A Fortunato Pio Castellani
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Introduzione
I vari gioielli antichi che mi vengono ogni giorno fra mani, avendo tra sè tanti caratteri di somiglianza o sieno arcaici italiani, o d’Egitto o di Grecia, o delle Indie e del Messico, mi fecero pensare, paragonandoli, che un tempo anche la civiltà e la religione dovette esser comune fra i popoli di queste nazioni; e siccome è naturale il credere che da uno di questi popoli fu insegnata agli altri; viene spontaneo il ricercare qual fu questo popolo benemerito.
Se interroghi i dotti della ragione di tanta simiglianza che trovi in opere artistiche prodotte sotto tanto diverse latitudini, poco ne cavi generalmente, attesa la smania di sistema nelle storie delle origini; e neppur le storie delle arti tutte provinciali o nazionali, come furon fatte fin ora, te ne forniscono argomenti che appaghino la filologica curiosità. Da questo studio se ne trassero opinioni e congetture, e dura ancora la lotta fra coloro che tutto spiegano colle migrazioni dei popoli, col commercio e colle popolose colonie lidie, fenicie e greche accasate in Italia.
Il dottissimo da questa somiglianza di arti degli antichi Egizi e degli Italiani non ne trae che alcun popolo meriti indubbiamente l’onore di maestro, ma dice che furon create e condotte così perchè ogni popolo le apprese senza esterno soccorso essendo guidato e illuminato dalla necessità e dal piacere (Monum. ined. princ.).
Rispetto ai Tirreni, che furono potentissimi popoli d’Italia, fu divulgato ab antico che fossero oriundi di Lidia guidati qua da Tirreno figlio di Ati discendente da Ercole. Ciò scrissero , , , , , , e tutti i poeti latini che gli appellarono Lidi, Toschi e Tirreni promiscuamente.
È verisimile che siffatta opinione si professasse comunemente dagli Etruschi del tempo di Tiberio innanzi al quale i Sardiani lessero un documento che provava essere consanguinei degli Etruschi. Ecco le parole di che lo racconta: Sardiani decretum Etruriae recitavere, ut consanguinei; nam Tyrrhenum Sydumque Atye rege genitos, ob multitudinem divisisse gentem: Sydum patriis in terris resedisse: Tyrrheno datum novas ut conderet sedes; et ducum e nominibus indita vocabula, illis per Asiam, his in Italia (Ann., IV, 55).
Dissi che dovette essere opinione degli Etruschi, imperocchè pare che il sommo storico usurpi la parola decretum in significato di parere o sentenza, nel qual modo l’usò pure dicendo: «Sapientia neque de se ipsa dubitare debet, neque de suis decretis» (4 Acad.), onde penso che il decreto recitato da’ Sardiani non fosse altro che un’opinione storica scritta allora dai dotti d’Etruria.
Questa migrazione dicesi avvenuta poco appresso la guerra troiana. E conferisce loro più alta antichità dicendoli già potenti negli ultimi della , ma meno potenti che per lo innanzi. E pare che tai notizie attingesse nel libro delle Origini scritto da ; e la stessa cosa afferma anche (Aen., IX, v. 50) dicendo: Omnis pæne Italia in Tuscorum potestate fuerat. Il vuole gli Etruschi della gente pelasgica e il lo ripete.
Leggendo le favolose epopee dell’incivilimento orientale, le navigazioni libiche e fenicie, il vetusto impero egiziano, e i tesmofori greci colle mitologiche intraprese loro, si vede la storia confondersi colle più inaudite favole, e la nascita della civiltà disperdersi nelle lusinghiere fole de’ poeti, le di cui massime vanno così ad imporsi nel tenero animo della studiosa adolescenza. Alcun tempo fa, lo dico con un po’ di rossore, mi erano ignoti gli studi che sull’incivilimento italico aveva fatti lo egregio , nè sapeva che il libro, in cui quei belli studii son consegnati, come era incognito a me, lo era quasi altrettanto in Italia. Finalmente un giorno un egregio sacerdote a me amico e maestro, dotto cultore della storia delle nostre antiche glorie italiane, mi dimandava, rispondendo a certi miei dubbi, perchè miscredessi le teorie della scuola archeologica italiana, e mi accennò , , e ; così mi dette il bandolo per potere applicar semplicissimamente teorie istoriche alle osservazioni che aveva io fatto sopra i monumenti, e trovai che vi corrispondevano. Allora intrapresi quei studi che consegno a quest’opuscolo.
