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Il caso Wagner
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Mi alleggerisco un poco. Non è per semplice cattiveria che in questo scritto io lodo a spese di . Io metto innanzi, fra molte piacevolezze, una cosa con la quale non v’è da scherzare. Volgere le spalle a Wagner fu per me una fatalità; amare qualcosa di poi, una vittoria. Nessuno forse è stato mischiato alla «wagneria» più perigliosamente di me; nessuno se n’è più aspramente difeso; nessuno ha tanto gioito di sfuggirle. È una lunga istoria! — Si vuole una parola per caratterizzarla? — Chi sa come la chiamerei, s’io fossi un moralista! Forse vittoria su se stesso. Ma il filosofo non ama i moralisti — e non ama nè pure le parole grosse...
Qual è la prima e l’ultima esigenza d’un filosofo di fronte a sè stesso? Vincere il tempo suo, e mettersi «fuori del tempo». Con chi, dunque, dovrà egli durare la lotta più rude?
Con tutto ciò che lo fa essere figlio del suo tempo. Bene! io sono quanto Wagner figlio dell’età presente, e quindi decadente. Con questa differenza: che io me ne son reso conto e mi son messo in istato di difesa. Il filosofo, in me, protestava contro il decadente.
In verità, quel che mi ha occupato di più è il problema della decadenza: ed ho avuto le mie buone ragioni per questo. La questione del «bene» e del «male» non è che una varietà di quel problema. Se si è visto chiaro nei sintomi della decadenza si comprenderà anche l’essenza della morale, — si comprenderà quel che si nasconde sotto i suoi nomi più sacri e le sue più sante formule di valutazione: la vita ammiserita, la volontà di morire, la grande stanchezza. La morale è la negazione della vita... Per adempiere un còmpito siffatto m’era necessaria una disciplina personale: — prender partito contro tutto quanto v’ha di malato in me, Wagner compreso, compreso , compresavi tutta l’«umanità» moderna. Allora io sentii un profondo distacco, un senso di gelo e di disincantamento per tutto ciò ch’è temporale e del nostro tempo; e il mio più alto desiderio divenne lo sguardo di Zaratustra, uno sguardo che abbraccia il fenomeno «uomo» da una distanza infinita, — e lo vede al di sotto di sè... Di qual sacrificio non sa- rebbe degna una finalità siffatta? di quale «vittoria su sè stesso»? di quale «negazione di sè»?
Il maggior episodio della mia vita è stata una guarigione. Wagner fu una delle mie malattie.
Non ch’io voglia mostrarmi ingrato verso cotesta malattia. Se in questo scritto io intendo dichiarare che Wagner è nocivo, affermo non di meno ch’egli è indispensabile a qualcuno: — al filosofo. Se no, si potrebbe forse fare a meno di Wagner. Il filosofo tuttavia non è libero di rifiutare i suoi servigi. Egli dev’essere la cattiva coscienza del suo tempo, — e dunque gli è necessario conoscere il suo tempo. Ma dove, per questo labirinto dell’anima moderna, potrebb’egli trovare una guida meglio iniziata di Wagner, un più eloquente conoscitore d’anime? La modernità parla il suo linguaggio più intimo a mezzo di Wagner: essa non dissimula nè il suo bene nè il suo male: ha perduto ogni pudore di fronte a sè stessa. E reciprocamente: si è molto vicini ad aver fatto il computo di ciò che lo spirito moderno vale, quando si è giunti ad esser d’accordo con sè stessi per quanto riguarda il bene e il male in Wagner. Capisco perfettamente che un musicista d’oggi ci dica: «Io detesto Wagner, ma non posso più sopportare una musica che non sia la
sua». Ma capirei anche un filosofo che dichiarasse: «Wagner riassume la modernità. Necessariamente, bisogna cominciare dall’esser wagneriano...».
