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[Introduzione]
L’Europa si è chiusa sul mezzodì dell’Italia come le onde del mare sur un vascello naufragato. I deboli gridi, che giungono a scappar fuori da quella muda, non producono più alcuna impressione. Impassibile, indolente l’Europa assiste alla consumazione del lento sacrifizio di quei miseri senza che un segno di simpatia, senza che un motto di protesta si slanci per confirmare a Ferdinando Borbone il crisma di carnefice di Napoli, mannaia d’Italia, e gridargli: arresta! Tanto oblio è un’ingiustizia. E se ciò è il fatto della provvidenza o della fatalità che spinge la vita umana, l’uomo non deve piegarvi rassegnato la testa, fino ad autorizzare un delitto. La prima scintilla della rigenerazione sociale del 1848 è scoppiata in quella terra di vulcani. Quando tutta l’Europa soggiaceva all’azione deleteria della di- plomazia, che con una novella bevanda di Circe abbrutiva i popoli: quando, dopo un lavoro poco fecondo delle idee democratiche, l’Europa si attemperava ad aspettare giorni più lieti e confidava nelle riforme dell’avvenire; quando lo scoraggiamento faceva veder quasi infrangibili le catene della santa alleanza, e saldo il pugno in cui i Principi stringevano le sorti dell’uomo, laggiù l’idea abbordava la consacrazione del fatto, la possibilità si traduceva in rivolta. Quegli sforzi sono adesso obliati: a quel popolo non si offre adesso neppure una parola di consolazione e di speranza. L’Europa si è chiusa sulla nazione napoletana, o ne recita freddamente la formola del martirio come un curato ubbriaco il breviario. In due anni una grande demolizione si è operata sul continente. Ma la caduta di Roma, di Venezia, di Ungheria eccita ovunque un segno di dolore e di simpatia; la caduta di Napoli, quando non è stigmatizzata da una parola di oltraggio, non desta alcuna sensazione. Come una vecchia donna non ha più alcuno che la vagheggi: come una canzone triviale non trova più un menestrello che la canti. L’eco della mia voce non ha una grande estensione: il mio nome non ha la potenza di santificare un fatto ed imporlo alla coscienza dell’universale. Ciò nonostante io offro alla mia patria quest’altro tributo di devozione, unico che nell’esilio mi è dato di offrirle. Solo mi addolora che, nel passare a rivista i fatti della rivoluzione napolitana, debba sovente tacere i nomi. Non posso che delineare l’idea, seguirla nel suo cammino, e lasciare da lato gli uomini. La mia parola potrebbe valere un’accusa in questi feroci tempi: la memoria di loro servire di elemento ad un processo. E si rammenti il lettore che nelle prigioni di Napoli si muoiono adesso quasi ventimila disgraziati! la mia storia sarà la psicologia della rivoluzione. Del resto che importa l’uomo? il dolore e la gloria di queste ultime rivolture sono collettive: il martire di Pesth è come il martire di Messina. Lo spirito umano solidariamente si è sollevato ed ha gittato l’ultimo soffio sulla vecchia società europea. Questo edifizio tarlato, screpolato da altre due rivoluzioni, è caduto per terra. Ma per divorarne sino gli avanzi che ingombrano ancora il campo di battaglia, la demolizione continua, e continua in Russia come in Sicilia. Kossuth, Mazzini, Ledru-Rollin, Roberto Blum, Riccardo Cobden, Beni, non appartengono al paese dove intonarono l’inno della resurrezione. Essi sono come altrettanti plenipotenziarii delegati dalla democrazia europea per rappresentare i suoi principii; sono i sacerdoti di quella grande idea che il Vangelo ha fecondata per diciannove secoli, malgrado la resistenza sacrilega del pontificato romano. La storia di Napoli quindi non è che una pagina della storia della commozione europea, e n’è l’iniziazione. Io la racconto affinchè ognun si ricordi donde siamo partiti, affinchè questo Nilo fecondo riveli le sue sorgenti. D’altronde coloro che più non sono, coloro che soffrono, non hanno forse diritto di domandare questo conforto di memorie? Non è carità ed accorgimento far passare tra i ferri delle prigioni un volume che parli di speranze, che rammemori gli sforzi dei generosi? La disperazione condurrebbe al suicidio il prigioniero, il quale si sente morire sul suo putrido pagliericcio, il galeotto cui tormenta il peso delle catene se si persuadesse che il suo supplizio è una voce senza eco, che al di là di quelle mura d’inferno non ci ha neppur uno che si sovvenga di loro, che fuori dell’uscio fatale hanno lasciata ogni simpatia ed ogni ricordanza, come forse ci hanno lasciata ogni speme. No: qualunque sia il valore dell’uomo che profferisce la parola di consolazione e che trae dall’oblio nobili atti, io pronunzierò la parola, rivelerò il fondo e le cagioni dei mali, e le scriverò senza collera e senza entusiasmo. Per quanto è possibile, unirò la freddezza del cronista alla passione dell’attore.
