Introduzione
Nel 1866 ho pubblicato un libro, col titolo Della vita privata dei Genovesi; dove pigliava a considerare questo popolo nella foggia delle abitazioni e nella splendidezza delle suppellettili, ne’ conviti, nelle vestimenta ed in ciò che propriamente denominiamo costume. Quella scrittura, non certamente per merito mio, sibbene per l’assoluta novità del soggetto (che del domestico vivere de’ Genovesi niuno avea per l’innanzi impreso a discorrere di proposito) e per la copia dei documenti prodotti, mi procurò assai benevoli eccitamenti a continuare in tal fatta ricerche. Valse anche a confermarmivi l’altrui esempio; e fu quello del sig. Riley, il quale tutto fondandosi sulla analisi di curiosi documenti, mandava in luce or non è molto le sue Memorie di Londra tessendo in esse un quadro vivissimo della vita municipale e dei costumi borghesi nella capitale dell’Inghilterra pei secoli di mezzo.
Se non che, io rifletteva pur meco stesso, come la esatta cognizione de’ costumi valga di frequente a chiarirci le cause e la giusta portata di molti fatti, i quali altrimenti non si basterebbe a spiegare; e come a questo fine appunto alcuni robustissimi ingegni pigliassero nel nostro secolo (e con indicibile giovamento delle storiche
discipline) a considerare le condizioni morali ed economiche delle epoche più memorande o de’ popoli più illustri che ci hanno precorsi: Boeck per gli Ateniesi, pei Romani, per tutto il mondo civile del medio evo. Di più tali studi, volti abilmente a colorire una qualche imaginosa finzione, possono attrarre ed invogliare anche i più schivi delle profonde disquisizioni, e vestire di liete forme la storica severità. Donde il viaggio d’Anacarsi in Grecia del e quello di un Gallo a Roma sotto Augusto del , la descrizione del palazzo di Scauro del , il Platone in Italia del , i Martiri di , il Tito Vezio di , la Fabiola di , la Calista di , i Viaggi del Petrarca, e somiglianti.
Ma, per tornare al proposito mio, ecco un primo frutto dei benevoli incoraggiamenti onde ho toccato di sopra, alcune Dissertazioni cioè intorno le feste ed i giuochi de’ Genovesi, le quali ho distribuite nel modo che segue:
I. Le feste della Repubblica intese a celebrare i prosperi eventi, a solennizzare l’avvenimento e la incoronazione de’ suoi Dogi, ad onorare in se stessa i Pontefici e Principi che si recavano a visitarla.
II. Le feste patrizie: i teatri e le veglie, i riti nuziali ed i funerarii.
III. Le feste popolari: il carnovale, il maggio, le sagre, le casaccie.
IV. I giuochi e gli esercizi diversi, tra i quali ho posti quelli della caccia e della pesca.
Il periodo che io mi propongo propriamente di considerare è il medio evo; nel quale appunto, per dirla con , «sovra tutto piace quella universale pubblicità, al tutto differente da oggi, quando la gioia, come il dolore, si costipa fra le pareti domestiche, o al più si comunica a quelli che chiamiamo nostri eguali. Allora pareva contentezza di tutti quella d’un solo; e le nozze si festeggiavano con una corte bandita, i funerali coll’intervento di tutta una città; ballavasi sulle piazze, e con chi primo capitasse». Giovami però il ripetere qui la dichiarazione già fatta allorché scrissi Della vita •privata, cioè ch’io non mi reputo poi così assolutamente chiuso entro i confini di quella età, da non poterli trapassare ogniqualvolta l’analogia del soggetto o la natura del racconto sembrino condurmi agevolmente a metter piede in terreno meno rimoto, ed il lasciarmivi correre contribuisca a dare al mio lavoro uno sviluppo che sia meno imperfetto.
Genova . aprile 1870.
Capitolo primo
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Feste della Repubblica per vittorie, e per celebrazione o ricordo d’altri prosperi eventi. Ricompense ed onoranze a cittadini valorosi. Lo stendardo e l’ordine di San Giorgio. Accoglienze alle flotte vincitrici. San Bernardo è dichiarato patrono della Repubblica, e la B. Vergine ne è acclamata regina. Esultanze del popolo per la cacciata dei Tedeschi l’anno 1746.
