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Il sorbetto della regina

Ferdinando Petruccelli della Gattina · 1890 · Free in the US

69,789 words · about 4 h 53 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1890 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_sorbetto_della_regina&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Ferdinando Petruccelli della Gattina
Language
Italian
Published
1890
Length
69,789 words · about 4 h 53 min
Sections
31 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (31)
  1. Front matter under 1 min
  2. Parte prima under 1 min
  3. Parte prima - I. Una buona idea about 6 min
  4. Parte prima - II. Il sergente Sacco-e-Fuoco about 13 min
  5. Parte prima - III. Don Noè about 7 min
  6. Parte prima - IV. Lo studente about 12 min
  7. Parte prima - V. La finestra si chiude, la porta si apre about 10 min
  8. Parte prima - VI. I cani di Don Gabriele about 12 min
  9. Parte prima - VII. Dove conducono le buone azioni about 12 min
  10. Parte prima - VIII. Il pentimento dell'ubbriacone about 7 min
  11. Parte prima - IX. Il noviziato about 5 min
  12. Parte prima - X. Dove si vede la coda del diavolo about 4 min
  13. Parte prima - XI. Tutto per il meglio about 8 min
  14. Parte prima - XII. Ciò che si cerca e ciò che non si cerca about 10 min
  15. Parte prima - XIII. L'uomo propone, la donna dispone about 10 min
  16. Parte prima - XIV. Le conseguenze di una prescrizione del dottor Tibia about 7 min
  17. Parte seconda under 1 min
  18. Parte seconda - I. Il conte Ruitz de Llamanda about 12 min
  19. Parte seconda - II. Il guappo about 13 min
  20. Parte seconda - III. Il seguito del conte Ruitz de Llamanda about 8 min
  21. Parte seconda - IV. Due fortune che ne fanno una sola about 13 min
  22. Parte seconda - V. Finale inatteso di un'opera sconosciuta about 12 min
  23. Parte seconda - VI. Il domani d'un debutto about 14 min
  24. Parte seconda - VII. I progetti about 9 min
  25. Parte seconda - VIII. Castellamare about 10 min
  26. Parte seconda - IX. I piccoli incidenti about 15 min
  27. Parte seconda - X. Un abate come un altro about 11 min
  28. Parte seconda - XI. Il conte d'Altamura about 13 min
  29. Parte seconda - XII. L'Eva del conte d'Altamura about 14 min
  30. Parte seconda - XIII. Post nubila Phoebus about 13 min
  31. Parte seconda - XIV. La regina si diverte about 13 min

Continue:

Front matter

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Parte prima

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Indice della prima parte

Parte prima - I. Una buona idea

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Mastro Zungo, che si era coricato alle sei della sera, si risvegliò alle due del mattino.

Mastro Zungo si stropicciò gli occhi, sbadigliò due volte con orribile strepito, balbettò un Pater noster che non era nè italiano, nè latino; s’acconciò sul capo un berretto a spicchi, che imprigionava le nere ciocche dei suoi capelli ribelli, ascoltò brontolando il fragoroso russare della sua compagna e attese gli scocchi dell’orologio della chiesa. Alcuni minuti dopo, infatti, batterono due tocchi.

— Due ore! esclamò mastro Zungo. Sono dunque eterne queste notti! e sbadigliò di nuovo con non minor strepito di prima.

Mastro Zungo era nato coll’istinto della chirurgia. Le cattive condizioni di fortuna ne avevano fatto un semplice barbiere.

La sua intelligenza era organizzata per esser chiara ed acuta; la mancanza di coltura ne aveva fatto uno scopeto, in cui nessuna punta di aratro aveva mai aperto un solco.

Ad ogni modo, mastro Zungo si poteva considerare come un buon diavolo, quantunque egli credesse che l’intelligenza sia un tristo dono del Creatore ed il verme roditore di questo secolo che esamina tutto, dalle encicliche del papa all’elasticità del piede della pulce.

Egli, per esempio, odiava i letterati, i giornali, il carbonarismo (a quell’epoca i democratici si chiamavano carbonari), i Francesi, l’eleganza, la bellezza, i fiori, la primavera, tutto quello che sa di aurora e di armonia. Amava, all’incontro, il cattivo tempo, i gendarmi, i doganieri, la bruttezza, la messa cantata, i cappuccini, la tragedia, la quaresima e la faccia tonda e rubiconda dell’arciprete, ch’egli sbarbava ad occhi chiusi. Aveva sopratutto una specie di frenesia pei sette sacramenti. Ora, siccome il sacramento del matrimonio ha qualche cosa di più sostanziale che quello dell’estrema unzione, aveva finito col maritarsi.

