Appendix
Et post hebdomadas sexaginta duas occidetur Christus.
DANIEL. cap. 9.
Christus veluti hostia pro peccatis quotidianis populi sui in terra singulis diebus offerenda manens sub eucharisticis speciebus, si nullum esset omnino aliquando peccatum in populo suo, nihil omnino tormentorum ipse passionis suæ sentiret, quibus patiendis in hoc statu victimæ semper subjectus est, eorum renovata causa, idest peccato. Palmites huic divinæ viti insiti per baptisma, ac propterea unum cum ea facti, ejus crucifixionem suscitant quotidie quoties per peccatum moriuntur in ipsa. Hæc mortis plaga in membris Christi Christum dilaniat, rursum adapertis vulneribus crucifixionis ejus, iterum idcirco crucifigentes sibimetipsis filium Dei. Et nisi victima hæc ea simul esset quæ et resurrexit, adeo ut, resumpta perpetuo anima sua post mortem, impossibile sit quod eam denuo deponat, plusquam sane millies in die iterum pateretur Christus, quo cœpit peccatum renasci, ac inundare in populo sanctificato. Sustinet tamen agones omnes, et omnia tormenta mortis, licet non possit anima ejus a corpore separari, quod propterea imo est mors continuata absque termino, quæque toties multiplicatur, quoties a singulis membris post susceptum baptisma, et rursum post acceptam pœnitentiam semper peccata multiplicantur.
Quare in sacramento corporis et sanguinis Christi, ubi positum redemptionis opus continuatur, mortem Domini annuntiamus donec veniat; donec scilicet veniat et in hunc mundum ea gloria corporis sui, qua gaudet in cælis ad dexteram Patris. Tunc enim necessario deficiet hæc hostia et sacrificium, cum appareat in passibilitate sua. Hisce præmissis tamquam fundamento, demonstramus quomodo Christus in hominem lapsum transitus per Pascha, de quo sumus locuti, iterum et directe ab hominibus crucifigatur revera prout de eo prædictum est.
Aggredientes igitur demonstrationem hanc, dicimus per hoc Pascha Christi in naturam hominis lapsi, in comperto est quod Christus novam subierit incarnationem, ac propterea humanitate informatus sit, quæ crucifixionem ejus passa non est; et, cum ea humanitas sit ipse Christus, patet quod ille per Pascha hoc refectus, restauratus, ac quodam modo renatus evaserit. Sic mulier circumdedit virum (de quo mysterio docebit vos Spiritus, quia modo non potestis portare) sic terra germinavit salvatorem, et ipse tamquam virgultus ascendet coram Deo de terra sitienti. Attamen certum est quod nihilominus resideat in intimo, ut ita dicam, Christi virus crucifixionis ejus, idcirco supressum et curatum quod ibidem veluti sepultum ac suffocatum, reviviscere nequit, nec inde irrumpere in humanitatem ejus ad eam dilaniandam atque ad eam crucifigendam. Ad hoc enim necessarium est ut virus illud ab hominibus directe suscitetur in personam Christi apparentis, quemadmodum a principio crucifixionem ipsam in eum intulerunt, directione saltem operis, si non intentionis. Directe autem ab hominibus, directione saltem operis, virus illud contra Christum excitatur, dum Christi personam sic in nova carne apparentem negant, blasphemant, contumeliis afficiunt, opprobriis saturant, in carcerem detrudunt, inter sceleratos eum reputantes.
Tunc enim saltem directe peccatur in Christi personam, cum prosternendo unius peccati effectus ac gravatus apparet, dum excitat in ipsum crucifixionis virus sepultum ac curatum, quod propterea crudeliter irrumpit in novam ejus humanitatem, in qua sic denuo crucifigitur, et quidem crucifixione prima in toto suo effectu a populo suo. Nec populus excusationem a crimine deicidii habere potest ne hac quidem vice secunda, cum Pater sufficienter clarificaverit Filium suum, ut saltem deterrererentur a necessario opere, et edocti ipsa Filii gratia sumptibus ostinationis, perfidiæ judaicæ antea scrupolose viderent, consulerentque scripturas.
Ast nihil horum. Istum dicunt esse Christum? Ergo prosternamus eum, ergo crucifigatur. En sane argumentum et hodierna die pontificum sacerdotum, qui propterea concitaverunt plebem contra Christum Domini, ut Pilatus in eum conjiceret manus, et de eo faceret juxta voluntatem eorum. Cum autem compleverit Christus et hoc secundum sacrificium, per quod accipit regnum a Patre, revelabitur in hac sua crucifixione, et videbunt quid fecerunt et in quem pupugerunt. Completum erit hoc alterum Christi sacrificium de primo exurgens quum pervenerit hora ad hoc a Patre designata ut compleatur. Sane lux magna, ad confusionem ac terrorem Pharisæorum, fulgebit super caput ejus a Patre, et Angeli eripient eum de Cruce ac sepulchro suo.
Ex quibus videtur quomodo intelligenda sint verba Christi de Joanne apostolo tunc quum dixit: «Sic eum volo manere donec veniam»; Joannes enim erat figura humanitatis illius quæ in filium Mariæ Virginis evadenda erat, ac crucifigenda prout diximus.
Illa ergo humanitas crucifigenda erat reapse in Christo, sicque crucifixa hic remanere debet pro peccatis quotidianis, dum ipse Christus veniat in gloria sua.
[630] Diceva: «L'art. 1 dello Statuto dispone: — La religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi —.
«Questo articolo dice che la religione cattolica è la sola religione dello Stato, per denotare essere volontà di tutta la nazione che nel regno non si professino, e non siano riconosciute fuori di quella altre religioni, quand'anche avessero un'esistenza di lunga durata, o fossero penetrate in altre società: e ciò perchè considero la religione cattolica la sola vera, l'unico e solo elemento sociale, che imperando sui cuori colla santità delle dottrine, con la dolcezza de' precetti, mantiene potentemente la moralità nei cittadini.
«Si limita poi quell'articolo a dichiarare che tollera gli altri culti, non già perchè voglia approvarli, o gli abbia in affezione, ma perchè vide esser forza di sopportare quegli abusi, quelle credenze non ortodosse, abbracciate da una parte di popolo che sarebbe stato, non che impolitico, crudele di privare della patria. Facendo bene attenzione che non si estese la tolleranza a tutti i culti che esistono nel mondo, o possono esservi introdotti; lo Statuto restrinse la tolleranza a quelli che ora, al presente, vale a dire all'epoca di sua promulgazione, avevano un'esistenza riconosciuta, cioè erano stati approvati dalle leggi e dai regolamenti in questi regj Stati. In una parola non havvi che la religione cattolica e romana che goda in tutta la sua pienezza del diritto di città, mentre gli altri culti sono considerati come stranieri, ammessi soltanto nell'esercizio ed al godimento di determinati diritti, sotto speciali condizioni dalla legge imposte.
«Se è vero, che ciascun cittadino può quella religione accogliere, che più a lui piace, egli non può in questi Stati professarla, a meno che non sia la cattolica romana, od uno de' culti tollerati: ben inteso che io prendo le parole professare una religione, nel significato di confessare pubblicamente, di riconoscere palesemente i principj di essa; e come corollario riconosco che un cittadino, il quale abbracciasse una tutt'altra religione, un tutt'altro culto, e non la professasse mai, sotto l'impero dello Statuto non incorrerebbe in veruna sanzione penale».
[631] Il Marrone, con aria e contegno da ispirato, tenne al tribunale un lungo discorso; fra il resto narrava il modo con cui succedono le conversioni. «Si sentivano i peccatori improvvisamente ispirati a credere che don Grignaschi era Gesù Cristo in un modo irresistibile. Ciò accadeva per lo più allorchè lo sentivano predicare, o quando udivano la di lui messa, ed anche talvolta quando si trovavano alle loro case od anche in campagna. Rimasti sull'istante grandemente commossi, e contriti de' loro peccati, andavano subito a confessarsene con intensissimo dolore e con un diluvio di lagrime, assoggettandosi a qualsiasi penitenza in espiazione della colpa, disposti a farne confessione pubblica, come infatti accadde di alcuni peccatori; tanto era l'odio delle offese fatte a Dio e l'amore della propria umiliazione. Nè queste erano conversioni di sole parole o di pochi giorni. I più inveterati nel vizio abbandonarono sul momento le loro bestemmie, i giuochi smodati, le oscenità, le pratiche scandalose ecc., e perseverarono mesi e mesi nel bene incominciato, a fronte dei non credenti, che continuamente gli insultavano, dei sacerdoti che lor negavano i sacramenti, dei vescovi che li tacciavano d'eretici e scomunicati, in fine a fronte delle minaccie della prigionia.
«Ciò posto, io argomento: Iddio non può concedere ad un falso profeta la podestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, non potendo Dio cooperare alla seduzione e all'inganno. Ora Iddio ha concesso a don Grignaschi la potestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, perchè è cosa pubblica che convertì innumerevoli peccatori, e istantaneamente, dove sta il massimo dei miracoli; e li convertì per autenticare la missione di don Grignaschi, col convertirli confermava altresì nella credenza, che don Grignaschi era Gesù Cristo, poichè la conversione accresceva la loro convinzione, e i più perfettamente convertiti erano anche i più fermi nel credere. Dunque don Grignaschi non è un falso profeta. Ma questi concede di essere Gesù Cristo quando da alcuno viene sinceramente riconosciuto per tale. Dunque lo è veramente, perchè altrimenti sarebbe un falso profeta. Il che non può essere come abbiam detto, perchè Dio avrebbe cooperato alla seduzione ed all'inganno».
[632] Requisitorie dell'ufficio fiscale generale, sentenza e atto d'accusa contro ecc.
Dibattimento nella causa criminale vertita davanti il magistrato d'appello di Casale contro il sacerdote F. A. Grignaschi già parroco di Cimamulera e complici, adorno del ritratto del sacerdote Grignaschi. Casale 1850; sono 288 pagine.
Oltre l'opuscolo Crux de Cruce, ci fu dalla cortesia di monsignor Bernardi procurato, con altre curiosità, un manuscritto dove si spiegano le dottrine del Grignaschi. Quel titolo deduceva egli dal motto delle profezie di Malachia, secondo le quali Pio IX è appunto intitolato Crux de Cruce. E asserisce che dai primi tempi della Chiesa fino al secolo X il mistero della doppia croce era conosciuto; la qual seconda croce, più grande per esprimere una crocifissione più dolorosa, porta un sacerdote avente sul petto il monogramma C. H. S., e dalla bocca gli escono le profezie, che gli angeli raccolgono, ecc.
Nelle lettere che accompagnano l'opuscolo è detto che i sovvertimenti della Toscana e della Romagna avverrebbero anche in Piemonte: che Pio IX non vedrebbe la fine del 1849: che Roma cesserà d'essere la regina del Tebro; e la sede della cristianità sarà in una città del Piemonte, e piemontese il suo capo: non vi saranno più sètte, e la cristianità fiorirà come ne' primi tempi: l'Italia sarà una, prospererà, diverrà una nuova Palestina, ma dopo gravissimi disastri, pei quali il mondo sarà decimato, non rimanendo che gli eletti. Tutto ciò fu comunicato a Carlalberto.
[633] Da Vitale Albera milanese e dall'ingegnere Tentolini cremonese, avvolti con noi ne' processi politici del 1834, noi avemmo larghe informazioni e caldissime esortazioni per le dottrine adamitiche del Mickiewic, che come poeta noi eravamo stati i primi a far conoscere in Italia. È notevole che il Mickiewic, in una Storia popolare della Polonia, sostiene che «tutte le libertà politiche de' paesi Slavi del Nord derivano dalla Chiesa d'Occidente».
[634] Fra molti altri scritti vedasi Dunski, sacerdote zelante e zelante servitore dell'opera di Dio. Torino 1857.
[635] Un'idea passata nella sfera dei fatti si sviluppa e ingrandisce, o scema e si corrompe, a segno da cangiar perfino i proprj elementi. Il deismo non è corruzione, ma svolgimento del calvinismo, come ben riflette Newmann nel Saggio sulla evoluzione della dottrina cristiana. Gli Ebrei stettero aggavignati al passato, e si corruppero. Il cristianesimo progredì. Caratteri dello sviluppo sono 1º la conservazione dell'idea primitiva: 2º la continuità de' principj: 3º la potenza d'assimilazione: 4º i presentimenti di futura grandezza; 5º la deduzione logica, 6º la facoltà di conservarsi, 7º la durata.
Il cristianesimo è un fatto che si svolse in relazione diretta coll'idea che lo creò. La Scrittura, come non ebbe la missione speciale di far nascere la grande idea, così non la racchiude in sè; bensì è nello spirito del lettore. Ma gli è essa comunicata già perfetta al primo presentarsi alla sua intelligenza, o svolgesi per gradi nel cuore e nell'intelligenza di lui? Sarebbe assurdo sostenere che la lettera morta del vangelo racchiudesse tutte le modificazioni possibili che questo potesse subire attraversando il mondo. Il cristianesimo differisce dalle altre filosofie e religioni non per la sua specie, ma per la sua origine; non per la natura sua, ma pel carattere fondamentale, che è l'esser vivificata continuamente non dall'intelletto solo, ma dall'alito divino. Può dunque crescer di sapienza e d'altezza come religione del genere umano, ma l'autorità che esercita e le parole che pronunzia ne attestano l'origine miracolosa.
Come religione universale e perpetua, modificherà necessariamente i suoi rapporti e il modo suo d'azione, giusta il mezzo sociale tra cui s'attua. I principj, mentre son fermi, domandano sempre applicazioni nuove: queste sono sviluppi, e talvolta i falsi sviluppi ne provocano di nuovi. Lutero, attenendosi alla Bibbia, ne traeva un nuovo modo di spiegare la giustificazione. Il Concilio di Trento, confutandolo, dicea qualche cosa nuova; nuova di deduzione e di forme, qual non erasi usata prima che occorresse d'opporla alla falsa.
E Protestanti e Cattolici hanno un'autorità identica a priori, la Scrittura. Ma i Protestanti rinfacciano a noi d'aggiungervi opinioni discutibili come verità fondamentali. Pure la Scrittura non può essere base solida; non ha in sè la pruova della sua canonicità; non dà assoluta risoluzione di un'infinità di quistioni supreme, quali il rito o il modo della remissione de' peccati dopo il battesimo, lo stato delle anime nell'altra vita e dopo la risurrezione; eppure come si darebbe un reale sviluppo nel cristianesimo, se si togliesse la disciplina della penitenza?
Una seria riflessione conduce a credere che le profezie antiche e le rivelazioni nuove e tutta la storia sacra presuppongono un graduale svolgimento della dottrina cristiana; e così doveva essere, giacchè, se l'uomo precipita ne' suoi atti, Iddio che è eterno manifesta lentamente i suoi disegni. È pertanto necessaria nel cristianesimo un'autorità che determini e ajuti questo svolgimento e pesi la diversa importanza di ciascun punto dogmatico; è viepiù necessaria, perchè il cristianesimo si presentò al mondo non come un'istituzione, ma come un'idea. Quest'autorità è la Chiesa.
Si dirà che dell'infallibilità di questa non si ha certezza assoluta: ma degli apostoli e della Scrittura abbiam forse altro che una certezza morale? Se il cristianesimo, come fatto dogmatico e sociale deve empire i secoli, bisogna possieda un'autorità infallibile; altrimenti saremmo esposti a perdere l'unità di dottrina conservando l'unità di forma, o viceversa dovremmo scegliere tra un agglomeramento d'opinioni e uno sbricciolamento di partiti, tra l'indifferenza dei più e il fanatismo d'alcuni. Qualunque controversista o storico per trattare la gran quistione del cristianesimo bisogna adotti una ipotesi, e la più semplice, naturale, soddisfacente è quella d'un'autorità infallibile, anzichè quelle del caso, dell'anticristo, dell'evoluzione, della filosofia orientale, di non so quali altre.
Se la rivelazione dovette svilupparsi, e a tal fine le era necessaria un'autorità infallibile, giusti sono e legittimi gli svolgimenti odierni, sono manifestazioni dell'ordine divino, come appare dalla loro continuità e dall'armonico loro ampliarsi. Se sorgessero sant'Atanasio o sant'Ambrogio, ritroverebbero la loro comunione, la loro dottrina nel cattolicesimo, che sviluppò il cristianesimo sotto l'autorità del papa e de' Concilj nelle sue forme e nelle sue istituzioni, man mano che la corruzione dei tempi e gli attacchi degli eretici faceano sentirne il bisogno.
Ciò valga di giudizio intorno al libro della principessa Cristina di Belgiojoso Formazione del dogma cattolico. Pio IX scriveva ai vescovi dell'impero austriaco il 17 marzo 1856: «È falso che non v'abbia progresso di religione nella Chiesa di Cristo. Progresso v'è, e grandissimo: ma è il vero progresso della fede, non il cambiamento: bisogna che l'intelletto, la scienza, la saviezza di tutti, come di ciascuno in particolare, delle età, dei secoli, di tutte le Chiese, come degli individui, cresca e faccia grandissimi progressi, affinchè più chiaramente si comprenda ciò che prima credevasi oscuramente; affinchè la posterità abbia il vantaggio d'intendere ciò che l'antichità venerava senza intenderlo; affinchè le pietre preziose del dogma divino siano lavorate, adattate esattamente, artisticamente ornate, e arricchiscansi di grazia, di splendore, di bellezza, nel medesimo senso, nella sostanza medesima; di modo che, servendosi di parole nuove, non però si dicano cose nuove».
[636] Hæc locutus sum vobis apud vos manens. Paraclitus autem, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia quæcumque dixero vobis... Ego rogabo Patrem, et alium Paracletum dabit vobis, ut maneat vobiscum in æternum, Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere... vos autem cognoscetis eum, quia apud vos manebit, et in vobis erit... Docebit vos omnem veritatem... Testimonium perhibebit de me. Non enim loquetur a semetipso, sed quæcumque audiet loquetur... Ille me glorificabit, quia de meo accipiet, et annuntiabit vobis. Omnia quæcumque habet Pater, mea sunt: propterea dixi: quia de meo accipiet et annuntiabit vobis. San Giovanni XIV e XVI.
[637] Mentes nostras, quæsumus Domine, Paraclitus qui a te procedit illuminet, et inducat in omnem, sicut tuus promisit Filius, veritatem. Orazione nella feria 4 dell'ottava di Pentecoste.
[638] In questo momento l'instancabile vescovo di Mondovì, G. T. Ghilardi, pubblica L'episcopato e la rivoluzione in Italia, ossia Atti collettivi dei vescovi italiani in difesa dei diritti della Chiesa intaccati dal cesarismo.
[639] Fra gli esegeti levò qualche rumore per le originali interpretazioni l'abate Michelangelo Lanci, i cui Paralipomeni alla illustrazione della Sacra Scrittura per monumenti fenico-assiri ed egiziani (Parigi 1846) vennero proibiti. Erano un seguito alla Sacra Scrittura illustrata coi monumenti fenico-assiri ed egiziani, che, a dir suo, fu compra e soffocata dal governo papale. Si difonde principalmente sul libro di Giobbe, e tratta dell'origine della parola e della scrittura. Sul libro di Giobbe pubblicò un saggio l'abate Maglia, cappellano all'ospedale di Ginevra. Il papa gli facea scrivere: Cristo disse, scrutate le scritture, e il papa vede con gioja che voi fate uno studio serio e continuo di questo libro. Egli pensa che studiar le profezie, ricercar il secreto de' proverbj, e compiacersi nel senso misterioso delle parabole è occupazione da ecclesiastico. Non gli fa meraviglia che negli oracoli sacri voi notiate cose nuove, o non abbastanza rischiarate, perocchè contengono una tale profondità di sentenze, una tale sublimità d'insegnamento, una tale multiplicità di misteri, che si può trarne ricchezze sempre nuove, come da una miniera inesauribile.
[640] È noto che il Condillac fu dal duca di Parma chiamato a educare il principe Ferdinando. Barruel scrive fosse mandato apposta dagli Enciclopedisti per qui innestare le loro idee. Voltaire diceva: «Se il duca non è convertito dall'abate Condillac, nessuno vi riesce». Il Corso di studj da lui pubblicato, oltre insinuare una filosofia affatto sensista, mostravasi sempre ostile al potere ecclesiastico, massime nella storia; e il vescovo di Parma non volle mai dargli l'approvazione.
[641] Decreto 10 agosto 1834. E vedi nota 8 del nostro discorso XXXI. Il Gioberti (Della riforma cattolica) disapprova la congregazione dell'Indice come di nessun effetto: e vorrebbe sostituirgliene una di opposizione alle false dottrine; una specie di congregazione polemica. Eccola.
[642] Ventura, Liberatore, De Giovanni, Pestalozza, Mancino, Mazzini, D'Acquisto, Melillo, Toscano, Romano, Sciolla, Corte, Buscarini, Milone, Maugeri, Fornari, Prisco, Salvoni....
[643] A chi lo rimproverava d'avere, nelle Speranze d'Italia, blandito al papa, perchè era allora venuto di moda, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti de' quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, han fatta italiana la moda nostra da un vent'anni, cioè prima che fosse straniera». Nota al capo IV.
[644] Allocuzione 20 aprile 1849. Se non ci fosse stata la libertà, il Governo avrebbe potuto proibire le tante scritture che ora propugnano il principato pontifizio.
[645] Breve 12 febbrajo 1866.
[646] Christi Ecclesia, sedula depositorum apud se dogmatum custos et vindex, nihil in his unquam permutat, nihil minuit, nihil addit; sed omni industria vetera fideliter sapienterque tractando, si qua antiquitus informata sunt et Patrum fides sevit, ita limare, expolire studet, ut prisca illa cœlestis doctrinæ dogmata accipiant evidentiam, lucem, distinctionem, sed retineant plenitudinem, integritatem, proprietatem, ac in suo tantam genere crescant, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu, eademque sententia.
E quanto alla condanna di eresie che sembra nuova, San Tommaso riflette: Multa nunc reputantur hæretica, quæ prius non reputabantur, propter hoc quod nunc est magis manifestum quod ex eis sequatur. Summa, pars I, quæs. 33, art. 4.
[647] San Luca, VIII, 10.
[648] Dopo varie commissioni, una specialissima fu deputata per estendere la bolla: e ne formavano parte i prelati Pacifico, Cannella, Barnabò, e i gesuiti Perrone e Passaglia.
Giacchè abbiamo recato le pasquinate, rechiamo pure un anagramma, che certo è uno de' più meravigliosi.
AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM
si converte perfettamente in
INVENTA SUM DEIPARA ERGO IMMACULATA.
È pur bello quest'altro:
SIXTUS QUINTUS DE MONTE ALTO
in
MONS TUTUS IN QUO STAT LEX DEI.
[649] Nella diocesi di Pavia alcuni preti protestarono contro la dichiarazione di quel dogma. Francesco Lavarino di Vercelli dopo quella dichiarazione pubblicò La mia opinione intorno alla teandria di Maria Vergine e della Chiesa cattolica, 1856. Col metodo di Kant vuol provare che l'opera della redenzione è comune a tutta la Trinità, ma personale al Verbo ch'è il solo redentore. Maria e la Chiesa fanno parte integrante dell'opera della redenzione; quella come casa immacolata che contiene il Redentore per generazione e per anticipazione de' suoi meriti infiniti; questa come casa immacolata che racchiude il Salvatore per rappresentazione e per partecipazione conseguente de' suoi meriti: onde sono teandriche non per sè, ma pei meriti infiniti del Redentore: e Maria, Cristo, Chiesa formano una trinità nell'unità.
[650] Sarà un caso, ma qualunque volta a chi esecrava il sillabo io domandai se l'avesse letto, mi fu confessato di no. Alla tornata del parlamento dell'11 luglio 1867 il deputato Mancini, enunziate varie proposizioni del sillabo, proruppe: «Io domando se parole più dissennate di queste siansi mai scritte da penna umana». Atti, pag. 1298.
[651] Sull'enciclica possiamo notare l'opera del vescovo Dupanloup, le Conférences sur les droits de l'Église, de l'État, de la famille, et de l'individu dell'abate Roques: dell'abate Maupied l'Église et les lois éternelles des sociétés humaines; dell'abate Peltier la Doctrine de l'encyclique 8 décembre, conforme à l'enseignement de l'Église; del Matignon La liberté de l'ésprit humain dans la foi catholique ecc. In Italia ne scrissero moltissimi.
[652] San Paolo agli Efesi IV, 13.
[653] Oltre il vescovo d'Orleans, vedansi i gesuiti Cahour e Daniel Des études classiques, e la lettera del cardinale Patrizi al vescovo di Quebec.
[654] Non ratiocinatio talia vera facit, sed invenit. Antequam inveniatur veritas, in se manet, et cum invenitur nos innovat. De vera religione C. 72.
[655] Di questa norma si vale principalmente, per ispiegare l'enciclica e il sillabo, il vescovo Ketteler nel capo XII della recente sua opera Deutschland nach dem Kriege von 1866.
[656] San Tommaso riprova i governi assoluti perchè in servilem degenerant animum, et pusillanimes fiunt ad omne virile opus et strenuum. De regimine principis, L. I, 3.
Voltaire nel 1768 al conte Schwaloff ambasciatore di Russia diceva; «Non c'è che la vostra illustre sovrana che abbia ragione: essa paga i preti: essa apre o chiude loro la bocca: essi stanno a' suoi ordini e tutto è tranquillo».
Pio VI, nelle lettere apostoliche del 10 marzo e 13 aprile 1791, diceva: «Noi riconosciamo appieno, anzi vogliamo che le leggi del governo politico spettanti alla potestà civile restino affatto distinte dalle leggi della Chiesa. Ma quando affermiamo che bisogna obbedire alle prime, vogliam pure che quelle appartenenti alla nostra autorità non siano violate dal potere laico. La maggior parte de' vescovi previdero questo nostro sentimento a tal riguardo, dichiarandosi disposti a prestare il giuramento civico per tutto ciò che spetta alla giurisdizione secolare. Ma si proclama una libertà senza limiti, e non si lascia neppure al cittadino francese la libertà di coscienza».
Qual dei due è più liberale?
[657] Quando nel 1863 l'imperatore de' Francesi, sgomentato dall'orrido scompiglio sociale, «donde doveri senza regole, diritti senza titolo, pretensioni senza freno», proponeva un congresso europeo, il pontefice gli suggeriva esser duopo che «i principj della giustizia siano ripristinati; rivendicati i diritti lesi; stabilita, principalmente nei paesi cattolici, la preminenza reale della religione cattolica».
[658] San Francesco Saverio avea gettato i primi semi del cristianesimo nel Giappone, il 1549; e prosperarono così, che nel 1587 già contavansi seicentomila battezzati, e Roma prevedeva non lontano il momento, che colla croce la civiltà nostra si costituirebbe nell'estremo Oriente. Quand'ecco un usurpatore scompiglia il paese; come avviene in Europa, le prime ire si avventano contro i cultori di Cristo: e il 5 febbrajo 1597, ventisei persone cadeano, primizie del cristianesimo di colà.
[659] Il ministro Sella diceva in parlamento che «l'Italia intende convincer l'Europa che essa sa dare l'ospitalità al capo della Cristianità».
DISCORSO LVIII.
CONCHIUSIONE.
