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Achille Argentino
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Nato a Sant’Angelo dei Lombardi nel Principato Ultericre, l’Argentino ha studiato matematiche ed è divenuto in breve un distinto ingegnere.
Lo slancio del suo patriottismo, l’ardore delle sue aspirazioni verso la libertà, l’odio implacabile da lui giurato contro la tirannia, avendolo reso sospetto, fu implicato nel famoso processo intentato contro la setta degli unitari.
Condannato a 19 anni di ferri, lo si imprigionò nel l’isola di Procida ove ebbe a subire inauditi trattamenti. Non contento di martirizzare gli apostoli dell’emancipazione italiana, Ferdinando II tento di avvilirli col prometter loro la grazia, basta che la domandas sero in ginocchione con le mani giunte. «Piuttosto la morte!» gridò l’Argentino, ed allora i rigori raddoppiarono contro di esso, — ma le spesse muraglie delle segrete di Nisida, non permisero che si udisse sfuggire il suono dei lamenti.
Quando finalmente le sue catene furono spezzate egli doveva esser condotto in America insieme agli Spaventa, ai Poerio e agl’Imbriani, e molte altre vittime della tirannia borbonica; ma gli esiliati sep pero comandare al capitano straniero del legno che li trasportava e riuscirono ad ottenere d’essere sbar cati in Irlanda.
Essendosi subito condotto in Piemonte, vi pubblicò un opuscolo da lui composto in prigione. Questo libro scritto col più gran fuoco è concepito benissimo, esso fa appello alla concordia e invita gl’Italiani di tutte le provincie ad aggrupparsi francamente e senza esi tanza, intorno alla dinastia di Vittorio Emanuele.
Non è forse così che si è realizzata l’intera unificazione d’Italia? Non è così che Roma e Venezia pure, saranno salve e unite per sempre alle altre metropoli sorelle, delle quali divisero un tempo la celebrità?
Ma l’Argentino non era uomo da limitarsi a servire colla penna soltanto la patria; non appena egli seppe che si preparava l’ardita spedizione capitanata da Garibaldi per aiutare la Sicilia a scuotere l’odioso giogo borbonico, che volle farne parte e dopo una navigazione che ognun sa come fosse prospera, riuscì provvidenzialmente a mettere il piede sul suolo siculo dinanzi a Marsala.
Ma non ripeteremo qui la gloriosa maniera colla quale quel pugno di eroi, riusci a penetrare nell’interno dell’isola, sgominando le numerose truppe borboniche, che si azzardavano a contender loro il passo. Quella spedizione fruttò all’Italia quelle due gemme preziosissime, che sono il Napoletano e la Sicilia.
L’Argentino faceva la campagna nella qualità di maggiore del genio, rendendo importanti servigi; dopo la caduta di Messina, egli dette la propria dimissione.
A Napoli alcuni mesi dopo si offriva all’Argentino il posto di capo divisione nel ministero dell’interno, posto che egli rifiutava per potere accettare il mandato di rappresentante al Parlamento nazionale, al quale fu eletto dal collegio di Melfi.
Nella Camera l’Argentino si è unito alla grande maggioranza cavouriana, nella quale ha votato anche dopo che il ministro Ricasoli è salito al potere, restando fedele all’onorevole barone anche dopo la caduta del ministero da esso presieduto, facendo parte in questa guisa di una frazione distinta della maggioranza stessa.
L’Argentino non è di quei deputati che prendano spesso la parola, che si può piuttosto asseverare non averla esso quasi giammai chiesta; ma è però molto laborioso, e presta negli uffici della Camera l’opera sua con molta attività,ed è spesso nominato membro d’importanti commissioni.
Achille Bernardi
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È nato in Brà il 12 maggio del 1823 da Giovan Battista e Rosa Merlo, che fu donna di non comune ingegno. Abbandonato negli anni infantili il luogo che accidentalmente l’aveva veduto nascere, per seguire il genitore a Nizza marittima, ove questi ebbe carica di regio insinuatore, fece colà i primi studî seguendo il corso delle pubbliche scuole che erano rette dai gesuiti.
La franchezza, però, e l’ingenita indipendenza del suo carattere mal potendo piegarsi alle gesuitiche discipline, convenne ch’ei lasciasse la propria famiglia all’età di dodici anni per far ritorno in Piemonte e seguitar quivi gli studî.