Quando i nostri Comuni doveano festeggiare un qualche trionfo riportato in guerra, parea che l’allegrezza non dovesse avere confini; tanti e così diversi erano i modi pe’ quali il popolo pigliava parte alle feste. Di che ci offrono esempio in ispecie le corti bandite; le quali, a detta del , fra i giuochi degl’Italiani furono tenute in maggior credito, e loro divennero più famigliari.
Era costume pertanto che a divulgare la notizia di tali feste si mandasse intorno pe’ vicini paesi un bando, o pubblico invito; e quindi a rallegrar le corti traessero in folla saltimbanchi e buffoni, ballerini da corda, musici, suonatori, istrioni, giocolieri ed altritali; per guisa che d’essi pigliavasi nota accurata, e quanto maggiore ne risultava il numero, tanto più solenne e magnifico riputavasi lo spettacolo. Oltre di che i medesimi erano avuti per quella circostanza in così peculiare estimazione, che mai dalle corti non si lasciavano partire senza averli prima ben regalati. Giudichi ora il lettore quale mirabile corte sia stata mai quella celebrata in Genova a dì 24 giugno 1227, per solennizzare la vittoria ottenuta de’ Savonesi e degli altri ribelli della riviera occidentale; conciossiachè vi convenissero in copia veramente straordinaria giocolieri di Lombardia, Toscana, Savoia, Provenza, e fossero splendidamente presentati di ricche vesti dal Podestà, nonché da parecchi nobili ed onorevoli cittadini. Celebraronsi pure per la città giuochi d’armi a cavallo ed a piedi; e furono nella corte dell’episcopio imbandite pubbliche mense.
L’annalista ci ha ritratta l’imagine di tanta festa nei seguenti enfatici versi:
Omne genus ludi Jani fuit urbe repertum Per te, Lazari, tunc quia tempus erat. Implebant pueri totam concentibus urbem; Uno psaltabant tunc vetuleque pede. Tunc veluti iuvenum mores iustique gerebant, Audax in ludis queque puella fuit. Et sonipes multo fessus sudore madebat, Currebant equites urbis ad omne latus. Tanti discursus et ludicra tanta fuerunt, Urbe quod in nulla fuisse reor. Adde quod expensis largos superabat avarus . Pauper ad obsequium quisque paratus erat. Uxor zelotipi secura cuncta gerebat, Verberibus pravis nulla cohacta fuit; De dominabus porticus omnis densa manebat, Res quoque que nimium digna favore fuit.
Tra le occasioni di pubblica letizia vuol essere ugualmente annoverata l’offerta de’ palii: la qual cerimonia ebbe principio nel 1270, coll’elezione allora seguìta dei Capitani del Popolo. Imperocchè fu decretato che, in memoria del fatto, dovesse ogni anno recarsi alla chiesa di santa Tecla (poscia detta di santo Agostino) un palio e certa quantità di cera nel dì sacro agli apostoli Simone e Giuda. Simile offerta fu pure statuito che dovesse farsi alla chiesa stessa, in onore della medesima santa, il 23 di settembre, a perpetua ricordanza della elevazione di al dogato.
Ma l’offerta de’ palii si praticò eziandio con altre cerimonie religiose in rendimento di grazie per conseguite vittorie; come a dire di quelle ottenute sui Veneti da a Scurzola (1298), da Pagano D’Oria alla Sapienza (1354), da a Pola (1379), dove egli gloriosamente finì la vita, e della conquista di Cipro strenuamente operata da (1375). Nè di tali imprese era forse che si mancasse di dare ai capitani rimunerazione condegna; la quale d’ordinario consisteva nella esenzione dalle pubbliche gravezze, nel dono di una casa, ovvero anche nel suo valsente in denaro. Si praticò del pari tal costumanza nelle lotte e ne’ trionfi dello cittadine fazioni; imperocchè nel celebre assedio onde Genova per opera de’ ghibellini rimase stretta dal 25 marzo 1318 al 6 febbraio 1319, come prima azione degli assedianti fu quella di visitare l’antichissimo tempio di Nostra Donna Incoronata, sulle alture della Polcevera; così a rincontro i guelfi, poichè fu sciolto l’assedio, «a’ sette di febbraro, come se avessero conquistato di man de’ Mori Granata o Damasco, senza vergogna alcuna fecero la processione quasi per tutta la città, col clero ornato di paramenti, e con le reliquie del beatissimo Battista e degli altri santi».
