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Elettra

Gabriele D'Annunzio · 1918 · Free in the US

26,431 words · about 1 h 51 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Gabriele D'Annunzio
Language
Italian
Published
1918
Length
26,431 words · about 1 h 51 min
Sections
25 reader sections
Text
Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (25)

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INDICE DELLE POESIE CONTENUTE IN QUESTO SECONDO VOLUME

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Alle Montagne

ALLE MONTAGNE

ANDIDE CIME, GRANDI NEL CIELO FORME SOLENNI cui le nubi notturne stanno sommesse come la gregge al pastore, ed i Vegli inclinati sa l’urne profonde dànno eterne parole, e fanno corona 6le stelle taciturne;

o Montagne, terribili dòmi abitati da Dio, ove gli anacoreti d’un tempo immemorabile per sola virtù di dolore conobbero i segreti del Mondo e nelle rocce co’ i cavi occhi lessero come 12in libri di profeti;

Montagne madri, sacre scaturigini delle Forze

pure, quando non era l’Uomo; donde gioiosa alla cieca tenebra sparsa balzò l’alba primiera e alle vergini valli guidando le forme dei fiumi 18scese la Primavera;

donde scesero stirpi umane d’oltrepossente vita, giù per aperte vie più vaste de’ fiumi, stampando titaniche orme nella pianura inerte che fumigava umida al sole purpureo, pregna 24delle future offerte;

o Montagne immortali, non parla nel sacro silenzio delle cose ignorate il vostro Spirto? Ascolta l’anima mia se non giunga un messaggio. Deh fate, o Montagne immortali, che scenda dai vostri misteri 30cinto di luce il Vate!

La speranza e la gioia fuggirono lungi dai cuori umani; e tutti i sogni della bellezza e tutti i sogni dell’arte felice vanirono; e stringe ogni cuore un’arida angoscia; e rugge d’intorno la guerra 36degli atroci bisogni.

Chi finalmente, sceso a noi dalle alture inaccesse, ricondurrà la gioia? Chi su la vasta fronte avrà, mai veduta possanza, una luce di gioia? O tu dalle Montagne purissime, Spirito ignoto, 42scendi con la tua gioia!

Dai culmini virginei che splendono sotto le stelle pie, dalle inesplorate sedi ove le sorgenti perenni cantano inconsce della superna estate, dalle vene incorrotte dei geli, dal sacro silenzio 48delle cose ignorate,

da tutta la grandezza venerabile delle Montagne madri io t’evoco, o puro Spirito senza nome, che l’occhio dell’anima vede trascorrere l’oscuro abisso dove tanto umano dolore si torce 54e schiudere il Futuro!

A Dante

A DANTE

CEANO senza rive infinito d’intorno e oscuro ma lampeggiante, e con un silenzio sotto i terribili tuoni immoto ma vivente come il silenzio delle labbra che parleranno: tenebrore dei Tempi, profondità dell’affanno umano, assidua mutazione delle cose, ritorno perpetuo delle sorti: oceano senza rive tra due poli, tra il Bene e il Male, con le sue bave disperse dalla procella eternale, co’ suoi abissi ingombri dalle spoglie dei popoli morti, 11era il Destino;

e tu come una rupe, come un’isola montuosa, come una solitudine di pensiero e di potenza, come una taciturna mole di dolor meditabondo che ode e vede, sorgevi uno dal gorgo; e nell’ululo delle prede, nel sibilo dei nembi, nel rombo delle correnti, il tuo orecchio udiva quel silenzio e la sola Parola che doveva esser detta; e di sotto alla fronte percossa dalle schiume e dai vènti il tuo occhio insonne vedeva infiammarsi il mondo 22all’alta tua vendetta.

Allora, nei baleni e nell’ombre, lo spirito dell’uomo stette davanti a te, ignudo, senza la sua carne, senza le sue ossa, disvelato davanti alla scienza del tuo dolore; e nel cavo delle tue mani, che sapean l’arme e il fiore, più mansuefatti degli augelli che la neve caccia verso gli asili umani, discesero i messaggi delle divine speranze, i poteri sconosciuti delle verità divine; e ti diede i suoi tuoni e i suoi raggi il tuo Dio, cui tu alzasti il canto 33che non ha fine.

