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A Neera
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In quanto al romanzo, non avevo ancora un’idea precisa di quello che potevamo tentare, addentellandolo alla forma più sviluppata e quasi compiuta di esso, la francese. Uscivo allora allora dalla farraginosa lettura del ; e i romanzi di questo, e Madame Bovary e i primi volumi dei Rougon-Macquart letti immediatamente dopo, non erano arrivati a fondersi così bene nella mia mente, da darmi il chiaro concetto della misura con cui si sarebbe potuto ottenere anche in Italia il resultato d’una narrazione originale. Era un esperimento nuovo, o quasi; avevamo dei timidi tentativi soltanto, e più del genere di che d’altro. Pareva che la nostra vita contemporanea sentisse una gran paura di apparire nell’arte allo stesso schietto modo ch’era apparsa nella novelle del , del e dei loro un po’ meno coraggiosi imitatori.
Il , che di quando in quando scattava con audacie proprio inaspettate in un ingegno come il suo, aveva scritto un breve racconto, pieno di efficacia, di osservazione fina ed arguta, ora troppo ingiustamente dimenticato; ma erasi arrestato a quell’unico saggio, intimidito forse dagli strilli dei soliti critici moralisti, che lo assordarono gridando da tutte le parti allo scandalo. Peccato! Da quel racconto si vede quanta attitudine egli avesse pel romanzo, se mai si fosse deliberato a provarvisi. La seconda parte specialmente ha una straordinaria forza di rappresentazione rapida, semplice, commo- vente. E che dialogo!... Ma in quel tempo di romanzi storici trasudanti politica da tutti i pori, i casi d’una povera donna caduta, cui l’amore redimeva, parvero antiartistica e antipatriottica bestemmia; e l’indignazione della stampa fu tale, che il non ebbe animo di ricominciare. Strano ingegno questo Dalmata! Sembrava non sapesse decidersi ad essere o tutt’artista o tutto pedante! Stranissimo pedante innanzi tutto, le cui arditezze di pensiero e di forma nel racconto e nella poesia rimangono, dopo tant’anni, tresche e ammirabili ancora!
Nel ’75, la nuova generazione, venuta su un po’ stordita dagli avvenimenti politici, ignorava quel racconto e non poteva trarne nessun insegnamento. Già ci mancava poco che il Tommaseo non passasse in quel tempo per codino, anzi per clericale, e questo non era per noi una bella raccomandazione. Inoltre, occorreva un fiuto particolare, un’intelligenza fuor del comune per avvedersi che in quel racconto ci era già il primo passo verso un’assimilazione della forma narrativa francese. Vissuto molto in Francia, immune dei pregiudizi de’ suoi contemporanei contro le letterature straniere, il Tommaseo non guardava con occhio di commiserazione i romanzi del e della , come gli altri nostri letterati facevano. E la vasta e varia cultura, e l’esperienza della vita, e l’indole riflessiva, e la mente penetrante, permettendogli di apprezzare un’arte di cui non avevamo nessun piccolo saggio tra noi, lo mettevano meglio di qualunque altro nel caso di trapiantarne il germe nel nostro suolo e bene acclimarvelo. Ma nessuno si accorse di questo; e i romanzi storico-politici continuarono a essere in onore, quantunque le pallide imitazioni feuillettiane cominciassero a contender loro il terreno. Quando poi le circostanze fecero perdere a quelli il po’ di merito loro, un merito estraneo all’arte, e queste apparvero fiacche e manchevoli; appena le menti libere da ogni impaccio sentirono il fresco profumo d’arte viva che penetrava da ogni lato, sentii anch’io insieme con gli altri la smania di cimentarmi nel libero arringo. La mia evoluzione era quasi compiuta. Provatomi nella novella, niente di più naturale che volessi provarmi nel romanzo. Però non avevo, ripeto, un’idea precisa di quello che occorresse fare; nè, forse, potevo averla. Una forma d’arte non può venir determinata astrattamente a priori: La riflessione aiuta, in parte a foggiarla, ma la fusione delle qualità individuali con le forme da altri sviluppate avviene inconsapevolmente, nella spontaneità della creazione. La forma, appunto se vuol riuscire creatura vitale, deve farsi via via, seguendo la legge della assimilazione, dell’adattamento, della crescenza e dello sviluppo, al pari d’ogni altra creatura vivente. Però, allora, non sapevo neppur questo; e accingendomi a scrivere un romanzo, seguivo più l’impulso della mia baldanza giovanile che non l’idea di abbandonarmi alla genialità del lavoro, e indi vedere che ne sarebbe risultato.
