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Nota introduttiva
Nel presente volume il lettore troverà riuniti per la prima volta a cura dell’editore Morreale gli scritti minori di Italo Svevo: la favola della Madre (1910), alcuni racconti: Una burla riuscita (1926), Vino Generoso (1926), La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1926) e l’introduzione del romanzo che avrebbe dovuto far seguito a : Il Vecchione (1928). Nessuno di questi scritti, nemmeno la Novella del buon vecchio che non ricevette le ultime cure dell’autore, e nella quale perciò maggiormente difetta l’elaborazione formale, può essere trascurato dal pubblico sempre crescente che va accostandosi ai romanzi di Italo Svevo. Nell’opera dello Svevo troviamo scritti minori, non già nugae: e in questo caso il lettore si avvedrà, anzi, che i racconti qui riuniti sono le- gati da stretti vincoli alle opere maggiori del romanziere e testimoniano di un’attività interiore, di un fervore di sviluppi che destano la più viva sorpresa. L’ultima età dell’uomo, la vecchiaia, le illusioni, le manie, le fobie, i pericoli ch’essa comporta, ne sono pressochè la sola materia. Materia rara in ogni letteratura e tanto più rara nella nostra, almeno quando lo scrittore rinunzi, come qui accade, a pararsi di atteggiamenti convenzionali, di venerabili attributi e di paradigmi morali, e affronti direttamente le molte difficoltà dell’argomento. Nei racconti che ci richiamano in modo più biografico all’esperienza di Zeno e ai suoi rapporti con l’avventura reale dello Svevo, tale materia è assunta nei toni di un humour a doppio taglio che poco indulge alle musicali rievocazioni del tempo perduto: e si hanno i risultati di Vino generoso e di Una burla riuscita, novelle che hanno iniziato all’arte del triestino un grande numero di indecisi; ma in qualche tratto della Novella del buon vecchio e nel Vecchione, il tempo, questa fatalità del romanzo moderno, si fa sentire con ben altro peso. Leggo in un frammento inedito che qui è pubblicato in una differente lezione, certo posteriore: «Dunque lasciamo stare il futuro che mi preoccupa poco. Fra il passato e il presente vivrò già in quel tempo misto ch’è concesso ai soli uomini, i quali poi non lo sanno e parlano sulla base di una grammatica dai tempi puri utile soltanto alle bestie, le quali lottano, vivono e si spaventano solo nel presente. All’uomo la disperazione viene da tutte le parti e il suo presente è abbastanza lungo perchè egli abbia il tempo di strapparsi i capelli».
Italo Svevo aveva toccato l’età necessaria a tradurre in atto il suo studio del «tempo misto». Aveva scritto nel Marzo 1927, nella prefazione alla ristampa di : «Anch’io, che so ormai che cosa sia una vera senilità sorrido talvolta di aver attribuito ad essa un eccesso in amore». Ma per quanto con coteste parole lo Svevo volesse farci credere di sentirsi ormai fuori della mischia, è ben evidente che di amore — di un altro e più nobile amore — i suoi anni senili non furono scarsi. Ciò che anzi colpisce nelle ultime pagine dello Svevo — scritte da un uomo che aveva oltrepassati i sessantacinque anni — è appunto l’ardore di vita che le sconvolge, la capacità di tutto ricominciare e di tutto porre in questione ch’esse documentano. La giovane critica italiana ha molto parlato, negli ultimi tempi, e con una comprensione sempre più viva, dei tre romanzi dello Sve- vo, graduando i suoi consensi ed esprimendo le sue preferenze (una mia predilezione iniziale per Senilità è stata tanto accolta da scader presto in un inaccessibile poncif); ma quello che pochi hanno tenuto