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Ricordi intorno al movimento politico di Reggio nell'anno 1847

Paolo Pellicano · 1879 · Free in the US

30,877 words · about 2 h 10 min to read

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About this book

Author
Paolo Pellicano
Language
Italian
Published
1879
Length
30,877 words · about 2 h 10 min
Sections
14 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (14)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica under 1 min
  3. Dichiarazione dell'autore about 2 min
  4. I. Precedenti about 6 min
  5. II. Concerti about 6 min
  6. III. Preparativi about 6 min
  7. IV. Azione about 24 min
  8. V. Reazione about 16 min
  9. VI. Giudizii about 9 min
  10. VII. La Grazia about 10 min
  11. VIII. Espiazione about 15 min
  12. IX. Illusioni e Disinganni about 13 min
  13. X. Conchiusione about 3 min
  14. Documento riguardante i giudizii about 19 min

Continue:

Front matter

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Dedica

ALLA TUA CARA ED ONORATA MEMORIA O MIA DILETTISSIMA GENITRICE CHE NON ANCOR TRILUSTRE VEDESTI IN NAPOLI NEL 1799 CON FEDIFRAGA IMMANITÀ MORIR SULLE FORCHE IL PADRE TUO AGAMENNONE SPANÒ GENERALE DELLA REPUBBLICA PARTENOPEA E POI MADRE NEL 1847 VEDESTI IN REGGIO ME TUO FIGLIO CONDANNATO A MORTE E NEGLI ERGASTOLI PER DEBITO D’IMMUTABILE AFFETTO QUESTI RICORDI CONSACRO

Dichiarazione dell'autore

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Ho divisato raccogliere in questo scritto le notizie che riguardano il nostro movimento politico avvenuto nel 2 Settembre del 1847, non coll’idea di scriverne una storia completa; chè ben io so quanta difficil opra sia scrivere una storia contemporanea, specialmente quando son tuttora viventi gran parte di quelle persone che in essa figurano; sì bene perchè, in quante storie d’Italia furono stampate da quel tempo fino ai dì nostri, trovo i fatti che quell’avvenimento riguardano o stravolti, o del tutto ignorati.

Nè questa colpa debbe attribuirsi agl’istorici, fra i quali sonvi molti riputatissimi; ma tanto sconcio è venuto dall’aver taluni solamente consultati i processi politici di quel tempo, e ritenuto per vero ciò che in essi trovarono scritto; mentre, se non in tutto, in gran parte almeno, in quelle carte si contenevano notizie falsissime. Ed è facile intenderne la ragione sol che si rifletta che, mentre dall’una banda gl’imputati, a campar la vita e a non comprometter cose e persone, eran costretti di nascondere il vero, dall’altra, dagli appassionati partigiani del- l’assolutismo, non solamente si orpellava la verità, ma si creavano fatti non mai esistiti.

Oltre a ciò, molti di essi scrittori aggiustaron troppo fede alle relazioni di taluni, che ebber parte in quegli avvenimenti; e quindi appresero fatti narrati più col linguaggio del proprio interesse, che con quello della verità.

Per tutto ciò non mi è paruto, nè può parere altrui opera vana il qui riunire quanto vienmi fatto ricordare intorno a quel che, da noi, fin d’allora, con patriottico ardire tentavasi per quella indipendenza ed unità nazionale, che, dopo il volger di lunghi anni e la gradita rimembranza di tanti sacrifizii, ci fu dato alla fine ottenere. Avrei potuto confermare quanto verrò narrando con ineluttabili documenti che erano da me posseduti; ma, per non farli cadere negli artigli della Polizia Borbonica, che di frequentissime visite onorava le nostre case, fu giuocoforza consegnarli alle fiamme. Da ciò la necessità di qui riprodurre solamente quel tanto che ha serbato la mia memoria, e che risulta dai pochi documenti che mi fu possibile avere dai pubblici Archivii. I quali documenti io pubblicherò tali quali li ho trovati; lasciando a carico di chi li ha compilati gli errori di lingua e di ortografia.