Avevo un bel soggetto, ma scabrosissimo, tanto che n’ebbi paura financo io, quantunque ritenuto da assai meno scrupoli di adesso. Il punto difficile era il dire e non dire quello che doveva proprio essere il pernio dell’azione. Bisognava dirlo abbastanza perchè tutto il resto riuscisse chiaro; bisognava, nello stesso tempo, accennarlo appena per non assalire di fronte i lettori permalosi non ancora abituati a nessun genere di arditezze. Insomma, la mia eroina aveva un’intima parentela con la signora Récamier, a cui un difetto fisico impedì di amare interamente, se non d’essere amata in qualche modo. Dopo i primi capitoli non andai più innanzi. — Ti lapideranno, — mi aveva detto una persona alla quale avevo comunicato il soggetto del mio lavoro. Ed io, tuttochè pronto a grandi sacrificii per l’arte, non mi sentivo punto disposto a farmi lapidare. Così la mia Adriana morì nella cova, come un pulcino dentro l’uovo abbandonato dalla chioccia: e così mancò ai nostri critici una bella occasione di sbraitare contro le laidezze del verismo, che cercava di maculare l’innocenza dell’arte italiana contemporanea.
È vero che poi non seppi o non volli evitare lo scoglio... Ma non precorriamo gli avvenimenti.
Non ricordo, gentile Amica, la data precisa, ma fu certamente in una dolce serata di ottobre nel 1875, lungo un viale del Pincio, che la irresistibile tenta- zione mi si presentò tutt’a un tratto alla mente. E ogni volta che torno a passeggiare per quel viale mi par di sentire ancora la voce grave della venerata persona, che, credendo di raccontarmi semplicemente un aneddoto mondano, mi metteva addosso, invece, uno di quegli invasamenti contro cui non valgono esorcismi di sorta alcuna. E riveggo quella maschia figura olivastra, dai baffi e dal pizzo grigi (su la quale nulla non avevano potuto i patimenti del carcere borbonico al tempo del e del ) che s’animava nel racconto, piena di compassione e di simpatia, indulgente verso le aberrazioni di uno strano carattere femminile, quasi legittimate dalla passione e dalle non ordinane circostanze.
Così m’apparve all’immaginazione la prima volta Giacinta, seducente visione, a traverso la calda parola d’un senatore del regno; e credetti di vederla viva e parlante, quando egli m’additò una bella ed elegante signora che ci passava davanti, rassomigliantissima, diceva, a colei ch’era diventata così subitamente cosa mia, com’io mi sentivo diventato in pochi minuti sua preda. Da quel momento non fantasticai, non sognai altro che la mia futura eroina. E tornai, dopo alcuni giorni, a interrogare, a carpire dalla facile memoria del mio ispiratore ogni minuto particolare a lui noto, ogni linea, ogni schizzo di ligure secondarie, ogni motto anche; perchè, voi lo sapete benissimo, ci sono dei motti che non s’inventano, ma scaturiscono soltanto dall’urto della realtà, come qualcosa che palpiti e che sanguini, rivelazione tutta individuale d’un personaggio, parte dell’anima sua, spesso tutto lui.
Quanto durò questo lavoro di fantasticheria, di ripensamento, d’organazione interiore, per cui avviene che il personaggio reale giunga ad elevarsi alla dignità di personaggio dell’arte? Più di due anni, Amica mia. E fra tanto, quello che m era parso un caso molto eccezionale incontrava, per una sequela di fortunate circostanze, nella vita attorno a me, altri casi consimili, qualcuno più strano ancora. Altri particolari venivano ad adattarsi in tal modo a quelli a me noti, rivelandomi il segreto di certe azioni, facendomi penetrar meglio nell’intimità di quella creatura che cominciava a vivere dentro di me, e della quale più non mi curavo di discernere fin dove la primitiva figura si fosse venuta alterando nel continuato lavoro di elaborazione latente. Che doveva importarmene? La mia creatura mi pareva assai più viva e più reale dell’altra, certamente più completa, con tutti quei nuovi elementi venuti ad aggregarsi, a immedesimarsi con essa. Pur che io fossi riuscito a renderla tal quale la vedevo e la sentivo nella immaginazione e nel cuore!