presente è la estrema spontaneità onde si presenta nella nostra letteratura — e in un solo uomo: lo Svevo — tutta la courbe che va dal romanzo naturalista ottocentesco fino all’integralismo dell’ultima narrativa europea degna di qualche onore. Per quanto io non ignori le ragioni che consigliano di ascrivere a un naturalismo sui generis i primi romanzi dello Svevo, e conosca altresì quanto sia provvisorio l’accostamento della commedia umana di Zeno ad altre recenti forme straniere di analismo, penso che qualche cosa di vero in questo schema rimarrà. Nè in esso solo, evidentemente, in questa più che trentennale parabola, è l’importanza dello scrittore, ma anche, e più, nella nuda e appassionata crudezza di tale esperienza, nei toni rigorosamente nostrani e indipendenti nei quali essa seppe e volle investirsi. Diciamolo chiaro ancora una volta, per comprometterci fino in fondo: Italo Svevo è stato il maggior romanziere che abbia dato la nostra letteratura dai tempi del fino ad oggi. E non sarebbe forse gran merito se il significato e l’attualità dello non fossero, come sono, tali da superare le barriere dell’attuale nostra narrativa in modo ben più profondo di quello rappresentato da premi, riconoscimenti ufficiali ed altre rumorose forme di pubblicità. Soltanto ad alcuni professionali della letteratura o ad alcuni teorici di un paesanismo altrettanto angusto che umiliante per il nostro paese, questa constatazione può dispiacere. Sono ormai rimasti in pochi, per fortuna: e molti segni ci dicono che anche dal loro drappello s’alzano già lagni di convertiti e palinodie.
Aprile 1929.
Intorno allo Svevo cfr. il libro di F. Sternberg, il quale non manca, pur nel suo fatras, di calore umano; il fascicolo del Convegno del Gennaio-Febbraio 1929, che contiene una ricca bibliografia e vari studi fra i quali, importante nella parte analitica, uno di ; e il numero di Solaria ch’esce contemporaneamente a questo volume ed è ricco di oltre trenta testimonianze di scrittori italiani e stranieri.
La novella del buon vecchio e della bella fanciulla
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Indice
I
ct Ci fu un preludio all’avventura del buon vecchio, ma si svolse senza ch’egli quasi l’avvertisse. In un breve istante di riposo dovette ricevere nel suo ufficio una vecchia donna che gli presentava e raccomandava una fanciulla, la propria figlia. Erano state ammesse alla sua presenza in forza di un biglietto di presentazione di un suo amico. Il vecchio strappato ai suoi affari non arrivava a levarseli del tutto dalla mente e guardava intontito il biglietto sforzandosi d’intenderlo presto e presto liberarsi dalla seccatura.
La vecchia non tacque per un solo istante, ma egli non ritenne o percepì che qualche bre- ve frase: — La giovinetta era forte, intelligente e sapeva leggere e scrivere, ma meglio leggere che scrivere. — Poi una frase che lo colpì perchè strana: — Mia figlia accetta qualsiasi impiego per l’intera giornata purchè le avanzi il breve tempo di cui ha bisogno per il suo bagno quotidiano. — Infine la vecchia disse la frase che portò la scena ad una rapida conclusione: Alla Tramvia prendono ora delle donne al posto di conduttrici e bigliettarie.
Subito deciso, il vecchio scrisse un biglietto di raccomandazione per la Direzione della Società Tramviaria e congedò le due donne. Lasciato ai suoi affari, li interruppe ancora per un istante per pensare: — Chissà perchè quella vecchia volle dirmi che sua figlia si lava ogni giorno? — Scosse la testa sorridendo con aria di superiorità. Ciò prova che i vecchi son ben vecchi quando hanno da fare.
