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Il welfare e il suo doppio

Alessandro Colletti · 2016

116,915 words · about 8 h 11 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: CC BY-NC-SA 4.0 · repository export licence (DOAB) · Alessandro Colletti (2016), Il welfare e il suo doppio, open access publisher - licensed CC BY-NC-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/)

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About this book

Author
Alessandro Colletti
Language
Italian
Published
2016
Length
116,915 words · about 8 h 11 min
Sections
4 reader sections
Text
Digital text
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CC BY-NC-SA 4.0 · repository export licence (DOAB)

 

Contents (4)
  1. Front matter about 36 min
  2. 1 about 38 min
  3. 2. Forme organizzative e redistributive: la “cassa comune” about 40 min
  4. 3 about 6 h 17 min

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Alessandro Colletti Il welfare e il suo doppio.

Percorsi etnografici nelle camorre del casertano Ledizioni

© 2016 Ledizioni LediPublishing Via Alamanni, 11 – 20141 Milano – Italy www.ledizioni.it info@ledizioni.it Alessandro Colletti, Il welfare e il suo doppio. Percorsi etnografici nelle camorre del casertano Prima edizione: febbraio 2016 ISBN Cartaceo: 978-88-6705-426-8 Copertina e progetto grafico: ufficio grafico Ledizioni I ricavi dai diritti d’autore saranno devoluti al Comitato Don Peppe Diana di Casal di Principe

1

Il controllo territoriale nella storia delle camorre Parlare di estorsioni significa parlare della storia della Camorra. Non si può comprendere la modificazione storica dei tratti essenziali dell’attività estorsiva o la presenza degli stessi se non si ricostruisce il modo in cui la Camorra si è originata, trasformata, sviluppata (Di Gennaro 2010:97).

Nell’articolato e variegato scenario delle mafie italiane, quelle campane vantano un singolare primato: le camorre sono entrate nelle cronache e nell’opinione pubblica nazionale ben prima delle altre organizzazioni criminali.7 Un secolo e mezzo fa, non era certo un mi - stero per il popolo di Napoli e per alcuni osservatori l’esistenza di una consorteria segreta dedita al controllo e alla supervisione dell’illegali - tà e abilissima nella pratica dell’estorsione. Oltre i classici contributi di Monnier (1863), De Blasio (1897; 1905) e Alongi (1890) che hanno gettato le basi per i futuri studi di storici, sociologi e antropologi, ci riferiamo al primo processo giudiziario di camorra. Conclusosi nel 1912 con una eco mediatica per allora senza precedenti e con ampio seguito di polemiche, il processo Cuocolo rappresentò la strabiliante evidenza della presenza camorrista (Guidotti 1950; Marmo 2003; Russo, Serao 1970). Dal periodo fascista al secondo dopoguerra poche at - tenzioni si prestarono a questo fenomeno, che veniva confuso con la diffusa criminalità cittadina e con i mitici guappi di quartiere. Bisogna aspettare la fine degli Anni settanta del Novecento con l’esplosione della guerra tra il cartello della Nuova Famiglia e la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo - consumata nelle province campane, 7 “Prendendo in considerazione il periodo delle origini è facile notare come la camorra sia stata la prima organizzazione mafiosa a fare il proprio ingresso sul proscenio criminale. Il termine camorra è il più antico e apparve per la prima volta in un atto ufficiale già nel 1735. Il codice della camorra, denominato Frieno, fece la sua comparsa nel 1842. La parola camorrista entrò per prima in una legge, cosiddetta legge Pica del 6 agosto 1863” (Ciconte 2008:6).

30 IL WELFARE E IL SUO DOPPIO. PERCORSI ETNOGRAFICI NELLE CAMORRE culminata con un attentato dinamitardo a Roma 8 - per riconoscere che la camorra non era solo contrabbando e folklore locale, ma un insieme variegato di organizzazioni affaristico-militari operanti a li - vello nazionale e internazionale.

Alcuni autori hanno segnalato che dagli Anni ottanta dello scorso secolo, anche in presenza di numerose, eminenti e approfondite ana - lisi, non ci sia stata nei confronti del fenomeno camorra quella continuità storica e quel “forte e serio contributo delle scienze sociali” che invece si è mostrato nei confronti della mafia siciliana (Di Gennaro 2010). Considerando questo limite nella produzione scientifica, oc - corre segnalare come i recenti contributi - soprattutto in sede storica e sociologica (tra i tanti Braucci, Zoppoli 2005; Sales, Ravveduto 2006; Gribaudi 2009; Barbagallo 2010; Di Gennaro 2009; Di Gennaro, La Spina 2010; Scaglione 2010; Allum 2011; Marmo 2011, 2012; Martone 2011) - abbiano fortemente contribuito a riattivare la profondità di analisi e l’interesse nazionale per le questioni sociali che hanno preso avvio dalle descrizioni ottocentesche in poi.