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Ho assistito ieri — lo credereste? — per la ventesima volta alla rappresentazione del capolavoro di . Ancora una volta ho perseverato sino alla fine in un dolce raccoglimento; ancora una volta non sono fuggito. Questa vittoria sulla mia impazienza mi stupisce. Come vi rende perfetto un’opera siffatta! A sentirla si diventa un «capolavoro». E in verità ciascuna volta che ho sentito mi è sembrato d’essere più filosofo, miglior filosofo che nei tempi ordinari: divenivo così indulgente, così felice, così tranquillo... Restar seduto cinque ore: prima tappa verso la santità! E posso dire che l’orchestrazione di Bizet è quasi la sola ch’io tolleri ancora. Quell’altra orchestrazione, che tiene oggi il primato, quella di Wagner — brutale, e nello stesso tempo artificiosa ed ingenua, la qual cosa le consente di parlare ai tre sensi
dell’anima moderna — ah, quanto mi è nefasta! La paragono al vento di scirocco. Un sudore contrariante si spande sopra me: e addio buon umore del bel tempo.
Cotesta musica di mi pare perfetta. Avanza con un incedere leggero, agile, composto. È amabile. Non mette in sudore. «Tutto quel che è buono è leggero, tutto quel ch’è divino corre su piedi lievi»: prima tesi della mia Estetica. È una musica perfida, raffinata, fatalista: resta tuttavia popolare, — la sua raffinatezza è quella d’una razza, non di un individuo. È ricca. È precisa. Costruisce, organizza, s’adempie: per ciò forma un contrasto col polipo nella musica, con la «melodia infinita». Si sentiron mai accenti più tragici, più dolorosi, sulla scena? E come sono ottenuti! senza smorfia! senza falsa caricatura! senza la menzogna del grande stile. Cotesta musica, insomma, suppone l’auditore intelligente, anche se ’è musicista; ed anche in questo è l’antitesi di Wagner, che, quale che sia per il resto, era il genio più mal imparato del mondo. (Wagner ci prende per— — ; dice una cosa fino a far disperare; fino a che ci si creda).
E ancora: io mi sento diventar migliore quando questo Bizet mi parla. Ed anche miglior musicista, miglior auditore. Sarebbe possibile ascoltar meglio? Il mio udito si
profonda in quella musica; ne percepisco le origini. Mi par di assistere al suo nascere; tremo ai pericoli che accompagnano non importa quale audacia; sono incantato dai felici trovamenti dei quali è inconsapevole. E, cosa curiosa! in fondo io non ci penso, o meglio ignoro fino a qual punto io ci pensi. Giacchè pensieri svariatissimi mi traversano il cervello in quel momento... Avete mai pensato che la musica rende lo spirito libero? ch’essa dà ali al pensiero? che si diventa tanto più filosofo per quanto si è più musicista? Il cielo grigio dell’astrazione par solcato dal fulmine; la luce diventa intensa abbastanza per cogliere la «grana» delle cose; i grandi problemi si fanno abbastanza prossimi per esser colti; abbracciamo il mondo come se fossimo sull’altitudine di una montagna. In questo io ho appunto definito il pathos filosofico. E, senza ch’io me ne accorga, sorgono risposte nel mio spirito, (una piccola grandinata di ghiaccio e di saggezza) di problemi risoluti... Ove sono? Bizet mi rende fecondo. Tutto ciò che ha valore mi rende fecondo. Non ho altra gratitudine: non ho altra prova del valore d’una cosa.
L’opera di Bizet, anch’essa, è redentrice. Wagner non è il solo «redentore». Con quell’opera ci si congeda dal nord umido, da tutte le brume dell’ideale wagneriano. Già l’azione
ce ne sbarazza. Essa tiene anche di la logica nella passione, la linea retta, la dura necessità. Possiede innanzi tutto quel ch’è proprio dei paesi caldi, la secchezza dell’aria, la sua limpidezza.