II
ct Una vettura tramviaria correva sul lungo viale di Sant’Andrea. La conduttrice, una bella fanciulla ventenne, teneva l’occhio bruno fisso sulla via larga, polverosa, piena di sole, e si compiaceva di far andare a precipizio il carrozzone cosicchè agli scambi le ruote stridevano e la cassa della vettura carica di gente sobbalzava. Il viale era deserto. Tuttavia la giovinetta procedeva picchiando continuamente col piedino nervoso la leva azionante il campanello d’allarme. Lo faceva non per prudenza, ma perchè essa era tanto infantile che riusciva a convertire il lavoro in un giuoco, e le piaceva di correre così e di far rumore con quella macchinetta ingegnosa. Tutti i bambini amano di gridare quando corrono. Era vestita di cenci colorati. Causa la sua grande bellezza sembrava travestita. Una giubba rossa sbiadita le lasciava libero il collo, poderoso in confronto della faccina un po’ patita, e libera l’incavatura precisa che avvia dalla spalla alla delicatezza del petto. Il gonnellino azzurro era troppo breve, forse perchè nel terzo anno di guerra mancavano le stoffe. Il piedino sembrava nudo in uno scarpino di panno e il berretto azzurro le schiacciava dei riccioli neri non molto lunghi. Guardando la sola sua testa si sarebbe potuta credere un maschietto se già l’attitudine di quella sola parte non avesse tradito civetteria e vanità.
Sulla piattaforma, intorno alla bella operaia, c’era tanta gente che la manovra del freno era appena possibile. Vi si trovava anche il nostro vecchio. Egli doveva arcuarsi a qualche più violento sobbalzo della vettura per non venir gettato addosso alla conduttrice. Era vestito con grande accuratezza, ma anche con la serietà conforme alla sua età. Veramente una figurina signorile e gradevole. Ben pasciuto in mezzo a tanta gente pallida e anemica, non rappresentava per questa ancora un’offesa perchè non era nè troppo grasso nè troppo fiorente. Dal colore dei suoi capelli e dei suoi baffetti corti gli si sarebbero dati 60 anni di età o giù di lì. Non trapelava in lui alcuno sforzo di apparire più giovane. Gli anni possono impedire l’amore ed egli da molti anni non aveva pensato a quello, ma favoriscono gli affari ed egli portava i suoi anni con superbia, e, se così si può dire, giovanilmente.
La prudenza era invece conforme alla sua età, e non si trovava bene in quel carrozzone mastodontico lanciato a tanta velocità. La sua prima parola rivolta alla fanciulla fu di ammonimento: — Signorina!
Al vezzeggiativo signorile la fanciulla rivolse a lui i begli occhi, esitante, non essendo certa ch’egli avesse voluto parlare con lei. Il buon vecchio ricavò tanto piacere da quello sguardo luminoso che ne fu attenuata la sua paura. Mutò l’ammonimento che avrebbe avuto significato di rampogna, in uno scherzo: — Non m’importa mica di essere qualche minuto prima al Tergesteo. — Sembrò sorridesse per il proprio scherzo e così potè creder la gente intorno a lui, ma invece il suo sorriso era stato rivolto a quell’occhio che gli era parso nello stesso tempo birichino e innocente. Le donne belle sembrano sempre dapprima intelligenti. Un bel colore o una bella linea sono infatti l’espressione dell’intelligenza più assoluta.
Essa non sentì le parole, ma fu rassicurata perfettamente di quel sorriso che non lasciava dubbio sulle disposizioni benevole del vecchio. Comprese ch’egli si trovava a disagio in piedi e gli fece posto perchè potesse appoggiarsi accanto a lei sul parapetto. E la corsa continuò vertiginosa fino al Campo Marzio.
La fanciulla, allora, guardando il buon vecchio quasi a domandargli un consenso, sospirò: — Qui comincia la grande noia! — Il carrozzone si mise infatti a traballare lento e pesante sulle rotaie.
Quando un vero giovine s’innamora, il suo amore spesso provoca nel suo cervello delle reazioni che presto con il suo desiderio non hanno nulla da fare. Quanti giovani che potrebbero quietarsi beatamente in un letto ospitale, non gettano per aria almeno la loro casa credendo che per andare a letto con una donna occorra prima conquistare, creare o distruggere. Invece i vecchi, di cui si dice che sieno meglio protetti dalle passioni, vi si abbandonano in piena consapevolezza ed entrano nel letto della colpa solo con debito riguardo ai raffreddori.
