Libro I
ct ct ct ct ct ct In questo primo libro si descrive la grandezza e confini di esso regno di Napoli; notansi le regioni che si contengono in quello; dappoi si fa un sommario de le cittá piú illustri e de’ fondatori di esse e li uomini piú famosi di quelle; e si dá notizia de le altre nazioni e popoli esterni, toccando ancora l’origine de’ goti, vandali, longobardi, saracini e altri popoli, e processi di quelli in Italia.
Natural cosa è che non manco si amano li lochi ove li uomini ne la sua tenera etá sono stati educati e nutriti, che quelli ove sono nati: la quale affezione tanto maggior diventa, quanto in quelli lochi l’uomo sotto il governo di qualche principe di eccellente natura ha imparato virtú e costumi e ottima istruzione et esperienza a la vita. Però meraviglia non è se la Vostra Eccellenza, del regno di Napoli, ove il fiore de la puerizia e gioventú in gloriosi esercizi tradusse, e de l’inclito buon re Alfonso I di Aragona, col quale familiarmente in favore onoratissimo visse, spesso parla e volontieri ode, e de le passate sue condizioni cerca averne espedita notizia. E benché sappiamo tutti noi che ne la Vostra corte versiamo, niuna istoria quasi latina o greca trovarsi, che Vostra Signoria letta e intesa con diligenza non abbia, nondimeno, perché variamente e interrottamente le cose di quel regno da diversi sono scritte, né comportano le cure e cotidiani pensieri del governo e stato Vostro quella sottile et esatta discussione che si ricercaria per ridurre istoricamente in un ordine e in un corpo tutto quello che di esso regno si ritrova scritto, a Vostra Eccellenza è parso dare a me questa cura. Piaccia a Dio che a la elezione di V. Signoria e a lo ardentissimo desiderio mio del bene obedire e piacere, l’opera risponda. Io volontieri ho assunto tal provincia, e se bene confesso tali istorie essere intricatissime e varie e disperse, e per questo laboriose e moleste a ridurle ad ordinata narrazione, nondimeno il farlo volontieri e dilettarmi ne l’opera pel studio di piacere, ogni fatica mi fará leggera.
Veramente, illustrissimo Signore, le mutazioni de li stati e la varietá de’ governi a niuna parte d’Italia piú famigliare a’ dí nostri esser si vede, che a quella che regno di Napoli è chiamata: onde pare che fatal sia a quelle provincie che in essa si contengono avere non che spesso, ma sempre, tirannie, sedizioni, perfidie, rebellioni, guerre, eversioni di cittá, rapine e incendi, e tutte le altre calamitá che da l’avarizia e ambizione, vere produttrici di tal peste, proceder sogliono. Il che non solo a’ tempi nostri veggiamo, e per la presente istoria in piú modi si comprenderá, ma ancora ne li tempi vetustissimi esserli stato si peculiare leggiamo, che , scrittore e geografo greco, dice non per altra cagione li poeti aver finto ne li Campi Flegrei, che sono in Terra di Lavoro giá detta Campania, esser state le battaglie e gesti dei giganti, se non perché quella regione di sua proprietá è disposta a muovere e concitare le guerre. E appresso , Publio Sulpizio console romano, volendo deliberare la spedizione contra Filippo II re di Macedonia, dice che tanto stanno questi regnicoli senza rebellione, quanto non hanno a chi rebellarsi, e in un altro loco dice la perfidia essere ingenita e naturale a quelli di Campania. La qual cosa fa ancora che manco mi maravigli se rara memoria si trova fatta, per croniche o per annali propri, de li uomini di quel regno, pensando che tutto sia proceduto da le continue mutazioni et esilii e inquietudine de li uomini, che non hanno potuto avere ozio a componere libri; e se qualche ricordo ne è stato fatto, facilmente si estima che li incendi e le rapine da varie nazioni fatte lo abbino estinto. Non voglio però che tal cosa ad escusazione mi vaglia a fine di schivar l’impresa a me data, ma sí bene a qualche giusta venia mi giovi, se non tutte le cose minutamente, come a me incognite, in questi libri comprenderò; assai bene (a mio giudizio) satisfacendo, se de le cose piú degne li piú importanti capi, da molti illustri scrittori estratti al numero di ventiquattro