Indice
Considerazioni dell'editore
Premessa
A’ LETTORI
Perchè siesi intrapresa questa edizione, appare dalla lettera precedente; come sia eseguita, apparirà dagli avvertimenti che seguono.
METODO DELL’AUTORE
II Principe sperimentò la guerra per lunghissimi anni, meditò gli annali de’ romani e de’ greci, e desunse i principii generali dell’arte: e per dimostrarne la convenienza li accompagnò di due libri di commentarii, trattando nell’uno di quanto egli aveva fatto in Ungheria, nell’altro di quanto si potea fare contro a’ Turchi. Parranno forse inutili questi scritti a’ dì nostri a chi vede gli effetti meravigliosi del nuovo sistema di guerra senza considerare che le teorie, quando sieno attinte dalla analisi e dalla esperienza, non vengono distrutte mai, ma soltanto modificate dalle rivoluzioni de’ tempi, dai maggiori mezzi e dai diversi metodi con cui sono applicate. E questa considerazione deve farsi sopra tutto nelle teorie delle arti che hanno per elementi le forze fisiche e morali perpetue nell’uomo, delle quali non si cangiano se non le combinazioni e le apparenze. E d’altra parte chi mai pretenderebbe di salire al sommo di un’arte senza percorrerne i principii e i progressi, le decadenze e i risorgimenti? Or questi libri del Montecuccoli segnano l’epoca dell’arte militare appunto quando risorgeva dalla barbarie in cui giacque più secoli dopo la decadenza della milizia romana. Ciò che l’arte può insegnare trovasi da chi sa studiarla nell’autore; ciò che la natura e la fortuna sole possono dare nè il Montecuccoli nè uomo al mondo mai potrà insegnarlo in verun’arte.
STILE
Lo stile dell’autore negli Aforismi sa del filosofo e del guerriero: ne’ Commentarii è pieno di storica ingenuità, e sente la scuola del Davanzati. Un libro tutto grandi idee vedute chiaramente, meditate e sentite sarà sempre esemplare di stile a’ pensatori. Ma quantunque la profondità e l’energia, doti rarissime negli scrittori moderni, sieno eminenti nell’autore, si desidera non per tanto certa nitidezza e castità d’idioma: ch’ei coltivasse la sua lingua natia appare da’ suoi versi; ma la lingua era allora adulterata dalla scuola de’ secentisti, come oggi dalla libidine di libri stranieri; e più del pessimo esempio nocque forse a quel forte ingegno l’abitare e lo scrivere fuor d’Italia, e l’aver lasciata a’ posteri la cura di pubblicare i suoi scritti. A’ molti difetti tipografici abbiam proveduto collazionando le edizioni e le versioni, e riordinando la ortografia: a’ difetti dell’autore s’è portato rispetto.
EDIZIONI
Raimondo Montecuccoli compì i tre libri l’anno dell’età sua lx ; nè si sa ch’ei vivente li rivedesse. Abbiamo incontrato due sole edizioni ambedue scorrette e rarissime; la più antica posteriore d’anni xxiii alla morte dell’autore. Non reputandola principe, noi sperammo notizie da’ bibliografi o dagli storici letterarii. Non il catalogo del Crevenna, non la biblioteca Firmiana, non fra’ libri rari dell’Haim, non il o il suo acerrimo annotatore , non l’Andres nè il Niceron notarono il nome di Raimondo Montecuccoli; tanto l’opera e le edizioni rimaneano sconosciute anche agli uomini letterati. Unico, che da noi sappiasi, il Tiraboschi bibliotecario nella patria dell’autore lasciò memoria degli scritti tacendo su le edizioni. Così le lingue d’oltramonte se ne fecero merito. Frequentissime sono le edizioni in francese; celebrata fra tutte la Parigina del mdccxii. Taluno di quegli editori accusò come versione il testo italiano. Abbiamo contro queste usurpazioni l’autorità del Dizionario degli uomini illustri; ma non giureremo su le farragini di sì fatti repertorii, comodi solo a chi presume di sapere la verità de’ fatti senza testimonianze di autori e senza critico esame. E la critica appunto ci somministra quattro prove incontendibili. 