Edgardo Poe
fi ct ra le facoltà più atte a destare in noi il sentimento della meraviglia e dell’ammirazione vuolsi per certo annoverare la fantasia o, a dirla altramente, l’imaginativa; la quale, allora che si chiarisce col suo più fervido e brillante colorito e mostrasi d’una singolarità più unica che rara — la singolarità del genio — si rende capace degli effetti più mirabili e grandiosi. È in essa e per essa che, in arte, abbiamo il genere fantastico, il meraviglioso, genere tanto più raro e difficile quanto più facili e spessi possono essere gli scogli in cui s’imbatte l’artista cadendo nelle trivialità del ridicolo e del grottesco, soliti peccati delle nature pusille e mediocri.
La letteratura che convenientemente appropriasi le qualità del meraviglioso e le doti felici del fantastico, otterrà sempre gli effetti più forti e ammirabili, in modo speciale per gli spiriti mobili e dilicati e per le gentili e peregrine nature portate alle speculazioni mentali ed al ritiro.
Ogni manifestazione letteraria, presa nel suo complesso, ci appalesa una peculiare forma del pensiero; e la letteratura, se per un lato è varia e molteplice secondo la differente energia delle umane facoltà, rappresenta sempre per l’altro una specie di local colorito, assume, cioè, un aspetto che riflette costantemente l’indole, le aspirazioni, i bisogni d’una data gente, d’un dato paese; è la spontanea forma della coscienza e del pensiero della nazione cui serve.
Giova pertanto ammettere la perenne influenza del clima, del cielo, delle ragioni storiche, topografiche, tradizionali, ecc. sugli atti della nostra mente, sui moti del nostro cuore, in modo che il lavoro dell’arte chiarisca nel suo complesso la fisonomia della propria epoca, l’indirizzo di una speciale gente.
Dalle quali ragioni di fatto emergono le così dette letterature nazionali, che sono altrettante caratteristiche dello spirito dei vari popoli, legate nullameno tra loro e poste in armonia nell’uniformità e comunanza dello scopo, ch’è in- contrastabilmente e invariabilmente per tutti umanitario e civile.
Tuttavia è qui pregio il notare che la singolarità d’uno scrittore non vale sempre a riflettere l’indole speciale d’un popolo; avvegnachè di spesso i requisiti delle sue facoltà, rifiutando ogni norma stabilita dall’uso o consecrata da’ principii, rivelino piuttosto una prerogativa nobilissima e svariatissima dell’individuo, riottosa ad ogni freno e legge, anzi che una partecipazione o derivanza d’uno spiccato carattere della propria razza.
Allora, cotali individui entrano a rappresentare nel campo letterario quanto di più volubile o lato esservi possa nelle elocubrazioni della mente; e, maestri abilissimi nell’arte d’esporre le più minute e cangianti parvenze del pensiero, usano i modi mirabili del fantastico a trarre, a commuovere, ad affascinare gli animi. — E qual più valente coloritore del letterato e del poeta, visionari per eccellenza, interpreti sagaci e geniali de’ più intimi entusiasmi, ministri primissimi e fecondi d’ogni più varia ragion dello spirito e del cuore?
Tra le nazioni che per ispeciale tendenza di natura sieno maggiormente tratte a quelle grandiose e strane manifestazioni dello spirito, certo è da annoverarsi in modo singolare la tedesca; la quale o per leggi dell’antica sua mitologia, o pei fasti conseguenti de’ suoi primi abitatori, o per la fosca natura de’ suoi cieli e l’influsso delle stesse sue terre, sembra compiacevolmente aggirarsi in una vaga nebulosità, ottemperare allo spirito mistico di sue leggende, discorrere gli astrusi e reconditi cicli delle speculazioni sue.
E nondimeno tali cause o disposizioni o caratteri, dissimili secondo i tempi, i luoghi e le genti, hanno sempre una ragion di essere congetturale o relativa, e molte fiate anzi la specialità o virtù di certe nature pare venga a distruggere ogni saggia e logica induzione a’ generali principii dell’osservatore; fatto che, nel caso, comproverebbe giustamente non tanto le qualità universali dell’uomo individuo quanto il privilegio d’individue nature.