Semplice l’amore non è neppure per i vecchi. Da loro viene complicato nei motivi. Essi sanno che devono scusarsi. Il nostro vecchio si disse: — Ecco la mia prima vera avventura dopo la morte di mia moglie. Secondo il linguaggio dei vecchi è vera un’avventura in cui c’entri anche il cuore. Si può dire che raramente un vecchio è tanto giovine da poter avere un’avventura non vera poichè è un’estensione che serve a mascherare una debolezza. Così i deboli quando danno un pugno impiegano non solo la mano, il braccio e la spalla, ma anche il petto e l’altra spalla. Il pugno per lo sforzo troppo esteso diventa debole mentre l’avventura perde in chiarezza e diventa più pericolosa.
Poi il vecchio pensò ch’era l’occhio infantile della giovinetta che l’aveva conquiso. I vecchi quando amano passano sempre per la paternità e ogni loro abbraccio è un incesto di cui ha l’acre sapore.
E il terzo pensiero importante ch’ebbe il vecchio sentendosi deliziosamente colpevole e deliziosamente giovane fu: — La gioventù ritorna. — L’egoismo del vecchio è tanto grande che il suo pensiero non resta attaccato all’oggetto del suo amore neppure per un istante senza ritornare subito a vedere se stesso. Quando vuole una donna ricorda re Davide che dalle giovinette si aspettava la gioventù.
Il vecchio da commedia antica convinto di poter emulare la gioventù, quando pure oggi esista, dev’essere rarissimo. Il mio vecchio continuò a monologare e si disse: — Ecco una giovinetta ch’io comprerò... se è in vendita.
— Tergesteo! — Non scende? — domandò la giovinetta prima di far muovere il carrozzone. Il buon vecchio, nell’imbarazzo, guardò l’orologio: — Procederò per un altro poco, — disse.
Non v’era più tanta gente ed egli non aveva più alcun pretesto per restare tanto vicino alla giovinetta. Si rizzò e si appoggiò ad un canto donde poteva vederla con comodità. Essa dovette accorgersi di essere contemplata perchè quando la manovra non la occupava lo sbirciava con curiosità.
Egli le chiese da quanto tempo si trovasse a quel lavoro tanto faticoso. — Da un mese! — Non era tanto faticoso, essa diceva nell’atto stesso in cui doveva convertire tutto il suo corpicino in una leva per azionare il freno meccanico, ma talvolta molto noioso. Il peggio di tutto era che la retribuzione che riceveva non bastava. Il padre suo lavorava ancora, ma, dato il prezzo di tutti i viveri, era difficile di uscirne. E, sempre intenta al lavoro, lo interpellò col suo nome di famiglia: — Se Lei volesse, a Lei sarebbe facile di trovarmi qualche cosa di meglio, — e lo guardò immediatamente per vedere sulla sua faccia l’effetto di quella preghiera.
L’improvviso intervento del proprio nome scosse un poco il buon vecchio. Il nome di un vecchio è sempre un poco antico e impone perciò degli obblighi a chi lo porta. Egli cacciò dalla propria faccia ogni traccia di tensione che poteva tradire il suo desiderio. Non si meravigliò che la giovinetta conoscesse il suo nome perchè la città allora era stata abbandonata da quasi tutte le famiglie più ricche e i pochi abbienti vi risaltavano. Guardò altrove e disse con serietà: — Ora è un po’ difficile! Ma ci penserò! Che cosa sa fare Lei? — essa sapeva leggere, scrivere e far conti. Di lingue non conosceva che il triestino e il friulano.
Una vecchia popolana sulla piattaforma si mise a ridere rumorosamente: — Il triestino e il friulano! Ah! Questa è buona! — La giovinetta rideva anche lei mentre il vecchio, sempre irrigidito nello sforzo di non far comprendere la sua intima eccitazione, rideva di un riso falso. La popolana cui piaceva di discorrere con un simile signore non cessò più di chiacchierare e il vecchio vi si prestò per poter simulare meglio un’indifferenza. Infine essa li lasciò soli. Subito il vecchio scattò: — A che ora è libera Lei?
— Alle nove di sera.
— Ebbene! — disse il buon vecchio. — Venga questa sera perchè domani sono impe- dito. — E le diede il suo indirizzo ch’essa ripetè due o tre volte per non obliarlo.