So bene che non tutti quelli che avranno la benignità di leggere questo scritto potranno partecipare ai miei sentimenti; ma non pertanto io intendo indebolirne l’espressione. Violerei, così facendo, quella legge di dire intera la verità che mi sono imposta. Consento anche con che sia difficile ad uno scrittore non esser più o meno tinto del colore della sua epoca; e che lavarsene affatto sia impossibile; ma chi nella sua vita politica ha cercato di seguire il vero ed il giusto, senza passione di parte; ha tenuto per eroi quelli che sacrificano sè agli altri, e non quelli che sacrificano gli altri a sè; ed ha creduto giovare altrui senza occuparsi d’interessi e di ambizioncelle volgari, può avere speranza di lasciare a chi vien dopo una pagina che possa esser letta senza troppo fastidio, e non del tutto inutilmente, anche in circostanze ed in epoche ben diverse dalle presenti.

In ultimo; perchè i fatti qui narrati rimangano impressi nelle menti de’ giovani, parvemi il miglior modo quello di spargerli in una narrazione ove lo autore non è sempre obbligato di mantenersi su quella serietà, che conviene alla Storia.

I. Precedenti

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Perchè il nostro movimento politico del 2 Settembre 1847 non venga giudicato, come a taluno piacque allora giudicarlo, un fatto isolato ed incoerente, è mestieri togliere il filo della presente narrazione da alcuni anni e da alcuni fatti anteriori. Di tal che, quelli preposti, si potrà di leggieri intendere che Reggio non si è mossa per capriccio od insensatezza di pochi, ma per logica conseguenza di antecedenti, che ne avean già da lunga pezza preparata la via.

Basta aver letto alcuna fra le molteplici storie d’Italia per intendere come i popoli della nostra penisola sieno stati quasi in tutti i tempi costretti, e direi trascinati per forza a continue rivoluzioni. Di fatti, sia che oppressione straniera avesse ridotti gl’italiani a tale da dover tentare, ed alcuna volta anche disperatamente, di scuoterne il doloroso e sempre gravissimo giogo, sia che potenti invasori se ne dividessero la conquista come di preda giustamente fatta, sia che, infine, coloro che usurparono il regime dei popoli dei diversi stati d’Italia, diffidenti ognora e timorosi e però tiranni e crudeli, pretendessero governarli come mandre di muti agnelli, senza neppure potersi dolere sotto la pesante mano del tosatore, o sotto la barbara ferocia di chi finiva collo strozzarli, nella , insomma, delle sventure e delle oppressioni, che in ogni tempo travagliarono l’Italia, trovi tutta la storica ragione di quanti politici rivolgimenti venner veduti compiersi fra gl’Italiani.

Non mancarono è vero di coloro, ed anche fra gli scrittori specialmente stranieri, i quali ebbero la sfrontatezza di attribuire tutto il torto ai popoli, dichiarandoli irrequieti, incontentabili, e taluna volta anche facinorosi; ma, quanto valga tale opinione di cortigiani vilissimi, o di scrittori venduti, oggi non è chi non sappia.

Certo è che ogni buona ragione induce a ritenere per vero che non reagisce se non chi è oppresso, e che, chi disperatamente reagisce, sfidando anche il carnefice, debbe essere ridotto a tali estremi da non poter più oltre sostenere le insoffribili conseguenze della oppressione.

Dal che segue anche, come necessaria illazione, che là avvengono più frequenti le sollevazioni dei popoli, dove la tirannide si rende più intollerabile, dove le oppressioni sono più crudeli, dove le vendette e le gelosie degl’imperanti sono più perfide e più spietate.

Ora, se i rivolgimenti politici altrove compiuti han potuto essere giustificati nella storia e nella pubblica opinione, quelli avvenuti nel Reame di Napoli, se vogliono senza passione giudicarsi, debbono per fermo ritenersi come effetti indispensabili della crudele necessità e dello stato deplorevole a cui si videro i popoli ridotti. Però il , notissimo storico delle rivoluzioni del Napolitano, ha potuto giustamente asserire, che nelle Due Sicilie furono i politici rivolgimenti più frequenti che altrove, benchè di corta durata e di infelice successo; cosa che, quello storico, a buona ragione attribuisce all’igneo carattere, ed all’indole eccessivamente impetuosa dei popoli meridionali.

Noi, per non andar troppo lungi dal nostro proposito, volendo parlare del solo movimento politico compiuto in Reggio nel 1847, ci contenteremo di prendere il filo della narrazione dalla sollevazione di Cosenza avvenuta nel 1844; e ciò perchè fin d’allora eravamo noi preparati ad insorgere per recenti insinuazioni venuteci da Napoli. Ed ecco come.