1. Uno sguardo retrospettivo
1. La nazione napolitana è incognita nella famiglia dei popoli di Europa. I viaggiatori rimuginano sino negli ultimi recessi dei poli, sino nell’ultima oasis del Sahara, ricercano le sorgenti dei fiumi, salgono i culmini delle montagne, e trascurano rivolgere uno sguardo ad una terra sulla quale vive un popolo poetico ed appassionato, e per la quale Iddio ha esaurita la sua opulenza di creazione. Chiusa dai mari che, al dire di Shakespeare, la cingono come un diamante in un cerchio di argento, attivata dal sole che ogni giorno la irriga di un lusso di luce, variata di piani e di monti, ricca delle fortune, dei prodotti, delle bellezze di tutte le zone, profumata e voluttuosa come un’odalisca, sempre giovane, sempre nuova, sempre vergine come una Flora, la natura le ha profusi i suoi tesori per compensare forse la missione di vittima che gli uomini o il destino le hanno imposto. Non vi ha zolla di quel paese che sia povera di una memoria: ogni pietra è un monumento della pristina civiltà. I suoi piani, le sue montagne sono contrassegnate da grandi o atroci fatti, assistettero alla ruina od alla nascita di nuove dominazioni, di nuovi popoli, e nuovo incivilimento. Le più speciose evoluzioni della storia si sono quivi rappresentate con la successione continua dei giorni. Laonde quando si crede camminare sur uno strato di pietre calcaree si cammina sulle ossa bianchite dei combattenti: dove oggi una squallida spiaggia comprime l’anima di malinconia, ieri sorgeva una città. Il passato si solleva d’innanzi ad ogni passo per ravvivare le forze dell’intelletto: il presente solletica lo sguardo con la spontaneità creatrice e malinconica di una natura non adulterata. Quella terra sembra slanciata dalla provvidenza in mezzo agli oceani compatta e finita come un pensiero. Aperta agli urti delle razze slave e meridionali, i suoi popoli avevano sulla catena degli Appennini, che la percorrono, un punto di congiungimento come i nervi sulla spina dorsale. Quivi le forze vitali della nazione si aggruppavano, si ritemperavano. Tutto ciò che avevasi attinto di straniero si evaporava nella mistione nazionale, ed in quel nucleo, spesso additato come covo di banditi, lo spirito della patria manifestavasi intero, il cuore palpitava di affetti non obliati. A quella gente non è mancato sovente che un Pelagio per riscattare un popolo nell’idea di Dio, creato per esser uno e fuso in una famiglia sola, ed a cui la violenza e la tristizia diedero tre fisonomie, anche oggi distinte quasi ed incomposte. Gli Abruzzi, le Puglie, le Calabrie sono sempre tre parole differenti benchè compongano una frase. Le razze e le dominazioni straniere si sono succedute su quel suolo, e non vi sono passate se non per togliergli qualche fibra d’individualità, e lasciargli molti vizi, molte miserie, ed un tesoro di odio per qualunquesiasi dominio e qualunquesiasi straniero. La Germania però, la Grecia e la Spagna hanno impresso un marchio più pronunziato su quei tre brani. L’opera loro si riconosce ancora; ma per quelle tracce informi e deboli quali potevano lasciarne conquistatori, che ci giungevano guidati dal prestigio del clima e dell’avidità, ci restavano estranei come padroni, e ne partivano scacciati da forza maggiore, sazi di sangue, carichi di oro. Il loro passaggio si riconosce ancora nelle sommità sociali, cui nell’attraversare lambivano e contaminavano; e se in qualche luogo attinsero persino la media borghesia, in niuno penetrarono mai sino al popolo. L’indigenato è restato salvo da ogni contatto: il popolo, sostrato eterno ed inalterabile, sorgente di vita, di nazionalità, di libertà, il popolo è rimasto popolo ed italiano sotto il cielo italiano.