O nutrito in disparte su le cime del sacro monte, abbeverato solo nell’albe al segreto fonte delle cose immortali, Eroe primo di nostro sangue rinnovellante; oceanica mente ove dieci secoli atroci, carichi d’oro d’ombra di strage di fede e di paura metton lor foci silenziosamente; anima vetusta e nuova, instrutta e ignara, memore e indovina, ove si serra tutto il pensier dei Saggi e palpitano il Fuoco l’Aria 44l’Acqua e la Terra;

o Risvegliatore, o Purificatore, o Intercessore

per la vita e per la morte, o tu che cresci il vigore della stirpe come il pane nato dal nostro sudore, noi t’invochiamo; o tu che col tuo canto disveli agli uomini i cammini invisibili e discopri i volti nascosti dei destini, noi ti preghiamo; o tu che risusciti l’antica virtù delle contrade e tempri il medesimo ferro per la bontà delle spade e per la gioia delle falci nelle profonde biade, 55noi ti attendiamo;

perocché tu sii pur sempre atteso in prodigi, come il Figlio del tuo Dio, dai cuori che nei battiti del tuo canto appresero a sperare oltre il volo delle fortune, o profeta in esiglio, e pur sempre su le nuove tombe e su le nuove cune, là dove un’opra si chiuse e là dove s’apre un germe, suoni il tuo nome santo, e il tuo nome pei forti sia come lo squillo degli oricalchi, e solo il nomar del tuo nome, come il turbine agita i lembi d’un gran vessillo, scuota nei suoi mari e nei suoi valchi 66l’Italia inerme.

Dove sono i pontefici e gli imperatori? Splendenti erano nella specie dell’oro, e stampavano con piedi obliqui le vestigia sanguigne, vestiti dell’antica frode, e i lor vestimenti odoravano. Rotti come i sermenti aridi, perduti come i fuscelli nella tempesta, diffusi come crassa cenere ai vènti. E pallido il postremo alza le mani verso le porte dei cieli e attende un segno, e chiama, e nulla appare fuor che la morte. Ma il cuore della nazione è come la forza delle sorgenti 77meraviglioso;

e tu rimani alzato nel conspetto della nazione con la tua parola eterna nella tua bocca respirante, col tuo potere eterno nel tuo pugno vivo; e la tua stagione sta su la nostra terra senza mutarsi; e la tua virtù è dentro le radici di nostra vita come il sale è nel mare, come la fecondità è nella nostra terra; e nulla di te perisce nei tempi ma la tua passione, ma il tuo furore, ma il tuo orgoglio e la tua fede e la tua pietà

e la tua estasi e tutta la tua grandezza dura nei tempi come 88dura la nostra terra.

Tu la vedesti col tuo profetico onniveggente occhio infiammato l’Italia bella, come una figura emersa dall’interno abisso del tuo dolore, creata dalla tua stessa fiamma, con i suoi monti, con i suoi piani, con i suoi fiumi, con i suoi laghi, con i suoi golfi, con le sue città ruggenti d’ire, l’Italia bella; e la tua rampogna la rifece sacra, la tua preghiera fece risplendere di purità le sue membra schiave; sì che sempre gli uomini vedran su lei bella il duplice splendore 99del cielo e del tuo verbo.

Sol nel tuo verbo è per noi la luce, o Rivelatore, sol nel tuo canto è per noi la forza, o Liberatore, sol nella tua melodia è la molt’anni lagrimata pace, o Consolatore, quando la cruda pena il veemente sdegno il duro spregio si fanno eguali alle più dolci cose della foresta primaverile

e la mano che torturò la carne immonda, che trattò la ghiaccia e il fuoco, la pece e il piombo, gli sterpi e i serpi, il fango e il sangue, tocca segrete corde e nel silenzio fa il divin concento 110ch’ella può sola.

Cammineremo noi ne’ tuoi cammini? O imperiale duce, o signore dei culmini, o insonne fabbro d’ale, per la notte che si profonda e per l’alba che ancor non sale noi t’invochiamo! Pel rancore dei forti che patiscono la vergogna, pel tremito delle vergini forze che opprime la menzogna, noi ti preghiamo! Per la quercia e per il lauro e per il ferro lampeggiante, per la vittoria e per la gloria e per la gioia e per le tue sante speranze, o tu che odi e vedi e sai, custode alto dei fati, o Dante, 121noi ti attendiamo!

