Introduzione
Un profondo sentimento di gratitudine verso l’Instituto di corrispondenza archeologica mi consiglia a festeggiare il suo cinquantesimo anniversario con questo mio tenue lavoro, il quale, avendo per soggetto i monumenti più antichi della personificazione di Roma, ho creduto essere il meglio adatto alla circostanza.
Non parlerò che di poche monete del tempo della repubblica, alle quali però farò precedere, quasi come proemio, una di città italo-greca; ma essendochè quelle monete romane fanno parte di classe molto ricca e svariata di monumenti, così il tema non potrà essere svolto se non avuto riguardo a tutta quella classe. Chi conosce l’am- e la fertilità dell’indicato campo, scuserà più facilmente il giro un po’ lungo di qualche osservazione.
I disegni pubblicati sulla tavola aggiunta sono ricavati dai notissimi libri del , Blacas, e Luynes, nel riprodurli però mi servii anche dei denari bellissimi del medagliere vaticano e della collezione del D.re , al quale come ai ch. signori e C. L. Visconti intendo qui rendere pubblico attestato di ringraziamenti. Quanto, poi io debba alla Storia della moneta romana dell’illustre , ogni pagina del mio lavoro lo palesa.
L'effigie di Roma
Le rappresentanze più antiche di Roma personificata si vedono sui rovesci di alcuni denari romani e su quello di un didrachmon dei Locri Epizefirici, il quale precede i denari di un lungo tratto di tempo. Anche le notizie letterarie sul culto e sui monumenti artistici dedicati alla personificazione di Roma s’incontrano molto prima nel mondo ellenico, che nella stessa Roma. I Greci furono naturalmente e vigorosamente spinti a tutto personificare, ed erano quasi costretti dal loro sentimento religioso, a credere che la potenza fisica o morale che adoravano fosse rivestita di carne umana. Il culto di Roma poi fiorì più che nella Grecia nell’Asia minore, dove le idee elleniche si combinavano in modo singolare col culto monarchico, e dove anche l’amicizia di Roma era forse di maggiore interesse politico vd. Roem. Mythol. p. 705. Gli Smirnei si vantarono di essere stati i primi che avessero fatto templum urbis Romae M. Porcio console cioè nell’anno di Roma 559 vd. Ann. IV, 56; e pare che la costruzione di questo tempio si connetta coll’atto della libertà resa da Flaminino nell’anno precedente alle città elleniche cf. Flamin. 12, e Roem. Gesch. T. I p. 733 sgg. Un prezioso ricordo di quelle circostanze ci è conservato nel racconto di Plutarco (Flamin. 16), che i Chalcidesi cantarono fino ai tempi suoi un inno in onore di quel romano, che terminava colle parole:
Πίστιν δὲ Ῥωμαίων σέβομεν Τὰν μεγαλευκτοτάταν ὅρκοις φυλάσσειν• μέλπετε κοῦραι, Ζῆνα μέγαν Ῥώμαν τε Τίτον θ’ ἅμα Ῥωμαίων τε πίστιν. ἰήἳε Παιὰν, ὧ Τίτε σῶτερ.