2. Il popolo della campagna
2. Sul vertice dei monti, nel seno dei villaggi, nei focolari più poveri e più obliati della plebe si vive oggi una vita di anacronismo. Essa vi custodisce con religione costumi, affetti e pensieri di secoli oramai dimenticati, e che atterrirebbero questa superfetazione divorante che chiamasi governo, se si degnasse interrogarli e studiarli. Quivi non si trova l’uomo della età moderna, che, come dice Michelet, è parte della società; quivi è l’uomo dell’età antica, l’uomo intero. La sedicente civiltà dell’età monarchica della storia è passata al di sopra di queste teste. Al cuore è restata straniera, l’intelligenza non l’ha compresa. Quivi si agita quello istinto immortale di libertà e di progresso che spinge le generazioni: quivi palpita quella forza occulta che gli storici hanno chiamata provvidenza o fatalità, e che non è invero se non la memoria mezzo ottenebrata di uno stato anteriore, la tradizione di un passato grande e libero, che lentamente, ma con travaglio incessante, rimuove ed impelle lo spirito italiano e della intera democra- zia dell’universo. La società ne sente il soffio e trascura investigarne l’asilo. — Il governo di Napoli credeva avere abbrutita la plebe con la pressione della miseria, con la religione della polizia: lusingavasi che l’ignoranza ne avesse spento ogni lume, represso ogni elatere. Ma la possibilità di ricuperare diritti, con una specie di mistero custoditi nel fondo del cuore e da generazione in generazione trasmessi, si offrì; la parola di Libertà rimbombò nell’orizzonte, ed il governo vide che ella surse repente, repente gittò il mantello di piombo, il quale a guisa dei dannati di Dante la soffocava, ed assunse le nuove forme con la facile spontaneità di chi ricomincia un’esistenza anteriore interrotta. Alla verginità del pensiero essa riunisce l’energia e la solennità di affetti non ancora violati e lordi. Una religione istintiva le si fa giorno sotto le squame della religione corrotta della Chiesa. Al di là del Cristo, che serve d’intermedio, e che per lei non ha alcuna espressione, non risveglia nel cuore altra corda tranne quella della pietà; al di là del Cristo vede Iddio simboleggiato nella grandezza imponente della creazione che la circonda, e forse, al di sopra anche di Dio, al di sopra di tutte le credenze, l’ispirazione la più poetica del cristianesimo, Maria. Nell’aspirazione verso il cielo il paesano ha sempre qualche cosa di primitivo e di calmo, una sensazione malinconica e voluttuosa. Come le intelligenze adulterate, egli non vede Iddio in una notte tempestosa sul mare, nell’uragano che atterrisce e percuote; egli lo riconosce nelle espansioni di una danza, in una raccolta ubertosa, in una nottata di amore. Egli sposa l’utilità della creazione con lo sfoggio armonioso della sua poesia. Le idee morali non sono per lui un vincolo sociale, ma un istinto. Dall’intimo dell’anima sua soffia mai sempre qualche cosa che lo guida, che lo solleva, che mette in contrasto perenne l’oltraggio sociale, che lo ha gittato per terra, con l’opera di Dio che in lui si offre luminosa, sia nella solennità della sua rassegnazione, sia nella sobrietà dei suoi bisogni, sia nella severità dei suoi affetti. Inchiodato alla terra da una provvidenza umana inesorabile, il paesano s’identifica in certo modo con la natura del suolo che abita, ed una reciprocità di emanazione si stabilisce tra loro: perciò preferisce la vita dei campi. La terra feconda, il cielo aperto, lo spazio, l’aria, la luce, la manifestazione infinita della natura libera lo attiva, lo assorbe; e si contenta della sofferenza per isfuggire lo strazio — la città. Per lui la città, prodotto sociale, è un’espiazione. Per lui la casa, necessità cittadina, è un dolore; è il testimonio eloquente dell’ingiustizia degli uomini e della forza del dominio, è una tomba in cui saggia tutte le privazioni, sente tutte le miserie, trova tutti i supplizi; e più che una tomba è una prigione, obbligato a subire tutti i giorni festivi. In effetti, che vi ha di più tristo e di più squallido della sua casa? la stessa