Al Re Giovine

AL RE GIOVINE.

ELLA gran bandiera che agitarono i vènti marini a poppa della nave guerriera tutt’armata di ferro gigante 5contra i ferrei destini, nella gran bandiera di battaglia e di tempesta avvolgi il tuo padre esangue, coprigli la bianca testa, 10consacragli il petto forte con quella croce raggiante, o tu, della purpurea sorte erede, che navigavi il Mare, Giovine, che assunto dalla Morte 15fosti re nel Mare!

Avvolgi il tuo padre nell’insegna che attese la gloria sopra le acque così lungamente; componilo sul carro scemato 20del bronzo possente; dàgli a scorta mute squadre che in arme sognino la vittoria pel sangue non vendicato sul deserto ardente;

25nella luce dell’Urbe fatale, nel silenzio delle scorte e del tuo dolor regale, accompagna il tuo padre clemente, o tu che chiamato dalla Morte 30venisti dal Mare.

Accompagna il padre alla tomba ove già l’avo dorme, nel tempio sublime che alzò su colonne 35di granito la forza di Roma. La romba degli inni austeri come un turbine all’ultime cime rapisca i tuoi pensieri nuovi, oltre la tomba, oltre l’altare. 40E i grandi pensieri ti facciano insonne; e Roma e la sua Fortuna dalla chioma terribile ti facciano insonne, Giovine, che assunto dalla Morte 45fosti re nel Mare.

Tu non dormirai se il tuo cuore è degno che lo morda l’avvoltore violento;

tu non dormirai 50se de’ tuoi nervi indurati attorca tu la corda per l’arco che t’è innanzi lento; tu non dormirai se tu oda la voce dell’Urbe, 55sepolcrale e marina, non voce di volubili turbe ma d’immutabili fati, ma dell’anima eterna latina, o tu che chiamato dalla Morte 60venisti dal Mare.

Tu non dormirai se degni sieno i tuoi occhi di contemplar l’orizzonte che il Quirinal discopre 65al dominatore; tu non dormirai se le tue mani sien pronte alle lotte ed all’opre, alla spada ed al martello, 70a foggiar per la tua fronte un’altra corona di ferro col ferro d’un altro Salvatore sopra l’incudine d’un altare,

Giovine, che assunto dalla Morte 75fosti re nel Mare.

Non dormimmo noi nella notte solenne quando passò per l’ombra d’Italia il funereo convoglio 80che portava il buono infranto cuore. Non dormimmo. Ascoltammo gli eroi favellare nella notte ingombra. Ascoltammo il fragore dei carri nel vento d’estate. 85Tremammo. Più del cordoglio poterono le speranze alate. Per l’ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. Gravido di vita e di morte 90anelava il Mare.

Tremammo di forza chiusa e di volontà raccolta; fummo ebri d’un sogno virile. Sentimmo nei polsi robusti 95ardere la febbre civile. Sentimmo nel suolo profondo rivivere gli iddii vetusti.

Ebri di presagi augusti, vedemmo ancóra sul mondo 100splendere il latin sangue gentile. Ascoltammo gli indigeti eroi favellare nella notte ingombra. Seguimmo nell’ombra infinita il volo della Morte 105lungo il patrio Mare.

E dicemmo: “Passa lungo il patrio Mare, Maestà della Morte! Alza gli spirti; fa palpitare 110il popolo che veglia nella notte balenante. Genova ti saluta sul suo golfo magnifica e forte, coronata di baleni. 115La Spezia ti saluta, in vista dell’Alpe, austera e forte, coronata di baleni. Salutano il tuo passare le due madri delle navi, o Morte, 120veglianti sul Mare.

