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La giustizia

Grazia Deledda · 1929 · Free in the US

58,660 words · about 4 h 6 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1929 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_giustizia&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Grazia Deledda
Language
Italian
Published
1929
Length
58,660 words · about 4 h 6 min
Sections
9 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (9)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 28 min
  3. II about 24 min
  4. III about 30 min
  5. IV about 38 min
  6. V about 34 min
  7. VI about 32 min
  8. VII about 29 min
  9. VIII about 31 min

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Indice

I

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Un giorno d’autunno, ritornando da una caccia in palude, don Stefano Arca fu assalito da febbre così violenta che quasi battè la fronte sul lastrico del cortile quando, giunto a casa, smontò da cavallo. A stento si mise a letto.

— Stene, Stene, cos’hai avuto? — gli chiese il vecchio padre, avvicinandosi a piccoli passi incerti, e chinandosi a mani giunte sul letto.

Nel far con esile voce l’ansiosa domanda, la piccola persona del vecchio tremava. Stefano, con gli occhi chiusi e il volto grigio, non rispose; don Piane restò a lungo davanti al letto, sempre più curvandosi, con le dita nodose intrecciate, e le pupille velate da una triste visione di morte.

Dopo qualche istante si mosse; sempre con i passi incerti delle sue esili gambe che lasciavano vuoti e rigonfi sui ginocchi i pantaloni di panno nero lucente, attraversò la corsìa rossa e socchiuse gli sportelli del balcone.

Una tenue e dolce penombra si diffuse subito per la camera; al disopra del rosso panneggio delle tende, su cui si contorceva una testa di drago color d’oro, tremò, stendendosi sul grigio soffitto, un ventaglio di luce a raggi bianchi, la cui striscia centrale s’avanzava soavemente fin sopra il letto di Stefano. E don Piane, tornando indietro e sedutosi su un’antica seggiola dall’alta spalliera a punta, s’affissò in quella striscia di luce e s’abbandonò al suo tormentoso pensiero.

Già, quando egli si fissava una cosa in mente, fosse ragionevole o no, fosse per improvvisa o lenta intuizione, nessuno avrebbe potuto convincerlo del contrario.

Era don Piane Arca una singolare figura di vecchio oltre l’ottantina; indossava un costume fra il paesano ed il signorile, con giubba e pantaloni di panno nero finissimo, corpetto accollato di velluto color bronzo‐verdastro, adorno di una doppia fila di bottoncini d’argento brunito; portava la berretta sarda, ma piccola e corta come si usa in certi villaggi del Nuorese. Gli occhietti e la bocca sdentata gli sfuggivano entro le profonde rughe del viso incartapecorito e raso, privo di sopracciglia e circondato da lunghi riccioli serpentini di capelli d’un bianco metallico; e le piccole mani nodose, candide, solcate da grosse vene verdastre, tremavano sempre, facendo dondolare il rosario di madreperla bruna avvolto intorno all’esile polso.

Sotto il gilè, che sembrava un giustacuore antico, don Piane celava una collana di medaglie, crocette, reliquie, scapolari e persino un frammento di vera croce, acquistato a prezzo di diamante dalla vedova di un bandito; pregava continuamente e faceva elemosine, ma del resto era avaro, caparbio, odioso, ancora circondato di nemici e d’inimicizie.

Dopo aver preso tre mogli ricche e veduta sparire intorno a sè quasi tutta la sua generazione, aveva anche pianto il più giovane dei suoi ultimi figliuoli, Carlo, assassinato tre settimane dopo le sue nozze. Ora s’istruiva il processo, e gli Arca accusavano del delitto due pastori, di cui uno latitante, e come mandatore un certo Filippo Gonnesa, al quale era stata già negata la mano di sposa di Silvestra, ultima e sola figlia di don Piane; la quale dopo la morte del fratello si era fatta monaca di casa, rinchiudendosi in quattro stanzette edificate appositamente a fianco della casa paterna.