o piú, oltra molti detti al proposito de’ nostri iurisconsulti e fedele relazione di alcuni viventi, in questo compendio avrò condotto: non omettendo però di far brevemente special nota di qualche cosa ancora che al detto regno non spettasse, se alcuna ne la narrazione ne occorrerá che di osservazione e notizia sia degna. Del che non credo poter esserne biasimato, sí come neanche ad un peregrino che a qualche determinato loco ha il suo cammino dirizzato, si deve a vizio imputare se, alcuna cittá o degno loco trovando per via, in quello qualche poco si ferma a vederlo, da l’instituto suo viaggio però non mancando. Ma volendo con intelligibile ordine in questa opera ridurre tutto quello che a mia notizia è pervenuto de li gesti e cose fatte e accadute nel detto regno di Napoli, cominciando da lo imperio di Cesare Augusto e da l’anno primo de la nativitá di Cristo insi’no a questi nostri tempi, estimo non esser fuor di proposito, per evidenza del tutto, nel primo libro con un breve discorso descrivere la grandezza e i confini del regno di Napoli, appresso denotare quali regioni d’Italia sieno quelle che oggi per un sol nome regno di Napoli son chiamate, poi far sommario ricordo de le cittá piú illustri e uomini famosi di quelle, e ultimamente dare piú chiara notizia mi sia possibile de le nazioni e popoli esterni, de li quali in questo epitome occorrerá ragionare, per potere avere nel processo piú chiara intelligenza de le particolari contingenze che d’esso regno scriveremo.
Dovemo adunque sapere che questo regno in tre modi appresso li istorici si trova nominato, cioè regno di Napoli, regno di Puglia, regno di Sicilia oltra il Faro. Li suoi termini d’intorno sono oggi: prima, per la via d’infra terra, la linea e li confini, per li quali detto regno si congiunge a Maremma e Campagna di Roma, che oggi son terminate al fiume di qua da Terracina chiamato Ufente; e da la bocca del detto fiume, ove entra nel mare Tirreno, procedendo in su verso l’Apennino, con Lazio e parte di Sabina, e passando il monte Apennino, con parte de l’ Umbria e del Piceno detto Marca di Ancona, insino a li confini di essa, che è il fiume Tronto ove entra nel seno Adriatico. La qual linea, perché non è retta, ma si va curvando e torcendo da un fiume a l’altro predetti per li termini di queste regioni, si fa di lunghezza circa 150 miglia, andando cioè da Terracina per li confini del regno a Pontecorvo e Ceperano, e per li confini di Riete, tra il contado di Tagliacozzo, ad Interocrea (oggi Interdoco), a Civita reale e a l’Amatrice, e di lí per il fiume ad Ascoli sin poi in bocca di Tronto: la quale linea, quando diritta si tirasse, appena 130 miglia e ancor manco di lunghezza saria.
Per la via litorea e marittima è terminato il regno intorno, come peninsula, verso mezzodí dal mar Tirreno e dal mar Siciliano, e dal mare detto Adriano da la parte di levante, e di verso tramontana, parte dal mare e seno Ionio sino al monte Gargano (detto oggi Sant’Angelo) e parte dal seno Adriatico dal Gargano al Tronto: in tanto li suoi liti con questi mari tutti il regno comunica, come piú chiaramente appresso noteremo. È di lunghezza questo giro da l’Ufente al Tronto, per riviera, in tutto 1318 miglia; però che da Terracina a Napoli sono miglia 82, da Napoli al capo del golfo di Policastro miglia 147, dal capo di Policastro a Regio di Calabria miglia 183, da Regio al capo di Spartivento (giá detto Erculeo) 33, dal capo di Spartivento al capo de le Colonne (giá detto Lacinio) 195, dal capo de le Colonne a Taranto 200, da Taranto a capo di Leuca (giá detto Salentino) 30, dal capo di Leuca al capo di Otranto 26, dal capo di Otranto al capo Sant’Angelo (giá detto Gargano) 222, dal capo Sant’Angelo a l’ultimo suo confine, che è il fiume Tronto, miglia 200. Le quali somme insieme raccolte fanno di giro per riviera miglia 1318, onde aggiungendovi le 150 predette, che è lo spazio de la linea per terra, con che si congiunge a l’altre parti d’Italia, da l’Ufente al Tronto, sommano a 1468 miglia. E questa è oggi la dimensione del circuito del regno di Napoli.
