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L'Anticristo

Friedrich Nietzsche · 1917 · Free in the US

25,429 words · about 1 h 47 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1917 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=L'Anticristo&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Language
Italian
Published
1917
Length
25,429 words · about 1 h 47 min
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Public domain in the United States

 

Contents (2)
  1. Introduzione about 1 min
  2. L'Anticristo about 1 h 46 min

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Introduzione

Questo libro appartiene ai meno: di questi a volte non ne esiste alcuno, e se esistono saranno di certo quelli che comprendono il mio Zarathustra. Come oserei confondermi con quelli a cui oggi si presta orecchio? Solo il passato domani mi apparterrà. Alcuni nascono postumi.

Le condizioni sotto le quali mi si comprende, fanno sì che mi si comprenda «necessariamente». Bisogna essere integri fino alla durezza nelle cose dello spirito per poter sopportare la mia serietà e la mia passione; bisogna essere abituati a vivere nelle montagne, a vedere «al di sotto» di sè la meschina ciarlataneria attuale della politica e dell'egoismo dei popoli: è, infine, necessario esser diventati indifferenti, e non domandar più se la verità è utile e se giungerà ad essere un destino... Una predilezione della forza per le questioni che oggi nessuno è capace di risolvere; il coraggio del «proibito»; un'esperienza di sette solitudini; orecchio nuovo per la musica nuova; occhi nuovi per veder più lontano; una coscienza nuova per verità mute fino ad ora; e la volontà per l'economia del grande stile: riunire la propria forza ed il proprio «entusiasmo...» il rispetto di sè stesso, l'amor proprio: la libertà assoluta, rispetto a sè stesso...

Solo questi, infine, sono i miei lettori, i miei veri lettori, i miei lettori predestinati; che importa il «resto» che non è altro che l'umanità? — E' necessario esser superiore all'umanità in forza, in grandezza d'animo, — in disprezzo.....

L'Anticristo

Guardiamoci faccia a faccia. Siamo iperborei e sappiamo perfettamente quanto diversamente viviamo. «Nè per terra, nè per mare, troverai la via che mena agli iperborei», come disse di noi. Al di là del Nord, del cielo, della morte — «nostra» vita, «nostra» felicità... Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita del labirinto attraverso migliaia d’anni. Chi la trovò? L’uomo moderno forse? «Io non so nè uscire nè entrare», sospira l’uomo moderno... Eravamo malati di «questo modernismo — malati della pace malsana, del vile compromesso, di tutto il virtuoso sudiciume del moderno si e no. Questa tolleranza e «largeur» del cuore, che tutto «perdona» perchè tutto comprende, è per noi come il vento scirocco. Meglio vivere tra i ghiacci che in mezzo alle virtù moderne e agli altri venti del Sud! Siamo stati abbastanza coraggiosi; non abbiamo avuto una meta nè per noi nè per gli altri: perciò per molto tempo non abbiamo saputo «dove» andare col nostro valore. Eravamo diventati tristi, ci chiamavano fatalisti. La «nostra» fatalità, era la pienezza della tensione, l’immobilità delle forze. Avevamo sete di lampi e di fatti, rimanevamo il più lontano «possibile» dalla felicità dei deboli, dalla «rassegnazione»... La nostra atmosfera era carica di tempesta, si intorbidava la nostra stessa natura, «perché non avevamo una via». Ecco la formola della nostra felicità: un sì, un no, una linea retta, un «fine...»

Che cosa è bene? — Tutto ciò che aumenta nell’uomo il sentimento del potere, la volontà per il potere, il potere stesso.

Che cosa è male? — Tutto ciò che procede dalla debolezza.

Che cosa è la felicità? — Il sentimento con cui il potere «si ingrandisce» — con cui si vince una resistenza.

Non appagamento, ma più potere; non pace sopra tutto, ma guerra; non virtù, ma valore (virtù, nello stile del rinascimento; «virtus», virtù spoglia d’ipocrisia).

Muoiano i deboli e gli infermi: primo principio del nostro amore per l’uomo. Bisogna, anzi, aiutarli a sparire.

Qual’è il vizio più nocivo di qualsiasi altro vizio? — La pietà dell’azione verso gli infermi ed i deboli: — il cristianesimo...