Ammirasi in questo momento all'Esposizione universale di Parigi il quadro, ove Kaulbach rappresentò il tempo della Riforma (Das Zeitalter der Reformation). Vi grandeggia nel mezzo Lutero, che nelle braccia elevate mostra aperta la Bibbia, volendo dar a intendere che da lui derivassero o rilevassero tutti i grandi che attorno gli stanno aggruppati. Poco badando all'unità di tempo, son fra questi Abelardo, Dante, Petrarca, non meno che Shakspeare, Cervantes, Galileo, Gustavo Adolfo; a tacere i novatori de' varj paesi, vi compajono Erasmo, Reuclino, Pico, il Machiavello, Nicola di Cusa; fra gli artisti non solo Durer, ma Rafaello, Leonardo, Michelangelo; e Guttenberg inventore della stampa, e Colombo scopritore del nuovo mondo, e Bacone autore del Nuovo Organo, e Harvey e Vesalio innovatori dell'anatomia, e Copernico e Keplero legislatori dei moti celesti, e i più insigni re e i maggiori capitani e statisti.
Il quadro presenta ad una sola occhiata quello a che molti s'industriarono, il confondere l'insigne movimento della rinascenza colla protesta anticattolica; e chi vi guarda coll'irriflessiva curiosità odierna si persuade che tanti eletti ingegni nascessero dalla Riforma o per essa o con essa, talchè ella segni l'apogeo dell'intelligenza umana.
Noi in tutta quest'opera c'ingegnammo di discernere questi due fatti, i quali, se sono ben distinti negli altri paesi, possono dirsi opposti nel nostro, dove splendidissima rifulgeva la civiltà allorchè il cammino vigoroso e unanime ne fu o riciso o sviato dallo scindersi la cristianità in due campi ostili, e dal cessare Roma d'essere la capitale di tutto il mondo civile, e l'unica educatrice dell'incivile.
Nè minore ingiustizia appare in coloro, che delle sventure piombate sulla patria nostra accagionano l'essersi ella conservata coi papi; e al paragone di lei esaltano le nazioni, fra cui rimasero appena conoscibili vestigia della grande unità cristiana, che formava un giorno la gloria dell'Europa[660].
L'Italia, malgrado qualche traviamento, rimase nell'unità della fede e della carità, sia nei tempi ove la ragione tiensi sbigottita lasciando predominare la superstizione, sia in quelli ove essa baldanzeggia producendo l'incredulità. E vi rimarrà, confidiamo, traverso alle nuove e diverse e ben meglio sistemate e risolute minaccie.
Le eresie antiche, le quali spesso erano una ricerca della verità, e le eresie nuove, che sono un contraddire alla verità ritrovata, provocano confutazioni e discussioni. In un secolo che osa investigare tutto, tutto dire, se v'è errore non può essere che volontario.
Dopo che la Chiesa disputò a lungo per sceverare la menzogna pronunziando «Questo è falso. Chi dice così sia anatema», oggi conviene dare l'affermazione de' veri, e dire «Il cattolicismo è questo e questo». Allora apparrà come non è vero che esso sia esclusivo: comprende anzi e riunisce tutte le verità, mentre gli eterodossi ne pigliano solo alcune, disseminate e tronche, e ripudiando qualche punto, rimettono tutto in problema, negando, escludendo, restringendo ciò che è fisso ed universale.
Se in questo campo abbia l'Italia fatto quanto e come era da aspettarsi nel centro della cattolicità, lo dicano gli spassionati; lo dica il veder come pochi de' nostri libri arrivano ai forestieri, mentre noi traduciamo da loro anche i più deboli, e le effemeridi pascoliamo di articoli stranieri.
Ed io non meno degli altri ebbi a cercar di fuori i sussidj al presente lavoro: di fuori mi vennero i più cari, direi i soli eccitamenti e conforti, allorchè, come altri coll'argomentazione e colla polemica, credetti prestare servigio alla verità col raccontare. I fatti fragorosi di cui si diverte quella mima che hanno travestita da storia, scarsi ci si presentavano: scarso quel che dovrebb'essere lo scopo principale delle scienze e delle arti, e che in Italia viepiù è trascurato, lo studio delle anime. All'esame di queste e delle opinioni divergenti noi portammo scarso ingegno, ma pazienti studj, costante sincerità, e rispetto al nostro tema e ai nostri lettori. Ci proponemmo d'evitare ogni asprezza, a costo d'esser tacciati d'indifferentismo, e non lasciammo che l'amore o la collera, l'entusiasmo o l'indignazione, l'espansione o l'ironia alterassero l'imparzialità, ben diversa dall'indifferenza. Veterani della libertà, non crediamo aver detto parola che rinnegasse la vera o blandisse la falsa, o sminuisse i diritti della ragione nel pensiero o negli atti. Non in caccia di novità e di paradossi, non con audacia e abilità, ma con intento sincero e chiara esposizione rivendicammo la verità, e non abbiam fatto a fidanza colla leggerezza di un'età insofferente d'ogni ricerca laboriosa e d'ogni seria conclusione, e appagantesi al rumore di frasi, facili a spacciare perchè non richiedono nè criterio, nè fatica, nè pudore.
Lo spirito d'oggi negativo, spoglio di critica, che ai cultori della sapienza coscienziosa affigge il titolo di cappuccini; e a chi professa le dottrine di Agostino, Anselmo, Tommaso santi, di Cartesio e Leibniz, di Vico e Gerdil e Rosmini, le dottrine che ci diedero Dante e Michelangelo, il Tasso e Bramante, Palestrina e Volta, la potenza delle nostre repubbliche e la magnificenza delle nostre città, avventa la taccia d'austriacanti e di reazionarj, ci avrà derisi di occuparci in lavori da canonici, in disquisizioni di età tramontate; ma noi chiederemo perchè ne giudicherebbe altrimenti se il lavoro fosse fatto da un acattolico e contro alla Chiesa. E cattolici sono i più degli Italiani: che se il numero non accresce diritto, non deve però scemarlo.
Noi abbiamo delineato la teologia de' primi tempi, solo in quanto toccava il nostro assunto; ne vedemmo lo splendore e i traviamenti nel medioevo, poi la trasformazione col rinascimento. Allora sorge una filosofia che presume bastar a se stessa, e considera supremo vanto l'emanciparsi dalla teologia, prendendo le mosse unicamente dall'uomo, dai sensi, dalla ragione, in conseguenza ritentando tutti i sistemi che già erano stati sperimentati prima della rivelazione.
Il secolo XVIII, sprovisto di coscienza, di sentimento storico, di passione per la verità, di rispetto per l'autorità e la tradizione, confidando senza limiti nella ragione umana, col dogmatismo negativo preparò il nostro, che doveva riuscire a uno scetticismo, assoluto eppure irrequieto. Allora proclamavasi la religione degli onesti uomini, in contrasto da una parte col Vangelo, dall'altra coll'epicureismo. Oggi si affetta l'indipendenza della vita civile, e alla religione si surroga qualche concetto di sociale egoismo. Allora con Voltaire si volgeva in burla tutto quanto ha diritto al rispetto; al miracolo davansi vulgari spiegazioni; la stella di Betlem era una delle solite comete, il passaggio dell'Eritreo una marea bassa, la morte di Lazzaro una sincope, l'acqua cangiata in vino un regalo improvisato agli sposi; Cristo non era morto, ma erasi appiattato, e Paolo l'incontrò alquanti anni dopo sulla via di Damasco; tutte le religioni erano scaltre combinazioni de' sacerdoti, propagate mediante prestigi.
Tutto ciò era predicato da scrittori che vantavansi spiriti forti, cioè eccezionali, e che ogni objezione rigettavano col beffarla di pregiudizio. Nel XIX invece l'empietà è consentita da' savj, è attuata con sembianza d'autorità dai Governi: questi s'impiantano senza Dio, mentre gl'individui operano come Dio non fosse, e non più per lepida schermaglia degli scriventi, ma per sistema dei governanti; non per negare la tripersonalità e deridere il Vangelo, ma per iscuotersi da ogni autorità; non per sostituire al verbo divino il verbo umano, e alzare una credenza contro l'altra, ma per negarle tutte, eliminare ogni dato tradizionale, i faticosi acquisti di tanti secoli di studio sagrificando alla fatuità de' giornali o di libri che n'hanno la forma e il peso; molestare, distruggere non solo le credenze avite, ma tutte.
Altri più serj, mediante teorie storiche e psicologiche, posate con serietà, dedotte con rigore, pretendono impugnare fin la creazione; e supposta una cellula prima, (che ad ogni modo bisognerebbe chiedere donde provenga) la vedono per milioni di secoli trasformarsi in corpi inorganici, poi negli organici, e via via perfezionarsi fin alla scimmia, poi all'uomo che ne deriva. E quest'uomo, in cui il ventre fu precursore del cervello, non è altro che materia e forza, poichè i risentimenti della coscienza sono irritazioni dei visceri, rimandate al cervello; il pensar nostro è fosforico lampo. Ma mentre si dice all'uomo, «Tu sei figlio di scimmia», gli si dà la superbia della prima tentazione: «Tu sei simile a Dio». Lo spinosismo pone il mondo, identificato con Dio, come fondamento a diritti e doveri, a speranze e certezze, all'esistenza della società e degli individui, sicchè il sopranaturale è dichiarato assurdo, nè si ha cura che a studj materiali, applicati e immediatamente profittevoli. Eppure negar il miracolo è negar Dio, poichè Dio è il miracolo in potenza: il miracolo è Dio in atto.
Nella farraginosa varietà d'opinioni, irreconciliabili fra loro, nè d'accordo che nell'osteggiare il cattolicismo, al tirar dei conti non rimane che lo scetticismo; negata l'irremovibilità del vero e la sua necessità, credesi supremo perfezionamento il dubbio. Trovammo scettici leggeri nel XV secolo; trovammo nel XVIII gli enciclopedici, che propagarono al resto d'Europa e all'Italia nostra la negazione frivola e beffarda; ma dettavano in mezzo a generazioni credenti; parlavano da cristiani anche nello scassinare le credenze. Divenuto predominante l'industrialismo, fatto cura unica il denaro come fonte di godimenti, di distinzioni, di felicità, la teorica si ridusse a meri fatti, le dottrine a consuetudini. Se pareva debolezza il capitolar con Dio e col diavolo, fu poi regolarità dacchè l'uno non si distinse dall'altro, attesa l'identità dei contrari; dall'educazione si eliminò ogni idea superiore ai sensi, e così si tolse la suprema efficacia delle prime ispirazioni. N'è conseguenza il ridersi della rivelazione, presentare il cristianesimo come qualcosa di melanconico, di cupo, di nemico alle gioje dell'arte, e resuscitare il paganesimo: sicchè udimmo Feuerbach, più risoluto di Giuliano e di Porfirio, non iscorgere nel cristianesimo che bruttura e ridicolaggine, a fronte alla bellezza e poesia gentilesca; e Göthe tener al capoletto l'Apollo, acciocchè elidesse le ascetiche immagini de' santi, ed esclamare che quattro cose detestava: il tabacco, le cimici, le campane, il cristianesimo.
Questa inurbanità gittava egli a pascolo del secolo inurbano, eppure avea confessato che mai non seppe valutar le cose al giusto come a Roma, che quel soggiorno avrebbe sulla sua vita un'influenza benedetta; l'arte stessa lo forzò a mostrarsi religioso ne' rimorsi di Margherita, a far che i canti della Pasqua commovessero fin quel suo tipo del pensiero umano abbandonato alle forze proprie maravigliose e impotenti.
Essi pochi, essi beati, essi con pace, essi con senno, non badano ai dolori profondi che chiedono pace e obblio; che per sostentar le lunghe speranze e la penosa rassegnazione hanno bisogno esempj di disinteresse e d'abnegazione: essi gaudenti ripetono quel che, censettantasette anni dopo Cristo, il giudice che condannava a morte sant'Epipodo: «Noi onoriamo gli Dei coll'allegria, con feste, musica, giuochi, divertimenti. Voi adorate un uom crocifisso, che ripudia la gioja, ama i digiuni e la sterile castità, condanna il piacere. Che ben può farvi costui, che non seppe salvar sè dalle persecuzioni di gente miserabile? Te lo dico affinchè tu abbandoni le austerità per godere le gioje del mondo, colla serenità, che s'addice alla tua età».
Che sperare da dottrine siffatte? Il cristianesimo mette la dignità e il valore dell'uomo nella coscienza intima; il paganesimo nell'esterna legalità. Pel Cristiano la perfezione consiste nel riconoscere l'ordine stabilito da Dio e sottomettervisi; pel Pagano basta l'adempiere alla legge civile. Il perfetto Cristiano è quello che meglio osserva la legge di Dio, e se quelle dello Stato vi ripugnano, osa disobbedirle: pel Pagano è cittadino perfetto quel che non offende le leggi, benchè lo faccia senza coscienza. Abbiasi dunque la forza per farsi obbedire esternamente, e la società sarà beata[661]. Lo vediamo!
Oltre la vita animale, ne abbiamo una intellettuale, una spirituale; cioè, oltre il corpo, esistono spirito e Dio. Le verità morali e religiose che hanno per fine il perfezionamento, per oggetto il bene, bisogna procedano da altra sorgente che le fisiologiche: e quella sorgente è la fede. C'è fede umana e fede divina. Oggetto di questa è il principio superiore e divino della natura umana; è Dio stesso. La fede umana porta che non si è uomini se non si ammettono certe verità sulla esistenza propria, sull'essenza della natura umana. E col coraggio della fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione individuale, si cresce la sapienza de' padri, e si trasmette migliorata ai figliuoli, abbattendo il nemico comune, lo scetticismo; separando le cognizioni sperimentali da quei disegni che Dio realizza nel mondo, e di cui vuol nasconderci il mistero.
Nè solo al fatalismo orientale noi opporremo la proclamazione della libertà umana, al panteismo buddistico la personalità di Dio, all'assorbimento nel gran tutto l'immortale retribuzione delle anime: ma aspiriamo all'unità di credenze, persuasi che la prima condizione di difender bene la verità è l'accettarla tutta intera.
Il protestantesimo, appoggiandosi solo all'individuo, accentrando ogni potere objettivo nell'io umano, reputando se stesso autorità suprema ed assoluta, cioè principio, legge, fine d'ogni istituzione, porta la morale autonoma nella volontà, l'autonomo pensiero nell'intelligenza, nell'arte, nel raziocinio, nell'economia, nella politica. Gli è perciò che gli apologisti cattolici combatterono sempre più quel sofisma fondamentale della Riforma, che è la negazione assoluta e universale dell'autorità, sia nell'ordine ideale, sia nel reale.
Nell'immenso scompiglio cagionato da una rivoluzione che presuntuosamente posò infiniti problemi, e forse neppur uno ne sciolse; quando un esecrabile jeri fa tremare d'uno spaventoso domani, il cattolicismo rimane grandioso rappresentante dell'autorità, in cui si conciliano la ragione e la fede, la stabilità e il progresso. E viepiù sentesi il bisogno di tornarvi, perchè l'obbedienza, quando non è figlia dell'affezione, è madre del rancore, e perchè al fine si trova che, anche agli occhi della logica, la sola autorità avea ragione. Perocchè chi dico cattolico sa che cosa esprime; mentre chi dice «Io son protestante» fa una negazione, come chi dicesse «Io non sono cinese». Il Cattolico non crede una cosa se non quando s'accertò che è rivelata da Dio, e mentre alcuni dicono «Il tal maestro insegna», ed altri «Maestro mio son io», egli ripete col Vangelo: Magister vester unus est Christus[662]. Così tiene un complesso di verità, una traccia sicura di condotta; in tempo che interessi e passioni rendono difficile il pensar giusto quanto l'operar giusto, s'appoggia ad un'autorità infallibile: non foss'altro, colla sommessione alla Chiesa si sottrae al mostruoso procedere di tanti che abusano della ragione per isragionare, alle follie che s'annicchiano in quel vuoto che il disparir della religione lasciò all'ostentazione d'un interesse pubblico, tutto a danno delle classi più amorevoli.
Fidato in questa, il credente, alla persecuzione sapiente o legale oppone la pazienza, e la fiducia che un giorno, se pur non si riconcilieranno Gerusalemme e Roma, verranno alla Chiesa stessa tutti quelli che credono al Vangelo. Ora un tal fatto sarebbe possibile se ognuno lo interpretasse a suo senno? È dunque necessario il cattolicismo, e questo non può rinunziare a nessun dogma, nè alla comunicazione della Grazia per mezzo de' sacramenti, di cui è dispensiero il sacerdote; onde sta la promessa divina che dalla persecuzione usciranno salvi il sacerdozio, i sacramenti, l'infallibilità della Chiesa.
Nella qual persecuzione gli arretrati e i servili continuano nel calunniare preti, nel sopprimere frati, nel canzonar monache, nel cuculiare psicologi, nel vilipendere la coscienza e la rivelazione come ostacoli al progresso; e s'affollano intorno al pretorio gridando ai moderni Pilati «Crocifiggilo, se no ti denunzieremo a Cesare come clericale». A questo grido, qualche apostolo rinnega, gli altri si nascondono, e la ciurma incalzando urla come al tempo di Tertulliano, Christianos ad leonem, tantum quod christianos.
Unico divario è che la persecuzione non si fa violenta, bensì ipocrita, fin a chiamarsi libertà; libertà il non poter prendere in mano un giornale, un opuscolo, senza dovervi leggere un attacco o violento o profondamente perfido contro la religione; libertà l'impedire che un padre o un marito possa condurre in giro la figliuola o la moglie senza che l'occhio e l'orecchio ne sieno contaminati da nefandità; libertà il contrafare ai sentimenti e alle abitudini d'un intero popolo per lasciar imbaldanzire gli Ebrei e i Vandali, in cui balìa fu consegnata la società; libertà il vietare atti innocenti e pii, anzichè reprimere coloro che gli oltraggiano, e che ridono vedendo sanguinare i cuori, cui sono strappate le più care abitudini; libertà l'impugnare la verità, e il farsi lecito qualunque atto, quasi sia libero il matematico di negare che tre e due fanno cinque; quasi sia libero Iddio di peccare; quasi abbia a considerarsi più libero l'Americano perchè può trafficare di Negri, e il Cinese perchè non gli è proibito trucidare i proprj bambini.
Eppure la crisi maggiore, l'eresia più funesta non sono le persecuzioni, il parlamento, i ministri: a questi flagelli la Chiesa è avvezza da Nerone a Napoleone, da Simon Mago a Renan, da Eutropio a Cavour. Chi piantò la forca per san Pietro pose le fondamenta del Vaticano. Gli attacchi stimolano a nuova energia; la persecuzione infervora lo zelo, obbliga allo studio, al riserbo, alla moralità. Pericolo maggiore che l'ostilità organizzata sono il silenzio, la noncuranza, il «Che cos'importa?» L'uomo di moda non contesta la nostra fede; ci perdona, ci compatisce d'averla, ma non badasi a dissuadercene, a confutare, neppur ad ascoltare le nostre ragioni; nè noi possiamo convincerlo, perocchè non discute, non ammette, non nega; ossia, negando tutto, si dà aria di nulla negare; ha ben altro di che occuparsi! Questi gran savj non odiano, non bestemmiano: si crogiolano nell'indifferenza; Cristo può esserci o no; è facoltativo; dei sacramenti e del papa che ci cale? Giovincelli che non hanno mai pensato, ripetono quel che intesero dire, la scienza aver distrutto la religione; e questo disprezzo, sofisma del cuore, dispensa dalla riflessione, dallo studio.
A siffatti s'aggreggiano anche buoni cattolici, che credonsi chiamati, non curano d'essere eletti: che cresciuti nella religione de' loro padri, non la repudiarono mai, professano il credo, ammettono dalla divinità di Cristo fino ai capelli di santa Filomena, ma non se ne brigano, ma operano come se nulla ne fosse: fede morta: ortodossia venuta da pigrizia, contro della quale già tonava Dante:
Considerate la vostra semenza: Fatti non foste a viver come bruti, Ma per seguir virtude e conoscenza[663].
A questa atonia, a questa diatesi astenica bisogna opporre l'azione, il fervore, la dottrina; poichè è poco onore subir il male che si sente e non fare ogni sforzo per guarirne; è duopo esaminar il pericolo ed armarsi alla difesa, invece di crogiolarsi a maledire il secolo come ministro d'opera infame e satanica.
Una delle prime cause del male è il poco studiare e praticare la disciplina ecclesiastica, onde ben predicava Vincenzo Di Paolo, che «è colpa de' preti se le eresie prevalsero, e se l'ignoranza troneggia fra i poveri popoli». Per verità pessimi nemici della Chiesa sono i sacerdoti che non intendendo la propria vocazione, nè sapendo di che spirito siano[664], amano se stessi anzichè le anime; confidano negli uomini anzichè nella virtù; e la storia mostra sempre alla decadenza del sacerdozio tenere appresso gravi crisi della società cristiana.
Se il clero del secolo passato, ossequioso alla podestà che lo vilipendeva, transigendo coi filosofi che lo flagellavano, per omaggio all'ora presente vilipese l'ora passata, oggi invece rimbalzò sotto i colpi, e chiarì che si può essere nobilmente liberale, eppure irremovibilmente cattolico; inseparati dal pontefice, eppure obbedienti al magistrato; soffrir tutto senza mancare al proprio dovere, nè smentire o palliare le proprie convinzioni.
Per far accettare da un'età tutta indipendenza, un'autorità che parla e deve esser creduta, che ordina e vuol essere obbedita; per serbare la dignità del sacerdote che non la deve se non al suo carattere; che davanti a tutti si batte il petto confessando d'aver peccato assai, eppure giovane e povero vede il vecchio, il magistrato, il sapiente, piegarsegli davanti per accusarsi e chiedere d'essere riconciliato, il miglior mezzo, l'argomento più decisivo è il praticar le virtù del proprio stato. Così la dottrina si traduce in azione, come l'errore si confonde col vizio.
Il progresso d'oggi non è più quel della rivoluzione della quale affetta osservare i principj: è rivoluzione non più religiosa che sociale, e aspira alla totale emancipazione da ogni potere costituito, sia politico sia religioso; a sopprimere ogni senso di venerazione.
In mezzo di una società smidollata dalla sensualità, barcollante nel vuoto delle credenze, impregnata di dubbj e di beffa, dai giornali inebbriata di declamazioni e di sofismi, quando l'assolutismo amministrativo sfibra gli animi; nè lascia muoversi che sotto l'impulso del Governo; quando l'insaziabile aspirazione a felicità superne si soffoga nella sazietà di piaceri e ricchezze e nell'organizzazione dei cinque sensi; quando l'arte si raffina nel render popolare l'irreligione; quando ogni tradizione è negata dal capriccio dell'idea personale o affogata nella vertigine di novità; quando la filosofia dichiara inimicizia alla religione, le leggi alla proprietà, la letteratura alla famiglia, è impossibile impedire al dubbio di nascere, alla ragione di esercitarsi sulla fede. È impossibile arrestare il pensiero nel suo precipizio quando la fede religiosa è estinta nel dubbio o nello scherno, quando gli scettici abbattono fin ciò che costituisce il fondo della nostra ragione; quando da tutte parti si acclama che questa ubbriachezza è trionfo della libertà sull'assolutismo, dello spirito sulla materia, del bene sul male. Or che, come la società civile, così la religiosa subisce un gran mutamento, ed è minacciata sì nell'attuazione esterna, sì nelle credenze, si parlerà di fare come nel buon tempo antico? Ma se le verità sono eterne, varia secondo i tempi l'amministrazione loro e il modo di distribuirle. La fede del carbonaro è buona e invidiabile nel semplice credente, ma per coloro che sono stati posti sentinella d'Israele, apresi un'arena, ove combattere ogni giorno e con tutte le armi l'ignoranza e il sofisma.
La Chiesa ponendo come fine dell'uomo il conoscere Iddio per amarlo e servirlo, ci obbligò a coltivare l'intelligenza. Nè la religione può essere solo una poesia, un affetto; vuol conoscere ciò che crede, vuol essere principio d'azione, sforzo di virtù personale e sociale, fondata sopra la verità che rischiara l'uomo pel suo dovere, additandogli la sua destinazione. Onde prestare un ossequio razionale è obbligo conoscere i nemici, e alla propria convinzione dar l'appoggio di sostanziale dottrina, trasformare (secondo la frase d'Origene) l'evangelo sensibile in evangelo intelligibile. Già san Paolo c'intimava: «Non siam più fanciulli che ondeggiano ad ogni vento di dottrina, ma procuriamo arrivar nella fede alla statura d'uomo perfetto». Bisogna armarsi tutti, come nell'altra invasione della barbarie: proclamar regole sane, mostrare e dare abitudini regolari e robuste di critica, per ripararsi dalla menzogna stampata e insistente; mantener salda la ragione a fronte dell'assurdo, echeggiato dai masnadieri letterarj a una gente che, perduta l'attenzione nell'intelletto come il rispetto nella volontà, applaude qual vincitore chi continua a gridare.
Una delle più abili perfidie del cesarismo fu l'insignorirsi dell'educazione, sia coll'escludere ogni insegnamento religioso dalle scuole comuni, e dopo scatolizzatele costringer i figliuoli a frequentarle; sia coll'abolire i seminarj, o restringerli, come volea Giuliano, a non insegnar che teologia. I genitori reclamino e adoprino la libertà di allevare i figliuoli ad altre scuole che quelle ove è messa in pericolo la loro fede, e dietro ad essa il resto.
Ricordiamoci che i maggiori effetti la Riforma gli ottenne sempre fra persone sprovvedute di dottrina, e che perciò lasciavansi lusingare dalla promessa d'istruzione. Ed anche nella deplorabile storia della ragione contemporanea, gli spiritisti e altri mistici, non meno che i pretesi Evangelici si consolano d'aver insinuato qualche nozione e qualche credenza a chi nessuna ne aveva.
All'intelligenza bisogna dare il maggiore sviluppo, estendendo la conoscenza delle verità, scrivendo pel popolo senza affettate sentimentalità, nè esagerazioni iraconde e minacciose, ma col linguaggio che arriva all'intelletto e al cuore; persuadendosi che, in tempo di rivoluzione, è più difficile conoscere qual sia il proprio dovere che non l'adempirlo. Bisogna coltivare il popolo il quale non è buono se non per l'elemento religioso: e il prete ha per esso parole tanto semplici quanto evidenti e credute, et docet et ducit.
Nello stemperato dominio che alla menzogna assicurano i giornali, dalle insistenti declamazioni la folla lasciossi persuadere che la Chiesa sia complice di tutti gli abusi, ostacolo a tutte le novità, e perciò la tolse in odio e in disprezzo, e volle il progresso senza di essa, anzi contro di essa. È dunque necessario mostrare che le scoperte naturali crescono l'aureola della rivelazione sopranaturale, ch'essa contiene il germe di tutte le libertà, come i limiti alle loro trascendenze. Ben perciò i moderni apologisti non si ristettero a dissipare le taccie apposte alla Chiesa, ma tolsero a mostrare la bellezza suprema di quel compiuto sistema di verità che la Chiesa presenta, con ciò attestando che essa non è soltanto un concetto speculativo, ma il fatto più decisivo della storia, e destinato a governare la società e utilizzarne tutti gli elementi; non presumendo di possedere essa sola la scienza, la filosofia, la politica, ma tutte abbracciando le forme dello scibile e degli istituti civili, tutti gl'incrementi del diritto pubblico e della critica.