Contiene il detto regno in sé queste provincie. Prima, cominciando a l’Ufente sopra il mare Tirreno, una parte del vero Lazio, il quale anticamente si stendeva sino al fiume Liri, oggi detto il Garigliano. E benché a questi tempi, sí come ogni cosa è confusa, di tutta la regione che è tra il Tevere e Sabina e l’Apennino e Terracina, ne sieno fatte tre parti e tre nomi, cioè Lazio, Campagna di Roma e Maremma, nondimeno anticamente tutto di un nome, insino al Garigliano, era chiamato Lazio nuovo. Tenne dunque prima il regno una parte del Lazio nuovo, quanto è dal detto fiume di Terracina sino al Garigliano: ne la qual parte principali terre sono Formie, Fundi e Gaeta.
Séguita poi, dal Garigliano al fiume Sarno, Campania vecchia, da’ moderni detta Terra di Lavoro: nobilissime cittá de la quale furono anticamente, e oggi ancor sono, Capua e Napoli.
Appresso Campania succede la terra de’ Picentini, dal Sarno insino al fiume Silaro, oggi per la maggior parte detta Principato: de la quale Surrento e Nuceria detta de’ pagani e Salerno sono terre piú illustri.
Continua poi Lucania, per una gran parte detta oggi Basilicata, dal Silaro sino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao: de la quale piú note cittá sono Policastro e la Scalea, sí come al tempo prisco Pesto e Busento, e tra monti molte castelle.
Confina Lucania la regione de’ Bruzzi, dal fiume Sapri, sopra il mare Tirreno, sino al promontorio Leucopetra inclusivamente, nel mare Siculo, oggi detto capo de l’Arme, ove il monte Apennino, che cominciando da le Alpi scorre per mezzo tutta la lunghezza d’Italia, si termina, e l’ultima sua cima sopra il detto capo oggi da’ marinari Punta di Talo è chiamata. Et è da’ moderni questa terra de’ Bruzzi detta oggi Calabria, de la quale le principali terre, sí come per il passato, sono ancor oggi Cosenza per terra e a la marina Regio cognominato Iulio, a differenza di Regio cognominato Lepido in Lombardia.
Partito dal capo de l’Arme, voltando verso tramontana al promontorio Erculeo, oggi detto capo di Spartivento, per riviera insino a Taranto inclusivamente, sopra il mare detto Adriano, succede la Magna Grecia, ancor detta in questo tempo Calabria: de la quale principali terre furono e ancor sono Scillaceo, oggi detto Squillaci, e Cotrone e Taranto.
Appresso la Magna Grecia séguita la regione de’ Salentini sopra il seno di Taranto, sin al capo di Leuca, giá detto promontorio salentino: de la quale piú note cittá son Gallipoli e Ugento. E da’ Salentini si continua, voltando al capo di Leuca verso tramontana sino a Brundusio inclusivamente, la regione la quale da li antichi propriamente fu detta Calabria sopra il mare Ionio: famose cittá de la quale erano e ancor sono Aleccio, Brundusio e Idrunte (oggi Brindisi e Otranto nominate). E queste due regioni, Salentini e Calabria, che è quella lingua di terra che si estende verso levante tra il seno Tarentino e il mare Ionio, sono oggi tutte per un nome chiamate Terra d’Otranto, ma anticamente, oltre Salentini e Calabria, eran dette Iapigia e Messapia. Et è peninsula, però che da Taranto a Brindisi, che son sopra li due mari, per via di terra piú di trentacinque miglia non sono.