Così a don Piane, perduti gli ultimi figliuoli, restava soltanto Stefano; ma, forte ancora di ciò, il vecchio sperava di viver fino a veder sterminati tutti i suoi nemici; e pregava la giustizia divina e aiutava la giustizia umana per l’adempimento delle sue vendette. Ma ora, pensando che anche Stefano poteva morire, un terrore profondo e un dolore violento e indicibile l’investivano: tutto l’universo gli rovinava d’intorno, accrescendo il buio del suo cervello già stanco. Pensava:

— Se Stene muore io resto solo e assassineranno anche me! Già, quante volte non me l’hanno minacciato? E Silvestra mia? Assassineranno anche lei, povera colomba! E il processo come andrà? E i beni miei a chi resteranno? I beni, i beni miei?

Specialmente quest’ultima paura lo angustiava.

Ma Stefano non morì, ed anzi, verso sera, riavendosi, rise nell’assistere ad una graziosa scenetta.

Per non disturbarlo era stata accesa la lampada nell’attiguo salotto; quindi la luce entrava solo pel vano della porta spalancata, e, seduto in quella larga striscia di luce gialla, don Piane s’ostinava a voler vegliare il figliuolo, che, nonostante le ampie e complete assicurazioni del medico, temeva sempre di vederlo morire da un momento all’altro.

Quando Stefano cominciò a riaversi, entrò piano piano una domestica, animata dalla buona intenzione di condur via il vecchio.

— Andiamo, don Piane, — gli disse con tono persuasivo; e, chinandosi, volle afferrargli le mani per aiutarlo ad alzarsi. — Andiamo, via; vede che non è nulla: resterò io poi. È tardi; venga a cenare, poi ritornerà, se le fa piacere. Ma meglio sarebbe andare a letto, don Pià....

— Vattene! — impose il vecchio.

— No, andiamo, don Pià...

— Vattene! — ripetè egli minaccioso, — vattene, figlia del diavolo!

E siccome l’altra insisteva, le diede due pugni sul volto reclinato; ella li evitò agilmente.

— Ah, questo, don Piane, questo non lo dovete fare! — diss’ella, minacciandolo scherzosa come s’usa coi bimbi.

Ed egli, rallegrandosi della sua prodezza, rise un risolino curioso ed ingenuo che lasciò finalmente scorgere la sua bocca vuota di bambino lattante. Fu allora che anche Stefano rise. Il vecchio si volse stupito e commosso, sembrandogli impossibile che suo figlio dovesse ridere ancora; poi si alzò, si sentì rinascere, fece portare il lume e si lasciò dolcemente condur via, sicuro che Stefano era risanato.

Ma l’indomani e nei giorni seguenti la febbre perniciosa, sebbene benigna, continuò a tormentare il giovane; e una mattina si sparse persino la voce che egli stesse per morire.

Quel giorno Maria, la cognata, benchè sofferente anch’essa e dal suo lutto rigorosissimo costretta a vivere ritirata, si decise a visitare il malato.

Maria era nobile, ma non ricca. Carlo Arca l’aveva sposata contro la volontà de’ suoi, tanto più avidi di ricchezze, quanto più ne possedevano; e, se non odio, freddezza e disamore regnava fra gli Arca e la giovine vedova che mai cercavano e mai veniva a visitarli.

Quando ella venne a visitare il cognato creduto moribondo, don Piane, che pur recitava il Rosario a Nostra Signora della Salute e a Nostra Signora della Misericordia, l’accolse con una visibile smorfia, e poco mancò che non le proibisse d’entrare dal malato. E anche Stefano non doveva essere poi molto aggravato, perchè si sentì contrariato e chiuse gli occhi nel veder Maria.

Ella però, sebbene per il suo gravissimo duolo assumesse un contegno rigido e duro, vedendo Stefano mal ridotto, si commosse. Per più d’un’ora tenne un’affettuosa compagnia al malato, lo distrasse, gli parlò amabilmente di cento piccole cose come se fossero stati sempre in ottima relazione; sicchè egli, da prima infastidito e più sofferente in apparenza che in realtà, a poco a poco cominciò a sentir dolcezza per quella visita non attesa, nè desiderata. Gli parve la miglior visita ricevuta in tutti quei giorni d’incubi tormentosi, e avrebbe voluto prolungarla; e quando Maria fu per andarsene le disse supplichevole:

— Ritorna domani!.

Ma ella non ritornò, perchè dall’indomani appunto egli migliorò, uscì da ogni possibile pericolo ed entrò in convalescenza. Don Piane, fra le sue preghiere e i suoi scongiuri, per otto o dieci giorni ebbe di che mormorare della visita di Maria, facendone poco benevoli commenti con le domestiche e le persone che venivano a trovarlo: Stefano invece parve presto dimenticarsene.

