Read here

Tra cielo e mare

Flavia Steno · 2016

81,960 words · about 5 h 44 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Licence: CC BY-NC-SA 4.0 · repository export licence (DOAB) · Flavia Steno (2016), Tra cielo e mare, open access publisher - licensed CC BY-NC-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/)

Text from Directory of Open Access Books and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Flavia Steno
Language
Italian
Published
2016
Length
81,960 words · about 5 h 44 min
Sections
25 reader sections
Text
Digital text
Rights
CC BY-NC-SA 4.0 · repository export licence (DOAB)

 

Contents (25)
  1. Front matter about 9 min
  2. II. Fuori era già sceso il crepuscolo about 12 min
  3. III about 5 min
  4. IV about 11 min
  5. V about 8 min
  6. VI. «Dall’AIbatros, il 20 maggio about 15 min
  7. VII about 25 min
  8. IX about 13 min
  9. X. «20 giugno about 5 min
  10. XI about 10 min
  11. XII about 21 min
  12. XIII about 17 min
  13. XIV about 12 min
  14. XV about 11 min
  15. XVI about 12 min
  16. XVII about 11 min
  17. XVIII about 18 min
  18. XIX about 19 min
  19. XX about 18 min
  20. XXI about 25 min
  21. XXII. Il morto aveva salvato il figlio about 11 min
  22. XXIII about 11 min
  23. XXIV about 13 min
  24. XXV about 13 min
  25. XXVI about 17 min

Continue:

Front matter

Flavia Steno Ledizioni

© 2016 Ledizioni LediPublishing Via Alamanni, 11 – 20141 Milano – Italy www.ledizioni.it info@ledizioni.it Flavia Steno, Tra cielo e mare Prima edizione: Adriano Salani Editore, Fireze 1937 Ristampa Ledizioni: Novembre 2016 ISBN cartaceo: 9788867055111 ISBN ebook: 9788867055128 In copertina: Le riproduzioni a uso differente da quello personale potranno avvenire, per un numero di pagine non superiore al 15% del presente volume, solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da Ledizioni.

FRA CIELO E MARE I.

II. Fuori era già sceso il crepuscolo

Il giovane si avviò lentamente per una delle lunghissime strade della grande città fervida di vita, molto affollata in quell’ora. Camminava as - sorto come era sua abitudine sempre, e tanto più assorto ora che lo teneva la preoccupazione di decidere il suo destino. Non vedeva i passanti, non vedeva la strada: si dirigeva anzi precisamente verso quella parte della città che più lo allontanava da Sherton-Park, ripensando frase per fra - se alla sua conversazione con Russell, riflettendo a tutti i vantaggi della proposta ricevuta, esagerandoli anche per vincere l’intima riluttanza ad accettarla.

Certo non era quello l’avvenire che egli aveva sognato nei lunghi anni della sua austera giovinezza trascorsa tutta tra lo studio e gli stenti, coi libri per consolazione suprema, misurandosi il pane per acquistare un fascicolo di più e sentendoci felice, fortunato tra i fortunati della terra quando la sua biblioteca di studente povero si arricchiva di un nuovo volume. Ma tra i possibili quadri d’avvenire, che la sua fervida fantasia gli creava sovente, s’era presentato questo che la vita gli schiudeva a un tratto.

Questo era quasi il riposo, la ricchezza, il benessere: egli aveva sempre sognato il lavoro incessante, quello che prostrando il corpo ritempra lo spirito, la lotta, lo studio. Non era ironia questa offerta della vita? Severo Melton era anche più triste del solito quella sera, e la tristez - za era lo stato abituale dell’anima sua, un’anima che l’aspetto esterio - re non tradiva: rigida e salda come il viso che la specchiava, un bianco viso tagliato nel marmo a linee energiche, che un lieve sorriso bastava ad ammorbidire in una dolcezza quasi infantile, segnato già dalla vita con un’incancellabile piega d’amarezza all’angolo della bocca sottile, sinuosa, bocca di adolescente nell’ora della serenità, bocca di vecchia maschera umana, scettica c cattiva, nell’ora della disperazione. Anche gli occhi bruni, un po’ torbidi, un po’ sciupati dal soverchio leggere, occhi assorti e concentrati in fondo alle occhiaie livide, parevano a volte destarsi e accendersi, avevano insupposti bagliori d’oro, lampi di vita che facevano pensare a lingue di fiamma improvvise sopra il cratere di un vulcano spento: Severo Melton poteva sembrare bellissimo o assai brutto: aveva uno strano viso pieno di risorse celate, ricco di espressioni, mutabilissimo: nei rari momenti di sincera gioia, quando la bontà sem - plice e fiduciosa, che era il fondo della sua natura complessa e tormen -