Séguita tra Brundusio e lo Aufido fiume, oggi detto l’Ofanto, ancora sopra il seno Ionio, Apulia, cognominata Peucezia e da alcuni Etolia, oggi per riviera detta Terra di Bari, de la quale celebri cittá erano a la marina Bari e Egnazia, ora detta Iovenazzo, e infra terra Venosa.
È contermine a questa poi, tra l’Ofanto e il fiume Tiferno, oggi detto Fortore, sopra il seno Ionio sin passato capo Sant’Angelo, e da quello sopra il seno Adriatico sino al Fortore, l’altra Apulia cognominata Daunia, oggi per gran parte detta Puglia piana: de la quale le piú note terre a la riviera erano Salapia e Siponto e Manfredonia terra nuova, e infra terra Luceria detta de’ saracini e Canusio; per la maggior parte però detta Capitanata.
Dal Fortore sino al fiume Saro, oggi detto il Sánguine, séguita la regione de’ Frentani pur sopra il seno Adriatico: de la quale piú famose terre anticamente furono Istonio, che ancora Ostoni si chiama, e infra terra Larino e Anzano, oggi detto Lanzano.
Tra il Sánguine e l’Aterno, fiume oggi detto Pescara, è la regione de’ Peligni, de la quale piú notabili cittá erano, a la marina Ortona e infra terra Sulmona e Corfinio, giá celebratissima cittá, la quale ora Péntima si chiama.
Da l’Aterno insino al Tronto, ultimo fine del regno a quella riviera sopra il seno Adriatico, continua il paese de’ Marrucini, i quali a la marina cittá alcuna famosa non aveano, ancora che oggi Francavilla giá detta Castronovo e San Fabiano se li nomini, ma fra terra la loro metropoli era Teate, oggi detta Civita di Chieti.
Sopra i Marrucini fra terra e ne l’Apennino e sue radici, cominciando al confine de’ Peligni giá detti e venendo verso il Piceno, cioè Marca d’Ancona, sono tre altri popoli per ordine, cioè prima li Vestini, cittá de’ quali erano Pinna, oggi detta Civita di Penne e Amiterno e Furcone, cittá ora distrutte: de le ruine de le quali, non molto lontano da esse, è l’Aquila cittá nuova. Sono poi appresso li Vestini li Precuzii, da li quali si pensa facilmente sia disceso il nome, che oggi si usa, di Abruzzo, quasi Precuzzo: capo de li quali era Interamna, oggi detta Teramo d’Abruzzo. Poi sono piú nel monte li Marsi, de li quali terra famosa è oggi Celano, col suo lago Fucino, oggi detto de’ Marsi, et Alba.
E la regione di tutti li predetti sei popoli, cioè frentani, peligni, marrucini, vestini, precuzi e marsi, da un nome solo è chiamata a nostri tempi Abruzzo, paese di uomini forte e di sito; e che anticamente con li popoli infrascritti, detti sanniti, il piú de le volte erano confederati e uniti, e sotto un medesimo nome di sanniti da scrittori moderni spesse volte si comprendono.
Si contiene ancora nel regno un’altra regione fra terra e quasi in mezzo di esso, tra li predetti sei popoli per il lungo e il Lazio e la Campania, e che partecipa del piano e del monte, di qua e di lá da l’Apennino, chiamata anticamente Sannio, oggi detta valle Beneventana, la quale si estende le miglia ottanta in lunghezza sino a la fonte del Silaro; piena di molte terre giá di gran nome, tra le quali erano principali Esernia, Sepino, Alife, Telesia, Benevento e Boviano. E con Sannio un’altra nazione si continua pur di sanniti, chiamata anticamente Irpini, i quali con picentini, lucani e apuli confinano, e cosí oggi di Principato e Basilicata partecipano: de li quali erano terre piú note Avellino e Aquilonia, oggi detta volgarmente Agnone e in latino castello de Anglona.