Egli trascorse una breve convalescenza, poi riprese le sue cavalcate e le sue caccie, spingendosi attraverso l’altipiano fino alle solitarie montagne d’Orune e di Lula; ma non si rimetteva mai perfettamente. Era di un umore triste ed inquietante; l’autunno gli pesava sul capo e sulla persona debole ancora; e ogni sera, a misura che svaniva la luce, i pensieri gli si annebbiavano, una vertigine cupa e pesante lo tormentava. La vita gli sembrava buia e desolata, e ogni abitudine, prima cara, lo infastidiva; ogni pensiero, che prima poteva essere stato dolce o piacevole, ora gli si mutava in misterioso tormento: gli pareva talvolta d’essere profondamente infelice e che in nessun luogo, in nessun uomo esistesse più la felicità; e sentiva gran compassione, mista a disprezzo, per tutte le persone e le cose. Spesso desiderava di morire; ma appena formulato questo desiderio se ne disgustava angosciosamente, e del resto, per quanto si sforzasse a immaginar la fine d’ogni sua vitalità, gli sembrava impos- sibile il poter morire ancor così giovane e forte.

Ma appunto pensando alla vita, al tempo indeterminato che ancora gli restava da vivere, un’altra sorta di disgusto, meno angoscioso, ma più desolato, lo assaliva: era la noia e l’indifferenza profonda per ogni cosa, per il passato, il presente e l’avvenire; era l’orrenda domanda del dei :

In queste grigie ore di sconforto, più fisico che morale, Stefano vedeva attraverso un velo d’uggiosi vapori la sua vita trascorsa inutilmente, gli studi compiuti di mala voglia, l’esistenza brillante e vuota e viziosa di studente ricco, che di anno in anno aveva trascinato per le grandi Università del continente, il suo tedio, la sua nostalgia, la posa del suo scetticismo e la sincera nervosità di montanaro sardo, spostato in un ambiente ove non erano i soffi ardenti dei partiti nemici, le caccie vere ed ardite (non le irrisorie caccie alla volpe), le cavalcate, la prepotenza e la preponderanza della sua figura di primate da villaggio. Ma ora anche questa figura, le sue passioni violente, i viaggi, i selvaggi piaceri, tutta la vita strana condotta sino allora, ogni memoria in fine gli appariva disgustosa attraverso il fu- moso velo che gli annebbiava il pensiero. E, oltre il disgusto, provava compassione per quanto lo circondava nella realtà, nei sogni e nei ricordi.

La casa ch’egli stesso, al ritorno dagli studi, aveva fatto rimodernare e arredare con quel lusso chiassoso dei ricchi sardi, gli sembrava brutta e barocca; e dava ragione a don Piane che, borbottando contro le innovazioni, se ne stava sempre in cucina o sotto i portici del cortile.

Cos’erano questi ninnoli, questi quadri, questi pezzi di stoffa per terra e per le finestre? Sciocchezze, sciocchezze...

Eppure la casa degli Arca, che si ergeva sull’estremo limite del paese, era una bella costruzione pisana del secolo XIV, in pietra schistosa, a cui il tempo accresceva lo smalto bruno-rossastro, scintillante al sole ed alla luna: sorgeva esile e forte, non priva di una certa eleganza antica, con piccole finestre bifore, dai nuovi davanzali di lavagna, munite di inferriata quelle del pian terreno; e con una gradinata rossastra che metteva alla porta di legno bianco lavorato.

Dietro la casa si elevava un noce, la cui poderosa chioma pareva sovrastasse le cerule montagne dell’orizzonte: ad ovest si stendeva il grosso villaggio, steso al sole come un cane accidioso, dalle casette di schisto, intersecate da orti, ombreggiate da noci e da radi pioppi, le cui cime chiare rabbrividivano sull’azzurro denso dell’aria come ciuffi di piume grigie su esili canne di platino.