Traslocato il padre in Novara, il Bernardi, raggiuntolo, potè al suo fianco per tre anni imparar legge, non senza però che gli accadesse di aver nuovi e gravi contrasti col celebre padre Beorchia, di cui fa parola il nel suo Gesuita moderno, e ch’era colà rettore de’ gesuiti e prefetto agli studî.
Nel 1844 si laureò il Bernardi in Torino, quindi tornato in Novara vi attese per qualche tempo alla pratica forense presso il cavaliere Giovannetti, poscia si restituì e fissò definitivamente a Torino, ove per ben cinque anni fece pratiche legali presso l’avvocato , nel cui studio si ebbe a compagno il deputato . Il Cornero è stato maestro a Rattazzi e a molti altri dotti giureconsulti ed uomini politici, tra i quali non può tralasciarsi di annoverare il di compianta memoria.
Dotato dei sentimenti che gli conosciamo ed allevato a tale scuola non fa meraviglia se l’avvocato Bernardi fece la più lieta accoglienza alle libere istituzioni inaugurate in Piemonte nel 1848.
Iscritto al circolo politico di cui fece parte un Pareto, un Gioja, un , un , prese più d’una volta parte alle discussioni con tutto l’ardore dell’animo giovanile, ma nemico ad un tempo delle politiche intemperanze, si ritirò dal circolo stesso non appena si accorse che lo spirito di setta vi divenia prevalente.
Dedicatosi col maggiore impegno ad esercitare la nobile sua professione, coltivò con successo dapprima la parte criminale, quindi venne poco a poco abbandonandola per darsi esclusivamente alla trattazione dei civili affari, ed agli studî suoi prediletti politici ed economici, de’ quali è appassionato cultore.
La valle di Varajta, patria degli autori de’ suoi giorni, che già lo eleggeva a consigliere provinciale, lo mandò suo rappresentante al Parlamento nelle elezioni generali del corrente anno.
D’animo schiettamente liberale ed indipendente, egli è stato sostenitore alla Camera dell’attual ministero in ciò che riguarda la politica estera; più d’una volta però gli si è dichiarato oppositore intorno a varie questioni d’amministrazione interna. Laboriosissimo per abitudine, non solo lo abbiam sempre veduto assiduo alle tornate del Parlamento, ma assistè pur sempre alle riunioni degli ufficî, ove prese parte attivissima alle discussioni de’ progetti di legge.
Valendosi dell’iniziativa parlamentare, fece la proposta di una medaglia commemorativa da distribuirsi a coloro che avevan preso parte alle battaglie combattute per l’italiano riscatto, proposta che fu avversata per ragioni economiche dal ministero, e che a debole maggioranza venne respinta.
Propose altresì la sospensione del Codice di procedura, ma non ebbe poi a svolgere tale proposta, già ammessa alla lettura, per avere in via di conciliazione il ministro guardasigilli aderito a introdurre vari emendamenti nel codice stesso, per cui adunatasi apposita commissione, presieduta dallo stesso ministro, e della quale il Bernardi fu chiamato a far parte, si formulò un progetto di varie riforme, che venne presentato al Parlamento, ma che a motivo della proroga della Camera non potè per anco esser posto in discussione.
L’avvocato Bernardi siede al centro sinistro.
Adriano Mari
Abile giureconsulto toscano, egli si è di buon ora dedicato al servizio della patria, adoperandosi nella propria sfera, e secondo i proprî mezzi, onde si potesse un giorno raggiunger la meta, che ogni buon italiano erasi prefisso.
L’ingegno e l’abilità che appartenevano in dose uguale al Mari, fecero sì che egli potesse rapidamente farsi conoscere favorevolmente nel proprio paese, e gli cattivarono l’amicizia e la stima ai tutti i più ragguardevoli personaggi di esso.
Quindi è che una volta cacciato di Toscana quel sovrano il quale voleva impedirne gli slanci irresistibili dell’amor patrio, il Mari fece parte dell’assemblea legislativa dello Stato risorto, e più tardi, quando l’annessione di esso, al novello regno italiano ebbe luogo, i proprî concittadini lo elessero a rappresentante al Parlamento nazionale, ove il Mari, non ha tardato a darsi a conoscere per valente nella giurisprudenza non solo, ma anche nelle più importanti quistioni di economia e d’amministrazione.