Zia Egidia era predestinata ab-eterno a compiere la sua felicità e cuocere i suoi legumi.

Egidia era la figlia del beccaio del luogo.... Essa sola pregava Iddio, in un giorno, più che tutti gli Americani insieme in un anno. Il nome di Dio le girava sempre in bocca, confuso con qualche truciolo di tabacco da masticare.

Era tozza, grassa, con un adorabile guaime di barba, un naso più lungo di quello di san Carlo Borromeo, gli occhi piccoli, sonnolenti, ci- sposi, la pelle color d’un vaso etrusco e qua e là butterata dal vaiuolo.

Mastro Zungo non fece caso di tutto ciò: vanitas vanitatum! Egli la sposò, e si misero a lavorare insieme la vigna del Signore.

Dio benedisse questi lavoratori; e nove mesi dopo raccolsero un bel scimmiotto di bimbo. Ma essi si fermarono alla prima posta; poichè da allora Dio li punì con una delle più brutte piaghe d’Egitto: la sterilità — con grande stupore dell’arciprete. Di maniera che messer Bruto, loro figlio, aveva giusto diciott’anni quando principia questa storia.

Mastro Zungo, risvegliato di così buon’ora, nè potendo raccattar il sonno, incominciò a pensare... diciamo pensare!... ma il degno barbiere aveva l’abitudine di parlar da solo, come gli uomini che hanno una coscienza tranquilla.

— Ebbene, mastro Zungo, amico mio, brontolava il barbiere, fa un po’ i conti, e metti in ordine la tua giornata. Oggi è martedì. È, dunque, il giorno di barba del notaio, della moglie del sindaco e di quel dannato Sacco-e-Fuoco. Se la signora Psiche — che Dio la confonda! con quei mustacchi prendersi un nome che non sta nel calendario — se la signora Psiche non ha l’emicrania, se ha battuto i suoi sette piccini, e accarezzato i suoi sette gatti, in mezz’ora l’avrai spicciata: poi andrai a salassare il bove del Filazolo, che farebbe meglio a salassarselo da sè, quell’ubbriacone! Poi andrai ad applicare il vescicante alla mula di Galeotto. E, poichè sei lì, brigante, alla porta della chiesa, ci entrerai e servirai la messa di don Dome- nico, che la dice per solito quando gli altri vanno a pranzo. Eh! monsignore dovrebbe pensarci! A quell’ora in chiesa non ci sono che i sorci, che ne fanno di belle fin sotto l’abito di san Francesco, e due o tre mendicanti, che contano i tozzi di pane accattati. Poi, poi... vediamo! non c’è altro, mi pare. Don Martino è andato a Napoli per un’operazione....

Mastro Zungo s’interruppe, poi riprese:

— Finiscila dunque, badessa del diavolo, con codesto tuo russare! e così dicendo dava un punzone a sua moglie! finiscila dunque! Tu disturbi la mia meditazione, e le mie elucubrazioni, direbbe quel mustacchietto di don Timotino. Ah! questi piccoli scellerati di carbonari non si limitano più a non farsi la barba, parlano anche un linguaggio massonico. Che Dio li scortichi, poichè non si lasciano servire da me! Dunque è andato a Napoli e vedrà quell’avaro di mio fratello don Noè, che là giù suona campane e campanelli.

Qui il soliloquio del barbiere fu interrotto da un rumore che s’udì nella stanzuccia vicina. Era Bruto che, sognando di giuocare a saltacavallo, rotolava giù dal letto.

— Ah! esclamò mastro Zungo, che caro bricconaccio è quel mio bambinone. Ha dello spirito anche quando dorme, salta dal letto come un turacciolo di una fiaschetta di birra. Chi direbbe mai che la grossa balena, che grugna vicino a me, ha collaborato meco alla composizione di questo gioiello, che scintilla come ferro in una fucina?

Qui mastro Zungo tacque; poichè una frotta d’idee vaghe, svelte, confuse, multicolori, si sparpagliarono nel suo spirito come uno stormo d’uccelli.

Bruto, lo dico qui per incidente, era un bel ragazzo: rosso come una pesca, alto, agile, svelto, che sotto l’aspetto dell’impassibilità britannica e talvolta di una squisita balordaggine, aveva uno spirito svegliato, una prontezza di maniere e certe eteroclite fantasie. Era un biricchino nella pelle di un John Bull. Sembrava un fiammingo fatto tutto d’un pezzo, ma, girata la chiave, ne zampillava un fanciullo viziato, astuto, ostinato, con degli inattesi lampi di spirito.