1o La più antica edizione francese fu fatta sopra un manoscritto posseduto da Carlo di Lorena, copiato in Ungheria e portato in Francia dal principe de’ Conty che lo fe’ tradurre: il Montecuccoli dunque non ha scritto in francese. 2o Agli Aforismi pubblicati in latino dal nipote Carlo Francesco Montecuccoli, che li fe’ tradurre su gli autografi, è preposta una dedicatoria a Carlo VI Imperadore, ove si legge che a Leopoldo I quel libro piacque in italiano e lo fe’ stampare: la prima edizione non fu dunque nè in latino, nè in tedesco. 3o Parte degli Aforismi fu tradotta dalla nostra lingua nella spagnola sino dal mdcxciii : dovea dunque esservi un’edizione italiana degli Aforismi anteriore di undici anni a quella di Colonia, e di diciannove alla francese. 4o Nella coloniese leggesi una epistola di Raimondo all’Imperadore, la quale manca a tutte quante le altre edizioni, ed una prefazione dell’autore, di cui non fu corredata se non la ristampa di Ferrara e la versione latina procurata sugli autografi: il testo italiano è dunque il men incompleto e corrisponde più d’ogni altro agli originali. E Pierantonio Serassi, quel dottissimo benemerito della patria erudizione, vide fra’ libri de’ marchesi de’ Massimi in Roma le Tavole dell’arte della guerra, fino ad oggi inedite, del Montecuccoli, ed alcuni frammenti autografi, quelli appunto che compongono in gran parte la dedica e la prefazione: li ricopiò per gli aneddoti antichi ch’ei preparava; ed io li ebbi assai giorni sott’occhio, e ne serbo copia di mano del signor Turchi d’Arimino: avrebb’egli l’autore dedicata in italiano un’opera scritta in altra lingua? Vero è che nel fascicolo del Serassi l’epistola ed il proemio sono a squarci, dove nelle stampe si leggono connessi; anzi il principio e la fine della prefazione mancano a’ manoscritti, e la dedicatoria è diversa d’assai dalla stampata. E perchè gli squarci inediti sono di maggior conto, e negli stampati, appunto in quelli mancanti agli autografi, si cerca invano la dignità propria al Montecuccoli ed il suo modo di dedurre e concatenare le idee, noi crediamo che avendo egli abbozzato que’ franimenti per l’edizione vietatagli dalla morte, sieno stati raccozzati poi dal primo editore supplendo alle lacune. Però ci parve di rifiutare l’epistola e la prefazione stampate, e di pubblicarle a frammenti come stanno nell’autografo. Le Tavole mancano alla vulgata ed a tutte le versioni, tranne la latina che professa d’averle ricavate dagli autografi; noi le stampiamo originalmente per la prima volta. Rispetto all’altro testo, trovandosi nella vulgata assai sbagli e più che mai di nomi e di numeri, e nelle edizioni in francese due pagine, fra gli altri divarii, mancanti alle italiane, oltre alla trasposizione de’ libri, noi non ignari della irreligiosità degli editori postumi, dell’incuria de’ tipografi e degli arbitrii de’ traduttori, ci siamo ingegnati di ricavare la lezione meno spuria, giovandoci quasi sempre della versione latina eseguita a Vienna presente il nipote dell’autore.