14 TRA CIELO E MARE tata, prendeva il sopravvento, il sorriso infantile che lo illuminava tutto spianando le rughe precoci, ravvivando gli occhi pensosi, scoprendo i bellissimi denti sani e forti, abbaglianti di candore, lo faceva veramente bello. Più spesso pareva tenesse sul viso una vecchia maschera pallida al fine di nascondere l’anima schiva: ma sempre una gran luce d’intelligenza, quasi di spiritualità, animava la fine testa bionda, seria e austera sopra la sottile figura nervosa, chiusa sempre in un rigido vestito nero. Anche la stranezza del suo vestire contribuiva a dare maggior risalto al suo aspetto caratteristico: due soli colori esistevano per lui nella tavo - lozza della toeletta: il nero e il bianco. D’inverno come d’estate, a marzo come a settembre, egli vestiva interamente di nero: lo sparato della ca - micia, il colletto, i polsini uscivano ancora più abbaglianti di candore da tutto quel nero funebre, e anche il suo viso già per se stesso così pallido, tra il nero del vestito e la tesa nera del cappello, acquistava una traspa - renza spettrale.

Un solo lusso si permetteva: il flore all’occhiello; quasi sempre una fragilissima e candida gardenia dal profumo violento e dalla vita brevis - sima. Perchè quel triste e malinconico allievo d’Ippocrate era un’anima di poeta delicata, sensibile, aperta a tutte le commozioni, a tutte le im - pressioni, le delicatissime come le violente, le dolcissime come le tem - pestose. Un’anima di poeta nell’involucro d’uno scienziato diventato tale per elezione spontanea: un razionalista con le aspirazioni di un mistico, un cervello di scettico col cuore di un sentimentale, ecco quello che era Severo Melton.

Naturalmente queste qualità e disposizioni contradittorie creavano in lui un contrasto che non poteva non influire sulla sua vita e sul suo ca - rattere, e in modo doloroso. Doloroso per sè, non per gli altri: violen - tissimo e impulsivo, capace di tremare per una carezza e di prorompe - re in escandescenze per l’ombra di un’ingiuria, pronto a dare e a darsi generosamente, senza restrizioni e senza reticenze, per qualsiasi fulgida idea che suscitasse il suo entusiasmo, e a investire spietatamente, magari irreparabilmente, per il solo sospetto di un’offesa, egli poneva ogni stu - dio nell’evitare alle persone che lo amavano e che egli riamava, lo spet - tacolo degli eccessi dei suoi nervi. Ci riusciva sovente con sforzi enormi di volontà, trattenendo il proprio impulso col pugno di ferro che doma il cavallo selvaggio, prostrandolo, vincendolo.

Ma anche tutte queste lotte andavano a detrimento di quell’energia che pur non sovrabbondava in lui, che esisteva in realtà più nei lineamenti forti del suo viso che nell’anima sua.

Ed egli lo sapeva.

Sapeva di non esser dotato di quell’equilibrio che tempera le forze e le armonizza: sapeva che qualcosa preponderava in lui a scapito di qualche altra: non sapeva bene dove fosse la mancanza, dove l’eccesso. A volte gli pareva che l’intelligenza prevalesse, a volte invece, la bontà. Temeva di isterilire il cuore in una vita essenzialmente cerebrale, in una mania notomizzatrice implacabile; poi cadeva nell’eccesso contrario e si rimpro - verava la soverchia bontà, la troppa fiducia, la facilità di commozione che lo portava alla credulità annebbiandogli il cervello, sconvolgendo con un soffio di tenerezza tutte le belle teorie che aveva faticosamente dedotte dallo studio precoce e intenso della vita e degli uomini. E a questi eccessi, a queste incertezze susseguivano periodi lunghi di prostrazione, di abbattimento, di sconforto, di tedio nei quali volentieri avrebbe invocata la morte se non avesse avuto al mondo due creature che rappresentavano per lui tutto l’amore e tutto il dovere. Le due creature erano sua madre e sua sorella, la bionda e bellissima Flor.