Il barbiere, borbonico, l’aveva chiamato Bruto in odio a Murat. La madre, quantunque devota al punto di far venire una vocazione, non aveva potuto persuaderlo a prendere non dico altro che i quattro ordini. Bruto voleva cignere la sciabola e farsi gendarme.

Mastro Zungo ruminava, dunque, quale carriera farebbe intraprendere a suo figlio; perocchè quella delle armi a lui pure pareva troppo rischiosa.

E continuò il suo monologo:

— Egidia non arriverà mai a fare di Bruto un sotto-diacono. Quando io salasso, egli si accoccola sopra una sedia e ha l’aria di saperne più di me; mi sconcerta con quel suo sguardo serio ed intrepido. Ha scritto un sonetto sul brachiere dell’arciprete, un altro sulla gamba che il suo maestro ha obliato non so dove, andando dietro a quel giacobino di Bonaparte. Stuzzica tutte le ragazze del paese. Bestemmia come un granatiere; rompe i vetri alle finestre di tutte le sgualdrine del villaggio. Ha dato due temperinate al prefetto della scuola. Poi scaglia sassi come un angelo, conosce il suo latino come un benedettino, fuma come un vecchio piloto, ammacca ogni tanto le teste dei suoi condiscepoli, riceve regolarmente le spalmate due volte al giorno, sagra in francese come un turco... e tutti questi — che Dio ne faccia un milord — non mi sembrano sintomi di sottodiaconato. Ne farei un procuratore? Ma il disgraziato ha troppe fantasie. Un farmacista? ma sa leggere e capisce il latino. Per esser cappuccino ha troppe tendenze al peccato. Avvocato, darebbe piuttosto il suo, che prendersi quello d’altrui. Si potrebbe forse tirar su un architetto di quel diavolaccio: ha la mania di demolire e ha bucata tutta la casa; ma Sacco-e-Fuoco dice che non sa le matematiche. Potrei sbozzarne fuori un cantante, poichè ha la voce più stonata del mondo; ma quel mestiere lì non mi piace con un pubblico che fischia quando deve applaudire ed applaude quando dovrebbe fischiare, senza contare i giornalisti. Preferirei quasi che facesse il commediante perchè, quando ripete le sue lezioni, canta e grida come un’anima del purgatorio; ma quella carriera conduce quasi sempre alla miseria. In quanto al mio mestiere, l’è sporco, e Bruto, piuttosto che toccare una goccia d’acqua ed un pezzo di sapone, si tiene una bella macchia d’inchiostro sul naso per sei mesi. Di maniera che io non veggo altro per lui che di farne un medico o un chirurgo. Il sangue non lo spaventa. Non l’ho mai veduto affliggersi per la morte di chicchessia. Mente, come sua madre dice, unAve Maria. È grave, parla poco, non va mai a messa, giuoca alle carte, ha una bella fisonomia ed un corpo solido; è infingardo come un vescovo. La sua vocazione è, dunque, predestinata.

Pieno di questa magnifica idea, mastro Zungo si alza, si veste, mette il suo panciotto alla rovescia, dimentica la cravatta, rimbocca le maniche fino al gomito, afferra la sua berretta, il piatto di stagno, la busta dei rasoi, un pugno di tele di ragno, e via! Allo spuntar del giorno, il primo colpo di rasoio toccava al mento del maestro di scuola, il sergente Sacco-e-Fuoco.

Seguiamolo, o meglio, precediamolo.

Parte prima - II. Il sergente Sacco-e-Fuoco

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Questo personaggio era figlio d’un povero avvocato del paese.

Il padre l’aveva avviato a scuola da un ex-gesuita ritornato in famiglia dopo l’abolizione del suo convento; — quest’uomo, pieno di probità — quantunque, o perchè gesuita — gli aveva insegnato tutto quello che si insegnava nelle scuole del suo ordine.

Il giovane sapeva correntemente il latino, il greco, il Decolonia; fabbricava delle odi saffiche e pindariche in onore di san Luigi Gonzaga e del cuore di Maria, balbettava il francese. Il R. Padre si era trovato in un convento di Francia, quando il suo ordine cadde sotto le leggi rivoluzionarie — e l’allievo si dimenava a meraviglia in mezzo ai Darii, ai Baralipton, e conosceva le finezze dei Barbara celarent ferio del Caraco, del Fessino e Frisisso morum.

