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Monsignor Celestino Cavedoni

Placido Brandoli · 1870 · Free in the US

11,589 words · about 49 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Author
Placido Brandoli
Language
Italian
Published
1870
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11,589 words · about 49 min
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MONSIGNOR CELESTINO CAVEDONI

DISCORSO

RECITATO PER L’APERTURA DEGLI STUDJ

Testo

Ben degna cosa si è, che fra noi si mantenga in osservanza il nobilissimo costume tramandatoci dai maggiori, d’encomiare qualche insigne nostro concittadino, nel giorno sacro al solenne rinnovamento dei corsi scientifici. Non è necessario vagare fra le tenebre d’età remote, per incontrarvi le sembianze di un personaggio memorabile, a cui la posterità riconoscente debba ravvivare la luce di quell’aureola che gli cinsero intorno al capo i secoli passati. In breve volger di tempo, la città nostra rimase orbata di uno splendido drappello di dotti che ne formavano la gloria: in pochi anni, ha veduto rapirsi celebri scienziati, letterati valorosi, giureconsulti prestantissimi. Fra tanti nomi che offrirebbero argomento di ben meritato encomio, io trascelsi, non senza grandissima trepidazione, quello di Mons. , precarissimo ornamento ad un tempo della città nostra e di questo Ateneo. A me parve che un eco delle sue lodi dovesse risuonare eziandio entro le pareti di quest’aula nella quale anch’egli tante volte intervenne: e proponendomi a subjetto dei mio dire, un personaggio che contava fra i suoi più degni ammiratori i chiarissimi cattedratici dai quali ho l’onore di essere circondato, io mi figurava in certa guisa di rispondere a un loro voto, e quindi di ottenere alle povere mie parole più generosa indulgenza. Tanto più che riesce assai malagevole od impossibile, costringere nelle angustie di un discorso le lodi di un ingegno ragguardevole per le più svariale prerogative, ciascuna delle quali fornirebbe di per se argomento di compiuto elogio. Egli fu infatti versatissimo nella letteratura di quelle due nazioni alle quali fu accordato dal cielo il raro privilegio di ammaestrare tutte le altre: ei fu Archeologo e filologo profondo nei biblici studi, insigne autore d’epigrafi latine, benemerito dell’italica e della provenzale letteratura: e niuno palesò meglio di lui da qual vincolo di solidarietà sieno fra loro collegati gli studi i più apparentemente disparati. Ond’è che mentre io m’accingo a delinearne un’imagine, fate ragione, o Signori, che io aspiro non già a descrivere la storia de’ suoi meriti, ma a darne un cenno, e non già a tesserne l’elogio, ma a porgere un omaggio alla sua memoria.

Gli amatori della scienza rammentando le glorie dell’Italia nostra, per due volte maestra di civiltà al mondo intero, sogliono con sensi di magnanima invidia riguardare al valore ed alla fama d’uomini egregi nelle opere del pensiero, onde vanno segnalate le più colte nazioni. Ai medesimi debbe tornare assai caro il riflettere che, all’età nostra, due sommi Archeologi, Mons. e il Conte , sostennero il vanto dell’antico sapere, e in guisa il fecero da non essere né superati né pareggiati da veruno fra gli stranieri. Stretti insieme per lunghi anni da un vincolo comune d’amicizia e di studi, consacrarono tutta la lor vita alla scienza; l’uno ebbe il primato nella Numismatica, l’altro nell’Epigrafia, ed entrambi furono riguardati come l’onore dell’Italia nel secolo XIX.

L’Italia fino dall’epoca del risorgimento, mostrò per la prima al mondo di apprezzare l’importanza delle medaglie, coll’esempio di , luminare della sua letteratura e al tempo stesso portento di molteplice e faticosa dottrina. Il quale non solo fè redigere pel primo una carta geografica, e pel primo forse combattè senza parteggiare per ; ma suggellò tutti i suoi meriti, facendo perseverante incetta degli antichi scrittori, acquistandoli con grave dispendio, correggendoli, propagandone il culto e l’amore, e raccogliendo eziandio nelle sue famose peregrinazioni le medaglie che gli veniva fatto di trovare.