Nel 1863 lo scrittore Marco Monnier affrontava fondamentali que - stioni riguardanti il fenomeno camorristico napoletano, descrivendo con dovizia di particolari una struttura organizzata in maniera gerarchica presente all’interno delle carceri del Regno e diffusa nei dodici rioni della città di Napoli, finalizzata al compimento e al controllo di attività illecite. L’articolazione interna di questa “società segreta popolare” (Monnier 1863:9) detta anche Società dell’Umirtà o Bella Società Rifurmata - che nella metà dell’Ottocento ebbe il suo maggiore consolidamento (Di Fiore 2005; Garofalo 2005; Paliotti 2006; Ciconte 2008; Marmo 2011) - prevedeva una rigida suddivisione territoriale, imprescindibili riti di iniziazione, una forte coesione interna sorretta da un proprio ordinamento giuridico e punitivo, un elevato ricono - scimento sociale e la capacità dei camorristi più influenti di tessere rapporti con soggetti esterni alla consorteria. Tutti tratti caratteristici di una compatta organizzazione “il cui fine è il male” (Monnier 1863:9), cioè il compimento di reati e il controllo su tutte le attività illegali operate nella città di Napoli e nella provincia, attraverso una princi - pale attività: l’estorsione. La presenza di una divisione territoriale di gruppi organizzati nei dodici quartieri di Napoli 9 e in tutte le carceri 8 Ci riferiamo all’eclatante attentato a base di tritolo del 29 gennaio 1983 nei pressi di via Gregorio XIII a Roma, in cui ha trovato la morte Vincenzo Casillo di 40 anni, alias O’ Nirone, braccio destro di Raffaele Cutolo. Rimase invece gravemente ferito Mario Cuomo, giovane affiliato di appena 21 anni, che accompagnava Casillo: perderà entrambe le gambe a causa dell’esplosione. Sette anni dopo, nell’otto - bre 1990, Cuomo fu ucciso nella sua casa di Napoli insieme al padre. 9 “Ciò che qui è singolare, o almeno lo era ai tempi dei Borboni, era la setta orga - nata in tutti i quartieri della città, avente i suoi dodici capi, come notai, e uno di questi, quello della Vicaria, a tutti superiore” (Monnier 1863:83).

PARTE PRIMA. UN’ANALISI DELLE FORME DI EGEMONIA DELLE MAFIE 31 del Regno, risultava così funzionale ad una articolata presenza sul territorio, sia in termini di controllo delle attività illegali nell’underworld (contrabbando, prostituzione, gioco d’azzardo, truffe, lotto clandesti - no, furti, usura e ogni altra attività deviante) 10 sia nelle possibilità di agire nell’upperworld11 prelevando in maniera forzosa una percentuale su molti commerci legali operati in città e stringendo significative relazioni esterne. A questa diffusione ampia nella città corrispondeva inoltre il gran numero di attività che la camorra sembra comprendere e compattare: furti e grassazioni, contrabbando e frodi di leva, controllo su ogni forma di gioco popolare (…), come su bordelli e pro - stituzione libera. Su queste numerose attività, (…) essi prele - vano comunque la tipica tangente, che si estende inoltre ai mercati rionali di commestibili d’ogni genere e alla piazza degli orefici, al salario dei facchini e cocchieri e ai contadi - ni che affluiscono alla cinta daziaria e ai mercati rionali con carrette di cipolle o di pomodori … A una tangente che somiglia dunque ad una tassa diffusa tra lecito e illecito (Marmo 1990:63).

La conformazione organizzativa vedeva l’Onorata Società suddivi - sa in due livelli, minore e maggiore, quasi a segnare una distinzione criminale di casta: è nella maggiore che venivano elette le figure api - cali della gerarchia camorrista (capintesta, capintrito, contajuolo). Nella società minore era presente la manovalanza - insieme di picciuotti e giovinotti onorati facenti parte delle cosiddette paranze - dedita al compimento delle attività ordinarie nei territori di loro competenza (De Blasio 1897). Al comando assoluto di questa consorteria criminale era “Il capintesta, che è un uomo di grande ardire, è il camorrista-capo di tutta Napoli” (Ibidem 1897:3).