È da deplorarsi, che le numerose occupazioni che troppo spesso lo ritengono lontano dalla Camera, gli impediscano di partecipare ai lavori di essa, come saprebbe e potrebbe. Ad ogni modo, molte delle più ragguardevoli leggi finanziarie e politiche, sono state prese in serio esame da esso, sia in seno alle commissioni di cui lo si era chiamato a far parte, sia nelle pubbliche discussioni.
Agostino Depretis
Avvocato, senza che mai abbia esercitata la professione, il Depretis si è di buon ora messo nella carriera politica, e non ha poco contribuito, mediante la sua collaborazione data alla redazione di giornali alquanto avanzati, a operare il movimento piemontese dei 1848, dal quale scaturì lo , che doveva un giorno venire esteso a tutta quanta l’Italia.
Eletto deputato il Depretis, siede alla sinistra accanto ai Valerio, ai Pescatore, ai Brofferio, e ad altri che sparvero poscia dall’agone parlamentare, facendosi sostenitore delle dottrine le più democratiche. Poco a poco coll’andar del tempo, e col maturare della riflessione quell’estremo ardore si calmò alquanto, e dette luogo ad un opposizione più moderata e concilievole.
Il che fra le tante sue abilità possedeva in sommo grado quella di sapersi amicare gli animi degli uomini, i quali per principî sembravano essergli più avversi, valse a rendersi amico il Depretis che spesso sorgeva nell’aula parlamentare a contraddire alle sue proposte. Tanto che quando venne il 1859, e i Francesi calarono dalle Alpi, dopo che già gli Austriaci avevano oltrepassato il Ticino, il Depretis ebbe nomina di commissario straordinario in una delle provincie minacciate dall’invasione nemica, e più tardi nel 1860, quando si trattò di venire ad una composizione col , onde affermare la conquista della Sicilia al regno Sabaudo, il Depretis fu dal grande uomo di Stato spedito colà, onde regger il paese in qualità di prodittatore, fino al momento in cui l’annessione potesse esser sancita dal plebiscito. Se non che, malgrado Garibaldi professasse pel Depretis istima e amicizia, non fu possibile a quest’ultimo di restare d’accordo con esso lui, a causa delle istruzioni che avea ricevute a Torino, e ch’eragli pur d’uopo seguire, le quali non potevano in verun modo andare a genio al vincitore di Milazzo, cui premeva di fornirsi delle risorse opportune ad operare una pronta discesa sul continente napoletano.
Il Depretis quindi dovette tornarsene a Torino, ove riprese il suo posto nella quasi sinistra, sorgendo soltanto a dare alcune spiegazioni sul suo operato provocate dalle discussioni ch’ebbero luogo sulle situazioni delle provincie meridionali.
Intanto moriva il conte di Cavour, a questi succedeva il , ed al Ricasoli veniva sostituito il ; il quale, essendo sorto al potere dietro l’appoggio ostensibile della sinistra, compresovi l’estremissima, colla quale si seppe poi, per le rivelazioni del , quali accordi avesse stabilito; ha per caparra della sua buona intelligenza con questo partito e con Garibaldi confidato al Depretis il portafogli dei lavori pubblici.
Fu una scelta questa che sorprese tutti, non già per le qualità del Depretis di uomo dell’opposizione, chè l’opposizione del Depretis a niuno metteva sgomento, come quella che non era il men del mondo sovversiva, ma perchè appunto gli si dava a reggere un dipartimento che non aveva titoli sufficienti, agli occhi del pubblico almeno, per amministrare. Ma il Depretis si chiamò accanto il , uomo di un abilità incontestabile, e aiutato d’altronde dalla propria intelligenza che non saprebbe essere messa in dubbio, si tirò benissimo d’affare.
Caduto il ministero Rattazzi, il Depretis tornò ad essere semplice deputato.
E qui è necessario gli si tributino quelle lodi che egli ampiamente merita, per lo zelo indefesso col quale assiste sì negli uffici, che nelle pubbliche adunanze, ai lavori parlamentari.
