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La Riviera di San Giulio Orta e Gozzano

Angelo Fara · 1861 · Free in the US

12,335 words · about 52 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Angelo Fara
Language
Italian
Published
1861
Length
12,335 words · about 52 min
Sections
3 reader sections
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Public domain in the United States

 

Contents (3)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capitolo I. about 30 min
  3. Capitolo II. about 22 min

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Capitolo I.

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I. hi di Novara partendo, per la via che tende a Borgomanero, fosse vago di accostarsi ai monti, ond’ è chiusa questa provincia a settentrione, dopo lo spazio di 53 chilometri, ed appena trascorse le colline vinifere di Vergano e di Briga poste ai due lati della strada, si troverebbe incontro Gozzano, l’antica Pieve, che è capo della Riviera inferiore. Posto all’estremo lembo della pianura novarese, si innalza vagamente colla sua Chiesa, e con quell'antico Castello, e forma per così dire il primo grado di elevazione, colla quale in seguito le alpine montagne sovr’essolai si fanno giganti. Fino da antichissimo tempo fu dai Vescovi Conti prescelto a loro dimora, quando d’estate o d’autunno per ristorare le forze, e riacquistare salute cercavano più puro aere a respirare. Sul principio del XIII secolo il Vescovo Pietro IV di tal nome eresse colà in vicinanza alla Chiesa Collegiata, ove trovavasi prima un Castello creduto opera de’ Longobardi, il vescovile palazzo, che venne poi ampliato, ristaurato ed abbellito da sette Vescovi successori . Guglielmo Amidano nel 1343; Gian Angelo Arcimboldo nel 1526; il Ven. Carlo Bescapè nel 1612; Gian Battista Visconti nel 1698; Marco Aurelio Balbis Bertone nel 1777; Luigi Buronzo Del Signore nel 1794, e final- mente il Cardinale , il quale ebbe l’onore di accogliervi ospite nel 1828 S. M. il Re coll’augusta sua Consorte . É Gozzano la sede del Giudice di Mandamento, e ne dipendono Soriso, Gargallo, Auzate, Bugnate, Bolzano e Pogno: un tempo aprivasi un grosso mercato il quale ebbe principio fino dall’anno 917 per concessione di Re a Vescovo, ed era considerato come uno dei quattro principali che si tenessero nel distretto novarese: il suo territorio è circoscritto da quelli dei sopradetti paesi, ed il confine a mezzodì, che è pure quello della Riviera, era indicato nel mezzo della strada, che quinci conduce a Borgomanero, da due sassi, i quali, siccome accenna nel lib. I della Corografia della Riviera, si innalzavano per mezzo braccio sopra il terreno con queste lettere incise B. B. G. S. G. , che indicano le finanze, cioè Briga, Borgomanero, Gargallo, Soriso e Gozzano, e che forse saranno quelli stati posti a limite della giurisdizione Vescovile e del distretto di Novara, quando dal Vescovo e dai Novaresi fu circa l’anno 1015 divisa la brughiera, o quando nell’ottobre del 1219 e Arcivescovo di Milano furono eletti arbitri sulle contenzioni tra il Vescovo , ed i Consoli e Podestà di Novara.

II. Breve spazio di strada si trascorre a settentrione, e quando appena incomincia il declinare del monte, quasi per incanto apparisce in un bacino quel piacevole lago detto con nome romano il Cusio, di limpide e chiare acque trasparente, e ricco di eletta pescagione . Qui ha principio la Riviera superiore. Volle un moderno geografo notare di errore i nostri storici, perchè diedero al lago il nome di Cusio, facendosi forte coll’autorità del , il quale osserva, che il Lacus Cusius indicato nella tavola Peutingeriana presso i Mesiati visibilmente si rapporta a quello di Lugano, sebbene dippoi detto Ceresio da . Ma dal lago di Lugano nessun fiume può trascorrere sul contado Novarese in vicinanza di Novara, et ex Lacu Cusio deductum, come nota il Cluverio seguendo le tavole itinerarie dell’imperatore Antonino Pio: egli è dunque a credersi, che o il Terdobbio o l’Arbogna, unico fiume anonimo effigiato con l’Agogna sulle antiche tavole itinerarie in vicinanza del lago, siasi creduto erroneamente derivare dal Cusio, il quale altro non poteva essere che questo della nostra Riviera. In mezzo al lago sta qual nave guerriera nell’Oceano, come scrisse nel suo Commentario Giulio Francesco Prevosti, l’isoletta di S. Giulio, sulla cui cima maestosa si mostra la fabbrica del Seminario stato eretto con egregia somma legatagli dal Cardinale Morozzo nel 1842. Ma a cui non sarà doluta la distruzione allora compita di quell’antica torre, e del palazzo della Castellania, i quali ci ricordavano e le imprese guerresche dei primi secoli da noi conosciuti, e la antichità del dominio comitale dei Vescovi Novaresi? So che da taluno si volle dipingere con neri colori l’aspetto, che di sè davano le anguste celle per le carceri di stato poste nella torre: ma la riverenza ai sacri monumenti dell’antichità, e l’amore ai gloriosi avanzi della patria signoria dovevano prevalere alle teneritudini di una civiltà malintesa.