Ciò che bisogna sostituire nella scala degli esseri all’umanità, non è il problema: l’uomo è un fine — ma questo: che tipo di uomo si deve «educare», si deve «volere», perchè esso sia il più sicuro dell’avvenire?

Questo tipo di più alto valore è già abbastanza frequentemente esistito; ma come caso sporadico, come eccezione, giammai come «voluto». Al contrario è stato precisamente il più temuto; fino ad ora è stato quasi lo spauracchio e per questo timore, il tipo contrario risultò voluto, educato, «conseguito»: la bestia domestica, la bestia da macello, l’infermiccia bestia umana, — il cristiano...

L’umanità non rappresenta un’evoluzione verso qualche cosa di più buono, di più forte, di più elevato come si crede oggi. Il «progresso» non è altro che un’idea moderna, cioè, un’idea falsa. In quanto a valore, l’europeo d’oggi sta abbastanza al disotto dell’europeo del rinascimento. Evolversi «non» significa assolutamente, necessariamente elevarsi, sublimarsi, fortificarsi.

In altro senso, esiste una serie continua di casi isolati in diversi punti della terra ed in mezzo alle civiltà più diverse, con i quali si rappresenta in effetto un «tipo superiore», qualche cosa che relativamente all’intera umanità, costituisce una specie di superuomo. Tali casualità della gran serie furono sempre possibili, lo saranno forse sempre. Perfino razze intere, tribù e popoli possono, in circostanze particolari, rappresentare un simile «uomo del destino».

Non bisogna abbellire nè adornare il cristianesimo. Ha sostenuto una «guerra a morte» contro questo tipo superiore di uomo, ha censurato tutti gli istinti fondamentali di questo tipo, ha distillato da questi istinti il male: ha preso l’uomo forte come tipo del «reprobo», «l’uomo reprobo». Il cristianesimo ha difeso tutto ciò che è debole, basso, fallito, ha fatto un ideale della «opposizione» agli istinti di conservazione della vita sana; ha corrotto perfino la ragione delle nature più intellettualmente poderose, insegnando che i valori superiori dell’intellettualità non sono che peccati, vizî, «tentazioni». L’esempio più lamentevole è la corruzione di , che credeva nella perversione della sua ragione per opera del peccato originale, mentre era pervertita solo per opera del suo cristianesimo.

Uno spettacolo doloroso, terrificante mi si è presentato davanti agli occhi: ho alzata la cortina della corruzione degli uomini. Questa parola sulle mie labbra è al meno al coperto da un sospetto, quello di contenere un’accusa morale contro l’uomo. Lo credo — vorrei sottolinearlo un altra volta — sprovvisto di «moralina»: e ciò fino al punto che io noto questa corruzione più nei luoghi dove, sino ai nostri giorni, si aspirava più coscienziosamente alla «virtù», alla «divinità». Intendo la corruzione, come è facile indovinare, nel senso di «décadence».

Chiamo corrotto, sia un animale, sia una specie, sia un individuo, quando perde i suoi istinti, quando sceglie e «preferisce» ciò che gli è nocivo. Una storia dei «più elevati sentimenti», degli «ideali dell’umanità» — e forse mi sarà necessario farla, — darebbe approssimativamente la spiegazione della causa per cui l’uomo si trova così corrotto. La vita stessa è per me l’istinto dell’accrescimento, della durata, dell’accumulazione di forze, di «potenza»; dove manca la volontà di potere, è degenerazione. Ed io asserisco che codesta volontà, «manca» in tutti i valori superiori dell’umanità, che regnano sotto i nomi più sacri; valori di degenerazione, valori «nihilisti».

Il cristianesimo si chiama religione della «pietà». La pietà è in opposizione con gli affetti tonici, che elevano l’energia del sentimento vitale; essa opera con effetto depressivo. Quando si ha compassione si perde forza. La pietà aumenta e moltiplica sempre più la perdita di forza che il dolore infligge già per suo conto alla vita. Il dolore stesso, per la pietà, arriva ad essere contagioso; in certi casi può apportare una perdita totale di vita e di energia vitale, perdita assurda, se la si paragona con la meschinità della causa, (il caso della morte del Nazareno). Ecco il primo punto di vista: tuttavia ne esiste un altro più importante ancora.