Parte I
È indubitato che la storia dell’antico mondo, anteriore all’epoca imperiale romana, ha pochi documenti certi e presenta vaste lacune, da cui scaturiscono in infinito numero le contradizioni. Le tradizioni di quelle popolazioni che diconsi antichissime disperdonsi nelle più curiose fole, e lo studioso sol può idearsi che in generale esse tutte ebbero l’incivilimento primo dallo straniero impulso operato da gente marina che venendo dall’Oceano approdarono alle loro spiagge, impiantandovi la civiltà, onde furono divinizzati dalla riconoscenza popolare. Infatti nelle tradizioni istoriche di tutti questi popoli tenuti possessori della più antica civiltà, si trovano Dii o Semidei che figli del mare calarono a terra dal dorso di mostri marini portando la civiltà nelle loro contrade. Il mostro Oanne in Assiria, Iside ed Osiride in Egitto, Dardano nella Fenicia, Inaco e Danao in Grecia, secondo le memorie sacre di quei paesi, furono generati o vennero tutti dal mare; era il primo un mostro marino che presentavasi sulle sponde del mar rosso, insegnando con umana favella le basi della civiltà ai stupefatti aborigeni che religiosamente andavano ad istruirvisi; alcuni degli altri ci sono dati come figli di Nettuno che, pieni della divina sapienza del padre, istruivano i popoli, fondavano le città, formavano i regni; non vi mancano quelli che provenienti da incognite contrade ultramarine son fatti figli del sommo Giove, e per superna volontà del padre, fondatori di civiltà a stupefatti popoli: perfino i Messicani, un tempo civilissimi, raccontavano ai barbari invasori spagnoli del secolo XVI, che in tempi remotissimi alcuni guerrieri di bianca razza giunsero sopra enormi mostri marini alle loro spiagge, raggianti di divinità, e dopo aver insegnato ai loro padri i rudimenti su cui si basa il viver civile, rimontarono sopra quei mostri che ad un cenno loro prontamente disparvero.
A me sembra che il più semplice osservatore nello avvicinare e nello studiare simili fatti dovrà convincersi che togliendo da essi quella parte soprannaturale, che gelose e stolte religioni lor dettero, speculando sulla debilità della coscienza umana per loro profitto, tutti questi tesmofori dovettero appartenere ad uno o più popoli commercianti e navigatori che nei primi tempi dell’emanazione della razza umana occupavano qualche paese floridissimo che li spediva in traccia o di nuovi popoli da istruire o di nuove contrade da usufruire. Quali potevano essere mai queste nazioni?
Parte II
L’uomo, cotesta emanazione di Dio, da principio dovette essere necessariamente nomade; per procacciarsi la sussistenza dovette vagare come quelle barbare tribù, che nei deserti asiatici o nelle vergini foreste americane sono costrette a percorrere immense distanze per procurarsi novello vitto. Propagandosi così la specie umana, ogni parte della ter- raferma dovette essere percorsa dall’uomo, che fermavasi a stabile dimora allorchè fortuna lo faceva imbattere in propizie contrade, così restava tuttavia vagabondo negli aridi deserti e sui gelati dirupi delle montagne. Ove erano campi ubertosi nacquero le prime agglomerazioni, si coltivò la terra; cogliendo da questa un maggior frutto si aumentarono le popolazioni, vi si formarono i villaggi; allora si ebbe la necessità della divisione del lavoro, sursero le arti ed infine si costituiva la società, la quale tanto più si inciviliva quanto più l’individuo ritrovavasi in un clima che gli desse migliori condizioni di prosperità.
Per tale causa nei paesi temperati la razza umana si accrebbe in modo straordinario; non bastarono più i campi coltivati a sostenere le immense masse di gente che prolificavano, e però vennero le emigrazioni spontanee e quelle forzate; spontanee ove erano frutto dell’accrescimento delle popolazioni soltanto, forzate ove nascevano da guerre intestine; imperocchè dalla prosperità vennero le ricchezze, dalle ricchezze i vizi, dai vizi la corruzione, dalla corruzione la guerra. Vediamo tutti i primitivi imperii crollare per invasioni esterne, ed erano emigrazioni di popoli lontani, che avevano dovuto abbandonare il proprio suolo, perchè non vi si sostentavano più, e si gettavano come famelici lupi sui primi paesi ricchi che incontravano per via.