Eccoci, in ogni senso, sott’altro clima. Un’altra sensualità, un’altra sensibilità, un’altra serenità vi si esprimono. Questa musica è gaia: ma non d’una gaiezza francese o tedesca. La sua gaiezza è africana; la fatalità fluttua sovr’essa; la sua gioia è breve, subitanea, senza scampo. Invidio poi ch’egli possiede il coraggio di cotesta sensibilità; una sensibilità che finora non avea trovato espressione nella musica dell’Europa incivilita; — voglio dire quella sensibilità meridionale, infocata, ardente... Che bene ci fanno gli occasi dorati della sua gioia! Il nostro sguardo va lontano: abbiamo mai visto il mare più unito? E come ci par riposante la danza moresca! come la sua melanconia lasciva giunge a soddisfare i nostri desideri insoddisfatti sempre! È l’amore, infine, l’amore rimesso al posto suo nella natura! Non l’amore della «fanciulla ideale»! Nessuna traccia di «Senta-sentimentalità»! Ma l’amore in quanto in esso v’ha d’implacabile,
di fatale, di cinico, di candido, di crudele, — ed è in questo ch’esso partecipa della natura! L’amore per il quale la guerra è mezzo, e l’odio mortale dei sessi è fondamento! Non conosco alcun caso ove lo spirito tragico che è l’essenza dell’amore s’esprima con un’asprezza simile, rivesta una tanto terribile forma come in quel grido di Don Josè che chiude l’opera:
Una tal concezione dell’amore (la sola che sia degna del filosofo) è rara: distingue un’opera d’arte fra mille. Poichè in generale gli artisti hanno lo stesso torto di tutti gli altri: disconoscono l’amore. Anche Wagner l’ha disconosciuto. Credon d’essere generosi in amore perchè vogliono il vantaggio di un altro essere spesso a spese del lor proprio interesse. Ma, in compenso, vogliono possedere quell’altro essere. Dio nemmeno fa eccezione in questo. È lungi dal pensare: «Se io t’amo, ciò non ti riguarda». Egli diventa terribile quando non è contracambiato. L’amore — con questa parola si vince la propria causa presso Dio e gli uomini — è di tutti i sentimenti il più egoistico, e, per conseguenza, quando è ferito, il meno generoso. ()
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Voi già vedete come questa musica mi rende migliore. Bisogna mediterraneizzare la musica: ho le mie ragioni per enunziar questa formula. (, af. 250) Il ritorno alla natura, alla salute, alla gaiezza, alla giovinezza, alla virtù! E intanto io fui uno dei wagneriani più corrotti... Fui capace di prender Wagner sul serio... Ah, vecchio mago, quante ce ne ha fatte! La prima cosa che l’arte sua ci offre è una lente d’ingrandimento: vi si guarda attraverso e non si crede più agli occhi propri. Tutto diventa grande: anche Wagner diventa un grand’uomo... Che accorto serpente a sonagli! Per tutta la vita egli ha agitato il sonaglio con le parole «rassegnazione» — «lealtà» — «purità»; e s’è ritratto dal mondo corrotto con una lode alla castità! E noi gli abbiamo creduto...
Ma mi comprendete voi? Preferite ancora il problema di Wagner a quello di ? Io non lo stimo — io neppure — al di sotto del suo valore: ha certo il suo fascino. Il problema della redenzione è anche un assai venerabile problema. Niente ha fatto fare a Wagner riflessioni più profonde quanto la redenzione: l’opera di Wagner è l’opera della redenzione. V’è sempre nel suo mondo qual-
cuno che vuol essere salvato — ora un uomo, ora una donna: questo è il suo problema. E con quanta ricchezza ci svaria questo leitmotiv! Chi dunque, se non Wagner, ci insegnerebbe che l’innocenza salva con speciale predilezione dei peccatori interessanti? (È il caso di ). O che anche l’Ebreo Errante trova la sua salute e diventa casalingo quando s’ammoglia? (È il caso del ). O che una vecchia femmina corrotta preferisce d’essere salvata da casti giovinetti? (È il caso di Kundry nel ). O anche che dei giovani isterici si compiacciano d’esser salvati dal loro medico? (È il caso di ). O che delle belle ragazze si facciano più volentieri salvare da un cavaliere, che sia wagneriano? (È il caso dei ). O che delle donne maritate, anch’esse, ricorrano al cavaliere? (È il caso d’). O infine che il «vecchio dio», dopo essersi moralmente compromesso in ogni modo, finisca per esser salvato da un libero pensatore, da un immoralista? (È il caso dell’). Ammirate in particolar modo cotest’ultima profondità! La capite voi? Io, per