Il problema era lì. E subito sopravvennero gli scoraggiamenti, le ansie. La forma! la forma! Avevo qualche coscienza della grande inesperienza mia, ma anche parecchia presunzione, e molto entusiasmo, e moltissima fede; e comprendendo come fosse inutile attendere, dicevo a me stesso che bisognava fare, fare, fare, foss’anche unicamente per poi disfare e rifare. Coloro che entrano oggi nel campo dell’arte ignorano il tormentosissimo stato di chi dovette provarsi il primo, senza tradizioni, quasi senza guida. Probabilmente, se lo sapessero, sarebbero più benigni verso chi non ebbe e non poteva avere i larghi aiuti di studi e di educazione letteraria ora alla mano di tutti. In quel tempo (è già tanto lontano!) certe questioni apparivano così ardue, che lo stesso proporsele diventava un atto d’incredibile audacia.
La baldanza superò: e scrissi i primi capitoli a Milano. Non dimenticherò mai quella camera di Via Dogana, dove un vicino maestro di canto affliggeva le mie ore di raccoglimento e di lavoro con le stonature della sua voce roca, dalle otto della mattina alle sei di sera! Non dimenticherò mai la gentile persona, Dea loci, di cui qualche dolce traccia è rimasta nelle ultime pagine del mio romanzo! E non credo di dovermi scusare con voi di queste minuzie, che, ricorrendomi alla memoria, mi fanno rivivere in quei giorni di eccitazione e di lotta. Di lotta, sì; perchè lo strumento, la lingua e lo stile, non rispondeva docile all’idea, e mi dava cruccio. La forma stessa del racconto procedeva incerta, tra quella del dove l’autore interviene e giudica e riflette e l’altra, che più mi seduceva, dove l’autore si sforza di nascondersi, lasciando piena libertà all’azione e ai caratteri dei personaggi. Intravedevo talvolta il mio difetto, ma non sapevo correggerlo; e andavo innanzi, passando dalla fiducia allo scoramento, con lunghe soste, con dolorosi abbandoni, con riprese, quasi stizzose... Però, di mano in mano che la figura della mia eroina andavasi concretando, sentivo accrescermi la lena e tornarmi in cuore la speranza che torse non avrei fatta opera fiacca e volgare. Quello strano carattere m’affermava sempre più, s’impossessava intieramente di me. Giacinta e Andrea, lo scopo della sua vita, dovevano essi soli, secondo me, aver risalto nel quadro; su di essi soltanto volevo concentrare tutta la luce dell’analisi, tutta la vivezza del colorito, tutta la espressione del disegno; e relegavo perciò al secondo, al terzo piano ogni altra figura, abbozzandola appena, accennandola con pochi e rapidi tocchi, unicamente in servigio del rilievo che intendevo dare a quelle due.
Ero tornato in Sicilia. Lavoravo lunghissime ore, fra le continue scosse di terremoto che rattristarono in quell’anno la mia città nativa; segnandole tranquillamente, con un vivo senso di compiacimento nel margine del manoscritto, se neppur esse valevano a menomare il mio ardore. E quando Giacinta, visto crollato ogni suo sogno di felicità, si punse disperatamente con lo spillo intinto nel curare, e Andrea esalò il suo egoismo d’amante stanco in un triste respiro di sollievo, un maggiore e più giusto respiro di sollievo trassi io, appena scritta la assiderata parola Fine!
Avevo dubitato più volte di potervi arrivare.
Oh! Non ero pienamente contento del mio lavoro; ma sentivo, nello stesso tempo, che non avrei saputo far di meglio. Ci sarebbe voluta una forza d’animo fuor del comune per condannarlo a rimanere per sempre nel portafogli e avvalermi dei vivi insegnamenti della pratica in un altro lavoro della stessa natura. Non l’ebbi.
