Read here

Delle biblioteche circolanti nei comuni rurali

Vincenzo Garelli · 1870 · Free in the US

18,529 words · about 1 h 18 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1870 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Delle_biblioteche_circolanti_nei_comuni_rurali&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Vincenzo Garelli
Language
Italian
Published
1870
Length
18,529 words · about 1 h 18 min
Sections
13 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (13)

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct fi

ct ct ct

Indice

Avvertenza dell’Editore

ct

I progressi dell’istruzione popolare sono così in intima relazione con quelli dell’Agricoltura, che niuno potrà riputare estraneo allo spirilo ed allo scopo di questa raccolta il libro che pubblico intorno alle Biblioteche circolanti ne’ comuni rurali, dalla diffusione delle quali deve derivare quella cultura delle menti, a cui faranno seguito le riforme e le innovazioni nella culiura dei campi.

Le scuole segnano il primo passo nella istruzione del popolo, e le biblioteche devono consolidare l’effetto utile di quelle. Dunque cercare il modo più semplice per stabilirle e renderle efficaci val quanto adoperarsi direttamente alla diffusione della civiltà negli ordini più bassi, fra le classi laboriose della Società.

Le viste pratiche del professore intorno a questo argomento ebbero l’autorevole sanzione del Congresso Pedagogico di Torino, e confido che avranno pure il favore della Nazione.

ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct

Introduzione — Lettera al cav. Luigi Sani

ct

ct

Mio carissimo, per la terza volta pubblico i miei pensieri intorno alla recente istituzione educativa delle Biblioteche circolanti. Gli esposi dapprima in forma di lettere, le quali acquistarono non poca autorità dal nome tuo che portavano in fronte; poscia li ripubblicai con aggiunte in una serie d’articoli che videro la luce nel periodico mensile il Maestro degli adulti. Raccolsi in seguito altri fatti, e m’imbattei in altre questioni che ingrandirono la materia da dare la giusta mole ad un libro, che ora mando alla luce, perchè lo credo opportuno, più che altri non creda, ed utile alla cultura nazionale.

La discussione ampia e solenne che intorno a questo tema s’intavolò nel Congresso pedagogico pose fuor di controversia alcune massime intorno al modo più facile e più sicuro di ordinare le Biblioteche popolari e farle fiorire. Le quali massime vogliono essere quanto più si può diffuse, acciocché la istituzione non pericoli d’isterilire per imperizia di coloro che pur si affaticano a farla nascere.

I consigli provinciali, i comuni, i privati che fan ressa per promuovere le Biblioteche circolanti con premi e con offerte, pensarono essi al modo con cui si possono rendere utili all’educazione politica ed economica del nostro popolo? Basta egli, come in molti luoghi si fa, raccogliere libri d’ogni forma e d’ogni misura, perchè quella raccolta di libri meriti il titolo di Biblioteca popolare?

Dal caso non possono trarre origini cose che abbiano qualche valore, e tanto meno quelle che devono conferire così efficacemente all’educazione del popolo. Il libro è uno strumento e nulla più. Ora nel concetto di stromento entra per prima condizione che lo si possa, lo si sappia e lo si voglia adoperare secondo lo scopo a cui lo stromento è preordinato. Tu ben sai che uno strumento che a nulla serve è un ingombro; e Dio volesse che i libri che ai ammassano per fare biblioteche senza scelta e senza giudizio fossero soltanto un ingombro! Tu sai pure, o mio Luigi, che nell’educazione all’utilità si contrappone senz’altro intermezzo il danno; cosicché ogni mezzo che non aggiunga il suo fine è uno spreco ed un danno. Eppure a ciò non si bada nè punto nè poco. Infatti vidi recentemente un catalogo di libri raccomandato dai zelatori delle Biblioteche popolari; nel quale mancano affatto i nomi di que’ pochi scrittori nostri veramente popolari e benemeriti della educazione, per far luogo ad altri che han tanto che fare coi bisogni morali ed economici del nostro popolo quanto il codice di Manù col Vangelo. Che vuoi? Non sentiamo noi tutto di magnificare questa o quella biblioteca, perchè conta tre o quattro mila volumi? Probabilmente costoro somigliano a quel tale che per fare più esatta la statistica della sua azienda rurale annoverava fra gli animali dome- stici anche i topi ed i ragni. In Italia una Biblioteca di cento opere popolari, allo stato della nostra cultura presente, sarebbe tutto quello che potrebbe essere.