Dopo il Petrarca, fu pure l’Italiano quello che pel primo sparse qualche lume d’erudizione sulle medaglie: ma doveva scorrere gran tempo ancora, molti altri studi dovevano progredire, prima che ne sorgesse l’edifizio di una scienza novella. Il che accadeva per mezzo dell’ quando il secolo XVIII volgeva all’occaso. Spirava un’aura favorevolissima alle ricerche degli antichi monumenti, si facevamo scavi dovunque balenava la speranza di scoprirne, si formavano con ogni diligenza collezioni di medaglie.

Frattanto quel sommo Archeologo, pubblicando la sua opera immortale sulla Scienza delle monete antiche, rese attoniti i dotti che in lui salutarono il creatore della Numismatica, l’oracolo di tutti i Numografi avvenire. Il quale superando tutti coloro che lo avevano preceduto nell’aringo, per vasta erudizione e critica profonda abbracciò tutte le parti della numismatica disponendole in un ordine al tutto nuovo, semplice e filosofico.

Ma l’Italia oggimai più non debbe invidiare all’Allemagna il suo grande Numismatico, poiché possiede anch’essa nel l’ del secolo XIX, che con immensi lavori la fece progredire, recandola ad alta perfezione. L’Università di Bologna d’onde spuntò la luce del sapere giuridico, fu la prima eziandio di tutta Europa ove sorse una cattedra per l’insegnamento delle antichità; e divenne la palestra in cui esercitò l’ingegno dopo i primi studi nel paese natio. I nomi dell’Archeologo e del che la scienza delle lingue rendeva concittadino di tutte le nazioni e fratello di tutti i popoli, rammentavano la gloria di quei tempi pieni di vita e d’entusiasmo nei quali quella città era il convegno di tutti gli studiosi. Il giovane discepolo si era consacrato alla carriera ecclesiastica: e sapendo che, in epoche tenebrose, l’umana ragione fé scintillare i primi raggi della scienza sulla fronte del sacerdote, volle farsi rappresentante di sì gloriose tradizioni. Con auspici felicissimi, profondamente si erudì sotto il magistero dei due celebri professori. L’uno gli fu maestro nell’interpretazione delle monete, delle iscrizioni, dei simboli, dei monumenti tutti dell’antichità: l’altro nella greca letteratura, e gli fé sentire vivamente nell’anima la bellezza originale di quella parola piena di nerbo e di splendore, di maestà ed armonia, colla quale fu vergato il codice più vetusto dell’umana famiglia. Ambidue furono per lui presi di caldo affetto, luminosa ne presagirono la carriera e ben presto l’accolsero nella loro dimestichezza. Onde la memoria di quei giorni sereni della sua giovinezza sempre lieta gli si affacciava poscia allo spirito, nè mai più se ne scompagnò l’affettuosa ricordanza dei venerati Professori, per le attestazioni dei quali, compiuti gli studi a Bologna, venne nominato Direttore del Medagliere Estense.

Il e il splendidamente illustrarono la Storia del nostro paese, ed egli che ne doveva essere il degnissimo successore nell’Ufficio di Bibliotecario, consacrava può dirsi le primizie del suo ingegno alla città nostra, illustrando le reliquie della sua antica grandezza, quando venne aperto un luogo di sicuro asilo a quei marmi scritti e figurati che ne porgono tuttora sicuro indizio. Ma sebbene fosse cultore operosissimo d’ogni parte dell’archeologia, la voce del suo genio famigliare lo invitava specialmente alla Numismatica, e porgendole ascolto, con mirabile perspicacia definiva al possibile l’età dei nummi antichi, quasi conoscendoli al solo tatto, ne raffigurava la patria, ne interpretava i tipi. Ei travagliò a tutt’uomo, nello scrivere articoli che sparse a piene mani nei periodici nazionali ed esteri, dettando memorie e componendo opere di gran lena; sempre inteso a profittare e delle scoperte di nuovi monumenti, e delle recenti scritture pubblicate dai dotti.

Profondo conoscitore delle storie, meditò eziandio sulle pagine dei più insigni Archeologi moderni; ammirando nel il giudice inappellabile in materia d’arti antiche, e quello che rese l’Archeologia compagna della Filosofia e delle grazie; nel Marini il più perspicace nel leggere, e il più dotto nell’interpretare i monumenti scritti nel Romano linguaggio; nel Senator Buonarotti, quasi il ritrovatore dell’ottimo metodo d’interpretare l’antichità figurata e quello che schiuse la via battuta poscia si gloriosamente dal . Però quegli che tenne la cima de’ suoi pensieri fu l’; in lui venerò il suo maestro ed autore, la saggia guida che dovea francarlo nel cammino della sua scienza prediletta: ed applicandone le norme filosofiche, le arricchì di nuovi canoni, ne corresse ed ampliò le dottrine, e seppe emularlo divenendo il suo grande ed impareggiabile commentatore.