E si venga poi a dire che i RR. PP. non insegnano nulla d’utile.

Pietro Colini — ora il sergente Sacco-e-Fuoco — aveva sostenuto sette ore la discussione sulla tesi: se uno può essere impiccato a Roma all’istess’ora che si marita a Parigi? e se sant’Antonio poteva domandare due minuti di permesso al suo uditorio a Padova, per andare ad assistere suo padre che montava sul patibolo a Lisbona.

Aveva dimostrato tutto ciò in maniera inconfutabile coll’aiuto di testi greci e latini, dell’autorità dei SS. Padri e di . Avea in seguito discusso sulla parola Blictri, e “se essa dentro o fuori di una proposizione può significare qualche cosa,„ sul chiodo di Sisara e sopra il sesso degli angeli di Sodoma. Ed era stato ammesso a ricevere i quattro ordini.

Ma una mattina il secolo si risvegliò d’improvviso con certi capricci stravaganti. Invece della campana che suonava a messa, si udì il rullo del tamburo che proclamava la coscrizione. Invece di gridare: Viva il Re per la grazia di Dio, si gridava Viva la Nazione! Pietro Colini baratta allora la sottana con un uniforme blù a mostre rosse; il collare d’abate con una brutta cravatta di cuoio; il Decolonia e lo Storkenau con una sciabola ed un fucile, e il Pater noster in un mille diavoli! La caserma si sostituisce alla chiesa, ed il prete, trasformato in soldato per ordine di Acton e della regina Carolina, parte per la guerra. Addio paese; addio speranze di arrivare un giorno a cantar messa; addio parenti e dolce far niente; addio le cose le più soavemente dilette e le abitudini di diciotto o vent’anni. La patria chiama Pietro Colini — e a quell’epoca quegl’ingenui figli del diciottesimo secolo non scherzavano colla parola e col sentimento di patria.

Pietro nondimeno cominciò la sua carriera colla più bella ed edificante vocazione cristiana. Faceva precedere una fucilata da una benedizione in articulo mortis; un colpo di baionette da un “Perdonami, o mio fratello in Gesù Cristo!„ Condiva un bacio ad una ragazza con un buon consiglio, ed accoppiava una bestemmia con una giaculatoria “che il nome di Gesù e Maria sia benedetto.„

Quella buona natura cattolica però non si conservò a lungo. Pietro fece in breve tali progressi, si immedesimò talmente nel mestiere, che dopo alcuni mesi era il bestemmiatore più originale dell’esercito, precisamente perchè conosceva la teologia. Dopo la campagna — campagna di gambe, campagna di fuga davanti all’esercito francese — Pietro Colini si trovò a mala pena sergente, sebbene i suoi atti straordinari di valore gli avessero meritato venti volte la spallina di ufficiale.

Pietro seguì l’esercito francese, quando abbandonò Napoli nel 1799 e traversò le guerre del Consolato e dell’Impero.

La famosa esclamazione di Chambronne pronunziata, Napoleone relegato a Sant’Elena, i Borboni di Francia non seppero più che farsi di un esercito. Pietro Colini raccolse allora tutto ciò che gli restava dei membri del suo corpo e ritornò a Napoli.

La patria era stata abolita. I fedeli napoletani se ne andavano in brodo di giuggiole davanti ad un re per la grazia di... Talleyrand. Ora che cosa un re consagrato inviolabile ed adorato, sbocciato dall’uovo divino del Congresso di Vienna, avrebbe mai potuto farsi d’un invalido? Ahimè! codesto invalido non era buono a nulla, neppure a fare il ciabattino: la sua mano sinistra era restata nei ghiacci di Mosca. Non a far il corriere; una palla a Waterloo gli aveya forato lo stivale dritto ed il suo contenuto. Non lo si poteva neppure arruolare, qual veterano, nel corpo delle spie di Stato: il Re legittimo non voleva saperne di lui.

Ma Pietro Colini che dal suo lato era logico come Satana, ricordandosi del suo ex-gesuita, rispose: Nego minorem, e si trovò buono ancora a qualche cosa. Gli restava, per esempio, la lingua per gridare, la mano dritta per sferzare, la memoria passabilmente imbrogliata, e la infingardaggine la più volontaria, che l’è mai sempre la più completa.

Poteva dunque ancora mettersi maestro di scuola, dopo aver assopito gli scrupoli dell’altare ed i sospetti del trono. Fu creduto. Abiurò Bonaparte; andò a messa ed al confessionale. Recitò bene la sua parte.

— E, se il ventre prese davvero il posto dell’anima, di chi la colpa?

