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Delle antiche Relazioni fra Venezia e Ravenna

Deputazione di Storia Patria per la Toscana · 1870 · Free in the US

38,454 words · about 2 h 42 min to read

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Author
Deputazione di Storia Patria per la Toscana
Language
Italian
Published
1870
Length
38,454 words · about 2 h 42 min
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7 reader sections
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Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capitolo I about 42 min
  3. Capitolo II about 24 min
  4. Capitolo III about 17 min
  5. Capitolo IV about 12 min
  6. Capitolo V about 29 min
  7. Introduzione about 37 min

Continue:

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Indice

Capitolo I

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Nuovi disegni dei Veneziani sopra Ravenna caduto l’Esarcato. — Qualche documento del tempo dei Longobardi. — I Veneziani rivelano i disegni dei Greci sul riacquisto di Ravenna. — Querele del Papa a Carlomagno sulle pretese dell’arcivescovo ravennate al dominio della Pentapoli ed in qual fatto sembrino fondate. — Storia degli arcivescovi Leone e Martino riferita dall’Agnello. — I profughi veneti fanno Carlomagno nemico a quella Repubblica. — Carlomagno fa cacciare dalla Pentapoli e specialmente da Ravenna i mercanti veneziani. — Impresa di Pipino contro ai Veneti. — Battaglia navale con grande uccisione de’ Ravennati. — Sorge la nuova Venezia. — Di qualche somiglianza fra Carlomagno e Napoleone. — Del ripudio di Ermengarda. — Carlomagno spoglia Ravenna di statue e marmi. — Concordia fra i Veneziani ed i sudditi imperiali sotto Lotario fra cui sono i Ravignani. — Concilio a Ravenna per cose venete. — Contese sul possesso di Comacchio. — Adalberto fa Ravenna capitale del suo regno. — Molesta in essa i mercanti veneti. — È vinto dai Veneziani — Comacchio parteggia per Ravenna ed e distrutto dai Veneziani. — Ravenna accoglie Pietro Badoero profugo da Venezia. — Badoero fa il corsaro. — È eletto doge col nome di Pietro Candiano. — Gesta del suo dogado. — Ottone il Grande riedifica il palagio imperiale a Ravenna. — Ottone III stando in Ravenna accorda privilegi ai Veneziani. — Suo secreto viaggio da Ravenna a Venezia. — I Caloprini di Venezia oriundi di Ravenna. — Timori per l’anno 1000. — S. Romualdo ravennate va a Venezia. — Fugge in Francia col doge Orseolo — Gerberto. — S. Pier Damiano. — Domenico Orseolo cacciato da Venezia ripara a Ravenna dove con esso termina la famiglia degli Orseoli.

I. Se percorrendo le popolose lagune dell’Italia orientale taluno fosse venuto tra’ Veneti ed i Ravennati al tempo della repubblica romana, avrebbe trovato tanta somiglianza di luoghi e tanta conformità di costumi, che per avventura sarebbe stato condotto a presagire che queste due genti erano destinate a sperimentare le medesime sorti e forse a confondersi in un popolo solo. E pur non fu vero. Ravenna crebbe assai prima tosto che i Romani l’adornarono e l’arricchirono nella prospera loro fortuna, per afforzarla poscia e farla metropoli nella paurosa incertezza della calata dei barbari. Odoacre vi apportò novelle genti, Teodorico la reggia dei Goti, e da ultimo con l’Esarcato tutto lo splendore rimasto al nome imperiale si raccolse nelle sue mura. - Ma intanto per lo accrescimento di Ravenna s’erano andate lentamente trasformando le arti ed il modo di vita dei Veneti, i quali mano mano indirizzatisi a cose maggiori, si mantennero amici al governo dei Greci e propugnatori della grandezza di Ravenna, la quale, strappata a viva forza di mano ai Longobardi, restituirono all’impero, che la vicinanza della sede dell’Esarcato mirabilmente giovava ai loro commerci così in Italia come in Levante. - Ma poichè ad onta de’ loro sforzi l’Esarcato venne meno e non parve possibile di poterlo ripristinare, i Veneziani temettero forte che Ravenna, ch’era stata città imperiale, non divenisse metropoli di un novello regno d’Italia e quindi pericolosa vicina. Prevedevano già che chiunque avesse regnato in Ravenna avrebbe per prima cosa tentato l’acquisto delle lagune dei Veneti, sì che i loro bene avviati commerci sarebbono senz’altro venuti meno. Ed in questo timore si confermarono quando, rinnovato l’impero, videro Pipino figlio di Carlomagno regnare in Ravenna, ed Ottone riedificarvi il palagio imperiale. Ond’è che incominciarono a travagliarsi per spogliarla e deprimerla, come prima s’erano tanto in pace ed in guerra adoperati a proteggerla.