Il Cavedoni accresce a meraviglia le dotte osservazioni del , sottoponendo a nuovi esami e confronti antiche monete di città, popoli e re: e poiché il sommo Poliglotto gli fu maestro ancora d’utilissimi insegnamenti pratici sulle monete greche e romane, sotto titolo modestissimo, gli consacra un capolavoro, frutto di studi profondissimi sui classici greci e latini, ricchissimo di nuove spiegazioni, due o tre delle quali sarebbero bastate a giudizio dell’esimio Nummografo Francese , ad assicurare la fama di un Numismatico.

Eravi una parte nobilissima della scienza, nella quale l’ illustratore insigne di tutte le altre, si mostrava minore di sé medesimo. Il Viennese Nummografo non estese le sue ricerche alle monete Consolari e di famiglie Romane, sebbene con grandi encomii ne celebrasse la prestanza; ché in esse ricorrono le geste, gl’istituti, le prische glorie della città eterna, gl’insigni giudizj degli stranieri intorno alla maestà dell’impero, i riti sacri e le imagini degli Dei, le effigie degli uomini illustri della repubblica, l’ uso vario della prisca lingua e del modo di scrivere, e in non poche un lavoro degno di greco artefice. Pago di crear dubbi intorno alle dottrine dei primi illustratori, non si curò di risolverli, e sembrava in vero che tal parte della scienza fosse provvidamente riservata all’italico ingegno. Sull’italico suolo fiorirono infatti fin dall’epoca dell’Orsini i più segnalati illustratori della medesima; l’italico suolo dischiudeva per tutto dal suo seno tesori preziosissimi, coi quali, mentre porgeva testimonianza fedele ed irrefragabile delle immense dovizie della Romana Repubblica, quasi invitava i dotti ad arricchire la scienza di nuovi giojelli. E qui nell’Italia nostra erano pur sorti lo Schifasi e quel meraviglioso destinato ad avverare gli splendidi vaticinj che di lui fanciulletto ancora aveva fatto il Marini; e che colla sua dissertazione sulla gente Arria e colle Decadi Numismatiche più d’ogni altro spianava lo scabroso sentiero. L’esempio dei Professore e quello dell’amico, sono al Cavedoni uno stimolo potentissimo per entrar nell’aringo, e una prima occasione gli vien presentata dai depositi di medaglie trovati nel modenese territorio, già famoso nella storia di siffatti scoprimenti, fin dai primordi del passato secolo. Su quei depositi speculando acutamente, allarga gli angusti confini tracciati dall’ nella sua trattazione sulle monete di famiglie Romane; se ne apprezza i precetti, ei mostra a quali eccezioni soggiacciano; e definisce l’epoca della legge Papiria importantissima per la storia di Roma, della sua politica economia e del suo diritto. Poi quando più tardi il , tutto rivolto alla sua maggior opera dei Fasti e monumenti ipatici, gli cede l’incarico di nuovi e più completi studj, con lena gagliarda ei si accinge all’impresa: e combinando insieme tutti i risultamenti che un vasto ingegno può trarre dallo studio dei ripostigli antichi e moderni, scoperti in Italia e fuori, arricchisce la scienza di un capolavoro sulle medaglie consolari e di famiglie Romane, che a giudizio del Borghesi farà epoca nella storia, rendendo pressochè inutili gli scritti dei vecchi antiquari, sullo stesso subjetto.

Un amichevole connubio stringe insieme la scienza delle epigrafi e quella delle medaglie; l’una riverbera sull’altra il proprio fulgore ed a vicenda lo riceve. Ond’è che lo stesso avrebbe poggiato anco a maggiore altezza, se non avesse meritato il rimprovero fattogli dal , d’aver posto talora poca cura nello studio delle antiche iscrizioni. Ora, come il si manifesta ad ogni tratto abilissimo interprete delle latine Epigrafi, così le sue Annotazioni al Corpo delle Iscrizioni greche gentili e cristiane, edite dall’Accademia di Berlino, ne dimostrano il valore in una maniera la più luminosa. Celeberrimi scienziati membri di quel consesso, attestavano ai presenti ed ai futuri, a qual grado di perfezione sieno giunti nell’età nostra gli studj filologici ed archeologici, con un’opera colossale ed europea, alla quale era necessario il sapere congiunto di tutti i dotti per parecchi secoli.