Questi furono li sanniti, fortissima nazione d’Italia, i quali nel principio de la libertá romana quaranta nove anni continui faticorno Roma e infine, lunghissimo tempo dappoi, avendo per molte centinara d’anni ritenuto in sé l’odio contro a’ romani, furono estinti da Lucio Silla dittatore. Il quale prima vi andò con lo esercito e senza alcuna misericordia li armati e disarmati e quelli che erano presi e quelli che si rendevano fece occidere, e tre mila, ovvero quattro (secondo alcuni), che aveano buttate l’arme in terra e si erano ridotti a Roma, lui li fece rinchiudere in un loco chiamato li Ovili e miseli dentro li suoi militi armati e in tre di di fece tutti ammazzare. Fece poi la proscrizione de’ sanniti, cioè li pose la taglia, in modo che tutti o furono morti, o sconosciuti si levorno di Italia; e le loro terre e cittá fece tutte ruinare. E maravigliandosi alcuno di tanta crudeltá, rispose che ’l si sapea per esperienza, che pur un uomo romano non potria mai aver pace o riposo, finché sanniti si potessino adunare e convenire insieme: per la qual cosa in questo modo li estinse.
Queste sono le regioni in terra ferma che fanno il regno di Napoli, le quali benché tante sieno e con questi ordini e nomi da li antichi latini e greci descritte, nondimeno a questi tempi in sette principali parti, o provincie che vogliamo appellarle, tutto il regno di Napoli è ridotto: le quali sono Terra di Lavoro, Principato, Basilicata, Calabria, Terra d’Otranto, Puglia e Abruzzo.
Si applicano ancora al detto regno, sotto la medesima appellazione, alcune isole le quali piú vicine e a l’incontro e intorno li sono: come nel mare Tirreno, a l’opposito di Terracina e Gaeta, Ponzia e Pandataria, oggi detta Palmarola; e al dritto di Mola, Partenope, oggi detta Bentete; e l’isola d’Ischia a rincontro di Pozzuolo, la quale anticamente avea tre nomi, Pithecusa, Inarime et Aenaria. E appresso Ischia, l’isola Prochyta, oggi detta Procida, e Nesi, oggi detta Nisari, e Caprea a rincontro del capo de la Minerva, e le Sirenusse a l’incontro di Passettano, che sono due isolette, una detta Gale e l’altra San Piero. È contributa ancora a questo regno l’isola di Lipari, la quale gira dieci miglia e ha cittá; e armano i liparioti quando da li re napolitani sono richiesti, quantunque l’isola per sé sia aggiudicata e aderente a Sicilia, del numero de le sette, le quali erano giá chiamate Eolie e da alcuni Liparee, dal nome di questa. E poi nel seno Adriatico, passato il Gargano, a l’incontro di Varano, quattro che sono de le isole di Diomede, oggi dette Tremiti, le quali sono piccole; ma de le due maggiori la prima è chiamata Santa Maria, l’altra San Doimo, e le due minori l’una lo Gatizzo e l’altra la Caprara. E queste sono le isole di qualche nome, lasciando stare li scogli che sono inclusi ne’ confini del regno di Napoli: con le quali saria ancora da porvi Sicilia, isola italica e grande e opulenta, se ’l non fusse che è ora regno da per sé e ha proprio signore, e in tanto ha partecipato il nome suo col regno di Napoli, che alcuni re primi, che l’una e l’altro hanno posseduto, come Federico II e Manfredi di Sicilia e Carlo I d’Angiò e Alfonso I d’Aragona, ne li loro titoli si scriveano re de l’una e l’altra Sicilia, citra et ultra il Faro. Onde quando semplicemente si trova scritto regno di Sicilia, s’intende de l’isola, e non di Sicilia di qua dal Faro in Italia. Cittá famose assai sono in questo regno, e per antichitá e per nobiltá de li conditori di esse e per li gran gesti che in quelle esser fatti si scrivono. Ma troppo operosa cosa saria parlare di tutte, essendone massimamente molte in tanto distrutte, che appena le vestigie de le ruine si vedono: come in Campania Cuma, la quale non solo di questo regno ma di tutta Italia e Sicilia fu antiquissima cittá, e Minturna e Sinuessa, e ne la Magna Grecia Thurio, Sibari e Metaponto, e in Puglia Argirippa, Siponto e Salapia, famosa per lo innamoramento di Annibale cartaginese; in Abruzzo Amiterno, Buca e Istonio, e in Sannio Cominio, Atina e Aquilonia; e molte altre simili per tutto il regno.