Dei tempi nei quali i Veneti si brigavano di mantenere Ravenna nell’alto suo stato ho discorso nella introduzione, ed in questi capitoli verrò ragionando di quelli nei quali continuarono a contrastarla sinchè non l’ebbero in piena balìa. Imperocchè è cosa nota ad ognuno come lo splendore di Ravenna fondato sulle ricchezze altrui cioè su quelle dei Romani tosto rivolte a corruttela, sulle difese militari, sulla magnificenza della corte dei Goti e sulla autorità degli Esarchi, in breve tornò a niente, mentre quello di Venezia ch’ebbe origine nel lavoro, no’ traffici, nella virtù dei cittadini medesimi, lunghissimamente si mantenne. E di vero leggendo nelle istorie di queste due città, si veggono i Veneziani temperare di continuo l’ardire con l’accortezza, e la perizia dell’arte della guerra anzichè al soddisfacimento di vana ambizione di dominio, rivolgere a guarentigia dei commerci e dei frutti dell’arti della pace, più che a goder del presente solleciti ad apparecchiare maggiore agiatezza ai figliuoli ed a farli eredi di prosperevoli anni. Ma per contrario ti par di vedere i Ravennati procedere nei tempi camminando quasi a ritroso, intenti solamente a compiacersi nelle antiche memorie ed a rimirare le reliquie della grandezza dei loro antipassati, delle cose presenti menando interminabil querela.

Ora io spero che non sarà vana fatica il porre in maggior luce le relazioni che ebbero insieme queste città così disparate nell’indole e nella fortuna, che le loro istorie più chiaramente dell’altre pare ne possano dire

II. Delle condizioni dei Ravennati e delle mire costanti dei Veneziani, fanno fede le Concordie ovvero i Patti (che verremo esponendo a suo luogo, e sono pressochè tutti sconosciuti ed inediti) coi quali essi vincolarono a vicenda i loro liberi Comuni sino da’ primi anni del secolo terzodecimo: con altri documenti di varia maniera si possono dichiarare i tempi anteriori. E noteremo in prima come sin dall’ottavo secolo, caduto il governo greco, i Veneziani non trovarono vicino che loro piacesse. Non volevano in Ravenna nè Longobardi nè imperatori franchi; non trattarono sempre d’un modo gli imperatori tedeschi ed adoperandosi a dominare le cose ravennati, non ebbero pace sinchè la città non fu loro soggetta. E questi loro novelli modi ebbero forse principio con violenze private, le quali dovettero divenire assai frequenti e portare gravi danni, poichè si legge nell’Agnello che nell’anno 768 l’arcivescovo Sergio fece un trattato coi Veneti perchè nulla gli avvenisse di male. - Conjunxit foedus cum Veneticis ut ne deterius quid ei contigerit. Secondo alcuni storici, i Veneziani furono così esperti nello stringere questo trattato che per esso ebbero modo di comandare in Ravenna più che mai.

Non è poi chiaro come il potere e la signoria civile degli arcivescovi vi andasse allora distinta e congiunta con quella dei Longobardi, ma è manifesto che era assai forte e rispettata e che ultimamente erasi rinvigorita per l’ossequio che gli Italiani, portarono agli ecclesiastici, tanto maggiore dopo le contese con l’imperatore iconoclasta così saggiamente da papa Gregorio II capitanate e temperate. Potremmo aggiungere della forza d’uomini d’arme, del dominio di terre e di castelli, che aveano gli arcivescovi ravennati, e come molti di essi superbi del titolo d’esarchi; chiamati pure pontefici e cinti di canonici e di abati col nome di cardinali non volessero piegare il capo al Papa Romanus.