L’uomo adunque dalla sua prima culla asiatica dovette per certo superare le ampie steppe della Meotide e le infuocate arene dell’Africa, dopo aver occupato fino all’ultimo oriente, dalle Indie al Giappone, per spingersi da un lato: dall’Arabia all’Egitto; e dai gelidi campi della Scizia fino all’Orsa; e dall’altro varcando i Balcani per la Grecia e le spiagge adriatiche giungeva a coronare le Alpi, gli alti Appennini ed i Pirenei. I terreni terziarii erano allora in formazioni ancora, e l’uomo, almeno in Europa, poteva dirsi in istato quasi selvaggio; menava vita nomade; la pastorizia e la caccia erano la sua sussistenza; la tradizione, la scienza ed i monumenti pienamente sostengono tale tesi; in fatti si sono trovati dal Nord al centro d’Europa informi ruine, antichissime armi, rozze stoviglie, quali attestano essere quella civiltà primitiva stata eguale per ogni dove; esiste una bella collezione di simili oggetti a Stoccolma, tutti scoperti nella Scandinavia, mentre per una curiosa combinazione se ne svelarono sulle Alpi numerosi esempi; in alcuni dei laghi formati fra quelle montagne, furono trovati in sul limo sommersi villaggi, i quali sono costruiti sopra palizzate di legno, di cui non si ha alcuna tradizione; ma gli utensili, i vasi e le suppellettili ivi scoperte ne provano abbondevolmente la più remota antichità, e la maggior similitudine a quei che trovaronsi nella Scandinavia. Sono forse questi utensili, armi e suppellettili, oggetti prodotti dalla barbarie dei tempi istorici? Hanno forse impronta di una recente civiltà? No certo; imperocchè alcuni di essi furon trovati nei terreni di formazione fra la torbia e la lignite; sono dunque appartenenti ad una civiltà che fu di un’epoca anteriore alle ultime convulsioni terrestri: epoca di mistero, di favole, di prodigio; ma epoca certo che dovette esistere, perchè l’uomo era già sulla terra.
Parte III
Fin ora non furon trovati oggetti appartenenti alla civilizzazione anteriore all’epoca degli ultimi cataclismi sofferti dalla terra, sui terreni terziarii, e però possiamo supporre che l’uomo si mantenesse lungamente in istato semiselvaggio sopra i terreni primitivi; relativamente tardi egli discese nei terreni di recente formazione, e però la penisola italica dovette essere fra le ultime popolate dall’uomo, il quale in pria si fermava sugli alti Appennini centrali, e finalmente scendeva alle belle pianure che li contornano, le quali pian piano eran scoperte rigogliose di vita dal mare che si ritirava. Qui giunto l’uomo dovette trovarsi per certo fra tutti quelli elementi che potevano migliorare la sua esistenza: la terra, il cielo e l’aria italiana davangli germe di vita, ne sviluppavano l’intelligenza e ne formavano quel frutto quasi spontaneo di questa nostra bella patria, l’uomo civile; il quale adoperando le arti e coltivando il suolo ubertoso si appropriava immense ricchezze incognite all’uomo primitivo abitatore delle foreste e dei monti. Qui però egli si trovò circondato dai più maravigliosi fenomeni che possa offerire una natura commossa, mentre i terremoti, le inondazioni ed i vulcani mettevano sossopra quella terra appena surta dalla sua formazione; e perciò quest’essere debole dovette per necessità diventarvi superstizioso; non avendo potuto per le diverse generazioni e per i lunghi disagi sofferti mantenere la religione tradi- zionale, si formò una teogonia propria e naturale, onde divinizzava quelli che arrecavangli un bene reale; adorava il principio generatore del mondo e dava con la immortalità dell’anima un premio al bene ed una pena al delitto. Con un popolo postosi in tali condizioni naturalmente il sacerdozio dovette presiedere ai destini di tutti, ed in vero la casta sacerdotale era imperante per ogni dove in Italia nelle epoche conosciute; sapendo con fine sagacia, con peregrina scienza e con sapienti leggi formarvisi un impero possente, il quale se è a noi istoricamente incognito, ci si svela bastantemente nei monumenti che ci lasciava e nelle memorie che di esso ci tramandarono gli scrittori greco-romani, i quali spesso ne parlano come di un’epoca in cui era un’antichissima civiltà italica della quale di già allora erano smarrite le traccie. Perchè dunque voler forzatamente rendere di straniera origine la prima civiltà italiana? Perchè non dovremmo al contrario considerarla qui soltanto autonoma? Perchè non dovremmo accettare l’opinione dell’egregio e dottissimo il quale con grande apparato di accurata dottrina afferma esser dessa non importata in Italia, ma da essa esportata? E primieramente vediamo qual epoca devesi assegnare per i primi vagiti della civiltà nei vari paesi dell’antichità.
