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Il Dante popolare

Dante Alighieri · 1870 · Free in the US

14,068 words · about 59 min to read

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Language
Italian
Published
1870
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Contents (2)
  1. Appendice about 50 min
  2. Seconda appendice about 9 min

Continue:

Appendice

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ct Il primo a dare un parere sul Dante Popolare fu il sig. , che così scrisse al Jaccarino:

Al chiarissimo sig. Domenico Jaccarino — in Napoli.

«E giacchè noi s’è col dialetto, io pienamente persuaso di sua importanza estetica e filologica le domando: tira ella copie a parte del suo Dante Popolare? ch’io punto non lascio d’ammirare e tenere in pregio; ch’ei mi par proprio originariamente dettato in dialetto: tanto è la naturalezza con che l’à saputo tradurre. E s’è così bramerei anch’io averne copia, ecc:

N.° 2.

Secondo fra cotanto senno fu il chiarissimo Commendatore Bruno Condò da Satriano, fondatore della Scuola di Dante In Marsiglia che così scriveva al Jaccarino:

«Con ammirazione somma ho letto nella Partenope la vostra traduzione di Dante in Lingua Napoletana; vi siete con ciò reso immortale. Un Cosentino tradusse meravigliosamente in lingua Calabra il Tasso e si rese glorioso: Voi raccoglierete colla traduzione vostra gloria imperitura. Dal contenuto del vostro Giornale vi ho giudicato un Uomo di alto Genio, e di forte ingegno: Voi dovete ripromettervi felice avvenire.

Comm. bruno gondò da Satriano

N.° 3.

Il Giornale di Scienze e lettere che si pubblica in Bassano (Veneto) a titolo il Brenta, nel suo numero 13, dell'anno I.° in data 10 Aprile 1867 pubblicò sul proposito il seguente articolo:

«Nuovo Giornale. — Col 31 marzo è uscito in Napoli il primo numero del Partenope, giornale enciclopedico di lettere, scienze ed arti. N’è redattore il bravo sig. Domenico Jaccarino, che rese in patrio dialetto la Divina Commedia, lavoro assai encomiato, ecc. ecc.

N.° 4.

Il Conciliatore, giornale quotidiano, politico religioso che si stampa in Napoli nel suo numero 204, anno V.° del 27 luglio 1867, pubblicò il seguente articolo nella sua Cronaca Interna:

«Il sig. Domenico Jaccarino ha avuta la bella idea di popolarizzare il Dante traducendolo in dialetto napolitano. Dobbiam dire sinceramente che nulla lascia a desiderare e non ha parola che non sia bene spiegata ed adatta al nostro linguaggio. Il lavoro si pubblica sul giornale settimanale La Partenope.»

N.° 5.

La Domenica, Cronaca della settimana, unico scrittore sig. , nel suo n. 38 anno II.° del 27 luglio 1867 stampò il seguente articolo:

«Sentiamo il debito di tributare una parola di elogio al sig. Domenico Jaccarino, per la difficile traduzione in dialetto napoletano, ed in versi, che egli sta pubblicando dello Inferno del Dante nel suo giornale Partenope. Quando si pensi alla difficoltà di ridurre nel linguaggio del nostro volgo Napolitano gli altissimi concetti del gran poeta italiano non si può far di meno di riconoscere nel sig. Jaccarino un merito non comune in questa sorta di lavori che chiedono un profondo studio del nostro dialetto e una piena intelligenza del testo.»

N.° 6.

Il Pazzo, giornale bisbetico, umoristico, politico, nel suo n. 2, anno I.° del 30 luglio 1867, pubblicò un articolo in dialetto che trascriviamo totalmente:

DANTE POPOLARE

SBOTATO A LLENGUA NOSTA

da lo bravo poeta

Mineco Jaccarino

Chillo grann’ommo de D. nsiemme a chill'autro alletterato de lo Barone Zezza, mme dicevano sempe, quanno erano vive, che sarria stato buono de fa na traduziona de Dante ’ndialetto napolitano; e pe lloro bontà co tanta affecchienzia mme dicevano, che mme nce fosse provato io, pecchè lloro se trovavano all’urtema tappa, che porta a la terra de li muorte; ma io, che tutto saccio e niente canosco, e non sapenno lo Sio Addante addove mmalora stà de casa, facenno no giro a senistra me licenziaje da chille capo-maste co dirle ca chillo voccone non era pe li diente mieje.