Nel 1841, , coltissimo giovane di Bovalino, facevasi a Reggio da Napoli, dove trovavasi da qualche tempo a studiare, e veniva in questa Città, capoluogo della provincia, per trattare presso il Consiglio di Leva, della sua esenzione dal servizio militare, cui era chiamato; ma al tempo stesso aveva assunto il difficile e pericoloso incarico da un Comitato di Napoli, d’impiantare nella nostra provincia anche un comitato insurrezionale, riconoscente per centro quello di Napoli.

Disbarcato in Reggio, il Ruffo non sapeva a chi volgersi per iniziare i suoi tentativi, e non conosceva persona a cui potesse fiduciosamente affidare il pericolosissimo segreto della sua missione; pertanto, sperando nel tempo, fece vista di non occuparsi d’altro che della sua individuale faccenda per la esenzione della leva, ed a tale scopo ottenere, si volse a me; perchè io allora godeva tutta la stima dell’Intendente di quel tempo , dal quale poteva molto sperare per la favorevole riuscita del suo affare. Ma siccome, all’egregio giovane, stava a cuore più la libertà della patria, che la sua esenzione dalla milizia, così, nella prima conversazione con me tenuta, dopo brevi parole su ciò che riguardava il suo particolare interesse, prese tosto, ma molto cautamente, a manifestarsi: da prima con qualche parola di malcontento sullo stato delle cose d’allora, appresso con l’espressione di qualche nobile sentimento intorno alla libertà, facendo destramente seguire qualche reticenza, ed in ultimo, forse per aver trovato nei modi ond’io accoglieva le sue parole il terreno atto ai suoi tentativi, messa da banda ogni riservatezza, proruppe con tutta l’effusione d’un cuore divampante d’amore per la libertà della Patria, e tutto mi dichiarò con nobile lealtà quanto serbava di segreto sullo scopo della sua venuta fra noi. Ei mi diceva, che in Napoli tutto era concertato per una sollevazione; che in casa del Barone Mazziotti si univano sotto pretesto d’Accademie Letterarie i giovani più ardenti per la libertà; che da quella patriottica Società, erano partiti per le rispettive province quindici giovani, i quali, per il loro ingegno ed influenza nei proprii paesi, facevano sperare moltissimo sull’ottima riuscita della loro missione; di destare, cioè, fra i proprii comprovinciali, il desiderio d’un politico miglioramento e d’indurli a pronunciarsi comunque in tal senso. Soggiungeva, che per la nostra provincia era stato scelto lui, come per la vicina Calabria Carlo Masinissa Presterà; e conchiudeva che bisognava far presto e mettersi all’opera senza perder tempo; perchè, forse, le altre province con Napoli ci avrebbero preceduto nel movimento, essendo quelle già da lungo tempo organizzate. Tal discorso del giovane Ruffo, toccò così vivamente le mie fibre, ed armonizzò talmente coi sentimenti del mio cuore, che ardirei asserire di averlo vinto in entusiasmo; cosa che a lui piacque moltissimo e si dichiarò soddisfatto del bel modo come aveva cominciato l’opera sua. Se non che, qual prò avrebbe potuto ottenersi dall’accordo e dal buon volere di due sole persone? Era mestieri dunque allargare in altri, quanto e come era possibile, le nostre idee ed invitare quanti più poteansi a prender parte dei nostri divisamenti. Ma in ciò era d’uopo molta prudenza e moltissima circospezione.

Fu quindi di accordo stabilito che, valendoci dei modi di organizzazione della Giovane Italia, si affidasse il segreto isolatamente a sole tre persone, dando a queste l’incarico di affidarlo ciascuno ad altre tre di sua fiducia, e queste ciascheduno ad altre tre, e così successivamente; ma, praticando in modo, che l’uno ignorasse l’associazione dell’altro.

Di fatti io mi son dato all’opra, scegliendo per primo i tre miei amici che m’ispiravano maggior fiducia: , Francesco Mantica d’Ignazio ed , ai quali ho tutto il nostro disegno svelato e quanto erami stato riferito dal Ruffo. A dir vero, le mie dichiarazioni, a prima giunta, furono accolte con sorpresa ed incertezza per la grande difficoltà dell’impresa; ma, nonpertanto io cessai dallo insistere, nè quelli duraron molto ad accettare l’ardimentoso incarico; per guisa che, in brev’ora, furon quasi trenta gli associati; tutti scelti fra i giovani istruiti e fra quelli che offrivano nella loro vita sociale maggior sicurtà e qualche pruova di patriottico sentimento.