Se nella metà dell’Ottocento la città di Napoli vedeva la presenza radicata della Bella Società Riformata legata ad ovvi motivi economici e commerciali, così era anche nella provincia di Terra di Lavoro, 12 il 10 Per una ricostruzione particolareggiata dei principali affari illeciti gestiti dalla cosiddetta Bella Società Riformata o Annurata Suggietà alla fine dell’Ottocento, Cfr. De Blasio Abele (1897, 1905). 11 Con i termini underworld e upperworld ci riferiamo a due mercati economici non necessariamente distinti: il primo ha come oggetto la produzione e lo scambio di merci o azioni illegali o criminali; il secondo riguarda azioni e merci legali. Tra i primi economisti a occuparsi del mercato dell’underworld relativamente al crimine organizzato, l’economista americano premio nobel Thomas Crombie Schelling (1967). Ricordiamo, in questo senso, gli importanti contributi di taglio economico svolti in Italia da Becchi e Rey (1994), Becchi (2000; 2002) e Barresi (2007) sempre in riferimento agli interessi, le influenze e le modalità di azione delle organizzazioni criminali nei mercati economici. 12 Successivamente all’Unità d’Italia, Terra di Lavoro (anticamente detta Liburia)

32 IL WELFARE E IL SUO DOPPIO. PERCORSI ETNOGRAFICI NELLE CAMORRE cui epicentro si estendeva tra il casertano e l’agro aversano e capuano, contesto fortemente rurale a vocazione agricola.

Organizzata ad immagine e somiglianza (e non poteva esse - re diversamente) di quella di Napoli, la camorra di Caserta presentava la sola variante, imposta dalla situazione topo - grafica, che ogni Comune con un nucleo di affiliati era equiparato a un quartiere e quindi aveva un capo società. Capo di tutta la camorra di Terra di Lavoro ( nel 1860 circa, NdR ) era Francesco Zampella, ‘cacciavottola’ di Caserta (Garofalo 2005:46).

La camorra di provincia era da sempre assoggettata al potere del capintesta di Napoli che - rifacendosi alla tradizione dell’antico regola - mento della Società, il Frieno - era il capo assoluto, eletto nella sezione del quartiere di Vicaria.13 Fu nel periodo post-unitario che l’ Annurata Suggietà della provincia assunse maggiore autonomia e indipendenza dalla consorteria cittadina, 14 pur non generando alcun tipo di con - flitto con essa. 15 Sia in provincia che in città il funzionamento eco - era uno dei comprensori provinciali più estesi del Paese. Essa comprendeva l’inte - ro territorio della provincia di Caserta, parte dell’attuale provincia di Frosinone (in particolare il comprensorio di Sora, inclusa l’area del cassinate), la parte meri - dionale dell’attuale provincia di Latina (il circondario di Gaeta e Formia), la pro - vincia napoletana dell’agro nolano, una parte dell’attuale provincia di Benevento, Avellino e Isernia. I centri più importanti della provincia erano le città di Caserta, Aversa e Capua (la quale comprendeva anche l’attuale Santa Maria Capua Vete - re). Facevano parte della provincia, inoltre, i comuni delle Isole Ponziane: Ponza e Ventotene (quest’ultima già parte della provincia di Napoli). Per un approfon - dimento storico, politico e geografico sull’antica Terra Laboris Cfr. Capobianco 1993; Corvese, Tescione 1993; Giordano, Natale, Caprio 2003. 13 “In Napoli v’erano dodici centri, uno per quartiere: ognuno di questi centri suddividevasi in paranze speciali, (…) ogni centro avea il suo capo, e che questi capi riconoscevano come loro superiore quegli che regnava nel quartiere della Vicaria” (Monnier 1863:28). 14 “La Società aveva guadagnato in estensione territoriale, e tendeva ad un’espansione continua, fino al 1860 tre erano state le zone in cui aveva operato: il centro urbano di Napoli, Terra di Lavoro, prigioni e domicili coatti. (…) Dopo l’Unità (…) In Terra di Lavoro, aveva spostato il suo centro da Caserta ad Aversa. Aveva però subìto una grande perdita: la sua unità si era spezzata. Responsabili ne erano gli aversani, il cui capo, Vincenzo Serra, stravolgendo il Frieno si era fatto eleggere capintesta” (Garofalo 2005:32). In questo senso vedi anche Criscione (2013). 15 “Maestro nell’arte di lavorar di coltello fu, nei tempi più vicini, Papele Caiazzo, terrore di Terra di Lavoro, dove fu il vero re di una tribù di camorristi, che diede, per qualche decennio, dei punti a quella di Napoli, dalla quale si era resa pressoché autonoma, serbando coi capi della federazione delle paranze napoletane soltanto rapporti di buon vicinato. Tali rapporti consistevano nel favorirsi a vicenda nelle operazioni di contrabbando, nello scambiarsi segrete e rapide missive per preav - visare i compagni del sopravvenire di pericoli polizieschi, nel comunicarsi le basi di furti, di truffe, di raggiri o di sopraffazioni lucrose da potersi compiere sul ter -