Pietro Colini, volendo nondimeno volgere la sua ipocrisia a vantaggio dei suoi allievi, aveva principiato ad insegnar loro tutt’altro che il latino, il catechismo, la storia sacra e la mitologia.

I parenti insorsero. I missionari aprirono un’inchiesta. Il giudice di pace fece delle rimostranze. Il sergente capì che aveva presa una falsa via. Egli lasciò i suoi allievi in balìa della grazia operante, e li abbrutì col latino.

Codesti allievi non imparavano nulla, giuocavano alle carte, correvano per la campagna a rubacchiar le frutta ed i legumi. I più grandicelli leggevano anche dei libri osceni. Ma baciavano le mani dei superiori con un’aria beata, servivano la messa, accompagnavano il Santissimo, miagolando il Tantum ergo, salutavano il signor arciprete quando lo incontravano, recitavano lAve in latino... ed i RR. Padri, il trono e l’altare si dichiararono soddisfatti.

Non la fu così però di Bruto.

Egidia aveva ammaliato l’invalido.

Egli rifrugò nella sua testa. Riunì tutto ciò che gli restava di scienza, quello che aveva veduto ed appreso nelle sue corse attraverso l’Europa, ciò che leggeva qua e là e rimpinzò tutto ciò nel cranio di Bruto a furia di sferzate.

Bruto sapeva quindi il latino, la metafisica, la storia moderna e la geografia, come poteva insegnargliela un uomo che aveva girato il mondo; e Bruto cinguettava anche un tantino di francese.

Un pizzico di questo, un pizzico di quello, senza contare le pratiche della vita militare.... C’è da stupirsi, dunque, se le lezioni del maestro bollivano nel cervello dello scolaro, come i diversi ingredienti della zuppa di zia Egidia? di guisa che mastro Zungo non aveva torto quando affermava che suo figlio non era della stoffa di cui si tagliano i soddiaconi.

Il barbiere entrò dall’invalido. La casa del sergente offriva lo spettacolo dell’abbandono.

Vi si respirava qualche cosa di più pungente che miseria; vi si sentiva la povertà che soffre, che si rassegna con indifferenza o disdegno. La polvere copriva le mobiglie, e le ragnatele si stendevano sulle pareti a guisa di tappezzerie.

Il fumo del camino, che preferiva spandersi nella stanza anzichè per la cappa e andar a far visita alle nuvole, aveva incrostata una vernice nera e lucente sopra i travi ed i muri che parevano d’ebano. L’era lugubre, una tomba, piuttosto che la dimora di una creatura vivente.

La casa portava il lutto dell’uomo.

Si entrava a terreno in una vasta sala, che serviva nello stesso tempo di salotto, di scuola, di camera da pranzo, di gabinetto da lavoro, d’anticamera, di cucina, di tutto, eccetto che di stanza da letto. Nella sala era stata praticata una specie di alcova con una finestrina nel fondo che dava in una viuzza molto sucida. Il sergente dormiva in quel buco.

Si vedevano nella sala alcune seggiole di legno, un gran banco colla spalliera sì alta, che serviva di paravento dalla parte del camino esposta alla porta d’entrata, ed una grande tavola. Poi un armadio, con un battente , appoggiato al muro, alcuni libri, delle bottiglie e dei cocci da cucina. Ma tutte queste cianfrusaglie erano vecchie, sudicie, sformate, ammaccate. Domandavano la giubilazione, o almeno la mano d’una donna, quella mano che dà vita, luce, gioventù, sorriso a tutto.

La donna è l’aurora: illumina.

Il sergente portava un abito borghese, un paio di brache molto vecchie d’un panno un dì turchino, un panciotto nero abbottonato fino al collo, che era senza cravatta, e, sopra tutto ciò, una casacca della stoffa di cui si fanno le tonache i Cappuccini. Sul capo, per bizzarria, un berretto greco.

Il tutto, vergine di spazzola, ed infetto dell’olezzo del tabacco.

Tre cose si trovavano successivamente nella bocca del sergente: la pipa, una bottiglia di alcool e una parola d’impazienza in una lingua qualunque d’Europa. I suoi denti erano neri e solidi come chiodi. La faccia porfirizzata da macchie rosse e grigie. Due occhi rossi gli sprizzavano dalla fronte, come due carboni accesi. Una selva di capelli, grigi, indomabili, irti, si rizzavano sul suo capo come le ciocche di Medusa, non risparmiando che la fronte, alta, senza una ruga, pura, liscia come quella di una ragazza.