Avviene a un di presso lo stesso nella statistica dell’istruzione elementare. Si tien conto del numero delle scuole, ma non si sa se in esse si faccia profitto. Non è dal consumo dei banchi delle scuole che può rilevarsi l’aumento di cultura d’un popolo, ben altri criteri debbono cercarsi per dare giudizi intorno a ciò.

In tutti gli opuscoli che su quest’argomento si pubblicarono in Italia, gli scrittori si contentarono di provar l’utilità in generale delle Biblioteche, senza darsi un pensiero d’indicare le regole per tradurre in atto questa utilità possibile. Taluno si ferma tanto in coteste vaporose generalità da confondere in uno la Biblioteca ad uso degli studenti d’un liceo con quella modesta raccolta di libri, i quali noi vorremmo vedere andar fra le mani dei contadini duranti le lunghe sere d’inverno.

E non ricevi tu pure ad ogni giorno circolari ed inviti per soccorrere con doni a questa o a quella Biblioteca nascente? Che vuol dir ciò? Vuol dire che si erede d’avere una Biblioteca popolare quando si sono accatastati de’ libri dovunque vengano. Per non parere scortese tu mandi a questo e a quello non solo ciò che tu scrivesti, ma spandi quello che è stato scritto da altri, purchè tu vegga che il dono che tu fai possa giovare all’educazione del nostro popolo. Ma saranno tutti al par di te oculati nella scelta di libri che si mandano in dono? Permetti che io ne dubiti, tanto più dopo che vidi raccomandato dalla Commissione di Firenze quel tal catalogo, di cui parlava poc’anzi.

A far argine a coteste idee correnti, e diciamolo francamente, a cotesti pregiudizi quant’altri mai perniciosi, sono volti gli scritti che intitolo al tuo nome. I quali pigliano autorità eziandio dal voto unanime con cui il Congresso pedagogico accettava le conclusioni che si presentarono alla pubblica discussione.

Generalmente s’ignora che le veraci riforme nella educazione popolare devono partire dalla classe stessa a cui si riferiscono. Ogni sforzo che una classe fa per alzarsi e progredire deve promuovere quelle consolazioni e quei conforti che traggono le loro origini dalla coscienza del bene. Nulla misura meglio l’importanza che si annette alle cose quanto i sacrifizi che sì sostengono per loro, e l’attaccamento ad esse cresce in ragione di questi sacrifizi. Gli è perciò che mi è sempre parsa nocevole la gratuità della istruzione; come mi pare inconsulto il creare Biblioteche quasi all’insaputa e senza il concorso di coloro che le debbero frequentare. Il modo che io propugno per la istituzione delle Biblioteche mira appunto a far nascere questa cooperazione che deve dar la vita vera delle Biblioteche. In Germania ed in Inghilterra ve ne hanno che sono frequentatissime. A Berlino vi ha una società di operai, che si costituì per fondare de’ corsi, delle conferenze e delle biblioteche. La più grande di queste conta tre mila soci, e possiede una Biblioteca magnifica, alla quale vi ha grande concorso. È celebre in Inghilterra l’associa- zione sotto il nome di Pionieri di Rochdale. Or bene gli operai di Rochdale pervennero a formare una Biblioteca di due mila volumi.

Come sono lodevoli quelle popolazioni lavoratrici, le quali coi loro proprii sforzi possono procacciarsi i mezzi della loro istruzione! Ma possiamo noi dire che siano molte coteste, e che le nostre segnatamente della campagna sieno a questo punto di avanzamento? Per nostra disgrazia dobbiamo dire che ne siamo lontani ancora. Ma tuttavia quale pensiero ci diamo noi per condurle a questo stato? Adoperiamo in guisa da risvegliare quell’attività che dovrà tradursi in iniziativa propria delle classi lavoratrici? No. Noi abbiamo posto in non cale l’insegnamento degli economisti e degli uomini tutti d’esperienza, che l’assistenza diretta, continua, la tutela che le classi doviziose esercitano sulla povera può esser ben di spesso sorgente piuttosto di danno che di vantaggio.

La beneficenza, o mio Luigi, sotto qualunque forma si presenti, dev’essere regolata dalla prudenza, e ricercare con essa di muovere l’attività del beneficato nell’atto che gli si porge la mano per sollevarlo dall’avvilimento in cui giace.