Lasciando adunque il ricordare di queste distrutte e rovinate, quelle che al presente si vedono e piú illustri sono: Napoli prima, capo del regno, edificata da cumei e calcidesi, nazione greca, i quali partiti da l’isola di Euboia, oggi detta Negroponte, vennero prima ad Ischia, poi edificorno Cuma, e di lí partiti edificorno in due volte Napoli in diversi tempi, abitando in due cittá una vicina a l’altra un popolo medesimo, chiamando la prima Paleopoli e la seconda Neapoli, che in greco suonano cittá vecchia e cittá nova; benché a la prima ponessino in principio nome Partenope per la sepoltura d’una de le tre sorelle, meretrici famose chiamate Sirene, che era nominata Partenope, e in quel loco la trovarono sepolta. Onde poi cancellato in tutto il nome di Paleopoli, solo è rimasto Neapoli e da’ poeti qualche volta è usitato Partenope.
Capua è ancora vetustissima cittá, a chi quel nome per quattro ragioni fu imposto: prima dal fondator d’essa, che fu Capys troiano successore di Enea; poi da l’augurio che nel fondarla videno, che fu capi, uccello nobile che in lingua etrusca significa il ; appresso da la bontá e fertilitá de’ campi, onde non capuani ma campani erano detti; ultimamente detta Capua per esser capo di dodici cittá principali di Campania. È terra in tanto di molti beni dotata, che Marco Tullio Cicerone dice che appresso Roma queste tre cittá avevano sito e condizione di avere l’imperio del mondo, Capua, Corinto e Cartagine; benché Capua al di d’oggi non sia ove anticamente fu posta, e ora li vestigi e ruine di essa due miglia lontano, a Santa Maria di Grazia, si vedono.
Sono ancora vetuste e nobili cittá:
Benevento, giá detto Malevento e dai greci Malezio, fatto prima da Diomede greco, che si trovò a la guerra troiana, instaurato poi da’ romani;
Taranto da Falanto lacedemoniese o spartano, ottavo successore per retta linea da Ercule;
Cosenza edificata per metropoli da’ Bruzzi;
Regio da li calcidesi predetti, che edificorno Cuma;
Crotone construtta da Miscello greco di Acaia, a’ conforti e monizione de l’oracolo di Apollo;
Aleccio, vetustissima cittá;
Otranto da uomini de l’isola di Creta, condotti in quel loco da lapige, figliuolo di Dedalo;
Brundusio similmente da candiotti edificato, li quali insieme con Teseo da l’isola si partirono, e il loco chiamorono Brundusio, che in lingua messapica (che era anticamente in terra d’Otranto) significa ‘capo di cervo’, però che la cittá, con li suoi porti, figura di un capo di cervo con le corna disegna; Otranto, petra di pirati, edificata da loro de’ naufragii di legni marittimi;
Sulmona, da Solimo compagno di Enea ne la sua venuta in Italia;
Gaeta insieme con Formie construtta da uomini di Lacedemoni greci: a chi diede poi il nome una donna detta Caieta, nutrice di Enea, in quel loco morta e sepolta;
Salerno, fatto e fortificato da’ romani contra li movimenti e rebellioni de’ lucani e de’ bruzzi;
Venosa vetusta ancora, dal tempio e cultura di Venere antica dea, che in quel loco era, secondo alcuni, nominata Venusia;
Trani, cosí chiamata per piú brevitá, ma prima detta Traianopoli, per esser stata da Traiano imperatore (secondo che alcuni non antichi autori scrivono) edificata; benché questo io non affermi, per non avere autore alcuno autentico che lo scriva, ma solo la comune fama e voce de’ paesani.