Quelle due dilette erano tutta la sua famiglia e tutto il suo mondo; pure, all’essere cresciuto esclusivamente tra di esse, privo della tenerezza forte e virile di un padre, il giovane doveva in parte lo squilibrio che era la sua infelicità.

Severo Melton non aveva avuto infanzia, o meglio, la sua infanzia l’a - veva perduta sui libri. Nell’età in cui tutti gli altri bimbi trovano una ra - gione di gioia, di riso, di chiasso in ogni spettacolo della natura dal più grandioso al più umile, nello scrosciare dell’acqua tra il rombo della tempesta come nel belato d’un agnello e nello spuntare d’un ciuffo d’erba tra i ciottoli della via, e vivono la pienezza della vita animale e vegetativa in una beata incoscienza, in una contemplazione ammirativa felice, egli era già preso da un’unica passione: la solitudine e un libro. Aveva passato giornate, settimane, anni, raccolto in un angolo della piccola casa triste, la casa della vedova, sempre silenziosa, tutto curvo sopra volumi che nessuno sceglieva per lui, che nessuno gli additava, e ch’egli andava cercando e scoprendo qua e là col fiuto della passione viva, in fondo a una cassa dimenticata o sopra una scansia polverosa. Usciva da quelle letture tutte disadatte, spessissimo incomprese, col piccolo cuore palpitante, con la mente in tumulto, col visetto affilato e sbiancato, soffuso di una luce in - tensa. E intorno a lui nessuno si avvedeva della vita precoce della piccola anima, mentre la piccola anima imparava il dolore dal quadro che aveva intorno e si disamorava della vita prima ancora di averla conosciuta.

16 TRA CIELO E MARE A dieci anni Severo Melton aveva già compreso che sua madre e sua sorella non avevano nessuno al mondo e ch’egli avrebbe dovuto essere il loro sostegno e il loro aiuto. In forza di quali sacrifici sua madre fosse riuscita a farlo studiare non aveva ben compreso allora: credeva di com - prenderlo adesso: ripensando alla lontanissima infanzia, gli pareva di rivedere una figura nota e cara di donna curva tutto il giorno e ogni giorno sopra una macchina da cucire....

Credeva di comprendere, ora, e adorava. Un solo sogno si permetteva nelle ore in cui la tenerezza filiale aveva in lui il sopravvento: vedere sua madre felice: renderle non in affetto soltanto, ma ancora in agiatezza si - cura tutta la costante e vigile tenerezza che ella gli aveva dimostrato: darle quel riposo che tanti anni di tormento e di lavoro incessante le avevano meritato.... ....Anche quella sera, camminando senza scopo nel crepuscolo prima - verile, il sogno ch’egli sentiva forte come un dovere, lo riprese. Avrebbe accettato l’offerta di Russell poiché era quello il solo modo di procurare l’agiatezza a sua madre e a Flor. Un’ombra sorse dal suo egoismo, come un rammarico.

«Tu doni l’agiatezza a tua madre, ma ti perdi!» Lo sapeva: il suo avvenire sarebbe compromesso per sempre. Era dura la vita che lo aspettava: i cinque più preziosi anni della sua esistenza, quelli che rappresentano la pienezza della virilità, egli li avrebbe passati tra un vecchio infermo e una fanciulla diafana (un rudere e un fantasma) confinato su una nave, separato dal mondo, separato dalla società, lon - tano da quanti lo amavano, senza la possibilità di proseguire quegli studi che rimanevano la sua più gran passione.

Ma che contavano la sua felicità e il suo avvenire di fronte alla felicità e all’avvenire delle due creature che erano tutto il suo mondo? Qualcosa dentro gli obiettò ancora che il denaro non è tutta la felicità e che anche lontano da Russell esisteva la possibilità di farsi, con sacrifici infinitamente minori, una piccola fortuna.

E allora la sua generosità cominciò a vacillare scossa dal dubbio d’es - sere nell’errore.

La voce di un bimbo che gli offriva dei fiammiferi con un’insistenza supplichevole accusante la fame, lo trasse dalla sua meditazione. Si guardò attorno: era vicina la notte ed egli si trovava in uno dei più eccentrici quartieri della città: nelle vetrine dei negozi si accendevano i lumi, i viandanti passavano frettolosi, isolando quel sognatore peripate - tico.