Le Biblioteche popolari adunque non devono essere un’ostentazione od una mostra apparente; devono essere fonte di cultura, e io saranno indubitatamente se promuoveranno il desiderio di leggere e faranno conoscere il bisogno e la utilità della istruzione.

Al malato, al convalescente non s’imbandisce una mensa ricca di molti e svariati cibi, ma gli si presenta quella vivanda che sia più facile a smaltirsi e giovi a rinvigorire le forze tutte della vita. Così è per l’appunto delle Biblioteche che noi vogliamo diffondere per tutto negli opifìci e nelle campagne. Colle norme, intorno alle quali si aggirano gli scritti che ti presento in questo volumetto, si stabilirono già nella provincia di Torino una ventina di Biblioteche o meglio raccolte di libri, i quali furono scelti appositamente, epperò capaci di circolare davvero; perchè suscitano quell’interesse che li fa ricercare ed amare dal popolo. Un libro, il quale non sia ricercato e letto con piacere, non si merita di essere posto nel novero di quelli che devono far parte della nostra Biblioteca rurale. Così è, la lettura dev’essere da prima fonte d’istruzione e di diletto e convertirsi poi in un vero bisogno.

Adoperiamoci a questo scopo, ed opereremo efficacemente sulla civiltà del nostro popolo.

Iddio ti conservi, a lungo a vantaggio del tuo paese, e de’ buoni studii.

Delle Biblioteche Popolari

ct

I. Relazione del prof V. Garelli al Congresso Pedagogico

ct (Fra i temi che si avevano a discutere davanti il Congresso Pedagogico raccolto in Torino, si aveva il seguente: Delle Biblioteche popolari, del modo di promuoverle ed adattarle ai bisogni locali e dei loro regolamenti.

La Direzione della Società Pedagogica elegeva a relatore intorno a questo tema il professore Vincenzo Garelli, il quale nella V giornata del Congresso stesso presentava la seguente relazione, le cui conclusioni, discusse in due successive tornate, furono approvate dal Congresso a grandissima maggioranza di suffragi).

Illustri Signori e Colleghi carissimi,

La istituzione delle Biblioteche circolanti è una determinazione d’un’idea vaga, od il corollario d’un principio che non può essere revocato in dubbio, cioè quello della necessità dell’educazione popolare. Eccone infatti evidentissima la sua genealogia logica, la quale consiste nella serie ordinata de’ mezzi che mirano al fine di procacciare

al popolo più morale, più dilettevole, più laboriosa, più utile, più dignitosa e più felice l’esistenza.

Cotesta serie, sia che si presenti nell’ordine cronologico, sia che la si studii nella dipendenza de’ concetti, è una, costante e coerente a sè stessa. E cotesti caratteri diventano poi i criterii, mercè cui si può giudicare quasi a priori ed intrinsecamente della bontà ed utilità di essi mezzi.

Un’altra avvertenza generalissima giova premettere, che le istituzioni pigliano forme varie a seconda de’ tempi, come i frutti variano a seconda delle stagioni. Anzi in quella guisa che un frutto perde le sue migliori qualità allorchè si prepara a dar vita ad un nuovo essere della propria specie, il quale, seguendo l’ordine mirabile del creato, dovrebbe presentarsi sempre migliore, pur conservando l’identità della specie. Così si spiega perchè negli ordinamenti civili possa talora avvenire che un’istituzione, la quale in sulle prime apparve mirabile ne’ suoi effetti, uggisca, se non in realtà, almeno in apparenza, e generi quasi nell’universale un disgusto, il quale va bene di spesso tanto in là quant’era stato soverchio il favore e l’entusiasmo anteriore. Cotesto, a nostro ricordo, vedemmo delle scuole di metodo, dai cui ebbe cominciamento quel moto così universale e quell’istinto d’incontentabilità e di irrequietezza che tutto all’intorno e noi stessi commove ed agita senza posa.

Or bene, quale era il problema intorno al quale si travagliavano (parlo del solo Piemonte, dove appunto più vicini e sotto i nostri occhi avvennero i fatti che narro) le scuole di metodo? Quest’unico formolato già da secoli: non scholae sed vitae discendum; il quale non era stato mai presso di noi espresso in un articolo di legge. Ecco la traduzione fedelissima che se ne fece: l’istruzione dev’essere educativa, deve cioè abbracciare ed impadronirsi di tutto l’uomo, di tutte le facoltà di esso, di tutte le età e di tutte le condizioni. Da questa formola nel campo teorico scaturirono le leggi della perfetta educazione, nel campo pratico noi vedemmo le istituzioni educative pullulare svariatissime.