Ma lasciando di commemorare piú de le antiche cittá, una sola magnificenza di edifici, che eccede qualunque altra maraviglia avesse mai provincia alcuna, ebbe Campania vecchia. Perocché tutta quella curvatura e quel golfo, che tra la punta di Miseno e la punta del capo della Minerva a l’incontro de l’isola di Capri anticamente era detta il seno Cratere, il qual per riviera circa cinquantaquattro miglia par che scorra; questo seno tanto fu giá pieno di edifici, di cittá, castelle, ville, palagi, bagni, teatri e moli e simil cose magnificentissime e superbe, e in tanto spessi e continuati l’uno sotto l’altro, cominciando da Baia e procedendo a Bauli, a Lucrino e Averno e Pozzuolo e Napoli et Erculaneo (oggi la Torre de l’Annunziata) e Pompei (oggi Castello a mare) e Surrento, che chi stando in mare questo seno mirava, a guardarlo, non molti diversi lochi, ma solo una grandissima cittá li parea vedere. Del qual spettacolo niun altro piú giocondo, piú suntuoso e stupendo poteva mostrare a’ quei tempi il mondo: pubblica iattura e dolor d’Italia vedere ora dal tempo, da terremoti e da le guerre la sua piú bella parte miserabilmente, eccetto Napoli, da ruine sepolta.
Sono ancora nondimeno nel regno molte cittá nobili, le quali ancor che a rispetto de le predette si possono chiamare nuove, per esser non è gran tempo edificate, nondimeno non sono vacue di laude: come è Barletta, fatta da quelli che abbandonorono Canusio, e Fossia per conserva de’ frumenti, da’ coloni cosí detta per il gran numero de le fosse che ad uso di granari vi sono; e alcune altre non ignobili di Puglia, le quali è incerta fama che da oltramarini albanesi e schiavoni e dalmatini sieno state construtte. Né di bassa condizione sono l’Aquila e Manfredonia transferita da Siponto, ambedue opera de’ Germani, e Troia de’ moderni greci, e Melfi e Aversa de’ normanni, de le quali tutte al suo loco special menzione faremo. Né in questo tacerò Amalfi, piccola terra, capo de la costa di Picenza, a la quale tutti quelli che il mare solcano debbono officiosamente eterne grazie referire, essendo prima in quella terra trovato l’uso e l’artificio de la calamita o del bussolo, col quale li naviganti, la stella tramontana infallibilmente mirando, dirizzano il loro corso: sí come è pubblica fama e li amalfitani si gloriano, né senza ragione da li piú si crede, essendo certo che li antichi tale instrumento non aveano, né essendo mai in tutto falso quello che in molto tempo e da molti si divulga.
Un’altra cosa memorabile di Amalfi non mi pare da pretermettere: che la origine e principio de l’ordine de’ Cavalieri de l’Ospitale di san Giovanni ierosolimitano (che sono quelli che oggi hanno il suo capo a Rodi e portano la croce bianca) fu da uomini e mercatanti amalfitani: li quali ebbeno giá tanta autoritá e grazia appresso al Soldano di Egitto, che impetrorno di edificar la chiesa di Santa Maria de la Latina in Hierusalem appresso il sepolcro di Cristo e un ospitale sotto il titolo di San Giovanni cipriota, detto Elemosinario. Al servizio del quale fu poi instituito il detto ordine della Milizia e cavalieri di San Giovanni: sí come io ho letto ne le istorie autentiche de le cose orientali fatte da’ cristiani in Siria e in Giudea.