PARTE PRIMA. UN’ANALISI DELLE FORME DI EGEMONIA DELLE MAFIE 33 nomico della consorteria prevedeva le stesse regole. I proventi delle attività illecite generati dalle paranze nei quartieri di competenza, dopo esser stati raccolti dai capintrito, venivano destinati alla forma - zione del barattolo: una cassa comune, centrale, custodita e gestita dal vertice dell’organizzazione, rappresentato dal capintesta detto anche caposocietà, coadiuvato da un contajuolo (De Blasio 1897). Gli introiti delle estorsioni confluivano nel barattolo e venivano periodicamente distribuiti agli affiliati in libertà, secondo criteri stabiliti dal Frieno che avallavano gerarchie e attività condotte dagli appartenenti. L’eletto (capintesta, NdR) non diventava che il presidente delle riunioni e il cassiere della comitiva: come presidente, aveva il diritto di convocarle; come cassiere, godeva di un potere considerevole, perché egli stesso distribuiva la camorra. (…) tutto il danaro guadagnato era consegnato al capo; il quale si aggiungeva un contarulo (contabile) incaricato di tenere i registri e segnarvi esattamente la parte del barattolo, che spettava ad ognuno. Eravi anche talvolta sotto i suoi ordini un capo carusiello (capo della cassa), che conservava il danaro (Monnier 1863:29).

Sin dalle prime analisi sulla camorra ottocentesca emerge il carattere mutualistico interno all’ Annurata Suggietà, essenzialmente dedita all’imposizione estorsiva su ogni tipo di attività economica legale e illegale compiuta nella città di Napoli, centro nevralgico del potere e della burocrazia del Regno e riferimento territoriale per i sudditi dentro e fuori le carceri. “Quella del controllo delle bische era soltanto una delle mille e mille attività della setta. Essa, ormai, aveva esteso i suoi tentacoli su ogni forma di commercio percependo tangenti” (Paliotti 2006:40). Il carattere estorsivo-predatorio della consorteria operato attraverso l’esercizio della violenza, il sistema di regole con - divise, la mutualità tra gli affiliati, erano tutte variabili ampiamente riconosciute e analizzate che hanno generato la sovrapposizione se - mantica del termine “camorra” posto al limite tra l’organizzazione segreta criminale, l’attività estorsiva generalizzata e la cassa comune per la divisione delle ricchezze raccolte. “Camorra è il nome della società in generale, ma più particolarmente denota i fondi della cassa comu - ne” (Monnier 1863:29). “Camorra potrebbe esser definita l’estorsione organizzata” (Ibidem 1863:9).

Successivamente al Monnier, l’antropologo lombrosiano Abele Di Blasio pubblicò in calce al suo Usi e costumi dei camorristi (1897:267) la versione tramandata e contestata del regolamento dell’ Annurata ritorio soggetto alla giurisdizione della … potenza vicinale! [ gli autori si riferiscono al periodo in cui era Tore ‘e Criscienzo il capintesta a Napoli, intorno al 1860, NdR ]” (Russo, Serao 1970:46-47).

34 IL WELFARE E IL SUO DOPPIO. PERCORSI ETNOGRAFICI NELLE CAMORRE Suggietà, detto il Frieno16 che verrà un secolo dopo preso nei suoi tratti essenziali come riferimento dagli affiliati a una delle più grandi orga - nizzazioni criminali di massa, la Nuova Camorra Organizzata di Raf - faele Cutolo, gettando ombre e dubbi sulla continuità del fenomeno camorra a cavallo tra due secoli. A prescindere dalla veridicità dei do - cumenti, le ricostruzioni della presenza di rituali nella Onorata Società hanno il valore di aver riconosciuto nel fenomeno camorristico un complesso sistema organizzato: status che veniva negato nelle analisi riguardanti la mafia siciliana fino agli Anni ottanta del secolo scorso (Cfr Hess 1993, Arlacchi 1983). 17 Le regole del Frieno testimoniavano, sin dalla fine dell’Ottocento, la rigida suddivisione di ruoli e compiti in una organizzazione distribuita capillarmente sul territorio urbano e della provincia, come nelle carceri del Regno.