Le quali idee appunto trovarono accesso, per rispetto al Poe, in noi, considerando la sua larghissima vena nel creare il fantastico, nello svegliare il meraviglioso, e studiando questo scrittore incontrastabilmente massimo in un genere sì poco consentaneo e poco a verso della propria nazione, dispregiatrice suprema d’ogni sottigliezza e ripiego metafisico; imperciocchè nessun popolo, com’è noto, per principii ed indole è più materialista ed utilitario del popolo delle Americhe.
Sotto il quale rispetto Edgardo Poe nel nuovo mondo potè sembrare un’anomalia e un controsenso; e la stessa sua vita errante e travagliata varrebbe ad offrire giuste e curiose osservazioni a chi si piacesse di perscrutare le recondite cause di un troppo apparente disordine.
In Germania puossi trovare chi più spiccatamente lo somigli in ; e la vita stessa di questi due scrittori fantastici offre tali punti di contatto, che quasi quadrerebbe il rilevarli, pur indipendentemente dal loro merito artistico. Le loro abitudini morali, le sregolatezze, i contrasti dell’uno e dell’altro stabiliscono rapporti curiosi e degni delle più sottili induzioni. E nondimeno nell’appresentare all’occhio le mende d’uomini forniti delle più nobili e mirabili facoltà dello ingegno, havvi sempre qualche cosa che impone e addolora nello stesso tempo; vi è un non so che di pietoso o meglio di amorevole che ci spinge all’obblio, facendoci quasi persuasi che là dove gli entusiasmi della mente si mostrano più fervidi e pieni, ivi sia maggior debito d’indulgenza, una più forte ragione a miti consigli. Forse qui taluno potrebbe levarsi oppositore a cotal modo di vedere; ma non abbiamo noi inteso a sentenze, non mirato a pronunziare apoftegmi. Crediamo tuttavia che tale sentimento individuale possa avere il suo lato di buono; ed anzi egli è di tale natura che onestamente teniamo debba averlo. A proposito dell’ ecco quanto scriveva : «Allevato pel foro, cuopriva da principio in Prussia parecchi uffizi inferiori nella magistratura; ma ridotto presto a vivere della sua industria, ebbe ricorso alla sua penna ed alla sua matita, oppure compose musica per teatro. Questo cambiamento continuo di occupazioni incerte, quest’esistenza errante e precaria produssero senza dubbio il loro effetto sopra uno spirito particolarmente suscettivo di esaltazione e di scoraggiamento, e resero più variabile ancora un carattere già tanto incostante.»
«Hoffmann infiammava ben anche l’ardore del suo genio con frequenti libazioni, e la sua pipa, compagna fedele, lo involgeva in una ammosfera di vapori. Il suo esteriore stesso indicava la sua irritazione nervosa. Egli era piccolo di statura, il suo sguardo fisso e selvaggio, che sfuggiva attraverso ad una folta capigliatura nera, svelava quella specie di disordine mentale, di cui sembra avere avuto conoscenza egli stesso quando scriveva nel suo giornale questo memorandum, che non si può leggere senza un movimento di raccapriccio:
« — Perchè nel mio sonno come nelle mie veglie i miei pensieri si portano soventi, e mio malgrado, sul tristo soggetto della demenza? Mi sembra, lasciando libero il corso alle idee di- sordinate che s’innalzano nel mio spirito, che esse mi scappino, come se il sangue spicciasse da una delle mie vene, che fosse per rompersi. »
Nullameno, havvi per l’osservatore una causa, cui deve attribuirsi un grande influsso, non solo in ogni opera d’arte, ma e specialmente negli atti e nell’intiera vita dell’ artista. — Ogni lavoro essendo, complessivamente, determinato dallo stato generale dello spirito e dai costumi predominanti di questa o di quell’epoca, l’arte non fa che afferrare e mettere in evidenza il carattere dominante degli oggetti e delle cose. In oltre, com’è noto, il sommo della coltura tende a risciogliere maggiormente le idee, a dare loro fluidità maggiore, più estensione, una elasticità sommamente analitica e quasi perfetta: lo spirito quindi si allontana sempre più dalle immagini, dai rapporti, dalle forme materiali e sensibili, raccogliendosi completamente in sè stesso e completamente usando l’energia d’ogni sua nobile facoltà. — Ora, se avvenga che per ragione d’indole, di tendenze e di principii l’artista trovisi affatto in urto con la maggior parte dei suoi concittadini; se avvenga che, soggiacendo ad una grande mobilità di sentimento, ad una fatale prerogativa di fantasia, più duramente risenta l’attrito e provi l’isolamento della società in cui vive, — ei certo scivolerà di facile nelle crudezze dello sconforto, si volgerà men restío alle tentazioni dello scettismo, s’abbandonerà quasi baldo alla foga delle passioni delire.
