Indice
per l'apertura del Parlamento italiano (18 febbraio 1861)
approvata nella seduta del 26 febbraio 1861
approvata nella seduta del 13 marzo 1861
Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d'Italia
(Frontespizio)
Atti diversi
Discussione del disegno di legge per la proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia
Discussione della proposta di legge per l'intitolazione degli atti del Governo
Discussione generale del disegno di legge per l'intitolazione degli atti del Governo
Discorso della Corona
Signori Senatori! Signori Deputati!
Libera ed unita quasi tutta, per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli eserciti, l’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra.
A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. Nello attribuire le maggiori libertà amministrative a popoli che ebbero consuetudini ed ordini diversi veglierete perchè l’unità politica, sospiro di tanti secoli, non possa mai essere menomata.
L’opinione delle genti civili ci è propizia; ci sono propizi gli equi e liberali principii che vanno prevalendo nei Consigli d’Europa. L’Italia diventerà per essa una guarentigia di ordine e di pace, e ritornerà efficace stromento della civiltà universale.
L’, mantenendo fermo la massima del non-intervento, a noi sommamente benefica, stimò tuttavia di richiamare il suo inviato. Se questo fatto ci fu cagione di rammarico, esso non alterò i sentimenti della nostra gratitudine, nè la fiducia nel suo affetto alla causa italiana.
La Francia e l’Italia, che ebbero comune la stirpe, le tradizioni, il costume, strinsero sui campi di Magenta e di Solferino un nodo che sarà indissolubile.
Il Governo ed il Popolo d’Inghilterra, patria antica della libertà, affermarono altamente il nostro diritto ad essere arbitri delle proprie sorti, e ci furono larghi di confortevoli uffici, dei quali durerà imperitura la riconoscente memoria.
Salito sul trono di Prussia un leale ed illustre Principe, gli mandai un ambasciatore a segno di onoranza verso di lui e di simpatia verso la nobile Nazione germanica, la quale, io spero, verrà sempre più nella persuasione che l’Italia costituita nella sua unità naturale non può offendere i diritti nè gli interessi delle altre nazioni.
Signori Senatori! Signori Deputati!
Io son certo che vi farete solleciti a fornire al mio Governo i modi di compiere gli armamenti di terra e di mare. Così il regno d’Italia, posto in condizione di non temere offese, troverà più facilmente nella coscienza delle proprie forze la ragione dell’opportuna prudenza.
Altra volta la mia parola suonò ardimentosa, essendo savio così lo osare a tempo, come lo attendere a tempo. Devoto all’Italia, non ho mai esitato a porre a cimento la vita e la corona; ma nissuno ha il diritto di cimentare la vita e le sorti di una Nazione.
Dopo molte e segnalate vittorie, l’Esercito italiano, crescente ogni giorno in fama, conseguiva nuovo titolo di gloria espugnando una fortezza delle più formidabili. Mi consolo nel pensiero che là si chiudeva per sempre la serie dolorosa dei nostri conflitti civili.
L’armata navale ha dimostrato nelle acque di Ancona e di Gaeta che rivivono in Italia i marinari di Pisa, di Genova e di Venezia.
Una valente gioventù, condotta da un che riempì del suo nome le più lontane contrade, fece manifesto che nè la servitù, nè le lunghe sventure valsero a snervare la fibra dei popoli italiani.
Questi fatti hanno inspirato alla Nazione una grande confidenza nei proprii destini. Mi compiaccio di manifestare al primo Parlamento d’Italia la gioia che ne sente il mio animo di Re e di Soldato.
Risposta del Senato del Regno
Sire!
La voce di ci annunzia l’avvenimento per cui s’adempie quel voto di unità politica, vagheggiato da tanti eletti spiriti, promosso da tanti nobili cuori, accompagnato da tanta pietà e da tante lagrime.
Travaglio di molti secoli, spiegasi ora, mercè di un prodigioso concorso di cause diverse tutte a noi propizie, la grandezza d’Italia. Il valore degli eserciti, il senno dei popoli hanno raggiunto tale scopo che pochi anni addietro pareva eccedere ogni umana previsione.