Pochi decenni dopo nel 582 un’altra città asiatico-greca Alabanda si pregia pure, "templum urbis Romae se fecisse ludosque anniversarios ei divae instituisse" XLIII, 6. A sifatto culto corrisposero poi anatemi posti da quelle città o popoli asiatici nella stessa Roma, come se ne legge un esempio nell’iscrizione del Comune dei Lici trovata sul Campidoglio ma ora perduta, C. I. Lat. T. n. 589 = VI, I n. 372 Λυκίων τὸ κοινὸν κομισάμενον τὴν πατρίαν δημοκρατίαν τὴν Ῥώμην Διί Καπετωλίῳ καὶ τῷ δήμῳ τῶν Ῥωμαίων ἀρετῆς ἕνεκεν καὶ εὐνοίας καὶ εὐεργεσίας τῆς εἰς τὸ κοινὸν τὸ Λυκίων. Il Commune dei Lici in atto di riconoscenza dedica dunque a Giove Capitolino ed al popolo romano un monumento sia una statua o un rilievo che rappresenta Roma. Non è precisata l’epoca di questa iscrizione, pertanto il crede, che essa sia posta da legati venuti a Roma dopo la guerra mitridatica per farsi confermare un trattato. Quanto alla dedicazione fatta a Giove Capitolino si può rilevare, che la statua di Giove, la quale stette nel tempio capitolino rinnovato nella medesima epoca da Q. Catulo, ha retto in una mano una statuetta di Roma, se si vuol prestar fede alla storiella dell’auspizio in favore di Ottaviano giovane ricordata da Octav. 94 e XLV, 2. Siccome quella nuova statua di Giove era in genere fatta sul modello di quella di Fidia ad Olimpia, così interpretando le parole di “signum reipublicae, quod manu gestaret„ nel senso più stretto si crederà, che fra gli attributi di Giove Capitolino Roma ebbe quel posto che nella statua olimpica tenne Vittoria, cioè si trovò sulla destra di Giove. Nel tempio più antico gli attributi di Giove erano stati scettro e fulmine vd. XII, I. Fast. I. 202 ad Verg. Ecl. X, 27, la statuetta di Roma si può perciò ritenere per un attributo nuovo originato sotto l’influenza dell’arte e del culto greco.
Più recenti di quell’iscrizione dei Lici sono le monete asiatico-greche che ritraggono Roma, limitandomi però alle monete coniate nella stessa Roma o nell’Italia, lascio quelle e m’accingo ad illustrare in primo luogo la moneta della Magna Grecia indicata di sopra.
Testa di Giove laureata
R.° ΛΟΚΡΩΝ Donna assisa sopra una sedia vestita di lungo chitone appoggia il braccio d. sopra uno scudo ed ha al fianco s. il parazonio. In faccia di lei un altra donna vestita in maniera analoga sta colla destra protesa per incoronarla. Dietro la prima si legge ΡΩΜΗ, dietro l’altra ΠΙΣΤΙΣ. Vd. n. 1 della tav.
L’ D. N. V. I. p. 176 ha esposto che il tipo del riverso si riferisce al decreto, col quale nel 548 il senato romano ha restituito ai Locri la libertà e la loro costituzione, infliggendo una pena severa al Propretore Pleminio, che aveva oltraggiati i Locri in modo orrendo; si confrontino le relazioni dettagliate di questi fatti presso XXIX, 6-9. 16-21 e XXVII, 5. Questa spiegazione ha trovato l’applauso generale dei numismatici, il solo vi sì è opposto in qualche modo. Imperciocchè egli sostenendo per ragioni di storia politica la teoria, che dopo l’introduzione del denaro romano nel 486 in tutta l’Italia non si sia più battuta moneta d’argento, richiama l’attenzione sul fatto, che i Locri hanno già nel 480 avuto ogni ragione di encomiare Roma e la Fides romana per r indulgenza usata loro dalla parte dei Romani. Siccome quella teoria importantissima non può essere bene apprezzata in questa strenna, così mi contento ora di costatare che lo stesso Gesch. d. roem. Muenzw. p. 326 è disposto di ammettere qualche eccezione conceduta dai Romani in favore delle cosidette città maritime greche, nel cui numero possiamo mettere anche Locri, e che egli acconsente d’aggiungere espressamente, che quella relazione indicata dall’ resti possibile. Da parte mia temerei supporre che la moneta sia molto anteriore dell’ epoca di Flaminino, anzi gli esemplari, che ho potuto studiare per la cortesia del s. Imhoof, accusano che la moneta non fa