ILLUSTRAZIONI
Molti uomini militari discorrono per incidenza de’ libri del Montecuccoli; due soli se ne professano illustratori: Enrico di Huyssen consigliere di guerra a Vienna per lo Czar di Moscovia verso il mdcc; e Lancellotto Turpin di Crissé, generale in Francia nel mdccl. Il più antico lasciò in istile plebeo alcune notizie biografiche e un prologo . L’altro a quattrocento pagine del maestro n’associò due mila e più di comenti. Spiega il testo, come Simplicio fe’ di Epitteto, con molti sermoni, e lunghi, e lungamente scritti: talvolta lo contradice inventando nuove ragioni di guerra: riferisce sovente gli usi e i regolamenti militari di Francia e le riforme ch’ei medita: più sovente descrive le battaglie di quel secolo, utili documenti alla storia se un commilitone di Federico di Prussia non avesse non solo combattuto la tattica del commentatore, ma smentite assai volte le sue narrazioni. E qui noteremo cosa che con tutto l’esempio del Marchi non fu sino ad oggi osservata. Il conte Turpin nelle sue considerazioni sopra Cesare reca le tavole del Palladio su l’architettura militare e gli accampamenti romani senza darne lode all’architetto nè mentovarlo. Per le nostre illustrazioni a noi sembrò che un autore qual è il Montecuccoli, tutto pensieri ad ogni parola e studiato nella concatenazione de’ precetti, abbia scritto perchè i lettori ricavino corollarii secondo la loro capacità di pensare. I lunghi comenti invece scemano la dignità degli assiomi applicandoli a pochi casi particolari, annacquano le sentenze e distolgono la mente dalla meditazione traendola senza metodo a molte serie di pensieri non propri e lontani per lo più dal soggetto. Ottima cosa e da pochi è il risalire da’ particolari alla metafisica dell’arte; e ben vide Nicolò Macchiavelli quando dalle storie di Livio derivava la politica delle repubbliche. Ma negli autori metafisici il testo basta a chi sa studiare; a chi non sa, giova pochissimo il testo, nulla le chiose, perchè di rado possono prevedere tutti i casi a’ quali i principii vanno applicati. Però a noi parvero necessarie quelle note soltanto per cui con l’aiuto della critica si può diradare le tenebre sparse dall’antichità su la lezione, sui vocaboli e sui fatti narrati; e quelle che seguino il corso dell’arte dall’età dell’autore alla nostra. Le abbiamo scritte quanto più brevemente, nominando i libri che alle volte ce le hanno somministrate. Amò il Montecuccoli di santificare le sue sentenze con l’autorità degli antichi; quindi l’intemperanza degli editori che ingombrò i margini di passi d’autori illaudati e di versi de’ secentisti. Per onore di questa edizione, e per compiacere ad un tempo al genio dell’autore, vi abbiamo sostituito sentenze di rinomati maestri dell’arte.
BIOGRAFI
Poche vite si leggono pari a quelle degl’illustri guerrieri tramandate dagli antichi scrittori, da che agl’ingegni giovò di magnificare le imprese con lusso d’immaginazioni, anzi che narrarle con disappassionata eloquenza; e più oggi che il guerreggiare e lo scrivere sono reputate arti insociabili, contro l’esempio de’ romani e de’ greci, fra’ quali raramente scriveva de’ fatti de’ capitani chi non era guerriero ed esperimentato nelle cose pubbliche. Alle vite sottentrarono gli elogi, ove esaltandosi oltre il vero i meriti de’ personaggi e dissimulando i lor vizi, si maschera l’umana natura e si sconfortano dalla imitazione i mortali, a’ quali bisogna persuadere che anche le grandi anime sperimentarono le passioni e le debolezze dell’uomo. Ma quantunque l’elogio convenga solo a’ potenti, perchè agli uomini grandi basta la loro storia, non trovando noi fra gli scrittori di que’ tempi chi abbia degnamente narrata quella dell’autore, siamo forzati a corredare la nostra edizione dell’elogio scritto da Agostino Paradisi, che pure, a nostro credere, non tratta a dovere nè della storia dell’arte, nè del carattere d’animo, nè della fortuna de’ tempi che cospirarono alla grandezza del Montecuccoli. Ma abbiam anche dovuto riguardare al concetto in che gli uomini letterati hanno questo elogio accademico, tanto più che si trovano assai notizie nelle note aggiunte dall’oratore.
Considerazione su gli scritti inediti di Raimondo Montecuccoli
NOTE AGLI AFORISMI DELL'ARTE BELLICA
«La guerra è uno stato d'eserciti offendentisi in ogni guisa, il cui fine è la vittoria ».
Tutte le versioni e le edizioni da noi vedute hanno azione; solo la latina in margine di mano antica status: e questa definizione del Montecuccoli è tratta dal Grozio: Bellum est status per vim certantium (lib. I cap. I). L'Autore non dà qui se non la guerra in azione incominciata e finita dalla milizia, onde per non oltrepassare i limiti dell'arte omette il fine politico della guerra, che è la vittoria pe' capitani, la conquista pe' principi e la pace pe' popoli. (cap. I, 1)
«Si assoldino gli uomini non già della feccia del volgo, né a caso; ma si vogliono scegliere (1) tra' migliori che sieno sani, arditi, robusti, sul fiore dell'età, induriti a' disagi de' campi e delle arti faticose, non infingardi, non effeminati, non viziosi (2). Gli arrolati fanno lor mostra e prestano il giuramento, ove principalmente promettono fedeltà, ubbidienza e valore»(3).