Fidando nell’appoggio dell’opinione delle genti più civili, e nella conformità di principii ispirati da liberali inclinazioni, e sorretti da illuminata esperienza, noi francamente speriamo che ci si darà modo di mostrare come chi rivendica il suo diritto è per ciò stesso più disposto a rispettare l’altrui; come l’Italia, costituita nella naturale sua condizione, è destinata a raffermare anzichè a turbare la vera armonia e il giusto equilibrio delle potenze d’Europa.
Il Senato è felice di unirsi alla Maestà Vostra nel credere che l’ non abbandonerà i generosi propositi, che furono a lui sorgente di splendida gloria, a noi di valido aiuto, che vennero consacrati dalle gesta dei prodi, dalle acclamazioni dei popoli.
Il sangue latino non disdirà la sua origine, e le varie vicende delle sorti passate si confonderanno in un mutuo accordo d’interessi, d’aspirazioni e d’affetti.
Quel conforto che la libera e possente Inghilterra arrecò nei più gravi cimenti alla causa dei popoli liberi non è mancato nelle presenti contingenze all’Italia, come non può venirci meno nell’avvenire.
Non sarà vana al certo la fiducia che noi riponiamo nello schietto giudizio e nel profondo sentire della generosa Germania, dove ad un Principe degno della Nazione che reggegià si sono per cura sollecita di Vostra Maestà aperti i sensi di onoranza e di simpatia che gli si addicono.
Tra i valorosi facile è sempre l’intendersi.
La moderazione e la calma sono la prerogativa dei forti. E noi che seguimmo con procellosa gioia gli ardimenti vostri, Sire, noi oggi ascoltiamo riverenti i consigli di prudenza che escono dal vostro labbro. Conoscere le ragioni del tempo presente e assicurarsi quelle dell’avvenire.
La nazione intera non potrà se non applaudire a tutto che si faccia onde afforzare l’Esercito e l’Armata navale, verso di cui nessun elogio sarebbe mai troppo.
L’indole militare del Popolo italiano, che si spiegava con tanto impeto da una gioventù gagliarda, guidato da un di virtù antica, e che ben si può chiamare figlio prediletto della vittoria, accenna che oramai l’Italia si procaccerà colle sue proprie forze, sotto la protezione della Provvidenza, gli elementi tutti della disciplina interna e dell’esterna difesa.
L’ordinamento del nuovo regno formerà oggetto delle più assidue meditazioni del Senato, affinchè risponda a quanto ricerca il presente e raccomanda il passato.
La Casa vostra, Sire, aveva da più remoti tempi pigliato il grande assunto di vegliare sui casi d’Italia e di procurarne l’indipendenza. Il magnanimo vostro ravvivò ed ampliò l’illustre concetto col largire ai suoi popoli le franchigie costituzionali e coll’iniziare il moto del nazionale riscatto; Voi, Sire, foste chiamato alle ultime e decisive lotte, nelle quali, ponendo a cimento vita e corona, ne riportaste il meritato guiderdone: l’amore d’Italia, l’ammirazione d’Europa.
Incaricato della redazione l’Ufficio di Presidenza.
Deputazione per presentare l’indirizzo al Re: Senatori Cesare Alfieri di Sostegno, Sauli Lodovico, Ceppi, Lauzi, Bevilacqua, San Vitale, Coccapani, Della Valle e Spada.
Risposta della Camera dei Deputati
Sire!
Rappresentanti della Nazione libera ed unita quasi tutta, noi ci confidiamo nel vostro animo di Re italiano e di valoroso soldato.
sapete che il nostro pensiero si volge pietoso alla desolata Venezia, e che l’Italia affannosa aspira alla sua Roma. Le vittorie degli Eserciti di terra e di mare, le gesta dei volontari condotti da un maraviglioso , la virtù militare delle guardie nazionali hanno ravvivata negl’Italiani la confidenza nelle proprie forze. Ma nè questo sentimento, nè i favori della buona fortuna tolgono pregio ai consigli della prudenza: sarà ristaurata la riputazione del senno, come quella del valore italiano. Timidi consigli non può temere l’Italia da un Re che per la sua libertà ha saputo porre a cimento la vita e la corona.
L’ e la Francia non indarno fanno a sigurtà colla nostra riconoscenza. Quasi nuovo benefizio scese nei nostri cuori ai passati giorni la franca parola del , unito a Voi per vincoli del sangue ed all’Italia per antico affetto.