Instava il Ruffo perchè, colla maggior sollecitudine si affrettasse l’organizzazione, per modo che ci fossimo trovati nel grado di poter prendere una parte attiva nel pronunciamento della Capitale e delle rimanenti province, ch’egli credeva imminente.

Ciò nulla ostante, dietro accordo coi più dichiarati, abbiam deciso di formare innanti tutto una cassa, contribuendo ciascuno secondo i proprii mezzi; e ciò per aver modo di provvedere a tutte le possibili occorrenze.

Difatti nel breve spazio di pochi giorni vennero raccolti e depositati meglio che 800 ducati presso di me, che solo conosceva tutt’i contribuenti; mentr’essi s’ignoravan tra loro.

Il primo uso fatto di questo denaro fu, quello dettato dalla prudenza, d’inviare a Napoli uno dei nostri, il quale di persona potesse indagare quanto vi era colà di ciò che venivaci riferito da Ruffo; e poi, ritornando a Reggio per terra, scoprisse ciò che vi era di preparato nelle province di Salerno e Basilicata e nelle altre due Calabrie. Deputato a tale incarico fu Antonino Plutino, il quale adempì fedelmente alla sua missione, non men delicata che pericolosa, per parte dell’allora più che mai vigilantissima polizia.

Plutino, non essendo riuscito a conoscere quanto vi era di cospirazione in Napoli in Salerno e nella Basilicata, pervenne a Cosenza, dove, per mezzo di amichevoli conoscenze, potè assai di leggieri scoprire lo stato vero e reale dei preparativi per una prossima insurre- zione. Anzi, i patriotti di quella città, più caldi che altrove, gli si dicevano già pronti e ben preparati ad insorgere e gli manifestavano il desiderio di vedere il loro movimento accompagnato, od almeno tostamente seguito da altro pronunciamento nella nostra Provincia, ed anche nella vicina Messina; cosa, soggiungevano, che, dando maggiore vastità al movimento, avrebbe grandemente sconcertato il Governo del Borbone, il quale non avrebbe saputo dove accorrer meglio colle sue milizie.

II. Concerti

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In Cosenza, adunque, il nostro Plutino aveva trovato tutto allestito e ben disposto, come alla vigilia di una rivoluzione. Ciò nonostante, egli non osò pienamente promettersi per il desiderato subitaneo movimento di Reggio, e molto meno per quello di Messina; perchè, fra noi, l’opera era appena incominciata ed ignoravasi poi del tutto quel che poteva ottenersi al di là del Faro. Però pose coi Cosentini, che, venuto a Reggio e messosi con noi di concerto, si sarebbe passato a Messina, per ivi scandagliare le acque, e poi tutto il risultato delle trattative si sarebbe fatto palese ai patriotti di Cosenza, i quali avrebbero potuto muoversi a rivolta o differire il loro movimento, secondo le ricevute informazioni sullo stato delle cose di Messina, e presso di noi.

Con questi concerti presi in Cosenza, tornava tra noi il Plutino, recando seco anche il nome del cosentino, notissimo patriota, Forgiuele Domenico con cui dovevasi tener corrispondenza.

Appreso noi quanto desideravasi dai Cosentini, si stabilì che, Antonino Plutino ed io, ci fossimo recati in Messina per conoscere di persona fino a qual punto erano giunte colà le politiche aspirazioni, e veder su quali persone poteva farsi assegnamento per venire ad un movimento insurrezionale. Di fatti, i due destinati, senza porre indugio in mezzo, ci recammo tostamente a Messina, benchè fra i patriotti di quella città non ci fosse indicato che il solo nome di di Milazzo, come quello che avrebbe potuto darci piena notizia di quanto riguardava la nostra missione, e che al tempo stesso bastava a metterci in relazione coi liberali messinesi.