Pochi passi più in là era la casa del professore Marchin, il suo maestro e il suo benefattore.

«Perchè non chiedo consiglio a lui?» si chiese Severo. Era tardi e a casa lo attendevano, ma l’incertezza in cui si trovava e la gravità della risoluzione che stava per prendere, meritavano bene un ritardo eccezionale. Nessuno poteva consigliarlo meglio di Marchin: lo scienziato gli aveva fatto da padre, lo aveva prediletto tra i suoi numero - sissimi allievi, gli aveva aperto e spianato il cammino: egli avrebbe trovato nella sua autorevole serietà la parola rassicurante. S’avviò. Marchin abitava una casina bianca dalle persiane verdi spa - lancate, sul cui muro fioriva la gaggia. Un gruppo di tigli nascondevano la facciata, proteggendo, insieme con una cancellata verde, quel rifugio di uno scienziato che poteva anche essere scambiato per un nido d’amore. Il professore era a tavola quando Severo Melton entrò. Pranzava solo in una vasta e severa stanza che pareva piuttosto una biblioteca; fisio - nomia comune d’altronde a tutte le stanze che componevano l’apparta - mento dello scienziato. Sull’ampia tavola, accanto alla bottiglia di vec - chio Mèdoc, e all’indispensabile rosbeef, erano giornali spiegati e riviste di ogni genere.

Marchin mangiava e leggeva, regola antigienica ch’egli sconsigliava sempre ai suoi clienti, che condannava nei suoi clienti, ma che trovava lecita e comoda per sè.

— Buona sera! — rispose al saluto di Melton che s’era fermato rispettosamente sulla porta. — Venite e sedete là. — Gl’indicò una sedia dall’altro lato della tavola. — Volete mangiare? Bere? No? Nulla davvero? Come credete. Non vi avevo visto oggi, avete fatto bene a venire a trovarmi. — Sono stato da Russell.

— Ah! E così?

— Non ho combinato nulla finora.

— Perchè? — La sorpresa del professore maravigliò un poco il giovane. — Perchè mi pare un sacrificio troppo grande quello di vendere la mia libertà per almeno cinque anni.

— Sì; so le intenzioni di Russell, ma egli ve la paga bene la vostra libertà. — Vi pare?

— Non offendetevi, Melton; voi sapete se vi voglio bene. Credete a me: il denaro non è una forza disprezzabile. Voi siete giovane e avete gli en - tusiasmi di un giovane: la libertà, l’indipendenza, l’avvenire! Magari an-

18 TRA CIELO E MARE che la miseria dignitosa!... Belle parole che riempiono la bocca e danno una nobile espressione allo sguardo. Ma la vita pratica, ma la realtà non sempre si trovano in armonia con queste parole. Non disprezzate il denaro: vi si offre l’occasione di guadagnarne onorevolmente: l’intelligenza, la buona volontà, la forza d’energia non bastano per salire: occorre un po’ di larghezza anche materiale per dar le ali ai sogni: il denaro è altresì condizione di onestà. Quando lascerete Russell avrete da parte parecchie migliaia di dollari: il principio di una fortuna, la possibilità di camminare da voi senza dipendere, senza inchinarvi, anche la possibilità di fare del bene. Non vi pare? — Severo Melton pensava.

— Non vi sembrano lunghi cinque anni di schiavitù? — Per me sarebbero ormai quasi tutto l’avvenire. Ma voi, Melton, siete giovane: quanti anni avete?

— Ventinove.

— Siete un ragazzo. A trentaquattro anni sarete un uomo e un medico fortunato. D’altronde, voi non vendete la vostra libertà: la prestate, insieme con l’opera vostra, a benefizio di un cliente che fortunatamente può corrispondervi un compenso adeguato ai vostri servigi. — Divento il suo servitore, insomma! — La voce del giovane era amara: il professore corrugò le folte sopracci - glia bianche.