All’amicizia dell’Inghilterra, fondata nel comune amore della libertà, andiam grati dei morali aiuti, che sono potenti nelle battaglie della civiltà.
Agli uffici di onoranza degnamente resi per Voi al nuovo Re di Prussia, ed alle testimonianze di simpatia verso la nobile Nazione germanica, aggiungiamo una parola grata pel voto parlamentare propizio all’unità d’Italia.
Questa unità, nella quale sola l’Italia può trovare stabile assetto, la Chiesa vera indipendenza, l’Europa naturale equilibrio, questa unità politica, o Sire, sarà da noi gelosamente tutelata nell’opera legislativa, alla quale ci poniamo. Fautori di ogni maggiore libertà amministrativa, ci guarderemo da tutti i pericoli delle discordie, da tutte le tentazioni delle borie municipali.
Sarà lieve ai Popoli italiani ogni carico che abbia per fine di accrescere gli armamenti, come fu caro ai generosi Subalpini il sopportarne tanti per preparare l’impresa che omai si compie.
Sire!
Nell’anniversario della vostra nascita i suffragi di tutto un popolo pongono sul vostro capo benedetto dalla Provvidenza la corona d’Italia. Questo degno premio hanno la fortezza degli Avi vostri, il sacrifizio del Padre, la fede che Voi, unico fra gli antichi reggitori d’Italia, avete tenuto alla causa della libertà, e del diritto popolare.
Incaricato della redazione il deputato Farini.
Deputazione per presentare l’indirizzo al Re: Deputati, Giuseppe Farini, Atenolfi, Pace, , Andreucci, Sacchi, Cuzzetti, Brunet, Scalini, Allievi, Cavallini, Pasini, De Blasiis.
Supplenti: Napoletano, Nicolucci, Possenti.
Progetto di legge: S. M. il re assume il titolo di Re d'Italia
Progetto di legge presentato al Senato il 21 febbraio 1861 dal presidente del Consiglio dei ministri ()
Signori! — I maravigliosi eventi dell’ultimo biennio hanno con insperata prosperità di successi riunite in un solo Stato quasi tutte le sparse membra della nazione. Alla varietà dei principati fra sè diversi e troppo soventi infra di sè pugnanti per disformità d’intendimenti e consigli politici, è finalmente succeduta l’unità di governo fondata sulla salda base della Monarchia nazionale. Il regno d’Italia è oggi un fatto; questo fatto dobbiamo affermarlo in cospetto dei popoli italiani e dell’Europa.
Per ordine di S. M., e sul concorde avviso del Consiglio dei ministri, ho quindi l’onore di presentare al Senato il qui unito disegno di legge, per cui il Re, nostro augusto signore, assume per sè e per i successori suoi il titolo di Re d’Italia.
Fedele interprete della volontà nazionale, già in mille modi manifestata, il Parlamento, nel giorno solenne della seduta reale, coll’entusiasmo della riconoscenza e dell’affetto, acclamava Re d’Italia.
Il Senato sarà lieto di dare per il primo sollecita sanzione al voto di tutti gli Italiani, e di salutare col nuovo titolo la nobile Dinastia, che, nata in Italia, illustre per otto secoli di gloria e di virtù, fu dalla Provvidenza divina serbata a vendicar le sventure, a sanar le ferite, a chiudere l’era delle divisioni italiane.
Col vostro voto, o signori, voi ponete fine ai ricordi dei provinciali rivolgimenti, scrivete le prime pagine di una nuova storia nazionale.
Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori il titolo di Re d’Italia.
Relazione fatta al Senato il 24 febbraio 1861 dall’ufficio centrale, composto dei senatori De Gori, Giulini, Giorgini, Niutta, e Matteucci, relatore.
Signori! — L’ufficio centrale cui affidaste l’incarico di riferire sulla proposta di legge, colla quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II deve assumere il titolo di Re d’Italia, interprete dei sentimenti del Senato, lieto di poter dare il primo sanzione a quella legge che i rappresentanti della nazione, nel memorando giorno della seduta reale, avevano invocato con fervorosi segni di ossequio, di affetto e di gratitudine.