Non bisogna addormentarsi un sol momento, non fidarsi al miracolo, non a protezione di braccio secolare o d'ordigni governativi, è necessario a tutti studiare a fondo la religione, se non si vuol perdere la fede; e combattere da sè il materialismo politico e sociale in ogni ramo dell'attività umana, in ogni fase dell'esistenza pubblica e privata.
Il prete, ajuto di Dio[665], in questa lotta contro la triplice concupiscenza, deve mostrarsi non inferiore in dottrina ai laici, perchè difficilmente si onora uno che si reputa meno colto e meno savio: e tra il gelo del razionalismo e la grossolanità del materialismo deve non arrestarsi alla mezza scienza, ma cercare la vera. Or che gli esegeti tedeschi vogliono ricondur la storia originaria del cristianesimo alle leggi pure dello spirito umano, abolendo la distinzione di naturale e sopranaturale; or che i filosofi politici a gara ventilano i problemi religiosi, e massime quelli che concernono la natura ed il valore del cristianesimo; or che tutti cercano l'uomo volgendo le spalle a Cristo, il prete deve mostrare Ecco l'uomo: e quei problemi affrontare senza gli scrupoli e le paure che un tempo ispirava l'indagine scientifica: ripudiare i pregiudizj; non confondere la legenda colla storia; non credere tutti i miracoli colla leggerezza con cui il bel mondo crede ai novellisti; non riconoscer mai utile la pia frode. Per tal modo gli uomini che nascono curiosi e creduli, poi divengono curiosi e investigatori, si condurranno ad essere curiosi e credenti. E s'anche non possa ottenersi che gli erranti ritornino alla verità, almeno se ne cerchi la buona fede e la carità, che possono avvicinarli alla riva della salvezza.
S'incolpano molte volte di poca carità i nostri perchè guardano con iracondia una società ebbra d'interessi e di godimenti, che, preoccupata nelle funzioni più umili dell'attività; giudica vergogna il ricusarsi a una scelleratezza ammantata di pubblico bene; loda il tradimento calcolato e l'ipocrisia a freddo; colloca la prudenza nel fluttuare tra obbrobriose contradizioni e sfacciate palinodie; dove l'egoismo del pensiero, passato nell'azione, produce una guerra universale di aspirazioni, di concorrenze, di accuse o d'epigrammi che fan l'uffizio del pugnale; dov'è implacata la congiura della mediocrità contro il talento, del servilismo contro la libertà, dell'ignoranza contro il sapere, del vizio contro l'onestà; dove anche gli spiriti eletti vanno falsati dalle consuetudini rivoluzionarie, fin a tollerare non solo, ma applaudire ciò che sulle prime faceva ribrezzo e nausea.
Chi veda in qual modo siano trattati i buoni da scrittori ingordi d'abjezione, che armano cittadini contro cittadini, tanto più sfacciati perchè i Cattolici non vi oppongono la bocca d'una pistola; chi oda tutto ciò ch'è cattivo chiamarsi cattolico; chiamarsi ragione e gloria tutto ciò che vi contraddice, e strapparsi l'aureola alla Chiesa, al papa, a tutto quanto è grande, inculcando così il disprezzo d'ogni autorità, e preparando lo sterminio della società, dovrà giudicar severamente i nostri se talvolta s'irritano? Ma tanto più domandiamo la moderazione da quei pochi che, nell'età infausta, continuano ad osservare, riflettere, preparare; che cercano la verità indipendentemente dall'utile che ne deriva; che sanno resistere alle minaccie, alle seduzioni e fin alla più lusinghiera di tutte, la popolarità.
Tutte le filosofie che montano se non conducono al bene? e il bene come trovarlo fuor della sua fonte? Le verità morali pajono così comuni, che sia pedantesco il ripeterle: ma pur troppo son dimenticate, sicchè giova l'insistere su di esse fino alla noja. Un tempo il pensier primo era Dio, poi l'anima, infine il corpo. Ora tutto si dà ai soli interessi materiali; se prima faceasi l'esame di coscienza, ora si fa il bilancio: se qualche volta si pensa alla religione, non la si vuole più universale o nazionale, ma domestica; un'ipotesi qual compie ad ognuno di formarsela: e il dileguarsi del gusto delle cose superne si cerca mascherare col dare finezza e solidità maggiore al senso morale, quasi questo possa sussistere anche toltogli l'appoggio delle credenze morali. «Basta esser onesto: che bisogno di Dio?» ripetono, dando per novità idee vecchissime; e così, separano la ragione speculativa dalla ragion pratica, l'idea del bene da Dio che n'è la sorgente: e cavando la morale fuori della teodicea, la vogliono fuori anche della metafisica, e la chiamano indipendente! Facile è prender un nome: il difficile sta nel farselo confermare dagli altri.
Ma primo dovere dell'onest'uomo sarebbe appunto riconoscere Dio, e rispettare la società che lo accetta, nè tale potrà dirsi chi manca d'una virtù così importante com'è la religione. La coscienza! ma che è essa senza Dio? L'ha il ribaldo che assassina; l'ha il selvaggio che mangia suo padre; e solo alla luce del bene noi riconosciamo il male. L'onest'uomo trova scuse nel tempo, nel carattere proprio, nel suo temperamento; rimane fido ad un principio, ad una causa fino a quando gli anni non l'avvertano che val meglio acconciarsi colla opposta; si compiace d'essere men ribaldo del tal ladro, men turpe della tal meretrice; ma costantemente morale non riesce che il pensiero cristiano: solo il Vangelo dà sempre precetti, a cui basta la coscienza, e consigli a cui vuolsi l'eroismo.
L'odierno funesto divorzio fra la Chiesa e il secolo piantò un falso concetto d'indipendenza, per cui l'uomo non sopporta se non ciò che rileva da lui stesso, l'egoismo spegne la carità, l'abnegazione, l'umiltà, la santità; e mentre la giustizia di Dio ridusse la ragione indipendente a divenire micidiale di se stessa, innumerevoli mali fisici, intellettuali, morali intuonano quanto danno derivi dal mancare delle virtù cristiane, e quanto sia bisogno di ritornarvi.
Una delle principali è il coraggio di professar le proprie credenze senza rispetti umani; il coraggio di dirsi figli della Chiesa, conoscerla, amarla, partecipare ai suoi dolori, viver delle sue speranze; il coraggio di sventare un'accusa conosciuta falsa, o di sbugiardare un'asserzione sfacciata. Ma la paura de' giornali paralizza la penna che vorrebbe scrivere la verità per chi è degno d'ascoltarla; e vestendo di tolleranza la pusillanimità, fa tacere per non sentirsi chiamare satirico e malevolo; e a troppi va applicato quel del Decreto, che fa traditori non solo coloro che mentono, ma anche coloro che dissimulano la verità[666].
E ben importa che tutti i Cattolici, ma più i sacerdoti operino il bene; oppongano la carità che unisce, all'egoismo che segrega, e che pensando a se solo riesce ingiusto, insolente, inesorabile, avido, incapace a ravvisar le proprie ignominie, e perciò intollerante del patimento e dei sagrifizj; cogli atti manifestino la permanenza di Cristo nella sua Chiesa e nella società, ricordando che Iddio, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.
La Chiesa predicò sempre il progresso degli individui, poco il progresso delle nazioni e delle loro forme sociali. Eppure Cristo rigenerò e l'individuo e la società, nè noi dobbiamo lasciare che soli i nemici del Cristianesimo usufruttino quest'idea cristiana, ma far palese il lavoro latente dell'individuale miglioramento.
A smentire poi l'accusa di pusillanimità intellettuale e di malvolere verso la scienza, i credenti non devono lasciarsi sorpassar dagli altri nello studio e nell'applicazione delle dottrine sociali; devono svolger i problemi che sì potentemente commuovono ora gli spiriti; dovrebbero essere a capo di tutte le società di miglioramento sociale, non esitando a impiegarvi tempo, denaro, sforzi, ardore; ricordandosi che le quistioni di libertà, d'eguaglianza, di fratellanza, di asili, di governi rappresentativi, di suffragio popolare, di famiglia, di pauperismo, di ospedali, di limosine, di soccorsi alla povertà vergognosa, di cura per le madri, per gli esposti, del lavoro di donne e di fanciulli, furono introdotte dal Vangelo.
Quando alcuni socialisti scompaginano la società, altri pretendono rifarla, e tra la scienza e la fantasia inventano varj sistemi; quando sovrastano grandi mutamenti sociali, importa conoscere le mutue relazioni fra la Chiesa e l'impero civile per trarne canoni ai progressi nel diritto pubblico, e convincere di follia il voler segregare la Chiesa dallo Stato, mentre fra essi non può darsi che un accordo, indefinibile è vero e discrezionale perchè di opportunità, ma con mutue compensazioni.
Ecco venti anni che l'Italia è avvoltolata nel turbine della rivoluzione, dove, come fu detto alla tribuna francese il 15 aprile 1865, si considerò progresso soltanto l'insurrezione o spontanea o spinta, e dietro ad essa rovesciar un Governo e chiamarne un nuovo; dove si generò dapertutto sorda resistenza, acrimonia diffidente, indefinita scontentezza: dove offuscate le nozioni di giustizia e diritto, posti in pericolo tutti i miglioramenti; dove l'incertezza del domani, e il diffidare di tutte le cose e di tutte le persone turbano ogni godimento. Il gran problema non è l'unità o la federazione, la monarchia o la repubblica, la tirannide principesca o la popolare, nè tampoco l'indipendenza o la servitù: bensì se l'uomo e la società devano esser regolati dall'autorità o dalla forza, dalla Chiesa o dalla rivoluzione, dal capriccio umano o dalla provvidenza divina; se norma degli atti, criterio delle risoluzioni devano essere i principj del 89, le dicerie parlamentari, i minacciosi vaniloquj de' giornali, oppure le eterne norme del decalogo, i precetti della Chiesa, le verità interpretate da chi ha la certezza di non errare.
Lo scherno scalza le credenze, ma non distrugge il bisogno di credere; e il sentimento religioso è talmente insito nella natura umana, che durerebbe anche quando sparissero i simboli e le istituzioni che gli servono d'espressione e d'appoggio. Nè il senso comune non si spegne mai in tutti, ma può indebolirsi in una società particolare; e ciò è peggio che non l'errore metafisico. Pure non convien disperare, giacchè è difficile trarre un'intera generazione sotto l'impero della falsità; e quando infuria la procella il navigante domanda la sua direzione agli astri, non ai marosi.
Che se pure le minaccie odierne si compiranno, e v'avrà interruzione nel regno visibile di Dio, per provare che l'unità non deriva da possessi terreni da grandezza nel mondo[667], noi sappiamo che la redenzione è mistero d'amore e di misericordia, e Dio, come sul Calvario, permette l'ingiustizia affinchè i frutti di essa facciano ravvedere l'uomo. Confidiamo dunque non tarderà a sorgere il giorno, che, visto non poter vivere il mondo senza autorità, verrassi a cercarla alla sua sorgente; che la civiltà umana sarà il corpo del cattolicismo; che la Chiesa costituirà l'unità vera, cioè l'unità degli spiriti, e accorderà alle idee politiche moderne tutto quel che non ripugna ai dogmi fondamentali; farà sparire tra essa e la società rivoluzionaria il dissenso e le male intelligenze, di cui tanto giovansi i suoi nemici. Allora si compiranno le grandi conquiste della Chiesa cattolica, e l'indipendenza del sacerdozio nell'applicare lo verità superne alle opere della carità, della redenzione, del progresso.
E qui prendiamo congedo, forse per l'ultima volta, da questa che un tempo diceasi «Bella Italia ov'è la sede del valor vero e della vera fede»: quest'Italia che fu il sogno della nostra giovinezza, la cura della nostra virilità, l'affanno della nostra vecchiaja. Gli storici futuri dovran narrare che vi fu tempo ove, gli abjetti errori dell'arianesimo e dello scetticismo, e i sottili della sofistica, abbattuti al rinascere della critica, dopo tanti secoli disepellironsi, muniti non solo dalle grida del parlamento, della taverna, della stampa, ma dalla pubblica autorità; diranno quanti anni durò questo regresso, finchè di nuovo la critica ridestò la coscienza e il senso comune. Noi dobbiam finire nelle circostanze più gravi e nelle prospettive più vertiginose, senza nulla conchiudere, nè tampoco prevedere, se non che il restauramento generale deve cominciare da quello di ciascun individuo. Limitandoci a voti, noi, come il pontefice, auguriamo l'indipendenza ai popoli, la libertà alla Chiesa; e deh possano i tuoi vigneti, o Italia, e le campagne tue non cessar di produrre vino e grani pei sacrosanti misteri, nè sugli altari arricchiti da' tuoi marmi e dall'arti tue cessare l'illuminazione de' tuoi oliveti: l'aure, che carezzano i laghi e i colli tuoi e il duplice mare, possano al pellegrino, che da tutto il mondo viene a visitare la metropoli del mondo, recar sempre la melodia de' cantici che risuonano concordi dall'umile cenobio fino a quelle basiliche, la cui incomparabile magnificenza è un'altra dimostrazione del cattolicismo. Consacrati i tuoi progressi, sanate le piaghe dalla benedizione del Padre, possa tu esser veramente una nell'unità delle credenze e dell'amore, veramente libera nella libera Chiesa, degna di produrre ancora menti che sappiano ammirare, cuori che sappiano amare.
NOTE
[660] Già nel Discorso XX abbiamo addotto l'opinione di Cardwright. Napoleone Roussel a Parigi 1854 pubblicò in due volumi Les nations catholiques et les nations protestantes, comparées sous le triple rapport du bienêtre, des lumières et de la moralitè; tutto in esaltazione delle genti protestanti per raffaccio alle cattoliche, e specialmente dell'America del nord a quella del sud, della Scozia all'Irlanda, de' Cantoni svizzeri protestanti agli altri, della Prussia all'Austria. Egli si vale di cifre e d'autorità, e ogni lettore sagace comprende come con queste possa provarsi qualunque assunto. Dell'Italia parla nel vol. II, e si propone di non discorrerne prima del secolo XVI, perchè prima d'allora l'Italia non era affatto papale, nè i papi s'erano alleati ai re per gelosia de' popoli: argomento precisamente opposto a tutto quello che adducevano i novatori del XVI secolo. Aggiunge che il ridestarsi delle lettere e delle arti è dovuto ai profughi di Costantinopoli (nel paese dove già aveano fiorito Dante, Petrarca, Boccaccio, Giotto, Giovanni da Pisa!) sicchè il rinascimento fu pagano non cattolico, e la prova n'è che i papi lo soffocarono, e che proibirono di studiare il greco e l'ebraico!
A dipingere poi l'Italia di questi tre secoli, infila le declamazioni di Enrico Martin, del Sismondi, del Quinet, di lady Morgan, di Lamennais, di Didier, di Briffault, di Cambry, di Maltebrun, di giornalisti, di tutti quelli mai che compiansero l'ignoranza, la grossolanità nostra, la sudiceria di Bergamo e di Venezia, la corruttela di Firenze, la ciarlataneria di Napoli, l'accattonaggio universale, e «l'abjetta povertà di quella Roma dove s'inghiottirono le ricchezze di tutta Europa». Ognun vede come sarebbe facile opporvi altrettanti passi laudativi: ma l'autore, che nulla vi mette del suo, conchiude: «Vorreste voi abitare la Calabria? terreste per moglie una napoletana? vi venne mai in capo d'esercitar il vostro commercio a Venezia, la vostra penna a Roma? Confidereste il ben vostro, il vostro onore a questi frati mendicanti; a questi gesuiti, ai cardinali che siedono a' teatri fra donne galanti? (sic)... Al papato, al solo papato devesi l'onta dello stato attuale d'Italia: ella è così, perchè il cattolicismo non può far di meglio».
Si noti che l'autore scrive in Francia, paese cattolico: ma a libri siffatti non bisogna confutazione: basta a combatterli il più vulgare buon senso.
[661] «Tutto quello che nello Stato si toglie alla sovranità di Dio, si aggiunge in fatto alla sovranità del carnefice». Chi lo dice? Louis Blanc.
[662] Matteo XXII, 10.
[663] Inferno XXIII.
[664] Jesus conversus increpavit illos dicens: Nescitis cujus spiritus estis. Luca IX, 45.
[665] Dei sumus adjutores. I Corint. III.
[666] Non solum ille proditor est veritatis qui transgrediens veritatem palam pro veritate mendacium loquitur, sed etiam qui non libere veritatem pronuntiat. Decretum Gratiani, 2 pars.
[667] Che Roma sia necessaria sede del pontefice tolse a dimostrare il padre Giuseppe Burroni, De romanitate primatus apostolici, seu de nexu indissolubili quo primatus sedi romanæ adhæret. Torino 1867.
AGGIUNTE E CORREZIONI ALL'OPERA
Nessuna speciale agevolezza a suoi studj l'autore ritrovò, sia ne' privati sia ne' governi del suo paese, e tanto meno nell'odierno. Biblioteche e archivj non potè usare se non come un cittadino qualunque: alcun favore chiesto ad uffizj pubblici gli fu negato; possessori di carte e di libri non sempre vollero essergliene cortesi. Gli è forza accennarlo per iscusar un difetto di tutti i suoi lavori, qual è di non aver usato le migliori edizioni, e non sempre essersi valso delle medesime ad assicurare le citazioni, come avrebbe solo potuto se collocato in una biblioteca.
E nel presente lavoro, moltissimi anni meditato traverso a quelle crisi che portano seco tanti frantumi d'umana dignità, neppure ottenne le facilitazioni, che a qualche straniero si erano abbondate, perchè richieste diplomaticamente da governi che non disgradano le lettere, e con troppo scarso esito ha invocato la limosina di consigli e avvertimenti nella lunga incubazione dell'opera sua. Siffatta è l'abitudine degli studj in Italia, che chi vi si applica deve nascondere ciò che fa, quasi una colpa che trami, onde non offendere anticipatamente le incontestate glorie de' mediocri: tanto meno può chiedere ajuti e collaborazione. Dopo pubblicata l'opera, forse neppur un giornale d'Italia l'ha tolta ad esame. È una discolpa che egli cerca alle imperfezioni di un lavoro, il cui intento essendo nuovo, avrebbe avuto tanto bisogno di coadjuvamento, di consigli, di materiali. È ben sconfortante il trovarsi solo, senza chi vi accompagni negli studj, vi soccorra nelle ricerche, vi applauda o vi critichi, s'interessi a quel che fate! Pure ciò ha procurato a questo, come agli altri libri dell'autore, maggiore indipendenza, non avendo avuto a sacrificare ad amici, come non voleva tremar di nemici.
Ridotto alle uniche forze sue, egli trovò durante la pubblicazione molte cose: e in parte le inserì forse dov'erano meno opportune, a scapito di quella geometrica disposizione, della quale egli si mostrò sempre geloso. Il conte Pietro Guicciardini raccolse da seimila volumi ed opuscoli di eterodossi e di loro contradditori, e volgarizzamenti della Bibbia, e trattati socciniani, e ne fe dono alla biblioteca Magliabecchiana. Per negligenza officiale rimasero lunghissimamente nelle casse, e appena adesso si stanno sballando e disponendo. Con festosa premura ne avrei offerto almeno il catalogo se ancora fosse fatto: così non potei che profittare della parte che già è disposta. Da qui l'autore trasse materia di nuove aggiunte, che colle correzioni suggeritegli da qualche amico o dal tempo e dalla riflessione metterò qui, per assettarle poi se mai il libro ottenesse quel che tutti gli altri suoi, il vantaggio di nuova edizione, almeno postuma, e giovarne le traduzioni che già ne sono cominciate.
I pochi lettori serj vogliano avergliene compatimento, e ai futuri studiosi augurino tempi e compagni migliori.
VOLUME I
Pag. 37, linea 15, leggi:
Ne' canoni apostolici, apocrifi ma del secolo III,
Pag. 40, lin. 25, aggiungi:
parve aderirvi, comunicando con alcuni con cui non comunicava Atanasio.
Pag. 63, lin. 1, leggi:
nel Ligurino, se pure non è apocrifo, come si sostiene,
Pag. 71, nota 3, leggi:
Cardinali vescovi erano quelli di Ostia, Porto, Santa Rufina, Albano, Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di San Giovanni Laterano. I cardinali preti succedettero ai venticinque preti delle chiese di Roma, specie di parrocchie. I cardinali diaconi presedevano agli istituti di carità, e curavano i diritti e i beni della chiesa.
Pag. 71, lin. 33, leggi:
Dopo il concilio di Clermont del 1092.
Pag. 74, alla nota 15, aggiungi:
Nella patria sua pochissima o nessuna efficacia esercitò Arnaldo, anzi fu cacciato da Brescia Ribaldo che n'era uno de' consoli, perchè n'avea favorito la parte: pochi anni dopo la morte di esso, negli statuti del 1200 si ordinava che il podestà di Brescia, entrando in uffizio, giurasse ad S. Dei Evangelia, quod infra octo dies regiminis dabo banum perpetuale comunis Brixiæ in publico arengo, more solito coadunato, Gazaris, Leonistis, Speronistis, Circumcisis, Arnaldistis, et omnibus hæreticis.
Noto è che Ribaldi chiamaronsi gl'infimi soldati di ventura (vedi il Du Cange e la Crusca), e che questo nome, come quello di masnadiere, prese un significato cattivo in grazia dei pessimi comporti di coloro. Ma è notevole l'essersi confuso Ribaldo con Arnaldo, sino a divenire sinonimi in senso obbrobrioso. Nello statuto di Brescia del 1380, pag. 219, leggiamo: Item statutum est quod aliquis Arnaldus seu Ribaldus, cum erit seu vixerit extra civitatem Brixiæ, non audeat nec præsumat ire, sive exire infra scriptas stratas etc. E nella pagina seguente: Item statutum est quod... Arnaldus seu Ribaldus, non audeat nec præsumat habere nec portare lanceam, nec arma etc. — Item statutum est quod aliquis Ribaldus sive Arnaldus; nec aliqua suspecta persona de damno dando in clausuris Brixiæ non possit etc.
Anche lo statuto di Como, c. 187, ha: Non fiat nec teneatur aliqua barataria... per aliquos stipendiarios, baratarios, Arnaldos. E in quello di Vercelli, libro v, pag. 126: Non debeat emere vel... ab aliqua persona ignota... meretrice, Arnaldo vel Ribaldo...
Il titolo di ribaldo rimase qualificativo, mentre prima era nome proprio usitato: l'altro cadde in obblio.
È una delle scoperte più disputate oggi, e delle più interessanti qualora ne fosse men dubbia l'autenticità, quella delle poesie di Aldobrando da Siena, che, nato nel 1112 e morto nel 1186, scriveva già in pretto italiano. Anch'egli lancia dei versi contro Arnaldo, poichè in una canzone ove celebra i tempi della lega lombarda, e un non sappiamo quale illustre personaggio di Siena, loda questo dall'aver distolto i cittadini dalle colui eresie.
Or del fellon Arnaldo già vicina Prevedeste la ruina, E manti (molti) pur toglieste all'infernale Sentina d'onni male Che 'l folle fra le fiamme, ahi membranze, Tutte purgò fallanze.
Al qual proposito il signor Grottanelli emenda le molte inesattezze degli storici e romanzieri intorno al luogo ove fu arrestato Arnaldo. Fu alle Briccole, sulla strada per Roma, a dieci leghe da Siena. I visconti del vicino castello di Campiglio lo tolsero di mano al maestro ospitaliero, e lo venerarono: ma Federico Barbarossa li costrinse a darlo a lui, che lo consegnò al prefetto di Roma perchè lo giustiziasse.
Pag. 99, alla nota 1, aggiungi:
apud Dom Bouquet, T. X, p. 23.
Alla nota 9 in fine, aggiungi:
Dal Muratori (Ant. mæd. æv. Diss. LX) è citato un trattato inedito, Magistri G pergamensis contra Catharos et Passagios, che potrebbe esser del Guala vescovo di Bergamo.
Pag. 114, aggiungi:
Dopo l'opera nostra, fu pubblicato a Perugia un opuscolo, col titolo I Guglielmiti del secolo XIII; una pagina della storia milanese documentata dal d. Andrea Ogniben veronese medico militare. Prima edizione, volume unico: e sono 130 pagine. Tanto per fare secondo i tempi, vorrebbe l'autore scorgere in quel processo un movente politico che appena adombra, ma principalmente dimostrare che la Guglielmina fu una santa donna, e i processati tanti allucinati, mossi in parte da furore erotico, in parte da manìa religiosa, riscaldata dalle quistioni che allora si agitavano sulla grazia efficace (?), sullo stato delle anime avanti il giudizio, sulla rovinosa teoria del libero arbitrio (sic e più sotto la dice fatale teoria) per cui «nel solo ducato di Milano (sic) vi aveano allora ben tredici sette di religione». Di questa teomania trova egli esempj dove vuole, e dice che «il filosofo ed il psicologo, squarciando il velo misterioso d'una fede imposta alle menti umane dal despotismo sacerdotale, ci mostrano chiaramente l'origine umana d'una religione tutta amore e santità». Col che vuol far intendere che Cristo era un delirante, come erano «evidenti manie sensoriali quelle del Rapito di Patmos»; e visionarj i fondatori degli Ordini religiosi.
Dà egli tradotto un compendio del processo del 1300, o piuttosto d'un estratto che ne fece il notaro Beltrame Salvago, molti anni dopo. I fatti che ne risultano son quelli che accennai nel testo. Delle oscenità conformi a quelle de' vecchi Gnostici e dei moderni Quietisti, non trovasi quasi orma, a malgrado di quanto asserirono i primi cronisti e storici. Già i Montanisti consideravano Cristo non come ultimo termine del progresso morale e religioso, ma che sarebbe seguito da una nuova rivelazione; concetto svolto poi dal Lessing nell'Educazione progressiva del genere umano. L'illustre filosofo e filologo Postel credette e sostenne di una vergine veneziana press'a poco quel che i Guglielmiti della pia Boema. Perocchè pare che la Guglielmina non vantasse nè la sua divinità nè le rivelazioni, bensì le credessero o le spacciassero Andrea Saramita, la Manfreda e alcuni altri, massime dacchè fu morta. Un Mirano, cappellano della chiesa di San Fermo, che, morta la Guglielmina, era ito col Saramita a recarne l'annunzio al re di Boemia, rispondeva: «Da Andrea Saramita e da suor Manfreda di Pirovano e da altri devoti della Guglielmina, ho inteso che questa era lo Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità; che dovea risorgere, ed ascendere in cielo, alla presenza de' suoi devoti. Fui presente quando Andrea e Manfreda annunziavano tali cose ai devoti. Udii pure da loro che, siccome Cristo sotto forma d'uomo, così Guglielmina deve soffrire sotto forma di donna per li peccati dei falsi cristiani, e di coloro che crocifissero Cristo, e dopo che la Guglielmina fosse risorta ed ascesa al cielo, dovea mandare a' suoi discepoli, nel giorno di pentecoste, lo spirito paracleto; doveansi mutar leggi, rinnovare vangeli, ordinare i cardinali; e la risorta diverrebbe arcivescovo pontefice. Esso Andrea, Albertino di Novate, Franceschino Malcalzati portarono ostie da Chiaravalle. Alcuni devoti fanno dipinger l'immagine della Guglielmina sotto il nome di santa Caterina. Suor Manfreda istruiva i discepoli a non dir la verità quando interrogati dalla Inquisizione; che sarebbero ajutati dallo Spirito Santo; e soffrano tutto per la Guglielmina come gli apostoli per Gesù. Che il papa presente (Bonifazio VIII) non poteva assolvere nè condannare, perchè creato non legalmente. Esservi tante indulgenze a chi visitava il sepolcro della Guglielmina a Chiaravalle, quanto per Terrasanta. Andrea e suor Manfreda diceano veder la Guglielmina, essa parlare con loro, benedir la loro mensa. Prepararono una clamide di porpora con fibbia d'argento, una vesta di porpora e sandali d'oro, di cui si rivestirebbe dopo risorta. Suor Manfreda, per mezzo della Guglielmina aveva grazia, virtù ed autorità maggiore, che non n'abbia avuto mai san Pietro».