me, me ne guardo bene... Che si possano trarre ancor altri insegnamenti dalle opere citate, io sarei piuttosto indotto a dimostrare che a contradire. Che un balletto wagneriano possa ridurvi alla disperazione — e alla virtù! — é ancora il caso di . Che si possa esser minacciati da conseguenze spiacevolissime se non si vada a letto ad ora debita, è ancora il caso di . Che non si abbia mai bisogno di saper troppo esattamente con chi ci si marita, è, per la terza volta, il caso di Lohengrin. E glorifica il perfetto marito che, in un caso determinato, non ha che una domanda sola su le labbra: «Ma perchè non mi avete detto tutto questo prima? Non v’era nulla di più semplice!»: Risposta:
Il Lohengrin contiene una solenne messa al bando delle ricerche e delle domande. Wagner qui tocca il dogma cristiano: «Tu deve credere, e tu crederai». È un attentato contro quel che v’ha di più alto e di più sacro — l’amore della conoscenza... Il predica quest’insegnamento sublime: che la donna rende stabile pur l’essere più vagabondo — , per parlare il linguaggio wagneriano, ella lo «salva». Qui ci permettiamo una domanda. Ammesso che ciò fosse vero, sarebbe, sol per questo, desiderabile? Cosa accade dell’Ebreo Errante che una donna adora e fissa? Egli cessa semplicemente d’es-
sere errante per l’eternità; è un uomo che s’ammoglia — non ha più interesse per noi Interpretiamo questo a mezzo della realtà: il danno per l’artista, per l’uomo di genio — e son essi gli Ebrei Erranti — il danno rivede nella donna: le donne amanti sono la loro perdizione. Quasi nessuno ha sufficiente carattere per non lasciarsi corrompere — «salvare» quando si sente trattato come un dio — , egli accondiscende subito fino alla donna. L’uomo è vile dinanzi a tutto ciò ch’è eternamente feminino: e le donne lo sanno. In molti casi di amore feminino, e forse precisamente nei più celebri, l’amore non è che parassitismo più raffinato, un mezzo d’annidarsi in un’anima estranea, talvolta anche in una carne estranea - ed ahimè! quante volte a tutte spese dell’ospite!
È nota la sorte di in quella Germania puritana dai modi di vecchia zitella. Ei fu sempre uno scandalo pei tedeschi: non ebbe ammiratori sinceri che fra gli Ebrei. , il «nobile» Schiller, che riempiva le loro orecchie con parole grosse - egli appunto fu l’uomo secondo il loro cuore. Che rimproveravan essi a Goethe? La e il fatto di aver scritto epigrammi veneziani. Già gli predicò la morale; e vi fu tempo nel quale , parlando di Goethe, adoperava la parola «Priapo». Anche il non era considerato che come sintomo di decadenza come segno d’una bancarotta morale. Il «serraglio degli animali addomesticati» e l’«indegnità» dell’eroe esasperavano , per esempio: ed egli finisce per farsi sfuggire una lamentazione che Biterolf avrebbe potuto salmodiare: «Nulla produce mai più dolorosa impressione che vedere un grande spirito tagliarsi l’ali per esercitare la sua virtuosità a servizio d’un oggetto infimo, rinunziando a ciò che è elevato»... Ma innanzi tutto la fanciulla ideale si mostrava indignata: tutte le piccole corti, tutte le «Wartbourgs» di Germania, di qualunque specie fossero, si fecero il segno della croce dinanzi a , dinanzi allo «spirito impuro» che era in Goethe.
Questa storia Wagner l’ha messa in musica. Egli salva Goethe: questo s’intende; ma con abilità suprema, in maniera da prender nello stesso tempo la parte della fanciulla ideale. Goethe è salvato: una preghiera lo redime; una fanciulla ideale lo eleva a sé...
Cosa avrebbe potuto pensare Goethe di Wagner? — Goethe s’è chiesto una volta quale fosse il pericolo che minacciava tutti i Romantici: quale fosse il destino dei Romantici. Ecco la sua risposta: «È l’asfissia prodotta dall’anfanare di tutte le assurdità morali e religiose». In una parola: . Il filosofo vi aggiunge un epilogo: La santità — forse l’ultima cosa di valor superiore che ancora sia visibile al popolo e alla donna, l’orizzonte dell’ideale per tutto ciò che è miope per natura. Ma per i filosofi qualsiasi orizzonte non è che una semplice mancanza di comprensione, una maniera di chiudere le porte sul posto ove il loro mondo appena comincia — il loro pericolo, il loro ideale, la loro aspirazione... Per parlare in modo più cortese: la filosofia non basta alle maggioranze. Hanno bisogno della Santità.