Parte IV
Possiamo facilmente comprendere qual fosse lo stato della società greoa, italica e licia nell’età anteriore alla guerra troiana, mentre Omero descrivendo maravigliosamente questa, per l’epoca relativamente moderna che istorieggia, ci presenta una civiltà tanto barbara che non trova riscontro nei più arretrati popoli moderni. I costumi greci son quasi selvaggi; le battaglie dell’Iliade sono ricolme di episodi orribili, l’Ellade era divisa in infinite moltitudini di piccoli villaggi popolati da pastori, di cui ciascuno avea un re ed un senato, ma qual re, quai senatori!... Il regno di Ulisse era sulla marina; le sue ricchezze erano mandre di capre e di maiali, i di cui custodi formavano il popolo, i padroni il senato. Menelao avea arricchito il suo regno depredando per otto anni qual corsaro la costa asiatica e l’affricana. Anchise, padre d’Enea e del regio sangue di Priamo, era un pastore dell’Ida. Omero dice che Podarce nel vantar le sue ricchezze le dice riposte nelle molte pecore; Ulisse da se stesso costruivasi una lettiera di legname; Achille squarta l’uccisa bestia colla sua spada e di sua mano infigge le incise carni nei spiedi, mentre Patroclo appresta la caldaia. Il vitto, il vestiario, le abitazioni, le consuetudini, l’avarizia e la durezza dell’animo di questi regi, tanto ben descritti nei medesimi poemi d’Omero, sono di una povertà e di una barbarie straordinaria. Le abitazioni reali erano per lo più in legname, tranne quelle d’alcune poche città ov’erano giunti i Ciplopi od i Pelasgi, i quali erano stranieri. Nonostante il contatto di costoro, che per giungere in Grecia dovettero traversare il mare e però conoscere la navigazione, questa era colà nell’infanzia all’epoca descritta da Omero; dieci lunghi anni furono necessari a’ suoi barbari eroi per preparare parte delle navi che non doveano essere di bella costruzione ed i nocchieri non dovettero essere ben atti al mestiere, mentre giunti colà ove non trovarono nemici marittimi da combattere, i più arditi durante gli ozii dell’assedio si spinsero a piccole distanze a corsaleggiare le coste lidie sembrando loro far lunghi viaggi; e dopo l’espugnazione di Troia, pochi furono i vincitori che sapessero ridursi in patria, benchè conservassero intatto il naviglio e meglio conoscessero quello stretto mare. Dispersi alla ventura, tutti allegarono essere espiazione di antiche colpe quello che non era che imperizia del navigare; infatti essi dicevano esser la Grecia divisa dall’Egitto per un immenso mare, che non avrebbe potuto varcarsi in un anno da un augello; infinite chiamavano le onde che separavan la Grecia dall’Italia. I Pelasgi son pei Greci incogniti stranieri; Inaco, Cadmo e Danao giungevano in Grecia da estera terra; come credere adunque ad una civiltà greca autottona e primitiva?