E il nostro Archeologo, ricordando che, in questi studi ancora, l’Italia riportò i primi trionfi, per opera di Ciriaco Pizzecolli primo raccoglitore di Greche Iscrizioni in lontane contrade, comparisce rappresentante del sapere Italico in un consesso celebratissimo, che annovera tra’ suoi membri un illustratore delle Iscrizioni gentili, Principe dei filologi greci dell’età nostra, e un Adolph Kirchhoff illustratore delle Iscrizioni Cristiane. Solo un filologo di consummata esperienza nella vastissima letteratura greca, poteva arrecare incremento ad un’opera per la quale avevano sparso i loro sudori uomini di tanto sapere e di tanta fama. E tale è il nostro Archeologo che, quasi per giuoco e ricreamento d’animo, rivede, reintegra, corregge Iscrizioni con franchezza magistrale, determinandone talora in modo approssimativo l’epoca della sola qualità di una parola. — Vi hanno certi confini che non è dato di valicare nemmeno ai sommi ingegni; e non è da meravigliare se il Boeckh non ebbe agio di fare studj abbastanza profondi sulle latine iscrizioni e sulle greche medaglie, inteso come era ad un’opera per la quale tornavano indispensabili cognizioni immense della più svariata natura. Egli stesso da vero dotto modestamente lo confessa; e trova nel un uomo che con pari modestia ne corregge e compie le osservazioni. Se un’iscrizione è stata ommessa, egli l’aggiunge: se una appartenente alle cristiane è stata posta fra le pagane, egli l’avverte; se il Kirchhoff si è scostalo dagli Apografi egli ne indica l’errore; se una formola greca ha il suo riscontro in un’epigrafe latina, egli lo trova con inattesa facilità. Egli arricchisce da solo l’opera di un consorzio di dotti di tutte le rettifiche e schiarimenti che in gran copia gli vengono suggeriti dalla critica, dalla storia, dall’antichità figurata, dai sacri e da’ profani scrittori; e quei dotti accolgono con affetto riconoscente le sue correzioni ed aggiunte, le approvano, le ristampano, e le pongono in fine a quell’opera monumentale, come degnissimo complemento.

Le congetture e le ipotesi sono parte accessoria ed essenziale ad un tempo del patrimonio di ciascuna scienza, e come ad esse ricorre lo studioso della natura, e il seguace di Galileo che estatico contempla la volta stellata del firmamento, così se ne vale l’archeologo eziandio, avvezzo a sperimentare che pur fra lo squallore d’ipotetiche deduzioni, spunta rigoglioso il fiore della verità, e cresce robusto l’albero della scienza, come quello descritto da , la cui cima più ardua tocca il cielo e riceve nutrimento d’eterea rugiada. Non poteva il Cavedoni sottrarsi a tal legge: ma non solo fu remotissimo dalle audaci e fantastiche ipotesi, più facilmente accarezzate dai compatrioti del e dell’ che da quelli del , bensì soleva, con un linguaggio pieno di riservatezza, sotto- porre le proprie opinioni all’altrui senno, mostrando pel primo di conoscere limpidamente, qual grado avessero di probabilità, e definendolo talora quasi direi con matematica esattezza. I fatti provano del resto quanto in lui fosse squisito l’istinto del divinare, e come per tempissimo ne fosse dotato. In uno dei primi suoi lavori Numismatici studiando in qual epoca poteva essere stato celato sotterra un tesoro di monete scoperto a Fiesole, giudicava esser ciò accaduto, quando le orde di Silla, portando il terrore nell’Italia e segnatamente nell’Etruria, diedero di piglio negli averi e nel sangue dei miseri Fiesolani. Il vivamente da lui dissentiva; e sull’animo del pesava dolorosamente la sentenza di un uomo le cui parole erano oracoli di suprema autorità, ai quali tutta la dotta Europa soleva inchinarsi tacita e riverente. Ma la scoperta di nuovi monumenti in epoche successive, fece sì che il suo rammarico si convertisse in giubilo. Il Borghesi fu il primo ad averne cognizione e a studiarli, e confessando il proprio errore, non esitava a dirgli che le sue congetture rimanevano accertate, e si dichiarava pronto a rendergli pubblica e solenne giustizia.