Tra le quali circostanze eccezionali l’ingegno si desta, si avviva e piglia, diremmo, una tensione d’elasticità straordinaria, di moltiforme potere, donde ha luogo una fantasia tutta propria, sui generis, singolare nell’arte, singolare nel carattere stesso della nazione. Ma è una forza tutt’affatto subbiettiva, la quale tuttavia nella sua estrinseca manifestazione ha o mostra di avere un non so che di somigliante a quella dei venerati responsi delle Sibille a Babilonia, a Delfo, a Cuma. Specialità, se vuolsi, fatali e talor disgustose, ma che non sono perciò meno atte a comprovare il fatto. — In , per esempio, allorché il vino aveva scaldato la sua fantasia, la conversazione si faceva gaia, copiosa di epigrammi, di frasi argute e di sali; e, se non parlava, davasi al disegnare, e in una taverna di Berlino scorgesi ancora conservato un albo istoriato di suoi umoristici disegni. La pipa ed il bicchiere erano i dispensieri obbligati degli estri più stravaganti e proteiformi di quell’uomo singolare.
Ma qui ci sembra dover estendere maggiormente le nostre idee, affinchè qualche sagace osservatore non ci appunti di avere trascurato certe ragioni filosofiche del caso.
La natura in ogni suo procedimento s’addimostra con legge d’antitesi, e le stesse moltiformi e molteplici faccie della sua eterna bellezza sono, in ogni suo ordine, perennemente nuove e perennemente splendide, appunto per la fatale e feconda legge dei contrasti, che manifestasi dappertutto nella materia, nell’intelligenza e nelle stesse forme morali.
Ogni grande individualità artistica spicca generalmente pei suoi medesimi oppositi. Essa ha, come Giano bifronte, due faccie — la luminosa e la oscura; due istinti — il fisico o animalesco e l’eroico o angelico; due coscienze — la buona e la malvagia. Nè è tanto superficiale e frivola la vecchia sentenza, «che ogni poeta o artista abbia dello stranio;» che anzi nessun adagio ebbe maggior dose di vero del presente. Noi non accenneremo i presumibili criteri nostri sulla ragione filosofica o fisica o morale per cui un individuo, per esempio, roso dal verme dell’ambizione o dall’avarizia o dalla crudeltà, abitualmente e con ostentazione favelli di modestia, di prodigalità e di filantropia e simili; o viceversa. Potremmo benissimo chiamare in aiuto le scienze mediche e i criterii comparativi delle discipline biografiche; ma, a nostro avviso, non avremmo maggiormente affermato l’esistenza di certi principii, poichè questo fenomeno — se tale dirsi voglia — appartiene esclusivamente all’essenza della natura umana.
L’idealità è il mondo del poeta, e l’idealità gli rappresenta in fantasmi, coloriti mirificamente dalla fantasia e vivificati dagli affetti, l’anelito finale di quella bellezza e di quella felicità ch’ei va sognando. Per lui la contemplazione della vita si fissa sui modi, sulle forme e sul fine intimo della perfezione; e tanto più il suo spirito si accende e si esalta nel campo infinito di quelle ispirazioni, quanto più forte ed anormale è la reazione che prova ritornando alla coscienza della realità che lo stringe. Ei considera ciò che dovrebb’essere, e si ribella a ciò che veramente è; in una parola, è coscienza ed istinto di tutto quanto lo circonda e lo comprende.