Ricordano gli annalisti che verso il 1402 il maresciallo Bucicaldo, governatore di Genova in nome del Re di Francia, tolse via quasi tutte le offerte de’ palii già decretate a perpetuità; ed ordinò che i quattro rettori delle arti dovessero ogni anno levare una imposta di lire dugento sulla generalità degli artefici, e presentarne quindi la chiesa di santo Agostino in compenso del palio deliberato nel 1270. Ma l’antica usanza venne poco appresso tornata in vigore. Perchè, nel 1413, cacciatosi da’ Genovesi il Marchese di Monferrato, e rinnovatasi la dignità ducale coll’elezione di , si stabiliva
che il dì 21 di marzo dovesse annualmente celebrarsene la memoria portando un palio alla chiesa di san Benedetto di Fassolo.
Parrebbe che il popolo in ispecie prendesse parte a queste cerimonie, e vi trovasse quel pascolo che d’ordinario non manca alle pompe, nè mai si scompagna dalle moltitudini rumorose. Ma il Governo rifacendosi indietro sulle orme del , che per lo più si era chiarito ne’ suoi ordinamenti molto assegnato, avvisò come la consuetudine accennasse a trasmodare, e perciò fosse bisognevole non già d’ulteriori incitameti, ma di freno. Ora se il popolo avea volontà di darsi spasso, togliendone a pretesto la religiosa offerta de palii, sì lo facesse, ma spendendo del proprio. Le quali cose considerate appunto da’ magistrati della Repubblica, addì 23 giugno 1467, uscì decreto quod palia, sive blavia, que de cetero deferentur ad ecclesias.... non possint deferri cum onere Comunis . Inutile è il dire come il decreto, concepito in questi termini così recisi, ebbe il suo effetto pienissimo. Le offerte si arrestano; nè di palii fanno più memoria i cronisti.
Anche le paci strette fra’ popoli erano, a giusto titolo, argomento di comune allegrezza; come d’ordinario lo sono tuttavia a’ dì nostri. E però stimiamo che di frequente si rinnovasse quanto ricorda lo sotto l’anno 1341, che cioè essendo tornati amici i Genovesi coi Pisani, entrambi con luminarie solennizzarono il lieto avvenimento per ben tre giorni nelle loro città.
Fra le spoglie che nelle guerre solevano allora cercarsi con più cupidigia, ed essere come trofei recate dai conquistati paesi, erano gli oggetti sacri, ed in ispecie i corpi e l’altre reliquie de’ santi. Così , battuta e presa la città di Canèa (1266), serbò per sè, come parte del bottino, una campana che volle offerta a gentilizio tempio di San Matteo; e quivi più tardi Luciano D’Oria facea riporre le spoglie de’ martiri Eleuterio e Martino, che aveva prese in Parenzo (1354). Ma, per tacere d’altri esempi, io mi limiterò a far cenno di quella veramente singolar copia di reliquie prese nelle terre de’ Veneti da Gaspare Spinola (1382), e quindi ripartite fra quest’esso, i patroni della flotta che egli avea comandata e la Repubblica.
Come e con quali ordinamenti procedessero i Genovesi nelle loro imprese guerresche, ed in ispecie nelle fazioni marittime, non è qui d’uopo lo esporre. Bensì reputo dover toccare di alcune particolarità, le quali si riferiscono allo stendardo che la Repubblica era usa di consegnare a’ suoi condottieri nelle più grandi occasioni. Ognuno intende ch’io voglio accennare allo stendardo maggiore, o di San Giorgio, per ciò appunto chiamato spesso ne’ documenti d’officio invitto e glorioso vessillifero della Repubblica.