— E che cosa siamo tutti noi medici se non i servitori del pubblico? Voi sarete per qualche anno il medico di un solo cliente, ecco tutta la diffe - renza. Avrete quanto tempo vorrete per dedicarvi allo studio. — Studiare? — interruppe Melton. — E dove, e su chi? — Su chi? Su Russell, perbacco. Non vi pare un caso interessante di mania di persecuzione la sua? Voi avrete la fortuna di osservarlo ogni giorno, a ogni ora, di assistere alle fasi del male, alle sue alternative d’intensità, di sperimentare tutti i possibili mezzi di guarigione. Potrete preparare un lavoro importantissimo di contributo alle malattie nervose, ed ecco il vostro nome fatto subito autorevole in grazia di quella schiavitù che vi fa tanta paura.

— Grazie, professore. Mi ridate la tranquillità. Ero inquieto e incerto, non sapevo a qual partito attenermi, non distinguevo più se fosse bene o male accettare la proposta di Russell. — Ora Marchin sorrideva.

— Cosicché?

— Cosicché, quando avrò ottenuto il consenso di mia madre, andrò a dire al mio miliardario che sono pronto a partire con lui. — Il professore ebbe una frase che rassomigliava stranamente a un’altra di Russell.

— Non vi sarà difficile persuadere vostra madre. Le donne si devono sempre convincere. E vincere!— soggiunse subito. E il giovane così femminilmente delicato, così traboccante di tenerezza per le due creature che gli riempivano tutta la vita, fu ferito da quella ru - dezza insupposta.

— Credete che Russell sia veramente malato? — chiese al maestro per dissipare l’ombra creata dalle parole scortesi. — Seriamente. Un uomo sano non si lascia impaurire da qualche mi - naccia al punto di rinunziare a vivere tra gli uomini. Notate che le minacce fattegli sono di quelle che restano sempre allo stato platonico: concezioni di mattoidi accecati dal bagliore di tanto oro: ogni miliardario ne riceve di simili tutti i giorni, nè vi fa caso. Russell s’è lasciato impressionare al punto di vedere un anarchico in ogni uomo che gli chiede lavoro. — Ma gli attentati di cui mi ha narrato....

— Non sono mai esistiti altro che nella sua fantasia. Giorni addietro avvenne uno scoppio casuale nei locali della sua banca: nessuno gli ha po - tuto togliere dal capo che si trattasse di una bomba. Finirà al manicomio. — Credete?

— Salvo che voi non facciate il miracolo di guarirlo. Sarebbe una bella vittoria!

— Lo conoscete da tanto tempo, voi?

— Da vent’anni. Ero il medico di suo suocero: il duca di Montgomery. — Ah, il ministro?

— Precisamente. Russell, che certo non ha goccia di sangue azzurro nelle vene, ha voluto dorare un blasone e ha trovato una docile creatura clic s’è lasciata comprare per soddisfare l’avidità paterna. Povera Geor - giana! — Gli occhi di Severo Melton rividero un istante la figurina esile e bianca che nella stanza buia del palazzo Russell gli aveva sorriso. — Non fu felice? — chiese.

— Morì un anno dopo le nozze dando alla luce una bimba. — Isa?

— Sì: come sapete?

— L’ho veduta quest’oggi accanto a suo padre.

— Un angelo. È sua madre rediviva ma con maggior forza. È la vittima dell’egoismo e della follia di suo padre. Voi vi lagnate di dover limitare

20 TRA CIELO E MARE per qualche anno la vostra libertà in un esercizio professionale esclusivo: immaginate che cosa sia la vita di quella bambina che un giorno sarà pa - drona di miliardi, accanto a un padre malato, visionario, capriccioso ed egoista come un bimbo viziato e tiranno.

— Non tale da invidiarsi, certamente.

— La giudicherete quando avrete imparato a conoscerla. — Si alzò. Severo Melton lo ringraziò un’altra volta e prese commiato. — Ci vediamo domattina in clinica?

— Senza dubbio, professore.

— E andrete da Russell domani sera?

— Gliel’ho promesso.

— Che energia, eh? — Si sorrisero: lo scienziato con una tenerezza paterna in fondo allo sguardo serio e profondo; Melton, con una luce di devozione illimitata, diffusa sul viso pallido.

III

A Sherton-Park si aspetta il dottore: la minestra fuma sulla tavola ap - parecchiata per tre nel piccolo salotto da pranzo arredato con pochi mo - bili semplicissimi, ma ricco di quelle mille inezie eleganti che rivelano la presenza e la cura continua di una donna. Dei fiori sulle mensole dentro piccole coppe di vetro colorato, un paralume azzurro intorno alla lampada già accesa, quadretti e incisioni sulle pareti, un molle drappeggio di stoffa intorno a una cornice, una tovaglia ricamata a convolvoli azzurri sul breve piano della credenza.