Il Depretis è uno di quei oratori di cui si può dire che la parola abbiasi ad ascoltare con frutto. Nè questo ci sembra, sia piccolo elogio.
Agostino Petitti Bagliani di Roreto
È nato in Piemonte ed è allievo dell’Accademia militare di Torino, uscito dalla quale col grado d’ufficiale, è entrato nello stato-maggiore generale dell’armata.
Ha servito con distinzione durante la campagna d’Italia nel 1848, e in Crimea nel 1854. — Il generale , accettando il portafogli della guerra, lo chiamò al posto di segretario generale nel quale rimase fino a che il La-Marmora restò ministro.
Eletto deputato, fu promosso al grado di generale di brigata dopo la campagna del 1859.
Il , incaricato dal Re della formazione del ministero, poi che il gabinetto presieduto dal ebbe date le sue dimissioni, chiamò alla testa del dipartimento della guerra il generale Petitti, che non vi fece, nel breve spazio di tempo rimastovi, cattiva prova.
La misura da esso presa, od almeno accettata, della fusione dei quadri dell’armata meridionale in quelli della regolare, dette troppo felici risultamenti perchè non abbiasi a vivamente approvare.
Il generale La-Marmora, incaricato a sua volta dopo i funesti casi di Torino, della formazione di un gabinetto, ha chiamato a farne parte il suo antico segre- tario generale, confidandogli il portafogli ch’egli stesso ha tenuto per così lungo tempo.
Il generale Petitti, promosso recentemente a luogotenente generale, prende di rado la parola nella Camera, ed anzi lo fa soltanto quando vi è costretto da qualche interpellanza o pel bisogno di dare indispensabili spiegazioni; del che non possiamo certo rimproverarlo.
Agostino Plutino
È nativo di Reggio in Calabria, e non saprebbe darsi più caldo e più leale patriotta di lui.
Compromesso per la parte da esso presa ai movimenti politici di quell’italianissima provincia convennegli emigrare e rifugiarsi in Piemonte, ove pose ferma stanza in Torino che divenne una seconda patria per esso.
In questa città, il Plutino strinse numerose relazioni, ed ebbe campo di farsi apprezzare ed amare da molti.
Quando giunse il giorno in cui, l’Italia meridionale scosse il giogo dell’oppressore borbonico e risorse a novella vita, il Plutino che si era energicamente impiegato onde trovasse in Calabria tutti quelli aiuti i quali potessero meglio giovargli all’intento di liberare la patria terra dal dominio tirrannico dell’odiata monarchia, venne eletto, a grandissima maggioranza, deputato al Parlamento nazionale, in cui fin dal primo momento nel quale prese la parola, egli la generale attenzione, per quel suo modo di dire franco e schietto, ma originale e umoristico, il quale è di un genere tutto suo speciale e inimitabile.
Il Plutino, siede alla sinistra, ma non vota che raramente con questa; egli è francamente costituzionale e il suo suffragio è da lui dato, in generale, con molta indipendenza.
Al lettore
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Un libro qual si è questo che ora presentiamo al Pubblico, non abbisogna d’introduzione, nè di prefazione propriamente detta.
Avremmo per avventura potuto gettare un colpo d’occhio generale sugl’importantissimi avvenimenti che sono accaduti in questi ultimi due anni in Italia, e tracciarne un rapido cenno storico; ma ci è sembrato per lo meno superfluo il tentarlo.
A che gioverebbe difatti una tronca e pallida narrazione delle colossali vicissitudini, mediante le quali il caos italiano finalmente si svolge, e dimezzo al trambusto e allo strano mischiarsi ancora d’elementi eterogenei, comincia a lasciar apparire, sul fondo azzurro d’un cielo senza nubi, una radiosa figura di donna, che ha la nobile fronte cinta di regale corona, regge colla sinistra mano tutti gli attributi delle scienze, delle arti belle e dell’utili, e colla destra, la Dio mercè, impugna una spada?
Non ci accingiamo noi forse a porre in focena gli autori sublimi di questa splendida metamorfosi?
Non siamo in procinto di presentarvi i Pigmalioni di questa nuova e divina creatura?
Dirvi la vita di molti di essi, parlarvi delle loro opere, descrivervi le loro gesta, additarvi lo scopo eccelso cui essi tendevano, narrarvi come l’abbian raggiunto, non è dettare, seguendo norme sicure, appoggiandosi a irrecusabili fatti, l’istoria de’ nostri tempi?