Altre volte il Saramita disse ch'essi vestivano a bruno perchè così la Guglielmina; «e perchè essa fu chiamata Felice, e si credea lo Spirito Santo, molti davan ai loro figliuoli il nome di Felicino e Felicina e Paracleto. Quando andavamo a Chiaravalle a venerar la Guglielmina, l'abate ci facea dare pane, vino ed altro. Que' monaci nella solennità faceano panegirici di essa e della sua congregazione. Fui presente allorchè la Guglielmina morì, e andai al marchese di Monferrato pregandolo mi desse una scorta onde portarlo con sicurezza a Chiaravalle, stando allora in guerra Milanesi e Lodigiani. Ella disse a quei che la circondavano: «Voi credete vedere, e non vedrete per la vostra incredulità», alludendo alle cinque piaghe che avea sul suo corpo. Credo che la Guglielmina è lo Spirito Santo, e che deve risorgere, e che fece molte cose simili a Cristo. Ma essa non disse mai che fosse lo Spirito Santo, ne cercò mai persuadercelo: bensì disse a Manfreda che l'arcangelo Raffaello ne annunziò la nascita alla beata Costanza sua madre, e quando fu concepita e quanto tempo stette nel ventre, perchè essa era nata il giorno di pentecoste, e pareami dovesse tutto ciò esserle accaduto a somiglianza di Cristo. Non dissi che in gloria divina superasse Maria e ogni altro santo: pur credo essa sia la terza persona della Trinità e di essenza divina, e l'avrei detto a tutti se non temessi destarne orrore. Il corpo suo non essendo ancora glorificato, nol tenevo per più glorioso di quel della beata Vergine».
Altre volte invece confessò averle essa detto che era discesa dal cielo su marmoreo seggio, sfolgorante di vivissima luce; essere lo Spirito Santo: e la Manfreda avere udito altrettanto dalla Guglielmina: e che dal 1262 non era stato consacrato il solo corpo di Gesù Cristo, ma quello pure dello Spirito Santo ch'era il suo. Credeva suor Manfreda dover essere papa vero, e con piena e reale giurisdizione: vicario dello Spirito Santo in terra, cessando il papato presente, i suoi riti, la sua autorità, succedendovi la Manfreda che dovrà battezzare Giudei, Saraceni e gli altri non battezzati: i quattro vangeli si conserveranno finchè suor Manfreda sia investita della pacifica potenza di Pietro: allora cesseranno, e quattro sapienti mandati da Guglielmina ne scriveranno dei nuovi, che porteranno i nomi de' loro autori.
La Manfreda confessò aver composto le litanie della Guglielmina e aver creduto a questa, e tenere conferenze dove si recitavano gli evangeli, le epistole e alcuni miracoli. Essa conserva dell'acqua con cui fu lavato il cadavere della Guglielmina, ma non l'ha adoprata per divozione nè per guarire infermità.
Sibillia, vedova di Beltrame Malcolzati, disse avere udito dal Saramita e dalla Manfreda che Guglielmina era lo Spirito Santo, vero dio e vero uomo, che doveva risorgere, ed apparire col corpo, e visibilmente ascender al cielo, presenti i suoi devoti, e mandare lo Spirito Santo in forma di lingue infocate: e che essa dovea redimere i Giudei e quanti erano fuori del cristianesimo. Che suor Manfreda avea ricevuto in consegna la Chiesa di essa, e le chiavi del regno de' cieli: che Franceschino Malcolzati canterebbe la prima messa al sepolcro della Guglielmina, e Manfreda la seconda. Essa Sibillia aveva in casa la cassa in cui primamente fu sepolta la Guglielmina, portatale dal Saramita perchè i vicini di essa, in via di san Pietro all'orto, la richiedeano, mentre i monaci di Chiaravalle voleanla per sè, come quelli presso cui la Guglielmina avea scelto di esser sepolta.
Tiene pure in casa un padiglione di zendado vermiglio che fu messo sopra la bara quando fu trasferita a Chiaravalle. La Manfreda prese colle sue mani un'ostia portatale da Chiaravalle, e gliela pose in bocca ad onoranza della Guglielmina.
Tornata poi al Sant'Uffizio, la Sibillia confessò che suor Manfreda erasi vestita degli abiti pontificali, di dalmatiche due altre suore, il Saramita e il Malcolzati; altri di cotte: e accomodato una specie d'altare, vi posero il calice e quanto occorre per la messa: la Manfreda celebrò; Andrea recitò il Vangelo, Albertone Novati l'epistola. Il Saramita le disse che, entrato in camera della Guglielmina, la trovò che orava, e alzatasi, gli disse ch'era lo Spirito Santo, venuto in forma di donna perchè, se fosse venuto in forma di uomo, sarebbe morta come Cristo, e tutto il mondo ne perirebbe. Di subito apparve una cattedra, e Guglielmina la convertì in un bue, e a lui disse: «Tienlo se puoi», e subito sparve. Soggiungeva che il nome suo non morrà, e per essa molti saranno consolati, e molti tribolati.
Nel processo, molti son nominati quali devoti della Guglielmina, e aveano comprato bellissimi drappi e tovaglie in venerazione di essa, e per ornarla al suo ritorno in terra.
Lo strano consiste nella connivenza de' monaci cistercensi, i quali credeano bensì che ella fosse de' reali di Boemia, ma non lo Spirito Santo. La casa in san Pietro all'orto ov'essa abitava, era proprietà del loro monastero, e diceano che da sei anni accendevano lampade al sepolcro della Guglielmina, udendo che liberava molti da infermità: avendo il Saramita detto che la Guglielmina era lo Spirito Santo, alcun di loro andò difilato alla casa di lei a interrogarnela, ed essa indignata rispose: Ite, ego non sum Deus, ma esser di carne e d'ossa, e aver condotto seco a Milano un figliuolo; e se non facessero penitenza di quelle credenze, andrebbero all'inferno. Dal che, e da molti altri riscontri può indursi che la Guglielmina non fosse che una pia donna, e tutto il resto invenzione o fantasia della Manfreda e del Saramita.
A quel processo segue qualche brano d'un altro, fatto il 1295 contro un Mangiarocca muratore, abbruciato per eretico, e un Ventura Rosso che avealo chiamato il miglior suo amico.
Il processo della Guglielmina si connette con quello che fu poi fatto contra Matteo Visconti, poichè nella lettera di papa Giovanni XXII del 1 aprile 1324 ove colpisce questo di anatema, è mentovato come sua prossima parente materna la Manfreda, che asseriva essersi lo Spirito Santo incarnato in una tal Guglielma, lo perchè fu data alle fiamme: e si facea colpa a Matteo di aver molto supplicato per la liberazione di essa, locchè smentisce quei cronisti antichi che lui incolpano d'aver denunziata quella setta. Dalla lettera stessa e da quella data il 1322 dalla chiesa di Valenza diocesi di Pavia, dall'arcivescovo frate Aicardo che nel sinodo Bergolicense fece condannar esso Matteo, appare che altri progenitori di questo erano stati sospetti o condannati d'eresia, cioè il nonno, una zia, Giacomo ed Obizzone: e che Galeazzo, figlio di Matteo, professava gli errori della Manfreda, onde fu arrestato, ma poi rilasciato per le minaccie di Matteo.
Quando Giovanni e Luchino Visconti si riconciliarono colla Chiesa, supplicarono fosse riveduto il processo del loro padre, il quale in fin di vita erasi pentito. Allora Benedetto XII rimproverò severamente l'eccessivo rigore di Aicardo, e annullò le sentenze proferite in quel sinodo. Nos, qui sumus omnibus in justitia debitores, nolentes justitiam denegare, hujusmodi processus et sententias archiepiscopi et inquisitorum, per nonnullos ex fratribus nostris S. R. E. cardinalibus examinari fecimus, et ipsorum relatione audita, nos, una cum eisdem et aliis fratribus nostris in concistorio, ipsos processus et sententias cum maturitate et discussione debitis examinavimus... et inique factos invenimus... et auctoritate apostolica inique facta ac nulla et irrita declaramus etc. La bolla è del settimo anno di Benedetto XII, e riferita dall'Ughelli ne' vescovi di Milano.
Ove nel testo diciamo che i Guglielmiti furono bruciati il 9 agosto leggasi settembre.
Pag. 120, alla nota 26, aggiungi:
Quelle sentenze sono stampate nel Richa, Chiese fiorentine, tom. III, pag. 19.
Alla nota 27, aggiungi:
Il Razzi, nella vita di san Pietro Martire, racconta che un giovane libertino di Firenze, vedendo dipinta in Santa Maria Novella l'uccisione del santo, esclamò: «Oh se fossi stato io, l'avrei ben percosso più gagliardamente». Ed ecco di tratto ammutolì: finchè riconosciuto l'error suo, e chiestone perdono, ricuperò la favella.
Alla casa ove nacque san Pietro in Verona è posta una statua di esso coll'iscrizione: Sum Petrus Martyr nutritus et editus infans his domibus: fiat testis imago mea. Alcuni lo fan di casa Milani, altri di casa Rosini.
Pag. 122, lin. 18, leggi:
Questi scritti sono, la Concordia del nuovo coll'antico Testamento, il Commento sull'Apocalissi, il Salterio delle dieci corde: moltissimi altri gliene vengono attribuiti forse a torto, come un commento a Geremia e Isaia, pieno di profezie contro gl'imperadori svevi, un libro sulla Sibilla Eritrea e sul profeta Merlino, e sulle profezie di Cirillo.
Pag. 130, al fine, si sostituisca quanto segue:
Quel versetto dell'Apocalisse, c. XIV, 6, et vidi alterum angelum volantem per medium cœli, habentem evangelium æternum, parve ad alcuni significar un evangelo che surrogherebbe quel di Cristo: sicchè, dopo l'età del Padre, in cui pontificavano i padrifamiglia, verrebbe l'età del Figlio o del Nuovo Testamento, col sacerdozio celibe e la vita attiva; da ultimo l'età dello Spirito Santo, che comincerebbe al 1260, caratterizzata dalla perfezione e dalla potenza della vita contemplativa de' cenobiti, opposta alla splendidezza de' prelati.
Primo apostolo di quest'ultimo evangelo era stato l'abate Gioachino. Se foss'egli un profeta, o un impostore o un visionario è difficile determinare fra le tante tradizioni che lo resero legendario: certo gli scolastici non osarono attaccarlo finchè visse: potè francamente rimproverare i traviamenti della Chiesa, divenuta feudale; gli errori in cui cadde sulla Trinità furono riprovati solo nel 1215 dal quarto concilio lateranese, però senza nominare quell'abate, benemerito della Chiesa.
Fu tra i discepoli suoi che venerossi l'Evangelo eterno; ma il testo essendone perduto, non possiamo che congetturare sopra quanto ne dissero gli scrittori, principalmente un Concilio d'Anagni ove gli errori ne furono condannati. Secondo loro, l'Evangelo di Cristo non sarebbe stato perfetto, e dovea surrogarsegli questo nuovo della vita contemplativa. All'attuazione dell'antico Testamento presedettero tre grand'uomini, Abramo, Isacco, Giacobbe, quest'ultimo accompagnato da dodici patriarchi: al nuovo tre grandi, Gioachino, Giovanni Battista e Gesù Cristo, accompagnato da dodici apostoli: all'eterno presederanno tre grandi, l'abate Gioachino, san Domenico e san Francesco co' suoi dodici seguaci. Nel 1200 fu abrogato l'Evangelo di Cristo, che nessuno condusse alla perfezione. Ora vi sottentrerà il nuovo. Nel 1260 s'avrà una grande tribolazione, e l'Anticristo apparirà: poi dopo breve pace avverrà nuova tribulazione, ancor più pericolosa perchè tutta spirituale.
Così preparavasi una nuova religione; una riforma ben più radicale di quella del XVI secolo, e non solo religiosa ma sociale, abolendo la proprietà.
Alcuni gioachiniti avendo cominciato a spiegar questo Evangelo nell'università di Parigi, que' dottori, meno ideali e più pratici come sono i Francesi, se ne sbigottirono e lo fecero condannare dai papi Innocenzo IV e Alessandro IV nel 1255, pur usando riguardo ai Minoriti che l'insegnavano. Da ciò nacque che restasse arcano il nome dell'autore, che i più credono Giovanni Burallo da Parma, nato verso il 1209, entrato francescano verso il 1232, professore a Bologna, a Napoli, a Parigi. Divenuto settimo generale de' Francescani, volendo tra questi ripristinare la stretta regola, visitò a piedi tutti i conventi, ove il suo rigore gli procacciò nemici. Da Innocenzo IV spedito a tentar la riconciliazione de' Greci scismatici, acquistò la stima dell'imperatore Vatace, del patriarca, del clero, del popolo, ma nulla conchiuse. Accusato di aderire alle dottrine dell'abate Gioachino, fu nel capitolo generale di Ara Cœli deposto, o indotto a deporsi da generale, e gli fu surrogato san Bonaventura, che ne fece fare il processo. Due suoi discepoli Leonardo e Gerardo rimasero condannati in perpetuo al pane della tribulazione e all'acqua dell'angoscia: per Giovanni intercesse il cardinale Ottoboni, sicchè potette ritirarsi nel convento della Greccia presso Rieti, ove visse trentadue anni. Ottenuto poi d'uscirne per tornare ad apostolar in Grecia, a Camerino morì. Gli si attribuirono miracoli e passò per beato, titolo confermatogli dalla sacra Congregazione de' riti nel 1777.
Ma che l'Evangelo Eterno sia opera sua non pare. Di fatto a principio era piuttosto una dottrina che un libro, sostenuta da mendicanti Predicatori o Minori. A questi dunque fu attribuito il libro quando comparve, ma i Predicatori lo ripudiarono, tanto più che nessun di essi era indicato come autore. Ma fra i Minori si nominò qual autore Gerardo da Borgo San Donnino, altri l'abate Gioacchino, mentre Giovanni da Parma avrebbe fatti il Liber introductorius in Evangelium Æternum. Probabilmente l'Evangelo Eterno non sussistette mai, ma solo per esporne le dottrine si fece quest'Introduttorio; ardito tentativo di consolidar la dominazione degli Ordini mendicanti mediante una nuova religione, perfezionamento di quella portata, dodici secoli prima, da Cristo(1). E appunto Renan, nella Revue des Deux Mondes del luglio 1866, con ricchissima erudizione sostenne che il titolo d'Evangelo Eterno davasi alle tre opere che mentovammo dell'abate Gioacchino. L'Introduttorio che epilogava le dottrine di questo, spesso venne indicato come l'Evangelo Eterno, e sarebbe opera di Giovanni da Parma o piuttosto di Gherardo da Borgo San Donnino nel 1254.
(1) Vedasi un articolo di DAUNOU su Giovanni da Parma, nel tom. XX della Histoire littéraire de la France.
DOM GERVAISE, Hist. de l'abbé Joachim.
MEYENBERG, De pseudo evangelio æterno. Helmstadt 1725.
Pag. 135, alla nota 7, aggiungi:
Nella Biblioteca Magliabecchiana, Manuscritti, classe XXXIV, n. 76, esiste un libro di 121 carte, che taccia d'eresia le decretali di Gio. XXII contro i Fraticelli; il processo e le proteste di frà Bonagrazia da Bergamo, e tutti gli atti relativi alla quistione, e a difesa da frà Michele, con moltissime particolarità anche di persone. Incomincia:
«Questa è una parte degli articholi heretici tratti dalle IIII decretali fatte contro alla povertà di Cristo e degli apostoli per Giovanni di Caorsa detto papa XXII, riprovati.
È sempre violento, e per es.: «Nell'anno XIIII dello suo papato ereticale fece un'altra costituzione, ovvero destituzione, ovvero destruzione, la quale incomincia, ecc.
«Qualunque queste cose latamente e diffusamente saper desidera, ricorra alle opere del venerabile padre maestro frate Michele, per addietro generale dell'Ordine de' frati Minori, nelle reprobazioni della prima, seconda, terza e quarta decretale: ed all'opera del maestro Francesco d'Ascoli sopra la quarta decretale: e all'opere del maestro Guglielmo Ocham sopra alla quarta decretale... ed altro le quali esse feciono, delle quali queste poche cose tratte sono: ma quivi più profondamente si trattano, et pruovasi e mostrasi la verità, e riprovasi l'eresia e la iniquità (carte 21).
Segue un altro trattato della stessa materia;
«In nomine Domini nostri Jesu Christi pauperis crucifixi et gloriosi sancti Francisci. Incomincia il primo motivo della quistione nata nella corte di Avignone nel tempo di papa Giovanni vigesimosecondo, della povertà di Cristo e degli Apostoli, e il processo e l'ordine d'essa medesima quistione». E narra i fatti, cominciando da frà Michele da Cesena. Son carte 62.
Segue la spiegazione d'un'omelia di Giovanni Crisostomo, ove si rincalza sempre la pretesa eresia di papa Giovanni.
Dello stesso argomento è un altro manuscritto, già nella Palatina, Cl. I, 6, di cui vedi PALERMO I, 221.
Contro i Fraticelli così scriveva il b. Giovanni Dalle Celle: «Voi chiamate la Chiesa carnale, perchè usa lo ricchezze, e fate male; imperocchè le ricchezze sono buone a chi le sa bene reggere e governare secondo Iddio. Cristo non solamente ebbe discepoli poveri, ma gli ebbe ricchissimi; e più fede trovò in un ricco centurione, e più umiltà che in niuno del popolo d'Israele, e che non trova sotto cotesti vostri cappucci pieni d'arroganza. E acciocchè Cristo non mostrasse di riprovare le ricchezze, volle istare in casa del ricco Zaccheo; e udendo come molto le dispensava bene, il lodò, e non gli disse che le rendesse. Così il ricco Nicodemo meritò di ricevere nelle sue braccia il santo corpo di Cristo. Così il nobile decurione Giuseppe meritò di avere Cristo nel sepolcro suo. Adunque non si debbe chiamare carnali que' chierici che hanno le ricchezze, se le dispensano bene, come dispensava Cristo quelle ch'erano messe nella borsa che Giuda teneva; e come san Pietro dispensava quel prezzo, che gli era messo a' piedi, delle possessioni che si vendevano; e come le dispensava san Benedetto, luce del mondo, e san Bernardo dottore santissimo. E la Chiesa di Dio, avvegnachè sia dall'oriente all'occidente, nondimeno per dignità e autorità riluce ed e più possente nella sedia di san Pietro, che in niun altro luogo. Onde dice san Bernardo, che stando Cristo sul renajo, chiamò gli apostoli; e tutti andavano a lui, ciascheduno in su le navicelle loro, ma solo san Piero non andò con la navicella, ma andò per lo mare; a significare ch'egli era generale pastore. E perciò la Chiesa Romana è capo di tutto le altre, e principale sposa di Cristo. E voi dite che grande falsità è appropriare al papa quello che significa tutta la Chiesa, cioè l'arca; e dite ch'è arca di vizj e non di Cristo. Oh eretico miserabile! tu fai ingiuria a Cristo, bestemmiando la maestade e il vicario suo. Onde di voi parla Giuda apostolo nella sua epistola, e dice: E' bestemmiano la maestade! E tu fosti, o misero ardito, di bestemmiare colui ch'è più che uomo? Con che coscienza il secolare può giudicare il religioso, la pecora, il pastore, il cieco, l'illuminato della santa scrittura, il morto il vivo? Morti gli chiama il Signore, quando disse al discepolo: «Lascia sotterrare a' morti i morti». E il salmo dice: «Come i morti del secolo». Non porre dunque mano all'arca di Dio, cioè al sommo pontefice; e le stelle de' religiosi (così chiama la Scrittura) non iscurare co' nugoli della tua ignoranza e superbia.
«Or vediamo che segnali hanno i veri vangelisti. Disse Gesù: «In questo conosceranno che siete miei discepoli (cioè veri vangelisti) se voi v'amerete insieme». E ancora: «Di niuna cosa è il mio comandamento, altro che dell'amore» a dimostrare che la legge del cristiano e il vero vangelo, è l'amore. Ancora, il vero vangelista è colui che sta nella comunione e unione della Chiesa e de' suoi membri. E acciocchè questa unità fosse ne' veri vangelisti suoi, Cristo orò al Padre più volte, e disse: «Padre, conserva costoro nel nome mio, acciocchè siano una cosa come noi». Ancora, per tutti coloro che dovevano credere in Lui orò per questa unità: cinque volte priegò per questa unità, la quale voi miseri avete divisa e squarciata. Adunque, questo è il vero vangelo, amore e unità; delle quali virtù vi siete così pericolosamente ispartiti. E la seconda parte, nella quale istà il santo vangelo, si è la croce. Della quale Cristo parla, e dice: «Chi vuol venire dopo me (cioè, chi vuol essere vero vangelista) tolga la croce sua, e seguiti me». La quale croce voi fuggite quanto potete. Che è croce? È una mortificazione della propria volontà, e di tutti i sensi; e questa è la vera obbedienza. Di questa dice san Paolo di Cristo: «Fu fatto obbediente infino alla morte, e morte di croce». E Cristo di se medesimo dice: «Non venni per fare la mia volontà». Ma voi dietro a Cristo portate una croce con Simone Cireneo, per prezzo temporale; il quale è vanagloria, prezzo di tutti gl'ipocriti; e siete lodati in Firenze dalle femminelle e dagli uomini ciechi, e queste lodi vi sono tutte veleno. Voi predicate, e non siete mandati a predicare; e chi non è chiamato o mandato, non dee predicare. E sempre tutti gli eretici, dice un santo dottore, ebbono una intenzione, cioè acquistare gloria della singolarità della scienza. E l'empietà e malignità della loro singolarità intitolano col nome della religione; e non sono contenti d'abbandonare la via, ma ingegnansi di disertare la vigna di Dio. Ma tieni quello che ti dirò, come parola di verità: infine a tanto che tu non ti vedi peccatore e gli altri giusti, ma farai il contrario, tu se' nelle tenebre, figliuolo di superbia e di presunzione» (Mss. nella Magliabecchiana).
Pag. 136, nota 13, aggiungi:
Contro di frà Dolcino, che tenea la spada in una mano, il calice della voluttà nell'altra, mossero le genti di Trivero, di Mosso e di Biella, e guidati da Rainero degli Avvocati vescovo di Vercelli coll'immagine della Madonna d'Oropa, li sconfissero.
Pag. 154, alla nota 19, aggiungi:
La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel Calendario Evangelico che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando Piper, professore di teologia in quella università, nel 1865 trattò di Dante und seine Theologie. Conviene egli che Dante pone come supremo bene Iddio, nè poter l'uomo raggiunger esso bene se non acquistando la beatifica visione: questa acquistarsi colle virtù teologiche: alle quali ci ajutano le sacre carte, l'esperienza e la ragione, che però nelle cose soprasensibili piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non può dirsi uscito dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano dritto alla evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle membra, e quanto al poter temporale: ma anche nel dogma. In fatti (è sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l'infallibilità del papa, giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non ammette che niun altro che il presbiterato possa ingerirsi nella Chiesa, poichè egli stesso se ne ingerisce raccomandando la riforma: non ammette che le decretali possano esser fonte del vero quanto le sacre carte.
Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar uno dalla nostra unità.
Pag. 183.
Meritava qualche maggior discorso questo Matteo Palmieri. Come ambasciadore della repubblica fiorentina, accompagnando Alfonso re di Napoli a Cuma, finge che la Sibilla lo conduca ai Campi Elisi; e, seguendo un'opinione di Origene, figura che le anime nostre siano gli angeli che non si ribellarono al Dio, ma stettero indifferenti, sicchè Iddio le prova in questo mondo, finchè dopo molto errare, tornino alla città di vita.
Sono tre canti in terzine; non furono mai stampati, ma rumor grande se ne levò. Il Tritemio, il Genebrardo, Giosia Simler, Elia Dupin, Giovanni Rioche, Oudin, Vossio, Zeno ed altri dissero che Matteo fu bruciato come eretico, e lo Zilioli lo fa ardere in Cortona, appoggiandosi alla cronaca di frà Filippo da Bergamo, che però non dice nulla di ciò. Altri (come il Gelli ne' Capricci del Bottajo) vogliono ne fosse disotterrato ed arso il cadavere, o almeno gittato fuor di terra sacra.
Bruciar solo il libro si fa dal Giovio, dal Guazzo, dal Lami; mentre il Verino, il Landino, Giovan Matteo Toscano ed altri si limitano a dire che fu proibito. Alcuni poi nominano l'autore senza nulla accennare di tutto ciò; il che viene preso per un'artificiosa dissimulazione, ne, conchiude il Vossio, hominis eruditi beneque meriti de literarum studiis nomen ac gloriam labe non exigua aspergere viderentur.
Il Richa, nelle Chiese Fiorentine, s'estende a ridur queste asserzioni al vero, provando che l'autore ebbe solenni esequie il 1475, e Alemanno Rinuccini recitogli l'orazione funebre, ove leggesi: Postremo etiam poeticam ausus tentare facultatem, hunc, quem suo pectori suppositum cernitis pergrandem librum, ternario carmine composuit, quem propterea Vitæ Civitatem nuncupavit, quod animam terreni corporis morte liberam, varia multiplicia loca peragrantem, ad supernam tandem patriam civitatemque perducit, ubi beato fruatur ævo sempiterno.
Il Palmieri era stato tenuto in onore da' suoi contemporanei, deputato dalla patria al Concilio ivi adunato, ambasciadore a pontefici, e il suo libro scrisse con buona intenzione, e al fine notò Laus honor imperium et gloria sit omnipotenti Jesu Christo per infinita sæcula sæculorum. Amen.
Compiuto il suo lavoro, lo diede a censurare al canonico Leonardo Dati, che fu poi segretario del papa e vescovo di Massa; il quale lo ringraziò di questo præclarum opus, mihi longe gratissimum; e che sarebbe meritorio per lui, e utile ai Cristiani, cui ajuterebbe ad acquistare la città eterna.
Il suo ritratto restò sull'altare di San Pier Maggiore, in atto d'adorar la Madonna in un quadro, dipinto da Sandro Botticelli, ma invenzione d'esso Palmieri, che rappresentava l'Assunta, con zone d'angioletti che le facean corona. Sparsesi strane voci sul libro di lui, e accolte colla leggerezza che suole il pubblico, si credette scorgere eresia anche nel quadro; ognuno vi riscontrò quel che più voleva; tanto che gli ecclesiastici dovettero coprir quella tela, finchè, passato il bollore, la restituirono alla venerazione.