Non mi curerò in questo loco versarmi ne le laudi del regno, in voler narrare quanto el sia in molte sue parti ameno, dilettevole e salubre, quanto opportuno a le cose marine, quanto fertile e opulento di tutte le cose che a la vita de li uomini sono necessarie, essendone tutti i libri (oltre la evidenza) pieni; cagione forse perché tanto da molti sia sempre stato desiderato, e da li suoi abitatori, per troppo copia e ubertá, sí spesso messo in travagli e turbolenze di guerre: per la qual cagione, da poi che memoria di scritture latine e greche si trova, sempre le nazioni esterne si sono ingegnate occuparlo, e li nuovi abitatori, cacciando li vecchi, l’hanno usurpato. Sí come, de’ vetustissimi parlando, li enotrii, i pelasgi, li ausonii, li aurunci, li etrusci, li osci, li opici, li nomi de’ quali la vetustá da le menti de li uomini ha giá cancellato; oltra i liburni, che sopra la riva del Tronto edificorno giá una cittá di quel nome che ora è estinta, e oltra li illirii, de li quali essendo passati in Puglia nove giovini con nove donzelle, detti ora pediculi e ora peucezi, in spazio di tempo di loro produsseno in quelle regioni tredici popoli, tra li quali Bari e Iovenazzo ancor furono; sí come ancor quelli, di chi fresca e recente memoria insino a questo tempo si serva, e noi nel processo demonstraremo, i quali lo hanno per simil modo occupato, come greci, goti, longobardi, saracini, normanni, germani, francesi, spagnoli: in modo che veramente si può estimare che niuno al dí d’oggi del detto regno sia ingenito, né che famiglia o popolo alcuno per antica origine di quello sia nativo, ma piuttosto da esterna gente e nazione tutti discesi.
Lasciaremo ancora di commemorare li uomini militari di questo regno e che hanno portato pregio di virtú d’arme, come Adriano imperatore per origine di Adria d’Abruzzo, e Gaio Mario d’Arpino, essendo pubblica confessione di ogni uomo, che fortissime nazioni di tutta Italia sieno peligni, frentani, marsi e sanniti; sapendosi ancora come ne le guerre di Archidamo e Cleonimo spartani e di Agatocle siciliano e di Alessandro epirota e di Pirro molosso e di Annibal cartaginese e ne le civili di Iulio Cesare e Pompeo e d’altri romani, le genti regnicole ne le cose belliche si sieno portate.
Dirò ben questo (poi che per un discorso in questi propositi siamo entrati) questo regno solo avere prodotto tutti li uomini che di dottrina et erudizione latina sono stati ornamento, e de le piú nobili sette di filosofi prestantissimi autori; e quelli che di esso nativi non furono, nondimeno degno lo stimorono ove la loro vita, ozi e studi traducessino, come furono Pitagora, Platone, Erodoto, il quale in Thurii terra di Magna Grecia scrisse la sua Istoria, Vergilio, Livio, Plotino, li quali in diversi lochi del regno ebbeno loro diversorii, ebbeno ville, composeno opere, tennero famose scole, ancor che Greci o Galli o d’altra patria fussino. Ma chi sará che non dica il regno di Napoli solo esser quello, a chi la nazione latina e italica tutto obbligato debba essere, avendo del suo gremio tutti li eccellenti ingegni in ogni erudizione e disciplina prodotti? sí come in filosofia Archita et Eurito per nazione tarentini, Alcmeone e Filolao nativi da Cotrone, Zenone, Leucippo e Parmenide de la Scalea, Ippaso da Metaponto, Timeo da Locri, terra per vetustá consunta, Ocelo di Lucania e Tomaso prossimo a l’etá nostra, lume d’ogni erudizione, da Aquino. Non tacerò la gloria de’ poeti e oratori che questo regno ornarono e ora la lingua latina onorano: Ennio vetustissimo poeta Rodi in Puglia ebbe per patria, alias Rudia, in Terra d’Otranto (vedi Strabone), Lucilio Aurunca giá a Benevento vicina, Pacuvio poeta tragico fu nativo cittadino di Brundusio; Venosa di avere Orazio cittadino si vanta, Sulmona di Ovidio si gloria, Napoli di Stazio, Aquino di Iuvenale, Amiterno di Sallustio, e di Marco Tullio Cicerone, fulmine d’eloquenza, Arpino. Per la qual cosa felicissimo regno chiamar si potria, se la propria felicitá per la naturale incostanza de li uomini non li fusse inimica.
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