La pietà viola insomma la legge della evoluzione, che è quella della «selezione». Raccatta ciò che è maturo per la dissoluzione e si adopera in favore dei diseredati e dei condannati dalla vita. Con l’abbondanza di cose malsane d’ogni genere che «trattiene» nella vita, dà alla vita stessa un aspetto fosco e malcerto. Si è avuto il coraggio di chiamar virtù la pietà — (in ogni morale «nobile» è ritenuta debolezza) — e si è andati più oltre: si è fatto di essa «la» virtù, il terreno, la matrice di tutte le virtù. Non bisogna però dimenticare che ciò era dal punto di vista di una filosofia nihilista che poneva per divisa sul suo scudo «la negazione della vita».

aveva ragione quando diceva: «La vita è negata dalla pietà; questa la rende ancor più degna di esser negata».

La pietà è la pratica del «nihilismo». Ripetiamolo ancora una volta: questo istinto depressivo e contagioso viola quegli istinti che tendono alla conservazione ed all’accrescimento del valore della vita; sia come «moltiplicatore», sia come «conservatore» di tutte le miserie, è uno dei fattori principali della «décadence»: — la pietà spinge al «nulla»! Non si dice «il nulla»: si pone in sua vece «l’al di là» oppure «Dio», oppure «la vera vita»; o il nirvana, la salvazione, la felicità eterna... Questa innocente retorica, originaria del regno della idiosincrasia religioso-morale, sembrerà in seguito «molto meno innocente» se si pensi «quale» tendenza si cela in questo caso sotto il velo delle parole sublimi, la tendenza «nemica alla vita». Schopenhauer era nemico della vita, perciò la pietà si mu- tò per lui in una virtù... È noto che vedeva nella pietà uno stato malsano e pericoloso, a cui sarebbe stato opportuno rimediare di quando in quando con un buon purgante, e considerava la tragedia come una purga. Per salvare l’istinto della vita, sarebbe effettivamente necessario cercare un mezzo per dare un colpo ad un serbatoio di pietà, tanto pericoloso e malsano, come dimostra il caso di , (e disgraziatamente anche quello di tutta l’attuale «décadence» letteraria ed artistica da San Pietroburgo a Parigi, da a ), per farlo «scoppiare...» Nulla è tanto nocivo in mezzo al nostro malsano modernismo, quanto la pietà cristiana.

Esser medici, essere implacabili «in questo caso», questo «ci» spetta; questa è la «nostra» specie d’amore per l’uomo; per essa siamo «noi» filosofi, noi gli iperborei!

È necessario dire «chi» consideriamo come nostro avversario e di tutta la nostra filosofia: — i teologi e quanti han sangue di teologo nelle vene.

Bisogna aver visto da presso questo destino, meglio ancora, bisogna averlo vissuto, bisogna essere stato sul punto di morire per esso, per non ammetter più scherzi in questo caso. Il libero pensiero dei nostri signori uomini di scienza, dei nostri fisiologi è, a mio vedere, una «burla» poichè ad essi fa difetto la passione per queste questioni, fa difetto la «sofferenza» per esse. Questo avvelenamento va molto più lontano di quel che si creda: ho incontrato di nuovo l’istinto teologico dell’«orgoglio», d’onde proviene che oggi si sentano gli «idealisti», d’onde proviene che, grazie ad un’origine più elevata, si arroghino il diritto di guardare la realtà dall’alto e come se ci fosse estranea... L’idealista ed il sacerdote hanno tutte le grandi idee in mano, (e non in mano soltanto); le mettono in giuoco con benevolo disdegno, contro la «ragione», contro «i sensi», contro la «scienza», — e vedono tali cose «ai loro piedi» come se fossero forze perniciose e seduttrici sulle quali aleggiasse lo «spirito» in un’astrazione pura: come se l’umiltà, la castità, la povertà, la «santità» in una parola, non avessero finora fatto alla vita più male di qualsiasi altra cosa terribile, di qualsiasi vizio... Lo spirito puro è la menzogna pura. Fino a che il sacerdote sarà reputato appartenente ad una classe «superiore», (il sacerdote, questo negatore, questo calunniatore, questo avvelenatore della vita «per professione»), non si avrà risposta alla domanda: Che cosa è la verità? La verità sfugge dalle menti, se il suddetto avvocato del nulla e della negazione è reputato il rappresentante della «verità».