Pag. 198, alla nota 35, aggiungi:
Gaspare di Verona, cronista pubblicato da G. Marini Degli Archiatri Pontifizj, Roma 1784, appendice al vol. II, p. 179, dice che Paolo II amava raccogliere manuscritti, statue, pitture, medaglie, e n'era giudice competentissimo. Francesco Filelfo scrive a Leonardo Dati: Quod non debetur et a me et a doctis omnibus summæ immortalique sapientiæ Pauli II? Epist. L. XXX. E vedasi QUIRINI, Pauli II vita, præmissis vindiciis adversus Platinam aliosque detractores. Roma 1740.
Pag. 210, lin. 2, aggiungi in nota:
(1) Bisogna fosse comune l'uso di ciarlar in chiesa, perocchè il Vespasiano nella vita di sant'Antonino scrive: «Andando in Santa Maria del Fiore il dì quando si cantava il divino ufficio, dove erano quelle pancate delle donne a sedere con questi iscioperati e vani giovani intorno, l'arcivescovo dava una volta intorno dove egli erano, e non v'era niuno che non si partisse, per la riverenza e timore che avevano di lui».
Pag. 210, lin. 24, leggi:
detto, il Mantovano, che fu generale dei Minoriti(1).
(1)
Venalia nobis Templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronas, Ignis, thura, preces, cœlum est venale, Deusque... Ita lares italos et fundamenta malorum Romuleas aras et pontificalia tecta Colluviem scelerum.
De calamitate temporum, lib. 3.
Pag. 212, lin. 7 ultima, aggiungi in nota:
Revelatio sanctæ Birgittæ, lib. I, c. 41, edizione romana 1628.
Pag. 259, alla linea terz'ultima, leggasi:
Questo Ulrico di Hutten, nato a Eberstein il 1488... a sedici anni fuggì dal convento, studiò qua e là, e a Pavia nel 1512; messosi, ecc.
Pag. 260, lin. 6:
Oltre una ad Maximilianum in Venetos exhortatorium, le conquiste de' quali dichiara pesca insidiosa; tanto più dacchè osò illa tridentinos invadere montes: e dice che
Vendidit hæc Turcis urbes, hæc vendidit aras Hæc Bysantenum prodidit imperium;
dei Tedeschi son tutte le vittorie: Cesare solo, padrone della terra come Dio del cielo, sovrano de' mortali come Giove degli Dei; deve punir Venezia, domare la penisola:
Non opus est flavi ducantur in arma Britanni, Atque armet populos Gallia magna suos. Adde nihil nobis, si quid Germania priscæ Laudis habet, si quid martia turba potest.
Bastano i Tedeschi, purchè le Alpi del Tirolo versino come un torrente il cavaliere di Franconia, il cacciatore dell'Assia, il gigantesco Vestfaliano, il Sassone reso invincibile da un fiasco di vino, e tutti i guerrieri cui nutrono la pescosa Marca, la fertile Turingia, le sponde dell'oceano germanico. Tempo è che l'Italia riconosca il suo padrone, e Roma lo coroni: i poeti germanici sono pronti a celebrare il vincitore.
Pag. 260, lin. 12, aggiungi:
Scorre l'Italia insultandola(1).
(1)
Dicit io quia se novit Germania, dicit Mobilis Italia est: nobilis ante fuit.
Pag. 260, lin. 21, aggiungi:
Pubblicò pure una raccolta di lettere del XI secolo, De schismate quod fuit inter Henricum IV imperatorem et Gregorium VII, ove trasportandosi nel calore della lotta fra il pastorale e la spada, esortava l'imperatore a ripigliar la sua delegazione divina, pari a quella del papa, e vergognarsi di aver baciato il piede del pontefice. E sempre egli mostrasi furibondo contro i papi, perchè difesero l'indipendenza italiana dagli Enrichi, dai Federichi, dai Carli.
Pag. 260, lin. 25, aggiungi:
Nel Vadiscus si riuniscono le tre opposizioni della letteratura, della politica, della religione, esaminando come Roma usi di questo triplo potere intellettuale, politico, religioso. Impedisce di stampar Tacito; occupa Roma, capitale dell'impero, e non soffre che l'imperatore sia re di Napoli: ha prelazioni e nomine, riserve di casi papali, indulgenze, Concilj; pure non vivit sine capite corpus, neque auferre caput necesse est: tantum inde resecare quæ vitiosa sunt. È la terra italica, l'aria romana che viziò la fede dell'unità cattolica, e in conseguenza la Chiesa. I Romani non si occupano che di passeggiare, palleggiare, amoreggiare: se pensano è per fraudare, mentire, spergiurare: i ricchi vivono del sudore de' poveri, di usura, di spogliare i Cristiani: i poveri vivono d'erba, d'aglio e cipolle. Il caro dei viveri, la perfidia, l'incostanza del cielo rendono insopportabile il soggiorno di Roma: se ne riporta cattiva coscienza, stomaco guasto, borsa vuota. In questa grande taverna, dove si trovano uomini d'ogni nazione, denari d'ogni conio, conversazioni in ogni lingua: dove non s'incontra che cortigiani, preti e scrivani: dove si vaga tra luoghi santi e luoghi sospetti e vecchie ruine: è impossibile conservar la fede nelle cose sante, la fedeltà ai giuramenti e la sanità: si lavora incessantemente a tre cose senza mai compirle: la santificazione delle anime, il restauro delle chiese, la crociata contro il Turco. Nulla vi si beffa tanto come gli esempj antichi, il pontificato di Pietro, il giudizio finale: nulla v'è creduto meno che l'immortalità dell'anima, la comunione de' santi, le pene eterne. Vecchio oro, donna giovane, messa corta, ecco i desiderj». E altrove: «No, a Roma non è la vera Chiesa. Come? Questa città ove di pien giorno s'incrociano, con cardinali e frati, femine da conio e spadaccini venali; ove carri, cavalli, muli, asini minacciano schiacciarvi, sarebbe la capitale del mondo cristiano? Cotesta folla di chierici d'ogni colore e vesti, avvocati, auditori, notari, procuratori, cancellisti, tabellioni, che passa la vita a suggere il nostro sangue e sudore, e ci rincarano ogni anno il regno de' Cieli, sarebbe la Chiesa?»(1)
(1) Klag und Vermahnung wider den Gewalt des Pabst. Dice aver preso a scrivere tedesco per essere capito da tutti.
Latein ich von geschrieben hab Das was eim iedem nit bekandt Jetz schrei ich an das vaterlandt.
Pag. 269, alla nota 5, premetti:
Qui chalybe et duris amicitur Julius armis, Terribilis barba, terribilisque coma, Cui torvos horrore oculos frons occulit atros, Tartareæ ignescunt cujus in ore minæ. Fraude capit totum mercator Julius orbem, Vendit enim cœlum, non habet ipse tamen.
Pag. 269, alla nota 7, soggiungi:
A Croto Rubiano:
De statu romano epigrammate ex urbe missa. Vidimus Ausoniæ semiruta mœnia Romæ, Hic ubi cum sacris venditur ipse Deus. Ingentem, Crote, pontificem sacrumque senatum, Et longo proceres ordine cardineos. Tot scribas, vulgusque hominum nihil utile rebus, Quos vaga contecto purpura vestit equo, Tot, Crote, qui faciunt, tot qui patiuntur, et illos Orgia qui vivant cum simulant Curios, Romanas, neque enim Romanis, omnia luxu, Omniaque obscœnis plena libidinibus. Desine velle sacram, imprimis, Crote, visere Romam. Romanum invenies hic, ubi Roma, nihil.
Pag. 270, alla nota 21, aggiungi:
Nell'Indice de' libri proibiti è notata Epistola contra vitam monasticam ad Bernardum Mattium collegam olim suum, dell'Alciato.
Pag. 271, alla nota 33, aggiungi:
KERKER, Erasmus und sein theologischer Standpunkt, nei Theol. Quartalch. di Tubinga 1839.
Pag. 297, alla nota 19, aggiungi:
Hutten, nel dialogo Febris prima, rinfaccia al Cajetano d'esser venuto solo a sossoprar la Germania, e fare buona vita: dorme nella porpora, mangia nell'oro; vive così delicato che giudica nessun tedesco esservi che possa vantarsi di possedere un palazzo: condanna le pernici e i tordi perchè non somigliano a quelli d'Italia; fa le boccacce alla selvaggina delle foreste germaniche; trova insipido il pane; e tracannando il vin del Reno, rimpiange quello d'Italia.
Pag. 319, lin. 5 ultima, aggiungi in nota:
Il Gioberti, nelle opere filosofiche, vuol provare che l'essenza dell'eterodossia consiste nell'idea panteistica; Lutero e Calvino furono fatalisti, e il fatalismo è logicamente inseparabile dal panteismo. Zuinglio poi lo professa, giacchè nel trattato della Provvidenza, dice: Creata dicitur, cum omnis virtus numinis virtus sit, nec enim quidquam est quod non ex illo, in illo et per illud, immo illud sit; creata virtus dicitur eo quod in novo subjecto et nova specie, universalis aut generalis ista virtus exhibetur. E non intende solo dell'universalità di Dio come causa prima, poichè soggiunge: Cum autem infinitum, quod res est, ideo dicatur, quod essentia et existentia infinitum sit, jam constat extra infinitum hoc esse nullum Esse posse... Cum igitur unum ac solum infinitum sit, necesse est præter hoc nihil esse.
Tornavasi dunque al panteismo idealista de' Nominali del medioevo, che già insegnavano l'unità e universalità delle cose, la necessità di quanto succede, e perciò anche del male; l'uomo incatenato dai decreti della provvidenza: il fedele sciolto dalla legge morale; la certezza infallibile della salute, cioè il ritornar di tutti gli uomini a Dio.
Pag. 352, alla nota 37, aggiungi;
Anche Ulrico di Hutten scriveva: Atqui non sum luthericus, verum magis quam luthericus, hostili adversus impiam Romam animo (Bulla, dialog.). E ad Erasmo: Jam palam clamant isti omnium horum auctorem te esse, atque ab hoc fonte omnia profluxisse.
Pag. 353, alla nota 46, premettasi:
Della spedizione del 1532 contro i Turchi faceano parte i capitani italiani Guido Rangone, Gabriele Martinengo, Alfonso del Vasto, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello. G. B. Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga: il duca di Ferrara mandò cento cavalleggeri: il papa stipendiò diecimila cavalli ungheresi a guerra finita. Suo nipote cardinale ecc.
Pag. 371, alla fine, aggiungi in nota:
Una lettera del 25 maggio 1538, di cui esiste la minuta nella Magliabecchiana (Manuscritti classe VIII, 51), al nunzio di Spagna, parla a lungo della politica di Clemente VII, e come il suo intento, nel colloquio di Marsiglia, non fosse già di maritare la nipote, bensì di conciliare l'imperatore col re, dar assetto all'Italia, e soprattutto riparare all'eresia. A quest'effetto credeva opportuno il Concilio, e l'assenti all'imperatore colla sola condizione che ne fossero contenti anche gli altri principi. Che se dalle risoluzioni del papa derivano poi effetti cattivi, non sono da imputare più che quel padre di famiglia del Vangelo, che seminò buon grano, ma il nemico sorvenuto ne sopraseminò del cattivo.
Pag. 373, alla nota 3, inserisci:
Luigi Gradenigo, ambasciadore veneto a Roma, nella sua relazione del 1523, dice che Adriano fu eletto dopo un'orazione in lode di esso, recitata dal cardinale Cajetano, il quale mostrava come non potesse scegliersi uno di vita migliore. Anch'egli attesta lo stupore successivo de' cardinali, ed è persuaso che rimarrebbe in Ispagna, anzichè venire a Roma.
Pag. 374, alla nota 19, aggiungi:
Intorno ad Adriano VI molto si occupò, e in senso ostile, il signor G. A. Bergenroth nella recente opera Calendar of State Papers, relating to the negotiations betwen England and Spain, preserved in the Archives of Simancas and elsewhere. Londra 1867. Il secondo volume comprende gli anni 1509-1525. Vi sono le trattative per far papa il famoso Wolsey e quelle pel divorzio di Enrico VIII. Un contemporaneo, riferito dal Bergenroth, dice di Adriano: Quamvis simulatione ingenii et errore hominum ad pontificatum obrepsisset, tamen, si ejus in privata vita doctrinam et eminentem, quam quotidie sacris faciundis ostentabat, religionem spectes, inter optimos antistites haberi poterat. Sicuti contra, si post adeptum pontificatum ejus avaritiam, crudelitatem, ac principatus administrandi inscitiam considerabimus, barbarorum quoque quos secum adduxerat, asperam feramque naturam, qui sine ingenio et humanitate erant, intuebimur, merito inter pessimos pontifices referendus videtur.
Pag. 375, alla nota 29, aggiungi:
Trattavasi dunque della difesa, non solo del dogma ma dell'intera società, e ciò darebbe spiegazione delle istruzioni che il Campeggi stesso presentò all'imperatore, e che il Ranke dice avere trovate in una biblioteca a Roma. Gli insinuava in quelle d'adoprar promesse e minaccie e alleanze con principi cattolici onde restaurare la fede: e «quando alcuni perseverino nella diabolica via, metta mano alla vanga di ferro per isvellere dalle radici la pianta velenosa. Quel che più monta è di confiscare i beni dei pertinaci, e mandar buoni e santi inquisitori, che con somma diligenza ne cerchino ogni avanzo, e procedano contro di essi colle norme che in Ispagna si praticano coi Marrani. Sia scomunicata l'Università di Wittenberg, e dichiarati indegni de' favori imperiali e papali quei che vi compiono gli studj. Si mandino al fuoco i libri d'eretici; nessuno di questi sia tollerato alla Corte; i frati disertori siano rimessi ne' loro conventi. Ma sopratutto fa mestieri di vigorosa esecuzione: quand'anche la maestà vostra non colpisse che i principali, ne trarrebbe molto denaro, ben necessario per guerreggiare i Turchi».
Vedi LEOP. RANKE, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation. Berlino 1852, tom. III, pag. 186, e Die römischen Päbste. Berlino 1854, tom. I, p. 112: tom. III, p. 27. Instructio data Cæsari a. r. Campeggio. Il Ranke crede autentica quell'istruzione, e in fondo essa mira solo a colpir i principi ribelli in quello ove peccavano, cioè nell'usurpazione dei beni della Chiesa, col titolo di osteggiare i Turchi. Ai 10 giugno 1530 Carlo V entrava in Monaco, e fra altre feste, furono rappresentati Ester e Assuero, Tamiri e Ciro, Cambise. Il Campeggio disse all'imperatore che quei fatti «potrebbero applicarsi agli eretici, contro i quali, se non vorranno la pace di Dio, si userà la verga ferrea». E l'imperatore rispose che «non col ferro ma col fuoco era mestieri castigarli» (Ap. LAEMMER, Mon. vat., p. 38). Cioè l'imperatore credea necessario un rigor maggiore che non la verga ferrea, che non la punizione legale, giacchè di questa, non di uccisioni intendeva il Campeggio. Certamente la lettera circolare che l'imperatore, d'accordo col papa, stese a Bologna per convocare la dieta d'Augusta, è tutta dolcezza e studio di concordia.
Vero è che altre volte il Campeggio esortava a sveller l'eresia con ogni modo. «La cattolica maestà vostra si disponga di voler al tutto estirpar queste eresie... Ed in questa gloriosa, santa, e ben veramente cattolica impresa... mostrerassi a tutto il mondo, siccome è col nome, così eziandio esser nelle operazioni sue vero ed indubitato successore di quel Carlomagno, del quale, fra le più magnanime imprese ancora risuona la fama della espugnazione che fece delli Sassoni, con la quale fu stabilita allora la santa e cattolica fede». Parere del legato Campeggio apud LANZ Staatspapiere, pag. 49. Ed al Campeggio scriveva il cardinale Salviati: «Sua santità giudica il medesimo che lei, che la parte infetta di Germania possa mai sanarsi se non con ferro e fuoco, e quando sua maestà cesarea si risolvesse di pigliarla per tal via, sua beatitudine dal canto suo non è per mancare d'ajutare la maestà sua con tutto quello che potrà» (13 luglio 1531, ap. LAEMMER).
Fra le ragioni che il papa adduceva per non ajutare di denari quelle guerre, era l'essersi esausto per le somme che avea date all'esercito imperiale acciocchè non saccheggiasse Firenze dopo l'assedio.
Sui maneggi d'allora buoni indizj reca Giuseppe De Leva nella Storia documentata di Carlo V in correlazione all'Italia, che si pubblica ora a Venezia per fascicoli.
È notevole che Melantone, al congresso d'Augusta, asseriva trattarsi solo d'una leggiera dissomiglianza di riti (la confessione particolareggia il matrimonio de' preti, la messa privata, il calice ai secolari), ma i nostri capivano che la quistione era se le istituzioni ecclesiastiche fossero d'origine divina o di umana.
Pag. 381, alla nota 7, premetti:
Versi in appendice al libro di Lorenzo Humfred, _Johannis Juelli Angli vita et mors_. Londra 1573, ove pure si legge:
Prædicet assiduo divinum Martyra Tuscus, Calvinumque suum Gallia in astra ferat.
(Va trasportata in questa nota la 3 del Discorso XXIX).
Pag. 399, lin. 32, in nota aggiungi:
Gl'intendimenti del Flaminio appajono da questa lettera alla signora Teodorina Sauli.
«L'affezione che porto a vostra signoria per l'amore ch'ella porta a Gesù Cristo nostro Signore mi fece scrivere quella che le scrissi. Ma se io fui presuntuoso ed arrogante, vostra signoria è tanto più umile e modesta pregandomi ch'io le insegni a edificar sopra quel fondamento che si contiene nella mia... Tre cose so per qualche esperienza che giovano sommamente alla edificazione della vita spirituale. E sono: l'orazione mentale, l'adorazione cristiana e la meditazione. Per orazione mentale intendo un desiderio fervente d'impetrare da Dio alcuna cosa: e le cose le quali principalmente dobbiamo desiderare d'impetrare da Dio sono la fede, la speranza e la carità; e perchè l'uomo può sempre desiderare, per conseguente può sempre orare, come ci esorta san Paolo che facciamo. La fede cristiana consiste nel dar credito a tutte le parole di Dio, e in particolare all'Evangelio di Cristo. L'Evangelio non è altro che la felicissima nuova, che hanno pubblicata per tutto il mondo gli apostoli, affermando che l'unigenito figliuolo di Dio vestitosi della nostra carne, ha satisfatto alla giustizia del suo eterno padre per tutti i peccati nostri. Chi crede questa felicissima nuova, crede l'Evangelio, e dando fede per dono di Dio all'Evangelio, si parte dal regno del mondo, ed entra nel regno di Dio, godendo del perdono generale; diventa di creatura carnale, creatura spirituale; di figliuolo di ira, figliuolo di grazia, di figliuolo di Adamo, figliuolo di Dio; è governato dallo Spirito Santo; sente una giocondissima pace di coscienza; attende a mortificare gli affetti ed appetiti della carne, conoscendosi morto col suo capo Gesù Cristo; attende a vivificare lo spirito, e a vivere una vita celeste, conoscendosi resuscitato col medesimo Gesù Cristo. Questi e altri stupendi effetti fa la fede viva nell'anima del cristiano, e per ciò dobbiamo sempre instare con l'orazione al signor Dio che ce la doni e ce l'accresca, se l'abbiamo. La speranza cristiana consiste nell'aspettare con pazienza e con desiderio e allegrezza continua, che Dio adempia in noi quelle promesse ch'egli ha fatto a tutti i membri del suo diletto figliuolo, promettendo di farli conformi all'immagine gloriosa di lui, il che sarà adempiuto quando, fatta la resurrezione de' giusti, saremo glorificati nell'anime e nei corpi. Chi ha questa speranza grida sempre col cuore, Adveniat regnum tuum: il qual regno allora verrà perfettamente, quando Gesù Cristo, dopo il giudicio universale, consegnerà il regno al suo eterno padre. La carità consiste nell'amare Dio per se stesso, ed ogni cosa per Dio, dirizzando tutti i pensieri, tutte le parole e tutte le operazioni a gloria di sua divina maestà. La qual cosa non potrà mai fare chi non crede all'Evangelio, e chi non gusta colla speranza i beni della vita eterna. Adunque il cristiano dee vivere in un continuo desiderio che Dio gli accresca la fede, per la quale si conosca giustificato, e fatto figliuolo di Dio per li meriti di Cristo; che Dio gli accresca la speranza per la quale aspetti con desiderio la risurrezione de' giusti; che Dio gli accresca la carità, per la quale ami Dio con tutto il cuore, odiando l'amor proprio, fonte d'ogni peccato. La carità sostenta la fede e la speranza, perchè l'amore fa che l'uomo creda e speri facilmente. La speranza della vita eterna fa che il cristiano non si curi della vita presente, e per conseguente è modesto e umile nelle prosperità, e forte e paziente nelle avversità. La fede viva ci mantiene incorporati in Cristo, e per conseguente vivificati dallo spirito di Cristo, il quale è spirito fecondissimo, e perciò nell'anima del vero cristiano produce frutti dolcissimi, come è la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà e la speranza. L'anima, che si sente del tutto sterile di questi ed altri simili celesti frutti, tenga per fermo che non ha in sè lo spirito di Cristo, e chi non ha lo spirito di Cristo non è di Cristo, come dice san Paolo.
«L'adorazione cristiana consiste in spirito e verità, e allora il cristiano adora in spirito e verità, quando si umilia sotto la potente mano di Dio, benedicendo il suo santo nome in ogni tempo, e ringraziandolo di ogni cosa sì avversa che prospera, tenendo per certo che niuna cosa gli avviene senza la volontà di Dio. Con la quale volontà conformando la sua, il cristiano viene ad unirsi con Dio, e diventa uno spirito con essolui, e gode una tranquillissima quiete, sicuro da tutti i tumulti ed errori del mondo: perciocchè vengano pur sopra di lui le infermità, la persecuzione, la povertà, la perdita de' figliuoli, e tutte le altre avversità, che egli le riceve con la faccia allegra e serena, sapendo che vengono per volontà di Dio, la quale egli ha fatta sua, volendo tutto quel che vuol Dio, il quale usa di purificare nella fornace delle tribulazioni le anime de' suoi eletti, conducendogli alla felicità del paradiso per quella medesima via che condusse l'unigenito suo figliuolo Gesù Cristo.
La meditazione consiste nel pensare a Dio e alle sue perfezioni, e ai beneficj, i quali dalla sua onnipotenza, sapienza e infinita bontà sono comunicati liberalissimamente a tutte le creature, e particolarmente a veri cristiani, e consiste nel pensare a Gesù Cristo passibile e mortale, a Gesù Cristo impassibile e immortale. In Gesù Cristo passibile e mortale considera il cristiano l'umiltà, la mansuetudine, la carità, l'obbedienza a Dio, l'estrema povertà e le continue ignominie e persecuzioni, le quali finalmente l'uccisero acerbissimamente sul legno della croce. Questa cose considera ogni giorno il vero cristiano per imitare il suo maestro, per diventare umile, mansueto, amorevole, obbediente a Dio, per vincere la vergogna del mondo, per essere paziente e costante nelle tribolazioni, e pigliare la sua croce ogni giorno, e seguire arditamente il suo signore. In Gesù Cristo impassibile e immortale e glorificato, considera il cristiano, che egli per la sua obbedienza è stato esaltato da Dio ad un'altissima sublimità, e ha acquistato un nome, che è sopra ogni altro nome: considera che egli è nostro pontefice, perciocchè intercede ogni ora per noi; che è nostro Signore, perchè ci ha redenti e comperati col suo preziosissimo sangue: che è nostro re, perciò che ci governa col suo spirito santo, così nelle cose temporali come nelle spirituali; che è nostro capo, perciocchè, siccome dal capo umano discende una virtù che dà vita e sentimento a tutto il corpo, così da Cristo glorioso discende ne' suoi membri mistici una virtù divina, che li mistifica d'una vita sempiterna, e gli empie di doni e sentimenti spirituali e celesti; considera che egli ci porta un infinito amore; che ha più cura di noi che non abbiamo noi medesimi; che copre con la purità e perfezione sua tutte le nostre imperfezioni; che abita col suo spirito nelle anime nostre, e che finalmente ci farà abitare seco in paradiso, glorificandoci a immagine della gloria sua. Chi sarà colui che, considerando queste cose stupendissime con fede, non abbruci d'amor divino? che non s'innamori ardentissimamente di Dio e di Cristo? che non giudichi, e tenga per un vilissimo fango tutti gli onori, tutte le ricchezze, e tutti li contenti e piaceri del mondo? che non consacri l'anima sua e il corpo suo al suo Dio e a Cristo?
Signora mia, pensate sempre a Dio e a Cristo, e viverete una vita celeste in terra, vedrete in ogni cosa Dio e Cristo, farete ogni cosa per gloria di Dio e di Cristo, e amerete ogni cosa per amor di Dio e di Cristo.
Signora mia, in Cristo osservandissima, per obbedirvi mi son condotto presuntuosamente a parlare delle cose spirituali, nelle quali mi conosco poco esperto: ma siami conceduto di errare per questa volta; per l'avvenire cercherete persone sufficienti a tanta impresa, e lascerete stare me nel mio silenzio, pregando il signor Dio che mi dia orecchie da udire quello che egli parla secretamente al mio cuore. Prego sua divina maestà, che vi faccia sempre orare, adorare e meditare ad onore e gloria sua».
In Napoli il giorno XII di febbrajo MDXLII.
Pag. 414, alla linea 9, aggiungi:
Michelangelo e Vittoria Colonna consolavansi della lontananza scrivendo, ma ella gli mandava di frenarsi, «chè, volendo continuare con tanto calore, io mancherei di stare la sera con le suore nella cappella di Santa Caterina, e voi di andare di buon'ora a lavorare a San Pietro: e così l'una mancherebbe alle spose di Cristo, l'altro al suo vicario».
La frase non è d'eretica a eretico.
Pag. 416 in fine, aggiungi in nota:
È rimasto fra' nomi più esecrati Fabrizio Maramaldo, l'uccisore di Ferruccio. La marchesa di Pescara scrive al principe d'Orange una lettera, ove esalta le virtù di Maramaldo, «malgrado che le cattive informazioni che oggidì usano possano far dubitare a vostra eccellenza esser possibile cosa, remota da ogni possibilità»: attesta che il fu suo marito ne sperimentò molte volte le virtù, sincerità e fede, e parrebbele strano che la candida fede d'un tal cavaliere, affinata per tal mano, la malizia d'un tristo potesse offenderla.
Pag. 425, alla nota 18, aggiungi:
Le lettere del Flaminio, del Vergerio, d'altri sospetti d'eresia trovansi nella prima edizione di Aldo, e anche nella seconda fatta in Venezia il 1549 con privilegio di Paolo III: ma nelle successive sono levate, è perfin taciuto il nome di siffatti ogniqualvolta ricorra in lettere altrui.
Pag. 426, alla nota 24, aggiungi:
Nel pubblicare le lettere del cardinale Polo, il cardinale Querini non conobbe le molte che stanno nell'archivio de' Frari a Venezia; 349 delle quali sono scritte fra il 1548 e il 1558, con molte altre indicazioni relative alla storia inglese d'allora. Vedi Report upon the documents in the archives and public libraries of Venice, by THOMAS DUFFUS HARDY ecc. Londra 1867.