Chi verrà dopo di noi si prevarrà del nostro libro, chè se noi facciamo opera gradita ai presenti, la facciamo, ci pare, non meno proficua ai futuri, i quali, scorrendo le pagine del Primo Parlamento, apprenderanno a giudicare e a stimare secondo il vero loro merito molte di queste integre, virtuose, o stupende individualità, che, in mezzo al confuso agitarsi della folla, non ispiccano e giganteggiano agli occhi de’ contemporanei, come il faranno un giorno a quelli de’ posteri.
Non già che abbiam noi la pretesa di collocarle su quell’elevato piedistallo sul quale esse troneggeranno un dì, mentre sappiamo spettar questo all’azione immanchevole quanto lenta del tempo, che solo può abbattere i falsi idoli, spingere le nullità nell’oblio, e così dar modo e campo ai veri grandi di mostrarsi in tutta la loro grandezza; ma ci prefiggiamo di studiare con amore, e di analizzare con estrema accuratezza quelle monumentali esistenze, e cooperare di questa guisa a eternarle.
Ed ora, prima d’entrar nell’aringo, prima d’incominciare con tutto il fervore, con tutto il raccoglimento l’opera nostra, consci dell’alta rilevanza di essa, ci si permetta di far osservare che la nostra posizione affatto indipendente, la nostra vita, vissuta accanto, piuttostochè in mezzo alla vita pubblica, l’esser noi scevri d’ogni ambizione, alieni per carattere dal prender parte attiva — altrimenti che con la penna, e in certi quai modi — alle faccende pubbliche, ci dà dritto e ragione di re- putarci idonei quant’altri mai alla difficilissima impresa.
Spirito di partito non ne accieca, non ci muovono secondi fini, non ci alletta guadagno, non temiamo perdita alcuna.
Narriamo semplicemente e con tutta imparzialità fatti che ci siamo adoprati e ci adopriamo a constatare e a verificare per quanto il sappiamo e possiamo; e ciò rimontando alle sorgenti, interrogando la persona stessa cui essi riguardano, gli amici, gl’indifferenti, gli avversi.
Non animosi nel biasmo, non entusiastici nella lode, lasciamo che il lettore apprezzi più che non ci permettiamo noi d’apprezzare.
Non negligiamo niente e nessuno. Taluni avvenimenti che pajono a prima vista di lieve interesse, possono — e chi nol sa? — produrre in un’epoca più o meno remota importantissimi effetti; certe individualità che potrebbero sembrare insignificanti od oscure, sono utili nella propria sfera; non men che le più brillanti nella loro, o lasciano, a chi ben le disamini, scorgere una virtù che per essere ignorata non è meno pregevole, o appalesano il germe di qualità e di talenti, che, messi in evidenza, possono svilupparsi e applicarsi a gran profitto del patrio incremento.
Diremo di più: le condizioni politiche del nostro paese, le barriere che dividevano uno Stato dall’altro, la mancanza pressochè assoluta in molte italiane provincie di vita pubblica, la deficienza o la nullità della stampa, sopratutto periodica, hanno impedito fino ad ora che numerevoli personaggi, pieni di merito e di valore, siensi resi noti, e sieno tenuti in pregio oltre l’angustia cerchia de’ loro intimi conoscenti e conterranei. Vari di questi personaggi seggono oggi nelle due Camere, e quasi reciprocamente s’ignorano; chi non comprende esser merito precipuo dell’opera nostra il prenderli in certa qual guisa per mano, onde presentarli gli uni agli altri, onde mostrare all’Italia ch’ella possiede in essi figli non indegni di starsi a fianco dei , dei , dei e dei ?
Questo per ciò che riguarda l’andamento morale, per così dire, del nostro libro. In quanto al materiale, cioè in quanto al modo nel quale lo venghiamo scrivendo e pubblicando, non crediamo superfluo avvertire che le biografie dei Senatori e Deputati sono disposte per ordine alfabetico, sebbene dobbiamo aggiungere che un tal ordine non può esser sempre rigorosamente serbato, avvegnachè non sempre le notizie e gli schiarimenti che ci occorrono per compilare la vita di taluno degli onorevoli membri delle due Camere possano venir da noi raccolti con quella maggior prontezza che brameremmo. In tali casi, siccome si comprende che non ci sia dato ritardare o interrompere il corso della pubblicazione, ci vediamo costretti a lievemente intervenire l’ordine sovraenunciato; il che, una volta prevenuto il lettore del motivo, non saprebbe sorprendere nè offrire inconveniente veruno.