Il vostro ufficio fu unanime nel riconoscere che quella proposta di legge ha la sua origine e ragione in un fatto già solennemente compiuto dalla volontà nazionale, che la coscienza dei popoli civili acclama come un principio d’ordine e di progresso per l’Europa, e che la Provvidenza ha manifestamente promosso coll’aiuto di potenti alleati, e ispirando nell’animo degli Italiani senno, ardimento, concordia pari alla grandezza dell’impresa.
Pochi sono i popoli che più di noi abbiano dalla natura ricevuto virtù tanto caratteristiche per un’esistenza propria; pochi i popoli che più di noi, rimanendo deboli e soggetti allo straniero, come per lunghe e note sventure già fummo, nuocerebbero alla pace europea, all’equilibrio politico dei grandi Stati, al progresso dell’ordine civile e morale nel mondo. Nè crediamo che amor di patria c’illuda affermando esser questo il più solenne esempio che offra la storia di un popolo, il quale per concordia mirabile di volontà giunto a costituire un grande Stato, stringendo insieme i moltiplici elementi della nazione, da tanti secoli divisi e dispersi, e contrapponendo alle violenze dei suoi nemici, più che altro, l’influenza invincibile delle forze morali.
L’augusto nostro alleato l’ ben comprese queste verità, allorchè ci assisteva colle armi a liberare la Lombardia, e unitamente all’Inghilterra affermava nei Consigli europei che non doveva essere fatta violenza agli Italiani, nè impedito loro di costituirsi in uno Stato forte.
Le varie provincie della Penisola non fecero che seguire le loro naturali inclinazioni, che spegnere gli antichi germi di debolezza, che provvedere ai supremi bisogni di un popolo libero, costituendo in mezzo all’Europa uno Stato potente che è per sè e per i vicini un elemento nuovo di pace e di civiltà.
Questo Stato ha un nome: è il regno d’Italia; nome che comprende il territorio naturale occupato da ogni gente italiana e sta a significare la nostra costituzione politica; questo nome esprime che l’ultimo termine dei rivolgimenti italiani è la creazione di una monarchia nazionale.
Acclamando Re d’Italia, la nazione ha voluto premiare quella illustre Dinastia italiana che col senno civile, col coraggio militare, con spiriti indomiti d’indipendenza, rendeva il popolo subalpino degno delle libere istituzioni e custode della bandiera nazionale; ha voluto rendere omaggio alla venerata memoria del magnanimo Re ed all’ardito patriottismo del Re.
Il titolo di Re d’Italia pone in atto il concetto intero della volontà nazionale, cancella i simboli delle nostre interne divisioni, è per l’animo d’ogni italiano un pegno di grandezza e di unione, accresce l’autorità del Governo del Re nei Consessi europei, ed offre alle grandi potenze, in mezzo alle quali il regno d’Italia prende posto, degna occasione per accettare il risorgimento politico di un popolo che ha tanto contribuito alla civiltà universale. Salutando con questo nuovo titolo l’illustre discendente di una delle più antiche e nobili dinastie, i grandi Stati d’Europa stringeranno coll’Italia quei vincoli di concordia, di fratellanza, d’interessi comuni, che sono oramai il solo fondamento delle relazioni diplomatiche fra popoli liberi e cristiani.
Questi Stati, ai pari di noi, custodi gelosi della pace e dell’ordine, porgeranno in tal modo nuova forza all’autorità del Governo e del primo Parlamento italiano, affinchè con quella sapienza e moderazione che devono dominare nei Consigli di un grande regno possano essere risoluti gli ardui problemi che interessano la pace dell’Italia e del mondo, non che la grandezza e la libertà spirituale della Chiesa.
Siffatte convinzioni persuadevano l’ufficio centrale a proporre al Senato l’adozione dell’articolo di legge presentato dal Ministero.
Questa adozione ha però implicita una disposizione legislativa, di cui sembra non possa essere contestata la ragione e la convenienza, e per la quale il fatto memorando ed il principio giuridico della novella monarchia siano ognora presenti al popolo italiano e congiunti ai nome de’ suoi Re.
La Provvidenza divina, che mai si rivela meglio nella sua bontà e nella sua giustizia che quando muove e dirige la volontà dei popoli a riconquistare dritti o manomessi o perduti; la virtù, la concordia e la perseveranza italiana che la mirabile opera hanno compito, debbono associarsi al nome del Re, siccome la ragione più sacra e la forza più salda del regno.