III. Dal nostro lago la tavola Peutingeriana, come dissi già, ed il fecero supporre, che un tempo derivasse un fiume sull’agro novarese: ora però scarica le sue acque a settentrione in Omegna, dove il suo emissario prende nome di Negoglia, e si unisce al fiume Strona quasi un miglio fuori di detto borgo, il quale fiume a’ tempi del Cotta metteva capo nel lago maggiore, ed ora nella Toce (Athos) sul piano di Gravellona. Nè è possibile, che giammai, come pensarono alcuni, sia mandato ad effetto il divisamento di chiudere questo emissario, e di dedurre dal lago d’Orta un canale a vantaggio dell’agro novarese. Imperocchè il Conte Morozzo in una sua memoria inserta negli atti della regia Accademia di Torino, tom. ix, ha già da molti anni rilevato, che l’altezza della superficie dell’Agogna a Borgomanero era di troppo maggiore di quella del lago. Avendo sentito parlare ancora non ha guari dell’accennata derivazione, mi sono studiato di procurarmi tutte le precise notizie colla scorta dei profili dell’ingegnere Bosso per la ferrovia di Orta per conoscere la vera differenza fra questi due punti, e paragonando l’altezza media delle aeque del lago coll’alveo dell’Agogna a Borgomanero sotto il ponte di S. Catterina, mi risultarono quelle inferiori a questo di 16 metri meno pochi centimetri, ritenuta la differenza fra la magra e la massima altezza del lago a metri 1,578. Se si aggiunge, che la piazza di Gozzano si ritrova più di 64 metri levata sopra il lago, si rilegherà fra i sogni il pensiero di tramandarne le acque sul novarese. Torno adunque a ripetere, che fu per errore effigiato nella tavola Peutingcriana un fiume anonimo derivato sul novarese dal lago Cusio. Porto all’opposto opinione il Ven. Vescovo Bescapè, che il nostro lago non fosse che un membro del Verbano, e che ne sia rimasto disgiunto per l’innalzamento del letto cagionato tra Omegna e Fariolo dalla Strona e dalla Toce. Se i materiali travolti da questi due fiumi abbiano potuto col tempo colmare uno spazio di ben quattro miglia, io lo lascierò discernere allo spirito investigatore dei dotti.

IV. In due parti dividesi la Riviera superiore, detta di S. Giulio d’Orta, in orientale ed occidentale: quella partendo dal suo termine territoriale di Gozzano sino al rivo chiamato riale del confine sul territorio di Agrano, stendesi in longitudine per mi- glia dieci; questa togliendosi dai limiti di Pogno, il quale con Prero e Berzonno fu unito alla Riviera inferiore nel 1470 dal Vescovo Giovanni Arcimboldo, sino al torrente Quarna sui confini territoriali di Brolo e Cireggio, è di miglia otto. Or dunque i ridenti colli ed i selvosi monti, che si specchiano nel lago, e che costituiscono la Riviera superiore, sono il principio da settentrione della Provincia di Novara: i monti orientali di questo luogo si stendono fino a quel seno del Lago maggiore o Verbano, in cui sbocca il fiume Toce; ma la Riviera non travalica quel rivo detto del confine: la sommità dei monti stessi la divide dal Vergante, che appartiene alla provincia di Pallanza: i monti occidentali facendosi ognora più eminenti, aspri ed orridi, la dividono dalla Valsesia, e vanno poi a raggiungere la catena delle alpi pennine, ove il monte Rosa innalza coperti di perpetuo ghiaccio i suoi gioghi. Andando poi verso Omegna i confini delle ultime nostre comunità di Nonio e Brolo trovansi tratto tratto segnati sui monti da termini di sasso. Giace la Riviera sotto il xlv grado di latitudine, e xxxiv di longitudine del polo: le acque del suo lago stanno secondo le operazioni barometriche eseguite nel 1851 dall’ingegnere Cav. Negretti sopra il livello del mare in altezza di metri 282, superiori perciò al Verbano ed al lago di Como di circa 80 metri: da questo la felicità salubre dell’aria, e la mitezza del clima, che molti invita a qui villeggiare.