Circa ai ritratti, essendo impressi su tavole distaccate dal testo, e potendo quindi collocarsi laddove meglio aggrada, l’editore si riserva piena e intera libertà nell’ordine della pubblicazione, giacchè in questa parte non è in potere suo di assoggettare il lavoro ad un ordine prestabilito; affermeremo solo che ben pochi di tali ritratti lasceranno desiderio di più perfetta rassomiglianza, come quelli che quasi in totalità sono stati copiati da nitidissime fotografie.
Milano, maggio 1860.
Alberto Cavalletto
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Nacque in Padova nel 1815 da famiglia commerciante. Studiò matematiche, e laureato entrò nel corpo degl’ingegneri idraulici e delle pubbliche costruzioni. Ricevette incarichi di pubblici lavori, ed in occasione di minacciose fiumane mostrò scienza, coraggio ed attività tali che valsero a liberare dall’imminente inondazione grosse borgate ed estese campagne; n’ebbe a compenso il plauso e la riconoscenza dei cittadini, elogi ed avanzamenti dal governo.
Attendeva da circa dodici anni assiduamente a tali incarichi e agli studî idraulici, quando scoppiò la rivoluzione del 1848; e i sentimenti di caldissimo amor patrio nudriti dal Cavalletto poterono liberamente erompere ed espandersi. Arringò più volte i suoi concittadini, animandoli a levarsi in armi, e formatisi poi alcuni battaglioni di volontari, si recò con essi contro gli Austriaci a Montebello vicentino, a Vicenza, e finalmente in Venezia, ove il corpo Brenta e Bacchiglione, di cui fu nominato maggiore, prestò valido servizio nella lunga difesa di quella infelice ed eroica città. Fu pure eletto deputato e siedette nel Parlamento veneto.
Caduta Venezia ritornava il Cavalletto in Padova ove si pose ad esercire quale ingegnere civile, rifiutando le offerte di quel Delegato che gli prometteva il posto altra volta occupato nell’ufficio idraulico.
Così viveva nello studio, fidando in tempi migliori per la causa italiana, quando un incaricato del comitato insurrezionale creatosi in Venezia venne a chiedergli l’opera sua nella sognata impresa. Ammirò il Cavalletto l’ardimento e lo scopo, ma non poteva approvare i mezzi, nè aver fiducia nell’esito; e fatte al messo giudiziose considerazioni sull’ordinario fallire delle congiure, lo accomiatò, consigliando la continuazione dell’aperta e generale resistenza, e promettendogli che si sarebbero riveduti. Molti funesti accidenti ed alcune imprudenze fecero sì che la polizia austriaca venisse in sospetto di qualche trama, e infine avesse una noia dei più compromessi.
Accadevano giornalmente casi di arresto; gli amici di Cavalletto lo scongiuravano ad andarsene; ma egli rispondeva che il fuggire gli repugnava come cosa bassa, e che alla fin fine il suo arresto non poteva recar danno che a lui senza compromettere nessun altro.
In una sera del luglio 1852 (poche ore dopo essere stato chiamato dall’autorità delegatizia a ricevere ringraziamento per la sua coraggiosa ed intelligente direzione, spontaneamente assunta ed usata, ad estinzione d’un vasto incendio) alcuni poliziotti, venuti da Venezia espressamente, invasero la casa del nostro protagonista, e dopo minuziosa perquisizione, il tradussero in carcere. Da Padova a Venezia, da questa fu quindi trasferito in Mantova.
Sono abbastanza noti i processi atroci ed illegali che s’istruivano e si perpetravano sotto orribili forme in quella troppo tristemente celebre fortezza, non che le inique sentenze onde quasi sempre venivano coronati quelli infami giudizî, che di giudizio non aveano che il nome, mentre barbare vendette avrebber piuttosto da appellarsi. Il Cavalletto, dopo essersi veduto tolto da fianco l’amico e compagno di prigionia , che fu condotto al patibolo, fu esso pure condannato a morte; ma tale condanna venne quindi mutata in quella di sedici anni di carcere in fortezza, con ferri.