Saviamente riflette l’Charles Benoît Hase, che lo studioso delle discipline archeologiche batte il sentiero più lungo e scabroso per ottenere rinomanza. Imperocchè esso affatica il più delle volte l’ingegno intorno a minuziose particolarità, che non possono avere grande piacevolezza per l’universalità dei leggitori. Mentre non è malagevole procacciare al proprio nome una fama almeno passeggiera, dando spaccio a generalità senza costrutto, a frivole e sofistiche astrattezze, massime chi sappia vestirle di forme leggiadre ed appariscenti. L’occhio dell’uom volgare non scerne quanta mole di cognizioni storiche, geografiche, filologiche, artistiche, paleografiche, e qual vivida fantasia faccia di mestieri all’Archeologo nelle sue sottili ed intricale disquisizioni. Ma ben deve rimaner compreso di stupore chi medita ai meravigliosi risultamenti che ne ottiene, ai difficili quesiti che risolve, alle importanti verità che conquista. Se l’età nostra va a ragione superba, perchè i dotti nelle scienze naturali hanno scoperto ignote forze nella fisica e nella chimica, ignote armonie nella vita animale e vegetale, ignoti mondi nell’astronomia e tempi ignoti nella geologia, essa debbe sentirsi del pari gloriosa per gli stupendi incrementi arrecati alla scienza di tutta l’antichità. Ai progressi della quale diedero efficace impulso le dottrine filosofiche del , che abbracciando in un vasto sistema d’idee l’ordine universale delle leggi onde si governa il mondo civile, insegnò che la scienza razionale non si compone tutta nelle interiori e solitarie contemplazioni del filosofo, ma richiede l’esame dei fatti umani, delle tradizioni, delle costumanze, delle leggi, degli avvenimenti. Ai giorni nostri l’Archeologia, quasi gareggiando colla scienza della natura, fa pur essa di se splendidissima mostra; tanto più perchè chiede agli ingegni un’istintiva virtù divinatrice del passato, somigliante in certa guisa alla chiaroveggenza profetica dell’avvenire. Volgete, o Signori, per un istante le vostre considerazioni alla classica antichità, ed osservate in quante parti ne sia stato ristorato il venerando edificio, onde appare ai nostri sguardi bello di nuova e più sfolgorante maestà. Accurate investigazioni d’ogni maniera ci palesarono la vita civile e religiosa dei Greci e dei Romani nei loro intimi penetrali, illustrando i costumi e gli avvenimenti, l’arte e la scienza. In quest’opera di magni- ficorinnovamento ajutato dalla filologia, il compito più glorioso era riservato all’Archeologo, il quale raccogliendo colla pazienza del meccanico gli sparsi frammenti delle memorie smarrite, le ricongiunge e richiama a novella vita colla potenza creatrice dell’artista. Egli è perciò il solo storico dei tempi che storia non hanno, la guida sicura per far la debita stima degli storici e scrittori antichi, il più dotto maestro di chi studia il passato e lo descrive. Fu già tempo, nel quale al grande venne apposta la taccia d’infido narratore: ma mentre gli studj Egizj dimostrano ad evidenza, non essere altrimenti vero che una parte ragguardevole del suo volume sia un tessuto di strani e fantastici favoleggiamenti, gli scavi nelle regioni ove sorse la superba città dell’Eufrate e le ricerche di Austen Henry Layard, Francis Rawdon Chesney, Jules Oppert e Fulgence Fresnel, pienamente confermano le descrizioni che quell’ingenuo ne tramandava. Se volgiamo il pensiero al mondo Romano ed in ispecie al culto religioso dell’occidente latino, chi mai, senza interrogare i marmi, potrebbe conseguirne cognizioni sicure? solo chi scruta il linguaggio delle iscrizioni comprende collo Zell e coll’Hartung qual divario corra sotto il rispetto religioso, fra l’imaginativa della schiatta latina e della greca. I poeti Romani abbelliscono bensì de’ più vaghi colori le visioni dell’Olimpo Ellenico, e gli stessi filosofi amano di mostrarsi profondi conoscitori della greca mitologia, ma codesto sistema non ebbe radice nel cuor del popolo, che professava un culto assai meno infetto di antropomorfismo.