Piccole e affettuose mani di donna, mani create per la carezza e per la disposizione del nido, hanno lasciato la loro impronta in ogni particolare della stanza e in ogni stanza del ristretto appartamentino; ora, si affrettano a disporre le sedie intorno alla tavola aspettando l’assente. — Ritarda, stasera! — osserva a un tratto la più anziana delle due donne. — Avrà accompagnato a casa il professore; sai che lo fa qualche volta. — Ma anche nella voce della fanciulla c’è una nota di trepidazione. — Che ore sono, Flor?

— Non sono ancora le otto, mamma: gli operai dello stabilimento sono appena usciti. — Flor si affaccia alla finestra e guarda fuori sulla strada già buia, spiando l’arrivo del fratello. Poco lontano, in capo al viale, si erge, delineandosi cupo nella serena notte primaverile, l’edificio d’uno stabilimento indu - striale; gli occhi di Flor vi si fissano con una intensità di espressione che solo la notte vede, ma che, dentro la stanza, sua madre indovina e scusa con una lieve ombra di sorriso.

— Non viene, Flor?

— No, mamma! — E anziché la strada, gli occhi continuano a fissare lo stabilimento. — Tu dovresti mangiare, mamma.

— No, vi aspetto.

— Io non ho fame. — A vent’anni, non s’ha fame soltanto quando l’amore si sostituisce a tutti i bisogni riempiendo tutta la vita. La signora Melton lo sa e scuote dol - cemente la soave testa precocemente incanutita, pur ancora bella tra le vestigia dei dolori passati che le hanno lasciato sul viso un’impronta di tristezza serena. La sua Flor è innamorata ed è riamata, Severo è riuscito e adora la sua carriera, l’avvenire sorride finalmente sgombro di nubi alle due creature che hanno riempito tutta la sua vita.

22 TRA CIELO E MARE — Mamma....

— Viene?

— No, è il signor Philippe.

— Solo?

— No, mamma, c’è anche il signor Arthur.... — Ah, come trema impercettibilmente la voce della fanciulla! Ella si ritira dalla finestra e rientra nella stanza: è appena un po’ più pallida e una luce più intensa brilla nella larga iride verde dei suoi dolcissimi occhi, velati dalle lunghe ciglia nere.

La luce della lampada accende bagliori d’oro vivo nell’aureola dei fulvi capelli divisi sulla fronte bianca in due ali morbide e lisce. Flor ha una strana bellezza: non il viso dolce della madre nè quello marmoreo del fratello, ma un bizzarro viso fatto di contrasti violenti, dove non si com - prende bene che cosa più colpisca e attiri, se gli occhi verdi frangiati di nero o i capelli fulvi o il pallore alabastrino e la piccola bocca fiammante come una corolla viva sotto il breve naso capriccioso. Un doppio passo noto risuona sul pianerottolo, seguito subito da uno squillo del campanello.

E Flor corre ad aprire con una trepidazione appena dissimulata. Due mani si sono strette nella penombra, indugiando e tremando non poco, gli occhi verdi della fanciulla si sono fissati nelle pupille nere del più giovane tra i due visitatoti. E il compagno anziano, indulgente come la madre che attende tranquilla seduta presso la tavola, sorride e finge di non aver visto nulla.

— Stai bene, piccina?

— Sì, signor Philippe.

— E la mamma?

— È di là, favorisca. — Passano tutti nella piccola sala da pranzo, e così li trova riuniti Severo, che arriva quasi subito.

Egli è l’aspettato e l’adorato là dentro: uno stesso raggio di gioia brilla in tutti gli sguardi che lo accolgono, su tutte le labbra che gli sorridono. Perfino Flor dimentica un istante la carezza dei due occhi neri che l’avvolgono e trova una maggiore intensità di grazia per il fratello diletto. Il più anziano dei visitatori, quello che Flor ha chiamato «signor Philippe», gli batte una mano sulla spalla con tenerezza e confidenza quasi paterne. — Come va? — È uno strano personaggio: alto, asciutto, ma non magrissimo, con una certa zazzera grigia riccioluta intorno al viso bruno, rugoso, illuminato da due grandi ocelli grigi tristi e buoni. Ha modi risoluti e una fronte che rivela più che il coraggio: la temerità. Veste di nero come il dottor Melton e sta nella casa di questi come in casa propria. Severo gli stringe le mani con effusione, — Bravo Philippe, avete fatto bene a venire. Ho tante cose da raccon - tarvi.