Ora mo, strasecolato, veco ncopp’a lo Giornale la Partenope, che se sprubbeca ogne dommeneca, a miezo canto la vota, la traduzzione de lo Divino Poeta, e pecchè io me credo, si nò lo songo, no canoscitore de chesta bella lengua azzeccosa e rrosecarella, pozzo assicurarve, co la mano posta ncopp’ a la coscienzia, che lo sbotamiento de li vierze è stato fatto co tutto Io studio e la revola de ll’arte. Si vuje ve mettite no pocorillo a lleggere chesta bella traduzzione, persuaditeve, che nce trovate lo spasso vuosto, pecca è na cosa tanto originale che non sapite a cchi dare lla deritta si a Dante o a lo traduttore. E non è piccola cosa chesta. Vuje nce pazziate? Si è mò, che la traduzzione, mparola, scritta estemporaneamente fa chiasso e se legge co na grannissema soddisfazione ncopp’a na carta volante de giornale, cche ssarrà quanno sarrà limmata e stampata dint’a no libbro?

Io mme congratulo co lo Sio Mineco, e lo prego de secotià lo mpegno, che s’have accollato, pe dà lo smacco a quarche lengua a ffuorfece che sole dicere, ca Jaccarino è ll’autore de ll’opere ’mperfette. Chesto pe mo — appriesso toccarrimmo meglio chisto tasto, lo quale accorda co l’organo de la maggioranza.

Questo articolo diede occasione al Giornale La Staffetta, di Napoli, notiziario settimanale con agenzia annessa, nel suo n.14, anno I. del 4 agosto 1867, di stampare il seguente articolo:

Un nuovo giornale — Giorni sono ci capitò fra mani il secondo numero del nuovo giornale, che ha il nome IL PAZZO, nel quale leggemmo varii articolucci più o meno politici, più o meno sarcastici, più o meno umoristici: ma non bazzicando noi di coteste materie, vi davamo uno sguardo a vol d’uccello e toccavamo via, poco o nulla riflettendovi. Giungemmo però ad un punto sul quale dovemmo far sosta d’un colpo, viemaggiormente perchè non si trattava nè di politica, nè di sarcasmo, e molto meno di spirito o di lepidezza. Trattavasi niente di meno, che della nuova pubblicazione di un’opera intitolata — Dante popolare sbotato a llenga nosta da lo BRAVO POETA Mineco Jaccarino!!.

Ma come non fermarsi leggendo simile epigrafe? Trattasi della traduzione in versi in dialetto napolitano della Divina Commedia del Creator di nostra favella, bagattella!!

Sul bel principio rilevammo che volevasi innalzare al cielo il BRAVO POETA, come in tempo già alquanto da noi lontano i poeti facevano a’ loro mecenati; ma riflettendo fra noi pensavamo, e facevamo il seguente raziocinio; far l’ave Rabe al BRAVO POETA non può costituire alla apologista nè fama, nè fortuna, nè protezione: molto di manco può dirsi, che lo spirito di verità lo avesse indotto a scrivere cose cotanto lontane dal vero, poichè è nota la nullità del traduttore tanto sociale, quanto letteraria: ma tutto ciò è poca cosa; l’uomo può travedere, può ingannarsi.

Ciò che ci ha scandalezzati e che non potremmo menar buono neppure a nostro padre è, che arriva ad un punto la tracotanza dell’apologista di dubitare a CHI dare la deritta, si a Dante o a lo traduttore (sic). Si sono intese mai simile bestemmie?!

Solo un Pazzo (è il titolo del giornale) può scrivere simili minchionerie. Chi ha fior di senno pensa dieci volte prima di pronunziare un giudizio, anche in cose di minor rilievo: ma spingersi tant’oltre è solo dato a’ folli!.

Quanto prima faremo un saggio critico sull’opera in discorso, per far maggiormente risaltare ciò che di sopra abbiam detto.

N.° 8.