Sempre magnifica era parsa a Stefano la posizione della sua casa, che godeva tutti i vantaggi della campagna e del villaggio, ben soleggiata e poco esposta alle curiosità dei vicini: ora invece lo infastidiva quella serena solitudine campestre, quell’abbondanza di luce, d’aria e di silenzio che lo circondava. Del resto meschina, noiosa e ridicola gli pareva la vita del natìo paese: ogni cosa, che prima lo interessava, ora gli causava strane sensazioni di compassione e d’indifferenza; i suoi compaesani, uomini ruvidi e bronzini, donnine baroccamente adorne di lunghe cuffie e di corte sottane orlate di panno verde, gli sembravano presso a poco tante povere bestiuole, talvolta innocue, tal’altra velenose. Ma neppur lontano, nelle grandi città, nell’alta vita dei felici e dei consapevoli, dei gentiluomini profumati e delle dame miniate e vestite di seta, neppure là scorgeva nulla di buono, di serio o di piacevole.

Una suprema indifferenza poi lo assaliva se pensava ai suoi affari urgenti ed incalzanti, ai suoi cavalli, ai servi, ai cani, a quanto lo circondava. Eppure in certe dolci sere di quel melanconico autunno, costretto a starsene rin- chiuso in casa con l’infinita tristezza che lo intorpidiva, desiderii misteriosi di cose ignote, introvabili, che l’annebbiato pensiero non riusciva a definire, gli davano come una ineffabile volontà di piangere.

In una di quelle sere, vestito di nero, era sdraiato sulla bassa ottomana turchina del salottino attiguo alla camera da letto, e scorreva alcuni giornali posti sopra un tavolinetto di sughero traforato. La sua bella e fiera testa dai biondi capelli irti affondava dolcemente e spiccava sul velluto nero di un cuscino, lavoro e dono della figlia d’un suo parente accasato oltremare. Il cuscino era morbido e tiepido, e il velluto carezzava la nuca e la guancia di Stefano con la dolcezza d’una mano femminile. Egli vedeva i giornali e i caratteri attraverso una tenue nebbia giallastra; ciò che leggeva lo interessava, ma nonostante, la mano lasciava con stanca indifferenza cadere i fogli sul tappeto formato da una gran pelle bionda di cerva, orlata di scarlatto dentellato e adorna d’alte e ramose corna color bronzo.

Sonnecchiava, sdraiato con eleganza sulla pelle, un bellissimo cane da caccia, nero, lucente, chiazzato sul dorso di larghe macchie lattee; al contatto dei fogli lasciati cader dal padrone, scuoteva un po’ la larga coda morbida e provava un brivido che lasciava scorgere il lieve ondulamento delle vertebre. A un certo punto però i giornali cessarono di cadere e Josto potè dormire in pace, mentre il padrone che non leggeva più, cadeva nella tristezza de’ suoi sogni indecifrabili, sul cui sfondo grigio passava, nube sottile, qualche pensiero distinto.

Una notizia della città ove risiedeva il parente lontano, letta in fondo all’ultimo giornale, gli richiamava al pensiero la giovine nipote. I parenti e gli amici gliela assegnavano per isposa, non essendovi in paese alcun partito degno di lui. Egli, che non pensava ad ammogliarsi, non s’era mai fermato a considerare la proposta dei parenti e degli amici; ma in quella sera, in quell’istante di desideri anormali pensò con improvvisa dolcezza alla elegante fanciulla lontana e si domandò se l’avrebbe sposata. Gli parve di sì, e per questa improvvisa decisione volse un po’ la guancia per sentir meglio la tiepida morbidezza del cuscino; allora più distinto e soave ebbe il desiderio di una mano giovane e delicata che, posandoglisi sull’ardente fronte, gliene assorbisse i torbidi umori. L’avrebbe forse risanato, o almeno gli avrebbe dato una dolcezza così profonda da farlo addormentare.

Si sentiva solo, profondamente, desolatamente solo. La malattia aveva fugato anche il suo ultimo capriccio per una bella e facile paesana, il cui ricordo ora gli riusciva disgustoso.

La sera avanzava con la triste dolcezza dei vesperi d’autunno. Dai limpidi vetri del balcone, attraverso le cortine arabescate, il cielo d’occidente, solcato da striscie rosse che sembravano strade tracciate in una cerula lontana pianura, gettava nel salotto una dolce luminosità d’oro pallido. A questo riflesso splendevano di luce rosso-dorata, sempre più dolce e morente, il pianoforte, le cornici dei quadri, i quadri stessi e gli angoli del pavimento a mosaico; un paesaggio ad olio, una pianura in autunno, dalle tinte secche, giallastre, senza figure nè alberi, dal cielo diafano ed alto, s’animava, assumendo ombreggiature e lumeggiature indefinite che gli davano perfetta illusione di realtà.