più parte del periodo dell’arte più bella. Ambedue le figure sono distinte dal nome, ma la sola Roma vien caratterizzata in modo speciale. Il concetto pare che sia in genere ricavato da una rappresentanza di Minerva assisa sul trono collo scudo adoperato pacificamente per appoggiare il braccio d. Il parazonio non è che una giunta peraltro bene ideata ma non troppo conveniente all’abito femminile. Vediamo dunque la personificazione d’una città guerriera, manca però ogni attributo sia dell’impero sia della vittoria. È vero che ella vien incoronata. Ma quale è la Πίστις che l’incorona, è quella dei Locri o quella dei Romani? L’Eckhel dice in proposito, che i Locri vogliono con questo tipo dare un pegno della fede che devono ai Romani. Lo stesso avrà creduto il Millingen Considér. p. 69 supponendo che il tipo probabilmente offre la rappresentanza d’un gruppo fatto dalla città di Locri in onore di Roma, ma mi pare giustissima quella breve parola del Mommsen, che vi si encomia la Fides romana (si vd. pure l. l. p. 225). I Greci non hanno, per quanto sappiamo, mai dedicato un culto particolare alla Πίστις; nè si conosce rappresentanza di essa, prescindendo dalla tavola di fatta da Archelao, dove è compagna di Ἀρητὴ, Μνήμη e Σοφία nel festeggiare la poesia omerica. Tutt’altro vale per la Fides romana. A Roma Fides era una delle più solenni divinità, congiunta in modo intimo collo stesso Giove. Ma di più, Fides era d’interesse particolare per le città e nazioni estere che stavano in relazioni coi Romani, a motivo non solo della natura sua intrinseca, ma anche per una necessità politica. Imperciocché il suo tempio situato sul Campidoglio, in prossima vicinanza di quello di Giove era il locale, dove i trattati federali si trovarono pubblicamente esposti. Il senato tenne frequentemente adunanza in questo pubblico archivio federale, ricevendovi i legati di altri popoli (vd. Annali d. Inst. 1858 p. 198 sgg.). Sotto questo punto dì vista si ricordi della Πίστις Ῥωμαίων mentovata due volte nella fine dell’inno in onore di Flaminino e si leggano pure le parole di XXVII, 5 in proposito dei misfatti di Pleminio, che i Locri invocarono τὴν τῶν Ῥωμαίων Πίστις quelle altre, colle quali presso XXIX, 18 l’inviato dei Locri finisce il suo discorso nell’adunanza del senato convocato nel tempio ad vos vestramque Fidem supplices confugimus. Con tali parole combina benissimo il tipo della medaglia. I Locri non hanno l’intenzione di encomiare Roma padrona della lora città né Roma vittrice ma bensì quella Roma, la quale essendo in perfetta armonia colla Fides rimane fedele al trattato. È un concetto poetico che non poteva offendere la potente città, né essere stimato inconveniente in Locri, Il tipo resta interamente isolato, ma questo fatto non recherà maraviglia a chi ammette essere egli degli ultimi della Magna Grecia.
Per trovare altre rappresentanze di Roma bisogna esaminare i denari romani, pertanto neppure nel loro numero s’incontra presto quello che cerchiamo, passa quasi un secolo, prima che Roma vi si mostri. Per ispiegare meglio questo fatto, mi permetto di tessere una succinta storia dei tipi posti sui riversi dei denari più antichi. In principio vi si vedono i due Castores, i quali distinti dalle loro stelle vanno ia gran fretta a cavallo muovendosi da s. a d. l’uno accanto all’altro. A questo tipo a mano a mano succedettero altri, che rappresentano divinità montate sulle loro bighe o quadrighe, onde i denari si chiamarono bigati o quadrigati. Fra i bigati che sono in genere anteriori ai quadrigati, tiene il primo posto quello della dea Luna ossia di Diana, come vien detto per un errore molto commune. Ella vien caratterizzata dalla mezza luna posta avanti alla sua testa nonché dalla stessa biga, poiché la biga è attributo tanto ovvio per Luna, quanto il cavallo per Castore; e si capisce che la sua biga fu la più adattata a rimpiazzare