(1) Galbae vox legi a se militem, non emi . Questa sentenza di Tacito applicata dal Montecuccoli è apologia della coscrizione contro que' che vorrebbero gli arrolamenti volontari. Purchè i coscritti sieno in tempo di guerra non guerreggiata rimandati alle loro case, dopo un decretato numero d'anni, non si nuocerà nè alla agricoltura, nè alla propagazione; nè la gioventù abborrirà dalla milízia, poichè avrà certa speranza di godere della tranquillità domestica nell'età men verde.
(2) Le virtù cittadine producono le virtù guerriere, e le guerriere mantengono gli stati; ma dalle costituzioni degli stati e più dalle virtù de' governi dipendono le virtù cittadine: diversamente, le vittorie nascono dal fanatismo o dal genio di un uomo solo, e i loro frutti muoiono nella seconda generazione.
(3) La grandezza del popolo di Roma derivò dalla religione, nè il soldato avea vincolo più forte del giuramento (vedi Montesquieu, Spirito delle leggi lib. 8 c. 13). Quando i principi videro che la religione de' loro popoli non era militare, vi sostituirono l'onore; ed ebbero talvolta eccellenti capitani, e spesso tristi soldati. (cap. II, 1)
«I non combattenti sono artefici, operai, guide, spie, guastatori, vivandieri, mercanti, religiosi, medici, speziali, chirurghi, falegnami, ferrai, muratori, fornari, armaiuoli».
Questa moltitudine di non-combattenti s'è utilmente diradata. Gli artefici e gli operai tutti si traggono secondo il bisogno da' coscritti educati a' mestieri; i guastatori sono anzi soldati eletti per valore e per presenza in ogni reggimento: le guide, le spie e i munizionieri si pigliano e si lasciano eventualmente. Vero è che noi abbiamo fra' non-combattenti molti amministratori di guerra e scrivani, che spesso non furono mai militari; abuso nocivo e al soldato e al governo. (cap. II, 2)
«Si compongono i combattenti 1o in decurie ».
Lo scompartimento di 5, 10, 16, 20, 100 è assegnato da Senofonte sino a' tempi di Ciro ( Ciroped. l. 2). Ora si divide per 12 che chiamansi squadre, 24 sub divisione etc., ma nelle evoluzioni questo scompartimento si cangia in sezioni, plotoni o manipoli, divisioni, battaglioni: il numero degli uomini che compongono questi scompartimenti è determinato soltanto sotto le armi, e ripartito secondo la proporzione de' soldati. (cap. II, 2)
«I reggimenti sono più compagnie; de' reggimenti si formano battaglioni.... i quali ne' reggimenti di cavalleria chiamansi squadroni ».
I battaglioni e gli squadroni non sono soltanto scompartimenti nelle evoluzioni, come a' tempi dell'autore, ma in piede stabile ne' reggimenti, perchè le grandi evoluzioni di guerra dovendosi far sempre per battaglioni e squadroni, raramente per reggimenti, e non mai per compagnie, è necessario che sieno sino dalle lor formazioni corpi mobili ed individuali da se medesimi. (cap. II, 2)
«Una fila di fronte, ovvero di lunghezza, sono più soldati posti in linea retta l'uno a canto all'altro; una fila di fondo, ovvero di altezza, sono più soldati posti in linea retta l'uno dietro all'altro».
Fila di fronte è il rang de' francesi, e fila di fondo è la file: un battaglione in linea secondo la moderna ordinanza di 900 soldati, oltre gli uffiziali, avrebbe 3 file di fronte e 300 di fondo. E perchè tutta l'esattezza delle evoluzioni sta nella distinzione di queste due specie di file, è ottima cosa il distinguerle come oggi si fa con due vocaboli che non hanno veruna promiscuità fra di loro, ranghi e file. (cap. II, 2)
«Quando l'esercito si ordina a battaglia, formansi tre ordini: prima linea o fronte, seconda linea, terza linea o riserva».
Questo schierare a battaglia in tre linee è anche oggi in uso, e viene da' Romani: nella fronte poneano gli astati, nella seconda linea i principi, e nella riserva i triari. (cap. II, 2)
«Troppo nociva al pubblico si è la moltitudine de' comandatori, non meno che la compagnia de' medici all'infermo».