Pag. 427, alla nota 26, aggiungi:
Durante quella guerra, il cardinale Farnese incaricò Brunamente Rossi, governatore d'Orvieto, di visitare spesso la marchesa di Pescara, in aspetto per onorarla, in fatto per ispiarla. Il 1 aprile 1541 egli scriveva al cardinale: «Non sono mancato, nè mancherò di visitare la signora marchesa con quella maggior gratitudine che sia possibile, in nome di vossignoria reverendissima ed illustrissima. La quale, tanto in parlare, quanto nelle altre azioni sue, si dimostra tanto devota e affezionata di nostro signore e di vossignoria reverendissima ed illustrissima quanto si possa. Sua Eccellenza si è rinserrata nel monastero di San Paolo, sola con due serve. E due servitori tiene di fuori, che la provvedano di quanto le fa mestieri. E vive con quella religione che soglion vivere le persone di santa e onesta vita».
VOLUME II
Pag. 6, linea 6, aggiungi in nota:
Alessandro Farnese duca di Parma, che, mandato governatore delle Fiandre a nome di suo zio Filippo II, acquistò gloria col reprimere i Protestanti di colà, fu denunziato all'Inquisizione spagnuola come sospetto di luteranismo e fautore degli eretici, e che mirasse, col favor di questi, a farsi re de' Paesi Bassi: molti testimonj appoggiavano ciò, ma non bastarono a convalidare l'accusa.
Pag. 11, mettasi in nota:
Giovanni Guidiccioni, uno de' pochissimi poeti patriotici di quel secolo, ha un sonetto ove si lagna che l'aquila imperiale minacci e guasti l'Italia, e intanto
Non vede i danni suoi, nè a qual periglio Stia la verace santa fè di Cristo Che (colpa io so di cui) negletta more.
Ha pure tre sonetti in lode dell'Ochino quando predicò a Lucca:
O messaggier di Dio, che in bruna veste, L'oro e i terreni onor dispregi tanto, E nei cor duri imprimi il sermon santo Che te stesso e più 'l ver ne manifesta. Il tuo lume ha via sgombra la tempesta Del core ove fremea, dagli occhi il pianto. Contra i tuoi detti non può tanto o quanto De' feri altrui desir la turba infesta. L'alma mia si fe rea della sua morte Dietro al senso famelico; e non vide Sul Tebro un segno mai di vera luce.
Si crederebbe veder qui un assenso alle dottrine dell'Ochino. Al quale pure dà lode perchè sappia commuovergli il freddo cuore.
Servo fedel di Dio, quel che divento Allora è don delle tue voci sante. Tu cui solo è dato Spesso gl'infiamma (i miei spiriti) e lor mostra e rivela Gli ordini occulti, e 'l bel del paradiso.
In lettera del 1538 da Carignano sua villa scrive ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo, e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti».
Pag. 18, metti in nota:
Qualche nuova luce può trarsi dal libro di Guglielmo Maurenbrecher Carl V und die teutschen Protestanten (Dusseldorf 1866) per conoscere gli sforzi di quell'imperatore onde ridurre la Germania a unità di credenza. Alle cose italiane poco s'attiene, se non per le contese con Paolo III.
Pag. 45, lin. 26, aggiungi:
Giulia Gonzaga duchessa di Trajetto, restava commossa dalle prediche dell'Ochino. Un giorno ch'ella usciva da San Giovanni Maggiore, il Valdes vedendola agitata la accompagnò fino al palazzo, mentre essa sfogavasi con lui parlandogli delle speranze, delle lotte, degli sconforti suoi. «Dentro di me sento una battaglia. Le parole di frate Ochino mi riempiono di terrore dell'inferno, ma temo le male lingue. Ochino mi dà l'amore del paradiso, ma sento al tempo stesso l'amor del mondo e della sua gloria. Come sottrarmi, a questo conflitto a cui soccombo? Col metter d'accordo le due inclinazioni o col sopprimerne una?»
Il Valdes la rassicurava che quell'agitazione era segno che l'immagine di Dio si ripristinava in essa. «La legge vi ha fatto la ferita, l'Evangelo ve ne guarisce. Solo temo che cerchiate regolar la vostra vita cristiana in modo, che quei che vi stanno intorno non si accorgano di cangiamento... Voi dovete scegliere fra Dio e il mondo. Ed io vi farò conoscere la via della perfezione. Amate Dio sopra ogni cosa e il prossimo come voi stesso.
Ed ella: «Ma se ho sempre inteso che solo i voti monastici guidano alla perfezione.»
E il Valdes: «Lasciate dire. I monaci non hanno perfezione cristiana se non in quanto hanno l'amor di Dio; non un soldo di più». E seguitò mostrandole l'unico mezzo per cui questa carità, che è la perfezione, si produce nel nostro cuore. Le opere nostre son buone solo quando fatte da persona giusta. Come fuoco bisogna per dare il calore, così vuolsi la fede viva per produrre la carità. La fede è l'albero; la carità è il frutto. Ma per fede intendo quella che vive nell'anima, che viene dalla grazia di Dio, che attaccasi con confidenza illimitata a tutte le parole di Dio. Quando Cristo dice chi crederà, fia salvo, il discepolo che crede non dee aver più il minimo dubbio sulla sua salute».
Come ella protestava di non ceder a chichessia quanto alla fede, il Valdes soggiungeva: «Badate bene. Se vi chiedono se credete gli articoli della fede, assicurate di sì: ma se vi chiedono se credete che Dio ha perdonato i vostri peccati, voi rispondete che lo credete, ma non ne siete sicura. Se accettate con piena fede le parole di Cristo, allora, anche provando pentimento dei vostri peccati non esiterete a dire con tutta sicurezza: Iddio medesimo ha perdonato i miei peccati».
Giulia l'interrogò qual fosse cotesta via della salute, e il Valdes rispondeva: «Tre vie conducono alla cognizione dell'onnipotenza di Dio. Il lume naturale che fa conoscere l'onnipotenza di Dio; l'antico Testamento che ci mostra il Creatore come terribile all'iniquità; finalmente Cristo, via luminosa e maestra. Cristo è amore: laonde quando conosciam Dio per mezzo di lui, lo conosciamo come un Cristo d'amore. Dio ha soddisfatto pel peccato: solo il Dio infinito potea pagare un debito infinito. Ma non basta crederlo: bisogna sperimentarlo. Ogni giorno, qualche momento consacrate a meditare sul mondo, su voi stesso, su Dio, su Gesù Cristo senza astringervi in modo superstizioso: fatelo in libertà di spirito, scegliendo la camera che vi par più opportuna; foss'anche quando vegliate nel vostro letto. Due immagini abbiate sempre davanti agli occhi: quella della perfezione cristiana, e quella della vostra imperfezione. Questi libri vi faranno avanzare in un giorno, più che gli altri in dieci anni. La stessa scrittura, se non la leggete con tale umiltà di spirito, potrebb'essere un veleno per l'anima vostra. La predica ascoltate con umile spirito.
«Ma se (interruppe ella) il predicatore è del gran numero di quelli che, invece di predicar Cristo, ciarlano cose vane e inutili, tratte dalla filosofia o da non so qual teologia: che contano baje e favole, volete ch'io lo segua?»
VALDES. «Fate in tal caso quel che vi pare preferibile. I momenti più cattivi per me sono quelli che perdo a sentir predicatori quali voi li descrivete; onde rado mi succede.»
GIULIA. «Due parole ancora: qual uso fare della libertà cristiana?»
VALDES. «Il vero cristiano è libero dalla tirannia del peccato e della morte: è padrone assoluto delle sue affezioni; ma è anche il servo di tutti»(1).
(1) Valdes conservò questo dialogo in forma ben più estesa, nel suo Abecedario spirituale, chiamato così perchè destinato a far conoscere gli elementi della perfezione cristiana. Ultimamente fu riprodotto nella Enciclopedia di Herzog.
Pag. 47, linea penultima, aggiungi questa lettera del Tolomei:
«Ritornando alli dì passati di villa in Roma, mi fu subito detto una nuova, la quale non solamente mi parve nuova, ma stolta, incredibile e spaventosa. Mi fu detto che voi, non so con quale istrano consiglio, siete passato dal campo de' Cattolici agli alloggiamenti de' Luterani, consecrandovi a quella sètta eretica e scellerata. Tutto subito mi raccapricciai, e, come si dice, mi feci il segno della croce. Di poi, essendomi da quattro, da sei, e finalmente da ciascuno confermato il medesimo, fui costretto a mio malgrado a crederlo, parendomi aver udito assai più stravagante nuova, che se mi fosse stato detto che le colombe si convertissero in serpenti, o le caprette diventassero pantere. Ma pensando poi come Lucifero bellissimo angelo divenne diavolo, cominciai ad avvedermi che agevolmente potevano avvenire queste orribili trasformazioni; onde molti giorni sono stato in dubbio s'io dovevo scrivervi, oppur s'egli era meglio il tacere, ristringendo intra me stesso il dolore ch'io ho sentito e sento per questa vostra nuova e spaventevole mutazione; perciocchè da un lato mi pareva non poterci guadagnare scrivendo, poichè avete sì fisso il pensiero in questa nuova sètta, e mostrato al mondo non solo con le parole, ma con l'opere ancora, il risoluto animo vostro; e più tosto temevo che voi col rispondermi non mi travagliaste la mente, ch'io sperassi di potervi ritirare indietro da questo viaggio che avete preso; perchè io so bene quanta sia la dottrina vostra, quali e quante sieno le fiamme della vostra eloquenza, le quali due cose agevolmente avrebbon potuto nella loro dolcezza invaghirmi, e invaghito in qualunque pericoloso luogo trasportarmi. Ma d'altra parte temeva tacendo di non essere poi costretto a far poco onorato giudizio di voi; che, non sapendo le vostre ragioni nè quale spirito vi abbia mosso a partirvi, io non saprei mai appresso molti che v'accusano, scusarvi abbastanza; e solo mi rimane un luogo volgare d'iscusazione, dicendo ch'io non posso credere che un frate Bernardino Ochino, mostratosi per uomo di molta prudenza, di bontà singolare, di somma religione, sia ora senza giusta cagione trapassato in una tale diversità di pensiero e di vita. La quale allegazione, sebbene forse a qualcuno parrà verosimile, nondimeno a me soddisfa poco, ed agli altri molto meno, parendo loro che l'innovar le cose stabilite nella religione, il disobbedire al suo superiore, il trapassar da' cattolici agli eretici non sia cosa nè da prudente nè da religioso; e finalmente che il partirsi da questa santissima verità, la quale dai primi apostoli s'è di mano in mano insino ai nostri tempi conservata nella Chiesa romana; che il partirsene (dico) non sia lecito nè concesso in caso veruno; anzi si deve sopportare ogni pena per confessarla, per difenderla, laddove gli strazj si convertono in piacere, le carceri in libertà, i tormenti in gioja, la povertà in ricchezze, la morte in vera ed eterna vita, siccome già fecero tanti antichi martiri, i quali non si vollero mai discostare dagli articoli confessati dalla Chiesa cattolica, la quale è (come disse san Paolo) colonna e firmamento della verità. Quando dunque io sento che così si parla di voi, allora tutto mi conturbo, e mi attristo in tal guisa, che alla fine mi son risoluto scrivervene, pregandovi, s'egli è onesta preghiera, che mi rispondiate, e vi sforziate d'illuminarmi le tenebre di questa vostra non aspettata mutazione; perchè insino a tanto ch'io non ne ho altra luce, non posso se non credere che ella non abbia avuto la luce di Dio.
Forse mi dirà qualcuno che voi vi siete partito d'Italia perchè vi siete stato perseguitato, e che in ciò avete imitato l'esempio di Cristo e di Paolo e d'alcuni altri santi, i quali, essendo perseguitati, si fuggirono dalle mani e dalle unghie de' perseguitatori; e mi dirà che spesse volte gli accusati dal mondo sono iscusati da Dio, e i dispregiati dal mondo sono onorati da Dio. Ma io non so in prima come a ciascuno sia lecito il fuggirsene via contro i comandamenti e decreti del suo maggiore, al quale egli è sottoposto ed obbligato ad obbedire, siccome è intervenuto a voi; di poi non intendo qual sia stata questa persecuzione, nè qual sia questa accusazione, o qual disonore v'è stato fatto, onde vi fosse necessario il fuggire. Ben mi ricorda che in Italia eravate apprezzato, onorato, riverito, e quasi cosa divina adorato, e predicando voi il santo nome e la vera legge di Cristo, eravate con tanta divozione da tutta Italia ascoltato, che nè in voi maggior grazia, nè in lei miglior spirito si poteva desiderare. Nè per essere voi in tanto onore e riverenza nel mondo, eravate (come credo) in minor grazia di Dio; anzi in tanto maggiore, quanto maggior frutto facevate, ed ispiravate continuo amor di Dio nelle anime cristiane, siccome ancor fu il nostro primo padre e maestro san Francesco, il quale da' popoli e da' principi sommamente riverito, fu nondimeno così caro servo a Dio, ch'egli meritò d'esser segnato di quelle stimmate che soffrì il nostro signor Gesù Cristo in Croce.
Ma si dirà che nelle ultime vostre prediche alcune cose dette da voi furono avvertite, notate, riprese ed accusate, come piene di non sana nè cattolica dottrina. Che dirò io qui, se non che quella accusazione era giusta o ingiusta? Se ingiusta, di che temevate voi? perchè non piuttosto, chiamato, venivate a Roma, e qui dinanzi a questo giustissimo principe, il quale sommamente v'amava, avreste come oro nel fuoco raffinata quell'opinione che s'aveva della bontà e della virtù vostra? Ecco san Bernardino nato, pur nella vostra patria e dell'Ordine vostro, il quale accusato come idolatra, venne a Roma, e si purgò chiaramente; onde molto più venne gloriosa e lucente la santità della vita sua, e ne seguì maggior frutto nel popolo di Dio. Non poteva esser tanta la malignità dei vostri accusatori, che non fosse maggiore la forza della verità, sostenuta e difesa ancora da quel favore che era per voi, non pur in Roma, ma in tutta Italia.
Ma se la loro accusazione era giusta, io non so quel che si possa dir qui, se non che, o per ignoranza o per malizia era sparsa da voi quella dottrina nel volgo; di che, per dire il vero, l'uno mi par malagevole, e l'altro quasi impossibile a credere. Ma sia stato pur o l'uno o l'altro. Se fu per ignoranza, grande obbligo avevate agli accusatori vostri, i quali accusandovi, erano cagione che voi doveste riconoscere il vero, e partendovi dalle tenebre dell'errore, potevate ridurvi nella luce della verità, la qual cosa non era altro che ridursi a Cristo, somma verità, fonte, principio ed origine di tutti i veri; e se fu per malizia, reo pensiero è questo, nè so qual luogo da difendervi ci rimanga, quando che questo fine è biasimato nell'uomo, abborrito nel cristiano, condannato nel religioso, anatemizzato in colui che predica la parola di Dio: e crederei quasi che, chi si conduce a sì reo effetto, già più non sia uomo, ma ch'egli siasi trasformato in demonio.
Ben gli ricorderei che il pietosissimo Iddio non abbandona chiunque ricorre a lui, e che dolcissimi sono i frutti di quel santo sacramento della penitenza; onde non può scegliere la più vera via, nè pigliare il più vivo e saldo rimedio, che piangere come Pietro amaramente il peccato suo.
Forse ancora mi si dirà che nè ignoranza è stato tutto ciò, nè malizia, ma una maggiore illuminazione nelle cose di Dio, e che Cristo v'ha aperte molte verità, delle quali insino a quel tempo gli piacque illustrar la mente di Paolo, e convertirlo dal giudaismo alla vera fede. Dunque Cristo insegnò o rivelò il contrario che ai suoi, ai successori degli apostoli, e insegnò loro falsa dottrina? e così di somma verità si trasformò in istrana bugia? Dunque Clemente, Anacleto, Evaristo, Aniceto e quegli altri grandi spiriti di Dio furono ingannati, e insieme ingannarono altrui? Dunque Ignazio, nel cui cuore si trovò scritto il nome di Cristo, non ebbe da Gesù vera dottrina? Che dirò di tanti altri che successero di poi? Crederemo mai che Ireneo, Origene, Cipriano; crederemo che Atanasio, Didimo, Damasceno; crederemo che quei due gran lumi di Cappadocia, Gregorio e Basilio; crederemo che Ambrosio, Gerolamo, Agostino, Bernardo e tanti e tanti altri santissimi dottori della legge di Cristo abbiano tutti errato? e in luogo di mostrarci la luce ci abbiano inviluppati nelle bugie? Non può essere sano d'intelletto chi crede queste falsità, dicendoci massimamente Cristo, salvator nostro, che dove è il corpo quivi si congregano le aquile. Ma che più, Cristo adunque per molto tempo ha abbandonata la sua Chiesa, perchè, quando questa verità cattolica innanzi all'empio Lutero si credeva pertutto, se quel che si credeva non era vero, Cristo ci aveva abbandonati affatto: la qual cosa è orribile pur a pensare, dicendoci Gesù Cristo: Ecco ch'io sono con voi sino alla consumazione de' secoli. Egli è necessario (credetemi) che in questo mare torbido e tempestoso delle varie opinioni ci sia una ferma stella, alla quale si riguardi, e la quale c'indirizzi al vero cammino della strada di Dio. Questa, siccome da molti santi e dotti uomini è stato mostrato, non è, nè può esser altro che la Chiesa romana, incominciata da Pietro, in cui Cristo prima fondò la sua Chiesa, e per continua successione de' papi pervenuta intiera ai presenti tempi.
Nè vi varrebbe contro di ciò l'allegare luoghi della Scrittura, intesi ed esposti a vostro modo, perchè sempre (quanto a me s'appartiene) mi ricorderò di quel buono e fedele consiglio d'Origene Adamanzio il quale dice: Ogni volta che qualcuno vi mostra scritture canoniche contro quel che osserva ed usa la Chiesa, alla quale consente il popolo di Cristo, par che dica proprio, Ecco, in quelle cose è la parola della verità: ma noi non gli dobbiamo credere nè partirci dalla paterna ed ecclesiastica tradizione, nè ci si convien credere, se non come la Chiesa anticamente ci ha insegnato.
Finalmente io dico che nissuno buono si partì mai dalla Chiesa cattolica, e nissuno che se ne partisse fu mai stimato buono; di che si possono tante vere ragioni allegare, che forse non è verità in dottrina alcuna, che sia di questo vero più vera. Onde, quanto più in questa cosa ripenso, più mi trovo inviluppato nella difesa della vostra causa, e vorrei volontieri non v'amar tanto, per non sentire quel dolore ch'io sopporto ora, per cagione di questa vostra nuova calamità. Siami lecito con questo diverso, e forse non atto vocabolo, temperare quello errore che nasce dalla volontà vostra.
Ma poichè ancora in me vive quello amore, che già v'accesero le singolarissime virtù vostre, piacciavi almeno di darmi qualche consolazione, col farmi sapere le ragioni del consiglio vostro: se non potessero levarmi il dispiacere affatto, potrebbono forse addolcirlo ed alleggerirmelo alquanto. Ben vi consiglierei che, se, come io credo, vi siete partito d'Italia per salute della persona vostra, più timoroso forse che non bisognava, vi consiglierei, dico, che vi fermaste a questo segno dove or siete, nè trapassaste più innanzi; non predicaste, non iscriveste, non parlaste cose contrarie alla dottrina cattolica: anzi d'ogni cosa detta o fatta da voi, vi rimetteste umilmente al giudizio della Chiesa romana: perchè, facendo come vi dico, sarà solo ripreso in voi un timore nato da non troppo consiglio. Ma se vi governate altrimenti, coll'inasprir le cose ogni giorno, allora sarete d'una pertinace ostinazione e d'una ostinata eresia condannato. Nel primo caso standovi quieto ed umile, si solleverà tutta Italia in favor vostro, vi desidereranno, vi chiameranno, pregheranno. E per voi, e con molto loro contento v'impetreranno ogni grazia. Ma seguendo voi il secondo, si spegneranno in tutti quelle reliquie d'amore che ancora in molti cuori si mantengono calde, e in loro luogo v'entreranno l'odio e lo sdegno e l'ira contro di voi. Io certo son ridotto a tale, che dove prima (come sapete) vi pregai molte volte che pregaste Iddio per me, al presente, conoscendo il contrario bisogno, non fo altro che pregare Iddio per voi, ed ora di nuovo umilmente lo prego che gli piaccia d'illuminarvi ed ajutarvi.
Di Roma alli XX ottobre MDXLII.
Pag. 77, lin. 24, aggiungi in nota:
Nell'Indice tridentino è registrata: Historia vera de vita, obitu, sepultura, accusatione hæreseos, exhumatione Martini Buceri et Pauli Fagii. Item historia Catharinæ Vermiliæ, Petri Martyris Vermilii conjugis, exhumatæ, ejusque ad honestam sepulturam restitutæ.
Pag. 86, alla nota 4, aggiungi:
Th. Heyer, secretario della società di storia e archeologia di Ginevra, il 23 marzo 1854 vi lesse una nota su Galeazzo Caracciolo, ove porta le lettere direttegli ed altre testimonianze. Appare di là che la seconda sua moglie morì di 64 anni, il 28 aprile 1587, e lasciò eredi l'ospedale, il collegio, la borsa francese e la italiana, oltre molti legati al Beza, a Pompeo Diodati, a G. Colladon ecc.
Pag. 103, al fine, aggiungi:
Celio Curione, dedicando alla regina Elisabetta le opere della Morata, mulieris pietate ac literis clarissimæ monumenta, a me tamquam ejus ingenii reliquias, cui illa moriens commendavit et legavit collectas, dà a questa regina le più smaccate e retoriche lodi. Hujus quanta fuerit eruditio: quantum, quam ardens veræ religionis studium; quanta in malis adversisque rebus quæ multa perpessa est patientia: quanta constantia ex his libris majestas tua facile judicabit. Ricorda d'aver egli fatto menzione della regina nel suo supplemento alle storie del Sabellico, e dedicati a re Eduardo i commenti alle Filippiche.
La Morata tradusse dal Boccaccio la novella d'Abramo giudeo. Scrivendo a Flacio Illirico, lo ringrazia che primo abbia recato gran soccorso agli Italiani, poveri di celesti beni. Che se mai traduca in italiano qualche opuscolo tedesco di Lutero (il che farebbe alla medesima se il tedesco capisse), o se comporrà alcunchè in italiano, gioverà assai ad estirpar gli errori.
Ad Anna d'Este principessa di Guisa manda esortazioni affinchè s'applichi allo studio delle lettere sacre: essa non aver altro bene che in ciò. Da quando per grazia di Dio rinnegò quell'idolatria italiana, è incredibile quanto Iddio mutasse l'animo di lei, che, mentre aborriva dalle Scritture, allora di esse sole si dilettò, sprezzando ogni altra cosa. Nè basta saper la storia di Cristo, che neppur il diavolo ignora, ma bisogna avere quella fede che opera per l'amore, e fa professar Cristo fra' suoi nemici. Nè martiri esisterebbero se avessero occultato la loro fede. La esorta a non temere l'avversione de' suoi, e offre mandarle libri cristiani.
Ha pure molte lettere a Celio Curione.
Pag. 108, lin. 13, aggiungi in nota:
Un nunzio, scrivendo al papa nel 1521 la comparsa di Lutero davanti all'imperatore e agli Stati, dice: «Il pazzo era entrato ridendo, et coram Cæsare girava il capo continuamente qua e là, alto e basso: poi nel partir non parea così allegro. Qui molti di quelli che lo favoreggiavano, poichè l'hanno visto, l'hanno existimato chi pazzo, chi demoniaco: molti altri santo et pieno de Spiritu Sancto; tuttavolta ha perso in ogni modo molta riputazione della opinione prima».
Pag. 112, si levino le linee 4-10.
Pag. 114, lin. 31, pongasi:
Il Vergerio era ancor laico, eppure fu fatto vescovo di Modrusc in Croazia, poi di Capodistria sua patria, dove entrò solo nel 1545, nove anni dopo eletto, e dal suo fratello Giambattista vescovo di Pola vi ebbe in un sol giorno tutti gli ordini e l'unzione vescovile. Nella Ritrattazione descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo d'una campana, la vestizione d'un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano; funzioni che allora il movevano a pietà, dappoi a scherno.
Ritiratosi alla patria ecc.
Pag. 137, alla linea 21 si aggiunga la nota
(25) Abbiamo lettera di don Ferrante Gonzaga, che l'11 maggio 1550 scriveva a Carlo V: «E monsignor Vergerio... mentre fu cattolico fu servitore del cardinale di Mantova mio fratello, e fu mio stretto amico; poi, perseguitato da papa Paolo, oppur dallo stesso suo peccato, si ridusse fra' Grigioni. E quivi fa molte prove di sè. A costui, immaginando io che potesse venirgli agevolmente fatto, ho mandato a persuadere che metta in carico di coscienza a quelle genti il tenersi usurpata la Valtellina, membro importantissimo di questo Stato e a lui necessarissimo, e che debbano restituirla, e che possono farlo di tal maniera, che, senza perder punto di reputazione, ne conseguiscano alcuna onesta ricompensa». Aggiunge aver promesso diecimila scudi al Vergerio se riesce.
(Qui si trasporti la nota 5 del Discorso XLII; poi vi si soggiunga):
Il Vergerio secondò il pensiero del barone Ungnad, del Carnio e del Truber di tradurre in slavo la Bibbia e scritti luterani: si fecero venire dalle montagne dell'Istria persone istrutte, e si stampò qualche cosa. I caratteri fusi a tal uopo si spedirono poi a Lubiana per istabilirvi una stamperia: ma nel traversare l'Istria furono sequestrati; e dopo rimasti lungo tempo in obblio, furono donati a un Francescano istriota, che li portò a Fiume; di là passarono a Roma, dove la Propaganda gli adoprò per libri cattolici.
Pag. 465 in fine, aggiungi in nota:
Del Paleario sta alla Magliabecchiana un'orazione, fra molti altri carmi in lode d'un Bandini. Inoltre nei Carmina poetarum nobilium Jo. Pauli Ubaldini studio conquisita, Milano 1561, vi sono degli esametri suoi nelle nozze di Nicola Marino con Luigia Mendoza, aventi per ritornello:
Huc ades, o Hymenæ Hymen; ades, o Hymenæe,
e alcuni altri carmi, ove nulla che sappia di religioso.
Pag. 194, alla nota 9, aggiungi:
Dalle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e della speranza della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verolano da Pordenone, il 21 febbrajo 1539:
«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota, già mesi tre partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran famigliarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la buona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua signoria reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural presupposito, che, essendo lui il più dotto di Germania, e in altri luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton, cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente, a M. Luca Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva che del resto s'acquieteriano, ed io parlandone col reverendissimo Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ, VIII).
Pag. 200, alla nota 31, aggiungi:
Nell'Indice de' libri proibiti pei cattolici di Spagna (Madrid 1667), dove sono indicati i varj luoghi da espungere o cambiare negli autori, molte colonne occupa il titolo del Castelvetro. E prima sono segnate molte emende al suo commento alle rime del Petrarca, stampato in Basilea il 1582, a istanza di Pietro de Sedabonis. Altre nella poetica d'Aristotele, massime sostituendo podestà a vescovo, cavaliere ad abate, santissima vita a ottima vita, sètta a religione pagana, maestro a prete.