i due cavalieri colle stelle. La dea Luna ebbe un santuario nella vicinanza del Circo Massimo. Lo stesso si può dire delle divinità che erano le prime a seguirla sui bigati Vittoria, Venere, Diana, Ercole, in modo che le medesime divinità, sotto i cui occhi si fecero le corse circensi, sono state rappresentate sui bigati più antichi. Considerato lo stretto rapporto che lega quelle corse col culto romano, non si troverà strana l’idea di raffigurare specialmente quelle divinità in modo che sembrassero prender parte agli stessi ludi magni. Sopra denari più recenti però vediamo su carri anche altre divinità, i tempi delle quali non si trovarono in quel quartiere, e perfino persone istoriche. La biga è in genere data alle dee, la quadriga agli dei. Essa principalmente compete a Giove e rilevo che quelle dee, che per eccezione si vedono sui quadrigati, Vittoria, Giunone, Minerva e Libertas stanno in relazione strettissima col culto di Giove a Roma, perchè Libertas vi era denominazione dello stesso Giove vd. 1. 1. p. 174 e Giunone e Minerva erano compagne di Giove Capitolino, il cui tempio si stimava pure posto solenne di Vittoria. vd. Liv. XXII, 37. È vero che alcuni dotti hanno proferita la conghiettura che pure Roma si vegga rappresentata in qualche biga o quadriga, così lo Bassiril. I. p. 338 volle riconoscerla sul bigato n. 91 Curiatia, il Ragguaglio p. 265 sul quadrigato n. 216 Vibia, ma essi non hanno trovato l’approvazione degli altri. Nè potrei io sostenere siffatte spiegazioni, perchè tutte quelle divinità rappresentate sui carri Giove, Giunone, Minerva, Luna, Vittoria, Diana, Venus, Hercules, Apollo, Mars, Libertas, Magna Mater, Ceres, Neptunus, Sol, Saturnus, hanno nel periodo, al quale appartengono i bigati e quadrigati, avuto a Roma un tempio o sacello con culto, mentre manca ogni notizia di tal genere intorno alla stessa Roma personificata. Per altro neppure fra i monumenti dell’epoca imperiale si conosce alcuna rappresentanza con la figura di Roma posta sopra un carro; e sarebbe stato poco conveniente di raffigurare la personificazione di una città in un concetto, che la facesse muovere e cambiar posto in modo concitato.
I Castores vanno a cavallo in gran fretta e sui bigati e quadrigati più antichi i carri sono tirati di carriera, in modo che i tipi dell’epoca anteriore hanno di comune l’idea di raffigurare le divinità portate dai loro animali nel movimento il più veloce possibile. Tale idea però più tardi si modificò. Alla quadriga concitatissima di Giove combattente succede infine quella che porta Giove trionfatore in passo di processione solenne e sopra alcuni bigati più recenti Libertas, Ceres, Magna Mater stanno sopra carri tirati a passi lenti. Si è finora poco studiato il carattere artistico dei cambiamenti introdotti nei tipi dei denari, né serve ora entrare nelle particolarità, basta accennare alla grande differenza che esiste fra i denari appunto in riguardo all’azione in cui le figure vi sono rappresentate. Si vorrebbe dire che i tipi più antichi fossero originati sotto l’influenza del concetto, che la moneta abbia da muoversi e mettersi in corso. Imperciocchè nei tipi è data una parte più rilevante ai cavalli e carri, che alle stesse divinità, e si osservi che cavalli e carri sono i mezzi di velocità più grande che l’antichità conoscesse. Ma mentre sui denari più antichi cavalli e carri vanno sempre di carriera, al contrario sui denari più recenti appena si trova un’azione un po’ agitata. Le figure espostevi stanno tranquillamente assise o in piedi, o hanno lasciato il posto a oggetti inanimati, emblemi ecc. Questi denari perciò vengono caratterizzati piuttosto come cosa che non si muove, ma si tiene ferma nella mano. Un bel confronto offre una classe contemporanea delle antichità etrusche, i graffiti degli specchi, le cui composizioni sono in genere sempre di carattere posato e tranquillo.
