa in mezzo ai comignoli delle case, ove non mai scen- de l’occhio benedetto del sole, e non regna sovrano che il vizio ed il puzzo del pesce, che il popolino frigge sugli usci e nella via.
A vederlo camminare per le strade, non si sarebbe data una buccia di arancia per quel pretuzzo tutto cappello, vestito di un abito polveroso, sotto un mantello verdognolo e ragnoso che faceva da staccio al vento, con un viso tinto proprio come il pesce fritto.
Le mani erano lunghe, magre, lucide, come i fusi d’ulivo, con unghie più forti degli uncini che tirano nel porto i barili e i sacchi del merluzzo.
Le gambette, asciutte come i stinchi dei santi, andavano a finire in due scarpe sconquassate, grandi come i burchielli che fanno il servizio di cabotaggio tra Napoli e Messina.
Prete Cirillo era un uomo pieno di denari, che egli aveva radunati un poco coll’usura prestando ai pizzicagnoli, ai pescivendoli, ai galantini della Sezione, e molto colle vincite al lotto. Si diceva che «u prevete» avesse i numeri e, coll’aiuto di certi calcoli cabalistici trovati da lui su un libro vecchio, vincesse al lotto ogni volta che gli piacesse di vincere. A qualcuno aveva anche regalati dei numeri buoni, ma il negromante era geloso e non si lasciava pigliare da tutti.
È in casa del prete Cirillo che noi troviamo ora «u barone», che durante le feste di Pasqua non aveva perduto il suo tempo.
«U prevete» offrì una sedia di legno colle paglie rotte, andò a chiudere l’uscio ben bene, e tornò a sedere davanti a un tavolino ingombro di carte e di libri vecchi. Allora disse «u barone»: — Avete pensato, don Cirillo?
— Ci ho pensato.
— E la villa l’avete veduta?
— L’ho vista, eccellenza.
— Vi piace?
— Poco mi piace, ma non son lontano dall’acquistarla. Vi do ventimila lire, eccellenza.
— Voi fareste bestemmiare un eremita, don Cirillo. S’era detto quarantamila in principio, poi trenta, ora dite venti, per il sangue di.... — «U barone» cominciò a sfilare bestemmie.
— Ebbene ve ne darò trenta, — interruppe il prete che non amava le brutte parole, — ma voi dovete dimostrarmi che la casa è netta da ogni ipoteca.
— Io vi ho giurato che essa è netta come questa mano e un gentiluomo non giura due volte.
— Un gentiluomo non ha bisogno di giurare. Bastano i documenti.
— Voi condurrete con voi il vostro notaio.
— La villa non l’acquisto per me e nemmeno coi denari miei. Che cosa devo farne io, povero servo di Dio, di una villa?
— Uh, chi vi crede? si dice che avete il pagliericcio pieno d’oro.
— Guardate, in nome di Dio, se questa è la casa del ricco Epulone.
— Si dice che voi avete i numeri del lotto.
— Anche questa è una calunnia della gente ignorante e beffarda. Se io avessi i numeri, sarei ricco, e, se fossi ricco, non vivrei di una piccola messa e sui poveri morti in mezzo a una gente che mi perseguita.
— Non è vero che voi vincete un terno o un quaterno tutte le settimane?
— O pazienza di Dio! e voi potete credere, eccellenza, a queste favole, voi un uomo di mondo? Una volta sola per salvarmi dalle minaccie dei miei nemici ho regalato dei numeri buoni che hanno vinto, e da quel dì non ho più pace, nemmeno sull’altare. Sì, fin nella chiesa sento la voce delle donne che dicono: «Oh pe l’ammore de Dio damme tre nummere! Fallo pe San Gennaro beneditto!»
Prete Cirillo parlava con affanno, con paura, con sincerità, aprendo le dieci dita di legno, tremolanti in aria. — Io posso salvarvi da queste persecuzioni, — disse il barone.
— Questo gennaio una masnada di camorristi mi ha sequestrato il corpo e mi ha tenuto rinchiuso in un sotterraneo, minacciandomi di morte e battendomi colle catene, se io non davo i numeri.
— Li avete dati?