Fuori soffiava il vento, e il fremito sonoro del noce pareva la voce d’una intera foresta gemente al bacio triste dell’autunno; dietro le cortine, in una lontananza di sogno, le montagne melanconiche si profilavano di viola in quello sfondo di freddo crepuscolo.

Una mosca dal corsetto diafano, che pareva un grano di frumento, dalle ali di velo nero, sfumate in verde ed in violetto, sbatteva contro i vetri con monotono mormorio. La mosca moriva, moriva la luce, la natura, il giorno.

Stefano sentiva una inenarrabile tristezza di agonia in tutte le cose che vedeva, e con gli occhi socchiusi, con tutta la persona abbandonata al dormiveglia d’un sogno melanconico, si lasciava tuttavia andare a tenerezze, a desideri, a rimpianti infiniti. E sopratutto lo vinceva la sensazione della sua grande solitudine.

Suo padre non era che un’ombra, e spesso un’ombra molesta: egli lo amava, lo venerava per tutto ciò che il vecchio aveva sofferto, ma sentiva che spesso don Piane più che a confortarlo lo rattristava. Silvestra poi era come morta per lui e per il mondo.

Improvvisamente ricordò l’ultima disgrazia domestica; la morte di Carlo: l’orrenda visione del sanguinoso avvenimento gli passò nitida e triste nella memoria, dando una leggera contrazione nervosa al pallido volto già composto come a sonno nel momentaneo riposo. Per liberarsi dall’improvviso amaro ricordo riaprì gli occhi, e subitamente pensò a Maria, malata per il terrore e il dolore della morte di Carlo.

— Donna Maria sta molto male.

Da chi, quel giorno stesso, Stefano aveva sentito queste parole? Forse da qualche domestico; non ricordava bene; ma ricordò la visita della cognata e la soavità provata; in un impulso di tardiva riconoscenza desiderò di restituire l’atto pietoso. Non avendo mai varcato la soglia della casa di Maria, dapprima egli si domandò un po’ ironicamente: - Cosa ne penserà donna Maurizia? E mio padre?...

Ma a poco a poco lo strano desiderio lo riprese, e gli parve naturale, anzi doveroso sod- disfarlo. Che gli importava del giudizio dei parenti? Nel cerchio della sua indifferenza per il passato parve sfumare anche il puntiglioso e sciocco disamore per Maria: restò solo la sensazione buona della visita, e: — Andrò assolutamente, disse una voce interna con insolita energia.

Cosa dunque accadeva? Nel periodo strano che attraversava, Stefano non aveva desideri definiti; perchè dunque questa volta il desiderio di visitar Maria gli si fissava energicamente in testa? Si rizzò a sedere, e nel movimento che fece destò il cane che stirò una zampa in avanti, scosse la testa e sbadigliò con un leggiero guaito, mostrando i bianchi denti e la grossa lingua color rosa. Poi sollevò gli occhi e fissò Stefano in volto. Spirava tanto intelligente affetto dallo sguardo di Josto, che il padrone sentì improvvisamente rinascere l’affetto per il fedele compagno delle sue caccie, che durante la malattia l’aveva vegliato assiduamente; e chinandosi gli accarezzò il dorso nero e gli tirò lievemente le larghe orecchie.

— Josto, povero Josto!, disse piano, piano, con voce un po’ rauca. — E i tuoi compagni dove sono?

Lietissimo, il cane scodinzolò e gli pose le zampe sulle ginocchia; egli gli carezzò la testa, poi si alzò e si diede a passeggiare lentamente per il salotto. La luce diventava sempre più tenue e dorata; il vento cessava col cader della sera, e, circondato dal suo fruscìo lieve e monotono, l’ambiente del salotto si rendeva ancor più intimo, più raccolto e soave.