Più grande saluto

avesti tu mai? Ma, giunta alla mèta, tu avrai il saluto del Sole e di Roma. 125E il nuovo destino, segnato dal sangue regio, avrà nella nuova luce principio solenne.» Per l’ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. 130E dicemmo: «O Italia, o Italia, non ti vedremo noi su l’alba, per questo buon sangue che ti giova, per la divina prova di questa sacrificale morte, 135rifiorir nel Mare?„

E dicemmo: “O Italia, Italia sonnolente, alfine ti svegli tu dal tuo sonno vile? 140Ahi sì lungamente sotto il sole giaciuta con l’obbrobrio senile, tra le mani dei vegli scaltri che t’han polluta 145che di te han fatto strame docile all’ignavia loro

e d’ogni tuo nobile alloro una verga per batter la fame, non senti l’odor della morte? 150Oh nuova sul Mare!„

Così noi dicemmo, questo sognammo ascoltando il fragore dei carri nel vento d’estate per la funebre notte 155recanti alla tomba il re spento, al silenzio di Roma, alla pace. Questo pregò sotto il firmamento ingombro la nostra ansia seguace. Or chi sarà l’eroe che attendiamo, 160il pastor della stirpe ferace? Tendi l’arco, accendi la face, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte 165fosti re nel Mare!

T’elesse il Destino all’alta impresa combattuta. Guai se tu gli manchi! È perigliosa l’ora. 170Ma tu sai che il periglio

è la cintura pe’ fianchi dell’eroe. Dal sangue vermiglio fa che nasca un’aurora! La fortuna d’Italia 175prese l’ali sul campo d’una battaglia perduta. Ricòrdati d’un altro padre partito per un più triste esiglio, Giovine, che assunto dalla Morte 180fosti re nel Mare.

T’elesse il Destino. Ricòrdati del figliuol vinto che cavalcò quel giorno tra la Sesia e il Ticino 185verso il bianco maresciallo. Rifiorìa l’itala primavera tra i dolci fiumi; e il re sardo scese dal suo cavallo per segnare il duro patto. 190Tutto fu nemico intorno. Egli disse al suo cuore gagliardo: “Sopporta, o cuore, e spera!„ Ricòrdati di quel ritorno tu che chiamato dalla Morte 195venisti dal Mare.

Egli volle Roma, egli ebbe il Campidoglio, egli ha pace nel Tempio romano. Che vorrai tu sul tuo soglio? 200Quale altura è il tuo segno? Miri tu lontano? È largo quanto il tuo orgoglio il gesto della tua mano? Sai tu come sia bello il tuo regno? 205Conosci tu le sue sorgenti innumerevoli e la forza nuova o antica delle sue correnti? Ami tu il suo divino mare, Giovine, che assunto dalla Morte 210fosti re nel Mare?

T’elesse il Destino all’alta impresa audace. Tendi l’arco, accendi la face, colpisci, illumina, eroe latino! 215Venera il lauro, esalta il forte! Apri alla nostra virtù le porte dei dominii futuri! Ché, se il danno e la vergogna duri, quando l’ora sia venuta, 220tra i ribelli vedrai da vicino

anche colui che oggi ti saluta, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte 225fosti re nel Mare.

Alla memoria di Narciso e di Pilade Bronzetti

ALLA MEMORIA DI NARCISO E DI PILADE BRONZETTI

ANTA, o Verità redimita di quercia, canta oggi gli eroi al genio d’Italia che t’ode! Al popolo ardente di vita 5novella tu canta oggi i suoi leoni, il suo sangue più prode che corse la gleba feconda! Tu fa che fiammeggi nell’ode ciascuna ferita 10e lungi la fiamma s’effonda per tutte le prode, per tutte le cime, per tutta la patria sublime che freme di gloria sepolta!

15Canta, o Verità redimita di quercia, canta oggi gli eroi al genio d’Italia che ascolta!

Ma ascolta dall’ombra dei monti Trento, l’indomata 20figlia cui la corda non spegne la voce iterata che chiama che chiama la madre nell’orror notturno; e grida: “Ricorda 25tu prima dell’altre glorie la mia gloria oggi che su l’ardue fronti dell’Alpe volò la Vittoria e che l’Adige taciturno 30n’ebbe rinnovata promessa! Ricorda Castel di Morone, Tre Ponti con l’Aquila che dal Tifata piombò sul Volturno„.

35Canta dunque, pria che si parta la nova speranza da noi e si spenga il sùbito ardore, canta dunque il fior degli eroi,

il prode dei prodi 40che dorme leggero sul cuore di Brescia fedele, e l’emulo del re di Sparta con i suoi trecento, con i suoi trecento custodi 45che la dolce Campania tiene; canta oggi la gloria di Trento per lei consolare in catene del vano amor del van dolore, oggi che da mano servile 50la sua pura corona è sparta come fronda vile.