A siffatta seconda categoria dei tipi appartengono tutti quelli che raffigurano Roma. La figura di Roma non si vede mai in mossa agitata, ma sempre in posizione tranquilla sia assisa sia ritta in piedi, né vi si mostra occupata quasi in altro atto che in quello d’incoronare altrui, o di essere incoronata lei stessa; lochè, come si concederà, conviene benissimo all’idea d’una città personificata. Sui denari di questa classe la figura di Roma è la più frequente, non vi si vede però mai ripetuta nel medesimo modo, I monetari più antichi sono in genere stati contenti di individualizzare i loro denari mediante l’insegna o il nome, senza variare i tipi dei Castores o dei carri colle divinità più propizie, ma più tardi l’uso, o forse la legge spinse i monetari a comporre per ogni emissione un nuovo tipo. Avendo dunque ogni denaro un altro tipo, bisogna illustrarli separatamente. Quanto all’età serve rilevare brevemente, che secondo gli studi dei tesori nuovamente scoperti il Sallet Zeitschr. II p. 32 sgg. mette due di essi nella quarta epoca dei denari che corre fra gli anni 640 e 650 di Roma, due altri poi nella quinta 650-670 ed i rimanenti negli anni posteriori ai tempi di Sulla.
Comincio col denaro anonimo n. 181, esemplari del quale si sono già trovati nei tesori spagnuoli.
Testa di Minerva con elmo corinzio ornato di criniera e di ala, con collana ed orecchino, al di sotto ROMA, al di dietro la nota del valore X.
R° Donna galeata vestita di tunica corta, di calzari e d’un manto che le cuopre le cosce, sta assisa a d. sopra una congerie di armi, fra le. quali si riconoscono, due scudi ovali ed un elmo. Tiene le braccia in riposo, la mano posta sul ginocchio s. serve d’appoggio al gomito s. mentre la mano s. tiene comodamente l’asta posta a traverso. Avanti ai piedi si trova la lupa coi gemelli, nel campo due uccelli-volano in senso opposto verso la donna. Denaro molto comune. Vd. n. 2 della tavola.
Il monetario non ha indicato il suo nome con una iscrizione, ma, adoperando l’uso antico di contrassegnare la moneta, ha messo la sola insegna della sua famiglia. Questa insegna è la lupa lattante, la quale si ripete nel medesimo modo sopra monete di rame appartenenti come pare a più di una emissione vd. Monn. rom. II p. 469 e si trova anche sul denaro in discorso nel solito posto dell’insegna, cioè sull’estremità d. del listello che serve da base al tipo. Nella quarta epoca dei denari siffatto uso dell’insegna peraltro era totalmente antiquato, neppure fra i denari della terza epoca (620-640 di Roma) non ne esiste altro esempio se non quello del n. 136 Caecilia, dove sotto i piedi dei cavalli della biga di Giunone c’è l’insegna notissima della famiglia dei Caecilii Metelli. Quanto alla lupa non si è finora potuto stabilire a quale famiglia appartiene, mancando fondamento sicuro alle conghietture possibili. Ma è chiaro perchè il monetario ha risvegliato quell’antico uso. L’insegna serve a fare meglio intendere la rappresentanza. Mentre altrove non ha che fare col tipo, indicando soltanto la famiglia del monetario, questa volta è entrata in stretto rapporto col tipo. Appunto per la giunta della lupa la figura femminile viene dimostrata come Roma. Il Kenner (Die Romatypen p. 22 nota 4) dice bene, che la figura di Roma non è unita col gruppo della lupa per un motivo molto chiaro, ma la ragione ne è che la rappresentanza si compone in principio di due parti diverse. Conceduto questo, si dirà che le due parti si trovano soverchiamente bene collegate, non solo nell’idea ma pure nella disposizione, e che in specie la posizione obliqua dell’asta è benissimo immaginata in questo riguardo. I due uccelli che volano attorno alla figura di Roma non sono adatti a caratterizzarla. Si è detto che essi accennino ai dodici avvoltoi, i quali Romolo vide dalla vetta del medesimo monte, alle cui falde era accaduto il miracolo della lupa. Mi pare però più chiaro che essi siano aggiunti al tipo principale per un riguardo artistico. Chi confronta i tipi dei denari, vede che i monetari di epoca più antica hanno scelto rappresentanze molto piene e cariche, perchè i due Castores a cavallo nonchè le bighe o quadrighe occupano quasi l’intero campo del riverso. Questo horror vacui non si è diminuito che relativamente tardi, nell’epoca di mezzo, alla quale s’ascrive il denaro in discorso, una sola figura come quella di Roma, aggiuntavi pure la lupa, non sarebbe stata stimata sufficiente a constituire il tipo; essendo dunque conveniente un qualche accessorio per riempire lo spazio altrimente rimasto troppo vuoto, gli uccelli vi si prestavano bene. Considerati gli accessori, parliamo della figura principale.