A questo istinto teologico io faccio la guerra: ho trovato le orme dovunque. Quanto ha sangue di teologo nelle vene si trova sin da principio in una posizione falsa rispetto a tutte le cose, in una posizione che manca di dignità. Il «pathos» che da esso emana si chiama la «fede»: chiuder gli occhi una volta per sempre davanti a se stesso, per non soffrire a causa dell’aspetto di un’incurabile falsità. Di questa ettica difettosa si fa una morale, una virtù, una santità; si accoppia la buona coscienza con la «falsa visione»: si pretende che nessun’«altra» specie di ottica abbia valore, dappoichè è diventata sacrosanta la sua con i nomi di «Dio», «salvazione», «eternità». Dovunque sono andato, ho scovato l’istinto teologico: è la forma più estesa, la forma veramente «sotterranea» della falsità. Ciò che un teologo ritiene per vero, «deve» esser falso: questo è quasi un criterio di verità. Il suo più basso istinto di conservazione è quello che gli proibisce di porre in chiaro la realtà, o di concederle la parola in una qualsiasi occasione. Dove arriva l’influenza teologica, son trasposte le «valutazioni», o necessariamente invertiti i concetti «vero» e «falso»: «Vero» è per esso ciò che è più pernicioso per la vita; ciò che la innalza, la eleva, l’afferma, la giustifica e la fa trionfare, si chiama Se accade che i teologi, per mezzo della «coscienza» dei principi (o dei popoli), stendono le mani al «potere», noi non dubitiamo di ciò che si trova sempre nel fondo: la volontà del fine, la volontà «nihilista» aspira al potere...

Mi si capirà in seguito se dico che la filosofia tra i tedeschi è corrotta dal sangue dei teologi. Il pastore protestante è l’avolo della filosofia tedesca, lo stesso protestan- tismo è il suo «peccatum originale». Definizione del protestantismo: l'emiplegia del cristianesimo e della ragione... Non bisogna che pronunziare le parole «Scuola di Tubinga», per comprendere quel che è in fondo la filosofia tedesca: una teologia «astuta». I filosofi sono i più bravi ipocriti di Germania; mentono innocentemente...... Donde scaturisce la gioia che all'apparire di passò in Germania attraverso il mondo della scienza che nei suoi tre quarti si compone di figli di pastori e di figli di maestri?

Donde procede la convinzione tedesca — che trova ancora eco — che con Kant incomincia un mutamento verso il «meglio»? L’istinto teologico nel savio tedesco indovinava ciò che stava per esser possibile. Si era aperta una via indiretta per l'antico ideale; il concetto del «mondo verità», il concetto della morale come «essenza» del mondo, (gli errori più perfidi che esistono!), erano di nuovo, se non dimostrabili, almeno «non refutabili», grazie ad uno scetticismo sottile ed astuto... La ragione, il «diritto» della ragione non arriva a tanto... Si era fatto della realtà un’«esperienza»; un mondo assolutamente «bugiardo», quello dell'essenza, era diventato realtà... L'effetto di Kant non è che l’effetto di un teologo: Kant fu come , come , un freno di più per la proibità tedesca, di per sè stessa poco solida.

Una parola ancora contro Kant come «moralista». Una virtù deve essere una «nostra» invenzione, una «nostra» difesa, una «nostra» necessità personale: presa in qualunque altro senso non è più che un pericolo. Ciò che non costituisce una condizione vitale è «nocivo» alla vita: una virtù che esiste soltanto a causa di un sentimento di rispetto verso l'idea di «virtù», come Kant la voleva, è pericolosa. La «virtù», il «dovere», il «bene in sè», il bene coi carattere dell'impersonalità e del valore generale; chimere in cui si estrinseca la degenerazione, l’ultimo indebolimento della vita, la sottigliezza di Koenisberg. Le leggi più profonde della conservazione e dell’accrescimento esigono il contrario: che ognuno inventi per sè la «sua» virtù, il «suo» imperativo categorico. Un popolo muore quando confonde il «suo» dovere con la con- cezione generale del dovere. Niente rovina tanto profondamente ed irrimediabilmente quanto qualsiasi dovere «impersonale», qualsiasi sacrificio avanti al dio Moloch dell'astrazione.