luce, patrimonio universale, vi è proscritta: la stessa aria che pura e senza misura Iddio ha messa a disposizione delle creature, è un veleno: la pioggia ve lo inonda: il fumo ve lo soffoga: la lordura ve lo fa avvizzire: ve lo divorano gl’insetti. Inoltre egli abomina la città. Per lui la città è il creditore che lo rode, che succhia il suo sangue: è l’esattore delle imposte che profitta solo del sudore della sua fronte: è il birro che lo tormenta, il magistrato che lo condanna, il gendarme che lo imprigiona, il ricco che gli prostituisce la moglie e la figlia. La città è il prete che gli predica un culto incomprensibile, ed in nome di Dio gli glorifica la schiavitù; è il soldato che gli devasta il campo; in una parola, è il governo che sotto tutte le sue molteplici facce lo incatena e lo tortura. Nella città egli sente l’odio per chi lo perseguita, sente l’invidia delle ricchezze, il bisogno sotto tutte le sue pressioni; là comprende il lusso, là concepisce la voluttà. L’acqua della fontana, qualche pomo di terra bollito quando giunge ad averne, supremo benefizio che ritrae da una terra fecondata dal suo sudore, una crosta di pane nero che è il lusso delle sue vivande ed il medicamento delle sue malattie, due piote ricoperte di erba, il padiglione risplendente del cielo; ecco tutta la parte delle delizie della sua esistenza, che egli ritrova nella campagna. Pure vi si rassegna e la preferisce a quella più dolorosa che la società gli aveva assegnata, la fame, il freddo, il fango della strada e la lordura. La città gli fa male. Egli vi è stimolato dal bisogno di mangiare la carne, che pure non mangia se non una volta o due nell’anno, nelle grandi feste e il dì delle sue nozze. Là sente la voglia di bere il vino, che pure beve tanto raramente; e forse anche di ubbriacarsi e di attaccar brighe. Allora egli agogna un letto soffice e caldo, cui, se per avventura gli è dato premere una volta, abbandona repente come un supplizio, come qualche cosa che lo incatena e quasi gli dà l’incubo e gl’impedisce di dormire. In una parola, nella vita libera del campo egli è povero, infelice anzi, ma si è abituato a trovarsi di faccia a faccia con Dio, con le sue interne ispirazioni. Egli è là con un passato che gli parla nell’anima una voce misteriosa sì, ma po- tente e poetica, egli non arrossisce di nulla. Nella città tutte le sproporzioni sociali e le idee fittizie lo prendono alla gola, lo stupiscono. Perciò è impacciato e goffo; sembra non comprendere più nulla. La vita è per lui un orribile geroglifico. Il prete non gli parla più del suo Dio, o non lo riconosce in quel fantasima terribile ed esigente che gli si addita. I suoi fratelli di miseria gli sembrano lupi, vampiro inflessibile il governo che gli domanda il frutto del suo travaglio, la sua libertà, i suoi figli, la sua volontà, la sua anima tutta intera. Un abisso lo separa dal resto dei cittadini, e questo abisso è l’organizzazione sociale, è la fame.
3. Alta borghesia
3. La nazione napolitana è divisa in due classi: il proletario e la borghesia. L’aristocrazia è un essere incompleto ed impotente, la quale non ha che un nome infecondo financo di memorie. Passiamo su lei. Abbiamo guardato il proletario il quale non ha altra risorsa fuori del braccio e dell’intelletto: esaminiamo la borghesia: Questa abbraccia tutti coloro che possiedono, incluso il clero e queglino che attingono la sussistenza nello stato discusso, ossia i funzionari pubblici. La forza sociale è attaccata al possesso della terra. Il capitale mobile vi è nello stato d’infermità e quasi d’intruso, perchè il governo ne ha tarpato ogni slancio, ovvero con savie provvidenze non ha curato mai dargli una vita energica ed attiva. Perciò poca industria e quasi nessun commercio; perciò una subordinazione violenta allo straniero, il quale, quando non ha potuto dominarci con la spada e con la verga, ci ha dominati con i trattati: in guisa che quando finiamo di essere schiavi ci troviamo coloni. La ricchezza del paese quindi, essen- zialmente agricola, è concentrata in poche famiglie e qualche corpo morale, i