Per lo quale rispetto il poeta è reazione, reazione potente dello spirito sulla materia, è il rovescio della medaglia umana nell’età che discorre. Le cause che traggon le masse alla materiale speculazione, al cómpito positivo, all’utilitarismo, son quelle medesime che spingon lui nella via opposta dell’ideale, che lo disgiungono, lo separano, t’elevano in un’ammosfera strania, di antitesi, opportuna o inopportuna a’ suoi tempi. Nè credansi questi fatti di natura proprio singola, particolare; no: e’ si moltiplicano e dilatano con mirabile facilità, quasi con esiziale influsso. Ne volete una prova? Rivolgetevi alla stessa giovane America, questa grande e fortunosa patria dell’utilitarismo; e là troverete le prime e più potenti aberrazioni dello spiritismo — tavole semoventi, parlanti, evocazioni dei morti, ecc., ecc. — E non soltanto turbarvi le coscienze piccole, gl’intelletti deboli, ma uomini di conosciuto criterio, di fermi propositi, tanto da svegliarvi una specie di pubblica commozione e trarre la inferma quistione persino nella aula del Senato. Nè questi son fatti esclusivi, ma si potrebbero riscontrare, sotto, veste diversa, usando bene dei criterj, nelle più differenti plaghe del gemino emisfero, perchè son dovunque figli della natura, che in ogni luogo e in ogni tempo si addimostra con le sue anomalie, si rivela, con la sua alterna bellezza e singolarità.
Con questi dati vi sarebbe più forse a stupire di trovare Edgardo Poe in America?
Che! non è forse con questo stesso metodo, metodo d’antitesi, che noi potremmo rinvenire in questi ultimi tempi in Italia un valido esempio, d’indole assai ben diversa, nel grande ed infelice Recanatese? Non potrebb’egli il filosofo, studiando la solenne, virtuosa e sconfortante immagine di leggervi le miserie della patria, le umane nequizie, la lotta e l’obblio della ragione? Ma che andiam noi mai citando il ? Non abbiamo forse, più innanzi, il e il , i quali se valgono a dimostrare la perennità, la varietà, la fecondità dell’ingegno italiano, anche in secolo di massima decadenza, le loro vite bastano a dimostrare a viceversa quanto fosse indegna di essi, da essi discorde la nazione in quel secolo? Osservazione giustissima, convalidata dalle stesse parole del .
Con ciò non intendemmo che ad alzare come il velo di certi fatti che di per sè varrebbero a suscitare una quistione altrettanto ardente quanto profonda; ma ci basta avere accennato una causa che riduce al suo vero valore i più appariscenti e cozzanti fenomeni dell’ordine morale — intellettivo con quello della materia.
Le eccezioni poi a queste disarmonie della materia con lo spirito costituiscono la vera sintesi della perfezione artistica umana, la quale nell’antichità pigliò nome da , nel medio evo da , nell’era moderna da .
, , , , , , , , Decamps e non pochi dei nostri connazionali poeti e pittori, passati e contemporanei, varrebbero a comprovare le antitesi, superiormente accennate, dei primi.
Ma torniamo al Poe.
, che tradusse in Francia i Racconti straordinarj, discorse della vita e delle opere di sì fantastico scrittore con critica saggia ed erudita, quasi addimostrando più che il freddo interesse dello studio e dell’arte, un amore profondo, amichevole e fraterno nel rivendicare la fama del dai giudizj dell’americano , notissimo scrittore, il quale parvegli mettere a nudo i difetti dell’infelice suo compatriota ed amico con colorito men degno d’un’imparziale censura storica, che di un’invida e partigiana natura di privati sentimenti.
Non si spetta qui a noi il giudicare sulle ragioni del biografo americano e del francese, alieni così da ogni controversia come da un minuto e fisicoso esame al proposito: ma se ei pare aversi a rispettar in ogni sentenza privata e pubblica la verità, non è men vero però che le si debba far correre di conserva una cotale discrezione o fratellevole carità. Chè, nel dire il vero, questo havvi sempre di pregievole e imprescindibile — il decoro, qualità la quale senza offendere i fatti sa rispettare le persone, la cui assenza potendo parere inurbanità o invidia coi vivi, non di raro si qualifica irriverenza e sacrilegio con i defunti.