I vecchi hanno furia perchè la legge di natura sui limiti di età incombe su loro. Quell’appuntamento chiesto con l’aspetto del filantropo protettore e concesso con la dovuta gratitudine pur fece trasecolare dalla gioia il vecchio. Come le cose lo favorivano!
Ma i vecchi amano la chiarezza negli affari ed egli non si decideva ancora a lasciare quella piattaforma. Si domandava ansiosamente dubitando della propria fortuna: — E basta questo? Non occorre dell’altro? E se essa credesse sul serio di essere stata invitata ad andare a prendere una raccomandazione onde ottenere un impiego? — Egli non voleva restare inutilmente eccitato fino alla sera e avrebbe voluto essere più sicuro del fatto suo. Ma come dire la parola necessaria senza compromettere il proprio avito nome neppure dinanzi alla fanciulla nel caso che essa sinceramente non volesse accettare da lui altro che un impiego? In fondo la situazione era quasi identica a quella che sarebbe stata nel caso che egli fosse stato più giovane di così. Ma egli era vecchio! I gio- vani dopo un poco di esperienza od anche prima di averne alcuna trovano tutto quello che occorre mentre il vecchio è un amatore disorganizzato. La macchina per fare all’amore manca in essi di almeno una rotella.
Infine il vecchio non inventò ma ricordò. Ricordò che ventenne, dunque una quarantina d’anni prima, cioè molto prima di sposarsi, ad una donna (molto più vecchia di quella sulla piattaforma della tramvia), che con un pretesto qualunque e dinanzi a terzi aveva già promesso di venire, egli, a bassa voce, ma concitatamente aveva ripetuto l’invito: — Verrà? — Sarebbe bastata quella parola. Però qui la strada che invidia l’amore dei giovani e ride di quello dei vecchi, lo guardava, e perciò non doveva esserci concitazione nella sua voce.
Nell’atto di abbandonare il carrozzone egli disse alla giovinetta: — Io l’aspetto dunque questa sera alle nove. — Poi, ricordando, scoperse che la sua voce, causa la strada o causa il desiderio, aveva tremato. Ma non subito se ne avvide e quando la giovinetta rispose: — Certo! Io non mancherò! — stornando per un istante l’occhio dalle rotaie e rivolgendoglielo, gli parve che la promessa fosse stata fatta al filantropo. Ma, ripensandoci, tutto fu chiaro come quarant’anni prima. Nel lampo di quell’occhio s’era rivelata la malizia come nella propria voce l’ansia. Era certo che s’erano intesi. Madre natura benignamente gli concedeva un’altra volta, l’ultima, di amare.
III
ct Il vecchio si avviò al Tergesteo col passo più elastico. Si sentiva molto bene, il buon vecchio. Forse tuttociò gli era mancato da troppo tempo. Causa le sue tante occupazioni egli aveva dimenticato qualche cosa di cui il suo organismo ancora giovanile realmente abbisognava. Sentendosi tanto bene non ne poteva dubitare.
Al Tergesteo arrivò troppo tardi. Dovette perciò correre al telefono per riparare al ritardo. Per una mezz’ora gli affari lo riebbero tutto. Anche tale calma fu per lui un argomento di soddisfazione. Ricordava che in gioventù l’attesa era stata tale tortura e delizia che poi la gioia aspettata in confronto impallidiva. La tranquillità gli apparve quale una prova di forza e qui certamente si ingannava.
Lasciati gli affari, s’avviò all’albergo ove sempre mangiava come molti altri abbienti che così risparmiavano le provviste immagazzinate. Continuava ad esaminarsi camminando. Il desiderio in lui era virilmente calmo, ma intero. Non aveva dubbi e non ricordava neppure che in gioventù, da persona fine quale egli era, ogni simile avventura aveva agitato nel suo petto tutti i problemi del male e del bene. Vedeva solo un lato del problema e gli pareva che ciò ch’egli prendeva gli spettasse se non altro quale un indennizzo per il tanto tempo in cui era stato privo di tanta gioia. In genere è certo che la maggior parte dei vecchi crede di aver molti diritti e soli diritti. Sapendo di non essere più raggiungibili da un’educazione, credono di poter vivere proprio come il loro organismo domanda. Il buon vecchio s’assise al tavolo con un desiderio d’assimilazione che gli ricordava la vera gioventù. Beato, pensò: — La buona e bella cura comincia.