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Racconterò ora la storia dell’. Il suo posto è qui. Anch’essa è una storia di redenzione. con la variante che, questa volta, il salvato è Wagner. A metà del suo cammino nella vita Wagner ha creduto alla Rivoluzione, come solo un francese potrebbe credervi. Ne seguiva le tracce nei caratteri runici della mitologia; credeva perseguire in Sigfrido il rivoluzionario tipico. «D’onde viene tutto il male del mondo?» s’è chiesto Wagner. «Da vecchie convenzioni» rispose egli, come tutti gli ideologi rivoluzionari. Ciò è dire: dai costumi, dalle leggi, dalle morali, dalle istituzioni, da tutto ciò che serve di base al vecchio mondo, alla vecchia società. Come sopprimere il male nel mondo? come sopprimere la vecchia società? Non v’ha che un mezzo: dichiarar la guerra alle convenzioni (la tradizione, la morale). E’ quel che fa Sigfrido. E comincia presto, assai presto: la sua nascita é già una dichiarazione di guerra alla morale, — ei viene al mondo mercè l’adulterio e l’incesto... Non è la leggenda; é Wagner che ha inventato questo punto radicale: in questo egli ha corretto la leggenda... Sigfrido continua come ha cominciato: non segue che il primo impulso; demolisce ogni tradizione, ogni rispetto, ogni timore. Abbatte ciò che gli spiace. Rovescia senza rispetto tutte le vecchie divinità. Ma la sua impresa massima tende a emancipare la donna — a «liberare Brunilde». Sigfrido e Brunilde: il sacramento dell’amore libero; l’inizio dell’Età dell’oro; il crepuscolo degli dei della vecchia morale! il male abolito... Il naviglio di Wagner filò a lungo, lietamente, su questo cammino. E senza dubbio Wagner vi cercava il suo scopo più alto. — Che accadde? Una disgrazia. Il naviglio di Wagner dette in uno scoglio; e si trovò incagliato. Lo scoglio era la filosofia di : Wagner era ridotto all’immobilità da una veduta opposta del mondo. Che aveva egli messo in musica? L’ottimismo. Wagner rimase confuso. Di più: un ottimismo al quale Schopenhauer aveva dato un epiteto crudele: l’ottimismo svergognato. La confusione di Wagner raddoppiò. Riflettè lungamente: la sua situazione parve disperata... Ei vide infine dischiudersi una via d’uscita: cosa accadrebbe s’egli, dello scoglio nel quale era capitato, facesse un termine progettato, la premessa del suo pensiero, la direzione voluta del suo viaggio? Capitare quivi appunto — anche questo poteva essere uno scopo. Bene navigavi, cum naufragium feci... E si mise a tradurre l’ in lingua schopenhaueriana. Tutto va di traverso, tutto crolla, il nuovo mondo è cattivo quanto l’antico: il nulla della circe indiana fa segno... Brunilde che, secondo il primitivo disegno, dovea congedarsi da noi cantando un inno in onore dell’amore libero, allettando il mondo con l’utopia socialista del «tutto andrà per il meglio», Brunilde ha ora ben altro da fare. Deve innanzi tutto studiare ; deve mettere in versi il libro quarto del ... Wagner fu salvo. E, sul serio, si trattava d’una redenzione. Il beneficio del quale Wagner è debitore a Schopenhauer è inestimabile. Il filosofo della decadenza ha reso a se stesso l’artista della decadenza.
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L’artista della decadenza — ecco la parola. E qui cominciò a parlare seriamente. Mi guardo bene dal restare spettatore inoffensivo quando questo decadente ci rovina la salute — e, con la salute, la musica. D’altronde: Wagner è veramente un uomo? Non è piuttosto una malattia? Egli rende infermo tutto ciò che tocca: egli ha reso malata la musica. È un decadente tipico che si sente necessario col suo gusto corrotto (ch’ei vorrebbe far credere un gusto superiore), che riesce a far valere la sua corruzione come una legge, come un progresso, come un adempimento.