Parte V
Grandi questioni si fecero sul trapiantamento della civiltà dalla Lidia in Grecia, ma stranamente contradice tale opinione il fatto che i Lidi nei tempi di Troia componevano ancora una nazione che, sebbene fosse mediterranea, pur non avea naviglio e non era ancor pratica del commercio, che poi ne formò le ricchezze; e benchè fossero tanto poco distanti dall’Ellenia, Creso fu il primo tra i suoi re che fosse conosciuto dai Greci: ne’ suoi canoni crono- logici ci dà il nome di tutti i re di Lidia che precedettero Creso, nove fra tutti, il di cui regno non risale oltre l’anno 220 prima della conquista di Ciro, cioè circa 600 anni dopo la guerra di Troia. Inoltre un passo di , tanto vantato autore per i sostenitori della civiltà tesmoforica lidia, dà a questa, mi sembra, causa perduta; narra egli adunque che ai tempi di Aliatte combattendo Lidi e Medi contro i Joni, nel fervor della mischia disparve il sole: i Medi e i Lidi ebbero grande spavento nel vedere intempestivamente reso notte il giorno, mentre ai Joni null’effetto ciò fece, perchè Talete avea già predetto al mondo greco un’eclissi. Ora se la serie dei re di costoro non giunge che a 600 anni dopo la guerra iliaca, e se ai tempi istorici di Talete essi disperdevansi nel combattimento per l’inaspettato arrivo di una eclissi, come far risalire la loro civiltà ai tempi primitivi? Come poterli supporre tanto decaduti in civiltà quando ancor non erano giunti a quell’apice di gloria che pur gli assegna l’istoria?
Passando oltre l’Eusino, troviamo gli Sciti, i Druidi, i Germani di cui neppur dovrebbesi parlare, mentre in tempi modernissimi troviamo questi popoli tuttora immersi nella più crassa barbarie; però siccome per le limitatissime nozioni geografiche che ebbero gli autori greci è latini non potrebbesi sperare una sicura guida ne’ loro detti, e trovandosi da loro accennate antiche provenienze civili dai popoli situati oltre l’Eusino, converrà rammentare che Erodoto, il quale nei tempi storici visitò quelle parti, dice aver colà udito esser gli Sciti gente novissima, la quale non avendo fabbricato città nè case, usando riposarsi in sui carri e procacciandosi il vitto non col coltivar le terre, ma per la pastorizia, ne avviene che nessuno che li guerreggiasse potrebbe mai colpirli, perchè sono sempre pronti a ritirarsi nelle orride steppe immense che sono loro patria; e questa tattica sembra che sia loro speciale trovato, mentre Ciro, Dario, Istaspe e , che tentarono in epoche tanto diverse di vincer costoro, li trovarono sempre pronti a difendersi e vincere senza venir mai a battaglia, stimolando il nemico ad addentrarsi nelle loro gelate contrade col ritirarsi, togliergli il vitto disertando ed incendiando le campagne; domarlo colla fame, gli stenti e la durezza del suolo e dell’aere; costringerlo così a retrocedere ed allora rendergli lenta, malagevole e pericolosa la ritirata, coll’assaltarlo a tergo, dai lati, di fronte, sopravanzandolo per la conoscenza delle vie ed esterminarlo infine o cacciarlo più che prostrato dalla tentata impresa. Così dunque in epoche tanto diverse usarono a difendersi non le arti di una nazione civilizzata, ma una furberia speciale e barbara consentanea al loro carattere ed al loro clima. Germani, Druidi e Sciti ebbero per estera provenienza seme antichissimo di civiltà che non vi attecchì, arrecato loro forse da genti a noi peranco sconosciute, le quali valicando le colonne d’Ercole, per il canale Britannico e l’Atlantico venivano a commerciare nel mare nordico. Tale comunicazione del Nord col Mezzogiorno fu interrotta per lunghi secoli a causa del disperdimento di quei prischi navigatori; così quelle genti restarono incognite ai Greci ed ai Romani, e la lor vita civile rimase latente, e le scienze, le arti, l’industria apportatevi anticamente dal Mezzogiorno vi fecero lentissimi progressi. Potremo supporre che ivi avesse culla la civiltà nostra?