Infatti se l’istruzione ha da essere universale, perchè di essa non avrà a partecipare la donna, la quale deve essere la prima dispensatrice dell’alimento al corpo e della parola intellettuale ai nostri figliuoli? Non era egli evidente l’illegittimità del servaggio al quale si costringeva la donna presso di noi, non fa che quattro lustri? In venti anni, o signori, siamo giunti a tale che non si cerca più quanti sieno i comuni che proveggono all’istruzione della donna, ma sibbene quante le frazioni di comuni che ancor ne difettino. Il massimo de’ miracoli vaticinato da Cristo, l’evangelizzazione del povero, si è pienamente avverato.

Se universale ha da esser l’educazione, non al solo spirito vuolsi pensare, ma eziandio al corpo. Quindi le esercitazioni ginnastiche, le quali nate in questa metropoli da una libera società di giovani nel 1842, si diffusero poco alla volta ed invasero tutta la nazione. E ad ogni anno voi vedete raccogliersi in Torino il fiore de’ maestri e delle maestre delle più remote regioni per diventare maestri di quest’arte. Io rammento, o signori, i castighi patiti allorchè nella state di straforo si fuggiva per prendersi un po’ di sollazzo nella limpida acqua del mio fiume natale, o quando nel verno mi slanciavo a volare sul trasparente ghiaccio che ricopriva il ruscello dei prati. La cosa stessa ch’era proibita è fatta oggetto di dovere. Oggidì al par della ginnastica s’insegna il nuoto.

Per questa legge pedagogica, la quale non può patire abrogazione o derogazione di sorta, niuna età è oggi trascurata. E se in Italia si contano parecchie migliaia d’in- fanti dai due ai sei anni raccolti ne’ benefici asili, potrebbe pure una facile statistica dimostrarvi che un numero non minore di omini già vecchi fin sopra i cinquanta anni, quasi ciechi, stati miracolosamente richiamati alla luce, si presentano docili alunni nelle nostre scuole serali e domenicali.

Conseguenza dello stesso principio sono le varie maniere di istituti educativi che il paese presenta ai cittadini della medesima età, secondo le varie vocazioni o tendenze de’ giovani. Di qui i collegi classici, tecnici, militari; di qui le varie istituzioni che mirano all’esercizio di arti speciali, le scuole di disegno, non solo per addestrare alle arti più nobili, ma eziandio alle più umili, ed in ispecie alle fabbrili, ma sopretutto le conferenze agrarie, le quali sono destinate a migliorare, più sollecitamente che altri non creda, l’avvenire economico della nazione.

Coteste, o signori, non sono che le varie determinazioni d’un solo carattere. Uguale fecondità devono aver gli altri caratteri nella parte loro differenziale. Non fa che questa fecondità non appaia: dirò ancor io le parole del Vangelo: nolite timere. Non s’argomenta la robustezza della pianta dalla grossezza di seme. La robustissima pianta della montagna che sfida la violenza dell’aquilone è nata da un seme impercettibile portato colassù tra i dirupi da quel vento medesimo, il quale nella lontananza del tempo dovrà essere moderato nella sua violenza da quella pianta che deve nascere quasi per caso, senza tutela e senz’altra forza che quella nascostavi dalla mano invisibile di Dio.

L’educazione, o signori, ha un altro carattere, il quale gli è comune collo incivilimento, del quale è madre e figlia ad un tempo, la progressività e la indefettibilità. Perchè il montanaro della Scozia, al quale nè governo nè i comuni volgono pure un pensiero, ha una istruzione più profonda e più durevole, che non l’abitante della stessa Germania? Perchè nel bilancio che ogni padre di famiglia fa nel cominciamento dell’anno, accanto alla spesa del pane pone pure la spesa della istruzione? Quindi il fanciullo fa volentieri e quotidianamente un lungo tragitto ed attraversa valli e torrenti per recarsi colà dove si dispensa il sapere. Egli misura il profitto da quello che gli costa in danaro, in fatiche, in disagi, come la madre predilige il fanciullo pel quale ha maggiormente sofferto. Quando visitò l’Inghilterra, fu sorpreso da maraviglia allorchè vide che un distributore di giornali saliva fin sul tetto d’una casa per portarli agli operai che riparavano i tetti. Egli esclamò: «Quel pays que celui où on lit la gazette jusque sur le toits! De cet observatoire élevé cet homme juge les ministres et leur politique.» Il progresso ha due elementi, e quasi direi tiene un piede nel passato e l’altro nell’avvenire. È tradizione e conservazione dapprima, indi è movimento e trasformazione.