Perciò l’ufficio centrale vi propone l’aggiunta di un secondo articolo che completa la legge in questo intendimento.
L’ufficio centrale vuol anche esprimere la fiducia che il governo del Re otterrà dall’animo affettuoso e benevolo del nostro augusto Monarca che il figlio primogenito del Re d’Italia s’intitoli costantemente Principe di Piemonte.
Questo titolo rimarrà a ricordare ai nostri Re la terra nativa ed un regno glorioso e civile di otto secoli, sarà un segno imperituro di onoranza reso dagli Italiani tutti a quella provincia che fu il primo scudo della loro libertà e della loro indipendenza.
Si augura il vostro ufficio centrale che vorrete accogliere il progetto di legge così ampliato, con quella unanimità di voti, con quei sentimenti di gratitudine e di riverenza che devono accompagnare il primo e il più grande atto che la volontà nazionale compie in cospetto del mondo.
Art. 1. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori il titolo di Re d’Italia.
Art. 2. Gli atti del Governo ed ogni altro atto che debba essere intitolato in nome del Re sarà intestato colla formula seguente:
Relazione del presidente Consiglio dei ministri () 11 marzo 1861, con cui presenta alla Camera il progetto di legge approvato dal Senato nella seduta del 26 febbraio 1861.
Signori! — Ho l’onore di presentare alla Camera dei deputati il qui unito disegno di legge, col quale il Re nostro augusto signore assume per sè e suoi successori il titolo di Re d’Italia.
La commozione che desta negli animi cotesta proposta, il plauso onde fu accolta, significa altamente che un gran fatto si è compiuto, e che una nuova era incomincia.
È una nobile nazione, la quale, per colpa di fortuna e per proprie colpe caduta in basso stato, conculcata e flagellata per tre secoli da forestiere e domestiche tirannie, si riscuote finalmente invocando il suo diritto, rinnovella sè stessa in una magnanima lotta per dodici anni esercitata, ed afferma sè stessa in cospetto del mondo.
È questa nobile nazione che, serbatasi costante nei lunghi giorni delle prove, serbatasi prudente nei giorni delle prosperità insperate, compie oggi l’opera della sua costituzione, si fa una di reggimento e d’istituti, come una già la rendono la stirpe, la lingua, la religione, le memorie degli strazi sopportati e le speranze dell’intiero riscatto.
Interpreti del nazionale sentimento, voi già avete, nel giorno solenne dell’apertura del Parlamento, salutato Vittorio Emanuele II col nuovo titolo che l’Italia da Torino a Palermo gli ha decretato con riconoscente affetto. Ora è mestieri convertire in legge dello Stato quel grido d’entusiasmo.
Il Senato del regno l’ha di già sancita con unanime voto: voi, o signori, io ne sono certo, la confermerete colla stessa concordia di suffragi, affinchè il nuovo regno possa presentarsi senza maggior indugio nel consesso delle nazioni col glorioso nome che gli compete.
Articolo unico. Il Re Vittorio Emanuele II assume per sè e suoi successori il titolo di Re d’Italia.
Relazione fatta alla Camera il 14 marzo 1861 dalla Commissione composta dai deputati , Cipriani, Paternostro, Pepoli Gioachino, Macciò, Audinot, Natoli, Barracco, e Giorgini, relatore.
Signori! — La commissione incaricata di riferire sul progetto di legge, per cui il re assume il titolo di Re d’Italia, ha bisogno appena di avvertire come questa legge, tanto per il suo oggetto, quanto per la sua importanza, non abbia nulla di comune con quelle sulle quali noi siamo d’ordinario chiamati a deliberare. Dal punto di vista costituzionale ella potrebbe credersi fors’anche superflua. I titoli del Re Vittorio Emanuele II alla corona d’Italia sono scritti in dodici anni di prodezza, di fede, di costanza. Questi titoli furono riconosciuti da migliaia di volontari riuniti intorno al glorioso vessillo, ch’egli aveva raccolto dalla polvere di Novara per innalzarlo al sole di Palestro e di San Martino; riconosciuti dalle cento città, che sotto gli occhi stessi dei loro tremanti oppressori piantavano sulle loro torri questo glorioso vessillo; riconosciuti, validati, sanciti dal suffragio unanime della nazione. Il diritto di Vittorio Emanuele II al regno d’Italia emana dunque dal potere costituente della nazione; egli vi regna in virtù di quegli stessi plebisciti ai quali si deve la formazione del regno d’Italia.