Quello che accadde quando Giacinta apparve in pubblico Voi lo sapete. Fu un urlo d’indignazione. Un editore, che era passato pel giornalismo ed ha spirito e mordacità per dieci giornalisti presi insieme, la disse addirittura un abominio, e insinuò che io avevo voluto speculare sul sudiciume, lusingando quanto di più basso e di più sconcio ha l'umana natura. Pochi mi tennero conto delle buone intenzioni, e di quante ero riuscito a metterne in atto in quel primo saggio di romanzo contemporaneo italiano, dove si tentava l’analisi d’un carattere, lo studio d’una passione vera, benchè strana, anzi patologica, Io non mi preoccupavo per nulla del giudizio morale: me l’aspettavo. Sapevo anticipatamente che forza m’era di passare per lì, come molti altri prima di me; e intanto che critici e pubblico discutevano, m’occupavo seriamente delle modificazioni e delle correzioni. Sia po’ lo scandalo suscitato dai partigiani della scuola che mette la morale come scopo primo dell’arte, sia un po’ la novità del mio tentativo, e l’alito caldo di passione sinceramente umana che scorreva nelle pagine di quel libro e faceva perdonarne i difetti, la prima edizione era già esaurita in men di sei mesi. Per mia buona ventura, una sequela di infortuni commerciali della libreria a cui avevo concesso il diritto di ristampa, impedirono che la seconda edizione si facesse immediatamente; ragioni d’altra natura non m’avevano permesso di provarmi in nuovo lavoro; e così accadde che la revisione della ristampa mi trovò, dopo parecchi anni, naturalmente più maturo e talmente distaccato dall’opera mia, da poter con molta libertà mettervi le mani, per renderla in qualche modo quale avrei voluto farla di primo acchito.
Se vi dirò, gentile Amica, che il rimaneggiamento del mio romanzo procurommi un piacere artistico superiore a quello della primitiva composizione voi mi crederete facilmente.
Rileggendolo, non più da autore ma da critico, una cosa mi fece piacere sopratutto: lo scorgervi una certa solidità nell’ossatura e nella disposizione delle parti. Se non che bisognava cancellare qualunque segno, qualunque ombra con cui la personalità dell’autore faceva qua e là capolino, e mutare per ciò in diversi punti la narrazione in azione, e avere la mano spietatamente chirurgica su la lingua e lo stile. Ah, la lingua, cara Amica! Il nostro grandissimo scoglio. Chi sapeva insegnarcela allora, specialmente laggiù? Chi poteva mantenersi intatto dal- la lebbra dei francesismi, se la maggior parte delle nostre letture doveva essere francese? Doveva senza dubbio; perchè era inutile confondersi e cercare attorno qualcosa di vivo, di moderno e italiano che facesse al caso nostro e potesse venir preso a modello.
Lo sappiamo, c’erano i classici! Ma noi non dovevamo più scrivere la novella boccaccesca o qualcosa di simile; non avevano soltanto bisogno di esprimere idee semplici, astratte, ma sensazioni, ma idee nuove, complicatissime, da esigere sfumature d’ogni sorta. Non dovevamo dipingere paesaggi di maniera e riprodurre dialoghi scoloriti, ma rendere un mondo esteriore e interiore molto particolare, molto individuale, come prima non usava. Avevamo il bell’esempio del ; ebbene, più non era sufficiente. Ci mancava la sua guida, il suo aiuto lì dove sarebbero stati più opportuni: nel movimento nervoso dello stile, vivido riflesso della passione, nel colorito, negli scorci. Quelli che tenevano in mano per favore di nascita i tesori della lingua, non producevano nulla; si può affermare, senza malignità, che producono poco tuttavia. Ci abbandonavano il campo, ci lasciavano far male; e noi ci davamo una gran pena anche per fare quel po’ di male. Veramente non c’è nessuna equità in questo mondo, se non ci si vuol tener conto di questo. Pur troppo, dopo dieci anni, nulla è stato mutato; qualcosa è forse peggiorato. Quella che una volta poteva dirsi inevitabile inesperienza, pare diventata colpevole abitudine. Se noi scrivevamo male, coloro che son venuti dopo non hanno punto lavorato a riparare il difetto; non ci han saputo imitare neppure nella modestia, nello studio di scancellare, alla meglio, il cattivo esempio dato agli altri. Non dico che dieci anni mi paiano molti e che sia da disperare: lamento soltanto che nulla accenni a questo risveglio, che nulla corrisponda, nella cura della lingua e dello stile, ai progressi già fatti dal genere narrativo in Italia.