E nessuno si mette in guardia. La sua potenza seduttrice giunge al prodigio, l’incenso fuma in torno a lui, i suoi errori son chiamati «vangelo» — e non v’ha che i poveri di spirito che si siano lasciati persuadere!
Ho voglia di aprire un po’ le finestre. Aria! più aria!
Che si creda a Wagner in Germania non mi sorprende. Mi sorprenderebbe il contrario. I Tedeschi si son plasmato un Wagner che ben possono venerare: non furono mai psicologi: esprimono la loro riconoscenza comprendendo di traverso. Ma che egualmente si sia creduto in Wagner a Parigi, ove, per
così dire, non si è che psicologi! e a Pietroburgo, ove si presentono cose che neppure a Parigi si intuiscono! Come dev’essere imparentato, Wagner, a tutta cotesta società europea di decadenza per non essere giudicato decadente! Egli le appartiene; è il suo protagonista, il suo più illustre nome... Si onora sè stessi elevandolo fin sulle nubi. — Poichè il fatto di non difendersi da lui è già un sintomo di decadenza. L’istinto s’è atrofizzato. Quel che si dovrebbe temere è precisamente quello che attrae. Si porta alle labbra e si beve ciò che trascina più presto nel fondo dell’abisso. Volete un esempio? basta osservare il regime che gli anemici, i gottosi o i diabetici si prescrivono. Definizione del vegetariano: un essere che ha bisogno di una dieta corroborativa. Considerar come nocivo quel che è nocivo, poter interdirsi qualcosa di nocivo, è ancora un segno di giovinezza, di forza vitale. L’esaurito si sente attratto da ciò che è nocivo: il vegetariano dai legumi. La malattia stessa può essere uno stimolante della vita: solo, bisogna essere abbastanza sani per uno stimolante siffatto! — Wagner accresce l’esaurimento; è per ciò ch’egli attrae i deboli e gli esauriti. Oh! la gioia di serpente a sonagli del vecchio maestro, quando vide venire a sè sopratutto i «fanciulletti!»
Io metto innanzi questo punto di vista: l’arte di Wagner è malata. I problemi ch’ei porta sulla scena — puri problemi d’isterismo — , quel che v’ha di convulsivo nelle sue passioni, la sua sensibilità irritata, il suo gusto ch’esige ingredienti sempre più forti, la sua instabilità ch’egli traveste principescamente, e sopratutto la scelta dei suoi eroi e delle eroine (un museo di malati!): tutte queste cose, unite insieme, ci presentano un quadro patologico che non lascia alcun dubbio: Wagner è un nevrotico. Nulla forse è oggi più noto, nulla in tutti i casi è meglio studiato del carattere proteiforme della degenerazione che si crisalida qui, in un’arte e in un artista. I medici e i fisiologi hanno in Wagner il loro caso più interessante, e almeno un caso completissimo. Appunto perchè nulla è più moderno di questa malattia generale di tutto l’organismo, di questa decrepitezza e di questa sovraeccitazione di tutta la meccanica nervosa, Wagner è l’artista moderno per eccellenza, il Cagliostro della modernità. Nella sua arte si trova mescolato, nella più seducente maniera, quanto v’ha oggi di più necessario a tutti, — i tre grandi stimolanti degli esauriti, la brutalità, l’artificiosità e l’innocenza (l’idiozia).
Wagner è una grande calamità per la musica. Ha intuito in essa un mezzo per eccitare i nervi stanchi, — ed è così che ha reso malata la musica. Il suo genio inventivo supera se stesso nell’arte di pungere i più esauriti, di richiamare in vita i mezzomorti. È maestro nell’arte dei passi ipnotici, abbatte come tori i più forti. Il successo di Wagner — il suo successo sui nervi, e per conseguenza sulle donne — ha fatto di tutti gli ambiziosi del mondo musicale altrettanti discepoli della sua arte occulta. E non soltanto gli ambiziosi, ma anche i maligni... Ai nostri giorni non si fa danaro che a mezzo di musica malata. I nostri teatri vivono di Wagner.