quali formano un’oligarchia, fortunatamente non assai compatta, perchè sottoposta di continuo, per la paura del governo, all’azione dissolvente di quell’atroce e volgare massima di stato: divide et impera. Questa oligarchia si guarda torva e sospettosa, ed è penetrata ancora del formalismo iberico che la informa della sua superba barbarie, e neutralizza tutta la forza demolitrice del secolo XVIII. Questa oligarchia elevata a principio, ha rimpiazzata l’antica feudalità, e più trista, più avida, più inesorabile poichè è l’aristocrazia dei pervenuti, e perchè accoppia all’istinto dell’usuraio le pretensioni del gran signore. Non vi è piccola città, non vi è piccolo contado o borgata che non abbia uno o due di queste incarnazioni di delitto, tra loro nemici, nemici a tutti. E le disegno col nome di delitto incarnato, perchè le loro ricchezze non sono di ordinario frutto di nobile lavoro cumulato, ma prodotto veloce di qualche immondizia sociale, come usurpazione dei beni municipali, servizio occulto renduto alla famiglia borbonica nei giorni dei suoi rovesci, usure, furti nelle sventure delle rivolte, o altre sordidezze le cui tradizioni non sono cancellate nei nipoti, benchè commesse dagli avi. L’educazione di questa genia è monca ed adulterata. Ha perduto la rustichezza e la bonomia del villano, ma non ha assunto ancora quei modi squisiti, quello slancio sicuro, illuminato e mondo di pregiudizi cui dà una civiltà perfetta, quella cognizione chiara e profonda delle leggi morali che conducono la società. Tenuta nello stato d’infanzia intellettuale da un governo perfido e corruttore, spoglia di quel criterio che dà l’istinto ad uomini da Dio fortemente organiz- zati, ingannata nella soluzione dei problemi dello spirito, avvelenata su tutte le nobili tendenze dell’anima, disseccata nel cuore ad ogni affetto generoso, evirata, pervertita, abbindolata, essa non ha avuto campo di meditare i destini umani nel loro splendore e nella loro grandezza, è stata slanciata anzi ed incitata a divorare solo il cammino delle passioni brutali. Sozza dello più schifoso materialismo, per essa, l’alta borghesia, non vi ha che un duplice Iddio, l’oro ed il piacere - il piacere sotto le sue più triste divise, il gioco e l’orgia. Straniera ad ogni sentimento gentile, avida di guadagni e di dispotismo, piega abiettamente il capo al più vile famiglio del potere cui piaccia imporle un desiderio qualunque, per sovraimporre a sua volta questo desiderio al proletario, e su di questo satollarsi di quelle lussurie di dominio e di avarizia che non le dan mai tregua, talchè dopo il pasto ha più fame che pria. Non ci ha disonestà, non ci ha avvilimento, non ci ha tristizia di cui questa classe di tirannelli rimessi a nuovo non si senta capace di farsi strumento. La coscienza non ha per lei più voce: la dignità umana non ha per lei più forma: la virtù ed il vizio sono simboli di successo. Infine non la cede in nefandezze che al prete, a volta a volta suo organo e suo maestro.
4. Il prete
4. Sì, il prete: ed io non ho colori forti abbastanza, parole energiche troppo per caratterizzare questa setta; e sì che vorrei gittare un drappo sopra così immonda gemonia per risparmiare il disgusto di chi mi legge. In una famiglia composta di più individui, il più brutto, il più stupido, il più brutale, il più ributtante di animo è scelto per la carriera sacerdotale. Quando un padre ritrova in uno dei figli la stoffa per un capestro, quando ne vede uno improprio ad ogni arte gentile, destituito di ogni facoltà brillante e generosa, lo incardina alla chiesa, per poi destinarlo alla sorveglianza dei campi ed al maneggio dell’azienda domestica. Maltrattati da una natura madrigna, avviliti dal disgusto generale, conscii della propria difformità morale, come Riccardo III della sua bruttezza, educati a quella specie d’inferiorità sociale in cui debbono tenersi, questi proseliti di Cristo entrano nei seminari per istruirsi. Odiando la società che li scaccia, posti in istato di guerra col mondo che li confina in una sfera di privazioni, di martirii, di disgusti e di violenze, e