Avevo imparato a mie spese quanto può nuocere a un’opera d’arte l’improprietà dei vocaboli, la poca precisione della frase, e mi s’era maggiormente sviluppato l’amore, la passione della semplicità e della rapidità, due grandi strumenti di efficacia. Fui dunque coraggiosamente spietato... Ma perchè vi confesso questa miserie? Oh, non per trarne vanto, Amica mia; ma per scusarmene presso coloro che me n’hanno fatto carico, come se il rispetto dell’arte, del pubblico, della dignità dello scrittore fossero peccati da doverne chiedere l’assoluzione e farne penitenza.
Questo e qualcos’altro, che qui mi è parso opportuno sopprimere, vi dico, o gentile , ne la schietta Confessione che voi mi avete cortesemente accordato il permesso d’indirizzarvi in pubblico. Un lungo brano di essa premisi due anni fa al mio volume ristampato dal Treves; e un giorno o l’altro, in qualcuno di quei momenti di vanità che tutti, più o meno, siamo soggetti a sentire, mi deciderò a pubblicarla intera.
A Voi, intanto, non dispiacerà di vedervi tornare dinanzi questa mia povera figliola, a cui voglio bene per diverse ragioni; principalmente perchè a sue spese ho appreso molte buone cose, dello quali s’accorgerebbe chi avesse la pazienza di fare dei confronti tra la presente e le precedenti edizioni.
E questo vi dimostri che forse soltanto noi, benchè innanzi con gli anni e con tanta trista esperienza della vita, soltanto noi, in mezzo alla nuova generazione precocemente nauseata d’ideali, serbiamo ancora fede, a dispetto di tutto, alla infeconda illusione che è l’arte letteraria in Italia!
Roma, 24 Giugno 1889.
Parte prima
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I
fi ct — Capitano, — disse Giacinta.
E, presogli il braccio, lo tirava verso la vetrata della terrazza con vivacità fanciullesca.
— È vero che il tenente Brogini ha un’amante vecchia e brutta che talvolta lo picchia?
Il capitano Ranzelli cessò di sorridere e si fece serio serio.
— Perdoni, signorina; ma...
— Al solito, gli scrupoli! — esclamò Giacinta con una piccola mossa di dispetto. — È una scommessa; me lo dica, mi faccia questo piacere. Dopo se vorrà, potrà sgridarmi.
— Io non la sgrido; non ne ho il diritto nè l’autorità — rispose il capitano. — Però ho tanta stima di lei e le voglio...
— Tanto bene! — lo interruppe Giacinta, ridendo.
— Sì, tanto bene, che non posso vederla commettere, senza dispiacere, una leggerezza da nulla.
— Ho fatto male?
— Almeno qui, dinanzi a questa gente che suol dare maligna interpretazione anche alle cose più innocenti.
— Com’è severo! Oh! Oh!
— Non dica così. Spesso spesso le apparenze valgono più della realtà, e il mondo...
— È vero o no che il tenente Brogini...? — ripetè Giacinta spazientita.
— Senta qua.
Il Ranzelli fece girare sulle rotelle la poltrona vicina, prese una seggiola e, appoggiate le mani sulla spalliera, chinandosi un po’ in avanti, soggiunse:
— Segga, dieci minuti.
Vedendola sdraiata lì, con la bruna testa buttata indietro e la faccia rivolta verso di lui, stette a osservarla, in piedi, dondolando la seggiola. Quella personcina minutina, rannicchiata tra la soffice imbottitura della poltrona e così ben modellata dalle pieghe dell’abito, gli richiamava alla mente l’immagine di un gioiello tra la bambagia carnicina e il raso azzurro dell’astuccio; mentre Giacinta, vistagli apparire negli occhi la forte commozione che gli agitava il cuore in quel momento, sorrideva a fior di labbra.
Il capitano sedutosele di fronte, molto accosto, cominciò a parlare sotto voce; e stando ad ascoltarlo attentamente, colle sopracciglia un po’ corrugate, ella intanto girava gli occhi attorno, da un gruppo all’altro del salotto.