Due orecchie enormi s’incollavano come due coccarde agli orli laterali del suo berretto frigio. Aveva il mento della bontà e le labbra della voluttà. Se i patimenti, le privazioni, le fatiche, i liquori forti, i pensieri, i dubbi, l’infinito sarcasmo, che solcano di rovine le anime ed i sembianti, non avessero devastata quella figura maschia e serena, il sergente sarebbe forse stato ancora un uomo passabile. Così non era più che un rudero.

Le cinque del mattino lo trovavano sempre in piedi, passeggiando o piuttosto correndo a passo di carica nella sua sala, le mani dietro la schiena, zufolando non so che, pensando a Dio sa chi. Un osservatore avrebbe indovinato senza sforzo che sotto il cranio di quell’uomo nelle pieghe le più recondite del suo cuore c’era qualche cosa che si agitava eternamente.

Chi gli avesse frugato sul petto, sotto una camicia di tela da vele, avrebbe veduto che il vecchio soldato vi ascondeva uno scapolare, cui baciava la sera quando si coricava e ribaciava la mattina levandosi. Ma gli era proprio uno scapolare?

Il barbiere si presentò, dunque, all’invalido. Mastro Zungo gli voleva bene: primo, perchè istruiva suo figlio, secondo, perchè lo invitava spesso a bere dell’acquavite, del rhum, del cognac, del gin, o checchè altro; terzo, perchè non lasciava crescere pelo sul viso, e sopratutto perchè dava a succhiare a sua moglie della radice di nicoziana.

Il viso di quell’uomo, però, faceva arrabbiare il barbiere. Bucherato, gibboso, cincischiato qua dalla mitraglia, là dai bernoccoli, altrove dalla sciabola o dalla baionetta, gli era impossibile di raderlo, senza tigrarlo di nèi, di tela di ragno, come gli spruzzi di inchiostro zebrano lo scartafaccio di uno scolaro.

Quando il barbiere ebbe deposto tutti i suoi utensili, schiaffeggiato il viso del sergente, giacchè quel bravo mastro Zungo non insaponava con un pennello ma colla mano; quando ebbe fissata l’attenzione del suo uditore, perchè, senza accorgersene, il sergente era un incorreggibile interruttore, e se parlava adesso correva il ri- schio di vedersi tagliata la pelle della faccia, mastro Zungo principiò:

— Dovete dunque sapere, signor sergente, che....

— Olà, mastro scortica del diavolo, vociò il veterano respingendo il barbiere con un pugno nello stomaco, cos’è codesto? mi fai la barba con una sega stamane?

— Cosa dite mai, signor sergente? come siete collerico! rispose il barbiere prendendo fiato. Gli è un vero inglese.... Oh che bestiaccia che sono! Mille scuse, signor sergente, ero distratto. Ho confuso il vostro rasoio con quello che adopero pei vescicanti dei cavalli.... L’è quella figlia di una botte, Egidia, che me lo ha cacciato nella borsa. Ma guardate, questo qui è il vostro. Non sbaglio più, è questo, è proprio il vostro rasoio.

— Andiamo avanti, udiamo le belle notizie che mi racconti questa mattina. Ma non ismarrirti per via, sai. Parla alla militare: “Soldati, quaranta secoli vi contemplano dall’alto di queste piramidi,„ e pif, paf, in meno tempo che una pentola mette a bollire, una battaglia era guadagnata, un regno conquistato. Oh giganti! giganti! esclamò il veterano con voce commossa. Ossa e Pelio, senza l’Olimpo.

— Sarete obbedito, signor sergente. Ho deciso, dunque, che mio figlio divenga il più bel medico della provincia.

— Cosa dici?

— Sì, signore, il primo medico della Basilicata.

— Ah! ah! ah!

— Non ridete, signor sergente, perchè vi ho già tagliato in due siti.

— Un medico? Al postutto un medico l’è il soldato in metafisica.

— Che cosa ne dite, dunque, signor Sacco-e-Fuoco? Quella bestiolina è un prodigio!

— Probo majorem, nego minorem, distinguo, avrebbe risposto il mio gesuita. Va più adagio, imbecille! non sono mica già io una groppa di un cavallo, ove tu applichi un vescicante.

— Dite, signor sergente, se mi parlaste nella lingua dei cristiani battezzati sarebbe meglio. Non ho nessuna confidenza nei vostri gesuiti. Parlano calmucco.