Tuttavia nel tardo pomeriggio quando, abbandonato l’ufficio, il vecchio, per risparmiar- si l’attesa inerte in casa andò a passeggiare lungamente alla riva ed al molo, vi fu nel suo petto un lieve sobbollimento morale, che non passò senza lasciar traccia di sè nella sua anima. Non ebbe però alcuna influenza sul corso delle cose perchè egli, come tutti i vecchi e i giovani, fece quello che gli piacque pur sapendo meglio.
Il tramonto estivo era chiaro e pallido. Il mare gonfio, stanco e immobile, sembrava scolorito in confronto del cielo ancora lucente. Si vedevano chiaramente i profili delle montagne digradanti verso la pianura friulana. Si intravedeva anche l’Hermada e si sentiva vibrare l’aria scossa dai colpi incessanti del cannone.
Ogni manifestazione di guerra cui il vecchio assisteva, gli faceva ricordare con uno stringimento di cuore ch’egli in seguito alla guerra guadagnava tanto denaro. A lui dalla guerra risultava la ricchezza e l’abiezione. Quel giorno pensò: — Ed io tento di sedurre una fanciulla del popolo che colà soffre e sanguina! — Era abituato da lungo tempo al rimorso dei buoni affari che faceva ed egli continuava a farne ad onta del rimorso. La sua parte di seduttore era nuova e perciò era più nuova e intensa la sua resistenza morale. I nuovi delitti non s’accordano tanto facilmente con le proprie moralissime convinzioni e ci vuole del tempo per fare adagiare pacificamente gli uni accanto alle altre, ma non c’è da disperarsene. Intanto là, al molo, in cospetto dell’Hermada in fiamme il buon vecchio abbandonò il suo proposito. Avrebbe avviata la sua giovinetta ad un sano lavoro e non sarebbe stato per lei altri che filantropo.
L’ora fissata per l’appuntamento era pressochè giunta. La lotta morale aveva reso ancora meno difficile il compito di attenderla. Il proposito del filantropo accompagnò il buon vecchio a casa lasciandogli sempre il passo da conquistatore che aveva adottato la mattina scendendo da quella piattaforma della tramvia.
Neppure a casa la risoluzione mutò, ma gli atti non vi si conformarono. Offrire una cenetta alla giovinetta non era più opera da filantropo. Egli aperse delle scatole di commestibili delicati e preparò una cenetta fredda pre- libata. Sul tavolo, in mezzo a due bicchieri di cristallo, pose una bottiglia di sciampagna. Non per altro: il tempo era molto lungo.
Poi venne la giovinetta. Era molto meglio vestita che alla mattina, ma ciò non fu decisivo perchè più desiderabile non poteva divenire. Il vecchio in cospetto dei dolci e dello sciampagna assunse un aspetto paterno cui la giovinetta non badò perchè teneva sempre rivolto l’occhio innocente alla buona cena. Egli le disse che intendeva di farle insegnare un po’ di tedesco di cui avrebbe abbisognato per l’impiego e allora essa ebbe una parola che fu decisiva. Dichiarò che era disposta di lavorare tutto il giorno a patto che le si lasciasse mezz’ora di tempo per il suo bagno.
Il vecchio si mise a ridere: — Ci conosciamo dunque da molto tempo? Non è Lei quella giovinetta che venne da me con la mamma... Come sta quella cara Signora?
La parola fu veramente decisiva prima di tutto perchè così egli aveva appreso che si conoscevano da tanto tempo. La durata dà ad un’avventura un aspetto più serio. Poi anche la garanzia del bagno quotidiano è, specie per un vecchio, di un’importanza evidente. Adesso, appena, avrebbe potuto intendere, se ci avesse pensato, la ragione per cui la madre della giovane aveva menzionato il bagno. Il suo fare da filantropo sparì. La guardò ridendo negli occhi, quasi volesse irridere al proprio sforzo morale, l’afferrò per una mano e l’attrasse a sè.