Un pittore dozzinale aveva due modi di dipingere, l’uno ch’era di durata, e l’altro di apparenza. Noi cerchiamo la durata e la permanenza; quindi tutto quello che vale a fissare la istruzione, a conservarla dev’essere ufficio nostro.

La progressività dell’educazione importa adunque altre istituzioni, le quali conservino la tradizione, e mantengano nelle menti la freschezza, l’agilità e l’alacrità alla impresa. A questo mirano le Biblioteche popolari cir- colanti. Le scientifiche ed erudite conservano la tradizione dell’alto sapere; le popolari mirano a conservare quel poco sapere di cui furono dispensatici le istituzioni di varie specie, delle quali si va arricchendo il paese a beneficio specialmente del popolo.

Volete voi vedere quale fu la fecondità del carattere di cui discorriamo? Non vi trasporterò molto lontano. Egli è da pochi anni, e tre o quattro uomini, che il volgo suol dire incontentabili od irrequieti, cominciarono a dire: Le scuole non bastano per assicurare al popolo il sapere. Molti de’ giovani, che pur frequentarono le scuole, e che benissimo avevano appreso il leggere, lo scrivere ed il conteggiare, si presentavano alla coscrizione militare nuovamente analfabeti. Questo si verificò non solo presso di noi, ma eziandio nel paese delle statistiche che è la Prussia, quindi conchiusero: voglionsi avere libri e Biblioteche, le quali esercitando utilmente le facoltà de’ giovani, non lascino morire que’ germi che con tanti sacrifizi di danari e di fatiche si gettarono nelle loro menti.

Ma come si formeranno queste Biblioteche, se la nostra letteratura con tutto il suo splendore e la sua ricchezza non ha mai avuto di mira il popolo?

Questo lamento era giusto. Si chiesero libri popolari; ed i libri popolari non tardarono a presentarsi ai richiedenti. Così è: anche qui la legge economica della richiesta e dell’offerta, la grande legge del tornaconto, modera e regola la produzione.

Non meno di venti editori attivi ed intelligenti, o signori,

si travagliano di presente in Italia a soddisfare a questo nuovo bisogno dell’educazione popolare. Le tipografie di Torino, di Bologna, di Genova, di Milano, di Napoli e Firenze, per tacere delle più umili città, lavorano si può dire quasi esclusivamente a presentare i materiali veramente essenziali di questa recente istituzione. Nella loro antiveggenza questi operai del progresso non chiesero privilegi, non aspettarono regolamenti. L’utile ha un cotal senso divinatorio; e dava a il concetto fondamentale della sua storia dicendogli: Scrivetemi una storia nella quale i popoli, quasi manipoli d’un esercito, ubbidiscano al comando, e si muovano concordi.

partiva da Torino or sono trent’anni, portando tutto il suo avere materiale in un fazzoletto da naso: ma nascondeva nel suo cuore un’attività irrequieta, ma portava nella sua mente il buon gusto di , e sapeva indovinare il pensiero che dettava i ricordi di .

L’antichissima tipografia di Giacomo Agnelli di Milano si va ringiovanendo cogli scritti di due venerandi uomini, e , i quali da oltre quarant’anni lottano e si affaticano per l’educazione popolare. A trarre i giovani scrittori ai temi veri e più necessarii, bandiva col bel mezzo di questo Congresso un premio all’autore d’un’operetta a vantaggio degli operai.

Questi sono i fatti, i nomi e gli esempi che dimostrano che il movimento è incamminato e con tale ambio, che senza esser profeta e senza paura d’essere smentiti dagli eventi, si può predire che in un lustro vi saranno in Italia tanti e tali libri popolari quanti basteranno perchè in ogni centro di mille abitanti v’abbia la sua Biblioteca, come oggi vi ha l’osteria ed il caffè. In presenza di questi fatti, che deve fare il Congresso nostro?

Ecco, o signori, quale è il mio avviso. Noi dobbiamo fare quello che farebbe un fortunato cercatore di miniere aurifare, il quale, appena ebbe trovata la miniera, si adoperò per trovare coloro che vi dovevano lavorare attorno. Anche noi possiamo dire: la miniera c’è, dunque abbiamo bisogno di trovare lavoratori, i quali vengano a soccorrerci dell’opera loro. Dopo devesi esaminare a quale punto indirizzeremo noi l’opera de’ nostri cooperatori. Quale è il filone più ricco, più produttivo? Quali sono le macchine che meglio ci potranno soccorrere?