— Benissimo, racconta. — Timida e dolce la signora Melton osserva: — Lasciatelo mangiare, Philippe, ha già fatto tanto tardi! — Sì, mamma, hai ragione. Ho fatto tardi, ma non per colpa mia. — Hai accompagnato il professore?

— Sono stato a trovarlo, ma prima ho combinato un affare che vi maraviglierà assai.

— Buono? — chiede Philippe.

— Secondo: finanziariamente ottimo.

— Benone.

— Ma.... c’è un ma.

— Ed è?

— Non parti mica?... — interrompe ansiosamente la signora Melton spaventata nella sua antiveggenza materna.

— Precisamente, mamma, dovrei partire. — Una stessa esclamazione di dolore sfugge dalle labbra delle due donne subito rimproverate con dolcezza dal signor Philippe. — Sentiamo di che cosa si tratta prima di disperarvi. — Ecco: potrei diventare, domani, il medico di un miliardario. — Fin qui, benissimo.

— Il mio cliente, però, intende intraprendere un viaggio di piacere a bordo del suo yacht e vuole, naturalmente, ch’io lo accompagni. — Durerà molto il viaggio? — La pietà filiale induce il giovane a dire una bugia. — Circa sei mesi. — La signora Melton sospira, ma di nuovo interviene il vecchio amico. — E a quali condizioni?

— Uno stipendio annuo sufficiente per vivere tutti e dare la dote a Flor. — Nell’ombra della finestra, dove s’è ritirata insieme con Arthur, Flor diventa di fiamma.

— Quando dovresti partire? — chiede ancora la madre. — Subito, suppongo.

— E il tuo miliardario si chiama...

24 TRA CIELO E MARE — Francis Russell. — Philippe sobbalza e la signora Melton s’è rizzata pallidissima con un grido di sgomento.

— No! No! No!

— Mamma! Mamma! Che cos’è stato? — Il dottore, terreo in viso, alterato e spaventato, contempla immobile la sorella affaccendata intorno alla madre che sembra svenuta, e Philippe intento ad acquetarla.

— Che cos’è stato? Si può sapere?... Che cos’è stato? — La signora Melton ha udito.

— Diteglielo, Philippe, ditegli che non è possibile. — Calmatevi. Glielo dirò; siate forte voi. — Ella non ha che la forza di ripetere: — Ditegli che non è possibile. — Severo cammina irrequieto lungo la stanza: la fronte corrugata e gli occhi lampeggianti dicono che la tempesta sta per scoppiare nel suo animo impetuoso.

Che cosa gli si nasconde? Che cos’è questo mistero ignorato da lui e noto a Philippe? Perchè il nome di Russell è bastato a produrre in sua madre una crisi così terribile?

Egli vuol sapere.

E Philippe, che l’osserva e legge sul suo viso l’angoscia che lo tiene, gli si avvicina.

— Tua madre riposa, vieni con me. —

IV

La stanza del «filosofo» (così chiamano Philippe gl’inquilini dell’al - tissimo caseggiato operaio dove il vecchio ha la sua dimora) è una piccola cella che da una finestretta aperta sui tetti riceve molta luce, molta aria, tutto l’azzurro delle giornate serene, tutti i profumi della primavera. Un letticciuolo di ferro, una tavola ingombra di libri, un lungo scaffale con altri libri, non un quadro alle pareti, non un oggetto superfluo, tranne quella profusione di carta stampata. Una catinella in un angolo e un’unica sedia, che Philippe offre al dottore.

— Siedi. — Non si sono scambiati una sola parola lungo la strada. Severo Melton è ancora cupo, chiuso in viso e respira sempre la bur - rasca.

— Ditemi tutto quello che sapete! — egli impone con un tono di voce che non ricorda più affatto la devozione quasi filiale con cui l’ha accolto poco prima nella sua casa.

Philippe s’è messo a sedere sul letto.