— Ho invocato tanto la Madonna del Carmine e il divino Spirito che mi illuminassero e mi salvassero. Li ho dati.
— Son venuti?
— Tutti.
«U barone» alzò la testa e una grande maraviglia gli gonfiò gli occhi. A guardarsi intorno c’era proprio da credere d’essere nella casa del mago.
— Fu la bontà divina che mi ha voluto salvo e non già qualche virtù cabalistica, come crede la gente: ma da quel giorno la mia pace è morta.
Le mie scale son sempre assediate di poverelli che vogliono i e devo spesso rifugiarmi in luogo sacro per non essere preso un’altra volta, incatenato e torturato.
— Ebbene, io vi aiuterò, don Cirillo, ma voi dovete essere più giusto e star saldo alle quarantamila lire
— Voi aiutate me, io aiuto voi, eccellenza. Voi salvate me dalle mani dei tristi, io salvo voi.... dalla prigione.
«U barone» si mosse dalla sedia e girò in- torno gli occhi spaventati, alzando un poco un certo bastone di canna col manico d’argento, a cui di tanto in tanto appoggiava la bocca.
— Non è forse vero che voi dovete per la domenica s restituire una somma che non trovate più nè in cielo, nè in terra?
— Voi siete un padre inquisitore, — mormorò il barone torbido.
— Io dovevo prendere le mie informazioni, non è giusto? Non per questo rinuncio ad aiutarvi; anzi, vi dico, aiutiamoci insieme. Voi avete bisogno di quindicimila lire e io ve ne do trenta. Ve ne darei anche quaranta, se non avessi scoperto che c’è anche un’ipoteca del marchese di Vico Spiano.
— Ha ragione la gente, voi siete un grande strologo e un grande cabalista, — disse ridendo il barone, alzando ancora un poco il suo bastone.
— Dovevo prendere le mie precauzioni, benedetto. E non è forse vero che vi aiuto? il palazzo non lo piglio per me e chi verrà ad abitarlo dovrà spendere altrettanto per adattarlo. Certo che un piccolo guadagno lo devo fare anche per amore dei poverelli che saranno i miei eredi: ma il guadagno vero per me è una condizione che mi permetterà di vivere in campagna, in luogo sicuro, lontano dalle persecuzioni, dove potrò pensare anche ai bisogni dell’anima mia peccatrice.
— Io son sicuro che voi farete di tutto perchè anche l’anima mia non vada perduta, — disse il barone, raddolcendo la voce e fingendo una improvvisa compunzione. — Sì, voi sapete che io sono rovinato e che non mi resta più che Santafusca, ultima trave di un naufragio. Se voi non mi aiutate, io dovrei abbruciarmi le cervella....
«U barone» trasse il fazzoletto e se lo passò tre volte sulle pupille con meraviglia grande di prete Cirillo, che non aveva mai veduto piangere nessuno. E ora quell’empio peccatore, quel maledetto bestemmiatore di Dio, quello sciagurato libertino, sull’orlo di un precipizio nefando, pregava lui, povero servo di Dio, di aver pietà dell’anima sua.
Un non so che di tenero e di compassionevole risonò al disotto della fodera metallica di quell’anima avara. Raddolcendo la voce soggiunse: — Io vi salverò l’anima e il corpo, barone di Santafusca, e se potrò collocare la villa con vantaggio, son uomo giusto e mi ricorderò dei vostri bisogni. Ora voi lasciate subito Napoli e io porterò domani al canonico le quindicimila lire. Giovedì, giorno 4, vengo alla Villa e vi porto il resto e do un addio a questa maledetta città, che è diventata il mio inferno. Ho bisogno di alcuni giorni per accomodare le cose mie e spero che Dio mi aiuterà a salvar voi e a salvar me.
— Io penso proprio che Dio benedetto vi abbia mandato sulla mia strada, — disse il ba- rone, fingendo ancora un’anima compunta e stracciata dal dolore. — Vi aspetto alla Villa e badate che nessuno si accorga della vostra partenza. La gente verrebbe a perseguitarvi fino in paradiso per avere i numeri.
— Lo so, ho già studiato il modo di ingannare i curiosi.