Una assai particolareggiata notizia intorno a questo argomento noi l’abbiamo dagli annalisti, là ove trattano del poderoso armamento di una flotta contro a’ Pisani, avvenuto l’anno 1242 per opera in ispecie del solerte podestà Corrado di Concessio da Brescia.. Il quale, adunato il popolo a parlamento sulla piazza del Duomo, poich’ebbe con efficace orazione esortato ciascuno alla guerra, «egli medesimo alzò lo stendardo di San Giorgio, dicendo che ad onor di Dio e della Santa madre Chiesa e della Repubblica genovese era contento di sopportare questo carico, ed essere almirante di questa armata: e fece venire gli otto portantini, cioè gli otto che portavano la particolare insegna delle otto Compagne, o sia delle otto regioni, nelle quali è partita la città. E diede a ciascun di loro uno stendardo molto bene ornato con la propria insegna della Compagna: fece poi chiamare i novantasei banderai, quali erano stati eletti dal Consi-
glio con matura deliberazione; e diede a ciascheduno di loro due bandiere, l’una con l’insegna del Comune di Genova per la banda dritta, e l’altra con l’insegna del Comune di Venezia per la banda sinistra; chè così si doveva fare per cagione delle convenzioni e della pace fatta coi Veneziani: e fu ordinata e partita questa armata in otto parti, secondo il numero delle Compagne sopraddette. E fu alzato ad un tempo lo stendardo maggiore, e gli otto più piccoli stendardi dei portantini, con quelli ancora delle galere, con grande allegrezza».
La domenica, che fu addì 27 di luglio, lo stesso Podestà montato sulla galera ammiraglia, navigò a ponente per ordinare ogni cosa e passare l'intera flotta in rassegna lungo la spiaggia di San Pier d’Arena. Per lo che il prosegue notando come «saria difficile esplicare con la penna il numero e la quantità dei combattenti e delle altre genti che si ridussero in San Pier d’Arena; nè con minor fatica si potria esprimere quanta allegrezza e quanta giocondità ricevessi ciascuno a vedere una così numerosa armata, e tanto potente e talmente attrezzata: certo che pareva che tutta quella piaggia volessi per allegrezza saltare e ridere. E navigò quel giorno l’armata insino sopra Bisagno: ed il giorno seguente, con gran riverenza, si levò la vera croce della chiesa di San Lorenzo, e si ripose in una delle galeazze, in quella che fu giudicata la migliore: e navigò quel giorno l’armata insino a Sestri con buon vento. Ed il dì seguente una gran parte delle ciurme per riverenza della santa Croce digiunarono; e l’almirante con l’armata navigò sino a Deva, dove alzò lo stendardo maggiore».
Pare che innanzi al 1282, il comandante di una flotta, qualunque fosse il numero dei legni, portasse titolo di ammiraglio, e perciò si arrogasse il diritto d’issare sulla capitana lo stendardo di San Giorgio. Ma i cronisti riferiscono, sotto l’anno predetto, alcuni provvedimenti emanati dal Comune allo scopo evidente di crescere solennità e prestigio così all’ufficio come allo stendardo; giacchè stabilivano che a niuno fosse lecito l’intitolarsi ammiraglio, nè levare quel vessillo, se non comandasse una flotta di dieci galere almeno. Vedesi inoltre che questa facoltà venne anche in progresso di tempo maggiormente ristretta; imperocchè scrive : Mos est apud Ianuenses nostros, quum exercitus nostri navigia bellica attingunt numerum vigintiquinque, creari et nominari Praesidem et Rectorem earum Admiratum. La quale dignità d’ammiraglio, le patrie leggi intendeano poscia fregiare di precipua onoranza; laddove disponendo che nelle pubbliche cerimonie il Doge dovesse precedere solo a tutti i magistrati, e lo seguissero a pari il Priore degli Anziani col Podestà, soggiugneano però che nei festeggiamenti di qualche insigne vittoria colui che vi rappresentasse l’ammiraglio dovesse pigliare il posto del Priore anzidetto.