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Mi permetto nuovamente qualche ricreazione. Imagino che il successo di Wagner possa prender corpo, vestire una forma, mascherarsi da musicista sapiente e filantropico, mescolarsi a giovani artisti. In qual modo voi pensate ch’ei possa esprimersi? — Amici miei, egli direbbe, quattro parole tra noi. È più facile far musica cattiva che buona. E se ciò fosse anche più proficuo, più efficace, più persuasivo, più entusiasmante, più certo? più wagneriano?... Pulchrum est paucorum hominum. È una grande disgrazia. Noi comprendiamo il latino, comprendiamo forse pur il nostro vantaggio. Il bello ha le sue spine: lo sappiamo. E allora, perchè la bel- lezza? e non, piuttosto, il grande, il sublime, il gigantesco, ciò che scuote le masse? — E ancora una volta: è più facile esser gigantesco che bello: questo lo sappiamo... Conosciamo le masse, conosciamo il teatro. I migliori che vi si trovano — adolescenti germanici, Sigfridi cornuti ed altri wagneriani — han bisogno del sublime, del profondo, dello schiacciante. Di tutto questo noi siamo capaci. E gli altri dell’assistenza, i cretini della civiltà, i piccoli attediati, gli eterni feminini, le persone che digeriscono con gioia, in una parola il popolo, ha egualmente bisogno del sublime, del profondo, dello schiacciante. Hanno tutti una logica sola. «Colui il quale ci rovescia al suolo è forte; colui il quale ci eleva è divino; colui il quale ci suggestiona è profondo». Decidiamoci, signori musicisti; noi vogliamo rovesciarli al suolo, noi vogliamo elevarli, noi vogliamo suggestionarli. Noi siamo anche capaci di tutto questo.
Quanto a suggestione, a suggerimenti di fantasticaggini, è qui precisamente che ha suo punto di partenza la nostra idea dello stile. Innanzi tutto, niente pensiero! (nulla è più compromettente d’un pensiero!) ma lo stato d’animo che precede il pensiero! il germe del pensiero increato, la promessa del pensiero futuro, il mondo quale esisteva innanzi la creazione divina, una recrudescenza del caos... Il caos suggerisce presentimenti...
Per usare il linguaggio del maestro: l’infinità, ma senza melodia.
Per quanto riguarda, in secondo luogo l’arte di capovolgere, essa appartiene di già, in parte, alla fisiologia. Studiamo innanzi tutto gli strumenti. Taluni di essi commuovono fino alle visceri (— aprono le porte, per parlare con ), altri affascinano il midollo spinale. Il colore del suono è decisivo; quel che ragiona è quasi indifferente. Insistiamo su questo punto. Perchè prodigarci altrimenti? Nel suono bisogna esser caratteristici sino alla follia! Se col suono noi sappiamo popolare l’immaginazione, il nostro spirito ne trarrà tutto il beneficio! Irritiamo i nervi, accoppiamoli, maneggiamo il tuono e il fulmine, — ecco ciò che rovescia tutto.
Ma innanzi a ogni altra cosa è la passione che rovescia tutto. Intendiamoci bene sulla passione. Si può fare a meno di tutte le virtù del contrappunto, è inutile d’aver imparato alcuna cosa, — si sa sempre sonare la passione! La bellezza è difficile: guardiamoci dalla bellezza!... E sopratutto dalla melodia! Calunniamo, amici miei, calunniamo, se teniamo ancora un poco all’ideale, calunniamo la melodia. Nulla è più dannoso d’una bella melodia! Nulla fa perdere più sicuramente il gusto! Siamo perduti, amici miei, se si torna ad amare le belle melodie!...
Assioma: la melodia è immorale. Dimostrazione: . Moralità: . L’assenza di melodia santifica...
Ed ecco la definizione della passione. La passione — ossia la ginnastica del brutto sulla corda dell’inarmonico. — Osiamo, amici miei, osiamo d’esser brutti. Wagner l’ha osato. Rimescoliamo, dinanzi ai nostri passi, senza timore, la fanghiglia delle più ributtanti armonie! Non risparmiamo le nostre mani! È così appunto che noi diventiamo naturali.