— Ma portatemi i denari, per amor di Dio, perchè io muoio di fame.
— E voi pensate al notaio.
— Conoscete don Nunziante?
— Molto bene, è un galantuomo.
— Lo condurrò con me e stenderemo il contratto. Addio, don Cirillo.
— Che il Signore vi aiuti, eccellenza. A giovedì.
Prete Cirillo chiuse in fretta l’uscio, perchè la gente non avesse a udire le sue combinazioni e si fregò allegramente le mani come chi sa di aver fatto un buon affare. E veramente il furbo vecchietto aveva coltivato con malizia l’orto del diavolo. Egli ragionava così:
«Il barone ha bisogno di denaro e, non può tirare in lungo le trattative. La villa è desiderata da monsignor arcivescovo, che vuole collocarvi un seminario e un collegio teologico. Monsignor vicario era già incaricato di parlarne al barone e l’avrebbe già fatto, se le funzioni della settimana santa non avessero impedito il degno prelato.
La Sacra Mensa è disposta a spendere fin centomila lire, perchè la posizione è stupenda, nè lontana, nè troppo vicina alla città e può anche servire di villeggiatura a Sua Eminenza.
«Se arrivo a tempo a stringere il contratto prima della domenica s, una volta diventato padrone dello stabile e scaricata l’ipoteca del marchese di Spiano, ho, come si dice, il coltello pel manico. Trenta e dieci fanno quarantamila lire, che posso, nel giro di pochi giorni, cambiare in cento. Ne spendessi anche cinquantamila, è sempre un affare luminoso....».
Chiuso nel suo bugigattolo, in mezzo allo squallore della più sordida avarizia, l’anima rugginosa del vecchio prete mandava degli splendori. Schiacciandosi e fregandosi i palmi delle mani, pensava che avrebbe potuto chiedere anche centoventimila lire all’arcivescovo e salvare per sè il diritto di una stanza nel collegio coll’obbligo di una messa quotidiana, tavola comune e pulizia di letto.
Pensava ancora che al marchese poteva limitare il conto, mostrando che il barone era un uomo rovinato, e così, colla scusa di salvare un’anima, avrebbe potuto persuadere il canonico del Sacro Monte delle Orfanelle a contentarsi di una mezza somma e a mettere la cosa in tacere.
Prete Cirillo vedeva crescere il suo mucchio da tutte le parti e la faccia di pesce fritto pigliava nella luce giallognola della finestra una fosforescenza di vecchia moneta d’oro. Al barone non restava che di bere o di affogare.
Tirò innanzi un grosso volume, una «Summa Theologiae» in-folio del grande , che gli serviva di registro e di scatola, e cominciò coll’unghie gialle a ripassare le lunghe liste dei suoi crediti, vedendo quali poteva esigere subito, quali girare a un pignoratario suo compare, detto Cruschello, col quale era in vecchi rapporti d’affare.
Corse coll’occhio avidamente sulle colonne in cui erano scritti i numeri delle sue cartelle, banco di Napoli, rendita dello Stato, fondiaria, ferrovie meridionali, tramways napoletani, ecc., e in mezzo molte quietanze e boni di pegno, garanzie, piccole ipoteche, cambiali, pagherò, che tenevano tutto il posto d’un quaderno strappato, quello in cui il dottor Angelico parla dell’«habitus operativus». Raccolse, strinse con un legaccio quel tesoro di carte unte, chiuse il libro con un giro di stringa e lo nascose in un baule ferrato che teneva sotto il letto, legato con una catena al muro.
Indossò il mantello, mise in capo il suo vecchio tricorno e uscì colle solite precauzioni, desiderando di trovarsi un’ora con Cruschello.
Della gente non prese alcuna soggezione questa volta: anzi il vecchio cabalista era disposto a burlarsi una buona volta de’ suoi persecutori.
— O don Cirillo, o santo prete, dammeli tre numeri e che la Madonna del Carmine ti aiuti.... — disse una vecchia spettinata, che filava davanti a un usciolino
— Ve’, ve’ là «u prevete», e quando me date li nummeri? — un acquaiolo, padre di sette creature.