Ma già la somma delle cose d’Italia era fra le mani do’ papi e dei re Franchi, i quali lungamente cospirarono insieme a’ danni dei Longobardi. - Fra i documenti rimasti di questa età che riguardano il nostro tema, evvi una lettera dell’anno 739, nella quale Gregorio III significa a Carlo Subregulo di Francia quanto di male abbiano fatto i Longobardi in quel di Ravenna ai possedimenti di S. Pietro.

A questa lettera sono aggiunte altre molte, le quali sebbene scritte da diversi pontefici hanno uguale linguaggio, aspro pe’ Longobardi, lusinghiero e carezzevole pe’ Franchi. - Nella prima Gregorio scrive: «Sono afflittissimo nel vedere la Chiesa abbandonata da que’ figliuoli nei quali avevo maggiore speranza di aiuto». - «I Longobardi ci affliggono nelle parti di Ravenna, e nessun conforto e ci è venuto da te. Temo forte che le false suggestioni loro trovino maggior fede appo voi che le nostre parole di verità: e temo che tu per questo cada in peccato. Nella reggia dei Longobardi si ode intanto ripetere per nostra confusione: Oh venga Carlo, al quale avete avuto incorso, vengano gli eserciti dei Franchi, v’aiutino se possono, vi liberino dalle nostre mani». E più sotto: «Manda un messo fedele e non corruttibile per doni, che vegga co’ suoi occhi le nostre miserie. Non esser sordo alle mie preghiere, acciò che il principe degli Apostoli non ti chiuda il Regno dei Cieli».

Due anni dopo (741) il re Liutprando, il pontefice Gregorio, Carlo Martello e l’imperatore Leone Isauro passarono di vita, sì che gli attori di questo gran dramma si ritrovano tutti mutati, e nuove mutazioni addivennero pure in Francia ed in Italia nell’anno 751. Che finita colà pel rifiuto di Childerico la regale schiatta dei Merovingi, successe quella de’ Carolingi, ed i Longobardi, pur non osando di offendere Venezia tanto’ cresciuta, si insignorirono dell’Istria da una parte e dall’altra di Ravenna, che per poco tempo divenne capitale del regno longobardo. E per questo in una conferma fatta da re Astolfo alle largizioni di Lupo duca di Spoleto al monastero di Farfa, si legge: Datum jussionis Ravennae in Palatio, IV die mensis Iulii anno felicissimi regni nostri III.

Un documento che il riporta dal Codice Trevisano e che è intitolato: Pactum sive promissio facta per Pipinum Patritium Stephano secundo Pontifici, nella lunga enumerazione delle città e provincie che si promettono al papa, pone: Exarchatum Ravennae sine diminutione et Ducatum Venetiarum.

E nell’anno 761 scrive a comunicandogli lo lettere che Leone imperatore iconoclasta avea dirette da Costantinopoli a Sua Santità l’arcivescovo di Ravenna per nome Sergio, acciocchè esso Pipino potesse conoscere quanto perfidi consigli vi si contenessero e da quali pericoli fosse minacciata la Chiesa. «Vi mando ancora» aggiunge «un esemplare di una lettera secre- tamente scritta all’arcivescovo Sergio da alcuni fedeli veneziani, e quelle del predetto arcivescovo a noi, acciocchè siate persuaso che bisogna subito comandare al di prestare aiuto quando mai occorra a Ravenna ed alle città marittime della Pentapoli».

Tanto mostra come i Veneziani, che pe’ loro commerci usavano di frequente nei porti del Levante, ben sapessero quanto allora macchinavasi in Costantinopoli pel riacquisto di Ravenna e dell’Esarcato. E sebbene sia da credere che i più fossero favorevoli alle mire del governo imperiale, nondimeno v’ebbe chi o per vendicarsi di privala ingiuria o per amicizia all’arcivescovo Sergio, rivelò cautamente i secreti disegni di quella corte. Nell’anno seguente si accrescono i medesimi timori, ed il papa in una lettera a Pipino si mostra ognor più benevolo verso il re Desiderio, col quale dice di avere fissato un convegno a Ravenna per vedere come difenderci dalla malizia dei Greci che ogni giorno minacciano di rientrare in quella città.

Così l’imminente pericolo del ritorno dei Greci in Ravenna avea fatto accostare i papi ai Longobardi, i quali, perchè più vicini, era da sperare che potessero più prontamente e più efficacemente difenderla.