Sentenza antichissima. Ulisse presso Omero grida all'esercito: Non è buono il capitanato di molti; uno sia il capitano , Il. II. 204. (cap. II, 3)
Sulla preminenza, negli schieramenti bellici, dell'imperatore cesareo rispetto ad altri sovrani.
Preminenze cangiate co' tempi, e più oggi che l'imperadore d'Austria non è capo dell'Impero germanico, nè successore de' Cesari. (cap. II, 3)
«Le qualità richieste ne' generali.... sono naturali o acquistate. Naturali sono.... la nascita....».
Dal lib. 2, cap. 2. de' Commentari dell'autore pare che a' suoi dì la nobiltà levasse milizie da' feudi; i nobili erano capitani in guerra e signori de' soldati in pace. La nobiltà nacque dalle conquiste; finchè l'arte della guerra restò a' loro nepoti, i nobili ebbero dritto agli onori dello stato: la plebe romana potendo eleggere consoli plebei, eleggeva quasi sempre patrizi co' quali avea militato. (cap. II, 4)
« Acquistate qualità [del comandante] sono.... e quella del dire (1) e quella del comandare (2)».
(1) «E che i ti credi che si debba comandare all'esercito col silenzio? Oppure non hai mai pensato che tutte le cose, che per legge abbiamo imparato essere ottime, e per le quali sappiamo vivere, tutte le abbiamo imparate per mezzo della favella? e che se alcuno impara qualche altra disciplina, per mezzo della favella la impara?» (Socrate presso Senof., Mem. lib. 3, cap. 3).
(2) «Il comandare non è tanto dignità quanto arte, ed arte fra tutte sublimissima». ( Grozio, lib. 2, cap. 20). (cap. II, 4)
«I greci dividevano [la soldatesca] in cavalleria e fanteria; questa era ripartita in decurie....».
I greci chiamavano queste decurie o file di fondo composte di 16 uomini Στίχοι, versi, files: e le file di fronte da noi dette ranghi, rangs, chiamavansi Ζυγοι, nodi, da cui forse venne il manipulus de' romani e il peloton de' francesi. Ma le decurie quando non erano in evoluzioni di battaglia chiamavansi Λόχοι come le nostre sezioni sotto le armi chiamansi ne' reggimenti squadre. (cap. III, 1)
Ed oggi restano i nomi di ala destra, ala sinistra quando la colonna è spiegata a tre ranghi in battaglia: di testa a sinistra o a destra quando la colonna marcia per l'ala dritta o per la sinistra. Ed oggi la falange greca si compone nella nostra colonna serrata, che può scomporsi con la stessa evoluzione in quattro quadrati. (cap. III, 1)
Anche a' dì nostri manca un codice; infinite leggi, regolamenti e decreti sulla economia, la disciplina, e le ordinanze governano la nostra milizia che, nata dalla francese, ha poco in ciò di suo proprio, molto dell'altrui. Nè la milizia francese, per l'abolizione di molti statuti militari anteriori alla rivoluzione, e pe' tanti recenti cangiamenti, possiede ancora un codice che scevro dalle migliaia di leggi ripetute, opposte o inutili racchiuda quelle soltanto, che sebbene nate a caso secondo gli eventi, si sono sperimentate utili in tutti questi anni ne' quali la Francia fu sempre in guerra. La troppa abbondanza genera povertà, e i troppi decreti parziali affogano spesso le leggi di massima. (cap. III, 3)
Di tutte queste armi difensive resta a' nostri dragoni la sola celata (vedi Consid. III); e la celata con la corazza a' corazzieri a cavallo (vedi Consid. II). Le armi difensive parvero inutili da che non resistevano alle artiglierie; e più oggi che il sistema di guerra è ridotto a portare maggiore massa con maggiore velocità contro il nemico, ed a moltiplicare la massa per la velocità. Vero è che gli antichi calcolavano più di noi il valore individuale del soldato che offendeva più ardito fidando nei mezzi di difesa: Necesse est ut dimicandi acriorem sumat audaciam qui munito capite vel pectore non timet vulnus. (Veget. lib. I, 20). (cap. IV, 1)