Il riconoscimento istituzionale del potere camorrista Il riconoscimento sociale (e spesso anche politico) delle organizza - zioni criminali è il principale aspetto che giustifica e fonda il controllo del territorio da parte delle mafie. La percezione comune di chi vive 16 I dubbi sull’originalità di quel documento non sono mai stati dissolti. Qualcuno sostiene che, in verità, il Frieno sia nato per volontà esclusiva della camorra carce - raria e che anzi, proprio nelle celle delle carceri napoletane di San Francesco e della Vicaria, o nei bagni penali di Nisida e Procida, sia stata costituita l’associazione camorristica nell’Ottocento (Di Fiore 2005:43). La conferma della veridicità del documento a firma del contajuolo Francesco Scorticelli del 1842, viene dall’intervista all’eminente storico Isaia Sales. Dubbi sulla stessa esistenza di tale tipo di documentazione furono avanzati dallo stesso Monnier (1863:32) “Essa (la camorra, NdR) aveva il suo codice, e rendeva giustizia da sè medesima. Questo codice è stato mai scritto? Questione difficile a risolversi. Quanto a me, credo che no: e poi a qual fine? La maggior parte de’ compagni non sapeva leggere. Alcuni scribacchiatori, avendo raccolto qua e là notizie e confessioni e avendovi aggiunto molto di loro creazione, hanno diviso quest’opera così riunita per articoli, e hanno in tal guisa fatto la legislazione della camorra. Non seguirò il loro esempio. Preferisco credere, lo che è probabile, che si trasmettessero a viva voce alcune tradizioni fondamentali e abbandonassero le particolarità al senno dei capi e degli affiliati. I documenti che citerò in breve avvalorano questa opinione. Niuna decisione della società trovai sostenuta da qualsiasi legge scritta: il capo si riferisce a ciò che gli fu insegnato da chi lo iniziò”. 17 Celebre il passaggio di Hess in cui sostiene che “La mafia non è un’organizza - zione, non è una società segreta, ma un metodo. Nel rapporto sociale, il mafioso usa la violenza fisica privata o la minaccia. Con l’aiuto o con la minaccia della violenza, dichiarati illegali dallo Stato, il mafioso non si procura soltanto un pro - fitto materiale o di prestigio, ma assolve anche funzioni che rientrano nel sistema sub culturale, mettendosi al servizio di altri” (1993:173). Ciconte sintetizza: “Altri luoghi comuni si sono accumulati sulla mafia. Uno di questi (…) è basato sulla convinzione che la mafia non fosse un’organizzazione formalmente costituita, cosa che veniva riconosciuta alla camorra. (…) Si rivendicava la ‘mafiosità’ ma si negava l’esistenza della mafia come organizzazione” (Ciconte 2008:81).