Il voto che il Governo ci chiede non è dunque un atto nuovo destinato a produrre tale o tal altro effetto giuridico; è la ripetizione, o, per dir meglio, il riassunto finale, il compendio magnifico di tutti gli atti, mediante i quali il popolo italiano ha in tanti modi e in tante occasioni manifestata la sua volontà; è, per dirlo colle parole della relazione che precede il progetto di legge, un’affermazione solenne del diritto nazionale, un grido d’entusiasmo convertito in legge.
Ma la significazione e il valore morale del voto non dispensavano la Camera dall’obbligo di considerare le pratiche conseguenze, che per avventura avrebbero potuto derivarne.
Parve anzi alla maggioranza degli uffizi che, se questo grido di entusiasmo dovesse essere nel tempo stesso la formula ufficiale per l’intestazione degli atti, questa formula non avrebbe in tutto corrisposto all’essenza vera della monarchia rinnovellata dal suffragio universale.
Ora un tale scopo, al quale mirava la maggioranza, poteva essere conseguito sia coll’emendare la legge proposta dal governo, sia col provvedere per mezzo d’una legge speciale e successiva.
Gli uffizi non esitarono a pronunciarsi per questo, secondo partito.
Prima di tutto doveva considerarsi che la legge, nella forma sotto la quale era stata proposta, aveva già ottenuta l’approvazione del Senato. Emendata da noi, avrebbe dovuto essere di nuovo sottoposta alle deliberazioni di quell’Assemblea. Sarebbe stato doloroso che un atto politico di tanta importanza, aspettato con un’impazienza così viva e così confidente dall’intera nazione, si trovasse ritardato. Il secondo partito aveva inoltre il vantaggio di separare appunto le questioni secondarie, sulle quali si possono avere opinioni diverse, dal grande atto politico, la grandezza e l’efficacia del quale starebbe tutta nella prontezza e nell’unanimità dei suffragi.
Ritenuto dunque che non dovesse più a lungo differirsi, nè subordinarsi a tutti gl’incidenti d’una questione parlamentaria il primo e solenne atto col quale l’Italia vuole affermare sèstessa al cospetto del mondo, la vostra Commissione non aveva che a proporvi, da una parte, l’approvazione pura e semplice della legge colla quale il Re Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d’Italia, e assicurarsi, dall’altra, che il suo Governo ci avrebbe, senza indugio, presentata la proposta di legge, diretta a mettere negli atti pubblici l’intitolazione del Re in armonia col diritto pubblico del regno.
E sebbene l’impegno formale preso dal Governo del Re nella discussione di questa medesima legge che ebbe luogo in Senato bastasse ad escludere ogni dubbio a questo riguardo, tuttavia la Commissione desiderò interpellare il Presidente del Consiglio, che, recatosi nel suo seno, confermò e ripetè le dichiarazioni già fatte nell’altra Camera dal suo collega il ministro della giustizia; aggiungendo di più come il solo motivo che aveva finora trattenuto il Governo dal presentare la proposta di legge sull’intestazione degli atti pubblici fosse stato un sentimento di rispetto verso la Camera elettiva, che non s’è anche pronunciata su questa prima legge, della quale quella seconda non sarebbe che la conseguenza ed il compimento.
Le questioni che furono sollevate negli uffizi in ordine alla intestazione degli atti pubblici sono per tal modo riservate alla discussione che avrà luogo quando ci sia presentata la legge relativa.
Il voto che oggi ci si chiede conserva dunque il carattere puramente nazionale che il Governo ha voluto dargli, e la Commissione unanime confida che sarà veramente un grido d’entusiasmo convertito in legge.
Ci sono delle oasi nei deserti della storia; ci sono nella vita delle nazioni dei momenti solenni, che potrebbero chiamarsi la poesia della storia; momenti di trionfo e d’ebrezza, nei quali l’anima, assorta nel presente, si chiude ai rammarichi del passato, come alle preoccupazioni dell’avvenire.