La sentenza dichiarava — falsità ben nota a chi la emetteva — ch’egli era convinto e confesso d’aver accettato l’incarico di formare in Padova un comitato rivoluzionario.
Trasferito a in Boemia, ad ucciderlo, più che le catene e la dura prigionia, sarebbe bastata la lontananza dalla terra natale, dai parenti, dagli amici, se non l’avesse sostenuto la fede nel migliore avvenire d’Italia, di cui il Piemonte si mostrava zelante ed attivo propugnatore.
Colla parziale amnistia del 1856, concessa a cagion della nascita di prole imperiale, la condanna del Cavalletto venne diminuita di sei anni. L’amnistia generale del 2 dicembre del medesimo anno schiuse le porte della fortezza ai prigionieri politici, e il Cavalletto rientrò in Padova, ove gli amici suoi dovettero interporsi per impedire una popolare ovazione al di lui arrivo — fatto che, non potendo certo aumentare la pubblica stima a suo riguardo, avrebbe avute tristi conseguenze per molti.
Nel gennajo del 1859, essendo ricominciati per parte della polizia austriaca gli arbitrarî arresti politici e figurando tra gli arrestati persone amiche da lungo tempo col Cavalletto, riuscirono questa volta gli a lui devoti a persuaderlo di sottrarsi a nuova prigionia col riparare in Piemonte.
Non tardò molto a scoppiare la guerra di redenzione. I Veneti accorrevano, come ognun sa, numerosi ad arruolarsi sotto la bandiera nazionale, e molti fra essi s’indirizzavano al Cavalletto per consiglio e direzione. Ma fu dopo la pace di Villafranca che la di lui azione assunse una vera importanza.
La popolarità che godeva tra i volontari veneti fu da lui impiegata ad impedire che molti accettassero il congedo, in mal punto offerto dal ministro Lamarmora. I più capaci ed istrutti esortava ad iscriversi nei corsi suppletorî che si aprivano pel completamento dei quadri dell’esercito; a tutti era largo di consigli e di esortazioni, rialzandone gli animi sfiduciati dall’esito incompleto della guerra, e mantenendo viva la fede nell’avvenire della patria.
Prese poi parte principalissima nell’azione politica dell’emigrazione e nella presentazione di varî indirizzi dei Veneti ai membri della diplomazia residenti in Torino.
Convocati quindi gli emigrati per la nomina di un comitato di cinque membri che avesse a rappresentarli e difendere l’interessi della Venezia, il suo nome apparve in tutte le schede. Questo Comitato, composto del commendatore , che ne fu nominato presidente, del conte d’Onigo, del deputato Bonollo, dell’avvocato Meneghini e del nostro protagonista, all’a- zione politica, esercitata mediante regolari comunicazioni mantenute colla Venezia, aggiunse quella di patronato a favore degli emigrati, e ben anche di assistenza verso gli sprovveduti di mezzi di sussistenza, valendosi di fondi, raccolti presso l’emigrazione meno sventurata sotto tale rapporto. E nulla mai chiedendo per sè, ottenne dall’italiano governo collocamento e soccorsi a molti emigrati che veramente meritavano.
Tale opera del comitato veneto, di cui Cavalletto e sono i membri più attivi, continua tuttora.
Chi poche volte vide il nostro protagonista o non ebbe che corti colloqui con esso, può difficilmente farsi una giusta idea del suo carattere.
Amante sopratutto della patria, a questa sola dedica ogni suo pensiero, intera l’opera sua, trascurante affatto ogni proprio individuale interesse. Ragiona con logica chiarezza e brevità, insofferente del parlar divagato, prolisso e non serio.
Le sue opinioni politiche possiamo riassumerle così: fiducia piena in , stima sincera per l’abilità e il patriotismo del ; l’opposizione ei vorrebbe si assumesse la parte di spronare il governo attuale, non di traversargli la strada.
Brusco di modi per ordinario, ma compassionevole e pronto a soccorrere chi soffre, è degno del soprannome che gli dettero alcuni suoi conoscenti di burbero-benefico.