— Che non si sia trovato «pericoloso» per la vita l'imperativo categorico di Kant!... Solo lo spirito teologico lo prese sotto la sua protezione! Un'azione a cui spinge l’istinto della vita, dimostra di essere un’azione «conveniente» per il piacere che l'accompagna: mentre quel nihilista dalle visceri cristiano-dogmatiche considerava l'allegria come un’«abbiezzione». Chi è che distrugge più rapidamente del lavorare, del pensare, del sentire, senza necessità interiore, senza una profonda elezione personale, senza «piacere», come automa del «dovere»?

E’ in certo modo la ricetta per la «décadence» e fino per l’imbecillità... Kant divenne imbecille. E costui era contemporaneo di ! Questo destino di ragno era considerato come il filosofo «tedesco» per eccellenza, e lo è ancora!... Mi astengo dal dire quel che penso dei tedeschi!... Non vedeva Kant nella rivoluzione francese il passaggio dalla forma inorganica dello Stato alla forma «organica»? Non si era domandato se esistesse un fatto non esplicabile diversamente che con un’attitudine morale dell’umanità, di guisa che per quel fatto si «dimostrasse» una volta per sempre, «la tendenza dell’umanità verso il bene?» Risposta di Kant: — «E’ la rivoluzione.» — L’istinto che equivoca in tutte le cose; il contrarlo alla natura come istinto, la «décadence» tedesca come filosofia — questo è Kant!

Metto da parte alcuni scettici, il tipo onesto nella storia della filosofia; chè il resto ignora le più elementari esigenze della probità intellettuale. Tutti fanno come le donne, queste grandi entusiaste, questi animali maravigliosi che prendono sempre i «bei» sentimenti per argomenti, il «petto sollevato» per un mantice da magnano della divinità, e la convinzione per un «criterio» di verità. Nell'ultimo periodo della sua vita, Kant, nella sua innocenza «tedesca», cercò di far scientifica, sotto il concetto della ragion pratica, questa forma della corruzione questa mancanza di coscienza intellettuale: inventò espres- samente una ragione «ad hoc», per la quale non bisogna dare ascolto alla ragione, che è quanto dire la morale, quando si fa udire il sublime ordine «tu devi».

Se si considera che, presso quasi tutti i popoli, il filosofo non è che l’evoluzione del tipo sacerdotale, non sorprenderà questa eredità del sacerdote, «questa falsa coniazione davanti a sè stesso». Quando si hanno doveri sacri, per esempio far gli uomini migliori, salvarli, redimerli, quando si porta la divinità nel petto, quando si è il portavoce degli imperativi ultraterreni, si è, con simile missione, al disopra di tutte le valutazioni puramente conformi alla ragione, e «insieme» si è santificato, per simile compito, si diventa insomma tipo di una gerarchia superiore!... Che può importare della «scienza» ad un sacerdote?! Si trova troppo in alto per essa! Ed il sacerdote ha «regnato» fino ad ora! Esso determinava i concetti «vero» e «falso»!....

Non disprezziamo ciò; «noi stessi», noi spiriti liberi, siamo una «trasmutazione di tutti i valori», una «formale» dichiarazione di guerra e di vittoria a tutte le vecchie concezioni del «vero» e del «falso». Le conoscenze più utili sono quelle che si trovano più tardi; ma le conoscenze più preziose sono i «metodi». «Tutti» i metodi, «tutte» le promesse del nostro spirito scientifico attuale, hanno avuto contro, per secoli e secoli, il disprezzo più profondo; a causa di quelli e di queste si era esclusi dalle relazioni con le persone «oneste»; si era considerati come «nemici di Dio», come sprezzatori della verità, come «ossessi». Come carattere scientifico, era uno Tschândâla....