Il Codice Carolino contiene poi qualche lettera di papa Adriano I a Carlomagno dove si tocca di cose ravennati. Ve n’ha una dell’anno 774 la quale è tutto un lamento contro Leone arcivescovo di Ravenna:

«Abbiamo saputo» egli dice, «che quel protervo ed arrogantissimo Leone arcivescovo di Ravenna ha mandato nostro malgrado i suoi messi all’Eccellentissima Benignità Vostra per esporre cose falsissime. Ma sappiate, re grande ed eccellentissimo, che appena l’Eccellenza Vostra si partì di Pavia alla volta di Francia, ribellatosi a noi, si è impadronito di Faenza, di Forlimpopoli, di Forlì, di Cesena, di Bobbio.... del ducato di Ferrara, d’Imola e di Bologna, dicendo che l’Eccellenza Vostra gli ha concedute queste città insieme a tutta la Pentapoli. E per tutta questa ha inviato Teofilatto suo messo ad annunziarlo per toglierla alla nostra obbedienza; ma quei popoli non hanno voluto cessare dal servire al beato Pietro, ed a noi.

«Nondimeno ritenendo in suo potere le suddette città dell’Emilia, questo nefando arcivescovo ha scacciati i «nostri uficiali e di nuovi ne ha nominati, e così la Chiesa è umiliata e noi impoveriti e spregiati, mentre che gli emuli del vostro e del nostro potere si adoperano di sottrarre al nostro dominio quello di cui eravamo padroni al tempo dei Longobardi.»

«Per questo noi siamo insultati da molti nostri nemici, che ci dicono: Che vi ha giovato che la stirpe dei Longobardi sia stata abolita e soggiogata dal regno dei Franchi? Ecco che già delle cose promesse nessuna fu mantenuta, e per di più ognuno sa che quanto è stato per lo innanzi conceduto al beato Pietro dalla santa memoria del re Pipino, tutto è stato tolto. Il nostro predecessore inviò da Roma a risiedere in Ravenna quei’ giudici che facevano ragione a tutti coloro che riceveano offesa, (vim patientibus) e questi furono allora il prete Filippo ed il duca Eustachio; e se la Cristianissima Eccellenza Vostra vuole conoscere pienamente il vero, si degni di chiamare e interrogare l’anzidetto Filippo arcivescovo».

Questo passo è assai notevole come quello che apertamente dichiara che in questi tempi la giustizia era amministrata in Ravenna da due giudici papali ed inviati da Roma, l’uno cherico, l’altro laico; e questo conferma l’opinione del che in sul finire del secolo ottavo i papi governassero Ravenna, ma i re Franchi ne tenessero l’alto dominio.

Nell’anno seguente (775) il papa indirizza all’imperatore una seconda lettera sullo stesso argomento nella quale gli ricorda la promessa avuta di ricevere suoi messi, nell’autunno, i quali avendo aspettati indarno per tutto il settembre, l’ottobre ed il novembre, ha mandate lettere ai giudici imperiali che stavano a Pavia per saperne qualcosa, e questi gli hanno risposto che nessun messo dovea partire per Roma. Laonde si risolve di mandargli una ambasceria per significargli l’amore che porta a lui ed alla famiglia sua, e lo prega a credere quanto gli ambasciatori medesimi gli direbbero a viva voce. Segue una lunga aggiunta: Embolum de protervia Leonis archiepiscopi, dalla quale si rileva che in questo frattempo l’arcivescovo ravennate era stato alla corte di Francia e tornatone più superbo e più ribelle di prima, tuttora si manteneva a viva forza (brachio forti) in Imola ed in Bologna, dicendo che queste città erano state date a lui e non già a San Pietro nè al papa, ed un conte da esso papa nominato a capo di una città avea condotto prigione in Ravenna.

III. Poco sappiamo sopra questo Leone, giacchè, per mala ventura, della vita che ne scrisse l’ rimangono soltanto pochi cenni. Giova però ricordare come alquanti anni prima, essendo egli ancora diacono, grande sconforto invase tutto il clero ravennate alla novella che papa Stefano reduce dal suo viaggio in Francia sarebbe passato per Ravenna, dicendo i preti fra loro: Costui viene per scrutare i tesori e per spogliare tutte le chiese. Erant Inter eos incommoda verba, dice lo storico, volendo significare nel suo barbaro latino che andavano maturando inique proposte. E tenuto consiglio, vari erano i pareri: gli uni dicevano: Non potremo salvar nulla, e gli altri: Bisognerebbe vedere come strozzarlo e soffocarlo. Allora levatosi questo Leone diacono e vicario dell’arcivescovo, così disse ai sacerdoti: Quando il papa romano avrà, cominciato a metter le mani nei tesori, chiamiamolo in disparte come per fargli vedere qualche cosa, ed allora precipitiamolo, affogherà nell’acqua e non comparirà più. Fu accettato l’iniquo consiglio, ed alcuni tenendola cosa per fatta, pensavano già come giustificarsi dalla colpa.