Il perchè ci riduce a prodigare la nostra de- bole ma giusta lode al , che tanto amore ci pose nelle cose del Poe, sebbene (e da ciò vegga il lettore l’imparzialità di chi scrive) nelle brevi notizie sul gran novelliere siasi per noi studiato di pigliare imparzialmente le orme dall’uno e dall’altro, anzi qua e là pure tener d’occhio , che per sua confessione accostavasi al . Il Cinelli, dico, che non solo con penna schietta e forbita diceva del Poe, ma dava ancora una degna versione del Doppio assassinio in via Morgue e del Ritratto ovale nella Biblioteca Nuova del Daelli, il quale, come ognun sa, dovette scontare ben amaro la colpa di dare buone opere al paese, perchè sventuratamente oggidì in Italia ha corso privilegiato sul libro il foglio volante, volgarmente gazzetta, il libercoletto ed il libercolo.
Rimettiamoci in carreggiata.
Or ecco per mettere in armonia le affermazioni nostre sulla forza di certe circostanze e più peculiarmente su l’influsso di certe abitudini, qual’è in tal caso quella dello sbevazzare, rispetto all’attività di nostre facoltà intellettuali; ecco, ripeto, come il Baudelaire, con parole che riflettono una sottile saggezza ed una cortesia pietosa, conchiude a proposito delle eccessive e perniciose libazioni cui abbandonavasi il prediletto suo scrittore:
«In molti casi, non certamente in tutti, io ho per fermo che l’ubriachezza di Poe fosse un mezzo mnemonico, un metodo di lavoro, metodo energico e mortale, ma proprio della passionata sua natura. Il poeta erasi dato al bere così come un letterato compíto s’esercita a far quaderni di note. Ei non poteva reggere, il meschino, al disío di svegliarsi visioni meravigliose e terribili, que’ sottili ed artificiati concepimenti che egli aveva incontrato in una precedente tempesta; eran vecchie conoscenze che imperiosamente il traevano, ed egli, il buon uomo, per riappattumarsi con esse pigliava la via più pericolosa, ch’era però la più dritta. E parte oggi giorno di ciò che forma, leggendo, il nostro vivo piacere, è ciò che l’uccise.»
Per verità se quest’ultima frase può sembrare truce, è non pertanto profondamente filosofica e mesta...
Taluno invero parve pigliarsela con quella sottigliezza metafisica, con quella quasi indefinita linea di scopo, con una specie di fantasticheria troppo allucinatoria non sempre adatta a stomachi digiuni ed agl’ingegni men che colti e gentili; con quel fare, insomma, che nell’analisi acuta del fatto superiormente trascende, alieno talora da ogni rispetto a’ principj così come da convenzionali ragioni. E pure questo fare per noi è criterio di ben altri giudizj, e ci dà prova speciale di sue elevate e straordinarie facoltà.
Nè il silenzio giova.
In questo secolo della materia, delle società di credito e delle borse, osare, come , immettersi nel fantasmagorico mondo degli spiriti, evocarne i sogni e le molteplici svariate parvenze, non sarebbe stato cómpito possibile senza una virtù d’immaginazione potentissima come la sua; e tanto più quando si pensi ch’egli, americano, trovavasi di fronte al più duro positivismo, in mezzo ad un popolo sommamente, completamente utilitario, materialista, in somma, in tutta la forza delie tendenze, delle teorie, dei principj. Accoppiare la terribilità al valore dei concepimenti, disposare la satira alla filosofia con l’efficacia di una forma nuova, con un tessuto letterario d’una singolarità più unica che rara, egli è certamente proprio d’una natura fervida, d’una potenza di peculiari facoltà, a cui il dado dell’avversa sorte riesce come di sprone e d’incitamento.
Sui meriti poi di quest’arte noi cediamo intieramente la penna al succitato , i cui giudizj oltre all’essere perfettamente cónsoni ai nostri, rivelano un’esattezza compiuta, una dirittura per ogni verso squisita. Si vegga.