In effetti, noi colà giunti, fummo presti a vederlo all’albergo della Vittoria, che ci fu indicato, e realmente trovammo in lui tutto quanto ci si faceva sperare. Gli abbiamo esposto francamente lo scopo della nostra visita, ch’egli accolse con gioia ed ammirazione; perchè, egli diceva non aver creduto sino allora, che le cose in Calabria erano così inoltrate come noi assicuravamo, e che il nostro ardimento e leale fidanza nel presentarci a lui senza conoscerlo, gli destava ammirazione ed inspirava altrettanta fiducia. Perciò ei sinceramente ci espose quale era lo stato politico di Messina e delle altre città principali di Sicilia; ci parlò delle ristrettissime cospirazioni che là macchinavansi e del ristretto numero dei cospiratori; ciò in tutto il rimanente dell’isola come in Messina; e soggiungeva che il lento lavoro dei liberali messinesi aveva per obbiettiva una sperata ma lontana insurrezione, non mai un imminente ed inaspettato movimento, e conchiudeva: esser impossibile ai Messinesi rispondere insiem con noi al movimento Cosentino. Che però sarebbe meglio che noi, penetrati dalla difficoltà o meglio dall’impossibilità del loro aiuto al movimento calabrese, scrivessimo ai patriotti di Cosenza di prorogare la loro impresa, sinchè i siciliani avessero il tempo di organizzarsi e prepararsi; cosa che avrebbero, dopo le nostre relazioni, affrettato colla maggior prestezza possibile. In fine ei ci chiese di potere abboccarsi cogli amici di Messina sull’oggetto, tenendoci, il dì appresso, informati anche dell’avviso degli altri. Nel giorno seguente, infatti, ci si fece sentire dallo stesso Piraino, che tutti gli altri si erano uniformati al suo avviso; di scrivere, cioè, noi ai Cosentini, che rimettessero ad altro tempo la loro sollevazione, finchè sarebbero stati avvisati che, tanto Messina ed altre città siciliane, quanto Reggio, eran pronte ad appoggiare efficacemente il loro movimento. Noi convinti, ci ritirammo al nostro albergo, non senza avere stabilito un modo di corrispondenza coi messinesi, e non senza ispirarci vicendevolmente coraggio e fiducia nella santa causa della libertà.

Frattanto non vi era un’istante da perdere senza pericolo; imperciocchè, Plutino, il quale aveva lasciato i Cosentini impazienti e quasi in atto d’insorgere, ha creduto di scrivere da Messina ed in quel giorno stesso a Forgiuele, come aveva pattuito, intorno al poco favorevole momentaneo risultato di quella nostra missione. Abbiamo di concerto foggiato la lettera, nella quale, con linguaggio convenzionale, parlando di commissione di sigari, che dicevansi non ancora pronti; ma che stavano preparandosi dai fabbricanti; e, pregando che si avesse dall’amico la pazienza di attendere ad altro tempo per vedere sodi- sfatti i suoi desiderii, conchiudevasi: che, bisognava attendere altri sei mesi, perchè si potessero in certo modo confezionare una quantità di sigari sufficiente per adempire alla commissione.

La lettera, scritta di carattere di Plutino e da lui sottoscritta, fu da Messina stessa impostata per Cosenza.

Intanto noi tornammo a Reggio fiduciosi che, al giungere del nostro foglio, avrebbero i Cosentini rimandato ad altro tempo la loro mossa. Ma quale fu la nostra dolorosa sorpresa quando, appena due giorni dopo il nostro ritorno, abbiamo saputo di avere le Autorità Governative di Cosenza segnalato a quelle di Reggio, che colà era avvenuto un pronunciamento politico e che di già era stato soffocato nel nascere? Poveri Cosentini!!! abbiamo tosto esclamato; ma non lasciammo di censurare e compatire ad un tempo la loro impazienza ed il soverchio ardore, che non avevano più a lungo potuto contenere.

Ciò che avveniva in Cosenza, dovea, non solamente commuovere le nostre Autorità, già insospettite delle nostre relazioni coi Cosentini, ma destava ancora nell’animo nostro mille dubbii, specialmente per quell’infausta lettera mandata da Messina, la quale lettera ignoravamo se fosse pervenuta al suo destino, o se avesse potuto capitare in mano alla Polizia. Nè tardò guari che il nostro dubbio divenne dolorosa certezza. Essendochè, per telegramma venuto da Cosenza, fu arrestato Plutino a Reggio; mentre che Forgiuele, uno dei capi del movimento, era di già carcerato in Cosenza; e la lettera a lui indiritta, colà pervenuta dopo vinto il movimento, era in mano della Polizia e veniva interpretata nel vero suo senso.

Cosiffatto inaspettato avvenimento sparse fra noi molto scompiglio, tanto più che, l’Intendente di questa Provincia aveva gravissime ragioni di crederci in relazioni coi Cosentini, ed il ministro della Polizia, Del Carretto, aveva palesato anche i suoi sospetti contro di noi, sopprimendo telegraficamente da Napoli il giornale la Fata Morgana, che qui allora pubblicavasi; perchè, egli diceva, era ben certo che per mezzo del nostro foglio tenevamo una clandestina corrispondenza coi Cosentini, che alla lor volta mandavano a noi il loro giornale intitolato il Calabrese.