Ma riferite queste cose ad Enrico arcidiacono, corre all’arcivescovado: i sacerdoti sorpresi nel discutere tale macchinazione al suo comparire si tacciono, ed egli battendo le mani esclama: Ma che follia meditate voi? Lasciate partire il papa sano e salvo e non vi macchiate le mani di sangue; piuttosto credete a me, quando verrà la notte i Romani saranno sepolti nel sonno e nel vino, e senza che il vescovo nostro lo sappia, nascondiamo quanto più si può. Aperto poscia il luogo del tesoro lasciamo prendere al papa romano quanto gli aggrada. Piacque la proposta. Al papa che giunse nella notte i custodi delle chiese portarono tutte le chiavi ed apersero tutte le porte, ed egli prese quelle reliquie che non si erano potute nascondere, più nove bilancie cariche d’oro e molti arredi d’oro e d’argento. I cittadini, risaputa la spogliazione, volevano assalire il carro che portava i metalli preziosi, ma non osarono di farlo. Papa Stefano ottenne poi che fossero mandati a Roma tutti coloro che aveano voluto metterlo a morte in Ravenna. E costoro mandati colà furono messi in carcere e poscia uccisi. Ma il diacono Leone, secondo che pare, scampò solo dalla morte e divenne arcivescovo. Non trovo poi come Carlo sedasse la lite tra lui ed il papa sul dominio delle città occupate: il Codice Carolino riporta un’altra lettera di papa Adriano al re, nella quale lo prega di non far buon viso ai messi di Eleuterio e Gregorio che gli impedivano di amministrare la giustizia in Ravenna, e perfino nelle ’chiese commettevano omicidj, ma dell’arcivescovo non fa motto.

Ma la prima radice di questa contesa fra il papa e l’arcivescovo stava, a mio credere, in questo fatto. Quando Carlo condusse l’esercito in Italia nell’anno 773, una parte ne mandò pel monte San Bernardo, ed egli stesso guidò l’altra pel Cenisio e la Novalesa. Giunto che fu alle Chiuse fra il monte Caprario ed il Picheriano, sul quale ancor oggi s’inalza il monastero di San Michele, s’imbattè nelle fortezze erette dai Longobardi i quali sì fieramente gli contrastarono il passo che, disperando ormai di potere entrare in Italia, apparecchiavasi Carlo a proporre non so quali condizioni di pace, quando quel Leone arcivescovo di Ravenna, del quale abbiamo parlato di sopra, risaputa la cosa non si sa come ne dove, gli mandò un suo diacono per nome Martino, il quale mostrò una via per lo gole indifese di Giaveuo intorno al monte Picheriano. Così i Franchi poterono entrare nei piani di Torino e presero alle spallo i Longobardi in quei campi che per la grande uccisione che allora fu fatta, anche al dì d’oggi sono detti di Mortara.

Ora il leggere nelle lettere di papa Adriano che Leone diceva avergli Carlo concedute le città della Pentapoli, il vedere Leone andare in Francia, e tornato perseverare nelle antiche pretese adducendo le medesime ragioni, mi fa credere che veramente stretto fra i pericoli, Carlo avesse fatte all’arcivescovo ravennate concessioni o promesse che poi non trovò forse modo di riconoscere e mantenere. E mi conferma in questa opinione il vedere quel diacono Martino ch’era stato guida all’esercito di Carlo, essere poi fatto arcivescovo di Ravenna, ed appena eletto mandare in Francia un’ambasceria, della quale non apparisce altro fine che quello di fare omaggio all’imperatore che memore del salutare consiglio di Martino la accoglie con ogni benevolenza. Morto Carlomagno, Martino è chiamato a Roma. Quetamente sì parte da Ravenna, ma venutogli poi il sospetto che qualche gran pericolo non gli sovrastasse a Roma, si ferma dopo quindici miglia di viaggio, fingendosi malato così da non poter cavalcare.