Abbiamo contro tutto il «pathos» dell’umanità, il suo concetto di ciò che «deve» essere verità, di ciò che «deve» essere la funzione della verità. Ciascuno degli imperativi «tu devi» era fino ad oggi diretto «contro» noi... I nostri obbietti, le nostre azioni, il nostro carattere silenzioso, circospetto e diffidente, — tutto sembrava loro assolutamente indegno e disprezzabile. — Alla fin fine bisognerebbe domandarsi, con qualche ragione, se non è stato un gusto «estetico» quello che ha tenuto l’umanità in una cecità tanto lunga: esigeva dalla verità un effetto «pittoresco», esigeva pure che colui che la conoscenza, produca sui sensi una forte impressione. La nostra «umiltà» le fu contraria per molto tempo. Oh, come avevano indovinato questi tacchini della divinità!

Noi abbiamo mutato metodo. Noi siamo diventati più modesti in tutte le cose. facciamo più discendere l'uomo dallo spirito, o dalla divinità; l'abbiamo posto tra gli animali. Nel nostro concetto esso è l'animale più forte, perchè è il più astuto: la sua spiritualità è una conseguenza di ciò. D'altra parte ci difendiamo da una vanità che vorrebbe anche qui alzar la voce: essere stato l'uomo il grande, ultimo pensiero dell'evoluzione animale.

Esso non è in nessun modo il coronamento della creazione; ogni altro essere si trova con esso allo stesso grado di perfezione... E, ciò posto, andiamo troppo lontano: l'uomo è, relativamente, il più deficiente degli animali, il più malaticcio, colui che ha più pericolosamente snaturati i suoi istinti: — certo che, con tutto ciò, è ancora l’animale «più interessante!» — Per quel che riguarda gli animali, fu il primo che ebbe il mirabile ardimento di considerare l'uomo come una «macchina»: tutta la nostra fisiologia si sforza per dimostrare questa proposizione. Inoltre, logicamente, non mettiamo già a parte l’uomo, come faceva Descartes; ciò che si sa oggi dell'uomo, non va al di là del concetto «macchinale» di esso.

In altri tempi si concedeva all'uomo il «libero arbitrio» come una dote di un ordine superiore: oggi gli abbiamo strappato fin la volontà, nel senso che non è più permesso intendere con ciò una facoltà. L’antica parola «volontà», non serve più che a designare una resultante, una specie di reazione individuale, che, necessariamente, deriva da una serie di motivi in parte contradditori e in parte concordanti: — la volontà non «opera», non «muove»... Dapprima si vedeva nella coscienza dell'uomo, nello «spirito», la prova della sua origine più elevata, della sua divinità: per «perfezionare» l'uomo, gli si consigliò di riconcentrare i suoi sensi in sè stesso, a guisa di tartaruga, di troncare le relazioni col mondo terrestre, e di liberarsi dall'involucro mortale: allora non sarebbe rimasto di lui che l’essenziale, lo «spirito puro». Anche in questo abbia- mo cambiato modo di pensare. La coscienza, lo «spirito», ci sembra che siano i segni rivelatori di una relativa imperfezione dell’organismo, come una prova, un tentativo, un’equivocazione, un lavoro in cui si spende inutilmente molta forza nervosa; — noi diciamo che nessuna cosa può farsi con perfezione mentre si opera ancora coscientemente. Lo «spirito puro» è una pura sciocchezza: se facciamo astrazione dal sistema nervoso, e dai sensi, e dall’«involucro mortale» noi «sbagliamo nel nostro calcolo», niente più!

Nel cristianesimo, nè la morale, nè la religione si trovano a contatto con un punto qualsiasi della realtà. Solo «cause» immaginarie: («Dio», «anima», «io», «spirito», «libero arbitrio» — o il «non libero arbitrio»); solo «effetti» immaginari («peccato», «salvazione», «grazia», «castigo», «perdono dei peccati»).

Una relazione tra «esseri» immaginari, («Dio», «spirito», «anima»); una scienza «naturale» immaginaria (antropocentrica; una mancanza assoluta del concetto delle cause naturali); una «psicologia» immaginaria (solo errori propri, interpretazioni di sentimenti generali gradevoli o sgradevoli, per esempio degli stati del «nervus sympathicus», con l’aiuto del linguaggio figurato della idiosincrasia religioso-morale — «pentimento», «rimorso», «tentazione del diavolo», «la presenza di Dio»); una «teologia» immaginaria, («il regno di Dio», «il giudizio finale», «la vita eterna»).