V. ORTA, borgo assai bello e capoluogo del mandamento, si distende alle falde di un promontorio peninsulare, la cui sommità riesce sollazzevole e veneranda insieme pei boscherecci passeggi, e per le sacre rappresentazioni della vita dell’Assisiate. Comprendonsi nel mandamento d’Orta e ne sono dipendenti i Comuni dell’orientale ed occidentale Riviera, cioè Ameno, Armeno, Coiro, Miasino, Pettenasco, Pella, Boletto. Artò, Arola, Cesara e Nonio. Gli antichi rogiti fatti in Orta anche prima dell’anno 900 dicono: actum in mercato Stagni, ubi dicitur Horta. Qui il mercato dello Stagno vuolsi intendere per la piazza sulla ripa del lago. Di Orta si ha menzione nell’instromento del 950 riferito da Gerolamo Biffi nel suo opuscolo Nobilitas Vicecomitum pag. 42, ove un testimonio è di questa terra, Ottone I imperatore nel 962 la denominò Villa nel suo diploma che ivi segnò per i Canonici dell’Isola di S. Giulio. Il suo mercato, sempre popolarissimo e cosi ridente e bello ne’ tempi estivi ed autunnali, rimonta ad un’epoca assai antica: questo si teneva fino dall’anno 1228, facendosi di esso menzione in una sentenza del Castellano di Riviera Bonifacio Tornielli pronunziata in quel tempo. Non credo però che fosse dai Riveresi assai frequentato prima del 1311, quando per comando dell’ imperatore Enrico VI o VII dovettero tutti i Municipii abbattere i fortilizii e le barriere murate ond’erano ricinti: allora fu ampliata la piazza per l’atterramento delle fortificazioni verso il lago, ed abbellita colla piantagione di quegli olmi, i quali dopo più di quattro secoli di esistenza finirono per essere da noi sradicati. Nel 1312 aprivasi nel giorno di mercoledì, e convenivano tutti i terrieri all’intorno, come raccogliesi dall’instromento 6 settembre 1312, rogato dal Dottore Nìcolao Borrino milanese: gli Statuti di Riviera lo ricordano nel 1343. Chiunque poi si faccia a guardare questo borgo dall’opposta sponda del lago, e vegga le sue abitazioni ed i suoi giardini elevarsi sulle gran moli gettate nell’acqua, e gremire di case lungo tratto dì quella sponda non temendo l’urto dei flutti, potrà ben dire che Orta è sorta regina fra noi, e che invano il Cusio muoverebbe lamenti di essere stato da lei circoscritto. Per un’ampia e ripida strada fiancheggiata dai sontuosi palazzi Gemelli e Fortis si ascende alla Chiesa parrocchiale, da cui quando tu vegga discendere ed a lei risalire le religiose processioni ravvivate da virili e donneschi canti, ti sembrerà, che l'umanità redenta, dopo di essere venuta quaggiù a toccare una terra di esiglio, ripigli poscia l'erto cammino, e si rivolga al cielo. Fu Orta la patria di eletti ingegni, i quali illustraronla cogli scritti e coi pubblici impieghi: ma, ci duole il dirlo, invano si cercherebbe qui un monumento, od una lapide, che ci richiami la grata memoria fra gli altri di Giambattista e Pietro Olina, di Bartolomeo Bersano, di Girolamo e Francesco Gemelli, e di Giacomo Giovanetti. VI. nella sua Descrizione dello Stato di Milano pag. 174 assegnò alla Riviera l’estensione territoriale di 174,117 pertiche censuarie: il Cotta credette che assai minore

ne fosse il perticato; ma da una tabella della popolazione e del perticato della Riviera superiore ed inferiore, esistente presso l’Ufficio dell’Intendenza di Novara, ho potuto rilevare, che se-

condo le consegne dei Segretarii comunali le due Riviere hanno la estensione di Pertiche 176,207, e secondo lo stato del Censimento hanno Pertiche 169,866, 22; cioè la Riviera superiore

Pert. 151,893 secondo il rapporto de’ Segretarii, e Pert. 119,294, 2 secondo il Censimento; e la inferiore Peri. 44,312 giusta il rapporto, e Pert. 30,642, 20 giusta il Censimento. Ma la differenza spicca assai maggiore, quando si sappia che nello stato del Censimento fu ommesso il perticato delle aggregate di Vacciago, Bassola, Piana de’ Monti, Grassona, Corcogno, Carcegna, Pisogno, Brolo, Ojra, Alzo e Crabbia per la Riviera superiore; e per la inferiore Gargallo, Berzonno e Piero, il territorio delle quali è

di Pert. 32,935. 20; cioè 22,610.23, per le prime aggregate, e 10,524.21 per le seconde; quindi aggiungendo le Pert. 52,935.20 al totale del Censimento, come dicemmo di Pert. 169,866.22, avremmo la quantità di Pert. 202,802. 18, le quali portano un divario dalle consegnate dai Segretarii di Pert. 26,595, 18. Nè ciò faccia meraviglia; avvegnaché lo spirito di diffidenza, con cui sempre si procede in cotali consegne, dà ragione di questo divario senza dovere incolpare alcuno di malizia; tanto più che nei tempi andati si tendeva maggiormente, che non adesso, a falcidiare d’un qualche centinajo di jugeri d’infelice terreno, per non attirare sovr’esso il cupido sguardo de’ Principi, i quali già ne pretendenvano l’alto dominio.