Come vil lordura dal tempio di Roma lo sgherro spazza quella corona pura 55che tesseano, ideal tesoro, (ancor dunque ai monti si sogna?) fedeltà più dura del ferro, speranza più ricca dell’oro. Giovi ella a crescere lo strame 60su cui la frode e la paura giaccion come buoi stracchi ruminando menzogna. Giovi ella a crescere il letame

che impingua l’annosa vergogna. 65Ma tu non piangere; tu sogna, anima chiusa, ancor nei tuoi monti. È alto il sole sul Fòro. Cantiamo gli eroi!

Non piangere. Aspetta nei monti; 70poi che non indarno nel libero azzurro sul Gianicolo, alto a cavallo, sta Colui che udisti a Tiarno per te su la via sfolgorata 75tonare col bronzo. Ma sogna. Come il bianco alburno celandosi sotto la scorza si fa vigor novo del tronco, nell’anima tua sempre alzata 80il sogno convertasi in forza. Non piangere. Sogna nei monti. Cantiamo la gesta obliata, Castel di Morone, Tre Ponti con l’Aquila che dal Tirata 85piombò sul Volturno.

Cantiamo la vetta ridente su l’antico fiume

esperto di strage, la vetta ridente di giovine sangue. 90Oh tumulo grande che gioiosamente di sé fece l’alta coorte! Ciascun combattente su la sua terribile ebrezza 95col sole e con l’aria sentiva il guardar leonino del Duce, dell’Onnipresente. Oh vendemmia di giovinezza più forte che il vino! 100Porpora d’autunno, porpora di morte su la dolce di uve Campania!

Non piangere, anima di Trento, la tua calpestata corona. 105Dimentica il male, se puoi. Non fare lamento. La tua madre non t’abbandona: ha il cuore profondo. Passano i Bonturi 110e il seguace lor gregge immondo. Durano gli eroi eterni nei fasti

d’Italia, e quel Dante che alzasti nel bronzo, al conspetto dell’Alpe 115dura solo più che le rupi, gran Mésso dei fati venturi, signore del Canto sul mondo. Passano i Bonturi e il seguace lor gregge immondo.

120Non fare lamento. Perdona pel lungo martirio di Dante, perdona pel chiuso dolore di Quegli che disse la grande parola. Sovvienti? Ei ti vide 125perduta, ei vide tanto sangue invano sparso, tanto fiore di libere vite invano reciso, Trieste come te perduta, 130come te perduta l’Istria, alla mercè del nemico le porte d’Italia, ottenuta Venezia con man di mendico, laggiù laggiù sola su l’Adria 135la macchia di Lissa, l’infamia, tutta l’onta; e disse: “Obbedisco„.

Ah ti sovvenga! Ti sovvenga ancora di Lui doloroso, col piombo nell’ossa dolenti, 140combusto dal fuoco di cento battaglie e pensoso già del vasto rogo che alzato ei volea sul selvaggio granito, al conspetto del mare, 145per dar la sua cenere ai vènti del suo mar selvaggio. Ei disse: “Ah ch’io venga ch’io venga anche all’ultima guerra! Legatemi sul mio cavallo. 150Ch’io veda brillare le stelle su la Verruca, oda al Quarnaro cantare i marinai d’Italia! Legatemi sul mio cavallo.„

Verrà, verrà sul suo cavallo, 155con giovine chioma. Torrà il nero e giallo vessillo dal suo sacro monte che serba il vestigio di Roma. Ridere su l’antica fronte 160vedrà le sue vergini stelle; più oltre, più oltre

verso le marine sorelle, anche udrà anche udrà nel Quarnaro i canti d’Italia sul vento. 165Non piangere, anima di Trento, la tua calpestata corona. Ribeviti il tuo pianto amaro. Dimentica il male, se puoi. Non fare lamento. Perdona. 170Prepara in silenzio gli eroi.

Per i marinai d'Italia morti in Cina

PER I MARINAI D’ITALIA MORTI IN CINA.

HI ti vide col suo cuore puro, o Italia liberata, detersa dal sangue e dal pianto, dalla polve e dal sudore, 5dopo l’alta gesta, alzata nel mare nel sole nel canto?