Ciò risguarda specialmente al materiale delle future Biblioteche, il quale sta nei libri.

Passando poi a discorrere delle Biblioteche già ordinate, io farò una domanda assai semplice, alla quale il senso comune può agevolmente rispondere.

Quale sarà la migliore delle Biblioteche?

Evidentemente non quella che avrà il maggior numero di libri, ma qual numero di libri che può essere richiesto e che giova che sia richiesto dal maggior numero di lettori. In altri termini, quella è l’ottima Biblioteca che non ha bisogno d’essere spolverata mai.

Quale è il libro che più conviene per una Biblioteca popolare?

Quello che ha minor bisogno dello scaffale e meno ne consuma, e che i lettori se lo disputano per leggere, e quindi più presto ei logora.

Da questi due principii assiomatici dovrebbero essere informate tutte le disposizioni concernenti le Biblioteche per Il popolo.

Frattanto ecco le questioni pratiche, intorno alle quali dovrebbe aggirarsi la discussione del Congresso: Questione 1a — Risguarda il modo di diffondere questa altrettanto utile quanto semplice istituzione, il germe della quale deve per ora partire dal Governo, o dalle Provincie. Dal Governo cioè o dalle Provincie deve emanare quell’azione esemplare che rappresenti come il nisus primordiale, o la cellula primitiva dell’esistenza, alla quale succedendo gli sforzi individuali così de’ privati come delle , aggiungono in modo del tutto similare gli strati successivi, o le cellule che devono creare l’organismo della istituzione. Dunque il primo voto del Congresso sia:

Voto 1° — Il Governo e le Provincie somministrino i primissimi mezzi di attivare le Biblioteche popolari, e questi reppresentino quasi il nucleo di esse.

Questione 2a — Ogni provvisione del Governo mira di sua natura alla giustizia distributiva ed all’eguaglianza; epperò ogni suo intervento benefico, ogni suo sussidio dev’essere offerto a tutti seguendo il principio della universale concorrenza, e concesso a coloro che presentano maggiori assicurazioni di pubblica utilità, telchè il concorso governativo sia di preferenza portato colà dove produca un effetto utile, più largo, e starei per dire più universale. Quindi un secondo voto si propone, il quale potrebbe aggiungersi al 1°, cioè:

Voto 2° — Il Governo non rifiuti il suo concorso alla creazione di Biblioteche circolanti, allorchè i Municipii o le de’ privati abbiano preso la risoluzione di istituirle.

Questione 3a — Ma in qual modo concorrerà il Governo? Col danaro, o a dirittura coi libri? Amministrativamente parlando, non v’avrebbe differenza tra l’uno e l’altro concorso. Ma se noi guardiamo all’effetto utile che ne può ridondare, noi staremo per il secondo modo. Così ado- però per l’appunto il Governo di Francia, il quale oltre del sussidiare le Biblioteche popolari a preferenza con libri che con danaro, creò una Commissione permanente per la scelta de’ libri, acciocchè questa presentasse le migliori garanzie. Il Governo nostro seguita la via più comoda, di spedire un mandato di cento lire per il primo impianto. Assai più utile reputiamo il concorso diretto; e per fermo, due ne paiono essere i vantaggi: il primo si è che il Governo potrebbe così concorrere all’educazione nazionale e politica, chiamando tutto il popolo ad istruirsi sopra un medesimo libro: poniamo ad esempio che 100 Biblioteche s’abbiano ad aprire in sul cominciare del vegnente anno scolastico; è egli meglio che in tutte queste Biblioteche vi figurino gli stessi libri, o libri varii? Io per me propugno l’utilità di questa istruzione precipuamente sotto il rispetto dell’unità politica che può venire di per sè cementata od accresciuta mercè l’istruzione. O signori, quando tutto il popolo d’Italia avrà letto i ed i , quando dello spirito di questi due libri, che per me rappresentano la letteratura italiana del secolo nostro, sarà informata la nazione; quando intorno ai pregi loro potrà discorrere l’abitante di Siracusa coll’operaio biellese, io dirò allora abbiamo l’unità anche morale dell’Italia. Ma se invece in Piemonte si legge un libro che non è conosciuto in Liguria, l’effetto sarà dimezzato. , che fu il primo ad ideare una Biblioteca popolare, così ragionava co’ suoi compagni della tipografia in cui lavorava: «Noi siamo dodici, se ciascuno mette in comune un volume, noi avremo a nostra disposizione dodici volumi.» Egli ra- gionava soltanto sull’effetto materiale dell’associazione, ma dimenticava il fermento che pigliano le idee allorchè ritornano sulla lingua di chi parla in una brigata di amici.