PARTE PRIMA. UN’ANALISI DELLE FORME DI EGEMONIA DELLE MAFIE 35 in territori a tradizionale presenza mafiosa si riassume spesso in una rassegnata o rabbiosa accettazione della presenza occulta (paradossalmente palpabile, tangibile) di un potere reale ma subdolo, capace di entrare e di incidere in qualsiasi aspetto della vita pubblica e, spesso, anche in quella privata. Nelle interviste e nei colloqui con gli abitanti della provincia casertana, frequente è stato il richiamo alla “presenza occulta” capace di inquinare le relazioni economiche, politiche e so - ciali che offuscano i confini tra ciò che è legale e ciò che non lo è; tra ciò che è moralmente accettabile e ciò che non lo è. Allora, qui invece che è successo (…) la difficoltà di fare ve - ramente cooperazione. Perché la cooperazione non è vero che, come dire, non si può fare nel modo concreto … si può fare quando tu decidi veramente di perseguire un progetto e questo progetto è condivisibile sul serio con altre persone. Qui invece le cose sono sempre intrise poi da sentimenti, dal personale, da … perché tutto sommato forse la camorra su questi piani ci ha un po’ … come dire … ci ha privati e quindi noi amplifichiamo molto i rapporti … perché la camorra ci ha privati chiaramente di una tranquillità. È paradossale … è paradossale.18 È proprio il riconoscimento di un ruolo politico delle camorre da parte dei gruppi sociali circostanti e dei poteri pubblici che, in diversi periodi storici, ha visto fruttare le importanti e fondamentali rela - zioni esterne che le mafie in generale e le camorre campane in par - ticolare, hanno sempre intessuto nei contesti di riferimento. Il caso Liborio Romano e il rapimento dell’assessore regionale Ciro Cirillo, due episodi emblematici, distinti per modalità e distanti più di un secolo, sembrano confermare, almeno in sede storiografica, quanto possa essere reale e incisivo il potere riconosciuto ed esercitato dalle organizzazioni criminali nel controllare il territorio, tessere relazioni esterne e trarne profitto, anche nei confronti del potere costituito. Del primo episodio molto si è scritto, anche dal diretto interessato (Romano 1992) e noti sono i fatti. Il 1860 fu l’anno in cui gli apparte - nenti alla camorra di Napoli divennero guardia cittadina, chiamati a ricoprire tale ruolo dall’ultimo ministro dell’Interno del Regno delle Due Sicilie, già Prefetto di Polizia, Liborio Romano. La spedizione dei mille aveva segnato la fine del Regno e aveva incoraggiato la fuga del re Francesco II che, il 6 settembre 1860, lasciava definitivamente la capitale partenopea. In mancanza del sovrano e del corpo di polizia, a Napoli la confusione regnava sovrana e si preparavano i saccheggi. 19 18 Intervista del 5 maggio 2013 all’ex coordinatore di piano dell’Udp, Casal di Principe (CE). 19 “L’antica polizia era scomparsa; la Guardia Nazionale non esisteva ancora, la

36 IL WELFARE E IL SUO DOPPIO. PERCORSI ETNOGRAFICI NELLE CAMORRE Fu in quel frangente che “Don Liborio prese la storica decisione: chiese aiuto ai camorristi e i camorristi glielo diedero senza farsi pregare” (Garofalo 2005). In questo modo veniva riconosciuto in maniera uf - ficiale il potere territoriale della Onorata Società e la capacità dei suoi accoliti di tenere la città di Napoli sotto il proprio giuoco, quartiere per quartiere. “Fu forse quello il periodo di maggiore potenza della camorra cittadina a Napoli. Non più combattuta, ma accettata e le - gittimata come controparte e, soprattutto, come potere autonomo. I camorristi dettavano legge, decidendo la vita delle strade” (Di Fiore 2005:60).

Seppure il neonato governo nazionale dichiarerà subito guerra al potere camorrista, determinando una delle repressioni più fruttuose in termini di provvedimenti legislativi e arresti, 20 è indubbio che il potere legale era sceso a patti con la camorra. “Certo, erano tempi eccezionali, condizioni particolari, ma l’abbraccio restava e avrebbe mar - chiato per sempre l’Italia unita nel Mezzogiorno” (Ibidem 2005:50). Più di un secolo dopo, il 27 aprile del 1981, in un lontano e diverso contesto socio-politico e criminale, l’assessore regionale democristia - no Ciro Cirillo - uomo di fiducia di Antonio Gava21 e capo della segreteria politica di Flaminio Piccoli - venne rapito dalle Brigate Rosse nel garage della sua abitazione. 22 Iniziò così e si sviluppò frenetica tra la primavera e l’estate del 1981 la trattativa per il rilascio di Cirillo, mentre si apprestava la legislazione straordinaria per la ricostruzione delle città era in balia di sè medesima, e la canaglia sanfedista, in aspettativa di un nuo - vo 15 maggio, si preparava al saccheggio; aveva già preso in affitto delle botteghe (garantisco questo fatto) per deporvi il bottino. Trattavasi di salvar Napoli, e Don Liborio Romano non sapeva più a qual santo raccomandarsi” (Monnier 1863:143). 20 “L’inserimento dei camorristi nella legge Pica, unica criminalità locale espres - samente citata nel titolo (procedura per la repressione del brigantaggio e dei ca - morristi nelle province infette) fu opera con ogni probabilità di Silvio Spaventa, segretario agli Interni nel 1863 e già Ministro di Polizia nelle prime Luogotenenze. Come tale, egli aveva fin dal novembre del 1860 promosso una specifica repres - sione contro i camorristi, invertendo bruscamente la politica di collaborazione suggerita nell’estate al ministero Spinelli-Romano dalle incertezze dell’interregno. Inseriti nella Guardia cittadina (…) i camorristi fecero della ‘onorata divisa’ l’arma di una vera e propria escalation al contrabbando e di una inedita audacia nel per - petrare reati, come nell’abusare dei linguaggi della congiuntura politica” (Marmo, Casarino 1988:387). 21 “Insieme a Raffaele Russo, Ciro Cirillo era il più sicuro riferimento sul territorio napoletano e campano di Gava (Antonio, NdR). (…) Cirillo si era alternato con Gava alla presidenza della provincia di Napoli e alla segreteria provinciale della DC, per poi prenderne il posto nel Consiglio e nella Giunta della regione, di cui era stato presidente nel ’79. Nella primavera del 1981 quando venne rapito, pochi mesi dopo il terremoto, aveva l’incarico di assessore all’urbanistica” (Barbagallo 1997:43-44). 22 “Il commando delle BR uccide l’autista Mario Cancello e il brigadiere della polizia Luigi Carbone; viene invece gambizzato Ciro Fiorillo, segretario dell’assessore” (De Stefano 2007:36).