Parte VI
Forse nessun popolo ha conservato una memoria tanto chiara e ferma dell’esterna provenienza del suo incivilimento quanto l’Assiro. Infatti leggesi nei frammenti delle storie di Beroso, tramandateci da e conservati da Eusebio, che durante il periodo anteriore a Nino, uscirono dal mar rosso enormi e mostruosi bestioni i quali «erano pesci in tutto il corpo, se non che sotto la testa di pesce ne aveano un’altra, e sotto la coda piedi umani, e lor loquela era simile a quella degli nomini». Queste bestie dunque aveano tutte un nome particolare e l’una chiamavasi Oanne, l’altra Idozione, la terza Odacone, ed ognuna di queste ultime esponeva ed insegnava quel che avea detto Oanne, il quale «era solito a conversar cogli uomini, a cui insegnò le lettere e varie arti, come si piantassero le città, si edificassero i templi, si promulgassero le leggi e si governassero i paesi, imparò loro a raccogliere le semenze ed i frutti, e tutto infine che può far prosperare la società umana. Questo mostro era uso ad immergersi nel mare al tramontar del sole, e dopo aver dato loquela ed industria agli uomini scrisse intorno all’origine delle cose ed al governo pubblico» (, , cap. I). Togliendo ora il sopranna- turale ed il mistero religioso che li contornava, cosa resta di tali mostri se non vascelli arrecanti una invasione di esterna civiltà che dal mar rosso venne ad imporsi al popolo caldeo? E qui pure or dunque dovremo convenire che la civiltà non fu autottona.
Strano sarebbe il voler credere di vetustissima civiltà le popolazioni libiche. Voler ciò pretendere per la memoria del re Atlante per poterne far ceppo della mitologia greca, sarebbe opera tanto assurda, quanto quella di voler render tesmofori nostri quelli Atlanti nudi, bestiali e stupidi che Erodoto trovava abitanti le radici di quel monte d’Africa. Sallustio dice che i primitivi abitatori di questa parte della terra furono i Getuli e i Libi, popoli rozzi ed incolti, i quali pascevansi di fiere e di erbe a guisa di animali, e non aveano leggi nè governo; che ebbero seme di civiltà da un’armata invasione esterna di Medi, Persiani ed Armeni, che sotto Ercole aveano conquiso le Spagne, i quali però sotto quel clima ed al contatto di quei barbari, perderono la civiltà loro, e dopo alcune generazioni divennero essi come quelli corrotti ed incolti. Furono dunque i Libi non inventori di civiltà ma soppressori di quella che altri arrecavano. Non si può misurare mai la loro civiltà anteriore ai tempi istorici dalle città di Cartagine, Ippona, Lepti ed Adrumeto, mentre queste sono di una fondazione relativamente moderna, essendo frutto di una esterna colonizzazione accaduta nei tempi storici.
Ora per immaginare sull’Atlante la culla della civiltà converrebbe ivi supporre una emigrazione antistorica e poscia un ritorno con Ercole; ma come credere che un popolo emigrante attraversi i grandi deserti africani, perda il proprio colore e ritorni calcando un’egual via al medesimo paese? È ciò possibile? Non sarà forse meglio il credere utopica una tale induzione?
Parte VII
Fenici e Siri discendono dal ceppo arabico; ai tempi romani l’Arabia era ancor popolata da un popolo pastore, ma quella parte di esso che vivea sul Mediterraneo e con porti sicuri alla navigazione ed opportuni al commercio ben presto differirono dai lor connazionali, ed in tempi molto remoti arrivarono ad un grado considerevole di ricchezza e civiltà. Ove dunque ha principio tal civiltà? Al tempo di Sesostri doveano ancor essere o barbari o nell’infanzia, mentre quel conquistatore corse senza ostacolo il paese loro, ed i popoli liberamente costituiti non lasciarono mai di difendere i loro lari dall’estere invasioni. assegna a parecchi secoli dopo Sesostri la dominazione in Egitto dei re pastori, che erano per l’appunto barbari fenici, i quali desolarono quel paese circa al tempo dell’ebreo Giuseppe. Nella Bibbia ove tanto si parla del paese di Canaan, luogo ove poi sursero Tiro e Sidone, e degli Idumei; tribù che spandevano le greggi loro da Madian a Damasco, non troviamo traccia alcuna di popoli più civilizzati di quello che potessero essere poveri pastori. I Siri poi, oltre all’avere abitudini d’uomini rozzi e pastorali, erano anche avversi ai lavori delle più gentili e care arti, a causa delle loro particolari istituzioni; così credevano essi contaminato il marmo ove fosse stato tocco dallo scalpello; maledetto era da essi colui che formasse statue e sculture, mentre benedicevano chi ne distruggesse; con tali massime poteasi sperare da loro un lume di civiltà! La Genesi parla delle carovane del deserto e nulla dice di una nazione navigatrice tanto famosa quanto il dovea essere la Fenicia ove già fosse esistita in tempi anti-storici. Nei sacri libri non si comincia ad aver notizia di Tiro e Sidone che all’epoca di Davidde e Salomone, cioè sol circa mille anni avanti l’èra volgare; , che apparteneva a quei paesi ed era un accuratissimo istorico, accerta essere stata fondata Tiro circa duecento quarant’anni prima dell’edificazione del tempio di Salomone; ove dunque basare la pretesa civiltà antichissima di questi popoli? Qual mezzo avriano avuto per ispandere la loro civiltà? Il navigare? Or sembra indubitato che i Fenici di poco precedettero gli Egizi nell’aver proprio naviglio e forse lo ebbero da esterna sorgente, e le navi che dettero all’egiziano Necos, contemporaneo di Ciro, per compiere il giro dell’Africa, spiegano chiaramente nell’indole di quella navigazione quanto ancor dovessero essere ignoranti i marinari fenici.