Aggiungasi che il benefizio in questa maniera si può quasi duplicare. Se il Governo richiede ad un editore che gli venda un migliaio d’esemplari d’un’opera in una sola volta ed a pronti contanti, l’editore può far un larghissimo sconto, perchè sa che quegli esemplari saranno simultaneamente diffusi per tutta Italia, e che quindi la sua opera sarà prontamente ricercata.

Dunque voto 3° — Il Governo sussidii con libri e coi medesimi libri tutte le Biblioteche dello Stato.

Questa è la parte che noi assegniamo al Governo. Passiamo ora ad esaminare l’azione de’ Municipii e de’ privati. Quest’azione, o signori, deve mirare a far nascere nel popolo il bisogno di leggere, il diletto di leggere, acciocchè col tempo quello che in oggi si dà gratuitamente sia poscia procacciato dal libero concorso de’ lettori.

I Municipii finora non furono ammaestrati intorno all’essere vero d’una Biblioteca popolare, e specialmente intorno alla facilità di dar vita a questa istituzione; i più si spaventano della gravezza della spesa, e molti dalla inutilità di essa. Finora non è penetrata nelle masse la idea vera d’una Biblioteca popolare; una Biblioteca popolare si fa con cinque o sei opere, ma a molti esemplari delle stesse; quest’è il supremo carattere e differenziale della nostra istituzione. Conviene che il primo che legge un’opera e che ne magnifica i pregi ai suoi amici e compagni, possa dire a questi: andate, ma fate presto, che anche voi potrete leggerla. Questo è assolutamente essenziale, noi vogliamo creare un’abitudine nuova, bisogna che offriamo facile la via; guai se fin dalle prime non possiamo appagare la nascente volontà del leggere! Cristo disse della sua legge: il mio giogo è leggiero e soave. Appunto perchè sapeva che le prime difficoltà sono quelle che alienano maggiormente gli animi. La lettura de’ libri è molto più proficua quando essa è contemporanea in molti lettori. L’osservazione sfuggita all’uno sarà stata rilevata da un altro; l’uno miete e l’altro spigola. I libri popolari hanno anch’essi bisogno dei loro commentatori e chiosatori i quali facciano palesi le bellezze che son recondite. Ora coteste chiose non si possono fare altrimenti che negli amicali colloquii e ne’ convegni fortuiti degli operai. Dunque v’incito, o colleghi, a votare questa massima fondamentale, che dovrebbe essere l’articolo primo dello statuto delle Biblioteche:

Voto 4° — Le Biblioteche si inizino con poche opere, ma a più esemplari.

Per la qualcosa non fa mestieri d’avere nè sale, nè scaffali, nè grandi cataloghi. Ma un semplice registro, nel quale il custode de’ libri scrive il nome de’ lettori che aspettano il libro. Quindi niun nuovo libro deve acquistarsi o mettersi in circolazione finchè i primi non abbiano fatto il giro di tutto il paese; e questa avrebbe ad essere la seconda massima. La terza sarebbe che l’introduzione d’un nuovo libro sia fatta con una tal quale solennità, mercè la quale si dèsse al popolo de’ lettori una prima idea del libro stesso. In questo modo la nostra istituzione ne rasenta un’altra, moderna, anzi de’ giorni nostri, quella delle confe- renze o lezioni popolari. In quella guisa, o signori, che noi dai rendiconti critici de’ giornali giudichiamo della convenienza del libro che ci procacciamo, così deve l’uomo del popolo apprendere da questa esposizione se il nuovo libro gli ha da piacere o no, e quindi se ha da chiederlo.

Questo, o signori, riguarda il cominciamento dell’istituzione. Avviata la cosa, converrebbe poco per volta introdurre una piccola quota per ogni acquisto che si fa. Supponete che si abbia in animo di acquistare una di quelle opere che non han da circolare, ma da star ferme, una di quelle opere che si consultano, ma non si leggono d’un fiato, un ampio dizionario della conversazione; si congrega tutto il popolo de’ lettori, si espone il bisogno, si fa conoscere l’utilità, si chiede un sussidio al comune; indi si fa un appello a tutti i lettori. Se questo si farà bene, si potranno avere in un anno delle somme anche cospicue, spillate quasi a centesimi.