Nè il ritorno delle flotte, dopo i gloriosi successi, era senza distinzione e senza festa. Di che abbiamo testimonio l’ della , laddove narra come le truppe d’Alfonso IX di Castiglia, collegate a quelle di Genova, espugnassero la città di Algesiras (26 marzo 1344) dopo un assedio di diciannove mesi e ventitrè giorni virilmente sostenuto dai Mori. Ora egli, nella semplicità del suo stile, così scrive: «Puoi che lo Re habe venta la Ginzera... licentiao li sollati.... Fra li aitri licentiati fuoro trenta capi de galee de Genoisi, li quali haveano bene servito. Quesse galee tornaro a Genova. Quanno fuoro ne lo entrare de lo puorto, como usanza ene, sonaro tromme, naccare e ciaramelle. Troppo ’mperiale suono faco et allegrezza. Po’ entranno lo puorto puserose ad ordene. Moito lietamente dao in terra tuito lo stuolo, bene addobati e riccamente. Haveano forte guadagniato. Fra le aitre cose pe novitate pusero ne lo puorto, su lo spasseio de lo puorto, dieci de quelli Mori, li quali erano male vestuti. De gialle schiavene lo loro cuorpo era amman- tato. Fierri teneano in gamma. Mustravano ch’erano presunieri. Tutta Genoa curre a disegno a lo puorto a bedere le galee venute. La moita iente fao intorno rota a quessi Mori. Dessidera homo bedere la iente de la strana fede. Stavano li Mori miserabilmente timorosi fra tanta iente. Moito favellavano, e po’ lo favellare voitavano loro capora. Aizavano le facia, e resguardavano, como ammiravigliassino, a li belli edificii e palazzi aitissimi, li quali staco intorno a lo puorto de Genoa. Nolli intennea la iente. Là era uno siervo de Genoisi, lo quale fo Sarracino. Era christiauo, e nutricato in Genoa. Latina lengua sapea. Dicea la iente: Che dico quessi? Responneva: Quessi dico così. Non ene maraviglia si noi Sarracini semo sconfitti e perdienti, chiance ene stata sopra tutta la Christianitate, e Genoa. Quanno ajognevano Genoa, allhora volveano le faccie. Maravigliannose ad quelli palazzi de lo puorto de Genoa, credevano che Genoa fossi tutta la fortezza e bellezza de Christiani, e non se ne trovassi simile».
Ma poichè sopra tutto era la consegna dello stendardo quella che aveva luogo con cerimonie solenni, troviamo che questo, addì 22 gennaio 1346, il doge Giovanni di Morta porgeva di sua mano sulla piazza di San Lorenzo al prode Simone Vignoso. Il quale associato poscia da moltitudine di cittadini fino alla chiesa di San Marco al molo, di quivi si allargava in mare ammiraglio di quella flotta che fu allestita a spese di privati e che operò gloriosamente la conquista di Scio.
Nell’anno 1423 il conte Francesco di Carmagnola, governatore di Genova pel Duca di Milano, avea vinto in Consiglio il partito di levare un’armata in favore di Ludovico duca d’Angiò, pretendente alla successione del reame di Napoli. Di questa armata invero sperava egli assai d’ottenere il comando; ma poichè tutto fu in ordine, ecco che il duca Filippo, il quale, vivendo in continuo sospetto de’ suoi capitani, avea per costume di non abbandonare giammai tutta un’impresa ad un solo ministro, spedì a Genova in qualità di suo ammiraglio Guido Torello emulo al Carmagnola medesimo.
Guido trovò allestite tredici navi grosse, ventuna galere, tre galeotte ed un brigantino, il cui armamento avea costato dugentomila genovine. Subito ordinò l’ultime disposizioni, e volle eziandio consultare il punto favorevole degli astri, dacchè allora i capitani di Filippo credevano a sua imitazione, o mostravano almeno di credere, ne’ computi vani dell’astrologia. Quindi, mezz’ora avanti lo spuntare del sole recatosi in piazza della cattedrale, salì in un superbo cocchio sul quale sventolava lo stendardo di San Giorgio, ed era collocato il pomo d’oro, ossia il bastone del comando supremo. I magistrati seguitavano a cavallo il legno dorato; ma non si fu al molo se non quando il sole cominciava a sorgere dalle onde, e le circostanti colline rifletteano la luce novella. «Tre colpi di bombarda annunziarono l’imbarco dell’ammiraglio. Mordevasi il Governatore per dispetto le dita; ma la moltitudine applaudiva perdutamente, alcuni per adulazione, altri per ereditario amore alle marittime imprese».