Ci resta ora l’Egitto, ma realmente è questa contrada tanto antica quanto vorrebbero far credere i misteriosi suoi sacerdoti? Difficile è tale assunto, dovendosi vincere una tenace opinione scolastica basata sulle fole raccontate ai vanitosi Greci ed ai superstiziosi Romani dai furbi sacerdoti di quella contrada, e non potendosi opporre antiche memorie scritte, mentre gli annali sacerdotali e le storie ne sono smarrite. Però è da fare in pria una semplice osservazione: se fra tutte le nazioni è l’egiziana la più vetusta in civiltà, come sarà che singolarmente contrasta con tale assertiva il suolo dell’Egitto che è il più nuovo che sia sulle spiagge dei nostri mari? Questo paese, surto per sedimenti marittimi e fluviali, si può dire che segni allo scienziato le varie età ultime della terra, e forse con esatti calcoli pur si potrebbe rilevare quando fu popolato. Ora sembra indubitato che fosse successivamente invaso da un popolo confinante, l’Etiope il quale, essendone più prossimo, sempre sostenne non essere autottono il popolo egizio, ma gente trapiantatavisi dal loro paese nell’asciugarsi delle paludi. Però quello che studi la razza egiziana chiaramente vede esser essa divisa in due classi affatto dissimili per colore, per intelligenza e per costumi; la plebe appartiene alla razza nera od etiopica, mentre le caste imperanti e docenti sono di razza bianca, indigena nei paesi oltremarini. Chi furono quest’imperanti se non esteri invasori che bandendo la civiltà ivi s’imponevano a padroni? È possibile il supporre che non essi ma gli Etiopi; che sempre nella plebe egizia si riprodussero bestiali, rozzi e poco intelligenti, colà in pria arrecassero civile semenza? Buia resterebbe ora una tal questione ove i politeisti romani, conservandoci i superstiziosi misteri della religione egiziana, non ci avessero dato in Iside ed Osiride la base della provenienza tirrenica della civiltà del paese dei jeroglifici. I Greci conservavano memoria che Iside non fosse altri che l’atlantica Io figlia d’Inaco rifugiatasi in Egitto ove si sposò al re Osiride e tanto fu cara agli abitanti di quel paese che dopo morte fu deificata e appel- lata Iside, e le sue feste isiache (, Met., I). Per tal modo non si facevan differire le origini della civiltà greca ed egizia. dice che Menes, il primo dei dinasti egiziani, avea pure il nome di Mestre e di Egitto e che egli fu che dette il suo nome al paese: soggiunge poi aver egli vissuto in un’epoca in cui un forestiero, nominato Mercurio figlio di Pico, giunse colà. Noi sappiamo quanta scienza questo Mercurio avesse, e come restasse adorato qual Dio in Egitto, ma donde egli venne? Sola memoria di un Pico esperto re l’abbiamo in Italia tramandataci da scrittori latini i quali lo fanno re dei Latini, padre di Fauno e avo del re Latino; e dice: Picus in Ausoniis proles saturnia terris (Met., III). Egli pertanto sarebbe vivuto innanzi la guerra troiana poichè la figlia di Latino chiamata Lavinia fu sposata da Enea (, Aen.) e dice esser Mestre contemporaneo di Foroneo, cioè dell’epoca dei primi re d’Attica. La Genesi ci dà notizie poco soddisfacenti riguardo alla civiltà egiziana dell’epoca della schiavitù degli Ebrei e ci testifica che la razza imperante non volea o non potea riuscire alla civiltà dei primi soggetti suoi, i quali tanto temevano i fenomeni della natura, le tempeste, l’eclissi, la peste, la carestia e si comportavano totalmente come idioti selvaggi. La comparsa di Mosè figlio delle acque