Tanto narra l’, il quale aggiunge che questo Martino era tanto grande della persona che nella mano sinistra teneva duecento soldi d’oro.

Tali memorie congiungono l’istoria di Ravenna alle imprese di Carlomagno, il quale nominando nel suo testamento le metropoli d’Italia dice: Nomina vero metropoleorum ad eadem Eleemosina sive largitione facienda haec sunt: Roma, Ravenna, Mediolanum, Forum Julii (Aquileia). Così l’.

IV. Carlomagno ebbe dapprima co’ Veneti relazioni amichevoli, e le loro navi erano accorse all’assedio di Pavia, se non per combattere in favore di Carlo, almeno per trasportare le vettovaglie dei Franchi.

Circa questi tempi i Veneziani vendevano le loro merci così ai Longobardi come ai Franchi senza cercare altro fine che quello di far buon guadagno, e la varietà dei popoli e degli eserciti da’ quali era afflitta l’Italia, tornava forse a vantaggio de’ loro commerci. Accorrevano alle città, alle fiere, agli accampamenti, e con le ricche e sontuose merci dell’oriente faceano stupire i barbari tutti.

Così nell’anno 776 avendo portato a Pavia una grande quantità di vesti seriche tutte ricamate ad oro e risplendenti di vivacissimi colori, i Franchi ne comprarono in gran copia. Ma Carlo, tuttochè fosse il più grande propugnatore della civiltà, era alienissimo da que’ molli costumi che essa suole ingenerare, ne il commercio de’ Veneti piacevagli gran fatto; simile a quegli antichi Galli debellati da Cesare che cacciavano dai loro confini i mercanti di vino e di tutte quelle cose che temevano potessero affievolire gli animi. Si legge nella cronaca Sangallese che trovandosi Carlo nel Friuli un dì di festa nell’anno 776, per più efficacemente persuadere i suoi a ritornare all’antica’ semplicità di costume, chiamò i cortigiani per andare alla caccia, e questi comparvero con vesti di abbaglianti colori e risplendenti di ricami d’oro che i Veneziani aveano recato dall’oriente e vendute loro a gran prezzo. Carlo vestito di pelli conce di castrato secondo l’usanza germanica, nè per la pioggia nè per lo impedimento degli spini si ristette dal cacciare tulio quel giorno, e la sera essendo grandissimo il freddo, si riscaldava co’ suoi intorno ad un gran fuoco. La mattina seguente rivestì le sue pelli e volle che tutti comparissero con le vesti del giorno innanzi.

E vedendo queste tutte scolorite per la pioggia, lacerate dagli spini, guaste dal fuoco, disse ai cortigiani: «Or guardate se più utile e preziosa veste sia la mia la vostra. Ecco che quella che io porto è tuttora quale era, e queste vostre che a sì caro prezzo comperaste da questi Veneziani non servono più a nulla».

Così ci narra che egli non volle mai deporre le vesti germaniche. «Portava sempre le vesti de’ suoi padri, le vesti dei Franchi. Dispregiava, per quanto ornati si fossero, gli abbigliamenti degli stranieri e non sofferiva che i suoi li adoperassero. Due sole volte ne’ varj soggiorni che fece in Roma, prima per le preghiere di papa Adriano, poscia ad istanza di Leone suo successore, condiscese a vestire la lunga tunica, la clamide ed i calzari romani».

Non dovea essere adunque Carlomagno per sua natura troppo inchinevole a favorire i commerci dei Veneziani, e poco a poco si andò mutando in loro nemico, dopo che Fortunato patriarca di Grado, profugo dalla patria per avere cospirato contro al doge Giovanni, e quanti Veneti erano scontenti o traditori della patria, si rifugiarono alla sua corte ed a quella di Pipino suo figliuolo che avea fatto Ravenna capitale del regno d’Italia. E da costoro Carlo fu persuaso che i Veneti, siccome amici e sudditi fedelissimi dell’imperatore d’Oriente, odiavano il regno de’ Franchi e ne procuravano la rovina, che a null’altro erano intenti che al commercio di derrate, per cui i popoli erano affievoliti e corrotti, ed al traffico ne-