Ed il Pazzo nel suo n. 6, del giorno 8 Agosto, rispondeva all’attacco col seguente articolo:

POLEMICA

La Staffetta di Domenica 4 del corrente mese, anno primo ed ultimo, numero 14 (dellubbriaco), ci regala un ARTICOLONE più o meno aristarchico, più o meno pulcinellesco, più o meno sciocco. Lo scrittore del suddetto articolo dava uno sguardo sul 2.° numero di questo Pazzo a vol di uccello ed a passo di asino; e ci aveva ragione, perchè non si trattava nè di politica, nè di sarcasmo, e molto meno di spirito o di lepidezza. Trattavasi niento di meno, che della nuova pubblicazione di un’opera intitolata:

Dante popolare sbotato a llengua nosta da lo BRAVO POETA Mineco Jaccarino!!!

Signor Aristarco, o voi non leggete i giornali più diffusi e accreditati, o pure avete il cervello della lumaca. Avete letto il Brenta di Bassano, La Domenica del chiarissimo Francesco Mastriani, il Conciliatore e lOsservatore Commerciale?

Noi non siamo usi a precipitarci così alla cieca come credete voi. Dietro il giudizio del Mastriani ci determinammo scrivere quell’articoluccio nel nostro giornale. Voi dite, che facendo l’Ave Rabi (non Rube) al bravo poeta, non può costituire a noi nè fama, nè fortuna, nè protezione; e qui dite bene, perchè la fama è tutta vostra e la fortuna è degli audaci. E la protezione? In quanto alla protezione possiamo assicurarvi con legali documenti, che noi siamo stati sempre i protettori delle belle lettere, della gioventù studiosa e degl’infelici, più o meno come voi.

Duolmi soltanto, che la Staffetta, la quale dovrebbe camminare a passo accelerato, la si vide sempre fermata in un luogo: al contrario il nostro Pazzo, che dovrebbe star chiuso ed incatenato scappa a tutta corsa per le vie del bel Paese.

Ma voi, signor Aristarco dei nostri calzoni, perchè prendervela con un Pazzo? Perchè fermarvi proprio sur uno de’ nostri articolucci e non fermarvi poi sugli articoli degli uomini di polso, che hanno detto lo stesso, che dicemmo noi?

Se il Jaccarino avesse scritto ad imitazione di Dante un altro poema serio, in lingua italiana e noi pronunziavamo la sentenza: non si sa a chi dar la dritta, allora sì, che davamo un falso giudizio. — Il lavoro del Jaccarino non è, che una traduzione molto bene indovinata.

Le immagini, le sentenze, le frasi, il concetto, la creazione, è tutto del Divino Poeta. Essendo tutta questa roba istessa, non era un delitto, il dir noi di non sapere a chi dare la dritta.

Voi bevete p. e. il vino di Lipari in un boccale di argento, di poi lo bevete nel boccale di creta; rispondeteci se non è sempre lo stesso vino, se non gustate lo stesso sapore?! Giancola Stitillo tradusse ; a chi dar la diritta? Avremmo molto a dire; ma lo spazio nol consente.

Signor Aristarco della Staffetta, vi dice l'autore degli articolucci del Pazzo, che lo stesso intendeva, che il Dante tradotto dal Jaccarino era tradotto regolarmente tanto da non saper a chi dar la dritta se a Dante o al traduttore, perchè tutto quel bello e sublime che si ammira nell’originale, rifulge e traspare a meraviglia nella traduzione.

Signore Aristarco, sappiatevi, che i pazzi non scrivono delle minchionerie; le minchionerie le scrivono coloro, che vantandosi aver fior di senno compariscono in mezzo alla Società, direi, quasi, ignoranti e peggio. Almeno al pazzo non se gli dà dell’ignorante.

Dovendo noi contentare i nostri associati con degli articolucci più meno sarcastici, più o meno umoristici; così protestiamo di non rispondervi più, perchè quel tempo, che noi abbiamo a sciupare per gli aristarchi ci servirà per tutt’altro affare. Scrivete, stampate, cantate e crepate pure, perchè così almeno avrete da sfogare con voi medesimo.

Vi saluto Signore Aristarco - Conservatevi.

N.° 9.

LOsservatore Commerciale, di Napoli nel suo n.33. an. I°, 4 agosto 1867, nella sua rubrica Notizie Varie pubblicava il seguente articolo che urtò i nervi della Staffetta:

«Giorni sono ci vedemmo pervenire all’ufficio del nostro Giornale il Giornale la Partenope che si pubblica in Napoli, esso è nostro coetaneo e con piacere lo salutiamo. Parlare del Direttore e Redattore di esso è cosa inutile; Napoli conosce lo spirito e l’ingegno del Sig. Domenico Jaccarino. Però se non temessimo sentirci dire, col lepido Brofferio, «d’onde esce questo giudizio di poesia che sente di cifre numeriche?» noi vorremmo azzardarne uno sul Dante Popolare che il Sig. Jaccarino pubblica mano mano sul suo giornaletto.... Ma da banda il timore dei maldicenti, ad essi rispondiamo che da quei libroni di cifre uscì sempre civiltà e sapere, ed azzardiamo la nostra idea.