Pag. 302, alla nota 7, aggiungi:
Più curioso è l'Index librorum prohibitorum et expurgandorum novissimus pro catholicis Hispaniarum regnis Philippi V etc. Madrid 1667, grosso volume in-4º, dove son notati i varj passi che dagli autori devono espungersi o correggersi.
Pag. 307, nota 23, aggiungi:
Frà Paolo scriveva al Casaubono ogni male contro il Baronio, ma l'avvertiva a non intaccarlo di mala fede. Cedet in publicam utilitatem opus tuum procul dubio. Verum quod illum fraudis et doli mali convincere paras, vereor an probaturus si sillis, qui morum hominis gnari fuerint. Vellem potius levitatis et temeritatis accusares. Ep. ad Casaubonum, 8 giugno 1612.
Pag. 318, alla linea 14, aggiungi in nota:
(1) Clemente VII, stando in Bologna per l'incoronazione di Carlo V, il 15 gennajo 1530 pubblicò una bolla indirizzata a frà Paolo Botticelli inquisitore delle diocesi di Ferrara e Modena, prescrivendogli di procedere contro gli eretici, specialmente i Luterani, con ampia facoltà di ricevere in grembo della Chiesa chi abjurasse gli errori: con ciò voler frenare l'impetuoso prorompere del torrente ereticale, e risanar l'Italia da tanti travagli. Essa bolla fu diretta a tutti gl'inquisitori, con indulgenza ai confratelli della società della Croce, e sta nel volume Bullarum et privilegiorum etc.
Varj libri furono pubblicati anche a Bologna contro gli eretici, e nominatamente un'Opera contro le perniciosissime heresie luterane, di frà Giovanni da Fano; 1532.
Pag. 338 in fine, aggiungi in nota:
Sul Mollio da Montalcino vedi Zeitschrift für das gesammte lutherische Theologie und Kirche, von BUDELBACH und GUERICHE. Anno 1862.
Pag. 343, lin. 2, leggi:
fu condannato, ma non è vero quel che dice il Tuano che fosse bruciato, avendo fatto ecc.
Pag. 345, linea terzultima, aggiungi;
Di Bologna abbiam detto come il Mollio vi diffondesse molto l'errore, e qual terribile fio ne pagasse. Spogliando i libri de' giustiziati, vi si trovano condannati dalla Santa Inquisizione, nel 1468, frà Giovanni Favelli servita veronese, incantatore ed eretico, che avea composto un libro Fiore Novello, pieno d'enormità: al 1481 Giorgio di Monferrato, scolaro dell'Università, arso vivo per ostinatezza nell'eresia: al 1567 Bernardino Brescaglia di Modena, Baldiserra pittore veneziano, Martino Fenì ciabattino francese, arsi per luterani ostinatissimi, e al marzo maestro Bernardino delle Agucchie milanese, al settembre Pellegrino Righetti e Pietro Antonio da Cervia: nel 1568 Silvio Lanzoni mantovano, cugino del duca di Mantova e del signore della Mirandola: nel 1572 Antenore Gherlinzano pittore; nel 1579 Giacomo Salicati detto Cattaneo. Nel 1587 Ercole del Tollé fu impiccato per aver dato asilo a un eretico: come sappiamo che nel 79 un Ascanio Lojani di Bologna era stato bruciato a Roma per eresia.
Sull'Università bolognese, nel 1615 stava Assuero di ventisette anni, figliuolo di Giovanni Bispiach della diocesi di Munster; ed essendo caduto infermo, esaminato sui primi fondamenti della fede, si conobbe in errore, e fu mandato al Sant'Uffizio. Per quanto si facesse, mai non volle disdirsi o pentirsi, onde fu condannato ad esser arso vivo il 1618. Ostinandosi fino all'estremo, si lasciò piegare dai conforti dei confratelli della buona morte, e firmò un'abjura, onde fu appiccato. «Piaccia allo Spirito Santo, a Dio benedetto, alla Madre Santissima, che l'intrinseco accompagni l'estrinseco, perchè fu da tutti giudicato essere morto bene in grazia di Dio, ma questi sono suoi segreti iudicare il cor delli homini. Requiescat in pace. Amen». Così finisce la relazione che se n'ha ne' libri de' giustiziati(1).
(1) Un Auto da Fè in Bologna... pubblicato da M. G.; Bologna 1860.
Pag. 355, alla nota 9, aggiungi:
Talmente era reputato generale l'obbligo di perseguire gli eretici, che lo professano anche società affatto laicali. E, per esempio, l'arte di Calimala, cioè de' lanajuoli di Firenze, nel suo statuto antico mette per articolo 1:
Della fede cattolica.
«La fede cattolica e santa osserveremo e onoreremo e manterremo, e al reggimento di Firenze daremo ajuto e consiglio a distruggere la eretica pravità, se da quello reggimento ne saremo richiesti: e ciò faremo a buona fede secondo lo statuto del Comune di Firenze».
Pag. 435, linea 29, aggiungi:
Dichiaratione del Doni sopra il XIII cap. dell'Apocalisse contro gli heretici con modi non mai più intesi da huomo vivente. Che cosa siano la nave di san Pietro, la Chiesa Romana, il Concilio di Trento, la destra della nave, la sinistra, la rete e i 153 pesci dell'Evangelo di san Giovanni, e ciò che significhino: con altre intelligenze della sacra scrittura secondo i cabalisti (In Vinegia, Giolito 1562).
Pag. 470, lin. 23, leggi:
tra cui primi Guglielmo Balbani. Francesco Cattani, Girolamo Liena, che era stato nel 1542 multato per aver favorito l'evasione d'un Agostiniano sospetto d'eresia; poi fuggirono Cristoforo Trenta, Vicenzo Mej, Filippo ecc.
Pag. 473, dopo la linea 4, aggiungi:
Giovanni Antonio Pelligatti (Annali di Lucca, manuscritto nell'Archivio di Stato, tom. II, parte II, pag. 121) scrive: «Se trovò resistenza da principio il cardinal vescovo all'amorevole invito che fece con la preaccennata lettera agli oriundi lucchesi in Ginevra, non però restò questo del tutto invano, poichè, tocchi coll'andare del tempo alcuni delle nobili famiglie antiche dei Calandrini e Minutoli dal lume della grazia divina, riconoscendo gli errori dei loro antenati abjurarono l'eresia, e prestando ubbidienza alla santa Chiesa, tornarono a ripatriare. Ma mancando quivi delle sussistenze necessarie al proprio mantenimento, per essere stati i loro effetti devoluti al fisco al tempo della fuga dei primi apostati, il senato, godendo di veder ritornati alla santa fede questi suoi cittadini, gli provvide non solo di ajuti opportuni a poter vivere con decoro, ma gli reintegrò ne' già perduti onori, che oggi godono e goderanno dapoi».
Nell'Archivio stesso (atti del Consiglio Generale, registro 160, cart. 55) sotto il 18 marzo del 1681 è registrato che nel Consiglio Generale fu letto un memoriale del magistrato de' segretarj, ove si esponeva che, avendo il cardinale Spinola vescovo di Lucca fino dal 1679 scritto una lettera ai discendenti delle famiglie lucchesi riparate in Ginevra ed eretiche, non ha ricevuto risposta alcuna «ma in questo giorno sono comparsi avanti di noi li spettabili Ottaviano e Nicolao Diodati, Bartolomeo ed Attilio Arnolfini, Ottavio Manzi e Francesco Marcello Burlamacchi, presentandoci ciascheduno di essi un libro stampato in Ginevra, il cui titolo è Lettera dell'eminentissimo signor cardinale Spinola vescovo di Lucca alli oriundi di Lucca stanziati in Ginevra, con le considerazioni sopra di essa fatte. E insieme ci hanno esibito le lettere che a ciascheduno di essi sono state inviate con detto libro dalli suddetti di Ginevra..... Scopertosi ciò da noi, abbiamo in primo luogo fatto diligenza per investigare come siano stati introdotti nella città li detti libri, e abbiamo penetrato come da un mercante di Livorno, calvinista, corrispondente a detti Ginevrini, siano stati consegnati in forma di pacchetti, sigillati con tre sigilli per ciascuno libro, ad un navicellajo di Pisa, con il soprascritto diretto a detti nobili cittadini; quale navicellajo non abbiamo potuto avere peranco avanti di noi, non ostante le diligenze usate col solo fine di avere il numero preciso di detti pacchetti, giacchè siamo entrati in sospetto che possino essere stati sette in tutto, e a noi non ne sono stati esibiti che sei».
I segretarj raccontano poi che stimarono conveniente consegnare essi libri al vescovo, il quale, dicesi nel memoriale predetto, ha in estremo gradita la dimostrazione di religiosa pietà che se li è data in sopprimere veleno sì pernicioso, assicurandoci che ne avrebbe scritto a nostro signore con tutti i vantaggi della Repubblica. Terminano in questa guisa: «Stimerebbemo parte propria della gran pietà dell'eccellentissimo Consiglio e della sua costante reverenza e devozione verso la santa Chiesa, di dare qualche pubblica dimostrazione del suo sdegno, che a parer nostro sarebbe di fare abbrugiare detti libri per mano del ministro della giustizia, togliendo prima i fogli ne' quali è stata impressa la lettera di Sua Eminenza. Il che, si come manifesterà al mondo quanto sia qui dispiaciuto l'operato di detti oriundi lucchesi con la pubblicazione di detto libro, e l'aborrimento che ognuno tiene del loro invito, così farà conoscere che in pubblico e in privato non si vuole in alcun modo dar adito a trattare con persone separate dal consortio della vera religione e dall'obbedienza verso la santa sede, e per confermarci sempre più ne' sentimenti delli antenati nostri che ne riportarono tanta commendatione dalla santa memoria di papa Pio IV per li decreti fatti in quel tempo».
Il gonfaloniere disse che anche il settimo libro ereticale era stato consegnato, pochi istanti avanti. Per decreto del Maggior Consiglio dello stesso giorno furono i libri abbruciati per mano del boja sulla pubblica piazza di San Michele.
Pag. 473, alla nota 9, aggiungasi:
Tra i rifuggiti a Ginevra era la famiglia Lombardi, della quale fu capo Cesare, di cui conservasi il testamento pubblicato dal Gaberel nel vol. I Pièces justificatives, p. 212. Fra questi documenti sono date le lettere di Carlo IX e Caterina de Medici al Consiglio di Lucca a proposito de' decreti contro i profughi. Nous avons avisé (dice il re) de vous faire la plainte, pour vous faire entendre de combien nous sont odieuses telles tailles et façons de procéder a l'encontre de ceux de votre nation qui sont retirés ou a Lyon ou ailleurs en notre Royaulme: estant cette façon de faire inusitée en celuy, et que nous ni voulons aucunement permettre ni soufrir avoir lieu, pour la protection, sauvegard et recomandation en laquelle nous avons pris et mis les susdits Lucquois, leurs femmes, familles et biens, se retirant par deça.... Ce faisant autrement, nous serions contraints de chercher les voyes de vous en ressentir, et dont, pour l'amytié et affection que vous nous portons, nous serions bien marry.
Pag. 479, alla nota 7, aggiungi:
Gaberel aggiunge i Micheli. E racconta che il padre del primo Micheli che fuoruscì era gonfaloniere di Lucca, e che «nel suo testamento lasciò un attestato della fede e del coraggio suo cristiano, poichè, invece d'invocare, secondo l'uso, la Madonna e i santi, scrisse: «Rimetto l'anima mia nelle mani di Dio onnipotente, perchè sia redenta col prezioso sangue di Cristo. Prego il Signore di ricevermi nel numero de' suoi eletti, non per i meriti miei, ma per mera sua grazia». Se il notaro (soggiunge Gaberel) che raccolse questo atto l'avesse denunziato al Sant'Uffizio, il capo della famiglia Micheli avrebbe col sangue suo suggellata questa coraggiosa confessione di fede» (Vol. I, p. 481).
Possiamo assicurare il signor Gaberel che migliaja di Cattolici, allora come adesso, ripetono questa formola, senza il menomo bisogno di coraggio o alcun pericolo di martirio.
Pag. 479, lin. 39, aggiungi:
vedi il nostro Discorso XLIII.
Francesco Turrettino è contato fra' principali oratori riformati: profondo, incisivo, trovava parole che colpivano l'immaginazione e la coscienza degli uditori. Udendo lamenti sulla lunga durata delle prove inflitte alla Chiesa dalla intolleranza del despota francese, prese il testo «Dio è paziente perchè è eterno», e fece un magnifico discorso ove, tra il resto, disse: «La giustizia divina va con calzari di lana, ma quando raggiunge il colpevole, lo piglia con una mano di ferro».
Anche suo figlio Giovanni Alfonso fu insigne predicatore, di gran chiarezza e calorosa semplicità, onde diceasi: «Par che predichi pei fanciulli; eppure all'uscir di chiesa, le persone serie durano un pezzo, prima di terminar l'analisi delle idee che si affollano nel suo discorso». Aveva per soggetti favoriti la carità degli atti e la tolleranza delle opinioni.
Pag. 479, nota 9, linea penultima, aggiungi:
Giuseppe Jova, che trovammo condannato nel 1570, era letterato in relazione coi migliori d'allora, ed apparteneva all'Accademia dei Vignajuoli, che raccoglievasi a Roma in casa di Uberto Strozzi mantovano. Fu in corte del Giberti, poi della Vittoria Colonna. S'ha lettera a lui del cardinal Bentivoglio, che s'occupa meramente di letteratura, come in quella alla Colonna. Bensì la lettera 1 agosto 1562 di Annibal Caro dà lo Jova come già sospetto in punto di fede.
Pag. 480, alla linea 49, aggiungi:
Della famiglia Minutoli era Vincenzo, meschino professore di greco, che abbandonò l'accademia di Ginevra per andare a farsi ministro ne' Paesi Bassi. Ma avendo cagionato scandalo, nel 1668 fu escluso dalla Cena, e deposto dal sinodo di Flessinga; fatta penitenza, fu ripristinato. Anche suo figlio Gioachino, studente di teologia, per iscandalo fu cacciato; allora trattò coi Cattolici, e venne a Lucca, e ottenne una pensione; poi tornato in Savoja il 1714, dal curato Pontverre, celebre per le sue relazioni con G. G. Rousseau, fu indotto a pubblicar un libello, Motivi della conversione del Minutoli, ove contro i pastori di Ginevra adopra arguzie e fina ironia sopra i costumi, sopra le prediche; e fece rumore assai in que' giorni.
VOLUME III
Pag. 50, alla nota 2, aggiungi:
Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:
Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor cardinale Contareno.
Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum(1) hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.
Tui observantissimus famulus Hier. Vida, Albæ episcopus.
(1) Degli Psallj o Precatores parla il Macri nello Hierolexicon.
Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello(1) secretario secreto di Nostro Signore.
In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia, che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo; e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto, et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo, imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma, dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi. Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento. Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo d'Innocentio IIII in Concilio Lugdunense fu fatta contra quelli i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso tal delitto, come inimico della religione christiana fusse diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico, ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo sia aretino)(2), il quale or fa l'anno predicò gagliardamente in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non procurassi per qualche via queste cose tanto periculose pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta sede, m'hanno spinto a ciò fare.
Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria vostra.
In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.
Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur queste cose a sua beatitudine.
Di vostra signoria
servitore Hier. Vida, vescovo d'Alba.
(1) Marcello Cervino, che fu poi papa.
(2) Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo, che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli Annali dei Servi di Maria al tom. II, pag. 131 dell'edizione lucchese del 1721.
Segue la bozza d'un Breve, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.
Paulus PP. III. Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.
Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant, congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares, cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles, hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium, consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito, persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint, tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias; mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.
A tergo. Dilecto filio Jo. Baplistæ Spetiano cæsareo senatori, ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.
Nota, tutta di pugno del Vida: — Si è facto questo schizzo per instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.
Pag. 54:
Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto.
Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne», presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio nel 1576 uscì d'Italia, ecc.
In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di Enrico VIII.
Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.
A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera con cinquecento talleri.
Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte, Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.
Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno, oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj opportuni alla sua salute.
Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui, ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri di Roma il gennajo 1593.
Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova, dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio accomodata alla pietà e semplicità cristiana.
Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.
Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella Storia degli Anni Santi, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.
Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia, scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. Et tamen sicut is non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus. Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi majoribus remediis quam cartaceo igne. Sarebbe stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.
J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il Bruno e il Campanella, col titolo Zwei Martyrer der Wissenschaft.
Pag. 72, lin. 7 aggiungi, relativamente al Vanini:
«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo, rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede»(1).
Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve le credenze cattoliche».
I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam da banda queste baje».
Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.
Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà, uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il principio del movimento(2).
Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo, perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di Dio.
Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma (dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono. Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno. Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella continuazione(3).
(1) Amphit., pag. 164.
(2) Dialoghi, lib. VI.
(3) De arcan. naturæ Dial.
Pag. 73, lin. 4, leggi:
Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo». In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto nell'Histoire tragique dice che fa rivivere l'abominevole libro dei Tre impostori.
Pag. 79, la nota 37 si cominci:
Vedasi La vie et les sentiments de Lucilio Vanini. Rotterdam 1717. Gli è avversissimo ma ancor peggio P. Garasse, il quale, nella Doctrine curieuse des beaux esprits de notre temps, comincia a parlarne con queste frasi: Les deux plus nobles exécutions qui se soient faites de nos jours, montrent évidement que la fin des athéistes dogmatizans est toujours accompagnée d'une particulière malédiction de Dieu et des hommes. La premiére fut à Tholose en la personne de L. Vaninus, homme d'un courage dé sespérè... homme de néant... mechant bellistre, e dopo infinite altre ingiurie dice che, chiesto di far emenda onorevole a Dio, al re, alla giustizia, rispose: «A Dio non credo: il re non offesi: per la giustizia, i diavoli la portino, se pur diavoli c'è». Nella Apologia pro J. C. Vanino, stampata a Rotterdam 1712, si risponde ai diciotto capi d'accusa che si davano contro di lui da un anonimo che lo diceva ateo.
Il presidente Gramond, nella Historia Galliæ ab excessu Henrici IV, l. 3, narra a disteso il supplizio del Vanino come testimonio oculare. Espostene le colpe, e l'ipocrisia in carcere e il sopraggiunto furore, dice: «Non avea però ragione di dire che moriva intrepido. Io l'ho visto abbattuto, con aspetto orribile, spirito inquieto... Prima di mettere fuoco al rogo gli si ordinò di presentare la lingua per tagliargliela. Ricusò: e il boja non potè averla che con tenaglie. Mai non fu udito un grido più spaventevole: l'avreste creduto il muggito d'un bue. Il resto del suo corpo fu consumato dal fuoco, e le ceneri gettate al vento».
Il Vanini, dove annovera le varie ipotesi sull'origine della razza umana, pone anche quella che la fa derivare dalle scimmie; ma quidam mitiores athei solos ætiopes ex simiarum genere et semine prodiisse attestantur, quia et color idem in utrisque conspicitur: e che i primi uomini andavano a quattro zampe, e solo per un'educazione particolare cambiarono un uso, che ritorna nella vecchiaja. Vedasi pure SCHRAMM ecc.
Pag. 100, alla linea 6 ultima, aggiungi:
Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de' quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono imputate. Ed è de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra».
L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede. Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e assai si diffonde nel difendere tal novità.
Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:
O David degno! o te beata appieno Italia mia, se quel secondi, or volta Da le mondane a le celesti tempre. Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta: Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno, E lui sol celebrar si dee mai sempre.
Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema «l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello della Chiesa del Signore».
In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si stamparono I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati, senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650, contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra apparvero Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto. Sono gli antichi sessanta, con aggiunta di quaranta, di Giovanni Diodati di benedetta memoria. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i Salmi secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione ên lingua piemonteisa.
Pag. 104, lin. 24, aggiungi in nota:
La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al 1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona, nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587 Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.
Pag. 109, alla nota 15, aggiungi:
J. GABEREL, Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la reformation jusqu'en 1815. Ginevra 1855, 1858 e 1862.
Pag. 197, alla nota 2, aggiungi:
Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.
Pag. 199, alla nota 16, aggiungi:
Nella Semaine religieuse del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor Eugenio de Buddé una Brève relation de mon voyage à Venise en septembre 1608, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno prosperare alla sua ombra».
Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli avvisi e i fremiti.
Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.
Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.
Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro dissidj col papa.
Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime irrefragabili.
«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».
Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».
Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.
Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che tradurle in modo piano.
Pag. 205, alla nota 39, aggiungi su frà Paolo:
L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.
Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e italiane.
Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del papa, che ormai non ha solo il primato, ma il tuttato; se in Italia alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori (consarcinatores), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso. Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest huic vocabulo Ecclesiastica Potestas: si enim ea intelligatur qua regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest, nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum, cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur, ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).
In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio, leggiamo:
«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe supremo».
Pag. 207, alla nota 41, aggiungi:
Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).
Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.
Pag. 310:
Nella Revue des questions historiques, v livraison, dopo il mio lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti, e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il decreto dichiarò falsam una dottrina astronomica, che in fatto non lo era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica: ne in perniciem catholicæ veritatis serpat. Questo è il motivo: e a tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un testo della sacra scrittura?» (pag. 100)
Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de' Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima sua Biblioteca Palatina.
Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».
E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura. Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de' superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora, per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole».
Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna, ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».
Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a Roma.
Pag. 341, alla nota 17, aggiungi:
Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura di esso.
Pag. 344, linea 8, aggiungi:
In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.
Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.
Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».
La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.
Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.
Pag. 344, linea 14, aggiungi in nota:
Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.
Pag. 345, dopo la linea 17, aggiungasi:
Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.
Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.
Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.
Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori(1).
Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare(2).
(1) Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja.
(2) Ibid.
Pag. 370, alla nota 27, aggiungi:
È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra, città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente; mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere al duca di Savoja, salvo jure episcopatus. Il duca aveva intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc., e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia alla Svizzera e alla Savoja.
Pag. 370, alla nota 28, aggiungi:
Beza (nel Réveille-matin des Français. Introduction, p. 12), oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. Vous pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne, auxquels il donne presque une semblable liberté.
Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe bentosto estirpata (CLAPARED et NOEFF, Hist. du pays de Gex). L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta ducati per cura».
Pag. 440, alla linea 2, aggiungi:
Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.
Francesco III ecc.
Pag. 468, alla linea 5, aggiungi in nota:
Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di Scapezzano nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì, abbracciò la religione evangelica a Poschiavo; malato parve convertirsi, ma poi rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti, cercò apostolare a Bormio, e per difendersi pubblicò Brevi schiarimenti della solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini professore di sacra teologia, ottenebrata dalle dilucidazioni di frà Viatore da Coccaglio cappuccino: dedicato ai magnifici comuni di Bregallia, delle due Engaddine, di Poschiavo, di Brusio, di Bivio: Scoglio 1761. Con tono violento, rinfiancato da continue citazioni bibliche, difende la propria abjura, sostenendo che pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la greggia colla parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato, il cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che il puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura fatta a Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo tutte le eresie intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai santi, al digiuno, alla distinzione de' peccati in veniali e mortali.
Vanno sullo stesso andare i Brevi avvertimenti sulla solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino da Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo. Scoglio, Gadino.
Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc. denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura da Coccaglio cappuccini.
Pag. 471, lin. 18, aggiungi in nota:
L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII.
Pag. 558, alla nota 6 sostituiscasi questa:
Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).
Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».
Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.
Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.
Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I (Qui s'inserisca la nota 6 di p. 558).
Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.
Pag. 568, linea 4 ultima, aggiungi:
Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo Regnum meum non est de hoc mundo, e per sostenere il matrimonio de' preti.
Pag. 601, linea 21, aggiungi:
«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche, semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti, insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa, l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della metafisica» (Della Federazione Italiana).
Pag. 614, alla linea 11 ultima, mettasi in nota
(1) Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua Giovane Italia, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».
Più esplicitamente Mazzini spiegò gl'intenti della rivoluzione nell'ottobre 1867, quando Garibaldi assaltava Roma. «Quando noi ripiglieremo Roma, sarà per dissolvere il papato, e a vantaggio dell'umanità intera proclamare l'inviolabilità della coscienza, che la Riforma del XV secolo acquistò solo per mezza Europa, e anche là ne' limiti della Bibbia... Fa più di trent'anni, io scrissi che il papato e il cattolicesimo erano due lampade estinte per mancanza d'olio, cioè del dogma di cui viveano. Il tempo confermò il mio giudizio. A quest'ora il papato è un cadavere, che nulla può galvanizzare. È la maschera inanimata d'una religione... Destituita da ogni sentimento del dovere, d'ogni potenza di sagrifizio, d'ogni fede nel proprio destino, il papato perdette ogni fondamento morale, e il suo fine, la sua sanzione, la sua fonte d'azione. Perciò spira. Ed è un dovere di proclamarlo senza reticenze ipocrite, senza ambagi, senza fingere di riverir ancora ciò che s'attacca, senza dividere il problema, invece di scioglierlo. Per noi tutti, cui sta a cuore d'edificar la città dell'avvenire e concorrere al trionfo della verità, è un dovere di guerreggiar il papato, non solo nel poter temporale, giacchè questo non vi sarebbe modo di ricusarlo al rappresentante riconosciuto di Dio sulla terra... Quei che osteggiano il principe di Roma, professando venerare il papa, ed esser cattolici sinceri, sono convinti di contraddizione flagrante o d'ipocrisia. Quei che pretendono ridur il problema a Chiesa libera in Stato libero, sono o stretti da sciagurata timidità, o spogli d'ogni convinzione morale... Estinta che sia ogni credenza nella vecchia sintesi, e stabilita la credenza in una sintesi nuova, lo Stato diverrà la Chiesa... Lo Stato incarnerà in sè un principio religioso, e sarà il rappresentante della legge morale nelle diverse manifestazioni della vita». Cioè lo Stato unirà in sè il potere spirituale e il temporale, come quel papato, che ebbe «una missione sì grande e sì santa, che che ne dicano oggi i fanatici della ribellione, falsando la storia, e calunniando nel passato il cuore e lo spirito dell'umanità».
INDICE ALFABETICO
Accademia di Vicenza, III, 156. — di Modena, II, 155. — di San Geminiano, II, 438.
Achilli, III, 575.
Aconzio Jacobo, III, 82.
Adriano VI, I, 355.
Agostino Trionfo, I, 161.
Agostino (S.), sua dottrina sulla Grazia, III, 374.
Alacoque Margherita, III, 464.
Albani Giovanni Girolamo, II, 341.
Alberto Pio, I, 342.
Albigesi, I, 105.
Alciato Gian Paolo, II, 483.
Aleandro, I, 307, 345; II, 257.
Alessandro VI, I, 222.
Alessandro VII, III, 314, 364.
Alfieri, III, 408.
Altoviti, III, 208.
Ammirato III, 120.
Anagrammi, III, 301.
Antitrinitarj, I, 39; II, 481. — in Valtellina, III, 216.
Aonio Paleario, vedi Paleario
Aosta (val di), III, 735.
Apologisti (primi), I, 20, 38. — contro i protestanti, I, 306-327; — odierni, III, 647.
Appia Paolo, III, 353, 582.