Il Spicileg. numism. p. 74 e Ragg. p. 157 ha detto, che la figura di Roma di questo e di un altro denaro sia " manifestamente desunta, con qualche piccola variazione da quella delle belle monete battute dagli Etoli negli ultimi tempi della loro indipendenza, „ dove l’Etolia sta assisa sopra una congerie di scudi, si vd. le pubblicazioni delle monete etoliche presso Choix pi. I. n, 39. Intanto la figura di Roma è abbastanza diversa da quella di Etolia. Imperciochè mentre l’Etolia regge l’asta colla d. in atto fiero e tiene pure la s. al parazonio, Roma si presenta in attitudine molto più modesta, sta in riposo perfetto ed è quasi inerme, reggendo l’asta colla s. in modo piuttosto di un pastore che di un guerriero, Neppure negli abiti delle due figure v’ è grande analogia. Resta soltanto l’essere assisa sopra una congerie di scudi. Questo concetto è molto bene imaginato per la personificazione d’una città o di un popolo guerriero, perché dà all’utensile del riposo la forma e l’importanza d’un trofeo. Si osservi la bella differenza che esiste in questa particolarità fra la moneta di Locri ed il nostro denaro. Mentre ivi lo scudo di Roma s’appoggia alla sua sedia, qui la sedia stessa si compone di scudi di nemici vinti. Questo concetto tanto semplice e tanto distinto si ripete in tutti i denari analoghi, Roma non vi sta assisa se non sopra una congerie di scudi. Dunque finché non si sa indicare altra moneta greca anteriore che faccia vedere lo stesso concetto, rimane molto probabile, che il monetario l’abbia ricavato dalle monete etoliche. L’imitazione della moneta greca però non diminuisce il pregio della composizione, che si può dire accuratamente studiata ed insomma bene riuscita, rappresentando Roma guerriera e vincitrice sì, ma perora contenta di consolarsi tranquillamente del miracolo accaduto a prò del suo fondatore. Il tipo è d’interesse generale, perciò lo vediamo pure ripetuto esattamente sopra una moneta battuta nel sesto consolato di Tito vd. Num. aur. Titi et Vesp. tav. V n. 37. L’intero denaro poi è stato restituito dall’imperatore Trajano vd. , pl. XLV n. 18.
Al numero dei denari trovati nei tesori spagnuoli appartiene pure il secondo denaro n. 182.
M. FOVRI L. F. scritto in cerchio attorno alla testa barbata laureata di Giano bifronte.
R.° PHILI ROMA. Roma galeata, stolata con scettro tenuto obliquamente nella s. e con laurea nella d. sta in atto d’incoronare un trofeo composto di armi galliche, al disopra nota del valore in forma d’una piccola stella a sei raggi. Denaro molto frequente. Vd. n. 3 della tavola.
Roma ha elmo e scettro, siccome però questi attributi spettano pure a Minerva, si veda p. e. il denaro n. 163 Cornelia, bisogna aggiungere subito, che ella viene illustrata più precisamente dal nome. È vero che sui denari pili antichi la parola ROMA non ha altra funzione se non quella d’indicare la città patria della moneta, ma questa volta essa serve pure a spiegare il tipo, lochè vien reso vieppiù chiaro dal fatto, che non sta scritta al solito posto dell’esergo, ma dietro alla figura di Roma. Un’altra particolarità è la stella nel campo di sopra. Ragg. p. 88 dice, che sia aggiunta in segno di prospero augurio; non lo niego, ma faccio osservare che essa è pure nota del valore del denaro. Si sa che da principio sull’averso del denaro il valore è indicato mediante il numero degli assi compresi nel denaro, cioè mediante la nota X, la quale poi si cambiò generalmente in X, afinchè la linea traversale la facesse distinguere dalla lettera alfabetica X. Sui denari più recenti questa nota è omessa, ma prima che venisse in disuso completo, è stata da alcuni monetari trasportata sul riverso: si confrontino i denari n. 156 Marcia n. 119 Tullia ed in ispecie n. 149 Manlia, che nuovamente dal è dichiarato per il più antico fra questi denari. La nota del valore vi è messa in qualche rapporto col tipo, perchè si trova come compagna della testa del dio Sole, mentre più sotto si vedono due altre stelle. Tale concetto è maggiormente sviluppato da M. Furius Philus, perchè sul denaro proposto la nota si può dire divenuta precisamente una stella, che reca buon augurio alla figura di Roma.