loro vieta qualunque sfogo di passione, questi giovani disgraziati si trovano di fronte ad altri cui l’ipocrisia ha corrotti già o l’astinenza resi fanatici e crudeli. Il volo delle loro intelligenze è tarpato e conficcato come Prometeo sopra lo squallido scoglio delle dottrine ascetiche. Essi cominciano dal rinunziare al più prezioso dei doni di Dio, la ragione, onde tuffarsi interi in una fede illogica e mostruosa. Cominciano dal rinunziare ad ogni volontà, ad ogni libertà, per essere manodotti come macchine sopra la strada dell’obbedienza passiva e della rassegnazione stupida, che la chiesa ha sostituito dove prima era la carità, ed ha chiamato via del cielo. Tutto quanto vi era di nobile nell’uomo è colpito di anatema: ogni attività della vita è proscritta. Pel prete non vi è altro che l’autorità: autorità di altrui nelle scienze, autorità di altrui nello sviluppo delle passioni, autorità di altrui nella condotta sociale, autorità di altrui fino in quell’elevazione a Dio, in cui l’anima tormentata dallo spasimo apre libere le ali e trova solo refrigerio e perseveranza. L’uomo non basta più a se stesso, non è più libero. Ils ne sont pas libres d’être justes, dice Michelet, ni d’aimer, ni d’haîr: ils reçoivent d’en haut les paroles qu’ils doivent dire, leurs sentiments, leurs pensées. Qu’ils soient de plus en plus malheureux, on exploitera d’autant mieux leur inquiète activité: qu’ils n’aient ni foyer, ni famille, ni patrie, ni coeur, s’il se peut: pour servir un système mort, il faut des morts, des morts errans, agités, sans sépulcre et sans repos. La freddezza più ripugnante, la sterilità più amara, il rigore, l’inflessibilità, ecco ciò che accoglie gli alunni dei seminari entrando in quelle squallide mura: l’anima loro ne è agghiacciata e spaventata di un tratto. Tutto inoltre si mette in opera per completare la loro degradazione, fino la perversità degli alimenti, fino ad assoggettarli al mestiere di servitori; e quasi questo fosse poco, si chiama in soccorso lo spionaggio, l’ipocrisia, e la denunzia organizzata come un dovere. Lo spirito è inaridito in uno studio infecondo e disgustoso, il corpo demoralizzato da passioni e da abitudini mostruose, l’anima pervertita da principii velenosi, da affetti colpevoli, e resa tabida dall’ipocrisia, dal fanatismo, dall’ignoranza. Quest’uomo, dopo aver lottato lunghi anni contro le violenze della natura, l’astuzia, il cinismo dei suoi pari, scende nell’arena del mondo per lottare contro gli uomini. Egli viene armato di tutto punto, ed il combattimento che impegna è contro lo spirito umano e tutte le sue doti, contro la vita e tutte le delizie. Egli odia la libertà, la bellezza, i piaceri, la ragione, la gioia, perchè tutti questi soavi beni sono per lui delitti: egli si fa strumento di chi opprime, perchè lunghi anni ha sopportato l’oppressione ed offerto in olocausto la libertà: egli grida anatema contro ogni speculazione intellettuale, contro ogni nuovo lume di scienza, perchè per lui non vi è altro che la grazia, perchè l’albero della scienza è per lui l’albero della morte. D’altronde eminentemente ignorante, straniero ai piaceri morali, ottuso alle sensazioni delicate, non lo stimola che l’invidia dell’oro e l’orgia occulta la più brutale e feroce. In faccia all’oro, quindi in faccia alla possibilità della più triviale scostumatezza, nulla l’arresta. E come Madama di Chantal passava sul corpo ai propri figli onde arrivare al Paride di Sales, egli passerebbe per sopra cose anche più sante, se ve ne fossero, per saziare cotali ignobili voluttà. Laonde la polizia lo assolda per far mercato dei segreti del confessionale: nel confessionale egli perverte le anime vergini e la gioventù pudente, sia per consumare la missione che gli è stata imposta, sia per disbramare i suoi appettiti, i quali assopiti, con nuovi delitti ne cancella le tracce. In una parola, maltrattati dalla natura, oltraggiati dalla società, pervertiti dall’educazione, violentati dai vincoli di casta, i preti trovano la vita una sventura, e si studiano di renderla altrui un supplizio e un’infamia.