Stefano rialzò le cortine e guardò fuori. Il balcone dava sugli orti, pieni di silenzio e di vaga tristezza; al di là i prati ondulati sfumavano nella soave luminosità del crepuscolo, e gli alberi semispogli si disegnavano rossi e vanescenti sullo sfondo delle lontane montagne. Sopra un’altura rocciosa, fra roveti e macchie, una chiesetta campestre, da quel fondo di cielo cremisino guardava con infinita dolcezza sul piano arato.

Tenendo sempre stretta la cortina entro la bianca, scarna mano, Stefano sentì anche dentro di sè la dolcezza triste e ineffabile delle cose crepuscolari. Dunque i suoi sentimenti, le sue sensazioni rinascevano? Ebbe persino desiderio di aprire il cembalo, che non toccava da tre mesi; un tintinnìo di capre che tornavano dai pascoli, gli ricordava una sinfonia di Meyerbeer, nella quale risuona una caratteristica melodia di leoneddas o pifferi sardi. Fu spinta la porta e apparve la bella testa di Serafina avvolta in una benda color di miele.

— C’è il suo compare Arcangelo Porri — disse la domestica con voce sommessa, senza avanzare.

— Fallo salire qui — rispose il padrone.

Mettendo timidamente i grossi piedi ferrati sul tappeto della porta, di lì a poco entrò un paesano altissimo, dalla smisurata faccia color di lievito macchiata di rosso, con un’ibrida e lunga barba a ciocche in parte nere, in parte color pelo di volpe.

— Come sta, compare don Istene? Buona sera! — disse avanzandosi.

Stefano stese freddamente la mano; il Porri gliela strinse goffamente, e scuotendolo tutto esclamò:

— Sono contento che sia guarito, Dio la guardi! Ho veduto don Piane: sembra un giovane di quindici anni, Dio lo conservi!

— Sedetevi — disse Stefano; e richiamò Serafina perchè accendesse un lume.

La bella fantesca depose sul tavolino di sughero un’antica lampada ad olio d’ulivo, d’argento arabescato e adorna di catenelle: Stefano sedette sull’ottomana, e con le palpebre basse, fissandosi le mani intrecciate, ascoltò pazientemente il lungo discorso del Porri, che si lamentava della cattiva annata e di cento altri malanni.

Alla fine, avendo Stefano rialzato gli occhi come per dire: — Basta! — il paesano trasse di tasca una borsa di cuoio nero e ne aprì un’altra di cuoio giallo ricamata e attaccata alla sua cintura. Frugandovi lungamente dentro, a testa china, da quest’ultima borsa trasse un pacchetto di biglietti di banca, quasi tutti laceri e sporchi: poi dalla borsa nera vuotò un mucchietto di monetine d’argento e di rame. E si mise a contarle, mentre Stefano guardava tranquillamente il movimento di quelle grosse mani, livide alla bionda luce della lampada.

Il Porri teneva in affitto una immensa tanca degli Arca, che subaffittava ad altri pastori, e veniva a pagarne il prezzo semestrale, scaduto fin dall’ultimo giorno di settembre.

Siccome egli contava e ricontava sotto voce, imbrogliandosi maledettamente e ricominciando ogni tanto, Stefano cominciò a impazientirsi.

— Lasciate fare a me! — disse, tendendo le mani; e sotto gli attenti occhi del pastore contò spigliatamente e con noncuranza il denaro, gettando le monete sui biglietti, che in breve ne furono ricoperti.

— Mille — disse fermandoli e guardando Arcangelo come per chiedergli: — e le altre cinquecento?

— Sicuro — rispose il pastore con disinvoltura — sono duecento scudi, o non è così? Il resto? eh, il resto quando lo busco: il più presto possibile. Che ella, don compare, possa vedermi cieco se ho potuto raccogliere altro.... e quest’anno ci rimetto il collo, lo sa.... E ricominciò a lamentarsi.

— Ma, diavolo!, disse Stefano, — noi pure dobbiamo pagare le imposte, lo sapete bene! Ho avuto tanta pazienza!

— Sì, lo riconosco e la ringrazio: ma, com’è vero Cristo, non ho potuto trovar altro! Cioè, sì, se ne avessi voluto, eh, ma....

Un sorriso misterioso gli sfiorò il volto bluastro. Abbassò la voce e disse che i Gonnesa gli volevano dar mille lire per deporre il falso nel processo dell’assassinio di Carlo Arca.