«Nel seno di questa letteratura dove l’aria è rarefatta, lo spirito può patire una angoscia vaga, una tema pronta alle lagrime e quel malessere del cuore ch’è proprio dei luoghi immensi e singolari. Ma fortissima si leva l’ammirazione e, d’altronde, l’arte è sì grande! Gli sfondi e gli accessori sono propri ai sentimenti dei personaggi. Solitudine di natura o moti di città, tutto ivi è descritto con brio nervoso, con fantastica vena. A guisa di Eugène Delacroix, che sollevò l’arte sua all’altezza della grande poesia, Edgardo Poe si compiace di muovere le sue figure sugli sfondi azzurri e verdastri di quadri solenni, dove si distende la fosforescenza di corpi dissolventisi, e si presente l’avvicinarsi della tempesta. La natura così detta inanimata partecipa della natura degli esseri viventi, e, com’essi, è côlta da brividi ed impaura per tremito soprannaturale e galvanico. E l’oppio misura lo spazio immane, e l’oppio dà un senso magico a tutte le tinte, e fa vibrare ogni romore con una sonorità più significativa e solenne. Di quando in quando scene di grande magnificenza, sprazzate di luce e di colori incantevoli che s’aprono d’improvviso su intieri paesaggi, dove in fondo in fondo ai loro strani orizzonti vedi levarsi città orientali, e forme architettoniche perdentisi in distanze su cui il sole versa mirifico i mille colori della sua pioggia d’oro.»
I personaggi del Poe, o piuttosto l’ideale di , l’uomo dalle facoltà acutissime, l’uomo dai rilassi nervi, l’uomo la cui volontà focosa e paziente lancia una sfida alle difficoltà più irte, quegli il cui sguardo si fissa con la durezza di una spada sugli oggetti che grandeggiano man mano ch’ei li fissa, — questo tipo, dico, è Poe stesso. E le sue donne, tutte luminose e malate, che muoiono dei mali più bizzarri, che parlano con voce ch’è suon musicale, — quelle donne non sono che lui, lui stesso; o almeno con le loro aspirazioni strane, col loro sapere, con la eterna loro melanconia, fortemente partecipano alla natura del loro creatore. Quanto poi alla sua donna ideale, alla sua Titanide, essa appare sotto aspetti differenti, ci mostra vari ritratti messi quà e là nelle sue poesie poco numerose, ritratti o piuttosto maniere di sentire la bellezza, che il temperamento dell’autore accosta e confonde in vaga ma sensibile unità, e dove vive forse più delicatamente che altrove quest’insaziabile amore del bello, ch’è il suo grande e vero titolo, o il sommario de’ suoi titoli all’effetto ed al rispetto dei poeti.»
Si può dipingere meglio?
Che se talora, come sopra cennammo, la fisionomia dello scopo ha potuto parer indecisa e vagante, la sagacia dell’osservatore non seppe però molte fiate convenientemente addentrarsi nello spirito del poeta e nelle ragioni dell’argomento; — nè certo noi con ciò disconosciamo il fin supremo dell’arte, che in ogni tempo e in ogni luogo esser deve costantemente lo stesso, accoppiare cioè indissolubilmente il bello ed il buono, e facendola così ancella operosa e costante dello spirito e della morale coscienza.
Nè tuttavia sarebbe il caso di grande severità, se meglio si fissasse il principio, o se con più convenienza si tenesse dietro a tutte le manifestazioni sue. Che! non ci commuove essa dunque con sempre nuovi ed ineffabili tripudi la eterna danza degli astri s’un cielo? — Non è sempre religiosamente solenne il miracolo del creato in sul tramonto del sole? o lo spettacolo della vita esuberante alle prime linee porporine dell’aurora? — O una distesa di cielo interminata? o le rabide convulsioni della bufera devastatrice? o l’imperversare furente dell’Oceano? Anzi l’arte, imitando la natura secondo le aspirazioni dell’ideale, non fa che versare un raggio della sua eterna bellezza, che ne circonda, accendendo il cuore al vero per tutte le possibili e indeterminabili parvenze del bello, comprovando la moltiforme virtù delle nostre facoltà nel cómpito dell’imitare e del creare.
Nel quale uffizio il riesce poeta sommo e straordinario davvero, e nessun più di lui sa con maggior finezza e grazia colorire metafisiche fantasie, nessuno scuoprire quella specie di meccanica del pensiero, la quale d’ipotesi in ipotesi, d’idea in idea, di principio in principio trae ad induzioni sottili, curiose e stravaganti quanto vuolsi, ma veramente ingegnose, piene di spirito e fino artifizio e talora d’una mirabile filosofia, non indegna di speciali apprezzamenti.