Chi ti vide, dopo l’alta gesta, vivere nel mare col grande tuo corpo fecondo? 10Chi sentì nella tua calda giovinezza palpitare l’antica speranza del mondo?

Forse i figli, forse i figli tuoi migliori, i marinai 15su l’acque remote, nei porti strani, gli umili tuoi figli che non sai né rivedrai, ti videro e caddero morti.

Ah ti videro più bella 20essi, i tuoi semplici eroi, negli ultimi palpiti sacri! Canterò oggi, per quella tua bellezza, se tu m’odi, il pianto di tutte le madri.

25Ecco, una madre nell’antica Ichnusa dei pastori, nell’isola diserta che stampa sul Tirreno dalla Nurra al Campidano sua durabile orma, ecco, la madre che filò la nera 30e bianca lana, ecco, la madre a sera vien sulla soglia con la nuora pregna, quando le greggi tornan di pastura. Sta su la soglia con la nuora, e conta le stelle prime nell’aria serena, 35nell’aria dolce ove il colmigno fuma; e sta con nel suo cor la sua preghiera;

e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta. E guarda verso il mare la Caprera 40ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l’onda; e guarda l’ombra della Maddalena, sul dolce mare un’ombra di guerriera che tutta armata a guerreggiare è pronta. 45E prega, ignara della sua sciagura, e prega e dice: “Chi me l’assicura? Tu, Vergine Maria, Vergine pura, tu guardalo dal male e tu l’aiuta! T’accenderò quant’io potrò di cera, 50quant’io potrò d’oliva, se sventura non gli accade, se salvo mi ritorna. Guardalo, Vergine, alla madre sua, guardalo alla sua madre e alla sua donna. Dov’è, dov’è? Che fa egli a quest’ora, 55il buono figliuol mio, mentre che annotta? Lo rivedemmo ch’era primavera. La rondine non era anco venuta. Giunse improvviso, giunsemi alla porta gridando: “O madre, o madre, apri la porta!„ 60Eri al telaio sotto la lucerna...„ A lungo a lungo ella così racconta al cuore che ben sa, che ben ricorda,

che ben ricorda ch’era primavera. Così racconta la madre canuta; 65e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta; e guarda verso il mare la Caprera ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l’onda. 70E un’altra madre viene su la soglia d’un’altra casa e guarda un’altra altura e un altro mare, il mar di Siracusa e l’Etna grande che nell’ombra fuma; e prega in cuore e dice: “O creatura 75del sangue mio, quando ti rivedrò?„ Odorano le selve alla riviera con frutta d’oro; cantano alla luna le ciurme prima ch’ella si nasconda: trema la rete, palpita la vela. 80E un’altra madre viene su la soglia d’un’altra casa, là nella remota Italia, là sul Garda ove Peschiera sorge custode nella sua cintura forte, ove il Mincio memore saluta 85i campi di battaglia. E un’altra ancora prega in silenzio e guarda la pianura tra l’Oglio e l’Adda ove la primavera fu cerula di molto lino. E ancora

un'altra prega dalla pampinosa 90rama dei Monti d’Alba, dalla volsca Velletri che disotto le sue mura vide un mattino tempestar fra l’onda dei cavalli il Leone ebro di Roma. E un’altra ancora sta su la picena 95spiaggia, di là dal Tronto, e si ricorda del bel naviglio che la prima volta portò il fanciullo a Spàlato, a Gravosa, a Sebenico, alla latina sponda cui San Marco legò la sua galera; 100e prega in cuore e dice: “O creatura delle mie pene, non ti rivedrò?„ Sì penano le madri in su la sera al novilunio, alla dolce frescura. E non, di qua dal Tronto, nella terra 105d’Abruzzi, nella terra ove riposano i miei maggiori con la rugginosa àncora di speranza e di fortuna, non prega qualche madre per ventura guardando su la placida Maiella 110tramontare la falce della luna? Guarda greggi passare ad una ad una lungh’esso il lito andando alla pianura dell’Apulia, ai lor paschi, dall’altura del Sannio che laggiù si fa nevosa; 115