Stefano ebbe negli occhi un lampo d’ira, ma subito capì che il compare mentiva. Perchè mentiva? Lo comprese dalle parole del pastore:

— Io non sono teste, non ci risulterò, ma se risulterò, dirò la verità, magari caschi il mondo e apparisca Gesù Cristo a piedi in terra! Eh, Arcangelo Porri non si vende per duecento scudi, e neppure per trecento, e neppure per tutto il denaro di questo mondo e dell’altro!

Stefano aggrottò le sopracciglia, quelle energiche sopracciglia color di corvo che facevano un sì vago contrasto sul suo volto di bimbo, e domandò:

— E cosa sapete voi?

Dopo qualche riluttanza Arcangelo rivelò il segreto: Saturnino Chessa, il bandito processato, gli aveva un giorno confidato che i Gonnesa volevano incaricarlo di dare una archibugiata a don Carlo Arca.

Stefano capì che ciò era perfettamente falso; tuttavia si mostrò interessato e disse gravemente:

— E perchè non ne parlaste prima? Ne terrò parola con mio padre.

— Don Piane lo sa; ne parlavamo poco fa; anzi, - aggiunse il Porri con disinvoltura, — mi disse che in tal caso potevo dire tutto e che, visto i danni che potevo soffrirne, mi avrebbe lasciato ancora un po’ di tempo per il resto del fitto....

— Ha detto questo mio padre?... — domandò vivamente Stefano, fissando il Porri.

— Sicuro che l’ha detto!

— Allora ne parlerò anche con mia cognata Maria. Sta bene!

Arcangelo Porri capì che non c’era altro da fare, e se n’andò sicuro del fatto suo.

In fondo Stefano provò un violento disgusto contro quest’uomo che voleva deporre il falso e vender l’anima per cento scudi; ma per togliersi ogni scrupolo pensò: - Dopo tutto è affar suo; e poi chissà? può essere anche vero...

Depose il denaro entro un cestino di asfodelo ed ebbe piacere di aver una scusa per recarsi da Maria.

Dopo cena infatti, nonostante le proteste di don Piane che, circondato da cani e gatti, stava pregando davanti al camino acceso, Stefano indossò un soprabito invernale foderato di pelliccia, mise la rivoltella in tasca, un pugno di ferro nell’altra, e uscì. Sulle prime sentì un po’ di freddo, ma ben presto, camminando con passo rapido e svelto, si riscaldò.

Il vento era del tutto cessato; grandi striscie di nuvolette bianche si stendevano a ventaglio sul cielo chiaro, d’un azzurro d’oltremare; pareva una immensa raggiera di argento filogranato che attendesse la luna per incoronarla. E la luna piena spuntava sopra una lontana e immobile linea di alberi neri, in una zona purissima di cielo chiaro come l’acqua d’un fiume. Dapprima apparve un diamante sulla cima d’una quercia, poi brillò un fuoco d’argento e tutta l’immobile linea della lontana foresta parve incendiarsi, ma d’un freddo e bianco incendio, al cui riflesso la raggiera delle nuvole cominciò a impallidire e dissolversi. Stefano guardava, fermatosi quasi suo malgrado, sulla piazzetta della chiesa: le pietre dei paracarri dello stradale che attraversava il paese scintillavano ai primi riflessi lunari: un cane tigrato e melanconico contemplava la sorgente luna e abbaiava lamentosamente; altri cani rispondevano in lontananza e niun altro rumore saliva dal villaggio già addormentato. Stefano riprese la strada e, per giungere più presto alla casa di Maria situata al- l’opposta estremità del paese, prese a percorrere lunghi viottoli stretti, oscuri e ripidi, fiancheggiati da miserabili casette di pietra; qualche raggio di luce gialla sfuggiva da piccole finestre di legno tarlato e dalle fessure di porticine mal connesse, ma non si scorgeva un’anima, e il gran disco d’oro della luna saliente sul cristallo del cielo illuminava a poco a poco e con infinita tristezza i vecchi tetti di tegole sarde rôse e arrugginite dal tempo.

Uscito dalla sua casa relativamente sontuosa, nel tepore del suo elegante soprabito grigio, foderato di martora, Stefano sentiva la tristezza misera di quelle viuzze, che conosceva pietra per pietra.