VII. Sopra questa superficie di territorio divisa da 21 Comuni e da 29 Parocchie noi contiamo ora una popolazione di 16,914 anime secondo il Censimento operato nella notte del 31 ottobre 1857; e ci piace il vedere che successivamente andò quasi sempre crescendo malgrado la incessante emigrazione, che dirada le famiglie; poichè ai tempi del Bescapè, cioè nel 1594, numeravansi 12,044 anime; più tardi nel 1791 secondo uno stato d’anime spedito il 16 dicembre al Cancelliere dell’Università Notajo Scalfa di Orta erano 14,250; nello stato del 1826 ascesero a 15,634; nella statistica del 1858 a 16,088, e in quella del 1848 a 17,233. Notai essere questo paese soggetto per la sterilità del suolo ad emigrazione continua, perchè si contano fra noi parecchi, i quali o soli, e colla famiglia si stanno per la maggior parte dell’anno, od anche lunga mano d’anni, in Milano, Genova, Roma, nella Spagna, in Francia in America ed altrove a procacciarsi, esercitando le arti ed il commercio, i mezzi di esistenza loro negati dallo sterile suolo. E se non fosse quella insuperabile forza, che muove più particolarmente l’abitatore de’ monti a trasportare sulla terra natale il frutto de’ sudori, che la necessità lo condusse a spargere in esteri paesi, nè tanti bei gruppi di case ingemmerebbero le verdeggianti costiere del Lago, nè questa contrada starebbe guari dal mutarsi in un deserto. Notò il Cotta, che sul finire del secolo XVII la coltura andava rifiorendo, e molti poderi inselvatichiti per difetto di abitatori stati scemati nel precedente secolo dalla peste, e dalla emigrazione, ritornarono coll’aratro e colla marra a floridi campi. Notava però lo stesso scrittore, che dal 1200 sino al 1500 le decime prediali rendevano quasi il doppio dei tempi suoi. Questo avanzamento nella coltura agraria si riconosce anche ai nostri giorni. Ora si veggono viti floridissime, e praterie e campi dove innanzi non nasceva altro che stipa, un composto di sterpi di varia specie, massime d’eriche e d’ulici, cui noi Lombardi chiamiamo bruchi o brecchi, e ce ne serviamo a far fuoco o manne ad uso di farvi salire su i bachi da seta. Prova ne sia fra gli altri luoghi il bel monte di Mesima, sul quale per investitura enfiteutica a 60 anni testè fatta a molti dal Comune di Ameno mutossi l’arida stipa in rigoglianti vitigni, e l’erica silvestre in messi copiose. Notò del pari che il prezzo dei terreni, benchè di tenue prodotto, andò di continuo crescendo. Esso è eccessivo anche oggidì, massimamente se veggansi i contratti di stabili posti in Crabbia, Pettenasco, Grassona ed Egro. Ciò proveniva allora dalle stesse cause, che agiscono in oggi; e veramente il danaro introdotto dall’industria, il piacere di possedere stabili in patria cosi soddisfacente per chi conosce a palmo a palmo il suolo in cui visse i lieti giorni dell’infanzia, la incertezza degli altri contratti quantunque più utili, ma meno apprezzati, e il desiderio di riposo in chi ritorna stanco e provetto da rimote contrade sono potenti cagioni a far riversare in questi acquisti il denaro altrove raggranellato.