5. Funzionarii pubblici
5. A fianco al prete camminano coloro che vivono sul budget, funzionarii pubblici e soldati. Di costoro io non dirò che un motto. Molti hanno al sito del cuore uno scudo: molti subiscono la fatalità del bisogno e si piegano al potere inflessibile di chi comanda, e che sovente è più duro della fame. Ma questa categoria sociale non ha propriamente nè principii basati di fede politica nè affezione per chicchessia. Sicura che tutti i governi han d’uopo d’istrumenti di attività, penetrata della massima troppo vera di Talleyrand, non molto zelo, si attacca piuttosto a quella catena morale che chiamasi dovere, anzi che all’artigiano che questa catena ha fabbricata. Gli ufficiali pubblici sono generalmente eccletici, se pure non sono scettici. Essi oppongono piuttosto una specie d’inerzia anzi che una repulsione ostinata a tutto ciò che varia, che cangia, che succede; ed assuefatti all’occaso di taluni soli politici, i quali tramontano spesso tra le tempeste, l’anima loro resta fredda, non prova alcun movimento di simpatia nè per chi parte nè per chi arriva; basta che la disciplina non sia severa, il lavoro soverchio ed il soldo sia puntuale. Gente senza convinzione e senza affetto, hanno sempre pronto un Te-deum a cantare, si mettono subito senza rimorso e senza cura sotto lo stendardo di colui a cui la vittoria è restata. Essi non odiano che l’uomo onesto, il quale loro vieti di fare un piccolo commercio delle proprie funzioni e di cavare un soprassoldo da spendere alla taverna. Il soldato poi ha per istinto di obbedire a tutto quanto gli è immediatamente al di sopra, di opprimere tutto quanto gli cede: l’istinto del paesano adulterato dalla disciplina, traviato dalla civiltà! Esso non ha alcuna coscienza della sua parte sociale: non ha alcuno stimolo che determini la sua condotta. Sa di essere soldato e non dimanda più in là: si vieta anzi di fargliene sapere di vantaggio. Innanzi ai suoi occhi non posa che un’immagine, il re. E questa immagine egli l’abomina come un ostacolo che lo attraversa, perchè a fronte a lui vede il villaggio nativo che ha dovuto abbandonare, vede la donna che ama cui ha dovuto sacrificare, e la severa disciplina che lo crocifigge senza posa. Se egli potesse passar per sopra a quest’idolo, senza paura del consiglio di guerra, non esite- rebbe un istante: ma l’abitudine, l’incertezza lo ritengono. Ed è perciò che è sempre partigiano del fatto compiuto, ed ama lo statu quo. Il fatto compiuto gli risparmia lavoro e pericoli, lo statu quo non gli dà l’imbarazzo di scegliere, e perciò lo mette al sicuro di tentazioni, le quali, se non ottengono un esito prospero, lo conducono innanzi alle commissioni militari. In una parola, queste due classi sono il sedimento di ogni governo. In esse le nuove rivoluzioni trovano un materiale pronto a resistere, se vacillano; ed un fondamento sempre esistente su cui basarsi, se riescono. Il loro Dio tutelare è la fortuna. Però fra tutte queste classi traviate ed infelici vi è bene una stella per non fare aborrire la razza umana, e gittare un sorriso di amore e di speranza sull’avvenire dei destini dell’uomo. Questa stella è la donna.
6. La donna
6. A guardare nella nazione napolitana solamente l’uomo, a contemplare l’enorme sciupio delle leggi morali e religiose, ogni anima onesta sarebbe tentata a gridare: Dio non è, o l’uomo non è l’opera della sua mano! Ma quando lo sguardo ricade su quelle soavi creature, in cui non sai che più ammirare, se lo splendore della bellezza o la nobilità dello spirito, quando vagheggi quell’opàla eterna i cui fuochi non muoiono mai; allora ti riconcilii con Dio e dici: quest’uomo è caduto, e la sua tristizia è un’espiazione. Un’espiazione forse della sapienza etrusca, della signoria romana, della libertà proficua del medio evo; un’espiazione della codardia moderna e dello scoraggiamento di oggidì. Io non scrivo un’ode, ma una storia: eppure sento non aver colori nè vivi nè poetici troppo per riprodurre la fisonomia vera della donna di quelle con- trade, incognita troppo, incognita a queglino stessi tra cui vive. La donna di quella parte d’Italia è la donna di Oriente. La stessa ignoranza, la stessa riservatezza, lo stesso passare istantaneo dalla mestizia alla gioia, la stessa superstizione, la stessa prontezza all’entusiasmo, lo stesso delirio di piaceri, e quello istinto inquieto che la tormenta e la spinge incessante, la spinge sempre verso la libertà. L’amore è il fondo del suo cuore; ma il movente di questa passione, il paradiso a cui aspira, è la libertà. Questa incognita nella vita riveste per lei i colori più fantastici, le lusinghe più