Su per giù in complesso il Dante del Sig. Jaccarino ci piace; lo scopo che lo mosse alla traduzione dialettica di esso è nobile e per questo passiamo sopra a certi nei che vi sono i quali però facilmente si dimenticano per le molte terzine che si lasciano ammirare per la bellezza del verso e la giusta interpretazione ed armonica, tanto da chiedersi se non sia Dante stesso che l’avesse così scritte; del resto quei nei possono pure interpretarsi fatti ad arte per fare spiccar più la bellezza di talune terzine.

Noi siam Negozianti, Sig. Jaccarino, ed il nostro giudizio è povero in fatti di lettere, perchè son più anni che immersi nei numeri non curiamo più Parnaso, ma pure per quanto possa valere il nostro giudizio, noi vi sproniamo a progredire e mandare a termine l’impresa.

N.° 10.

Il Popolo d’Italia, giornale democratico di Napoli, nel suo n. 215 anno 8.° del dì 7 agosto 1867, nella rubrica Cronaca interna pubblicò il seguente articoletto:

«Nel giornale La Partenope, tanto ben diretto dal sig. Domenico Jaccarino, si pubblica periodicamente la traduzione fatta dallo stesso sig. Jaccarino del Divino Poe- ma dell’Alighieri in lingua napoletana. Senza dubbio lo scopo dello scrittore è ottimo, quello cioè di portare a conoscenza del popolo il nostro Dante, onde noi nutriamo fiducia il pubblico farà sempre più buon viso al giornale del sig. Jaccarino.»

N.° 11.

Il Vero Messaggiero del Mattino di Napoli, nel suo n. 296 anno II. del dì 8 agosto 1867, recò l’annunzio dell’opera con queste parole che riportiamo testualmente:

«Il sig. Domenico Jaccarino sta pubblicando nel giornale La Partenope una sua traduzione in dialetto napolitano della Divina Commedia del Dante Alighieri.

N.° 12.

Il Ministro della Pubblica Istruzione, scriveva al Jaccarino dal suo Gabinetto Particolare, Firenze 7 agosto 1867.

Illustrissimo Signore

«Sarà sempre degno di molta lode chiunque fa opera, con qualsiasi mezzo, di educare il popolo a nobili sentimenti, di istillargli l’amor del lavoro, il rispetto alle leggi, e tutte quelle altre virtù che formano l’uomo onesto ed il buon cittadino. Se Ella stima ed ha provato mezzo utile a ciò lo spiegare il Dante a cotesto popolo nel suo dialetto io non posso che commendarla e rallegrarmi del bene che son certo deriverà dalle sue fatiche, giacchè non mi è dubbio che Ella saprà dai tesori di sapienza riposti nella Divina Commedia cavare argomenti atti a infondere a ne’ suoi uditori quelle virtù ch’io diceva.

Resta ch’io auguri all’impresa della S.a V.a quel buon successo di cui è degno, e profitto di questa occasione per offerirmi alla S.a V.a

«Al sig. Domenico Jaccarino Napoli»

N.° 13.

La Rivista Teatrale, giornale artistico letterario di Napoli nel suo n. 11, anno 3. del dì 9 agosto 1867, stampò il seguente articolo di critica contro quello pubblicato dal giornale Il Pazzo:

«Il signor Domenico Jaccarino ha tradotto in dialetto napolitano La Divina Commedia, e la va pubblicando sul giornale La Partenope, da lui diretto. Noi ci riserbiamo dare un giudizio critico sul lavoro suddetto, non appena che avremo avuto il tempo di leggerlo, e nel mentre lodiamo la felice idea del Jaccarino, siamo rimasti scandalezzati da un articolo critico d’un neonato giornale umoristico. Noi non confuteremo le parole del Pazzo (questo è il nome del giornale) ma semplicemente le riportiamo, poichè nel solo leggerle si trova la più ampia confutazione. L’articolista conchiude dubitando a chi dare la deritta, si a Dante o a lo Traduttore.»