Questo mondo delle «finzioni pure», differisce, con suo grande svantaggio, dal mondo dei sogni, in quanto questo «rispecchia» la realtà, mentre l’altro non fa che falsarla, sprezzarla e negarla.

Dopo che fu inventato il concetto «natura» come opposizione al concetto «Dio», «naturale» diventò equivalente a «disprezzabile»; — tutto questo mondo di finzioni ha il suo fondamento nell’«odio» contro il naturale (— la realtà! — ) ed è l’espressione del profondo disgusto che causa la realtà. «Perciò questa spiega tutto!» Chi è l’unico che ha ragione di uscire dalla realtà «con una menzogna?» Colui che «soffre» per essa. Però soffrire per la realtà significa essere una realtà «fallita»... La prepon- deranza del sentimento di pena sul sentimento di piacere è la «causa» di questa morale e di questa religione fittizie: per questo un eccesso tale, dà la formula per la «décadence»...

Una critica della «concezione cristiana di Dio» porta con sè una conclusione simile. — Un popolo che ha ancora fiducia in sè stesso, possiede tuttavia un Dio che gli è proprio. In questo Dio esso venera le condizioni che lo fanno vittorioso, le sue virtù, — proietta la sensazione di piacere che causa a sè stesso, ed il suo sentimento di potere, in un essere a cui possa render grazie. Chi è ricco, vuole dare; un popolo orgoglioso ha bisogno di un Dio a cui «sacrificare»... La religione, sotto questo punto di vista è una forma di gratitudine. E' una gratitudine con sè stesso: per questo manca un Dio. — Un Dio tale deve poter servire e danneggiare, deve poter essere amico e nemico — lo si ammira così nel bene come nel male.

La castrazione «contronaturale» di un Dio, per convertirlo in un Dio del solo bene, si troverebbe qui fuori di tutto ciò che si può desiderare. Tanta è la necessità di avere un Dio cattivo come un Dio buono. Non si deve la propria esistenza precisamente alla tolleranza, alla filantropia... Chi si curerebbe di un Dio che non conoscesse nè la collera, nè la vendetta, nè l’invidia, nè lo scherzo, nè l'astuzia, nè la violenza, che ignorasse forse anche i meravigliosi «ardeurs» della vittoria e della distruzione? Un simile Dio non si capirebbe: infatti, perchè tenerlo? Senza dubbio, quando un popolo muore; quando sente svanire per sempre la fede dell’avvenire, la speranza della libertà; quando la servitù gli sembra essere di prima necessità; quando le virtù dei sottomessi entrano nella sua coscienza come condizioni di conservazione, allora è anche «necessario» che il suo Dio si trasformi. Diventa allora bacchettone, pauroso, umile, consiglia la «pace dell’anima», l’assenza dell'odio, le considerazioni, perfino «l'amore», tanto per gli amici che per i nemici. Non fa più che moralizzare, si nasconde nel covo di tutte le virtù private, diventa il Dio di tutto il mondo, si ritira a vita privata, diviene cosmopolita... In altri tempi rappresentava un popolo, la forza d'un popolo; tutta l'aggressività e l'avidità del potere, procedenti dall’anima d'un popolo; ora non è più che il buon Dio...

Effettivamente non vi è altra alternativa per gli dei: «o» sono la volontà del potere — ed allora saranno dei popolari — ; «o» sono l’impotenza del potere, — ed allora si fanno «necessariamente buoni».