fandissimo degli schiavi cristiani. E Carlo volendo indebolire i Veneti e porre un termine al loro ingrandimento, comandò a papa Adriano di cacciare quanti mercanti veneziani si trovassero in Ravenna ed in tutte l’altre terre della Chiesa; ed Adriano scrivendo a Carlo di avere obbedito al comando, dice: Quia dum vestra regalis et triumphalis Victoria precipiendum emisit ut a partibus Ravennae seu Pentapoleos expellerentur Venetici ad negotiandum, nos illico in partibus illis emisimus vestram adimplentes regulam et voluntatem. Insuper et ad archiepiscopum praeceptum direximus ut in quolibet territorio nostro et Jure sanctae Ravennatis Ecclesie ipsi Venetici presidia atque possessiones haberent omnino eos exinde expelleret et sic ecclesiae suae jura manibus suis teneret.

E questo era contro i Veneziani nuovo ed acerbo modo di guerra. Usati sino dal tempo dei Goti a trattare in Ravenna la maggior parte de’ loro commerci, non potendo ora più profittare della ricchezza della città, si giovavano della sua debolezza, ed i mercanti per numero e per ricchezze potentissimi faceanvi impunemente ciò che piii loro piaceva. Già gran parte del contado di Ravenna che si stendeva verso il Po era stato comprato, occupato, usurpato forse in più luoghi dai Veneti che vi teneano presidii e stabilimenti. Nella città medesima da dugent’anni in poi, dal 600 incirca, vi aveano stabilito botteghe e taverne.

Ma contro al comando di Carlo nulla valse; i banchi, i magazzini furono chiusi, le merci tolte, e i mercatanti, dimenticati gli intrapresi negozj, scomparvero tutti.

N’ebbe allora Ravenna notevole danno o un poco di pace per esser libera da questi oltrepotenti? Ciò non apparisce in nessun modo.

V. Intanto il re Pipino, posta in Ravenna la capitale Italia, si brigava di accrescerla e di ricondurla a’ gloriosi tempi di Teodorico. E vedendosi signore di tanta parte del lido Adriatico, venne in pensiero di mostrarsi degno del padre e di accrescere il novello regno togliendo l’Istria all’imperatore Niceforo.

Ma per questo era necessario l’aiuto dei Veneti, poco benevoli verso i Franchi dopo essere stati cacciati di Ravenna e nimici di chiunque crescesse loro vicino. E s’accese quella guerra nella quale sempre avanzandosi il naviglio dei Franchi, come Temistocle all’avvicinarsi di Serse condusse i cittadini nell’isola d’Egina e lasciò ai Persiani le sole mura di Atene, così il doge Partecipazio abbandonato a Pipino il deserto lido di Malamocco, raccoglie i Veneti nell’isoletta di Rialto; la bassa marea fa immobili le navi di Pipino e giova alle navicelle de’ Veneziani che le assalgono d’ogni lato, e per la grande uccisione de’ Franchi rimane il nome di Canal Orfano al luogo del combattimento. Con i pochi legni che gli rimangono sconquassati e scarsi di gente, Pipino ritorna a Ravenna, e la città tutta è in pianto al vedere quanti de’ nobili giovani saliti in sulle navi erano rimasti nella giornata di Rialto affogati ed uccisi. Fu questa rotta di Pipino l’anno 803. Nell’810 fu conchiusa pace fra l’imperatore Niceforo e Carlomagno per cui Venezia dovea rimanere soggetta a Costantinopoli. Qual fosse il modo e la misura di tal soggezione non è facile il dimostrare; per essa certamente Venezia non fu schiava, ed i suoi traffici la legavano per modo col Levante che a Costantinopoli piuttosto che a Roma o a Ravenna o ad Aquisgrana volea riconoscere il suo signore.

E da qui innanzi stabilitosi il convegno principale, raccolti i più ricchi dei Veneti intorno a Rialto, il nome di Venezia acquista il suo novello significato, che fu proprio di quella famosa e straordinaria città che surse dopo che un naviglio uscito di Ravenna e difeso in gran parte da nobili ravignani ebbe messi in fuga gli abitanti di Malamocco.