N.° 14.

Il giornale Il Pazzo di Napoli, n. 8 anno I. riportò anche un altro articolo in difesa di Jaccarino, che è il seguente.

Con piacere pubblichiamo quanto segue:

POCHE PAROLE AL GIORNALE LA STAFFETTA

Non son quindici giorni, e questo giornale mandava a cognizion de’ lettori un brieve annunzio per la traduzione della Divina Commedia di Dante Alighieri in dialetto del popolo di Napoli, per cura del sig. Jaccarino, qualmente da bravo poeta era da aspettarsi.

E, di rimando, l’altro periodo della Staffetta aprì campo di rimproveri al precennato avviso, ponendo a disamina la incompetenza di bravo poeta al giovane Jaccarino, per la nota di nullità del traduttore, sia per la parte sociale, che per la letteraria.

Al qual colpo di scena, che impensierir potea Jaccarino, nel caso soltanto che non avesse avuto coscienza del fatto suo, cercò il Pazzo mettere in ballo la improprietà dei detti della Staffetta, e la impertinenza dello attacco.

E pur si risponde, e pur si mena clamore, ripetendo il contrasto in termini nè tanto decenti, nè tanto letterarii!

E poichè non mi garba punto, nè poco il discorrer di fatti senza provarli, o i metter giù de’ paroloni, dei principii senza razionalizzarne il costrutto, mi fo permesso carezzare un pochino la storia del fatto, e conversar di vantaggio su la ragione del già detto.

Di fermo; Che Jaccarino abbia tradotto lodevolmente si dirà sol quando alla Staffetta piaccia e venga in taglio di rubare qualche modo poco adattato, o poco inteso dalla maggiore degli Uomini. Ma, che lo stesso abbia fatto cosa che gli meriti il nome di bravo poeta è tal vero, cui l’orbe, almeno, dell’occhio destro della ragione potrà mettere sul dubbio.

È bravo poeta, in fatti, perchè ha popolarizato un poema, immenso pel principio, infinito per la purezza e grandezza di lingua.— È bravo poeta, perchè ha visto in Dante la essenza della forma vera, per tradurlo nella forma di un dialetto tutto semplice, grazioso, e leggiadro. — È bravo poeta, in fine, perchè ha voluto, in altri termini, dire al popolo; avrò tradotto Dante, forse non bene così da meritar placito; ma talmente feci, perchè vo’ che nel tuo stile, nei tuoi detti faccia misto di questi mirabili dettati, di questi indefinibili pronunziati.

Ecco perchè Jaccarino è buono, bravo, ed utilissimo poeta, tanto che chi lo straccia e dilania non avrà, nel giusto senso, mirato in che consista la grandezza e la bontà del Poeta!

Nè posso ristarmi dal notare la inciviltà della forma della dolcissima Staffetta! ci vuol poco a scorgere, che far fronte anche al giudizio falso, che altri porti di un giovine, è frutto dell’invidia che macera. Se il Pazzo ben disse, o non, in riputar grande Jaccarino, giudichi il lettore: ma che la Staffetta vi faccia bordone con quattro righe di rivista bibliografica, è tale incongruenza da meritare lo sprezzo, e la indignazione de' buoni!

Fo voti, perciò, col bravo amico signor Cassitto, che lasci in dimenticanza il già detto, per ottenere che la Staffetta ponga termine a questa, che non dirò polemica, non avendone il carattere, nè il principio; ma a tanta, ostile garrulità, che tutta fonda su de’ pettegolezzi, cui si oppone sempre la serietà di uno scopo designato, e la civiltà di uomini culti ed intelligenti.

Le parole son chiacchiere morte, e nient’altro. I fatti son chiari, ed i lettori dì entrambi i fogli che si son trovati a rilevar due numeri, il 14 ed il 6, vedranno a chi spettano entrambi, non sapendo, e non volendo qui dirlo, perocchè fin’ora io abbia scritto della inutilità di queste scaramuccie giornalistiche.

E qui pongo termine, con l'augurio, che l’Italia abbia sempre dei Pazzi, che non isfruttino il lor tempo: e delle Staffette, che segnalino al più presto la via di andare a Roma!

N.° 15.