Dalla qual cosa si deduce che in tutte quelle forme in cui diminuisce la volontà di potere, v’è sempre pure un regresso fisiologico, una «décadence». La divinità della «décadence», castrata nelle sue virtù e nei suoi istinti più virili si muta allora necessariamente nel Dio di quelli che si trovano in uno stato di regresso fisiologico nel Dio dei deboli. Essi stessi non si chiamano i deboli, si chiamano i « buoni»... Si capisce, senza bisogno di esemplificazioni, in quali momenti della storia diventa possibile la finzione dualistica di un Dio buono e di un Dio cattivo. Con lo stesso istinto di cui si servono i sottomessi per abbassare il loro Dio sino a ridurlo al «bene in sè», essi cancellano le buone qualità del Dio dei loro vincitori; si vendicano sui dominatori «diabolizzando» il loro Dio. Il «buon» Dio, come il diavolo, sono ambedue frutti della «décadence». — Come è possibile sottomettersi tanto anche oggi all'ingenuità dei teologi cristiani, da affermare con essi che l'evoluzione del concetto di Dio, dal «Dio d’Israele», dal Dio popolare, al Dio cristiano, la sintesi di tutte le bontà, può essere un «progresso?» Ma lo stesso lo fa. Come se Renan avesse diritto all'ingenuità! Pure il contrario salta agli occhi. Se si eliminano dal concetto di Dio le condizioni della vita ascendente, tutto quel che v’è di forte, di coraggioso, di dominante, di orgoglioso; se si abbassa man mano sino a diventare il simbolo di un bastone per gli stanchi, di un’ancora di salvezza per tutti quelli che son per affogare; se si fa di esso il Dio «per excellence» dei disgraziati, dei peccatori, dei malati, e se l’attributo «Salvatore, Redentore» «resta» in certo modo come l’attributo divino per eccellenza, a che conduce una tale trasformazione, una tale «riduzione» del divino? — Senza dubbio, per mezzo di ciò il regno di Dio si è ingrandito. In altri tempi Dio non aveva che un popolo, il suo popolo «eletto». Certo che, se si comportò all’estero come il suo popolo, si pose a viaggiare senza mai rimanere in un luogo, fino a che dovunque ed in ogni casa si trovò il gran cosmopolita — fino a che ebbe dalla sua parte «la maggioranza» e la metà del mondo.

Però il Dio della «maggioranza», il democratico fra gli dei, non si fece, tuttavia un orgoglioso Dio pagano: seguitò ad essere giudeo, continuò ad essere il Dio degli angoli riposti, il Dio di tutti gli angoli e luoghi oscuri, di tutti i sobborghi malsani del mondo intero! Il suo regno universale è oggi, come prima, un regno fosco, un ospedale, un regno «souterrain», un regno del giudaismo. Ed è allo stesso modo pallido, debole, «décadent»... I più scialbi tra gli anemici si fecero degni di lui; i signori metafisici, questi albini del pensiero, tesserono intorno a lui, fino a che questi ipnotizzato dai suoi stessi movimenti, si mutò in ragno, in metafisico. Allora, si mise di nuovo a dipanare il mondo fuor di lui — «sub especie » — allora si trasfigurò in una cosa sempre più pallida, evanescente, si fece «ideale», spirito », «absolutum», cosa in sè... La «rovina di un Dio»: Dio si mutò nella «cosa in sè»....

Il concetto cristiano di Dio — Dio come Dio degli infermi, — Dio ragno, Dio come spirito, — è uno dei concetti divini più corrotti che si siano avuti sulla terra; anzi rappresenta, forse, il livello più basso nella evoluzione discendente del tipo divino. Dio degenerato in «contraddizione della vita»; invece di essere la glorificazione della medesima ed il suo eterno «sì». Dichiarare, in nome di Dio, la guerra alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la formula di tutte le calunnie dell’«al di qua», e di tutte le menzogne dell’«al di là». Il nulla divinizzato in Dio; la volontà per il nulla santificata!...

Che le forti razze del Nord d’Europa non abbiamo respinto il Dio cristiano, non fa di certo onore alla loro attitudine religiosa, per non dire nulla del loro gusto.

«Avrebbero dovuto» finirla da un pezzo con questo em- brione della «décadence» infermiccio e decrepito. Bisogna dire che pesa su di loro una maledizione, se non l'hanno finita con esso: hanno accolto in tutti i loro istinti l’infermità, la vecchiezza, la contraddizione: — e da allora in poi non han «creato» nessuno Dio. Quasi due mila anni e non un solo Dio nuovo! Sussiste invece ancora, e quasi per diritto, — quasi un «ultimatum», un «maximum» della forza creatrice del divino, del «creator spiritus» dell'uomo, - questo Dio pietoso del monoteismo cristiano, questo ibrido edificio di smoccolature di ceri, idea e contraddizione ad un tempo, in cui tutti gli istinti della «décadence», tutte le viltà e tutte le stanchezze dell'anima trovano la loro sanzione.

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