VI. I Veneziani potrebbero dire tutta la loro istoria compresa fra i nomi dei due maggiori uomini dell’età di mezzo e della moderna: quello cioè di Carlomagno, che contrastando la loro crescente potenza cagionò la fondazione della loro città e della loro grandezza politica, e quello di Napoleone che tolse loro il libero reggimento con non più veduto esempio serbato per tanti secoli e fra tanto diverse fortune. E questo fatto, pel quale quasi fra due termini sta rinchiusa la storia di Venezia, ci fece assai meditare su quei due massimi uomini, e d’un pensiero in un altro ci parve di trovare alcune somiglianze fra loro.

Già e nel rinnovellato nome d’imperatore e nelle insegne imperiali, e più nell’assumere il Consolato il dì che segnava l’anno millesimo della incoronazione di Carlo, Napoleone mostrò di compiacersi imitandolo e ripetendolo in se medesimo, ma anche la fortuna sembra essersi, in tanta diversità di tempi, dilettata a metterlo ne’ medesimi casi.

E chi mai, leggendo che Carlomagno ha valicate le Alpi con l’oste de’ Franchi, ma allo scoprire le fortezze dei Longobardi che non vogliono dare il passo è quasi per rinunziare all’impresa finché ammaestrato di una novella via, entra in Italia e corre alla vittoria di Mortara, non ripensa a Napoleone fermo con l’oste francese dinanzi al forte di Bard che può render vano tutto il travaglio del viaggio, sinché scoperto il passo pel monte Albaredo entra esso pure in Italia e corre alla vittoria di Marengo?

Le pianure d’Italia, i campi della Germania li videro entrambi vincitori, e vinti entrambi la Spagna. la in questi particolari il parallelo non si può mantenere e non ha significato. Notevole fatto è piuttosto questo che entrambi dettero l’esempio dei divorzio.

E per nostra mala ventura si assomigliarono ancora nello spogliare le città d’Italia dello più preziose opere d’arte, e nella brama di adornare la loro metropoli co’ più famosi lavori della civiltà italiana.

Chè venuto a Ravenna, Carlo stupì alla vista della statua equestre di Teodorico, confessò di non aver visto mai nulla di più meraviglioso, e nel partirsi volle portarla al suo palazzo in Aquisgrana. Si narra che Carlo, costretto dalle ribellioni de’ Sassoni ad affrettare molto il suo viaggio, la lasciasse a Pavia, dove lunghissimamente rimasta, fu poi creduta portata da Liutprando dopo la presa di Ravenna. Ma parmi più attendibile il racconto e la descrizione dell’, il quale scrivea soltanto trentotto anni dopo che la statua era stata levata. E per aver detto che gli uccelli facendo il loro nido nel ventre uscivano per le narici e per la bocca del gigantesco cavallo, prevede la incredulità dei posteri ed aggiunge: Qui non credit sumat Franciae iter et eum adspiciat. Era monumento greco destinato prima a rappresentare l’imperatore Zenone e poi ridotto a raffigurare Teodorico. Non contento di questo, Carlo dimandò al pontefice licenza di spogliare dei musaici e dei marmi e dell’altre cose poste sul pavimento e sulle pareti il palagio di Teodorico. E con sua lettera dell’anno 784, papa Adriano gli concede libenti animo et puro corde cum nimio amore vestrae Excellentiae di esportare dal palazzo tutti quei musaici e que’ marmi che gli piaceranno, poichè per cagione del suo valore la Chiesa godeva di molti beni.

Aggiunge poi che de’ due cavalli mandatigli in dono per il suo messo, uno solo è giunto servibile (utilem), poichè l’altro mandato insieme era morto per via. E nel ringraziarlo lo prega che secondo l’affetto che li lega gli mandi altri famosissimi cavalli: tales nobis famosissimos emittite equos qui ad nostram sessionem facere debeant, in ossibus atque plenitudine carnis decoratos, qui dum in omnibus adspectibus laudabiles exsistant, vestrum prefulgidum triumphis laudare valeant nomen ec. , con che viene a dire: Mandatemi due cavalli, tali ch’io possa cavalcare, di buona ossatura e così grassi e ben nutriti, che lodevoli in ogni loro parte compariscano degni del glorioso vostro nome. Questo può far credere che il cavallo giunto vivo fosse così mal ridotto pel disastroso viaggio, che il papa non potesse montarlo nè volesse pubblicamente comparirvi sopra.

E questa familiare dimanda può essere argomento dell’amicizia, della dimestichezza nata fra Carlo e papa Adriano.

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