Intanto l’armata non potea giungere più opportuna ai disegni dell’Angioino. Espugnò Procida, Castellamare, Vico, Sorrento, Massa ed altri luoghi del golfo; poi strinse d’assedio e prese la stessa Napoli, senza inferire il menomo danno agli abitanti: «esempio di moderazione.... quasi singolare e divino». Se non che il Torello, che, buon condottiere di fanti anzi che sperto capitano di mare, non avea saputi usare convenevoli diportamenti verso i patroni delle navi, poichè si fu a Genova restituito (26 maggio 1424) ebbe cagione di querelarsi, per essere a lui mancate quelle festose accoglienze onde solevano presso al molo riceversi gli ammiragli. Di che sommamente sdegnato, si ridusse a Milano. Indi a poco il Visconti spiccava lettere e messi a Genova, con ordine di rimettere al Torello il vessillo, che già i magistrati aveano riposto nel tempio di San Giorgio; nè la forma del comando lasciava luogo a replicare. Ma «l’indegnazione de’ Genovesi, ognuno dal proprio cuore l’estimi».
Una tale circostanza però giova a farci conoscere come fosse uso di lasciare in proprietà ai capitani delle flotte quello stendardo medesimo ch’eglino aveano seco recato nelle loro imprese: testimone e trofeo delle riportate vittorie. E più vale il sapere come nella chiesa gentilizia di San Matteo si videro appunto fino all’anno 1797 non pochi vessilli conquistati dai D’Oria sui nemici, ovvero da essi recati nelle battaglie cui aveano supremamente indirizzate. Del qual novero era pure lo stendardo che il Doge avea con singolar pompa consegnato nella cattedrale ad Andrea D’Oria (23 ottobre 1553), pochi dì innanzi che quel magnanimo, non curando la grave età, navigasse in Corsica generalissimo de’ Genovesi contro le forze alleate di Francia e de’ Turchi. Era fatto a guisa di fiamma, avea gli stemmi della Repubblica e di San Giorgio, e v’era scritto questo distico in caratteri d’oro:
Infer in obstantes victricia, signifer, hostes Signa, fugit quisquis vel tantum viderit ista.
Ma intorno al santo vessillifero del nostro Comune mi resta qui da commemorare eziandio un’altra particolarità; voglio dire l’ordine equestre istituito l’anno 1452 da , a favore della Repubblica. Portavano le patenti di tale creazione, che una croce vermiglia fosse la insegna della nuova milizia (della quale lo stesso Imperadore fregiati avea di sua mano in Genova molti nobili e senatori), e che il Doge rivestisse la dignità di gran maestro (Pietro da Campofregoso fu il primo); che gli ascritti professar dovessero la regola di , e fosse loro ufficio il difendere la religione e la patria dagli attacchi nemici. Uscendo in campagna alzassero uno stendardo dove campeggiasse dall’una banda la croce, dall’altra l’immagine del Santo a cavallo in atto di ferirò a morte il dragone.
Se non che le frequenti mutazioni di Dogi e di Governo, le contese dibattutesi accanitamente nei secoli appresso fra i nobili dei due Portici, furono cagione che l’ordine venisse in breve scadendo, ed anco si estinguesse di fatto innanzi il tramonto della Repubblica.
Ma in tema d’ordini cavallereschi gioverebbe forse meglio il rammentare quegli egregi che li guadagnarono in contrade straniere, per le imprese felicemente condotte sì in terra che in mare. Tuttavia non mi inoltrerò per questo campo; e solo basterà che s’accenni come , volendo gratificare Andrea D’Oria de’ suoi tanti servigi, nell’agosto del 1527 gl’inviasse a Genova con apposito messaggio le insegne dell’ordine di San Michele. L’ammiraglio Andrea, scrive il , «ricevette questa dignità con gran solennità in la chiesa di San Lorenzo, e fece uno opulente e onorato convito a gran numero di gente»; ed inoltre rimeritò a sua volta il messo reale, conferendogli il comando di due galere. Ma dopo la prevalenza spagnuola, si diè ben presto anche qui negli eccessi. Onde un acuto scrittore del secolo XVII osserva, che «gli habiti o siano croci si danno a furia, parendo a S. M. Gran guadagno per un dito di drappo rosso il far acquisto d’un suddito, anzi d’uno schiavo in una città libera».