VIII. Se non che la difficoltà di poter ridurre a sicure cifre la estensione territoriale diventa arche maggiore per determinare il prodotto della coltivazione. Furono già da alcuni anni somministrate dai Comuni alcune nozioni alla Commissione di statistici; ma a chi conosce i luoghi , e a chi le esamina partitamente cadono per necessità di mano, tanto son esse infondate, arbitrarie e contraddittorie. Possiamo perciò discorrere sommariamente dei principali prodotti. La bachi-coltura ebbe in questi ultimi tempi tanto nella superiore, quanto nella inferiore Riviera un notevole incremento, essendosi i coloni accomodati a guardare di buon occhio fra i vigneti le filiere dei gelsi allettati dal guadagno di un pronto raccolto. E lamentevole caso che o per infezione della semente, o per malignità dell'atmosfera sieno da qualche anno frodati delle loro fatiche. Questa produzione, estendendola ad una cifra non solo probabile ma possibile sulla media di un discreto raccolto, importerebbe la quantità di rubbi 2000 circa, i quali valutati a soli L. 30 ogni rubbo, farebbero entrare in Riviera l'egregia somma di L. 60,000. La migliore filanda pei bozzoli fra noi è quella dei Bellosta di Alagna. Le viti si possono dire il miglior ramo di produzione della Riviera orientale. Quanto sono belli a vedersi quei verdeggianti colli tutti coperti dai diffusi tralci, ed imporporati dalle uve, che rendono gli autunnali giorni così giulivi a Corcogno, Vacciago, Orta, Carcegna, Pettenasco e Crabbia! Qui la loro coltivazione è di assai dispendio, dovendosi la vite elevare gran tratto con lunghi e grossi pali, per essere il terreno di sotto ridotto a seminerj, o a prato. In addietro avvitichiandosi i tralci della vite a vive piante che chiamavansi altini, una specie di olmi detti da Columella e da Plinio ugualmente atinia. Ora non si adoperano più, forse perchè di soverchio ingombro ai raggi del sole, e di troppo dimagramento del terreno. Lo stesso Plinio fa menzione del Novarese coltivatore delle viti, e nota, che sulle forche avvolgevano i tralci, ma soggiunge esserne il vino aspro e immite. Se a ragione ciò dicesse io non so. Ora però i nostri vini, in ispecie quelli di Carcegna, Pettenasco e Crabbia, se mature siansi raccolte le uve, sono assai buoni, generosi e gradevoli, e se vengono trasportati alle regioni montane acquistano tale forza e sapore da non reputarli per nostri. Nei buoni raccolti il vino per la Riviera non solamente sopperisce alla necessità della popolazione, ma forma eziandio materia di discreto commercio. Una trista sventura ci piombò sopra per l’ira del Cielo, poichè da oltre un decennio uno sconosciuto malore, chiamato crittogama, ne ammorba ed insozza gli acini, i quali o non giungendo a maturanza, o spaccati per mezzo cadendo ci resero inutile il vendemmiare. Sembra ora per fatti esperimenti, che giovi assai lo spolverare di zolfo i grappoli alcune volte dopo la loro fioritura.

IX. Altro ramo di produzione si è la pastorizia, da cui grande copia di carnagioni e di grasse, non essendovi quasi palmo di terra che non produca erba alle capre ed alle bovine. Dal principio di maggio sino ad ottobre si riducono i pastori e gli alpigiani di Nonio, Cesara, Arola, Arto e Boletto, come pure quelli di Coiro e Armeno, sulle loro montagne, dove colle proprie e colle appigionate capre e bovine stanno tutta l’estate nella frescura del l’aria e delle acque che preservano i latticinii dall’acidità e dalla corruzione, componendo eccellente butirro e formaggio, ed allevando vitelli. Chi ha veduto quelle estese praterie trapuntate di casolari, e qua e colà ricche di piante e di arbusti, massime sul Mergozzolo, ove in questi ultimi anni furono dal Governo posti molti cavalli e puledre; chi ha udito il tintinnio dei campanelli appesi al collo delle pascenti giovenche quando escono muggendo dalle aperte stalle a una, a due, a tre; chi ascoltò la voce dei guardiani che richiamano ai proprii pascoli le sviate e le ritrose, ed il mormorare dei frequenti ruscelli che dall’alto discendon giuso facendo i loro canali freddi e molli, le acque dei quali ora raccolte in iscavate conche al beveraggio delle bestie, ora divise e sperperate da frequenti roggie ad inaffiare i prati, riflettono così vagamente i raggi del sole; chi ritrovossi colassù nel mattino, e vide il sorgere dell’aurora, e senti la brezza di un aria acuta, lo stormire delle frondi, il canto dei ridesti uccelli; chi vide da quelle vette quanto può giungere la vista l’immenso piano del Novarese, del Vercellese e della Lombardia, i molti laghi, e gli innumerevoli paesi, che li fanno belli, e ricchi; chi fu spettatore di quella indescrivibile meraviglia, che ci si presenta, allorquando, risplendendo colassù in bel sereno il sole, si agitano al di sotto le nubi ora commosse dai venti quasi onde del mare, ora tormentate dalle fulgori e dai tuoni, che nel loro seno guizzano e rumoreggiano, egli avrà avuta una qualche immagine della bellezza della natura, e della immensità dell’universo.