Sotto il grande specchio di Murano, dalla cornice di cristallo tutta fiori e foglie scintillanti ai vivi riflessi dei lumi, la bella signora Clerici rideva delle sciocchezze di quell’insulso dell’avvocato Ratti che gesticolava come un burattino.
Più in là, la signora Mazzi, bionda e grassona, movendo lentamente il ventaglio, con gli occhi socchiusi, da quella indolente che era, stava a sentire chi sa quale discussione tra il Gessi e il giovine Porati. Se n’erano appellati a lei, pareva... Oh! Sapevano scegliere quei due!
— Eh?... dico bene? — domandò il capitano.
— Sì, sì.
Giacinta aveva risposto chinando lievemente il capo, senza interrompere la sua rassegna.
Dal sedile a foggia di un’esse posto nel centro del salotto, la signora Rossi, che ragionava col Merli — parlava sempre lui quel buratto! — li spiava di sbieco, con la sua aria maligna di magra stecchita, storcendo più del solito gli occhi sul faccione da mula. Quei due occhi collo strabismo davano a Giacinta il mal di capo ogni volta che le accadeva di fissarli un tantino; e per ciò li aveva subito evitati. Ma s’era incontrata con gli sguardi pettegoli della Gina, la nipote della signora Rossi. Voltavasi anche essa, di tanto in tanto verso di loro, forse per distrarsi dal conversare con quel grullo del conte Grippa di San Celso che, piantato davanti a lei, piegato in arco, colle braccia incrociate sulla schiena, le spalancava in viso la bocca enorme; forse, perchè moriva dalla curiosità di sapere di che discorressero, con tanto interesse, quei due.
Proprio in quel punto Giacinta si era messa a sorridere, soddisfatta, abbassando le palpebre, scotendo lentamente il capo in segno di conferma, intanto che il Ranzelli, eretto sulla vita, impettito, scuro in viso, mordevasi i baffi e si guardava, per darsi un contegno, le mani.
Alzando gli occhi, ella scorse in un angolo sua madre che le gettava, di sfuggita, certe occhiate penetranti come un succhiello.
— La mamma ci osserva — disse al capitano.
— Tanto meglio — rispose questi, guardando dal- la parte dove la signora Marulli, col vestito nero accollato, orlato da un goletto bianchissimo, a cartocci, che dava risalto alla sua bella testa di donna matura, pareva ragionasse fitto fitto colla signora Villa, senza neppure badare ai continui dinieghi di questa.
Poco dopo, Giacinta diceva al capitano:
— Gerace ci mangia con gli occhi.
— Peggio per lui!
Questa volta il Ranzelli non si degnò di voltarsi. Giacinta, però, continuò a guardare laggiù, verso il pianoforte.
Da un pezzetto Andrea Gerace non prestava più orecchio alla signora Maiocchi che, seduta dirimpetto a lui, pareva gli parlasse di qualche cosa interessante, facendo ballare i nastri, i fiori, i tralci della sua enorme pettinatura. Egli tormentava, ora con una mano ora coll’altra, la punta dei suoi baffettini incipienti e aveva negli occhi tutto il dispetto per quella eterna conversazione tra il capitano e Giacinta.
— E i dieci minuti? — diceva infatti Giacinta, con aria di rimprovero, al Ranzelli.
— Per me non sono ancora passati..., se non la infastidisco.
Giacinta gli accennò di continuare, col ventaglino di tartaruga a cui teneva appoggiata la faccia; e riprese a fissare Gerace, che, pallido, cogli occhi intorbidati, non ne perdeva il più piccolo movimento. La signora Maiocchi, nella foga del ragionare, non gli aveva badato; ma quando gli vide rizzare improvvisamente il capo, si voltò subito indietro agitando il pensile giardino della sua testa, per vedere che cosa accadesse.
Il Ranzelli, accostata un po’ più la seggiola alla poltrona, parlava con grande efficacia, curvo, accompagnando le parole con brevi gesti nervosi; e Giacinta, a fronte bassa, mordendo la punta del ventaglino, stava ad ascoltarlo immobile, il seno ansante, infiammata nel viso.
— Ma dunque questa Giacinta vi fa ammattire tutti!