Arrivato picchiò con leggera trepidanza la porta d’una vecchia casa di buona apparenza ove abitava Maria, la cui famiglia viveva sulla rendita del molino e dei circostanti orti. Riconoscendo il giovane, la vecchia domestica che aprì con circospezione la porta, si spaventò e fu per farsi il segno della croce e gridare: — Cos’è accaduto?

Ma egli se ne accorse e disse, sorridendo:

— Non vi spaventate, zia Larenta: buona notte. Sono venuto per vedere come sta Maria: ci hanno detto che stava un po’ male.

— Non è vero, grazie a Dio! Chi ha detto questa bugia? Ma guardi come vanno a spaventare la gente; perchè certamente le loro signorie si saranno spaventate!

Pensava precisamente il contrario l’astuta donna; ma era tutta commossa, e, fatto entrare con premura l’insolito visitatore, si mise, contro la sua abitudine, a camminare rapidamente, gridando:

— Donna Maria? Donna Maria?

Stefano la seguì, osservando con curiosità intorno: attraversarono un andito, poi una stanza tutta occupata da un antico telaio latino da tessere, nel quale il giovane intravide un lavoro già inoltrato, una coperta da letto, a fondo bianco ed a rose rosse, intessuta di soli ritagli di stoffa candidi e porpurei.

Senza dubbio era quello un lavoro di Maria, ed egli pensò ai lavori frivoli e leggeri della sua elegante nipote e delle signore di città: arrivato in fondo alla stanza si voltò, sembrandogli di scorgere una muta e triste figura china sull’antico telaio.

Zia Larenta lo lasciò nell’attigua stanza, non meno caratteristica della prima, arredata da grandi guardaroba di legno oscuro, bizzarramente incisi, da un divano di legno bianco fornito di cuscini e adorno di un volante di percalle rosso, da sedie di paglia e d’alti sgabelli antichi a due piedi. Sulle pareti un po’ gialle, una fila di quadretti sacri; per terra un braciere ricolmo di brage velate di cenere bianca; sul tavolo la fiamma di una lucerna di vetro ad olio d’olivo metteva in piena luce un cofanetto d’asfodelo pieno di lavori femminili, un giornale spiegato e una piccola Imitazione di Cristo con un nastro nero per segnalibro, e illuminava le scialbe pareti; ma sul pavimento si allargava l’ombra del tavolo con quella del cofanetto da lavoro.

Stefano capì di trovarsi in una stanza da pranzo, ma, benchè la rassomigliasse a tante altre stanze del villaggio, vi sentì subito qualche cosa d’insolito; una gran pace e una grande innocenza, velate da rigidità mistica e dolorosa. E guardò avidamente ogni cosa, cercando la causa che dava quella speciale fragranza all’ambiente; poi si sedette stanco su uno sgabello e, per la corsa fatta, per il fresco sentito fuori e per il tepore del fuoco che ora lo avvolgeva, provò un lieve, ma doloroso peso al capo; le tempia gli batterono e una leggera vertigine sonnolenta ricominciò a offuscargli lo sguardo. Tuttavia, quando Maria entrò, visibilmente sorpresa e spaventata per la strana visita, egli nitidamente percepì in lei la causa del mistico e melanconico raccoglimento della vecchia casa patriarcale: s’avvide anche del turbamento della cognata e sorrise, ma quasi inconsapevolmente, come si sorride sognando. — Buona sera: ti sei forse meravigliata? — chiese alzandosi.

— Sicuro! — diss’ella francamente. — È una cosa insolita. E tu come stai? E come sta.... tuo padre? (Non sapeva con qual nome chiamare il suocero.)

— Non c’è male, anzi sta bene, lui: io però non sono ristabilito del tutto. Ma mi dissero che tu pure stavi un po’ male, e sono venuto per questo ed anche per un affare....

Pronunziò queste ultime parole in modo da lasciar capire di essere venuto più per l’affare che per altro; e Maria provò lieve puntura, ma pregò gentilmente:

— Siediti!

Ella sedette sul divano, in piena luce, ed egli, guardandola curiosamente, quasi non l’avesse mai veduta, riprese posto sullo sgabello, allargandosi il colletto del soprabito, sulla cui pelliccia il suo volto appariva più smorto e affilato del solito.

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