I greci incorporavano la cavalleria, come membro, nella falange; e i romani nella legione: fanti e cavalli marciavano uniti, ed alloggiavano nello stesso campo. Schieravansi i cavalli quasi sempre su' fianchi e chiamavansi ale per impedire che la linea dell'esercito fosse circuita. Ma a que' tempi la cavalleria era poca e non dispendiosa, specialmente in Grecia ove i cavalieri militavano a loro spese. Non per le sole ragioni addotte dall'autore anche oggi si distinguono in corpi diversi i fanti ed i cavalli, ed hanno campi diversi; bensì perchè la cavalleria ne' nostri eserciti è più numerosa, perchè i fianchi de' fanti sono difesi dalle artiglierie, perchè è armata più leggermente assai che ai tempi del Montecuccoli, e quindi col numero aiutato dalla agilità può in molte occasioni e secondo il terreno operare da sè. (cap. IV, 1)
La picca è più sotto chiamata dall'autore regina delle armi: venne da' Greci e da' Romani, ed ha anche oggi moltissimi fautori, non trovando essi bastante difesa contro la cavalleria il fucile con la baionetta a cannello. Primi, secondo Puységur ( Arte della guerra c. 2, art. 2) a dismettere le picche furono gl'imperiali in Ungheria contro a' Turchi verso la fine del secolo XVII, e i fucili con baionetta furono adottati dai fanti d'ogni nazione sul principio del XVIII. (cap. IV, 2)
Le utilità del moschetto addotte dall'autore erano controbilanciate dalla tardezza di dargli fuoco con la miccia, di piantarlo alla mira su la forchetta, e di strascinarselo inutilmente nella mano sinistra quando si traevano le spade. Su la fine del secolo XVII fu sostituito il fucile più agevole e di doppio uso per la baionetta a cannello. Oggi il moschetto si usa talvolta alla difesa de' luoghi forti, ma di grosso calibro atto a molta polve, a grossa palla ed a lunga passata. Gl'imperiali furono primi ad abbandonar le forchette nella guerra sul Reno contro i Francesi l'anno 1675, onde pare che il Montecuccoli, morto sei anni dopo, e che compì il suo libro nel 1669, non l'abbia riveduto dopo quella guerra ov'ei comandava contro il Turenna. (Vedi la nostra prefazione, art. Edizioni ). (cap. IV, 2)
Delle granate e del loro uso vedi nel dizionario di Aubert de la Chenaye alla voce grenade: de' granatieri antichi parla l'Enciclopedia art. grenadiers. Oggi le granate sono dismesse: restano i granatieri tratti dal fiore de' reggimenti; ogni battaglione n'ha una compagnia; sono soldati prestanti di valore, di costumi e di corpo: hanno un soldo al giorno più degli altri gregari: sono armati come gli altri, ma distinguonsi nel vestiario dai segni delle granate, dal berrettone di pelo e dagli spallini rossi: nella fanteria leggiera si chiamano carabinieri, benchè non portino che fucili: nelle evoluzioni hanno la destra del battaglione; ne' combattimenti, assalgono i forti, o rompono primi sul nemico; nelle giornate campali delle ultime guerre si sono tolti da' lor reggimenti formandone divisioni e formidabili corpi d'esercito: denno essere sempre lo specchio della milizia sì in pace che in guerra. (cap. IV, 2)
«I reggimenti di cavalleria sono oggidì armati di mezze corazze ».
Di questa milizia qual'era a' tempi dell'autore resta appena il nome: fu anticamente istituzione italiana che passò in Francia: la cavalleria del regno d'Italia è quasi tutta di dragoni. Per queste ragioni abbiamo disteso le nostre illustrazioni a questo passo, e le stampiamo alla fine del volume (vedi Consid. III). (cap. IV, 2)
«La lancia è la regina delle armi a cavallo.... ma le difficoltà che si sono contratte per averla, per mantenerla e per adoperarla ha fatto appresso noi lasciarne l'uso».