La Patria, giornale politico di Napoli, nel suo n. 222, anno 7. del dì 13 agosto 1867, pubblicò anche essa poche parole su questa traduzione, esprimendosi così:

Abbiamo letto nel giornale La Partenope i primi canti del Divino Poema di Dante Alighieri, tradotto in dialetto napolitano dal signor Domenico Jaccarino, e veramente non possiamo che incoraggiare anche noi con la nostra parola di lode l’arduo lavoro del traduttore, che tende ad uno scopo nobilissimo ed utile alla classe del nostro popolo minuto, qual'è quella di rendergli intelligibili quei tesori di sapere che sono riposti nella Divina Commedia.

Sappiamo inoltre che il signor Jaccarino è stato autorizzato dal Ministro della Pubblica Istruzione ad aprire in Napoli una Scuola Dantesca.

N.° 16.

Il Giornale di Napoli (Ufficiale) nel suo n. 221 del 13 agosto 1867, nella Cronaca Interna pubblicò le seguenti linee per incoraggiare il Traduttore del Dante:

«Il signor Jaccarino Domenico aprirà fra non guari in Napoli una Scuola popolare Dantesca, per la quale ha ricevuto una lettera d’incoraggiamento dall’onorevole Ministro della Pubblica Istruzione, che abbiamo avuta sott’occhi. Il sig. Jaccarino è l’autore della versione in dialetto napolitano della prima cantica della Divina Commedia, pubblicata dal giornale La Partenope. Questa a versione vien letta comunemente con piacere.

N.° 17.

Il Pungolo di Napoli nel suo n. 223 del dì 14 agosto 1867, pubblicò nella sua Cronaca Interna ciò che siegue sul conto del Jaccarino:

«Facciamo plauso al pensiero del sig. Jaccarino di tradurre la Divina Commedia dell’Alighieri nel dialetto napolitano, traduzione che si pubblica nel giornale la Partenope.

È un lavoro lungo e difficile, eppure eseguito con una disinvoltura di stile, e una fedeltà non comuni, che mira ad un fine utilissimo, qual’è quello di rivelare al nostro popolo i tesori infiniti che racchiude il Divino Poema.

N.° 18.

Una stretta di mano all’Appendicista del Giornale

il PAZZO N. 6.

Ecco in che modo rispondeva frattanto il giornale La Staffetta alla polemica del suo confratello Il Pazzo, e ciò in data del dì 11 agosto 1867, nel suo n. 15 anno I.°

Evviva caro fratello!! Tu non sei mica pazzo come ti spacci — hai molto sale in zucca— Sei Smorfia perchè sai che 14 è assegnato all'ubbriaco. Perchè non fai un giornale cabalistico, che vivrebbe un mese o poco più come tutte le altre pubblicazioni del BRAVO POETA? — vi è da far danaro — a Napoli il gioco del lotto è un fanatismo; ma tu non hai d’uopo di consigli; te lo ripeto, non sei mica pazzo; hai rimarcato un ave Rabe invece di ave Rubi; oh che talento!!!

Chi sia più meno pulcinellesco, più o meno sciocco, lo giudicherà il paziente pubblico, che legge le nostre pulcinellate (e ci paga).

Caro Appendicista, credo che nessuno sia obbligato di leggere tutti i giornali, accreditati o no, per dare un giudizio, o vero o falso, su ciò che gli piace. Quando si espongono verità evidenti, non è necessario che si stia su la assertiva de’ giornali che tu citi, tutto hanno letto, fuorchè la traduzione del Dante. IL BRAVO POETA si è por- tato agli ufficii dei giornali da te citati con l’articolo in tasca, que’ signori direttori, per dar coraggio alla intraprendente studioso, hanno creduto atto filantropico il dar luogo ne’ loro giornali a tali articoli, senza neppure sapere le bestemmie che in essi si contenevano.

Il signor Mastriani è una gemma del nostro paese, e nessuno lo mette in dubbio; innanzi a tale uomo bisogna far di berretto; ma pel dialetto napolitano (mi scusi mille volte il Mastriani) non può essere giudice competente.

La fame è sorella di entrambi noi, non escluso il BRAVO POETA, se non sei tu: però ben tristo colui che non ha altro protettore, che il BRAVO POETA.

Che paragone peregrino è quello del Bravo poeta è Marano spunto, è cefeca!!! (voce del dialetto).