perchè trovato sul Nilo, la sua indubitata scienza infusagli nell’educazione fra le ancelle reali ed i sacerdoti, confermano la mia idea sull’abbrutimento della razza plebea, e l’istruzione di quella imperante, la quale religiosamente custodiva in profondo mistero i suoi trovati e la sua civiltà. La fuga del popolo ebreo e la distruzione della gente che l’inseguiva provano la nessuna conoscenza dei fenomeni del mar rosso, su cui pure avrebbero dovuto imperare, e la totale mancanza di naviglio che avevano gli Egizi in un’epoca che per noi è già istorica; e tali fatti sembra che tolgano qualunque velleità di considerare gli Egiziani tesmofori universali. Anzi avendo notizia che i primi civilizzatori di Egitto cioè Iside, Osiride ed Ermete trimegisto ossia Mercurio siano stranieri a quel paese, ed Iside sia figlia a Saturno, che sappiamo re d’Italia che per lui fu detta Saturnia e Mercurio figliuolo di Pico che pur egli fu valentissimo re della Tirrenia, dovremmo lungamente ricercare donde venne all’Egitto la bianca civiltà?
Queste sono le nozioni antistoriche che abbiamo sulle nazioni antiche da cui potrebbesi supporre essere uscito il primo popolo civilizzato, navigatore e tesmoforo per la bella Europa. Consideriamo come fuor di questione gli abitanti dei paesi dell’Asia centrale, India, Cina e Giappone, colle loro esterminate cronologie e colla loro annebbiatissima civiltà primitiva, mentre se pur da esse provenisse la nostra dovrebbero esistere tracce di loro passaggio nelle contrade che segnalammo, dovrebbero essi aver tradizioni di spedizioni lontane da essi fatte come ad essi il lasciava l’uranide Bacco nella sua conquista delle Indie; al contrario la religione loro sempre inibiva un lungo soggiorno in mare e però l’emigrazione in lontane contrade. Così sol ci resta ora a vedere donde Italia avesse la sua civiltà primitiva, e se da essa potessero essere emanati quei tesmofori primitivi divinizzati da tutti.
Parte VIII
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Dovremo ammettere sulla testimonianza di , sulle tradizioni egiziane raccolte da e su di quelle frigie riferite da , come dai dati scientifici della moderna geologia, che pria dell’ultimo cataclisma sofferto dall’Italia, la Sicilia fosse unita al continente e si distendesse per una immensa pianura ubertosa e popolatissima fino al punto ove oggi sorge Malta. dice, parlando di Sicilia: Haec loca vi quondam, et vasta convulsa ruina (Tantum aevi longinqua valet mutare vetustas) Dissiluisse ferunt, cum protinus utraque tellus, Una foret (Aen., III). Era questa regione anticamente conosciuta col nome di Atalantide od Atlantide da Atlante re d’Italia (, lib. IV). E però Platone nel Critia fa gli Atlantidi contemporanei dei Tirreni, ossia anteriori ad ogni storia; e la favola gli associa ai ricordi di Bacco, di Giove e dei Satiri; ed coetaneo di dice i forti Tirreni illustri fra gli dei e gli eroi. Contemporaneamente la centrale Italia o Tirrenia conteneva grandi vulcani e disparsi laghi; incognite ma numerosissime popolazioni abitavano tutta la penisola e sembra che tanto più fossero esse incivilite quanto più erano meridionali. Italia dunque allora albergava un popolo ingegnoso e destro, aborigeno, primitivo, che io sostengo fosse civilissimo, mentre sol con una straordinaria scienza poteva compiere i monumenti che ne restano; e la scienza mi- sura severamente la civiltà di un popolo studiandone le arti.
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