migrar le greggi per la via saputa dai primi avi la madre guarda, muta presso la casa ove restò la cuna antica per la nova genitura, la madre veneranda cui virtù 120di nostra prima gente in grembo dura; e prega in cuore e dice: “O creatura, creatura, che fai mentre che annotta? Se sei grondante, ora chi ti rasciuga? Forse hai tu sete, e la vigna ha tanta uva! 125Figlio, che fai? Pensi alla madre tua? Pensi alla madre tua che non t’aiuta?„ E guarda pel sentiere che s’oscura, e il cor le stringe sùbita paura. Tramontata è la falce della luna; 130nell’ombra intorno altro non v’è che luca se non il ferro pronto all’aratura. È il mésso quei che per l’erta s’indugia? Gran silenzio negli alberi s’aduna. La madre ascolta, non respira più. 135S’ode il campano in lontananza ancóra, della greggia che valica la duna; s’ode il passo per l’erta che s’oscura. La madre attende, non palpita più.

Morti sono i figli, morti 140

sono i figli, morti sono i figli alla guerra lontana. Pochi erano contro molti. Essi avean pel suolo ignoto lasciata la nave lontana.

145Morti come sopra il ponte della nave, come sanno marinai dovunque morire. Non il fiume, non il monte, non il piano, essi non hanno 150veduto la casa e il confine.

Veduto non han Gallura né il Mar Ligure né l’Adria morendo su l’orride porte, ma veduto han la figura 155grande e sola della Patria risplendere sopra la morte.

Veduto non hanno i Monti d’Alba o l’Etna, non Peschiera né il Garda, ma l’unica Italia. 160Morti sono i figli, morti sono intorno alla bandiera d’Italia d’Italia d’Italia.

A Roma

A ROMA

UREA Roma, sia testimone dal ciel di settembre la faccia del Sole che mai cosa più grande di te visitò nell’alterno Orbe; 5sieno testimoni dal confino dell’Agro il Soratte santo apollineo con le sue corone di nubi e il Cimino proclive che dal Tevere al Mare 10tende le sue cerulee braccia; e testimoni sieno i Monti d’Alba pampinei ridenti al cielo dai profondi occhi dei laghi; e il divino 15Agro che tace, co’ suoi armenti irti, co’ suoi pastori biformi dall’aspetto umano ed equino, l’erbifero sepolcro dei regni sia oggi testimone al canto 20che memora il detto sibillino.

“Manca la Madre„ disse il carme euboico al sacerdote. O Roma, guerriera senz’arme, ti manca l’universa Idea

25che sorga, su l’ombre oblique, su le forme vuote di alito, su le cloache ingombre di uomini, generatrice. Manca la Grande Madre. Ti manca 30il vergine eroe, il nepote ultimo del magnanimo Enea, che con la sua man pura la tragga vivente alle tue mura auguste e instituisca la Festa 35nova e inizii la nova Epopea. L’ancile di Marte è scodella al mezzano; la meretrice è addetta al fuoco di Vesta; del tuo Campidoglio non resta, 40o Roma, che la Rupe Tarpea.

Ma, sotto il ciel settembrale che riversa il suo calice d’oro ampio dal Celio al Viminale dal Gianicola al Vaticano 45dall’Anfiteatro al Fòro, nel dì fausto dell’alta conquista, cantiamo l’avvento fatale, su la torbida acqua corrotta chiamando l’imagine prisca.

50Contro l’un concistoro che ciancia baratta confisca e l’altro che munge il tesoro di Pietro per l’anima ghiotta, alziamo la statua ideale. 55Sorse fervido il popolo quando intese il responso canoro: “Manca la Madre. O Romano, che tu chieda la Madre io comando. Com’ella venga, addotta 60sia da una pura mano.„

Venne la Magna Madre su la nave alla foce del fiume biondo; e nel limo ristette, immota, incrollabile come 65una rupe. I cavalieri, il senato, la plebe di Roma, le vergini del fuoco santo accorsero in turba alla foce del fiume incontro alla veneranda 70Ospite. Ed era ne’ cuori letizia. Ma stava nel vado limoso la carena immota simile a una rupestre isola. Legarono all’alta

75prora una fune gli uomini forti e fecero gran forza di braccia, e con voci iterate aiutavano eglino la vana opera, a trarre la nave 80dipinta nel Tevere biondo.