X. Alle falde di queste costiere ora prominenti ed ora rientranti in valli vedesi un perpetuo bosco di castagne, ubertosa produzione che allevia le angoscie del povero, e di roveri, betole , olmi, faggi, pioppi, frassini, sorbi coi rubicondi loro grappoli, e ginepri colle nereggianti bacche tanto ricerche dai tordi e dalle grive. Sopra queste vette sguinzagliamo i cani talora, e compartiamo le lasse: allora ciascuno si studia di occupare i rimoti sentieri, e di essere giunto al varco, innanzi che la belva sia posta in fuga: intanto i segugi colle teste a terra mostrano il loro valore ricercando col fiuto le traccie del nascosto lepre: esso dai latrati riscosso, e timoroso all’appressarsi dei veltri balza fuori dagli spinosi vepri, e in bene aperto campo distendesi al corso: i cani dietro lui corrono battendo per dove corse loro innanzi; quelli alla preda agognano, questo allo scampo; e perché l’avversario non giunga ad avanzarlo, sorpassa e sprezza ogni folta macchia ed ogni dubbioso sentiero: ma già il cane sta per ciuffarlo coi denti, e schiattisce: il lepre è in dubbio, se preso o libero sia; ma intanto gli sfugge di sotto, e la dà all’erta. Cosi salendo spinto dai clamorosi latrati giunge al cacciatore colà posto in agguato, il quale d’un colpo di moschetto gli toglie nei corso la vita. Qui abbiamo pernici, coturnici, starue, acheggie e faggiani, che pasconsi nell’ estate di fragole, di more, di lamponi e di mirtilli. L’uccellare ha le sue delizie coi lacci e con le reti, come dicono, a frascato, o paretaio, ovvero coi roccoli: il primo di questi che siasi visto fra noi fu piantato al fianco orientale del colle di S. Carlo di Miasino, forse dove trovasi ora quello dei Razzini: i meglio intesi e rinomati de’ nostri dì sono quelli nei boschi di Ameno e di Armeno, e sulle colline di Bolzano e di Auzate. Per le varie contese giuridiche alle quali si veniva a cagione del cacciare dai Riveresi coi Vergantesi il nostro Cotta aveva in pensiero descrivere una memoria legale dei molteplici casi che potevano intervenire; ma poscia avendone letta una fra le opere di Sebastiano Medici, a quella rimandò gli amatori.

XI. Del resto le due Riviere producono grani grossi e minuti, e legumi d’ogni specie, non bastevoli però che per tre mesi del l’anno al bisogno degli abitanti, quando le brine, le gragnuole, o i venti australi non dissipino, come sovente accade, quei pochi frutti che vi nascono. Suppliscono a questo difetto i grani del l’agro novarese, e la dovizia delle castagne, delle patate e dei laticinii. Vi si coltiva il canape ed il grano turco: vi si trovano bastevolmente ortaggi squisiti, e frutti in quantità; mandorle, azzaroli, amarene, cerase, corgni, gengiovini, fichi, melgranati, pesche, pomi, peri, noci e nespoli, siano nostrani, siano forastieri, nella diligente coltura dei quali non dimenticherò di notare in ispecie i prodigiosi conati del Sacerdote D, Pasquale De Lorenzi Curato di Coiro, dei fratelli Fortis di Pettenasco, del Dottore Pietro Neri di Berzonno, e dei fratelli Ronchetti di Orta.