Il grande nostro concittadino fu il primo che colla face dell’Archeologia diradò le tenebre della Storia, e il ora ne rettifica le dottrine, ed ora gioisce di scorgere che i nuovi trovati ne confer- mano le sapienti induzioni. Tutti superava il Borghesi gli antichi e i moderni nel rendere l’Epigrafia tributaria alla storia. Ei fu scopritore di una storia novella di Roma, non già divinata sui volumi lasciati in comune retaggio dalla classica antichità, ma fondata sulla testimonianza di monumenti che dissipano non di rado, in modo irrefragabile, le più appariscenti menzogne e gli errori più radicati. Onde il francese Accademico Des Vergers. addivenuto discepolo del sommo Epigrafista, arricchiva di nuovi fatti la vita di quel Romano Imperatore che il fasto della corona non potè distogliere né dalla semplicità del costume cittadino, né dal culto delle lettere e della filosofia. Anche la Numismatica largamente ricambia la Storia dei beneficj che ne riceve: perchè se dapprima ne è docile alunna a poco a poco si converte in maestra, ed è per questo che il ne apprezza e misura tutta l’importanza, e vagheggia dì diffonderne il culto. Egli segue gli esempi dell’, del e d’altri uomini insigni, ed arricchisce la storia di preziose illustrazioni. Quindi colle monete degli ultimi re di Tracia avvalora l’opinione di Girolamo, che quella regione fosse primamente da Claudio incorporata all’impero. Colle monete della Licia risale alle origini di quella greca colonia, ne mostra la floridezza ai tempi d’Augusto, concilia i racconti d’ e d’, fa all’Eckhel egregie addizioni, ne sa risparmiargli la taccia di negletto. — Lo rettifica con quelle di Costantino, e prova, che il Cesare Cristiano più saldamente raffermò il novello sistema dopo la morte di Licinio. Ei si volge alle monete della Cirenaica: e vede che , « ornamento e splendor del secol nostro ». questo uomo celebrato dai canti del , e che da solo, accrebbe il patrimonio dell’antica letteratura, più che non abbia fatto un intero secolo prima di lui; porge argomento al d’illustrare la storia di quella regione, scoprendo il memorabile sommario delle geste di Pompeo in Oriente. E il piglia le mosse per gareggiare col nobile amico, e battendo un diverso sentiero, mira allo stesso scopo e lo raggiunge. Egli è attratto dalla beltà delle monete Cirenaiche, rispondente alla fama di quelle contrade, alla beata fertilità di quel suolo, all’opulenza de’ suoi abitatori, alla vigoria del loro ingegno; non isdegna però le monete Bizantine, inamabili a molti, quale testimonianza di un’arte decadente e spesso semibarbara. E poiché due dotti Francesi, il Barone , e ne tornano in onore lo studio, grandemente giovevole alla storia della decadenza del Romano impero, ei si sente per questo eccitato ad imitarne l’esempio. Ei gitta un guardo ancora sui più recenti scrittori di storie: e s’incontra con quello Storico coronato che dal trono di Clodoveo e di Carlo Magno detta la vita di Cesare: anch’esso il nostro Numismatico meditò sulle imprese dell’eroe di Farsaglia; e fondendo nel crogiuolo della sua critica lutti i testi vaghi e contraddittorj degli antichi scrittori che ne favellano, dimostrava pel primo, che a Cesare arrise propizia la fortuna delle armi in cinquantadue grandi battaglie campali: e col sussidio delle medaglie, che rammentano alla posterità il fondatore del Romano impero, offeriva una bella dottrina storica al nuovo Fondatore dell’Impero Francese.

Col procedere dell’età cresceva l’operosità del Cavedoni, e la sua vena scorreva più larga e feconda, simile a fiume che, quanto più s’inoltra nel suo corso, più cresce e diffonde la copia delle sue acque. Quindi non è da stupire se apertosi il concorso a un premio di Namismatica dall’Accademia d’Iscrizioni e Belle lettere di Parigi, ei poté presentare due opere di diverso subjetto, cadute di fresco dalla sua penna. Qnell’Areopago di dotti, illustre per gloriose tradizioni, i cui suffragi autorevolissimi sono segno alle ambizioni dei primi scienziati d’Europa, gli decretava il premio, affermando che questo era un compenso sproporzionato a tanti servigi e a tanto ingegno. Una sola opera avevano presentato gli altri dotti concorrenti; ed è vero, che né il numero, né la mole dei lavori, sono argomento sicuro di lode ad uno scrittore; ma torna a splendido vanto del nostro Numismatico l’averne presentati due, ciascuno dei quali fu giudicato di per se, meritevole dei primi suffragi. Questi furono « La Dichiarazione delle Tavole del e la Numismatica Biblica. » E qui non vi torni discaro, o Signori, se in brevi tocchi ne ricordo l’importanza.