Poi il vecchio avrebbe voluto riprendere subito il suo aspetto da filantropo. Che scopo c’era ormai di conservare l’aspetto odioso del seduttore? Ebbe il buon gusto di non parlare più di impieghi. Diede invece presto del denaro. Poi, dopo una lieve esitazione, ne diede separatamente una seconda volta e questo lo destinò a quella cara Signora, alla mamma. Per apparire filantropico bisogna pur dare anche a chi non ha meritato. Poi è vero che i vecchi danno sempre il denaro a rate, mentre i giovani vuotano con un solo gesto la tasca salvo a pentirsene poi.
La giovinetta ebbe così l’arduo compito di dover accettare per ben due volte il denaro, e fingere per due volte di non volerne. Per una volta è facile e tocca a tutte. Ma la seconda volta? Essa non trovò la variazione che occorreva e ripetè macchinalmente la parola e il gesto che aveva impiegati la prima volta. Anche la terza volta avrebbe detto: — Del denaro? Io non ne voglio! — e l’avrebbe preso dichiarando: — Ma io ti voglio bene! — Dopo la seconda volta restò un po’ turbata e il vecchio attribuì tale turbamento al suo disinteresse. Invece può anche essere ch’essa dubitasse che l’importo datole fosse stato piccolo e frazionato in due per farlo apparire maggiore.
Quest’avventura tanto semplice divenne più complessa nella mente torbida del buon vecchio. È destino! Per un verso o per l’altro, anche quando un vecchio paga sapendo che i favori non possono più essergli regalati, egli finisce sempre col falsare le avventure d’amore e merita presto il riso di Beaumarchais e la musica di Rossini. Il mio buon vecchio, — tanto intelligente — non rise delle parole pur così poco elaborate della giovinetta. L’avventura doveva restare «vera» ed egli collaborava volonteroso alla falsificazione. La giovinetta era tanto graziosa che nessuna sua parola poteva apparire stonata. Ora tale falsificazione ebbe qualche importanza ma solo nell’anima del vecchio. All’esterno non ne ebbe altra che di rendere un po’ più lunga la durata di quel primo abboccamento ed anche di quelli che seguirono. Se il vecchio avesse potuto comportarsi secondo il suo desiderio, avrebbe allontanata presto la giovinetta perchè i vecchi hanno l’immoralità breve. Ma con una donna che ama non si può mica procedere così alla spiccia. Egli non era un vanesio. Pensava: — La giovinetta ama il lusso del mio ufficio, della mia casa, della mia persona. Forse le piace anche la dolcezza della mia voce e la finezza dei miei modi. Ama questa mia stanza in cui vi sono tanti buoni cibi. Ama tante mie cose che un poco può amare anche me. — L’offerta dell’amore è un bellissimo complimento e piace anche quando non si sa che farsene. Alla peggio può almeno equivalere ai titoli cavallereschi delle persone che negoziano in buoi, eppure si sa che ne vanno tanto gelose. Essa gli disse, ma senza alcuna intenzione di farne una tragedia, ch’egli era stato il suo primo amante. Ed egli lo credette. Insomma il buon vecchio dovette trattenersi per non offri- re denaro per la terza volta. S’adagiò tanto volentieri in così grande dolcezza da sentirsi ferito allorchè essa gli disse di non amare i giovani e di preferire i vecchi. Fu un brutto risveglio di sentirsi dare del vecchio e un dolore di dover inchinarsi per ringraziare della gentile dichiarazione. Però l’abboccamento anche quando fu meno amoroso non fu certo una tortura per il buon vecchio. La fanciulla era tutta occupata a distruggere la buona cena che le era stata offerta e così lui poteva riposare a suo agio.