— Ti dirò tutto, certo. Sei un uomo e devi sapere ormai. — Severo è in preda a un’agitazione profonda: che cosa sta per sapere? Quale mistero è chiuso nella sua vita? Quale ombra, forse incancellabile, sta per velare per sempre la serenità del suo orizzonte? — Dimmi prima, — dice Philippe — che tu presterai una fede assoluta alle mie parole. Credo che la mia vita e la nostra amicizia mi diano il di - ritto di esigerlo. — La sua voce è commossa e Melton ne è vinto.

— Vi credo! — afferma.

Il vecchio si raccoglie.

— È una storia dolorosa e lunga.

— Non importa; narrate.

— Sai tu dove sei nato? — Severo Melton fìssa in viso all’amico due occhi stupiti. — Ma.... a Nuova York, suppongo.

— No, tu non sei nato a Nuova York e Melton non è il tuo nome. Non alterarti, ti prego: se c’è una vittima in questa storia che è anche storia tua, non sei già tu, ma tua madre. Melton è il nome di tua madre; ma non temere, tu non sei un figlio del peccato: sei il frutto legittimo di un matrimonio legale: dovresti chiamarti Capece, tuo padre era Salvatore Capece. — Un italiano dunque?

26 TRA CIELO E MARE — Un siciliano, sì. Aveva conosciuto tua madre a San Francisco e se l’era sposata. Subito dopo le nozze partirono insieme per le miniere del Colorado dove lavorava tuo padre che era cercatore di pietre preziose. Dopo un anno, laggiù, nascesti tu. E tu avevi poco più di un anno quando, un giorno, qualcuno venne al villaggio ad annunziare a tua madre che suo marito era morto precipitando in un burrone. Chi le dava la notizia era un compagno di lavoro di tuo padre, un americano: egli offrì alla vedova di aiutarla a tornare in patria, e non parve vero a quella povera donna sola e infelice di trovar qualcuno che s’interessasse a lei e le offrisse sostegno. A poco a poco quel sostegno si fece indispensabile: tua madre non tornò subito in patria, ma l’amico di tuo padre promise alla vedova di sposarla e intanto si stabilì nella casa di lei, prese il posto del morto, sedette alla mensa dove lui s’era seduto, riposò il capo sullo stesso guanciale dove quello del marito aveva riposato. Non condannare, tu che sei giovane e non conosci la vita e non sai quanto sia debole la donna e la solitudine terribile e la miseria nera! Non condannare! Egli era un lavoratore for - tissimo e fortunato e le aveva promesso di sposarla. Non la sposò. Invece, dopo qualche anno nasceva una bimba che oggi è tua sorella. — Philippe si fermò. Sul viso di Severo Melton più bianco, ora, della morte, si leggeva un tormento morale.

— Tua madre è degna di tutto il tuo rispetto, di tutta la tua adorazione! — disse solennemente il vecchio. — Se fu debole, ha pagato e scontato assai caro. — Con una voce lontana, soffocata, piena di angoscia, Severo pregò: — E poi?

— Poi, lui, fece presto fortuna: era intelligente e abile, non aveva scru - poli: ogni tanto tornava al villaggio con un raccolto preziosissimo che altri stentava a raggranellare in parecchi anni di lavoro: quasi sempre quelle sue fortune erano seguite da una notizia triste: qualche minatore era stato trovato in fondo a un burrone, sfracellato, come un giorno tuo padre. Tua madre non pensò mai che quelle coincidenze tremende potessero spie - gare anche la sua precoce vedovanza: era mite e buona, non sapeva fare il male e neppure supporlo. Viveva per i suoi bimbi, sperava nell’uomo che le aveva promesso di farla sua anche in faccia al mondo. In capo a quattro anni, quell’uomo fu in grado di acquistare per proprio conto una zona di terreno importantissima: divenne padrone. Allora lasciò la blusa e il piccone del cercatore, e venne a vivere a Nuova York con la compagna e i figli. Ma era tormentato dall’ambizione di salire: la fortuna gli arri - deva, i suoi capitali si moltiplicavano, tutto ciò che gli ricordava ora le sue modeste origini gli dava noia. Voleva arrivare; soprattutto, era roso da un’ambizione insaziabile. Un giorno gli si presentò un’occasione magnifica: un gran signore, con un bel nome antico, cercava un genero ricco che dorasse il suo blasone: e colui che aveva ingannato tua madre, colui che forse aveva assassinato tuo padre, divenne il marito della duchessina di Montgomery....

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…