La signora Maiocchi prese stizzosamente una delle tante partiture ammonticchiate sul pianoforte e cominciò a sfogliarla.
— Volete un consiglio? — soggiunse, rimettendo la partitura a posto. — Lasciate andare; quella ragazza è impastata di ghiaccio.
— Il capitano sta per scioglierlo! — rispose Andrea.
— Non vi credevo così sciocco — disse la Maiocchi, levandosi a sedere.
Nello stesso punto Giacinta si era alzata dalla poltrona.
— Poesia! Poesia! — mormorava, fissando il capitano negli occhi.
E si stirava graziosamente con un fare di persona stanca; ma il capitano, indovinando sotto quella sonnolente indifferenza la commozione vibrante ancora nei delicati nervi di lei, pensava un po’ mortificato: Strana ragazza!
— Insomma?... — le domandò tutt’a un tratto.
E siccome a questa insistenza Giacinta non poté trattenere un sorriso, il Ranzelli, per ricambio, voleva darle una stretta di mano.
— Oh, no! — ella disse, avvedendosi dell’abbaglio di lui. Ma non poté aggiungere altro, sotto tanti sguardi rivolti curiosamente su loro.
Gli fece un piccolo inchino con la testa, e andò incontro al padre che rientrava dalla stanza da giuoco discutendo, col signor Rossi e il cavaliere Clerici, l’ultima partita di tresette. Il Signor Marulli voleva giustificare, a tutti i costi, una giocata andatagli male.
— Babbo, devi aver torto — gli disse Giacinta, sforzandosi di parer di buon umore. — Ha perduto, è vero cavaliere?
— Come sempre — rispose Clerici.
Il Signor Marulli protestava.
Ranzelli intanto, rimasto a riflettere sulle ultime parole di Giacinta, si arrabbattava colle dita contro un bottone della divisa che stentava a entrare in un occhiello. Poi, vedendo passare il commendatore Savani scappato da un piccolo crocchio di persone con le quali era stato lungamente a discorrere, gli si accostò, dicendo:
— Buoni affari, commendatore?
— Ah! gli azionisti son più noiosi delle mosche — rispose Savani.
— Il miele dei dividendi li attira! — aggiunse il Ratti salutandolo e ammiccando malignamente al capitano e alla Maiocchi, la quale aveva alzato la testa lasciando di parlare al cavaliere Mochi in un orecchio.
Questi, con la lente all’occhio sinistro, senza smettere di osservare le fotografie del grand'album aperto sul tavolino, rispondeva alla signora Maiocchi:
— V’ingannate, non mi riguarda.
— Andate là! Come antico cugino della mamma, dovrebbe interessarvi.
E dondolava il capo affermativamente, benchè Mochi le dicesse:
— Niente affatto! Quella parentela costava troppo, allora; e non valeva quel che costava. Oh! io sono sempre economo in vita mia.
— Sia pure!
E la signora Maiocchi rideva, ma non pareva ben persuasa.
Nel centro del salotto, attorno alla signora Rossi, alla Gina, alla signora Clerici e alla signora Mazzi che si faceva sempre vento indolentemente, la conversazione era diventata animatissima.
— Che pazzerellone quel Ratti!
— Non c’era altri che lui per rallegrare la brigata!
Infatti ridevano tutti.
Giacinta, in piedi, a braccio della Gina che aveva ceduto il suo posto alla signora Mazzi, non perdeva di vista Gerace. Egli picchiava leggermente con un dito sopra un tasto del pianoforte, mordendosi il labbro, gli occhi rivolti al soffitto; e quella nota, sorda e continua, irritava Giacinta, benchè il rumore della conversazione la facesse appena avvertire dagli altri. Ogni battuta era per lei una puntura di spillo. Finalmente non ne potè più! Svincolossi dal braccio della Gina, si fece largo colla mano fra il conte Grippa e il Porati, e fermatasi a pochi passi dal pianoforte:
— Dio mio, signor Andrea! — gli disse. — Non ha altro da suonare?
— Musica del cuore! — esclamò la signora Maiocchi.
E vedendo che gli altri ridevano di quella spiritosaggine buttata quasi in viso a Giacinta, si ringalluzzì tutta.
Gerace, sorridendo impacciatamente, erasi già scostato dal pianoforte.