La lancia ebbe sempre, ed ha molti scrittori partigiani: ma nella pratica vince il partito delle spade lunghe e pungenti per la cavalleria grave. Resta ancora una mezza lancia agli ulani ne' reggimenti austriaci ed ai cosacchi in Russia: e nella nostra milizia v'era pochi anni addietro un reggimento di polacchi con la mezza lancia maneggiata dal piede su la staffa diritta. Ma tutte le utilità di questa arma negli scontri orizzontali si perdono per la presente cavalleria, la quale essendo più leggiera che a' tempi antichi, trae tutti i vantaggi dalla velocità e flessibilità del maneggio che sarebbe impedito dalla lancia. (cap. IV, 3)
E s'è già detto che la massa moltiplicata per la velocità è il principio della guerra moderna; però i principi contro la sentenza del Waldstein hanno poca cavalleria grave, molta leggiera più atta ad offendere col maneggio e colla agilità che a difendersi con la solidità. Il generale Waldstein era capitano supremo della lega cattolica armata da Ferdinando II imperadore germanico contro la unione evangelica capitanata dall'elettore palatino re di Boemia. Verso il 1630 il Waldstein sconfisse i principi protestanti, e le sue vittorie furono fondamenti alla grandezza dell'Austria. Ma il cardinale di Richelieu per opporsi a tanta possanza traeva il grande Gustavo Adolfo di Svezia a farsi capitano dell'unione evangelica; e d'altra parte sotto specie della comune setta cattolica praticava nella corte austriaca a levare agli eserciti imperiali la esperienza e il valore del Waldstein: e il cardinale vi riuscì con la calunnia, che non fu distrutta nè dalla fama nè dai meriti di tanto guerriero. Il credulo imperadore non si pentì dell'ingiustizia se non quando Gustavo Adolfo sussidiato palesemente dalla Francia corse trionfando tutta la Germania. L'esule Waldstein fu richiamato; frenò la fortuna svedese e ridonò forza e gloria all'ingrato principe. La battaglia di Lützen presso a Lipsia, di cui parla il Montecuccoli, avvenne a' 4 di Novembre del 1632. Restò il campo agli Svedesi, ma funestato dal cadavere del loro re, e due anni dopo furono tutti distrutti nelle pianure di Nordlinga. (cap. IV, 3)
«Senza esercizio non si dà esercito, ma gente rammassata alla rinfusa, mole indigesta, moltitudine inesperta».
I nostri coscritti non passano ne' battaglioni di guerra, se non dopo d'essere stati ammaestrati nel battaglione di pace o deposito del lor reggimento. Ogni reggimento ha perciò tre battaglioni, i due primi sono comandati dal colonnello e guerreggiano; l'ultimo è comandato per lo più dal maggiore e sta sempre in presidio. (cap. V, 1)
«Si esercita il soldato solo, abituandosi al corso, al salto, alla lotta, al nuoto, ai disagi (1), riconoscendo i segni ed il suono (2)».
(1) Questa educazione delle forze parziali dell'uomo è trascurata ne' reggimenti nostri. La fanteria leggiera segnatamente dovrebbe assuefarsi al corso, e sloggiando spesso da' presidj di pace addomesticarsi come i cacciatori ne' labirinti delle valli e delle montagne, sopratutto in Italia scarsa di grandi pianure e dove vincerà chi più conoscerà il terreno, ed avrà soldati più atti a correrlo. Se non che la fanteria leggiera fa ormai quasi le sole fazioni della fanteria di battaglia, e non è distinta se non dal nome e dal vestito.
(2) Precetto che troviamo solo nel nostro autore; non praticato da noi, quantunque per l'uso delle armi da scoppio l’esercizio dell'udito sia necessario quanto quel della vista, che pure puossi aiutare con gli stromenti ottici: l'udito in vece dipende dal solo esercizio. Esercitandosi l'ufficiale ad udire vari suoni, in vari luoghi, stagioni ed ore, s'avvezzerebbe a giudicare delle distanze del cannone o del nemico o de' suoi. (cap. V, 1)
I nostri esercizi sono uniformemente ordinati per la fanteria dal regolamento francese 1 Agosto 1791 adottato da noi, e fondato ne' primi anni della rivoluzione su le teorie del Guibert. La cavalleria ebbe in Francia e in Italia, soltanto verso la fine del 1804, un regolamento uniforme ma provisorio. (cap. V, 1)
«Le parole di comandamento sieno brevi, chiare, non ambigue....».