Il giorno in cui una metà del denaro necessario sia raccolto, si acquisti l’opera colla promessa di pagare entro un anno l’altra metà. Ed il giorno in cui l’opera entra nella Biblioteca si faccia una grande adunanza, si mostri quale utilità possa dare, quali curiosità appagare; quell’opera sarà tanto più volentieri consultata quando il popolo potrà dire: è nostra, fu acquistata col nostro danaro.

Insomma sarebbe bene che poco per volta venisse ad introdursi il principio del concorso di tutti, della proprietà in comune, dell’associazione libera, e ad escludersi la gratuità, che avvilisce, che è nella pratica così perniciosa quanto il protezionismo ed il comunismo e l’accattonaggio che son tutt’uno.

Io vi presentai, o signori, la istituzione nel suo iniziamento semplicissimo; ma la semplicità non esclude la virtù organica, perchè non è una semplice agglomerazione incomposta, ma una assimilazione vera, che vivifica ed unizza. Spetta ora a voi, o signori, il far sì che coteste idee si propaghino ed attecchiscano in Italia; giacchè con esse abbiamo in mano un efficacissimo mezzo d’educazione politica, in virtù di cui si rinforza e consolida l’unità nazionale.

II. Delle prime condizioni delle Biblioteche popolari

ct ct Quell’eccellente valentuomo che è il signor Giuseppe Sacchi, il cui nome trovasi sempre in prima fila allorchè si tratta di cosa che giovi alla istruzione del popolo, lesse nella tornata dell’Istituto nell’aprile dell’anno 1866, intorno a questo argomento una bella e lucida memoria, la quale vide poscia la luce negli Annali di statistica dello stesso anno.

Il popolo che finqui fu analfabeto, cesserà una volta, giova sperarlo, d’essere tale, od almeno di molto se ne assottiglierà il numero. Ma un popolo che sa leggere, deve leggere; giacchè cotesto sapere elementarissimo non è altro in fin dei conti che uno stromento; e gli stromenti quando non si adoperano, s’irruginiscono e si consumano; mentre invece esercitati per bene si mantengono puliti e si affilano. Quindi dopo avere fornito al popolo la cognizione del leggere, è mestieri somministrargli od almeno indicargli i libri, ma i veri libri da leggere. La è tanto necessaria questa seconda cosa, che non si saprebbe ben definire se la prima sia più a desiderarsi o a temersi, scompagnata dalla seconda. Laonde stimiamo abbia a tornare gradevole lo esaminare e discutere divisatamente alcune delle quistioni toccate dal benemerito signor Sacchi, ed altre da lui lasciate da banda, perchè troppo pedestri ed umili; ma che tuttavia possono giovare a dare vita presso di noi a questa istituzione. Della cui utilità converrassi agevolmente col Sacchi; giacchè «il bisogno della lettura comincia a farsi sentire più spontaneo e più vivo in qualche classe del popolo minuto, dacchè il benefizio dell’istruzione impartita, nelle tre mila e più scuole serali a più di cento quaranta mila persone in età già adulta ha fatto nascere il gusto di attingere anche dai libri le aspirazioni più care del vero e del bello. E queste elette aspirazioni che attenuano alquanto la pubblica vergogna di aver ancora in Italia sedici milioni di analfabeti, si svolsero per le prime nel seno delle trecento e più associazioni operaie, donde partì quasi unanime il grido dai suoi cento dodici mila e più soci, di voler congiungere al materiale soccorso anche il morale conforto dell’intelletto. E per raggiungerlo si diedero a far ricerche di libri, e cominciarono un primo nucleo di Biblioteche popolari. In Italia si contano più di trenta associazioni operaie, che hanno già inaugurato questo genere d’istituzioni; ma come avviene in tutte le opere che nascono spontanee per senso vivo del bene, e senza un preliminare ordinamento, si è proceduto sinora in modo piuttosto empirico e senza alcun scientifico indirizzo. I promotori delle librerie popolari accolgono e raccolgono libri da chiunque vuol fare qualche dono di opere più o meno «buone; e solo attendono dalla sperienza e dal tempo di darvi un più normale assetto.»

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…