Ma sedeva la Magna Madre incrollabile sopra la tolda, con la sua corona di mura su le chiome che fingono i flutti 85del ponto e i solchi dell’agro, con le sue mani invitte benefiche di beni infiniti prone su le ginocchia più salde che le roveri annose nei monti; 90al conspetto del popolo grande sedeva la Madre dell’aurea fecondità, la nutrice dei mortali e degli immortali, la donatrice delle semenze 95ineffabili, la dea che moltiplica il sangue animoso, edifica le chiare città, conduce i pensieri i timoni gli aratri, errante

100sonante in circoli immensi.

E la forza degli uomini forti s’accrebbe di tutta la plebe romana, s’accrebbe di tutti i cavalieri romani. E tutti le braccia davano alla fune 105ritorta e iteravan le voci al travaglio, ma indarno; ché stava immota nel vado la dipinta carena e il simulacro sublime splendeva sopra la tolda 110nell’aer salino tacente. Attonita interruppe il conato la moltitudine e tacque pavida innanzi al prodigio con supplice cuore. S’udiva 115fluire il Tevere biondo, addurre all’imperio del Mare la maestà di Roma. Tra il popolo supplice, allora 120s’avanzò Claudia Quinta vestale.

Offendeva lei casta il sospetto del volgo, iniquo rumore. S’avanzò Claudia Quinta e con mani

pure attinse l’acqua del fiume; 125tre volte il capo s’asperse, tre volte levò al cielo le palme; prona nel suo crine giacente, invocò a gran voce la dea. Quindi, alzata, legò il suo cinto 130alla prora e con lene fatica trasse la Magna Madre nel fiume, trasse la Madre dell’eterna fecondità verso l’arce eterna dell’Urbe. Tonarono i petti 135romani; sanguinò la bianca giovenca dinanzi alla poppa coronata. Sedente sul plaustro de’ buoi la Turrigera, addotta da virtù di vergine pura, 140entrò per la porta Capena.

Così, o Roma nostra, negli anni verrà non dal Dindimo ululante, non pietra esculta in nave dipinta pel Mediterraneo Mare, 145verrà dagli oceani lontani ove la vita allaccia la vita d’isola in isola per correnti misteriose di voleri

umani e di sogni umani 150che cercano le novelle forme, verrà dai continenti immensi ove ancora dorme la ricchezza nei misteri delle montagne e delle lande 155promessa agli insonni messaggeri, verrà dai confini del mondo con l’impeto degli elementi e con l’ordine dei pensieri, verrà dall’alto e dal profondo 160la Potenza in cui sola tu speri.

Così, o Roma nostra, nei tempi un vergine eroe di tua stirpe così la trarrà alle tue mura. Non carena immobile in sirte 165limosa, non simulacro già venerato in templi estranei trarrà la man pura, ma la Potenza umana, ma il sacro spirito nato dal cuore 170dei popoli in pace ed in guerra, ma la gloria della Terra nel divino fervore della volontà che la scopre

e la trasfigura 175per innumerevoli opre di luce e d’ombra, d’amore e d’odio, di vita e di morte, ma la bellezza della sorte umana, dell’uomo che cerca 180il dio nella sua creatura.

Però che in te, come in un’impronta indistruttibile, debba la Potenza dell’Uomo assumere forma ed effigie, 185instituita nel Campidoglio e nel Foro, di contro all’Onta dell’Uomo, su le vestigie della forza e dell’orgoglio che chiesero la Grande Madre 190alle montagne frigie per lei custodir nelle tue sacre mura che sole credevi tu degne di chiudere l’altrice universa quantunque sì brevi. 195O Roma, o Roma, in te sola, nel cerchio delle tue sette cime, le discordi miriadi umane troveranno ancor l’ampia e sublime

unità. Darai tu il novo pane 200dicendo la nova parola.

Quel che gli uomini avranno pensato sognato operato sofferto goduto nell’immensa Terra, tanti pensieri, tanti sogni, 205tante opere, tanti dolori, tante gioie, ed ogni diritto riconosciuto ed ogni mistero discoperto ed ogni libro aperto 210nel giro dell’immensa Terra, tutte le speranze umane volanti da porti sonori, tutte le bellezze umane cantanti per boschi d’allori, 215vestiranno le forme sovrane, appariranno alla luce eterna, o Roma, o Roma, in te sola. Ai liberi ai forti materna, o dea, spezzerai tu il novo pane 220dicendo la nova parola.

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