Roma reggendo una laurea nella d. alzata vuol incoronare un trofeo. Questo tipo ha grande analogia con quello del cosidetto vittoriato, il quale sebbene sia segnato con la parola Roma però fa parte del sistema monetario ro- ma a Roma mercis loco habebatur come dice XXXIII. 3, 46 e a quel che pare si adoperava particolarmente nelle spedizioni militari, onde fa prova pure il suo tipo distinto da quei dei denari più antichi appunto per il carattere militare, rappresentando Vittoria in atto d’incoronare un trofeo. Nel tipo di M. Furius Philus la figura di Roma dunque fa le veci della Vittoria sul vittoriato; mentre però nel campo più stretto del vittoriato la dea ed il trofeo sono disegnati in profilo, sul denaro tutte e due le figure stanno di prospetto, trovandosi Roma a mano s. del trofeo rappresentato in modo più ricco.
Giova illustrare con poche parole le diverse rappresentanze dei trofei sui denari romani. I trofei vi si vedono nelle mani di altre figure o fissi nel terreno, sono aggiunti ad altri oggetti o compongono essi stessi la parte principale del tipo. Cominciano sui quadrigati n. 125 Aburia, n. 139 Postumia, n. 216 Vibia, dove le divinità guerriere Marte e Minerva portano nella destra trofei, i quali quantunque siano piccolissimi fanno però vedere la solita forma d’un tavolato simile alla figura d’un uomo decorato con armi, mentre sul quadrigato n. 130 Acilia Ercole in una quadriga a passi lenti pare che regga nella sinistra un solo scudo colla lancia. Sui denari più recenti che raffigurano le divinità in atto di caminare o di stare si veggono trofei del primo genere accanto alla testa o alla figura di Marte, ossia nella sua mano o nella mano di Vittoria, di Ercole, di M. Lepidus, di Marcello. Fra i denari poi, nei quali il trofeo occupa un posto più importante, il primo è quello in discorso. Come si vede il trofeo vi fa gruppo con una figura che sta in atto d’incoronarlo, e un concetto simile non si ripete che in un denaro battuto negli anni 710-712, ( tav. XVIII Flavia) dove il posto di Roma vien di nuovo occupato da Vittoria. Nel numero degli altri denari con trofei il più antico è quello, n. 232 e. Manlia, sul quale a Sulla si dà il titolo di IMPER• ITERUM e due trofei disegnati in profilo stanno ai lati d’un praefericulum e di un lituus. In questo modo il denaro che è il secondo nella serie, di cui ora parliamo, ha un numero di trofei, che corrisponde tanto a quello del posto che occupa in quella serie, quanto al numero delle acclamazioni imperatorie di Sulla. In stretto rapporto con questo denaro sta poi quello di n. 275 Cornelia battuto dal figlio di Sulla in onore del suo genero Pompeio con tre trofei riferibili alle tre acclamazioni che ebbe Pompeio. Su tutti e due i denari i trofei sono semplici, senza armi straniere. Ma non sempre corrisponde il numero dei trofei a quello delle acclamazioni ottenute. Il denaro di Paulus Lepidus n. 280 Aemilia offre un solo trofeo, ai lati del quale sono raffigurati il celebre L. Aemilius Paullus ed il suo prigioniero Filippo re di Macedonia coi due figli; ma per l’iscrizione tanto gloriosa quanto concisa PAVLLVS TER scritta precisamente sotto e sopra il trofeo, s’intende che il monetario ha voluto festeggiare non solo la vittoria di Pidna, ma pure le altre riportate nella Spagna e nella Liguria. Al contrario il monetario Caldus n. 286 Coelia ha illustrato la gloria del suo parente C. Caldus, il quale non ha avuto che una sola acclamazione, con due trofei, gli scudi dei quali