XII. I torrenti e i fiumi, che formati da piccoli rigagnoli sui monti vanno a confondersi colle acque del lago, sono dalla parte occidentale la Scarpia ad Alagna, la Plesina ed il Pellino a Pella, e l’Acqualba, così detta dalla bianca acqua, colla maravigliosa sua cascata al di sopra di Nonio; e da oriente il Pescone a Pettenasco, che trae le sue sorgenti dal Mergozzolo; ma primeggia fra tutti l’Agogna, la quale da piccolo ruscello che scorre dagli alpi la Volpe ed il Calandro, raccogliendo poscia dall’Onella e dalla Frua altri tributi, si fa grossa ed insofferente degli argini. Essa scorre la Riviera in vicinanza di Coiro, Pisogno, Ameno, e Gozzano, passa dal territorio di Briga, indi al piede di Borgomanero, che nel 1857 fu completamente da lei innondato, prosegue in direzione da settentrione a mezzodì verso Fontanetto, Momo e Novara, lascia questa città a sinistra distante un miglio e volgendosi pei territorii di Lumellogno, Monticello e Vespolate s’indirizza a Lumello e di là a metter foce nel Po alla Gerola. Questo fiume dagli antichi Romani era chiamato Novaria, anzi il Cluverio pretende, che da questo abbia preso Novara il nome. Gaudenzio Merula chiamollo col Terdoppio pisculenta flumina, ed il Bescapè troctarum ferens copiam. La proprietà giurisdizionale di questi fiumi era un tempo dei Vescovi Conti, ma l’utile dominio, o piuttosto la proprietà patrimoniale e d’uso, era di quelle Comunità sul territorio delle quali essi trascorrono; laonde poteva ciascuno estrarre l’acqua da questi fiumi anche senza beneplacito e tributo ai Vescovi, ai quali era soltanto dovuta la decima detta Caneparia per i molini che aggiravansi o colle acque derivate dai fiumi, o colle altre raccolte ed unite da rivoli privati, non mai per quelle tolte per la irrigazione, o ad uso degli altri edificii, come peste, folle, fucine, seghe ed altri cotali, non ostando a questa libertà il jus radicale dei Vescovi, ma trovandosi la Riviera in un antichissimo possesso convalidato da immemorabile principio. Due soli edificii di qualche rinomanza, fuori i molini, esistono ora nella Riviera, la folla di carta sul Pellino del sig. Francesco Fiorentini, ed il Filatojo di seta sulla Plesina del sig. Galimberti in Pella, nei quali si veggono progredire il buon gusto delle fabbriche e la precisione degli ingegni e delle macchine. XIII. Non si coltivarono mai con pieno effetto le miniere aurifere fra noi, sebbene sotto il cessato regno Italico un Giulio Giuseppe Giorla di Pettenasco abbia ivi procurato molti assaggi della miniera alla regione di Cervigada, il cui filone di pirite giallo rossiccia è nell’interno di scisto grigio, e misto ad una terra ferruginosa; ed a Cesara altra miniera già da molti anni aperta in vicinanza al paese; e Giacomo Zanetti dell’Isole Borromeo ancora non è molti anni altrettanto facesse nelle vicinanze di Coiro con migliori auspicii: ma i loro tentativi o per difetto di danaro o per poca speranza di subiti guadagni furono di corta durata. Si pretese anche d’aver trovato a Roncallo piccolo cascinale presso Alzo, e con iscavamenti si cercò il carbone fossile ora sono tre anni dall’Inglese dottore Galland; ed altri amatori affidati dalle dichiarazioni vere o supposte dell’Ingegnere Stephenson inglese unironsi in società ed incominciarono un piccolo scavo, o assaggio in Pettenasco: svanì però la loro impresa dopo il rapporto dell’ingegnere Melchioni di Novara, e forse per miglior bene di tutti, scorgendosi soltanto qualche strato di lignite e di non perfetta entrante, ed altrove alcuni strati di scisto calcare bituminoso. Abbiamo però buone cave di sassi e vene di marmi, come quelle di Ronco, donde si tagliano sottili lastre o piode, le quali inservono in luogo di tegole a coprire i letti; quella di Alzo in quel monte granitoso della Madonna del Sasso, da cui si estraggono grandi pezzi di migliarolo granito di fondo bianco moscato a nero, che servirono già per il ponte della ferrovia sul Po a Valenza, e diedero alla Basilica Gaudenziana a Novara le 24 colonne esteriori della Cupola: in Gozzano si rinviene calcareo rosso conchiglifero, di frattura concoide, il cui colore pende talvolta al rosso giallognolo, ed è suscettivo di bella levigatura. La balaustrata della chiesa di Gozzano fu fatta con questo marmo. Il masso è posto nella parte più alta del villaggio ove sono collocati il Seminario ed il palazzo Vescovile: nell’interno del paese il marmo si mostra con traccie di calcaria cristallizzata; ma fuori di esso, e particolarmente sotto ad un prato del Seminario vi si scorgono racchiuse conchiglie fossili dello stesso colore e di eguale durezza della roccia. In Oira la cava di marmo nero che, come scrisse Cotta sulla testimonianza di Gaudenzio Merula, nei precedenti secoli, e prima che si scoprissero i marmi Comaschi, fu di molto pregio appresso i Duchi di Milano, poichè l’antica facciata di quel Duomo scaccata a marmi bianchi e neri, e che incominciata nel 1386 stette fino al 1683, ha dato molta celebrità a questi marmi; ed altre tre bianche in prossimità di Crabbia, di Miasino e di Cesara, tutte incolte o per non trovarsi conveniente spaccio, o per non essere ben note agli artefici. Abbiamo sassi calcari buoni per calcina, e vaghissimi per le dentriti a Cesara e a Gozzano, ma nessuno finora per quanto io sappia usonne per traffico, o per togliere almeno la necessità di servirci di quella di Maggiora o di Arona. Aggiungerò a queste lapidicine la creta od argilla di Gargallo, così acconcia alla formazione di vasi e stoviglie, e dei mattoni da fabbrica; non che quella di recente attivata da Domenico Isotta d’Agràno pei soli mattoni e tegole sui confini del territorio di Armeno con Pettenasco.