Torno ora al mio principale assunto; e lasciando di enumerare alcuni fatti di minore momento, vengo tosto alla bella difesa di Gaeta sostenuta da Francesco Spinola contro Alfonso V re d’Aragona, ed alla battaglia di Ponza che sciolse il blocco di quella piazza, e che fu guadagnata per la strenua opera d’un notaio valoroso, Biagio Assereto. Della quale difesa i Gaetani serbarono così grata memoria, che allorquando lo Spinola venne a morire , ed il patrio Comune gli eresse nell’ampia chiesa di San Domenico un onorato sepolcro, eglino vestirono il lutto, e ad ornare viemaggiormente il mausoleo spedirono a Genova un bassorilievo ch’era prezioso monumento dell’antica scultura greco-romana.
Narrano di Biagio Assereto i cronisti, come nel dì stabilito pel suo imbarco (22 luglio 1435), si levasse una burrasca fìerissima, talchè avendola i magistrati per un sinistro presagio, mandarono dicendogli che attendesse contingenza migliore e più propizio il cielo, perchè potessero anche tributargli le consuete onoranze. Se non che l’intrepido capitano rispondendo avere sempre tenuti a vile gli onori conceduti fuori di tempo, o però li serbassero tutti pel suo ritorno, pose il piè sulla nave in quello istante medesimo in cui la folgore colpiva la torre di Santo Ambrogio (era questa la chiesa parrocchiale dell’Assereto), e ordinò di sferrare.
Ma poichè la battaglia donde l’Assereto uscì trionfante si ha da lui stesso descritta in una lettera alla Repubblica, dettata nel patrio dialetto il giorno appresso a quello dell’ottenuta vittoria, io penso che non riuscirà discaro al lettore il vederla qui testualmente riferita.
«Magnifice et Prestantissime Domine mi singolarissime et spectabiles ac preclari cives Patres et Domini honorandissimi.
«Avanti che noi scrivemo altro, noi vi suplichemo che ve piase de recognosce questa singola vittoria da lo nostro Segnò De, e da lo beo San Georgio e da San Domenego, in ra festa de lo quà, in venerdì, fu la nostra assai sanguinenta battaja, della qua noi semo steti vittoriosi no per le nostre forze, ma pe la virtù de De, abiando la giustitia da la nostra parte.
«Lo quarto dì de questo meise, la mattin per tempo, noi trovammo in ro mà de Terracina assai presso tera l’arma de lo Re di Aragone de nave quattorze elette inter vinti; de le quae nave erano e sono sei grosse, le altre commune, con li re e baroin li quai Voi audirei de sotta, e con huomini sei millia, per quello che posserno saveì da elli; sicchè ra menò nave de 300 a 400 nomini havea, le altre 500 in 600, la reale nomini 800, inter la quale era lo Re d’Aragone, lo infante, lo duca de Sessa, lo principe de Taranto, lo figgiolo dello conte de Fondi, e 120 cavalieri. Erano con le dette navi galere undixi e barbotte sei, et era lo vento a lo Garigliano, siche era in sua possanza quello dì de investirne. Noi habbiando a mente la comissione vostra de no prender battaja, se era altramente possibile dar soccorso a Gaeta, sì se forzàmo de tirar a vento, si navigammo in ver Ponza. Lo Re sempre seguitonne, e monto presto le galee fonne a noi; alle quae mandaè un me trombetta, pregando alla maestè de lo Re che elio no me vorresse dà impachio, ma me lasciasse andar a Gaeta, e che lo illustre segnò nostro e la nostra Comunitae no vorè guerra, etc. Lo Re eri mattin, lo dì de San Domenego, me manda un cavalier, messer Francesco da Capoa, a ro qua pu lungamente parleì con questa conclusion, che noi no voreimo ne guera ne bataja, ma vorriamo andar a Gaeta, et altre parole secundo altra commissione che haveva recevuo lo dito meser Francesco dallo Re, che havea forte speranza che per pagòra mi ghe feise fa questa ambascia; e incontinente mandò un cavalero con lo so arado, e, quasi comandandome, me disse che mettesse a basso re veire. E subito ra nave con ro vento in poppa, cridando,... con bombarde e con barestre me investite. Noi fummo li primi investij dalla nave dello Ree da tre altre nave, e misso lo ballao onde ghe piaxè in ro scarao de proa, fummo concatenò amorosamente, avendo da poppa un’atra nave e da l’atro lào un’atra, et a proa un’atra.