Non lo dissimuliamo certo: no; questa non è letteratura per noi; non è letteratura del nostro cielo, dell’indole e delle tradizioni nostre, del genio italiano. Noi possiamo benissimo comprenderle, queste forme dello spirito, possiamo ammirarle e valutarne convenientemente i pregi, non trasfonderle, immedesimarle in noi. Il classicismo greco— romano, tutto classicismo di plastica, che offre le sue tele con colori vivaci, semplici, armoniosi, sensibili, naturali, non è pretta convenzione di questa o quella scuola, di una setta, di un’accademia qualunque; ma deriva dalle suddette fonti, proviene da cause che possono essere modificate nelle differenti ragioni di epoche o di civiltà, non distrutte nella natura o sorgente loro, che rimane essenzialmente la stessa. — Ma è dessa forse letteratura americana, o inglese, o francese, o alemanna o qual’altra si voglia? — Ad altri più sagaci interpreti dei motivi dell’estetica il rispondere. Noi teniamo, sì, che il pensiero umano manifestisi con parzial colorito a seconda di questo o di quel luogo, di quella o di questa êra, ma non teniamo tale principio come assoluto, specialmente quanto agl’individui, le cui facoltà possono andare modificate e corrette, o rimanere in piena balía di sè stesse per virtù di certe circostanze e privilegio specialissimo di loro natura.
Per lo che l’individuo artista entra a rappresentare una delle più strane e mirifiche faccie della grande personalità umana, ossia della nostra mente; e tramanda un raggio fulgidissimo di una delle potentissime facoltà dello spirito, tanto più stupendo ed efficace quanto più avrà saputo approdare ad una nobile meta. E lì crediamo di giudicare con giustizia e verità!
E questo abbiamo noi avuto di mira nello studiarci di diffondere maggiormente in paese, mercè la presente versione, alcuni dei molti Racconti straordinarj, qua e là spigolati secondo il nostro gusto, di questo scrittore singolare; e li intitolammo , quasi a qualificarne con giusto rigore l’indole e la natura loro.
Del merito poi della versione stiamo ansii alquanto, chè misurando la debolezza delle nostre forze e l’arte squisita da simili lavori richiesta, ne abbiamo ben donde; avvertiamo tuttavia che, appropriandoci il più che ci fu possibile le fantasie del poeta; insinuandoci secondo il debil nostro gusto e tendenze nelle regioni dell’animo suo, ci siam renduti scrupolo d’incarnarle, diremmo, nel pensiero italiano e di colorirle con forme e modi che riuscendo più aggradevoli al gusto nostro, traducessero nondimeno con efficacia maggiore e con ispirito di maggiore evidenza i concetti del grande americano.
Ci saremmo per avventura riusciti?
Non osiamo sperare tanto, e molto facciamo a fidanza con la cortesia del pubblico.
Intanto noi crediamo aver fatto opera buona, per intento, s’intende, con l’esposizione di questo saggio, avvegnacchè ci parve degno far conoscere ogni nuovo aspetto del pensiero letterario universale, — ogni fase, ogni rappresentazione di ogni raggio d’una delle più fulgide nostre facoltà — l’immaginazione.
Altri invero l’avrebbe potuto fare con maggior dirittura di criterj, acume di critica, valor di senno; noi invece ci siamo solo armati delle nostre buone intenzioni, e...
Ma bando alle parole vane: affrettiamoci solo a compiere al cortese lettore le notizie biografiche sul .
Davide Poe avendo veduto un giorno Elisabetta Arnold, attrice inglese, celebre per la sua bellezza, ne fu preso irresistibilmente; e, abbandonati i suoi studi legali, fuggì con essa, la rendette sua moglie e, quasi a fermare in più soda maniera il proprio al di lei destino, si diede pure all’arte comica.
Era ragguardevole in Baltimora la famiglia Poe. In fatti, nella gloriosa guerra dell’indipendenza americana il di lui avo aveva fatto servizio in qualità di quarter-master-general, riportandone la stima e l’amicizia dello stesso Gilbert du Motier de La Fayette; il quale nel visitare più tardi gli Stati Uniti, alla cui redenzione aveva tanto efficacemente cooperato, volle vedere la vedova del generale e mostrarle la gratitudine serbata ai servigi del defunto marito.