PARTE PRIMA. UN’ANALISI DELLE FORME DI EGEMONIA DELLE MAFIE 37 aree terremotate: “Ne furono protagonisti la Dc di Gava e di Piccoli, le BR di Senzani, il clan di Cutolo, con l’attiva partecipazione e media - zione dei servizi segreti civile e militare, il Sisde del prefetto Parisi e il Sismi di Santovito, Musumeci e Pazienza, cioè della P2” (Barbagallo 1997:45). Raffaele Cutolo, al comando degli affiliati all’organizzazione denominata N.C.O. (Nuova Camorra Organizzata), controllava allora molte carceri italiane e per questo motivo fu in grado di trattare con le BR il rilascio di Cirillo ( Ibidem 2010:127). Ovviamente la trattativa andò a buon fine e l’assessore regionale Cirillo fu liberato dopo 89 giorni di prigionia.23 “Al di là dei misteri e delle coperture, il caso Cirillo fu un’ulteriore dimostrazione della periodica legittimazione fornita dal potere legale al potere camorrista” (Di Fiore 2005:196). Queste riflessioni basate su fatti storici confermano il doppio significato suggerito da Santino della mafia come soggetto politico: se da un lato ha i tratti di un gruppo di potere, dall’altro costituisce un sistema di influenze più ampio, divenendo fonte di produzione della politica in senso complessivo. Usando le sue parole: essa (la mafia, NdR) è dentro e con lo Stato. A fronte della dualità della mafia c’è una dualità dello Stato, nel senso che c’è una rinuncia parziale al monopolio della forza e una delega di fatto alla mafia di compiti repressivi, che si manifestano attraverso l’impunità dei comportamenti delittuosi se essi assolvono la funzione di salvaguardia del potere delle clas - si dominanti, ogni volta che l’intervento dello Stato o era impossibile, per la palese illegalità, o non avrebbe avuto la tempestività e la brutalità dell’intervento mafioso (Santino 2006:278).

In Campania, dal secondo dopoguerra e fino agli Anni settanta, le pratiche di gestione politica del potere locale sono state fortemente condizionate da una “spirale strumentale delle reciprocità di valori tra elementi della élite politico-amministrativa, speculatori dell’edi - lizia, burocrati compiacenti ed esponenti di alcuni clan camorristici” (Di Gennaro 2009:87) che ha lasciato scorie sul territorio in termini 23 Per una ricostruzione dei fatti in oggetto Cfr. Tribunale Napoli 1982. A pagina 44 dell’ordinanza si legge: “Sicché non solo da un lato l’organizzazione raccoglie a piene mani nuovi affiliati, ingigantendo in tal modo a dismisura le proprie file (…), ma dall’altro si assiste, quasi quotidianamente, all’infiltrazione sempre più penetrante della ‘Camorra’ in genere, e nella fattispecie della consorteria di cui ci si occupa, nei gangli vitali dell’amministrazione a livello politico. (…) Basterà limi - tarsi a far riferimento all’episodio ‘liberazione di Cirillo’ che (…) rappresenta, forse, uno degli episodi più sconcertanti e sconvolgenti degli ultimi tempi. Rappresen - tando, a giudizio dello scrivente, la manifestazione evidente della incondizionata resa dello Stato e, per converso, della massima efficienza raggiunta dalla N.C.O. quand’anche riferibile, nell’occasione ai soli livelli verticistici”.