Fu però lieto di vederla partire e di restare solo. Egli era uso alla conversazione delle persone serie e non gli era possibile di sopportare per troppo tempo il vacuo discorso della bella giovinetta. Si dirà che vi sono artisti e pensatori, gente più seria del mio vecchio commerciante, che da giovani sopportano con delizia il cinguettio di una bella bocca. Ma si vede che i vecchi per certi rapporti sono più serii dei più serii giovani.
Il buon vecchio andò a coricarsi sempre un po’ preoccupato. Quando fu nel suo letto disse: — Non pensiamoci più. Forse non la vedrò mai più. — Era tanto poco sicuro del proprio amore che aveva stabilito con lei che al prossimo ritrovo l’avrebbe invitata con un bigliettino. Bastava perciò non scrivere ed egli ridiveniva l’uomo virtuoso ch’era stato sempre.
Prima di pigliar sonno fu torturato dalla sete. Aveva bevuto troppo e mangiato delle cose troppo condite. Chiamò la donna che gli dirigeva la casa e ne ebbe un bicchiere d’acqua e un’occhiataccia di rimprovero. Essa — non più tanto giovine — aveva sempre sperato di finire padrona della casa. Poi aveva pensato che il ritegno del vecchio fosse dovuto al suo spirito di casta e vi si era rassegnata perchè in una o nell’altra casta si nasce senza propria colpa. Ora essa aveva potuto vedere per un istante la giovinetta quando costei s’allontanò. Apprese perciò che lo spirito di casta non impediva nulla al buon vecchio. Ciò equivalse per lei ad un vero e proprio schiaffo. Si dirà che anche le qualità che rendono più o meno desiderabili non dipendono dal proprio merito o demerito. Ma essa riteneva di avere quelle qualità e perciò era colpevole il vecchio di non avvedersene.
IV
La parola con cui il vecchio richiamò la fanciulla al ritrovo fu scritta pochi giorni appresso, ben prima di quanto egli l’avesse previsto quella sera coricandosi. Le scrisse sorridendo, contento di sè. Si lusingò anche che il secondo abboccamento sarebbe stato più ricco di gioie. Invece fu identico al primo. Quando congedò la giovinetta fu altrettanto prudente come la prima volta e stabilì di nuovo ch’essa sarebbe ritornata a lui quando egli l’avrebbe richiamata. La richiamò ancor più presto al terzo abboccamento, ma il congedo fu lo stesso. Mai arrivò a stabilire subito il prossimo convegno. Perchè il buon vecchio era sempre felice: quando chiamava la fanciulla e quando la congedava, cioè quando intendeva di ritornare alla virtù. Se, congedando la fanciulla, egli avesse subito stabilito il prossimo ritrovo, tale ritorno alla virtù sarebbe stato meno intero. Così invece mancava ogni compromissione e la sua vita restava regolata e virtuosa con l’eccezione di un brevissimo intervallo.
Degli abboccamenti poco più ci sarebbe da dire se il vecchio non fosse stato colto dopo qualche tempo da una folle gelosia. Folle non per la sua violenza ma per la sua stranezza. Ecco: non si manifestava quando egli scriveva alla giovinetta perchè era il momento in cui egli la portava via agli altri; nè quando la congedava perchè era il momento in cui agli altri la consegnava, volonteroso, tutta. La gelosia da lui s’accompagnava proprio all’amore, nello spazio e nel tempo. L’amore ne era rilevato e l’avventura diveniva più «vera» che mai. Una delizia e un dolore indescrivibile. A un dato momento gli si figgeva in mente il pensiero che la giovinetta senza dubbio avesse degli altri amanti e tutti giovani quanto lui era vecchio. Se ne doleva per sè (oh! tanto!), ma an- che per lei che poteva perderci ogni possibilità di vita decorosa. Guai se si fosse fidata di altri come s’era fidata di lui. Nella gelosia faceva capolino la propria colpa. È perciò che a compensare il proprio iniquo esempio, il vecchio s’abituò a predicare la morale proprio quando faceva all’amore. Le spiegava quanti pericoli le potevano derivare dagli amori disordinati.
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The end
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