Noi traversiamo una di quelle oasi; noi siamo in uno di quei momenti; e come mai in tale momento si sarebbe invano fatto appello all’entusiasmo della Camera? Come mai il nostro voto non sarebbe oggi immediato ed unanime? Quale tra i sentimenti che ci animano potrebbe essere più forte di quello che vi riunisce tutti — l’amore d’Italia?
Rendiamoci una volta giustizia! quanti qui convenuti dalle varie parti d’Italia sediamo su questi scanni:
.......
quanti sediamo sui banchi di questa Camera, tutti abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa; tutti abbiamo portato la nostra pietra al grand’edifizio, sotto il quale riposeranno le future generazioni. Qui i volontari di Calatafimi potrebbero mostrarci sul petto le gloriose cicatrici; qui i prigionieri di Sant’Elmo, intorno ai polsi, il callo delle pesanti catene; qui colle canizie, colle rughe precoci, oratori, scrittori, apostoli di quella fede che fece i soldati ed i martiri; qui i generali che vinsero le nostre battaglie; qui gli uomini di Stato che governarono le nostre politiche; di qui parta unanime adunque quel grido di entusiasmo! qui finalmente l’aspettata tra le nazioni si levi, e dica: Io sono l’Italia!
Discussione della proposta di legge per la proclamazione del Regno d'Italia
ct
ct
SOMMARIO. Risultamento della prima votazione per la Commissione della biblioteca. = Omaggi. = Congedi. = Ozioni. = Discussione generale del disegno di legge per la proclamazione di a Re d’Italia — Il deputato Giorgini dà lettura della relazione — Discorso del deputato in merito dello schema, e sua proposta di altro articolo — Istanza del deputato Pepoli per la votazione senza discussione — Osservazioni nel medesimo senso del deputato Ranieri — Risposta del presidente del Consiglio al deputato Brofferio, e sue dichiarazioni sulla presentazione di un disegno di legge intorno alla intitolazione delle leggi — Il deputato Brofferio ritira la sua proposta — Opinioni e proposta del deputato Ricciardi — Discorso del deputato Bixio in merito dello schema — Il presidente del Consiglio combatte la proposta Ricciardi, che è ritirata — L’articolo unico è approvato. = Il presidente dà lettura di un telegramma del generale in cui si annunzia l’espugnazione e la resa della cittadella di Messina — Votazione ed approvazione all’unanimità dello schema.
La seduta è aperta a mezzogiorno.
cavallini, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente, che è approvato.
gigliucci, segretario, espone il seguente sunto di petizioni.
6848. 128 cittadini di Monteleone, Calabria Ulteriore seconda, domandano che quel municipio venga ripristinato nel diritto di pesca nella tonnara di Bivona, concesso dal ex-re di Napoli alla famiglia dei duchi Pignatelli.
6849. Campana Nobile Giovanni Battista, di Genova, propone alcune modificazioni da introdursi nell’alfabeto e nella pronuncia della lingua italiana. (Ilarità)
6850. Pagani Pasquale, di Ferago, mandamento di Gallarate, provincia di Milano, chiede di essere reintegrato nella pensione statagli assegnata dal Governo austriaco per prestati servizi militari.
presidente. Comunicherò prima di tutto alla Camera il risultato della votazione per la nomina della Commissione della biblioteca.
Votanti 187, maggioranza 94; nessuno ottenne la maggioranza; ebbero il maggior numero di voti i seguenti deputati:
Cavour Gustavo, 90 — Vegezzi Ruscalla, 74 — Giorgini, 44 — Ranieri, 42 — Ferrari, 33 — Bon-Compagni, 33 — Guerrieri, 26 — Canestrini, 20 — Macchi, 18 — Baldacchini, 16 — Bonghi, 15 — Tari, 14.
Quindi si dovrà procedere ad una nuova votazione; il che avrà luogo sul finire della seduta o nella prossima.
Il signor Oreste Marcoaldi fa omaggio di 450 esemplari di un opuscolo: Considerazioni intorno alla soppressione del circondario di Fabriano nel nuovo riparto territoriale delle Marche.