38 IL WELFARE E IL SUO DOPPIO. PERCORSI ETNOGRAFICI NELLE CAMORRE di abusivismo edilizio e disordine urbano (Magatti 2007; Cremaschi 2009; Di Lorenzo 2012). Il sistema deviato di valori - che ha avvicinato gli interessi particolari di esponenti politici, imprenditori e capi clan a discapito dell’interesse generale - ha raggiunto il suo apice, com’è noto, con la gestione delle immense ricchezze del dopo-terremoto negli Anni ottanta (Barbagallo 1997, 2010; Behan 1996; Lamberti 1992; Sales 1988). Tale sistema deviato si è così posto a fondamento del tratto caratteristico delle camorre contemporanee: non più solo organiz - zazioni operanti sul terreno predatorio delle azioni illegali e criminali, non più solo impegnate in attività imprenditoriali e commerciali, ma anche interpreti nella scena politica, con interferenze nelle arene elettorali e, in alcuni casi, come espressione diretta del potere ammi - nistrativo (Di Gennaro 2009). In questo senso alcune dichiarazioni di Raffaele Cutolo degli Anni ottanta non appaiono così insensate e paradossali: (La) sigla N.C.O. non è un’associazione per delinquere ma un grande partito politico che ho creato molti anni or sono. Ammetto quindi che questo partito si basa su grandi perso - naggi. La finalità che si è proposto questo partito è quello di aiutare gli emarginati che vivono nei ghetti della miseria con lettere e in concreto anche con aiuti economici. Il finanziamento per tale beneficenza avveniva attraverso il mio patrimonio personale. Infatti ero proprietario di molti terreni agricoli che mi rendevano un reddito da me utilizzato a tali scopi benefici. Quando ho dichiarato che il mio movimen - to ideale era impegnato sull’appoggio di grandi personaggi intendevo dire che vi sono persone di ogni ceto sociale, da soggetti molto importanti ai più umili che mi aiutano (Tri - bunale Santa Maria Capua Vetere 1984:18).

Il controllo del territorio per le mafie italiane diviene così la con - dizione più evidente ed essenziale nella costruzione e nell’esercizio del potere sociale, economico e politico collegato all’utilizzo dell’in - fluenza e della violenza poste in competizione, e a volte in sinergia, col potere statale, soprattutto nelle sue articolazioni locali. In questo senso le espressioni più recenti e importanti del crimine organizzato in Campania hanno dimostrato di saper tessere una fitta e fruttuosa tela di relazioni esterne, utili a difendere e moltiplicare gli importanti capitali economici illegalmente accumulati. Giudici, magistrati, av - vocati, uomini delle forze dell’ordine, politici locali, dirigenti pubbli - ci, professionisti di ogni sorta: chiunque può essere corrotto, persuaso, incentivato. E quando la corruzione non è possibile, allora si attiva la micidiale potenza militare.

A partire dagli Anni ottanta (del secolo Novecento, NdR), tutta-

PARTE PRIMA. UN’ANALISI DELLE FORME DI EGEMONIA DELLE MAFIE 39 via, la camorra ha cominciato a servirsi anche di altri mezzi. Grazie all’accresciuta disponibilità economica e alla violen - za, la camorra poteva infiltrarsi nei centri del potere politico per difendere i propri valori e, soprattutto, portare a termine i progetti a cui era interessata: aveva infatti i mezzi per cor - rompere e minacciare i politici e assicurarsene così il soste - gno (Allum 2011:37).

Se il ruolo della violenza caratterizza in maniera incisiva la disci - plina interna ai gruppi criminali e fonda la reputazione esterna delle mafie, il sistema di relazioni intessute dagli affiliati con il quadro so - ciale di riferimento diventa centrale per l’emersione di tali gruppi nei rapporti con l’economia legale e alcuni settori dell’economia illegale. Senza una fitta trama relazionale aperta all’esterno del proprio gruppo sociale, la mafia non avrebbe la forza pervasiva che le viene riconosciuta. Tra le principali e quotidiane pre-occupazioni dei mafiosi troviamo infatti proprio quelle indirizzate a salvaguardare e incrementare la rete di relazioni che si intrecciano a partire dal nucleo dell’organizzazione e ne costituiscono il suo capitale sociale (Sciarrone 2002). È lo spazio di queste relazioni potenziali, che generando in modi diversi intersezioni tra economia legale ed economia mafiosa, che si configura quella che viene definita “area grigia” o “zona grigia” (Arlacchi, Dalla Chiesa 1987; Sciarrone 2009): si tratta di uno spazio in cui si dispiegano rapporti di scambio e collusione, dai quali deriva un patrimonio di capitale sociale che si rivela risorsa preziosa non solo per i mafiosi ma anche per i loro amici, complici e alleati (Sciarrone 2011:XXXIII).

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