XIV. Bartolomeo Taeggio Cavaliere Milanese e Castellano di Riviera nel 1853 fra le sue lettere risponsive una ne scrisse a Domenico Morando Luogotenente generale e Commissario del Cardinale Vescovo Giovanni Morone, nella quale tanto si mostrò invaghito delle delizie di questo paese, e specialmente dell’Isoletta di S.Giulio, da volerla non pareggiare, ma anteporre a quella di Citerea, di Coleo, di Itiaca, di Ogigia, di Baia, d’Andro, di Cipro, d’Utica, di Lenno e d’Ischia; che anzi conoscendo egli quanto bene si prestasse questa Riviera per l’amenità del sito, la salubrità dell’aere, e la temperanza del clima ai desiderii dei villeggianti, asseriva che se fosse stata veduta questa terra amena a Plinio Nipote, egli avrebbe lasciato per lei il suo Laverentino, e Marco Censorino, Tullio Cicerone ed Erode Filosofo Ateniese avrebbero avuto in non cale l’amico Sabino, il Tusculano famoso, e la deliziosa Cefisia. Dopo di lui il nostro Carlo Francesco Bertochini d’Ameno nel suo idilio l’Armindo, stato pubblicato dal Cotta in calce al libro I della sua Corografia, fece contendere a gara natura e cielo, l’una per produrre, l’altro per versare in seno a questa Riviera quanto di bello e di grazioso può accogliersi quaggiù a nostro diletto dalla terra. Ma se oggi ricomparissero fra nio, e vedessero le nuove delizie sorte quasi per incanto ad ingemmare le sponde del lago, i sontuosi palazzi che illustrarono ed ingentilirono i nostri paesi, le amene villeggiature che innamorarono di sè i cittadini, e fanno cotanto belli i giorni d’autunno, quali meraviglie dovrebbero scrivere? Non è quarant’anni ed una sola casa campestre stava negletta sulla ripa occidentale in vicinanza alla fontana di S. Giulio, ed accoglieva la famiglia Bellosta detta comunemente del pascolo: ora un aggregato di molte e bene costrutte case atte a varii rami di commercio si ammira da lungi, ed augura a quel luogo la non lontana fortuna di formare un bel paese. Sono graziosi e mirabili i poderetti sulla sponda del Cusio qui protendentisi nel lago con regolari muraglie, là incurvantisi come arco per abbracciare le belle e chiare acque, dove una darsena accoglie la barca e la gondoletta, sotto cui lieta soggiace l’onda o quando si vada ad asciolvere con allegra brigata, o quando si tendano insidie ai pesci; in mezzo a questi ora torreggia un elegante casinetto fra l’ombra delle viti e dei gelsi, ora un promontorio smaltato di fiori, e spartito da ricurve ajuole ridenti per le rubiconde verbene, e per i purpurei leandri. Nè sfuggirà alla vista del viaggiatore la villa del Cav. Gaudenzio Prina ad Imolo, quasi presagio delle maggiori che a lei tengono dietro: giacchè innalzando lo sguardo sulla collina che ci sta a destra mano, apparisce quanto gentile altrettanto bella la villa del Conte Gaspare Roget De Cholex or ora compita; poi i due casini Fortis e Ronchetti, e questo tuttochè in parte solamente costruito ci apprende l’arie maestra di quel forte ingegno dell’Architetto Alessandro Antonelli, delle cui opere il novarese va tanto superbo: poi discendendo per la strada carreggiabile verso Orta, estatico si rimane e dolcemente sorpreso dall’aspetto magico della villa, che il marchese Natta d’Alfiano di Novara volle innalzare nel 1841 sul disegno fattogli dall’architetto Caronesi; qui la natura aiutò l’arte, e l’arte superò la natura. Nel rigido verno le verdi camelie e le dafni odorose non temono il gelo e la neve, cui poco raggio di sole tostamente discioglie; qui il sasso della sterile moriccia pria di tufi coperto e di musco tra le fenditure e gli sporgenti rialzi mantiene e nutrica gli aloe e gli aranci: qui l’innamorato Tibullo meglio forse che negli elisi troverebbe il luogo da esservi ricondotto dalla sua Messala, dove fra i boschi di peregrine piante la magnolia, la grandiflora, il pinus strobus, ligustum hiapponicum, liburnum tinus, pinus abies nigra, pinus abies alba, cupressus, arbutus omedo, e i mirti, e molte altre fiorenti e odorose piante, formano col canto dolci melodie e per entro a quelle macchie svolazzando menano danze e carole gli uccelli; e dove di soavi rose la terra tutta germoglia, e vergini mani di illustri donzelle sfrondano lungo i meandri di limpida fonte i rosai ed i mirteti per farsene ghirlande al capo, e mazzolini al seno.

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