Noi oggi comandiamo con le parole del comandamento francese, egregie per sè perchè brevi e tronche. Ma s'ingannerebbe chi continuasse a dare a' soldati italiani comandi stranieri per sospetto che la nostra lingua non avesse gli equivalenti sì nelle idee che ne' suoni. E noi speriamo che gl'Italiani assumendo anima e mente militare vorranno avere anche parole lor proprie. Nè sarà impresa difficile un dizionario di guerra tratto dall'indole della lingua e dell'arte, dall'esempio de' buoni scrittori, e dall'uso. (cap. V, 2)
«.... delle ragioni e proporzioni dello squadronare....».
La volgata squadroneggiare, errore d'ammanuense o di tipografo: la versione francese arrangement, a torto. Squadronare è vocabolo nostro e militare derivante da squadre, e spiega il greco παρατάσσω ed il latino aciem instruere, explicare. Ma noi abbiam dimenticato questo verbo come mille altri, e diciamo alla francese manovrare; quanto inesattamente, ognuno sel vede dalla etimologia di mano ed opera. Invece dalla comune de' militari oggi squadronare si piglia contro l'indole della lingua per menare lo spadone, dal francese espadonner. (cap. VI, 1)
«La mediocrità è da tenersi con tale distinzione, che in tempo di pace entro il proprio paese se ne scemi il numero; e su quel d'altri e in tempo di guerra si accresca».
La nostra milizia ha ufficiali bastanti alla guerra, ma non dispendiosi egualmente in tempo di pace; perchè senza scemarne nè accrescerne il numero mai, nè alterare i loro stipendi, gli ufficiali e i soldati hanno in guerra foraggi, viveri ed altre indennità che in pace cessano. Vero è che la pubblica economia è forse sbilanciata dalle troppe aziende di guerra e dalla moltitudine degli amministratori e de' generali che oltrepassano la proporzione de' reggimenti. Rispetto agli amministratori lo stato risparmierebbe molto oro, e la milizia molte noie e disordini, s'ei fossero diradati; il che non si otterrà senza un codice men complicato d'amministrazione militare. Ma chi volesse provvedere all'erario scemando il numero de' generali, rovinerebbe la milizia e lo stato. Primamente è impossibile l'elevare al grado i soli capaci: tale lo merita da colonnello, e n' è indegno da generale; e poi le passioni e il favore eludono la giustizia e la vigilanza de' più severi governi: conviene dunque accrescere il numero per accertare la scelta. Secondariamente, se si promovesse al generalato secondo l'anzianità e la proporzione de' reggimenti, quasi tutti i generali sarebbero vecchi, e la mente o almeno il cuore vacilla sempre con le membra. Sperando pochi le dignità, pochi cercherebbero di meritarle: morrebbe l'emulazione; s'alimenterebbe l'orgoglio ne' pochi comandanti e l'abbiezione ne' molti destinati a una perpetua ubbidienza: esempio recente negli eserciti austriaci. Finalmente ove si potesse sormontare anche questi inconvenienti, converrebbe lasciare perpetuamente il comando de' reggimenti ai pochi generali: e come allora si eviterebbe la corruzione, la tirannia e le seduzioni che, aiutati dal lungo tempo, porterebbero negli eserciti i generali o inetti, o crudeli, o ambiziosi? Chi ha sempre gli stromenti nelle mani o li guasta o se ne prevale. (cap. VI, 3)
Compagnia a' tempi dell'autore: ufficiali 3, sott'ufficiali 3, moschettieri 88, picchieri 78, rondaccie 8: somma 150: reggimento di 10 compagnie, somma 1500. Noi in vece abbiamo i reggimenti in guerra di due battaglioni e 20 compagnie; ogni compagnia d'ufficiali 3, sergenti 5 compreso il sergente maggiore, caporali 9 compreso il foriere, soldati 80 circa.... Le compagnie nostre sono men numerose perchè avendo ogni dieci un capo di battaglione, possono essere meglio disciplinate, meglio amministrate dal capitano, e meglio governate in battaglia dagli ufficiali; alle rondaccie e a' picchieri che erano uomini scelti in ogni compagnia sono sottentrate due compagnie scelte in ogni battaglione, granatieri e volteggiatori.... Rondaccie erano soldati eletti armati alla romana di spada e scudo detto rondaccia: in francese rondache, rondelle; e servivano di cortina alle compagnie ed a' battaglioni stando su la prima fronte della battaglia per riparare co' loro brocchieri le palle a tutta la linea. (cap. VI, 3)
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Opere.