Il dottore Giambattista Garibaldi fa omaggio d’una copiadel Manuale pratico di chirurgia giudiziaria, in relazione alle leggi pel nuovo regno italiano.
Il deputato marchese Gioachino Pepoli fa omaggio d’una raccolta degli atti ufficiali del Governo dell’Umbria.
, monaco cassinese, fa omaggio di 250 copie di un opuscolo intitolato: .
Il deputato Ranco scrive che, essendo incaricato dal Governo di recarsi nelle provincie meridionali, avrebbe d’uopo di un congedo di 40 o 45 giorni.
Se non vi sono osservazioni, s’intenderà accordato.
(È accordato.)
Il deputato Grillenzoni da Ferrara scrive:
«Trattenuto a casa mia per ragione di malattia, mi vedo con dolore impedito di prender parte alla solenne votazione colla quale il Parlamento nostro autorizzerà Vittorio Emanuele II ad assumere il titolo di Re d’Italia. Non potendo altro, io prego la S. V. illustrissima a voler significare alla Camera come io, pur lontano, col profondo convincimento di compiere un sacro dovere verso la patria, e col cuore altamente commosso, dichiaro di associarmi al voto di tutti gli altri miei colleghi, i quali, nel chiamare Vittorio Emanuele Re d’Italia, sanciscono nella forma più solenne il diritto della nostra unità nazionale.
«Così Dio ci conceda di poter isperdere in breve ogni vestigio che resta del dominio e della prepotenza straniera!
«Ho l’onore,» ecc.
Pervennero all’ufficio di Presidenza due altre ozioni: il deputato Barracco, eletto dai collegi di Cotrone e Spezzano Grande, otta per Cotrone.
Il deputato Turrisi, eletto dai collegi di Palermo 2° e Cefalù, otta per Palermo 2°.
Essendo presenti alcuni deputati i quali non hanno ancora prestato il giuramento, ne leggerò la formola, invitandoli a prestarlo.
(Prestano il giuramento i deputali Torrearsa, Costa e Correnti.)
Tornata del 14 marzo 1861
presidente. L’ordine del giorno chiama la discussione sullo schema di legge riguardante il titolo di Re d’Italia da assumersi da .
Siccome la relazione su questo disegno di legge venne comunicata ai signori deputati un po’ tardi, e probabilmente molti non hanno potuto farne lettura, sarà forse conveniente che il signor relatore ne dia comunicazione alla Camera.
Qualora egli ciò creda opportuno, io lo inviterei a voler salire alla ringhiera.
giorgini, relatore. Non ho alcuna difficoltà di aderire all’invito del signor presidente.
«Signori, la Commissione incaricata di riferire sul progetto di legge, per cui il re Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d’Italia, ha bisogno appena di avvertire come questa legge, tanto per il suo oggetto quanto per la sua importanza, non abbia nulla di comune con quelle sulle quali noi siamo d’ordinario chiamati a deliberare. Dal punto di vista costituzionale ella potrebbe credersi fors’anche superflua. I titoli del re Vittorio Emanuele II alla corona d’Italia sono scritti in dodici anni di prodezza, di fede, di costanza. Questi titoli furono riconosciuti da migliaia di volontari riuniti intorno al glorioso vessillo, ch’egli aveva raccolto dalla polvere di Novara per innalzarlo al sole di Palestro e di San Martino; riconosciuti dalle cento città, che sotto gli occhi stessi dei loro tremanti oppressori piantavano sulle loro torri questo glorioso vessillo; riconosciuti, validati, sanciti dal suffragio unanime della nazione. Il diritto di Vittorio Emanuele II al regno d’Italia emana dunque dal potere costituente della nazione; egli vi regna in virtù di quegli stessi plebisciti ai quali si deve la formazione del regno d’Italia.
Il voto che il Governo ci chiede non è dunque un atto nuovo destinato a produrre tale o tal altro effetto giuridico; è la ripetizione, o, per dir meglio, il riassunto finale, il compendio magnifico di tutti gli atti, mediante i quali il popolo italiano ha in tanti modi e in tante occasioni manifestata la sua volontà; è, per dirlo colle parole della relazione che precede il progetto di legge, un’affermazione solenne del diritto nazionale, un grido d’entusiasmo convertito in legge.
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