Frattanto, dai parenti ed amici del Plutino, non trascuravasi modo per poterlo campare dal gravissimo pericolo in cui trovavasi, e più da quello cui andava incontro in Cosenza, dovendo soggiacere colà ad un giudizio statario colla minaccia d’una condanna di morte. Ma, se l’opera del germano , dei congiunti e degli amici non riuscì a sottrarlo dal Giudizio in Cosenza, dove venne trasferito, nondimeno, non andò del tutto perduta; perocchè si ottenne di vederlo liberato dalla condanna nel capo, e solamente dannato alla pena di 24 anni di ferri duri; pena che gli venne dipoi mutata in semplice confino, ed in fine del tutto condonata.

In Reggio intanto, mentre in Cosenza la tirannide vendicava col sangue e le catene il patriottico slancio di quei liberali, si era fra noi sparsa confusione sì, ma non scoraggimento; chè la speranza e la confidenza in un migliore avvenire non era venuta mai meno, benchè il fatto di Cosenza ci avesse appreso ad esser più cauti e circospetti. Perciò, soprassedendo allora da ogni fatto compromessivo, ci siamo ridotti a segreti convegni, a tenebrose cospirazioni ed a preparare nel silenzio quello che potevamo esser sicuri di non doversi palesare.

Tanto più che quel fior di galantuomo, l’Intendente Roberto Betti, cui eran quasi tutte note le nostre cospirazioni, da amico, ci scongiurava di non avventurarci troppo in moti rovinosi ed intempestivi. Egli a me diceva col linguaggio amichevole e confidenziale: «D. Paolo, io capisco che l’Italia è gravida e deve un giorno necessariamente sgravarsi, ma non fatela abortire, perchè potrebbe correr pericolo la madre e ciò che nascerebbe da quella.

«Non affrettate; chè a tempo proprio verrà naturalmente fuori il frutto che desiderate.»

Questi suggerimenti, che dovevamo ritenere per saggi, le persecuzioni dei poveri Cosentini, le crudeltà, i sospetti e le inquietitudini del Governo Borbonico, erano giunti a tale che fu da tutti reputato prudente consiglio far sosta per quel tempo ed attendere tempi migliori; senza però cessare dal preparare tutto che potesse, alla prima favorevole opportunità, essere necessario per rimetterci all’opera.

Frattanto sopravveniva il coraggioso ma infelice tentativo dei Emilio ed Attilio, con e pochi altri patrioti, che, spinti dal fervido patriottismo ond’era acceso il loro cuore, da Corfù sbarcarono nella Provincia di Cosenza, lusingati di trovare le Calabrie tuttora in rivolta. Ma ignoravano quegl’infelici che l’intempestivo movimento dei Cosentini era stato già spento nel sangue, e che il sangue loro doveva anch’esso servire per soddisfare la voglia crudele di chi, stando al servizio dell’Austria, teneva il governo delle Due Sicilie.

Questo fatto adunque valse moltissimo a riaccender le ire borboniche contro chiunque era sospetto di liberalismo; ed i sospetti, la vigilanza e le persecuzioni della Polizia crebbero a segno da non potersi più sostenere. Ma non pertanto, tutto ciò spargeva ed allargava il malcontento fra i popoli; e noi vedevamo con piacere come il Governo, senza accorgersi, favoriva la nostra causa.

Perciò, con accorgimento e silenzio profondo, ne attendevamo le favorevoli conseguenze, e sempre più ci preparavamo all’impresa.

III. Preparativi

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Volgevano così le cose quando, nel Maggio 1847, veniva fra noi l’egregio patriota Domenico Romeo di S. Stefano, il quale, riaccendendo le nostre speranze e rinfocando il nostro entusiasmo, ci raccoglieva cautamente parecchie volte nell’albergo, allora, del Signor Cosimo Repaci, e colà or favellavaci della probabilità d’una nella intera Italia, or della facilità di un movimento da tentarsi nelle provincie napolitane e particolarmente nelle Calabrie, ed or dei mezzi disponibili per effettuarlo; e ci prometteva che, tornato a Napoli, avrebbe tutto stabilito col Comitato napolitano, e che a tempo opportuno avrebbeci recato le notizie degli accordi presi col Comitato medesimo.