— Se li avessi, ma non son certi.... — rispose «u prevete».
— Dammeli, dammeli.
— Non m’è venuto l’oroscopo sta settimana.
C’è Saturno in cielo che ingombra il Capricorno. — Prete Cirillo rideva profondamente in sè della burla che giocava alle megere e ai prepotenti del vico. — Pure provate il 12 e il 77, ma debolmente giocate, perchè li vedo oscuri.
— Dio ti benedica, omo santo....
E il sant’uomo rideva fuggendo per le strade, col mantello al vento, col cappello svolazzante in aria, pensando che prima dell’estrazione ei sarebbe stato lontano un’ora da Napoli e che avrebbe vinto davvero il suo terno. Il poverino non immaginava nemmeno che sarebbe caduto in bocca al lupo.
II. - La trappola
Il barone di Santafusca pensava al modo di trarre qualche profitto dall’avarizia di prete Cirillo, come prete Cirillo aveva saputo fare colla sua miseria.
Molti progetti gli ronzavano in capo, ma uno era nero in mezzo ai bigi.
Dapprima lo cacciò via, ma tornato un’altra volta lo guardò in faccia. Era un’idea vestita di nero, color del prete.
Che cosa aveva detto prete Cirillo?
Che voleva partire, anzi fuggire da Napoli in gran segretezza: che giovedì, giorno 4, sarebbe venuto alla villa col denaro in tasca per stringere il contratto davanti al notaio: che non sarebbe tornato più in Napoli, perchè c’era della gente che minacciava continuamente la sua vita per avere i numeri.
Questo aveva detto il prete.
Una banda di camorristi un giorno si era im- padronita della sua persona, e l’uomo di Dio sarebbe stato realmente ucciso, se Dio e il divino Spirito non l’aiutavano in quel momento.
Con questi elementi c’era da mettere insieme un magnifico progetto, purchè non si guardasse troppo agli scrupoli e ai pregiudizi.
«U barone» sentì il bisogno di raccogliere i suoi pensieri e corse a casa tutto caldo di speranze e di fantasia.
Egli abitava da alcuni anni un quartierino di poche stanze in una casa di via Speranzella e non aveva con sè che una vecchia donna, la quale era già stata sua istitutrice nei giorni che i Santafusca contavano per qualche cosa.
Venuti i tempi della rovina, donna Maddalena si teneva attaccata a quest’ultimo rudere di una gloriosa famiglia coll’ansia di chi s’avvinghia a un duro scoglio per non affogare. Per quanto su un nudo scoglio non resti che di morire di fame, pure si preferisce soffrire un giorno di più al morir subito.
Il barone non aveva avuto il coraggio di disfarsi di questa povera donna che gli teneva la casa, e di Salvatore, l’ultimo castaldo della sua villa, vecchio di settant’anni, malato di gambe, mezzo sconquassato dall’età e dagli acciacchi.
Donna Maddalena e Salvatore erano tutto quanto rimaneva dell’antico fasto: il resto era tutto venduto o ipotecato. Nè l’una, nè l’altro pigliavano stipendio, ma vivevano entrambi meschina- mente dei detriti della casa che si sfasciava sulla loro testa.
Donna Maddalena, colla sua devota bontà, aveva messi tutti i suoi risparmi in mano a Don Coriolano, che giocò in una notte tutto ciò che la povera istitutrice aveva messo in disparte in quarant’anni di vita semplice e di economia. Ora essa non aveva più nulla e doveva ogni giorno supplicare il suo signore e padrone perchè non la lasciasse morire di fame. Erano preghiere senza rimproveri, voci rispettose e sommesse, una devozione ’e un amore insomma di madre tenera verso un caro figliuolo viziato. Tutto ciò che veniva da Don Coriolano era per l’umile istitutrice bello, grande, degno di lode o di perdono.
Giustizia vuole che si dica che anche il barone conservava per la vecchia maestra un sentimento che il tempo e gli stravizi non avevano mai potuto distruggere.
La voce piangente di Maddalena aveva ancora la virtù di turbare la coscienza indurita di un uomo, che ormai l’aveva chiusa a ogni altro affetto. Un’eco dolce e pietosa era rimasta nascosta nell’edificio vecchio e scadente della sua coscienza e Maddalena sapeva di non parlare mai inutilmente.