Il , valoroso Archeologo Napolitano, erasi procacciata una collezione d’antiche monete della Magna Grecia, oltremodo copiosa e senza pari di pregio; e come il Re Luigi XVI acquistava quella del centenario Numismatico Pellèrin, così Giuseppe Bonaparte addiveniva proprietario della raccolta Carelliana: poscia a dimostrazione d’animo regio e magnanimo ne faceva dono alla Biblioteca di Napoli. Ma dopo breve tempo tale raccolta veniva adocchiata dalla Carolina Murat. A quella vista l’augusta donna rimaneva sì fattamente affascinata che per se la volle; e ad un volgere imperioso di ciglio, quel raro tesoro veniva destinato a crescere lo splendore della regale dimora. Poi, quando al tramontare dell’astro propizio la dinastia del re guerriero scompariva dalle spiaggie partenopee, con essa dileguavasi eziandio il Medagliere Carelli. Né più si seppe di suo destino, ed oggi ancora gli Archeologi d’Europa si domandano sconsolati dove giaccia nascosta così lauta preda.

Ma la benigna fortuna si era riservata di alleviare l’oltraggio recato alla scienza. Quando è negata al Numismatico la gioja di affissare gli avidi sguardi sulla moneta, contemplandone le originali ed eloquenti sembianze, ei s’allieta abbastanza ove gli sia concesso di raffigurarne su fedele disegno la pinta imagine. Spuntava un giorno fausto e felice che tutta rasserenò la famiglia degli Archeologi, allorché s’intese che ancora esisteva quasi tutto l’apparecchio delle Tavole in rame rappresentanti i disegni delle monete Carelliane. Il dall’Inghilterra mandava fervidi voti perchè le preziose reliquie fossero salvate dal quasi certo naufragio onde erano minacciate, tutti facevano eco alle sue parole, ed apparve un nume benefico nel Braun che facendone l’acquisto allontanò tutti i pericoli, fé cessare tutte le apprensioni.

La scienza che scrive ne’ suoi fasti il nome del generoso Braun, gli pone accanto quello del che secondandone l’invito illustrava le Tavole Carelliane. Per opera dell’uno, veniva in certa guisa ricuperata una collezione di monete avidamente cercate, per la leggiadria dei tipi e per la squisita perfezione dello stile; una collezione che nel suo genere è la più insigne non dell’Italia solo ma dell’Europa, anche dopo tante scoperte numismatiche. Per opera dell’altro fu riordinata e descritta secondo i più recenti progressi della scienza. Il Braun, lieto di poter appagare la comune aspettativa, dava l’opera in luce coi tipi di Lipsia; che le officine Italiche non bastavano a tanto; due giovani celeberrimi Professori, e ne dirigevano con somma cura la pubblicazione, alteri d’aver preso una qualche parte nella bella impresa: e il vero editore Braun, a contrassegno d’ammirazione e d’animo cortese, ne faceva apparire editore quegli che ne era stato soltanto l’illustratore.

Però io non debbo dissimularvi, o Signori, che fra i giudici Francesi uno ne sorse, il François Lenormant|Lenormant, il quale sebbene con grandi encomii celebrasse i meriti del , tuttavia inserì nel Rapporto della Commissione alcune sua censure contro quest’opera. Se non che le medesime non trovarono un eco presso i dotti; anzi servirono solamente a far sorgere un caldissimo difensore, fra coloro stessi che facevano parte della Commissione esaminatrice. Appena aveva il nostro Numismatico dato di piglio alla penna per apparecchiarsi alla difesa, e già il sommo Archeologo Francese erasi accinto a ribattere con tutta lena le ingiuste osservazioni del proprio collega: e con un linguaggio caldo d’ammirazione pel Numismatico Modenese, ne analizzava minutamente e commendava le dottrine, in una serie di articoli importantissimi stampati nel Giornale dei Dotti. E invero non si poteva trovare giudice e difensore autorevole più di lui, che per lunghi anni studiò le Medaglie della Magna Grecia, ed impiegò buona parte della sua vita a formarsene una collezione.