Il Romeo partì, e noi, rinvigoriti da tante speranze e così larghe promesse, ci mettemmo all’opera, ed allargando le fila per la intera provincia, e preparando i mezzi che potevamo, ed aprendo pratiche energiche colla vicina Messina e questa con altre città di Sicilia.

Si crearono all’uopo dei Comitati, si stabilirono dei Commissarii, si organizzò anche un servizio di messi, si commissionarono in Sicilia armi e polvere da tener pronti ad ogni nostra richiesta, si costruivano giberne e scarpe militari, si fabbricavano palle e cartucce; tutto insomma, con febbrile attività e senza curar peri- coli o disagi, da noi si preparava, attendendo sempre notizie dal Comitato di Napoli sul tempo preciso destinato al movimento, secondo gli accordi presi con Romeo.

Nell’Agosto 1847 Domenico Romeo, colla qualità d’Ispettore della Regia dei tabacchi, allora data dal Governo in appalto ad un tal Benucci Romano, tornava a Reggio, dopo di avere per ragion d’ufficio percorse le altre due Calabrie; senza però tralasciare di estendere la cospirazione politica, la quale, ci assicurava ch’era così allargata da potersi oramai tentare un colpo definitivo.

Ma la difficoltà gravissima era il punto d’onde dovea cominciare il movimento, non volendo alcuno avventurarsi per primo in affare di sì alta e ad un tempo pericolosissima importanza.

Il Romeo insisteva che Reggio, come punto più lontano dalla capitale e come più fervido per patriottismo, doveva dare il segnale della rivolta contemporaneamente a Messina, e soggiungeva che, non solo le provincie meridionali, ma l’Italia tutta era come, son sue parole, un campo di restoppia in cui, gettata appena una prima scintilla, tosto divamperebbe per guisa da riuscire impossibile ai tirannelli d’Italia il comprimere e spegnere affatto il fuoco così repentinamente e largamente acceso.

Noi, frattanto, dalla nostra parte, mentre aggiustavamo fede a quanto venivaci dal Romeo asseverato, non cessavamo di misurare e pesare la difficoltà ed incertezza dell’impresa e le tristissime conseguenze, che sarebbero venute in caso di non riuscita; e perciò ra- gionavamo e discutevamo fra noi, e vi fu chi anche propose farsi due di noi a Napoli per attingere da quel Comitato centrale le vere notizie; ma, perchè ci trovavamo compromessi e svelati troppo alle autorità Borboniche, ci siamo decisi di tentare il colpo; a patto, solo, che Messina sorgesse simultaneamente con noi.

Per tanto, dopo qualche giorno, Plutino Antonino, De Lieto Casimiro, Plutino Agostino ed io, facendo vela da Catona, ci siamo recati al Faro e di là a Messina. Ivi, difatti, abbiamo trovato i liberali animatissimi, la cospirazione estesa per le città di Sicilia, e particolarmente in Palermo; abbiamo trovato Comitati di azione ovunque costituiti, e formate delle casse per lo acquisto di armi ed altro bisognevole all’uopo.

Quello, però, che ci rincuorò moltissimo, fu l’aver veduto figurare tra i liberali pronti ed energici, i nomi delle più distinte famiglie di Messina; pregevoli per mente, per cuore e per ricchezze.

Io non ho potuto, dopo il lunghissimo tempo in che scrivo questi ricordi, dimenticare i carissimi nomi dei germani Pietro e Tommaso Landi, di Gaetano Grano, di Achille Costa, del professore Giuliano, di Antonino Placanica e di moltissimi altri dei quali non rammento ora i pregiatissimi nomi.

Mentre, noi andati da Reggio, eravamo con quelli in trattative sul da farsi, pervenne un messo del comitato di Messina per annunziarci che, il giorno appresso, col piroscafo proveniente da Palermo, sarebbero arrivate le bandiere, che dovevano servire per segnale del movimento politico in Sicilia e nelle Calabrie. A tale annunzio ponemmo di trattenerci colà fino al di seguente. Di fatti, giunto il Piroscafo da Palermo, abbiamo veduto presentarci all’albergo Vittoria, dove eravamo tutti riuniti, una cassetta con dentro una quantità di bandiere dai tre colori italiani, ed alcune coll’emblema della Trinacria in mezzo; nonchè molta roba in pezza per costruirsene delle altre.