— Diceva, dunque, che approvo il mestiere; probo majorem. Ma nego.... Mille satanassi! va leggiero e bada all’orecchio. Ho finito di far la guerra colle sciabole e mi batto contro i rasoi! Lascierò crescere la barba, alla fine!

— Non ci mancherebbe che questa! Per farvi mettere in prigione come carbonaro.

— Dico, dunque, che mi sembra che tuo figlio abbia la stoffa che occorre per farne un buon medico, o almeno, distinguo. Se non si tratta che di fabbricare un chirurgo di reggimento, o un medico d’ospitale, l’andrà ancora benone, nel nostro felicissimo regno di Napoli. Al reggimento, come all’ospitale, si fa spreco della vita dell’uomo, come tu, briccone, fai spreco della mia pelle. Ma un medico, genericamente parlando, no. Dove hai mai trovato che tuo figlio abbia le qualità necessarie?

— Ah! ecco qui, signor sergente. Prima di tutto, perchè non saprei che cosa farne, se non ne fo un medico.

— L’è una ragione sufficiente, avrebbe detto il gesuita, rispose il sergente parlando col naso, poichè il barbiere lo teneva per questa parte importante del suo viso.

— Secundo, perchè alla fin fine deve fare qualche cosa, senza di che creperà di fame.

— È giusto, e tu ragioni come mastro Schiaccia.

— Tertio, perchè, dalla testa ai piedi, ha tutto quanto occorre per farne un medico.

— Jour-de-dieu! come mi martirizzi questa mane.

— Quarto infine....

— Infine, infine, atqui non è buono a nulla, ergo egli è buono a esercitare la medicina. Ecco come la pensava appunto un tamburo del mio reggimento che restò in Egitto a far il dottore. Andatene, dunque, a tutti i diavoli tu e tuo figlio e fanne pure un carnefice, che ciò m’è indifferente. Io non ho più nulla da insegnargli. Gli ho dato le ultime lezioni di intrepidezza, di disinteresse e di onestà. Ho finito. Felice notte. Avrei voluto vederlo soldato. Tu invece dici: medico. Impiccatevi dove volete. Del resto, hai forse ragione. Il soldato ora fa concorrenza al gendarme. È uno sbirro. Addio.

Il sergente si sforzava a parere volgare, pedante e ruvido, per non eccitare l’invidia, e quindi le denunzie de’ suoi maligni compatriotti alla polizia ed al vescovo.

Parlando dunque così, egli fece un saluto alla bottiglia che era sulla tavola e ne tracannò una golata.

Poi misurò un calcio per di dietro al barbiere, lo spinse fuori e si pose a gironzare su e giù per la sala, zufolando. Pareva commosso.

Nel frattempo mastro Zungo, contento delle approvazioni del maestro di scuola, andò a raschiare gli altri suoi clienti, annunziando dappertutto la vocazione che aveva scoperta in suo figlio. Poi, a mezzo giorno tornò a casa,

In pari tempo arrivava Bruto, duro duro, tutto di un pezzo, tranquillo come un dio Termine, col viso sporco, un pacco di libri e di carte sotto il braccio, col naso rosso e la testa coperta da un berretto di carta a due corna, sopra il quale stavano scritte le regole dei gerundi e dell’ablativo assoluto, che aveva portato via ad un condiscepolo.

Mastro Zungo, malgrado le sue mille ed una debolezza, sapeva all’occorrenza mostrare del carattere. Ma, quando una dozzina di bicchieri di vino ballava nel suo stomaco, era ostinato e brutale e non ammetteva risposta ai suoi ukasi.

Ora, siccome il fatto dei bicchieri di vino si riproduceva spesso e non si manifestava alla bella prima con dei sintomi particolari, Egidia e Bruto si guardavano bene dal contraddirlo, perchè nella collera il barbiere abusava dei suoi pugni. Finito di desinare, mastro Zungo fece segno colla mano che nessuno si alzasse da tavola e parlò.

Lo si sarebbe detto il destino.

— Avendo consultata la tua fede di nascita, signor Bruto, e avendo trovato che hai diciotto anni; avendo consultato il registro dell’imposta fondiaria ed osservato che la nostra casa non occupa nessuna pagina di quel libro d’oro; avendo rovistato nella nostra cassa e non avendovi che 150 ducati, sola riserva della mia vecchiaia e di quella di codesta devota strega di tua madre; udito il parere del maestro di scuola, dell’arciprete, del notaio, della levatrice, del pizzicagnolo nostro vicino e di compar Gregorio, il fornaio... abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue: 1.° Che tu, signor Bruto, debba studiar la medicina; 2.° Che partirai per Napoli ed andrai presso di tuo zio, sempre affettuosissimo nella sottoscrizione delle sue lettere; 3.° Che questa partenza avrà luogo fra otto giorni, signor Bruto, e che tu, vecchia bigotta di Egidia, non farai nessuna osservazione.