essendo di forma diversa pare accennino a due piccoli successi ottenuti da lui. Forse anteriore al denaro di Caldus è quello di C. Memmius n. 296, dove il titolo C. MEMMIVS IMPERATOR si trova scritto ai due lati d’un alto trofeo con armi stranieri, e con un prigioniere in ginocchio. Neppure al è riuscito di determinare il fatto d’ arme, al quale la rappresentanza si riferisce. Enimmatico resta anche, almeno al parer mio, il tipo del denaro n. 302 Sulpicia, con un grande trofeo composto da diverse parti d’una nave e con due uomini differentemente vestiti ai lati. Quanto ai denari più recenti si potrebbe dunque dire, che i trofei dei generali più grandi Sulla, Pompeius, Paullus non sono distinti per armi stra- loro bastavano trofei piuttosto generici, ma gli oscuri successi militari di imperatori tali quali C. Caldus, C. Memmius e Sulpicius vengono più accuratamente caratterizzati.
Ma torniamo al denaro più antico di questa classe, perché pare che l’ornamento dato da M. Furius L. F. Philus al trofeo abbia un significato tutto particolare. Il trofeo vi è composto di armi galliche, le forme dell’elmo, degli scudi e delle due tube corrispondono a quello che si legge presso V, 30 ed Hom. II. 1139 (Σ 219) sulle armi galliche particolarmente sulla κάρνυξ ossia tuba gallica τὸν κώδωνα ἔχουσα θηριόμορφόν τινα, si cf. il Koehler Annali d. Inst. 1863 p. 443, Come il Sagg. p. 154 ha bene rilevato, le discussioni fatte nel Senato in occasione del trionfo da accordarsi al pretore L. Furio per la vittoria riportata sui Galli nel 554 finiscono nel racconto di XXX, 48 colle parole: Data fato quodam Furiae genti Gallica bella. Il Furio più antico vincitore dei Galli, al quale le parole Liviane si riferiscono, è P. Furius Philus console dell’anno 531. Perciò il monetario appartenendo alla medesima famiglia dei Furii Phili ebbe ottimo diritto di mettere sul suo denaro quel ricordo della vittoria gallica. Intanto troviamo la tuba gallica pure in altre monete romane della medesima epoca, si vede nella mano di Marte sui bigati battuti nell’amministrazione di L. Licinio e Cn. Domizio n. 191, la quale dal Annali d. Inst. 1863 pag. 56 viene attribuita agli anni 645-650, e la stessa tuba fa parte anche dei trofei esposti sui vittoriati di due questori militari: T. Cloulius n. 183 e C. Fundanius n. 196, l’ultimo dei quali era questore di Mario nel tempo delle vittorie sopra i Cimbri ed i Teutoni 652-653 vd. Oeuvr. numism. II p. 307. In questo modo nel periodo delle guerre cimbriche la tuba gallica si trova adoperata come attributo del dio della guerra e come ornamento di trofei. È vero che insieme colle schiere dei Cimbri pure molti Galli hanno combattuto contro i Romani, ma siccome prescindendo dalla presa di Tolosa nel 648 il decennio passato fra 640 e 650, che racchiude i denari del quarto periodo, non vide che una serie continua di sconfitte terribili dei Romani, così crederei che la tuba gallica dei denari indicati e del vittoriato più antico di T. Cloulius sia da ritenersi ricordo delle vittorie riportate anteriormente, e che in ispecie M. Furius L. F. Philus abbia rappresentato il trofeo gallico del suo antenato nell’intenzione di mettere una qualche consolazione e incoraggiamento sotto gli occhi della città patria, la quale in quel tempo versava in pericolo così grande contro l’attacco di popoli settentrionali venuti dalla Gallia. Come la stella così pure il trofeo doveva essere di buon augurio per Roma.
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