Non debbo quì tacere la non buona impressione in noi prodotta da quel distintivo della Trinacria, posto sulle bandiere di Sicilia, come se volesse accennare ad una divisione dal continente, ad un fine tutto regionale; per lo che abbiamo, con modi cortesissimi, protestato contro quella distinzione di bandiera, dichiarando che il solo vessillo da innalzarsi in quella dimostrazione, null’altro esser dovea, che quello portante i tre colori italiani senz’altra distinzione.

E ciò anche per imporre sui dominatori d’Italia coll’idea dell’unione concorde ed unanime dei popoli dell’intera penisola, aspiranti tutti ad uno scopo comune, alla nazionale indipendenza. Nè, a dir vero, quegli ottimi patrioti Messinesi si mostraron discordi dai nostri divisamenti e, di concerto, ci siamo divise le bandiere tricolori senza motto o emblema di sorta.

In quello stesso giorno si pose in discussione la gravissima questione, se, noi da Reggio, dovessimo insorgere i primi ed esser seguiti da quelli di Messina, o viceversa; ovvero da ambedue le parti si dovesse contemporaneamente insorgere con moto simultaneo.

Ma, per verità, la discussione si cangiò tosto in nobile gara; e quei caldi e generosi Messinesi, facendo vista di accettare la simultaneità, appalesavano nei loro movimenti espressivi, pregio esclusivo dei sicilia- ni, la loro impazienza nel volerci precedere. Ad ogni modo fu di accordo stabilito il giorno Due Settembre (eravamo sul cadere di Agosto 1847) per effettuare l’insurrezione da ambe le parti; e così tornammo a Reggio, portando le nostre valigie piene zeppe di bandiere tricolori è recando con noi il corpo d’un delitto, che la legge di allora puniva colla pena di morte.

Ma qual non fu la nostra dolorosa sorpresa, quando, giunti alla nostra rada a sera un po’ inoltrata, trovammo chiusi gli ufficii doganali e fummo costretti a lasciare presso le guardie i nostri sacchi di viaggio con quel poco di ben di Dio che contenevano? Bisognò essere arrendevoli per non dar sospetto a quella gente, e consegnar tutto, beninteso, ritenendo presso noi le chiavi, con affettata indifferenza.

Fortuna che le tenebre della notte nascondevano alle guardie il turbamento dei nostri volti, i quali, in quel momento non erano certamente nè i più tranquilli, nè i più sereni del mondo!.

Turbati dall’idea del pericolo, cui andavamo incontro nel dì appresso, ci ritraevamo dall’officina doganale, consultando fra noi sul da farsi per scongiurarlo. Allorchè, ad uno dei nostri, venne opportunamente il pensiero di presentarci ad un tal Rappolo, capitano, una volta, e poi destituito come Carbonaro nel 1821, e nell’Agosto 1847 impiegato come Agente alla Regìa delle privative, e metterlo con leale fiducia a giorno del fatto nostro.

Nè mal ci apponemmo nel nostro divisamento; perciocchè, egli, crema di galantuomo, qual era, e vero liberale, misurò tutta la gravezza del pericolo e, senza porre un istante in mezzo, corse difilato alla dogana e, come spinto da maggior zelo di servizio, si fe’ trasportare in sua casa tutte le nostre valigie, rimandandone alla dimane la visita ufficiale di rito.

Puossi di leggieri intendere quale abbia potuto essere il nostro contento, quando fummo chiamati dal Rappolo; e ciascheduno di noi ha potuto tornare a casa col proprio sacco di viaggio e con tutto il pericoloso contenuto.

Rinfrancati dallo scongiurato pericolo e fatti intesi gli amici di tutto il concertato coi Messinesi, ci siamo messi all’opera con tutto il calore ch’esigeva l’importantissima impresa; e si stabilì una cassa ed una contribuzione volontaria fra i congiurati, si fece venire da Messina molta quantità di polvere da sparo, si spedirono messi a tutti gli affiliati della provincia, e si stabilì financo una fabbrica clandestina di scarpe di munizione e giberne, che si lavoravano a spese del Comitato, sotto la vigilanza di un tal Lorenzo Colosi capo calzolaio, in Santa Lucia.

A dir breve, si preparava tutto colla massima attività e si sostenevano disagi, e si sfidavano pericoli con un’arditezza che, considerata dopo calmato il bollore, può chiamarsi più giustamente imprudenza.

Ma tanto era; perchè, già scoperti e compromessi, non vi era più che nascondere e si cominciava quasi ad agire palesemente.

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