Non era egli un tristo, degno della forca, — (si dimandava spesso) — di rubare a quella povera creatura il suo denaro, di lasciarla morire in casa di fame e di solitudine?
Tornato a casa dal colloquio col prete, egli confrontava questa povera vittima, che viveva di sospiri, col prete che aveva il pagliericcio pieno di denaro.
L’una da quarant’anni divideva il destino di una antichissima casa, cadendo anch’essa a brani a brani insieme ai muri, non lamentandosi mai se non quando la fame era più forte della pazienza, sollevando alta la bandiera dell’onore fin che c’era fiato; e l’altro, il prete, insidiava, minava fin le stesse rovine e cercava di pigliare un Santafusca per la gola.
Maddalena aveva chiusi gli occhi della sua povera mamma — pensava sempre l’uomo salendo le scale di casa — ed egli non poteva fare più nulla per lei. Se fosse andato in prigione, la povera donna sarebbe morta di fame sulla via.
I Santafusca avevano nelle vene sangue di re normanni, diceva la cronaca. L’ultimo dei baroni poteva ben morire in odore di brigante con una palla nella gola: ma era vergognoso che si lasciasse succhiare il sangue da un pipistrello.
Man mano che il suo pensiero girava su questo fuso, l’animo del barone si rinfocolava e pigliava coraggio.
Che cosa era un vil pretuzzo in suo confronto?
Il prete sarebbe venuto alla villa con molti denari e forse colla nota di tutti i suoi tesori nascosti nel pagliericcio.
La villa era deserta, Salvatore mezzo sordo e imbecille.
Per la domenica doveva restituire il denaro al Sacro Monte, se no, e, in prigione.
Maddalena moriva di fame.
In tutto il mondo non c’era che un cuore che gli volesse un bene sincero e disinteressato, questo cuore di Maddalena.
La villa era in un luogo solitario e da dieci anni non vi entrava quasi più nessuno.
Erano sempre mancati i denari per restaurarla e ora se la godevano i topi e le capre, che Salvatore allevava nell’antico giardino.
A Santafusca prete Cirillo non era conosciuto da nessuno.
Nessuno si sarebbe accorto in città della sua partenza: dunque, dunque....
— Se gli togli il denaro, che cos’è questo scheletro umano vestito da prete? Egli non è un uomo, ma una somma, un sacchetto. Io salvo l’onore dei miei padri, salvo me dalla prigione, salvo Maddalena dalla fame, pago i miei debiti, rendo il pane a tanti bisognosi, fo elemosine, ristabilisco la giustizia, compio una legge di natura.
Io non so dire quante volte «u barone» pensò e ripensò queste cose durante i pochi giorni che lo dividevano dal lunedì al fatale giovedì 4 di aprile.
Il tempo non passava mai, molto più ch’egli stette quasi sempre in casa, nel piccolo studio, nel silenzio d’una casa morta, sempre curvo a tessere questa lurida tela.
Ogni giorno, ogni ora, quasi ogni minuto si persuadeva che non gli restava altro rimedio, e che una forza superiore lo incalzava verso un grande avvenimento, voglio dire (ormai si capisce) tirare il prete in trappola e....
La difficoltà consisteva nel far la cosa senza passione, con istudio, con freddezza di cuore.
Egli era un uomo superiore ai pregiudizi. Se avesse creduto coll’ammazzare un uomo di commettere un delitto contro la natura o contro un padrone suo superiore diretto od immediato, non l’avrebbe fatto, non fosse per altro che per il quieto vivere e per un certo senso di proprietà e di cortesia.
Ma egli era profondamente persuaso che l’uomo è un pugno di terra, che la terra ritorna alla terra e s’impasta colla terra. La coscienza — aveva scritto il dottor Panterre — è un geroglifico scritto col gesso sopra una tavola nera. Si cancella così presto, come si fa. La coscienza è il lusso, l’eleganza dell’uomo felice. E Dio? Dio una capocchia di spillo puntato nel cuscino del cielo....
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