Un ultimo consiglio! un consiglio che forse riassume tutti gli altri, — Siamo idealisti. È quanto possiamo fare di più saggio, se non quanto v’ha di più ragionevole. Per elevare gli altri bisogna elevare sè stessi. Vaghiamo di là dalle nubi, arringhiamo l’infinito, mettiamoci d’attorno i grandi simboli! Sursum! Bumbum! non v’è consiglio migliore. Il «petto gonfio» sia il nostro argomento, il «bel sentimento» il nostro patrocinatore. La virtù ha ragione anche del contrappunto. «Come potrebbe non esser buono quegli che ci rende migliori?» Così ha ragionato sempre l’umanità. Rendiam dunque l’umanità migliore — è così che si diventa buoni (è così che si diventa magari «classico» — divenne «classico»). La ricerca delle basse seduzioni dei sensi, la ricerca della pretesa bellezza, ha snervato gl’italiani: restiamo tedeschi! Lo stesso nei suoi rapporti con la musica — Wagner ce l’ha detto a mo’ di consolazione — era in fondo frivolo... Non consentiamo mai che la musica possa servire di rilasciamento, che «allieti», che «faccia piacere». Non facciamo piacere, mai! — saremmo perduti se si tornasse all’idea dell’arte edonistica... È un cattivo Settecento... Invece nulla sarebbe di tanto salutare quanto, sia detto in confidenza, una certa dose... di santocchieria: sit venia verbo. Ciò conferisce una certa dignità. — E scegliamo l’ora nella quale conviene di veder nero, di sospirare in publico, di sospirare cristianamente, di far mostra di grande pietà cristiana. «L’uomo è perduto: chi lo salverà? come sarà salvato? Non rispondiamo. Teniamoci in circospezione. Poniam freno ai nostri desideri ambiziosi che vorrebbero farci fondatori di religioni. Ma nessuno deve sospettare che noi non lo salviamo, che la nostra musica sola non salvi... (Vedi il trattato di Wagner: ).
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Basta! Basta! lemo che traverso i miei motti giocondi non si riconosca con chiarezza
la sinistra verità — l’imagine d’uno scadimento dell’arte, ed anche uno scadimento degli artisti. Quest’ultimo, scadimento di carattere, troverebbe forse la sua espressione provvisoria nella formula seguente: il musicista va facendosi ora commediante, la sua arte s’evolve verso l’arte di mentire. Avrò occasione (in un capitolo della mia opera principale, col titolo ) di mostrare più chiaramente che l’evoluzione generale dell’arte nel senso dello istrionismo è una manifestazione di degenerazione fisiologica (più esattamente una forma dell’isterismo), appunto quanto ciascuna delle corruzioni e delle infermità dell’arte inaugurate da Wagner: per esempio, l’instabilità della sua ottica che costringe a mutar continuamente di postura di fronte ad essa. Non si capisce niente di Wagner se altro non si scorge in lui che un gioco della natura, un caso, un capriccio, un accidente. Non era un genio con «lacune», «sviato» e «contradittorio», come si è pur detto. Wagner è qualcosa di completo, un decadente tipico, al quale manca ogni «libero arbitrio» e ciascun tratto del quale risponde a una necessità. Se v’ha qualcosa d’interessante in Wagner è senza dubbio la logica con la quale un vizio fisiologico si trasforma in pratica e in procedimento, in innovazione nei principii, in crisi di gusto, andando di passo in passo, di conclusione in conclusione.
Non mi fermo questa volta che su la questione dello stile. — Da che cosa è caratterizzata sempre qualsiasi decadenza letteraria? Dal fatto che la vita non è più nel tutto. La parola diventa sovrana e fa un salto fuor della frase, la frase s’ingrossa e oscura il senso della pagina, la pagina prende vita a spese del tutto; — il tutto non è più un tutto. Ed è quivi il segno di ciascuno stile di decadenza: anarchia degli atomi, disgregazione della volontà, «libertà dell’individuo» per parlare il linguaggio della morale, — e per farne una teoria politica: «Diritti eguali per tutti». La vita, la stessa vitalità la vibrazione e l’esuberanza della vita ricacciate negli organi più infimi, — il resto povero di vita. Ovunque la paralisi, la stanchezza, la catalessia, oppure il dissidio e il caos: l’uno e l’altro balzanti agli occhi sempre più, a misura che si ascende verso superiori forme di organizzazione. Il tutto è d’altronde completamente privo di vita: è un’agglomerazione, un’addizione artificiale, un composto fattizio.
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The end
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