— Partirà fra otto giorni, signor Bruto, e la vecchia bigotta di Egidia non fiaterà motto, rispose l’imperturbabile giovanotto, parodiando la voce ed i gesti di suo padre e pulendosi il naso col rovescio della mano.

La moglie in fatto non aprì bocca. Soltanto la sua respirazione si arrestò, la sua faccia paffuta e rossa impallidì, le si gonfiarono gli occhi e ne colò una lagrima, poi un’altra, poi un torrente e finalmente diede in singhiozzi ed ebbe tremito in tutte le membra. Si gettò al collo dell’impassibile suo figlio e lo coprì di lagrime e di baci.

Bruto lasciò fare, tenendo gli occhi fissi sopra il degno barbiere, che considerava anch’egli, ironico e commosso ad un tempo, l’eccesso d’amore di quella povera madre. Alla fine quando l’ebbe contemplata un momento, mastro Zungo alzò le spalle ed uscì brontolando con un tal quale tremolìo nella voce:

— Com’è mai sciocca la natura!

Otto giorni dopo gli ordini del barbiere erano eseguiti. Il giovane partì dopo aver preso commiato da tutti i suoi compatriotti, casa per casa, dove gli fu regalato, qui delle confetture o dei biscottini, lì una cravatta o un pezzuola, altrove un po’ di tela per camicie. Gli uomini vennero ad augurargli buon viaggio.

Bruto partì di buon mattino. Mastro Zungo restò sulla soglia della sua bottega, seguendolo degli occhi fin che l’ebbe perduto di vista, poi esclamò fra sè e sè:

— Che cosa diverrà fra le mani di quell’avaro di sagrestano, che cosa diverrà?

Egidia, istupidita dal dolore, guardava essa pure, non piangendo più, le pupille fisse ed immobili, senza voce, pallida e ritta come una di quelle colonne di giallo antico, che alzano ancora il capo nel tempio di Taormina.

Parte prima - III. Don Noè

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Nel secolo scorso la botanica sociale produceva una pianta, il cui seme sarebbe interamente perduto, se non lo si ritrovasse nelle tradizioni della commedia — lo zio d’America.

Oggi, gli zii lasciano piuttosto debiti che eredità; danno più facilmente ai loro nipoti dei consigli che del danaro; fumano sigari di costoro, fanno la corte alle loro amanti, s’insediano alla loro tavola ed attingono nella loro borsa. Se però è avaro, uno zio scapolo è ancora una incognita, che arride nell’avvenire, una probabilità fortunata, uno sguardo d’amore del destino; e molti falli della gioventù si accomodano, molti progetti spuntano fuori al raggio di questa fortuna che brilla in lontananza.

Don Noè, zio di Bruto, rassomigliava un po’ a tutti gli zii. Era venuto a Napoli quasi bambino, con un’arpa sulla schiena, mendicando sotto pretesto di musica. Messo insieme un po’ di scudi, ritornò al paese per darsi al commercio dei formaggi. Dio favorì la sua ambi- zione e la sua pietà. Ritornò allora a Napoli per istabilirvisi e noi ve lo ritroviamo sagrestano nella chiesa di San Matteo.

Il curato gli aveva ceduto, al settimo piano, due bugigattoli che davano in un vicolo sudicio e stretto; gli regalava di tanto in tanto una vecchia sottana e gli pagava trenta carlini al mese. Il curato si mostrava generoso, perchè alla sua volta don Noè eseguiva le piccole commissioni di Sua Reverenza.

I due buchi abitati dal sagrestano erano poverissimi di mobili e molto ricchi di lampade, di imagini di santi, di madonne e d’insetti. I muri, impiastrati d’una tinta gialla, sostenevano un soffitto coperto di una carta dell’istesso colore a fiorellini turchini, vecchia di cinquant’anni e che cadeva a pezzi. L’aria che si respirava lì dentro moveva nausea.

Vi si sentiva il tanfo di rinchiuso, l’umidità, il grasso condensato delle costolette arrostite sul carbone, ogni sorta di puzza cumulata agli odori della cucina che si faceva in un angolo sur un piccolo seggio. Una delle stanzucce, tramezzate da una impalcatura a cui si arrampicava per una scala mobile, serviva di camera da letto alla vecchia serva di don Noè.

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