ideali, le voluttà più angeliche, è l’aspirazione perenne su cui tutte le altre passioni vanno a poggiarsi, è la riva a cui tutti gli altri desiderii vanno a morire. Fiera ed indomita come il cavallo di Mazzeppa, ella non sa essere macchiata da ignobili affetti. Ed anche quando è caduta, anche quando vende l’amore per comperare del pane, come una regina destituita sembra fare piuttosto una grazia che riconoscere un diritto. La corruzione è impossente su lei. Allontanata dalla vita pubblica, confinata nelle trivialità delle domestiche funzioni, le compie come un dovere: ma in quell’atto di abdicazione, in quell’atto di devozione alla missione, che una società malata ed egoista le impone, la sua anima nobile trasparisce e tacitamente protesta. Il suo istinto sente l’oltraggio che le si fa gittandola in un grado di subordinazione servile, sente il torto di essere tenuta in uno stato perenne di minorità, ed allontanata da tutte le passioni maschie; e con vigoria maggiore aspira alla libertà. Vi aspira per la via della religione, per mezzo della poesia, per mezzo delle passioni nobili che mostra sentire e comprendere, per la rassegnazione, per l’entusiasmo che tutta la comprende agli atti soavi e generosi che sente raccontare e di cui tanto si mostra avida, per la facilità al perdono delle offese ed al disprezzo di ogni viltà, per la consolazione che spande su tutti i dolori e la fiducia nell’avvenire che divide con la giovane generazione. Essa comprende che non è nata solamente per fare dei figli, come brutalmente disse Napoleone: il cristianesimo l’ha riabilitata, l’ha innalzata sopra il trono dei cieli e l’ha messa al livello di Dio. Inchinatevi e cedetele il passo. Essa sola colaggiù ha saputo respingere con energia tutte le calunnie contro gli uomini della rivoluzione: essa sola non ha piegato ad alcuna suggestione per arrestare l’opera o avvelenarla col ridicolo: essa sola ha avuto il coraggio di rigettare ad alta voce, di rigettar sempre sul viso dell’oppressore la protesta dell’imprescrittibilità dei diritti dei popoli: essa sola ha difesi i vinti e li ha sottratti come ha potuto all’ira del despotismo: essa sola come l’albero della foresta si è tenuta all’erta, quando le foglie della rivoluzione, inverdite un istante, sono ad una ad una cadute: essa sola ha fede nella vittoria del domani dopo la sconfitta della vigilia: essa sola medica i feriti e conforta gli scoraggiati. Questa parte eletta della nazione non ha che una bandiera, quella dell’indipendenza. La parola Italia, una parola magica, una parola per lei sino ad ieri incognita e per lungo tempo scomunicata come una bestemmia; la parola Italia è risuonata nel suo cuore, ed una rivoluzione profonda si è compiuta nei suoi affetti. Puerilità di forme, puerilità di principii, puerilità di abitudini, puerilità di convenienze; tutto è svaporato come la nebbia trasparente dell’alba, e non è restata che questa idea severa e solenne come la credenza in Dio, la libertà dell’Italia una ed intera. Tutte le mene meschine del governo, tutte le intimidazioni sono state inefficaci: l’anima non ha saputo ritemperarsi ed è rimasta incardinata come le Alpi sulla idea potente della libertà, la quale uscita da quella specie di vago ed indeterminato in cui aveva navigato sinora, si è concentrata in un essere vivo, bello, giovane sempre benchè gualcito, seducente sempre benchè prostituito, l’Italia. L’idealismo si è personificato. Le donne di quelle meste contrade accolsero come una fascinazione il grido d’indipendenza e di libertà; vi trovarono risoluto il problema arcano della vita intima del loro cuore. E malgrado le sventure del 1849 gli sono sopravvissute fedeli con la decisione della disperazione; malgrado i patiboli e le prigioni, malgrado le persecuzioni ed i martirii di ogni maniera, esse non hanno mutato di fede, non hanno cessato di gridare: coraggio e speranza! Le donne quindi di tutte le età e di tutti i gradi, il proletario e la gioventù di qualunque condizione, la generazione nata dopo il 1820, la generazione men divorata dall’educazione del gesuita sotto la mannaia e l’ergastolo della monarchia, ecco i soldati della rivoluzione: il prete, il militare, parte dei publici funzionarii e l’aristocrazia della proprietà, ecco i combattenti pel diritto divino, per l’autorità illimitata. Questi due campi sono stati di fronte con sorte varia, dalla fine del passato secolo: lo sono ancora per darsi l’ultima battaglia — la battaglia senza quartieri e senza prigioni come ne voleva la Convenzione.
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The end
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