«Non pensàe che li nostri compagnoni e patroni fugissano; ma monto tosto fummo.... elli e noi tutti lighè e incatenò insemme amorosamente. Erano le galee dalle coste, refrescando le loro navi de homini e tirandone re lo navi addosso onde ghe piaxea, però che era grandissima carma. Finalmente lo Altissimo de noi dalle hore 12 a re 22, senza intervallo nò reposo, habiando rispetto alla giustitia, ne dè vittoria.
«Primamente che la nave de Re la qua noi presemo e così all’altre tre eoo navi undexe; sicchè, in somma, son resi tè nave dodexe de l’arma do Re, et una galea soa bruxà 01 un’altra in fondo abbandona da olii; due navi dolio soe galee fon levae dalla battaja, e son scampae per prià la novella. Son remasi prexoin ro Re d’Aratone e lo Re de Navarra, ro Meistro de San Giacomo, ro Duca do Sessa, ro Principe de Taranto, ro Vicerè de Sicilia, ot infiniti altri baroin, cavalieri e zentilhomini, con Meneguccio de l’Aquila capitan de 300 lanze, e ri prexoin son migiara de migiara; advisando le Magnificentie e Reverentie Vostre che eran sum queste navi huomini d’arme mille, corno sarei advisè quando averemo pù spacio per conforto de tutti Vol. Certificamo le Vostre Magnificentie et Paternitae che no so da quaè parte incomensà a dì ri suoi luoghi et re soe proezze, con ra grande obedientia et reverenda che sempre son steti da ro dì che partimmo fino a questo dì, maxime in ro dì della battaja; che se essi havessero combattilo davanti allo Illustre Segnò nostro e le Vostre Signorie non haverejano facto atramente. Elli meritan de esse lode et recognosciui singolarmente.
«Cristo ne preste gratia che possiamo andar di bene in meglio».
«Data die 6 augusti 1435, in navi, supra insulam Pontie. Dum appropinquaremus Gaetam, ecce novum strepitum quod nostri exientes ex Gajeta incontinenti campum inimicorum se posuit in fugam.
«Non era ancora giunta in Genova (scrive il Giustiniani) la nuova di tanta vittoria, e nondimeno sonavano di verso Piombino e di verso Pisa qualche nuove senza certo autore, per le quali si argomentava che la cosa fusse successa bene; ma rimaneva la città tanto sospesa, che ciascheduno stava con l’orecchio aperte per intendere la certezza; e la Corte non attendeva ad espedizione alcuna, nè si amministrava ragione, e le botteghe degli artigiani non operavano cosa alcuna. Ma quando fu avuta la certezza che il Re (Alfonso V) si menava presso a Genova con tutta l’armata, allora ciascuno indifferentemente saltò in piazza, i vecchi, i giovani, le matrone, i fanciulli e i servi, e riempirono ogni cosa di gran gridare tanto licenziosamente, che il volgo entrò nel Palazzo pubblico per intendere dal Governatore e dal Senato la certezza di questa nuova; e poichè fu sonata la campana grossa e le campane delle altre chiese, fu tanta l’allegrezza, e furono tanti i gridi della moltitudine, che a pena si udiva il suono delle campane. Si fecero tre giorni continui le processioni per la città, e si resero le solite grazie a Dio; e fu statuito che ogni anno la Signoria dovesse viistare il giorno di san Domenico la sua chiesa con una offerta del pubblico».
Ma chi semina in terra altrui non coglie i frutti; e ciò provarono i Genovesi, ai quali dopo avere prodigata la vita ed i tesori, non fu punto cenceduto l’onore del trionfo. Conciossiachè il duca Filippo Maria Visconti, al cui dominio erano allora soggetti, mandò segreta commissione all’Assereto che conducesse il re Alfonso e gli altri principi direttamente a Savona, donde passarono poscia a Milano. Del quale oltraggio però il popolo fu sì commosso, e così sdegnato mostrossi contro di Biagio, che a questi convenne esulare per sempre dalla patria.
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The end
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