La Staffetta fa il suo corso periodico regolare, e finora non si è mai fermata, come il Bazar, Pulcinella e il Diavolo Zoppo — I costumi napolitani — La GRANDIOSA storia delle cento Città, tanto elogiata dal Giornale Ufficiale e da Masaniello, La storia della guerra Russo-polacca e tante e tante altre produzioni, incomplete, che poi ti numererò, garbatissimo fratello.

Voglio togliere il tedio, non a te, col quale converserei de’ mesi interi, e sempre su la stessa cadenza; ma allo indulgente pubblico. Conchiudo quindi che mi aveva proposto di cominciare a pettinare la SUBLIMISSIMA TRADUZIONE del Dante fatta dal BRAVO POETA, corretta in parte dal suo Maestro L.E.B. ed in parte dal B. M. Z., i quali han tolto il grosso; ma certe cose esistono tuttavia e te le farò notare man mano nei prossimi numeri.

Ti auguro salute.

N.° 19.

Il Giornale Popolo d’Italia ritornava sull’argomento, colle seguenti avventate parole per servire un partito spinto ed avverso per principio a qualunque utile istituzione che non sia repubblicana, e ciò stampava nel suo n. 222, anno 8. del dì 14 agosto 1867.

Una scuola dantesca in lingua napoletana sarà aperta in Napoli per opera del signor Domenico Jaccarino per spiegare al nostro popolo la Divina Commedia. S. Eccel- lenza il ministro di P. I. ha incoraggiato l’inventore di questa scoperta — Però se noi lodammo la traduzione di Dante in lingua napoletana, non possiamo nè encomiare, nè incoraggiare questo disegno. Che cosa difatti imparerà il popolo da Dante? Avrebbe ad imparar molto è vero, ma quando fosse più educato. Volete educare il popolo? aprite conferenze in cui s’impari al popolo, che cosa è la guardia nazionale, una cassa di risparmio, un’associazione di lavoro; imparate al popolo a che servono i comizii, quanto sia immorale il gioco del lotto, quanto sia ladro un governo che sciupa milioni ad un esercito di nullafacienti..... e simili. Imparate prima queste cose necessarie alla vita politica e civile, necessarie alla moralità e poi spiegategli Dante. Ma allora il buon popolo non avrà bisogno del signor Jaccarino; Dante lo leggerà e lo comprenderà da se. Siamo serii.

N.° 20.

La Nuova Roma, giornale del mattino di Napoli, nel suo n.126 dell’anno 1° 14 agosto 1867, pubblicò il seguente articolo nella Cronaca Interna:

La Divina Commedia del Dante Alighieri ha trovato un buon traduttore nel signor Domenico Jaccarino, che rende in dialetto napolitano intelligibili al popolo i sublimi concetti dell’immortale Poema. Noi ne abbiamo sott’occhio i primi canti che il traduttore ha già pubblicato, e ci congratuliamo nello scorgere che il nostro paese abbondi sempre di fervidi ingegni e di giovani di buona volontà.

Quanto prima lo stesso signor Jaccarino aprirà in Napoli una Scuola dantesca popolare gratuita, essendone già stato autorizzato dal Ministro della Pubblica Istruzione, che gl’inviava anche una lettera d’incoraggiamento.

N.° 21.

L’Emancipatore Cattolico nel suo n. 33 dell’anno VI, 16 agosto 1867, elogiava anch’egli la traduzione del Dante coll’articolo che segue:

L’egregio giovine Letterato Domenico Jaccarino, già autore della bella traduzione della Divina Commedia di Dante in dialetto napoletano, aprirà una scuola per spie- gare al popolo nel suo dialetto il divino Poema. Questo pensiero fu meritamente incoraggiato con lusinghiera nota dell’attuale signor ministro dell’istruzione pubblica. Noi ci congratuliamo col benemerito signor Jaccarino, e, non gli facciamo maggiori e ben dovuti encomi per il patriottico suo divisamente, perchè egli è uno dei membri della nostra Società.

N.° 22.