I suoi più intimi, nell’anima dei quali ai vivi sentimenti d’amicizia pel Cavalletto andò sempre congiunto il più profondo rispetto per le sue virtù antiche e per la sua incrollabile fermezza non ismossa mai da persecuzioni o sventure, il paragonano volentieri a Catone.
Aleardo Aleardi
Una tra le più simpatiche figure che noi facciamo sfilare dinanzi agli occhi del lettore in questo nostro libro — ci si perdoni la frase soldatesca, mentre le cose militari sono all’ordine del giorno — è senza dubbio quella dell’Aleardi.
È un poeta, ma vero poeta, robusto insieme e gentile, dai concetti elevati, soavi e profondi, dall’espressione castigata, originale, soventi ardita, pur sempre venusta, e pittoresca al sommo.
Melanconico, non di quella melanconia affettata ch’era moda qualche anno fa di seminare pei carmi, onde gli adolescenti e le femminucce ven sapessero grado, ma d’una mestizia sincera, spontanea, quasi diremmo involontaria, d’una mestizia che vi fa pensare: quest’uomo ha molto sofferto; oppure quest’uomo ha cercato, ha cercato nella vita... che? un’amico, forse — un amico, intendiamo, come se lo fabbrica nella sua mente un poeta — o una donna, ma qual donna! — e non ha trovato, o ha perduto, e si sente solo, o piuttosto si sente incompleto e si lagna, senza avvedersene quasi, il tapino, e quand’anche s’attenti a cantarvi l’osanna, le corde della sua lira non sanno farlo che in toni minori.
La melanconia, però, nell’Aleardi non è mica assorbente, non è mica uno scopo, non lo rende mica nè egoista, nè misantropo, nè inetto; lungi, lungi di là: è un colore, una veste, diremmo quasi una forma,
almeno per rapporto agli effetti, ma noi rattiene, nè lo sminuisce, in niente e per niente.
Egli è filantropo, egli è patriota — e che patriota! lo sanno le prigioni di Mantova e di Josephstadt — egli è un caldo ammiratore delle sublimi bellezze della natura, egli è uno scienziato, un filosofo, un economista, e domani sarà forse un grande oratore.
Il suo carattere risponde alla sua fisonomia: l’uno e l’altra schietti, affabili, attraentissimi. Della sua persona accade come delle sue poesie: chi ne legge una se ne innamora, la torna a rileggere, fa ricerca delle sorelle, e le ha e le serba per le più care cose del mondo; chi avvicina l’Aleardi l’ama d’un tratto, e vorrebbe starsegli a fianco tutta la vita.
A Verona, sullo scorcio del 1812 è nato il nostro poeta, da una delle più antiche famiglie patrizie di quella città, ivi trapiantatasi dalle Romagne prima del mille, e che spegnesi in lui.
Dalle grandi e miti scene della natura, dai campi aperti, dai ridenti colli ove trascorse la giovinezza beata, dalla santità dei costumi domestici, dallo smisurato amore onde i suoi genitori l’amavano — amore cui corrispondeva per parte d’Aleardo una sorta d’adorazione non cessata con la vita di essi — da tutte queste buone, belle e sante cose, derivò forse nell’animo del giovinetto quel sublime istinto di poesia, governato da soavissimo affetto, che doveva più tardi traboccargli dal cuore a conforto e ad ammirazione di chi il conosce dappresso, o legge i suoi carmi.
Uscito di collegio, compiti gli studî legali a Padova, mortigli in braccio — ohimè! di soverchio dolenti di staccarsi da tal figlio — e padre e madre, rimase soletto con una sorella, presso la quale si raccolse e cui dedicò ogni sua affezione.
Si fu allora che la sua mente divagò, senza guida e cupida di sapere, per molta varietà di discipline or di filosofia, or d’economia politica, or di scienze, naturali; e tutto approfondiva e riteneva tutto, ma l’amore di poetar lo vinceva. Scrisse, giovane, gran numero di liriche, le più da caldo, da sdegnoso affetto di patria inspirate; ma siccome ei le spargeva qua e là, e di difficile accontentatura qual si è, non sembrava appagarsene e ne faceva niun caso, così sventuratamente quasi che tutte le andarono sperse.
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The end
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