Fra le osservazioni del Censore Francese quella campeggia per l’importante controversia a cui si riferisce, che il Cavedoni non abbia impugnato l’esorbitante antichità attribuita ai prischi monumenti dell’arte Italica dagli Archeologi Romani. Il Lenormant, riguardandolo come timido amico del vero, lo disse avverso alle questioni storiche per non turbare le illusioni di coloro che di buon grado farebbero dell’Italia una scuola, alla quale la Grecia sarebbesi educata.

Sembra invero incredibìl cosa che riguardo al si possa adoperare un linguaggio somigliante. La natura del lavoro non gli consentiva di correre a piene vele il pelago sterminato delle questioni storiche, però da gran tempo erano note agli Scienziati d’Europa le opinioni da lui professate, in sì grave argomento. Egli aveva combattuto senza riserve e senza reticenze gli illustratori del Museo Kircheriano, e , i quali fanno venire dal Lazio in Roma i primi artefici della moneta: mentre invece ei riguardava come fatto certo che vi si recassero circa la fine del IV secolo, e non già dal Lazio, ma dalla Campania, o da altre contrade abitate da Oschi o da Greci Italioti. L’eccellenza e perfezione dello stile, ond’è si bella la primitiva moneta Romana ed italica è argomento poderoso a sostegno della sua dottrina. Non si può pensare che, appena fondata la città di Quirino, i Latini, i Rutuli, i Volsci, gli Equi esercitassero le arti imitatrici della natura, con sì squisito magistero. L’incantesimo dell’arte greca non aveva per anche tolto lo scoglio della natia selvatichezza al Lazio agreste e bellicoso, né può supporsi che tanto valesse nelle arti da superare i Greci e segnatamente gl’Italioti. E il Cavedoni guidato da queste massime, propugnava la sentenza del : che quanto più innanzi si procede nello studio dell’antichità, più si conosce la necessità di abbassar l’epoca dei monumenti d’Italia, perchè portandola troppo in alto, ne rimane scompigliata e confusa la storia dei popoli e delle arti.

Io vi dissi, o Signori, che l’altra opera premiata a Parigi fu la Numismatica Biblica. Lo storico delle lingue semitiche, scrutando le vicende dei tempi nei quali lo splendore del genio semitico rimase offuscato dal culto delle lettere greche, è tocco di stupore, al contemplare quanta copia di preziosi insegnamenti venga somministrata al Filologo da questo ramo di Numismatica. — La qual serve di tessera, fedele ricordatrice delle lotte tenaci ed indomite sostenute dal popolo Ebreo, per l’indipendenza della Palestina: mentre, ad ogni trionfo conseguito, ricorre sulle monete il linguaggio nazionale, e vi compare il greco nelle patite sconfitte. Onde, come riflette lo slesso storico, è greco sotto i Seleucidi, ebreo sotto gli Asmonei; greco sotto i principi dell’Idumea, ebreo durante la prima rivolta; greco dopo la sottomissione di Gerusalemme, ed ebreo dopo Barcocheba. A studio di tanto momento applicossi il , e così colmò una lacuna che esisteva nella scienza, onde, fra tutti coloro che trattarono lo stesso subjetto, si può affermare di lui

Troppo manchevoli erano i saggi dati dall’John Yonge Akerman, dal Bonetty e sopratutto dal Professore Parigino, alle cui dottrine erronee i traduttori sulle rive del Sebeto agevolarono il corso in Italia. Temevano gli eruditi che troppo tardi apparisse chi poteva appagare i loro voti, perchè a soddisfarli era necessaria una singolare varietà di studj, difficile a trovarsi in un uomo solo. Quest’uomo però fu trovato nel nostro concittadino. Egli è vero che poco dopo l’Accademico Francese trattava lo stesso subjetto con opposte dottrine, e quasi invidiando la fama del nostro Numismatico, ne attenuava i pregi con severi giudizj; ma allora ne sorgeva una viva discussione, la quale, come afferma il Werlhof, traduttore Tedesco del Cavedoni, faceva maggiormente spiccare il suo profondo sapere, e serviva a far sì che i dotti d’Allemagna e d’Inghilterra consentissero in modo definitivo nelle sue sentenze.

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