— Musica del cuore! — ripetè la signora Maiocchi.
— Ton! Ton! Ton!... Cotesta musica la faccio an- ch’io che non so suonare nemmen le campane. Ecco qui!
E il Ratti si mise a pestare all’impazzata sui tasti, lavorando furiosamente di pedale. I bassi muggivano come tori feriti; gli acuti stridevano con un miagolio indiavolato.
— Bravo! Bravo!
Il conte Grippa cominciò a batter le mani il primo, sgangherandosi la bocca dalle risa.
— Bravo!...Benissimo!
Tutti gli fecero coro. Quella grassona della signora Mazzi, a cui il gran ridere dava il convulso, si aggravava con tutta la persona sopra una spalla del Merli che, piccino com’era, aveva paura di essere schiacciato.
Con tal successo e con tanta ressa di persone attorno al pianoforte, il Ratti pestava, pestava sulla tastiera, stralunando gli occhi, agitando il capo come in preda all’ispirazione musicale, facendo le viste di svenirsi nei momenti patetici.
— Povero pianoforte! — disse allora la signora Villa a la Marulli che, a quel chiasso, aveva smesso di parlare, nell’angolo dov’eran rimaste esse sole.
Profittando della confusione, Giacinta si era avvicinata a Gerace. Imbroncito, in disparte, Andrea lisciava le foglie della gypsophilla paniculata posta in un vaso di porcellana su un treppiede di bronzo.
— Che ti prende? — gli disse sdegnosamente sotto voce, passando oltre senz’attendere la risposta.
— Beene!... Braavo!... Beeenissimo!
Ratti, dato un ultimo strappo alla tastiera, si applaudiva da sè, battendo le mani più forte degli altri.
II
ct Verso le undici erano rimasti nel salotto soltanto il commendatore Savani, il capitano Ranzelli e Andrea Gerace.
La signora Marulli, stretta la mano alla signora Villa che andava via facendosi accompagnare dal Merli e dal Porati, si era avvicinata al Ranzelli già sul punto di prendere commiato.
— Capitano, — gli disse — questa sera avete un’aria... una cert’aria!... Non saprei...
E intanto lo guardava negli occhi, come per strappargli un segreto.
— Può darsi — rispose Ranzelli — che questa sera sia una delle poche veramente felici della mia vita.
— Per parlare così — aggiunse Giacinta, fermata più in là col Savani — aspetti che sia passata da un pezzo!
Ranzelli s’inchinò, muto, sopra pensiero, intanto che la signora Marulli lanciava un’occhiataccia alla figlia.
— Testolina! — disse a questa il commendatore, tentando di accarezzarle i capelli.
Ma ella si trasse indietro, e alzò anche il ventaglino per sviargli la mano.
Appena il capitano fu andato via, Giacinta fece un piccolo giro attorno, con aria di annoiata; poi, sedutasi al pianoforte, cominciò a suonare a mezzo tono una melodia del Ballo in Maschera. Andrea la raggiunse come per voltarle i fogli, mentre il com- mendatore e la signora Marulli, passavano nel salottino accosto per prendere la solita tazza di thè e latte.
A un tratto, Giacinta cessò di suonare e piantò in viso ad Andrea quel paio di occhi scintillanti che erano la sua bellezza.
— Che pretende il capitano? — domandò Andrea seccamente.
— Nulla — rispose Giacinta, senza cessar di fissarlo.
— T’ama, te lo ha detto!...
— Sta bene. Vorresti impedirglielo?
Andrea si rizzò sulla persona come morso da un serpe.
— Per carità, non farmi scene!
E così dicendo, Giacinta lo aveva preso per una mano e gli scuoteva un po’ il braccio.
— Ho forse torto?
Andrea le si accostò col viso al viso, rabbiosamente:
— Voleva sentirselo dire in faccia, se lei ne aveva il coraggio!
— Sì — rispose Giacinta, rimanendo imperterrita, a fronte alta.
Per alcuni momenti stettero immobili, silenziosi, guardandosi fisso.
— Dunque sposiamoci! — disse Andrea risoluto. — Vo’ metterti con le spalle al muro, sbugiardarti con la prova.
— Impossibile! — rispose Giacinta, abbassando il capo.
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The end
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