Per sei o sette anni Davide Poe trasse sua vita sui principali teatri dell’Unione; ma la fortuna non poteva arrider molto ai talenti di una ordinaria mediocrità; e quando l’un dopo l’altro, a brevissimo tempo, i due coniugi vennero a morte, i figli loro trovaronsi senza tetto e senza pane, e, com’era naturale e forse peggio, senza un avviamento al mondo.
Gli orfani sventurati nomavansi Enrico, Edgardo e Rosalia.
Edgardo era nato a Baltimora nel 1813, come ei stesso sostiene contro il , che ne fissò a due anni prima la data. Ma il giovinetto trovava tosto un protettore amorevole nel signor Allan, ricco negoziante di quella città, uomo cordiale e già intimo dei Poe, che così divenne il patrono di rampolli infelici; e fece adozione di Edgardo, e il tirò su con benevolenza e cura paterne: onde il giovane nomossi da allora Edgardo Allan Poe.
Era desso di forme bellissime, di spiriti precoci e pronti, in modo che non tardò a dare nel genio della signora Allan che, non essendo confortata di figli, quasi lo predilesse di materno affetto; ed ei pure a ricambiarla, onorandola, di condegno amore.
Nulla mancava quindi alla sua prima educazione; — e gli adottivi genitori in un viaggio che intrapresero per l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda, il lasciarono per quasi un quinquennio presso il dottore Bransby, alla scuola di Stoke — Newington, presso Londra. Le rimembranze di quella sua beata fanciullezza vennero dappoi mirabilmente disegnate e dipinte nella nota novella: Guglielmo Wilson.
Rimpatriato nel 1822, frequenta per alcuni mesi la scuola di Richmond, e, più tardi, fra il 1825 entra nell’Università di Charlottesville, dove le vivaci e potenti qualità del suo ingegno non tardano a dargli spicco e favore nel pubblico. Nè soltanto la singolar vivezza di sua mente lo rende primo negli studi, ma l’esuberanza di ogni sua facoltà lo spinge innanzi a’ compagni nell’esercizio della scherma e del nuoto, nella prontezza e facondia del dire; e da quel suo fare fervido e ghiribizzoso, dalla sua tendenza al declamare, dalla sua grazia e riuscita nel recitare ed esporre, si chiarisce ch’egli è preso dell’arte e figlio d’artisti.
Nondimeno, a che celarlo? gli amici ed amorevoli suoi furon côlti da tristi presagi. Rivelavansi nel giovane istinti e tendenze di passioni sinistre, tumultuose, audaci: la fervida natura e lo straordinario ingegno, sdegnosi di freno, prorompevano già con pertinace violenza; nè i consigli sennati e severi parevano allentare la balda foga dei baldissimi anni. Da allora, il giuoco, la crapola e la sfrenatezza lo strinsero nelle loro spire, e lo fecero colpevole di tali eccessi, per cui l’autorità scolastica videsi costretta di espellerlo dall’universitario consorzio.
Lo stesso Allan, l’amico e protettore suo, si era ormai scosso e spazientito alle ripetute scappate, facendo sentire di non volerne più sapere del pagare i debiti del giuoco, che Poe con grave sconsideratezza andava facendo, mercè tratte spiccate sul nome di Allan. Allora, stizzito e stracco, lascia l’America e s’avventura all’Europa in cerca di emozioni nuove, di più soddisfacente avvenire. E un’idea cavalleresca gli è sprone e sembra compiacevolmente esaltarlo nei sogni di un classico passato. Lo com- muovono i fasti della Grecia risorta, della Grecia che, emula delle eroiche virtù de’ suoi maggiori, rompeva il giogo odiato del Turco per rimettersi nel seggio delle civili nazioni. Ma il viaggio del Poe in Oriente è incerto, misterioso ed oscuro, e, tra mezzo a scapigliature molteplici, eccolo un anno da poi a Pietroborgo, dove pare che la rilassatezza de’ modi e le giovanili ebbrezze gli abbian procurato nuovi disgusti, peripezie novelle.
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