E mentre il giornale il Pazzo seguitava a riprodurre ne’ suoi numeri consecutivi gli articoli de’ confratelli in pro del Jaccarino, e le onorificenze che quotidianamente riceveva per la sua traduzione del Dante, la Staffetta ritornava all’attacco colle seguenti parole, alle quali si rispose con un glaciale silenzio; e ciò nel suo n. 16, dell’anno I. 18 agosto 1867:

Cenno Critico

Sul Dante Popolare di Domenico Jaccarino

Al secondo difensore dell’OTTIMO POETA brevemente e con gentilezza diciamo, che i termini nè tanto decenti, nè tanto letterarii furon prima vibrati dallo scrittore dell’Appendice del N. 6. del PAZZO, e quindi dovea rispondersi per le consonanze. Nel nostro primo articolo osservammo solo, che mal si addiceva l’epiteto di BRAVO al traduttore di un libro che ha avuti più cementatori della stessa Bibbia, e che era temerità il dire di non sapere tra i due a chi dar la diritta! I Poeti in Italia sono infiniti e ve ne saranno finchè il mondo esisterà; ma i buoni non son molti, ed i bravi sono scarsissimi: l’unico sommo è Dante, contendere la dritta a tal uomo è follia!

Addio caro Attilio.

Imprendere ad analizzire e criticare la traduzione in dialetto napolitano del primo tra i poeti classici italiani, del sommo de’sommi, del Creatore di nostra favella, troppo ardua impresa ella è, e non dei lombi miei; ma però tanti elogi profusi, le onorificenze che quasi ogni giorno il traduttore del Dante fa piovere or su questo, or su quell’altro giornale mi hanno spinto a trattar questo esame, acciò apra gli occhi chi facilmente crede, e distingua l’oro dall’orpello.

Diam mano all’opera, cominciando all’argomento.

«Dice lo Poveta» Perchè rovinare questa povera parola? Noi in dialetto diciamo poeta come il toscano e non poveta o pojeta, come si riscontra in qualche cattivo scrittore napolitano. Leggansi le opere di stampate in Napoli 1566. Lo stampatore a chi legge e si troverà sul bel principio: «Non fece accossì lo famuso Giulio Cesare Cortese, che appe sale a la cocozza, pocca pe dechiararese figlio d’Apollo, zoè bravo poeta, voza fa lo Viaggio de Parnaso etc.

«E pecchè cierte animale feruce le mpedesceno de saglì ncoppa’a na collina». Collina non esiste in nessun dizionario del dialetto; si può consultare il Galiani, Puoti, Gargano, Greco, De Ritis, Guacci e Taranto, Meli, Carfora, Manzi, Casillo, Brascello, Cimmino, Melga, Villani etc; nè è voce d'uso; invece montagnella.

«Che Ile promette de farete vedere lle pene» (la forza deve cadere sul p e non su l’e) «de lo Nfierno, poje (doppo) lo Purgatorio (priatorio) e che all’urdemo sarria portato da Biatrice (Viatrice) dinto a lo Paraviso. E isso jette appresso a Vergilio (a Bergilio)».

Ciò basti per ora, nel prossimo numero cominceremo ad esaminare i versi.

N.° 23.

La Comare, giornale delle donne, quotidiano di Napoli, nel suo n. 119, anno I° in data 19 agosto 1867 pubblicò il seguente articolo:

Dobbiamo un elogio al nostro bravo scrittore Domenico Jaccarino: il suo Dante popolare gli fa riscuotere applausi universali; continuate la tradizione del nostro , giovine egregio, ed i napoletani, di cui conservate il dialetto espressivo, vi saranno riconoscenti di tutto cuore: ad essi non resta ora, che quello che rimaneva al Cristo su la croce — la lingua: speriamo che il Sodalizio letterario che egli va a fondare abbia piena riuscita, e che i suoi studi siano coronati da esito felice. Raccomandiamo alle Comari di leggere la sua plaudita traduzione della Divina Commedia, e ci sapranno grado del consiglio.

N.° 24.

Il Folletto di Napoli, giornale umoristico, nel suo n. 166, anno II, del 18 agosto 1867, per invidia personale pubblicava il seguente sarcastico articolo:

I giornali serii

Se avessi tanto per intraprendere un viaggio, me ne anderei senza manco esitare un minuto nelle Antille, nelle Terre del fuoco, nella Groeladia, nella nuova Zelanda!

In una parola vorrei diventare un secondo Robinson Crosuè.

E sapete perchè?

Per non sentire a parlare più di cholera, di pedecchiale, di perniciose, di morte improvvise, di casi di pazzia, di furti, di omicidii, d’infanticidii, uxoricidii, di lago d’Agnano, di malattie epidemiche, di vajuolo, di esalazioni mefitiche e di altre piccole, grosse e mezzane disgrazie della vita umana.

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