Ariani, I, 39.
Archinti, vescovo, III, 236.
Aretino Pietro, I, 394; II, 9, 33.
Arnaldo da Brescia, I, 61; III, 690.
Asselineau, III, 181.
Assonico, III, 151.
Astorini Elia, III, 63.
Astrologia, II, 369.
Aurora, III, 390.
Ausonia (Società), III, 614.
Ausonio Franchi, III, 600.
Autorità della Chiesa, I, 18, 332.
Autorità pontifizia, II, 255.
Autorità ed esame, I, 312.
Averroè, I, 173; III, 145; e san Tommaso, I, 101.
Avignone, III, 356.
Bacone, III, 322.
Bajo, III, 376.
Ballerini, fratelli, III, 469.
Balsamo detto Cagliostro, III, 399.
Barbaro Daniele, II, 246.
Barletta, I, 207.
Barnabiti, II, 294.
Baronio, II, 284; III, 718.
Barozzi, III, 142.
Bartolomeo (frà) di Venezia, III, 131.
Basilea, III, 82.
Beccaria, III, 84, 88.
Bedell, III, 182.
Bellarmino, III, 121, 330.
Bembo, II, 32; sue allusioni gentilesche, I, 189.
Benedetto (S.), I, 29.
Benedetto XIII, III, 441.
Benedetto XIV, III, 443.
Benefizj accumulati, I, 202.
Benefizio della morte di Cristo, I, 380. — suo autore, II, 454.
Belluno, suoi eretici, III, 161.
Beni ecclesiastici, I, 325.
Benvoglienti, II, 451.
Bergamo, suoi eretici, III, 136, 151.
Bergantini, III, 206.
Bernetti, III, 560.
Berni, I, 398.
Berti Gian Lorenzo, III, 468.
Bertini, III, 645.
Betti Francesco, III, 82.
Biandrata Giorgio, II, 486.
Bibiena, I, 251.
Bibbia, libera interpretazione di essa, I, 289; III, 303; suoi volgarizzamenti, I, 287; lavori antichi su di essa, I, 290.
Bibbia, sua autorità, II, 253. — clementina, 283.
Boccalini, III, 205, 325.
Bodino, II, 380.
Bolgeni, III, 485.
Bolla in Cœna Domini, III, 113, 118. — Quanta cura, III, 650. — Auctorem fidei, III, 479.
Bollario, II, 284.
Bolle contro gli streghi, II, 385.
Bonafede, III, 411.
Bonavino, III, 600.
Bonfadio, II, 424: III, 149.
Bonifazio VIII, I, 139.
Bonomo, II, 291.
Borri G. Francesco, III, 329.
Borromeo Carlo (S.), II, 237, 289; III, 37, 89, 227, 370. — Opinione sua sugli streghi, 387.
Borromeo Federico, III, 91, 117.
Borrone Broccardo, III, 229.
Bossuet, III, 203, 350, 364.
Bottero, III, 120.
Brescia, suoi eretici, III, 149. — nel secolo passato, III, 466.
Broccardo, III, 141.
Bruccioli Antonio, II, 436.
Bruno Giordano, III, 53, 301, 319, 321, 726.
Buonaparte in Italia, III, 516.
Burlamacchi, II, 468.
Cabalisti, I, 370.
Cagliostro, III, 399.
Calandrino, III, 236.
Calderini, III, 149.
Calendario riformato, III, 6.
Calvinismo in Francia, III, 13.
Calvino, I, 319. — a Ferrara, II, 90. — sua intolleranza, II, 97. — e Sadoleto, II, 152.
Campeggi, II, 345; III, 705.
Canton Ticino, III, 84.
Campanella, III, 64, 322.
Cappuccini, II, 293.
Caraccioli Luigi Antonio, III, 387.
Caracciolo Antonio, storico dell'inquisizione, II, 347, 455; III, 27.
Caracciolo Giovanni Antonio, III, 12.
Caracciolo Galeazzo, II, 79; III, 715.
Caracciolo Giovanni perseguita i Valdesi, III, 354.
Caraffa cardinale, II, 12.
Carboneria, III, 609.
Cardano Girolamo, II, 37, III, 47.
Carlo V, I, 356; II, 232. — sua coronazione, I, 367. — sua fine, II, 324.
Carlo Emanuele, III, 360.
Carnesecchi, II, 172, 422; III, 161.
Cano Melchior, III, 112.
Caro, lite col Castelvetro, II, 155. — Giudizio del Balzac, II, 199.
Carpzovio confuta i Socciniani, II, 490.
Carranza, II, 325.
Cartesio, III, 317.
Casa di Savoja, suoi intenti, III, 421.
Caspano, III, 215.
Castalion, III, 254.
Castelvetro, II, 135 e seg.: III, 718. — sue liti col Caro, II, 167, e processo, 168.
Casti Giovanni Battista, III, 493.
Catechismo, II, 282.
Catechismo di Napoleone, III, 523, 558. — di Garibaldi, III, 633.
Caterina De Medici, II,76; III, 11.
Caterina da Siena, II, 30.
Caterino Politi, I, 339; II, 59.
Cavalieri Bonaventura, III, 312.
Cavour, III, 564, 573, 615.
Cecco d'Ascoli, I, 149.
Celestino V, I, 139.
Celsi Mino, II, 463; III, 224.
Censura de' libri, I, 245; II, 277. — a Venezia, III, 143.
Cellario Francesco, III, 226.
Citolini, III, 149.
Cittadini Celso, III, 342.
Chateaubriand, III, 526.
Chiavenna, III, 214.
Chiesa, sua fondazione e stabilimento, I, 15. — sua definizione, II, 271. — e impero, I, 47, 51, 56, 68. — e Stato, III, 125, 315.
Chiesa libera in libero Stato, III, 539.
Cherici regolari. II, 12, 294.
Chieccarelli, II, 360.
Classici autori tollerati, II, 285.
Clemente VII, I, 362.
Clemente VIII, III, 52.
Clemente XI, III, 441.
Clemente XII, III, 442.
Clemente XIV, III, 445.
Clero primitivo, I, 26. — sua autorità civile, I, 46, 334.
Commendone, I, 352; II, 66, 239, 488.
Comunione, II, 270.
Como, suoi eretici, III, 48.
Colloquio di Poissy, II, 76.
Colonna, vedi Vittoria Colonna.
Concilj, II, 231.
Concilio primo, I, 40. — di Costanza, I, 165. — di Basilea, I, 166. — di Firenze. I, 467, 295. — di Pisa, I, 243. — di Laterano V, I, 243. — di Trento, suoi preludj, I, 371; II, 234. — sue difficoltà, 242, 260; sue decisioni, 248; è chiuso, 256; suoi narratori, 263. — relazioni toscane, II, 441.
Concilio di Pistoja, III, 473. — di Parigi, III, 522.
Concilio Novemvirale, II, 7.
Concina, III, 379.
Concini, II, 391.
Concordati, III, 123. — loro natura. III, 563.
Concordato colla Francia, III, 518. — con altre potenze, 523. — coll'Austria, 525.
Concubinarj lombardi, I, 55.
Confessione retica, III, 219.
Confessione dei Valdesi, III, 352.
Congiura del Campanella, III, 68.
Congregazioni romane, III, 9.
Contarini, I, 314, 338; II, 71, 79, 258, 269.
Contarini Niccolò, III, 202.
Controversie odierne, I, 328; III, 569.
Conversioni, III, 295, 312.
Cortese Gregorio, II, 148, 165.
Cosimo I De Medici, II, 25, 418.
Costituzione civile del clero francese, III, 480.
Cremona, suoi eretici, III, 49.
Cremonino, III, 145, 302.
Cristo. Sua missione, I, 16.
Cristianesimo. Sua diffusione, I, 23. — Suoi effetti morali e sociali, I, 24.
Crociate, I, 60. — contro gli Albigesi, I, 105.
Crudeli Tommaso, III, 433.
Culto nei primi tempi, I, 25. — dei Santi, III, 453.
Curione Celio, II, 102, 129, 137, 204.
Cuor di Gesù, III, 454.
Cusa (Nicolò da), III, 278.
Da Porto, II, 155, 163, 165, 169.
Dante eretico, I, 145; III, 699. — e Bonifazio VIII, I, 143. — sua ortodossia, 149.
Davanzati, II, 305.
Davila Caterino, III, 16.
Decretali false, I, 59; III, 112.
De Dominis, III, 190, 207, 325.
D'Este Ippolito, II, 264.
Della Casa, II, 116, 133; III, 132.
Della Porta Egidio, I, 391.
Della Porta Giambattista, II, 374.
De Maistre, III, 525.
Democrazia favorita dai teologi cattolici, II, 17.
Demonio. Suo culto, II, 393.
De Poggi, III, 558.
De Porta, III, 253.
Deposizione dei re, III, 127.
De Potter, III, 460.
Devozione, III, 462.
Devozioni in Siena, II, 34.
Diodati, II, 474, 480; III, 182, 183.
Dolcino (frà), I, 133; III, 699.
Döllinger, III, 567.
Domenicani, I, 92.
Domenichi Lodovico, II, 435.
Dominio temporale, I, 46, 157; III, 543, 730.
Donazione di Pepino, I, 50.
Doni Anton Francesco, II, 435.
Duchi di Savoja attentano alla libertà di Ginevra, III, 93, 98. — perseguitano i Valdesi, III, 357. — loro aspirazioni e politica, III, 343.
Dutillot, III, 439.
Duplessis-Mornay, III, 182, 200.
Egidiane istituzioni, I, 157.
Eglino Tobia, III, 222.
Einsiedlen, III, 257.
Emanuele Filiberto, III, 358, 738.
Enciclopedia, III, 386; italiana, 412.
Engadina. Il Vergerio vi predica, II, 127.
Enoch, II, 270.
Enrico IV, III, 17, 24. — e Venezia, III, 185.
Erasmo, I, 243, 261.
Eresia demoniaca, II, 364. — politica, III, 516, 739. — scientifica e letteraria, I, 171. — luterana; I, 274.
Eresie de' primi secoli, I, 37. — Leggi civili contro di esse, I, 104.
Esame ed autorità, I, 312.
Esegesi, fin dove si stende, I, 294, 313.
Evangelio eterno, I, 121; III, 332, 796. — di san Giovanni, III, 629.
Evangelici odierni, III, 572.
Fannio, II, 344.
Fatinelli, II, 475.
Febronio, III, 432.
Fede e ragione, I, 17, 21.
Fede e scienza, III, 284.
Federico Barbarossa, I, 236.
Federico II, I, 64, 117.
Feolini, III, 558.
Ferrara. Sua prosperità, II, 88; suoi eretici, II, 90.
Ferrari, III, 100, 600, 741.
Ficino, I, 179, II, 375.
Filippo II, II, 322.
Filosofia e teologia, III, 284.
Filosofia, definita da Pio IX, III, 629. — della Storia, III, 646.
Filosofismo francese, III, 384.
Fiordibello Antonio, II, 154.
Fiorentini, loro religiosità, II, 416.
Flacio Matteo, III, 161.
Flagellanti, I, 163.
Flaminio Marcantonio, I, 399; III, 26, 706.
Folengo, III, 48.
Foscarari Egidio, II, 192.
Framassoni, vedi Massoneria.
Francescani, I, 90, 205.
Francesco (S.), I, 90.
Francesco (S.) di Sales, III, 359.
Francesco I, II, 233. — perseguita gli eretici, II, 87.
Francia (I riformati in), III, 10.
Frati, vedi Monaci.
Fraticelli, I, 123; III, 697.
Friuli, suoi eretici, III, 160.
Fuentes (forte di), III, 232.
Fulgenzio (frà) Micanzio, III, 181.
Gaetano (S.), II, 11; III, 17.
Gaetano (conte) di Ruggero, II, 391.
Galiani, III, 387.
Galileo, III, 275, 317, 794.
Gallicanismo, III, 380.
Garibaldi, III, 619.
Gavazzi, III, 580, 591.
Gentile Valentino, II, 482.
Gentile Alberico, III, 120.
Gerarchia ecclesiastica, I, 26, 337.
Gerdil, III, 412.
Gesuati, II, 64.
Gesuiti, II, 14. — tacciati di lassismo, III, 377. — aboliti, III, 442.
Gesuita moderno, III, 535.
Ghibellini e Guelfi, I, 163.
Ghirardini, III, 101.
Ghislieri Michele, II, 340; III 48, 405.
Giannone, II, 359; III, 76, 424.
Giansenisti, III, 377, 468.
Ginevra, III, 92, 625, 626, 738.
Gioachimo (abate), I, 121; III, 382, 695, 696.
Gioberti, III, 268, 526, 533, 593, 703.
Giornali, III, 648.
Giulio II, I, 240, 260.
Giovane Italia, III, 613.
Giulio III, II, 21, 241.
Giulio da Milano, III, 213.
Giunti stampatori, II, 435.
Giuramento, III, 522.
Giuramento politico, III, 490.
Giuseppe II avverso agli ecclesiastici, III, 438. — al conclave, 444.
Giustificazione, I, 285, 310, 315, 385; II, 249. — sulla opinione del Morone, II, 177, 249.
Giurisdizione (conflitti di), III, 112.
Gnostici, I, 322.
Gonzaga, III, 48. — Giulia, II, 359; III, 710. — Luigi, II, 14.
Gorizia, suoi eretici, III, 161.
Grattarola, III, 151.
Gravina, III, 323.
Grazia (teorie sulla), III, 374.
Grisellini, III, 206.
Gregorio Magno, I, 42.
Gregorio VII, I, 54.
Gregorio XIII, III, 5.
Gregorio XVI, III, 530.
Gribaldi Matteo, II, 484.
Gribaldo, III, 98.
Grigioni, III, 211.
Grillenzoni (famiglia), II, 154, 163.
Guadagnini, III, 468.
Guastaldi, traditore del Giannone, III, 428.
Guelfi e Ghibellini, I, 63.
Guerre civili in Francia, III, 16.
Guerrieri Giuseppe, III, 410.
Guglielmina, I, 114, III, 691.
Guicciardini, I, 192; III, 681.
Guidiccioni, II, 467; III, 709.
Hegel, III, 597, 598.
Hobbes, III, 321.
Huss, I, 164.
Hutten, I, 259; III, 701, 704.
Iconoclasti, I, 43.
Ignazio da Lojola, II, 12.
Illuminati, III, 393.
Imitazione di Cristo, I, 401.
Impero e Chiesa, I, 47, 51, 56, 68 e passim.
Impostori (i tre), I, 66.
Indice (Congregazione dell'), II, 277.
Indulgenze, I, 275.
Infallibilità del papa, III, 381.
Inghilterra (italiani in), II, 72.
Inni corrotti, II, 282.
Innocenzo III, I, 64.
Innocenzo XI, III, 316.
Inquisizione. Sua origine, I, 103; II, 311. — Sue procedure, I, 107. — Distinzione fra la romana e la spagnuola, II, 319. — Respinta dai Napoletani, II, 327. — dai Milanesi, III, 39.
Inquisizione (manuale dell'), III, 292. — Sue sentenze, III, 305.
Inquisizione in Firenze, II, 418, 437. — in Siena, 453. — a Malta, in Sardegna, III, 434. — a Napoli, III, 28, 438. — in Toscana, III, 433.
Intolleranza de' Protestanti, II, 316; III, 109.
Investiture (guerre delle), I, 58.
Isolano Isidoro, III, 49.
Italiani a Ginevra, III, 96, 103.
Jacobone da Todi, I, 127.
Kandler, III, 253.
Kaunitz, III, 455.
Keplero, III, 276, 293, 301, 303.
Kind, III, 258.
Lacordaire e Roma, III, 339.
La Farina, III, 562.
Lainez, II, 255.
Laudi Ortensio, III, 44.
Lazise Paolo, III, 158.
Lazzarini, III, 604.
Lega Borromea, III, 91.
Legazia di Sicilia, III, 126, 439.
Legendarj, I, 297.
Leibniz, III, 322.
Lentulo Scipione, III, 222.
Leon X, I, 250.
Leon XII, III, 529.
Lesdiguières, III, 361.
Leti Gregorio, III, 8, 46, 97, 178.
Liberalismo cattolico, III, 326.
Liberi pensatori, I, 325; III, 594.
Libero arbitrio, I, 297.
Libero arbitrio, tragedia, III, 154.
Libertà e religione, II, 274. — di culto, II, 315.
Libertà Gallicane, III, 380.
Libri Guglielmo, III, 303, 312.
Libri proibiti in Toscana, II, 438.
Liguori, III, 410.
Lisia Fileno, II, 157.
Lismanin Francesco, II, 501.
Llorente, II, 321, 323.
Locarno, Chiesa eretica, III, 84.
Lodovico il Bavaro, I, 159.
Lomelli, II, 288.
Lombardia. Suoi eretici, III, 32, 722.
Lucar Cirillo, II, 501.
Lucca. Suoi eretici, II, 466. — Suoi profughi, 470, 472, 478, 479. III, 720.
Ludovici Francesco, III, 145.
Luigi Gonzaga, II, 14.
Luigi XIV, III, 315, 364.
Lullo Raimondo, III, 75.
Lutero, I, 272. — avverso all'Italia, 282, 306. — sue variazioni, 304. — colloquj suoi col Vergerio, II, 106.
Mac Crie, II, 360.
Machiavello, I, 193; III, 321.
Maestro del sacro palazzo, I, 296.
Magalotti, III, 383.
Magia, II, 364.
Mainardo Agostino, II, 129; III, 216, 218, 221, 224.
Malacrida Gabriele, III, 435.
Mamachi, III, 471, 490.
Manfreda, III, 693.
Manicheismo, I, 76.
Manzoni Francesco, III, 408.
Manzoni Alessandro, III, 272, 526.
Maometto, I, 59.
Marchetti, III, 409, 479.
Maresio Giulio, III, 161.
Maria Vergine. Suo culto, I, 89; III, 462.
Maria Stuarda, III, 14, 55.
Marini Giambattista, III, 23.
Marot, II, 101.
Marsiglio Giovanni, III, 181.
Martinengo Celso, II, 487; III, 35, 150.
Martino V, I, 164.
Massoneria, III, 391. — penetra in Italia, 395. — odierna, 608.
Mastrofini, III, 488.
Matilde contessa, I, 58.
Matrimonio civile, II, 252, 271.
Matrimonio de' preti, I, 71.
Maturo Bartolomeo, III, 49.
Mazzarella Teofrasto, III, 159.
Mazzini, III, 613, 742.
Mazzoleni, II, 257.
Medici Cosimo I, III, 14.
Melantone e Sadoleto, II, 151, 717.
Menghi, II, 374.
Meriti, II, 183, 269.
Mermillod, III, 102.
Mesolcina, III, 87, 88.
Miceli, III, 411.
Michelangelo, I, 254, 395.
Michele (frà) della Marca, I, 133.
Michele (frà) da Cesena, I, 124.
Milano. I concubinarj, I, 55, i Patarini, 79. — respinge l'inquisizione spagnuola, III, 39.
Miracoli, I, 336; III, 623.
Mistici, I, 121, 160, 149, 409; III, 333.
Mitologia cristiana, I, 349.
Modena, suoi uomini illustri ed eretici, II, 148.
Moffa, II, 484.
Molina, III, 376.
Molinos, III, 333.
Mollio, II, 338; III, 718.
Monaci, I, 29; II, 293. — mendicanti, I, 90. — degenerati, I, 204.
Monarchia siciliana, III, 126, 439.
Moneglia, III, 411.
Monita secreta, III, 204.
Montano Giovanni Fabrizio, III, 88.
Morata Olimpia, II, 96; III, 715.
Morone cardinale, II, 164 e seg. — Suo processo, 171, 414. — Sue lettere, II, 258.
Morosini Andrea, III, 182.
Morti, suffragi, II, 272.
Moto della terra, III, 277.
Monson (trattato di), III, 247.
Muralto, III, 84.
Muratori, II, 302; III, 100, 409.
Musica sacra, II, 281.
Musso Cornelio, II, 247.
Muzio, I, 340; II, 48; III, 166, 253.
Muzzarelli, III, 412.
Napoli. Suoi eretici, II, 331; III, 25. — Quistioni giurisdizionali, III, 117. — ricusa l'inquisizione, II, 327.
Negri Francesco, III, 153.
Neoguelfi, III, 528.
Neri Filippo, II, 295.
Niccolini ambasciadore, III, 289.
Nifo, I, 183.
Non intervento, III, 531.
Nuytz, III, 538.
Ochino, II, 29, 269; III, 96, 319, 711.
Oliva Antonio, III, 332.
Opere e Meriti, II, 183.
Opposizione ai predicanti, III, 587. — ai moderni eterodossi, III, 642.
Oratorj, II, 309.
Orelli, III, 84.
Orsi Agostino, III, 470.
Paccanari, II, 20.
Pacio Giulio, II, 484.
Padova, suoi eretici, 144.
Paganizzamento del secolo XV, I, 171.
Paleario Aonio, II, 452, III, 717. — Sue lettere, II, 460. — Sua fine, 461.
Paleologo Iacopo, II, 501.
Paleotto, II, 288.
Pallavicino Ferrante, III, 74.
Pallavicini Sforza, III, 128.
Palermo (Protestanti a), III, 583.
Palmieri Vincenzo, III, 487.
Palmieri Matteo, III, 699.
Panigarola, III, 18, 22, 23.
Panteismo, III, 53, 319, 323.
Paolo (S.), I, 19.
Paolo III, II, 5, 61.
Paolo IV, II, 12, 23, 25. — rigoroso nell'inquisizione, II, 339.
Papato. Suo stabilimento, I, 45. — Età ferrea, I, 53. — Suo apogeo, I, 56. — Suo declino, I, 137. — In Avignone, I, 157. — Degenerato, I, 200. — Rimproveri fattigli impunemente, I, 201. — Politica profana d'alcuni papi, I, 216. — Sua grandezza esterna, I, 248.
Papi primitivi, I, 28.
Papessa Giovanna, I, 70.
Passaglia, III, 548.
Pasquali, II, 331.
Pasquinate, II, 212; III, 261, 457.
Passy (colloquio di), III, 12.
Patarini, I, 55, 75, III.
Patuzzi, III, 379.
Pelagio, III, 374.
Pena capitale rifiutata dai Valdesi, II, 503.
Peratto, III, 121.
Peripatismo musulmano, I, 173.
Pero Gelido, II, 27, 426, 481.
Persecuzioni moderne, III, 540, 553.
Pescara (vedi Vittoria Colonna).
Peste del 1630, III, 249.
Petrarca, I, 176.
Picenino, III, 326, 409.
Pico della Mirandola, I, 183, 735. — Gian Francesco, I, 213; II, 382.
Piemonte. Suoi eretici, III, 735, 343.
Pier dalle Vigne, I, 67.
Pietro (S.), I, 18.
Pietro d'Abano, I, 177.
Pietro Lombardo, I, 96.
Pietro (S.) Martire, I, 113; 695.
Pietro Martire Vermiglio, II, 45, 69.
Pietro Leopoldo di Toscana, III, 439, 472.
Pilati Carlantonio, III, 388.
Pino Domenico, III, 302.
Pino Ermenegildo, III, 410.
Pinerolo (valli di), III, 315.
Pio IV, II, 236.
Pio V, II, 340, 405; III, 14, 22.
Pio VI, III, 446, 483. — Bolla Auctorem fidei, III, 478.
Pio VII, III, 518. — resiste a Napoleone, 520. — suoi atti, 529.
Pio IX, II, 30. — inneggiato, III, 532.
Pio IX cacciato e vilipeso, 545. — sua perseveranza, 534.
Pio Alberto, I, 342.
Piemonte. Sua rivoluzione, III, 534. — osteggia gli ecclesiastici, 536.
Pitture indecenti, II, 280.
Placet, III, 125.
Platina, I, 187.
Platonici, I, 178.
Poggiano Giulio, III, 38.
Politica paganizzata, I, 192.
Politica de' Gesuiti democratica, III, 49.
Polo Reginaldo, I, 402, 409; III, 708.
Polonia infetta dai nostri, II, 485.
Pomponazio, I, 179.
Pomponio Leto, I, 187.
Porzio Simone, II, 437.
Possevino, III, 356.
Postel, II, 374.
Povertà assoluta, I, 124.
Predicatori a Modena, II, 159.
Prediche buffe, I, 207.
Pregalia (valle), III, 213. — Il Vergerio vi predica, II, 128.
Preti liberali, III, 630.
Primato di Roma, I, 26.
Primo Del Conte, II, 246.
Principato papale, III, 543.
Probabilismo, III, 378.
Processi contro i Patarini, I, 87. — i Fraticelli, I, 133. — Cecco d'Ascoli, I, 151. — i Templari, I, 153. — il Morone, I, 386, 428; II, 170, 456. — il Carnesecchi, II, 422. — il Vergerio, II, 118. — il Benvoglienti, II, 451. — contro streghe, II, 380. — Galileo, III, 287. — visti dal Caracciolo, I, 426; II, 348.
Professione tridentina, II, 256.
Propaganda fide (de), III, 636.
Protestanti. Loro origine e suddivisioni, I, 301, 318. — Tentativi di conciliarli, I, 305.
Protestanti odierni, III, 569.
Proudhon, III, 632.
Pucci Francesco, II, 499.
Purgatorio, I, 295; II, 254.
Pusey, II, 78, 202, 270; III, 488.
Quietismo, III, 333.
Quirini, II, 7; III, 408.
Quistione Romana, III, 543.
Radicati Alberto, III, 423.
Ragione e fede, I, 17, 21.
Rategno (frà) Bernardo, II, 378.
Razionalismo, III, 383.
Razionalisti tedeschi, III, 698.
Regicidio, III, 456.
Regno d'Italia primo, III, 519. — secondo, ostile agli ecclesiastici, 607, 621.
Reliquie, II, 186.
Renan, III, 289, 341, 599, 624, 631.
Renata di Francia, II, 87; III, 94.
Renato Camillo, III, 216.
Ricasoli Anton Giuseppe, III, 492. — Pandolfo, III, 336. — Bettino, III, 579.
Ricci Scipione, III, 459. — Lorenzo, III, 443, 445, 458.
Riforma, sua efficacia, III, 263. — ne' Grigioni, III, 212. — in Italia, perchè poco attecchisce, I, 388. — Si limita a letterati, I, 389. — in Francia, III, 10. — morale cattolica, II, 222.
Riformati italiani primi, I, 287. — Loro indocilità, I, 421.
Rigoristi, III, 379.
Rizio David, III, 55.
Robustelli Giacomo, III, 239.
Roma (eretici in), II, 337.
Roma saccheggiata, I, 363.
Romagnosi, II, 302.
Romancia (lingua), III, 211.
Romanin, III, 164, 202.
Roncadello Alfonso, III, 49.
Rosmini, II, 303; III, 557, 644.
Rossetti, III, 574.
Roussel, III, 687.
Rovigo. Suoi eretici, III, 159.
Ruggeri Cosmo, III, 21.
Rusca Nicola, III, 234, 238.
Sacerdozio, I, 22.
Sacramenti, II, 250.
Sacrifizio di Cristo, I, 310.
Saccone Ranerio, I, 79.
Sadoleto, I, 190, 347; II, 149, 484; III, 95, 717.
Salis, III, 214, 215, 220.
San Geminiano (Accademia di), II, 438.
Sannazaro, I, 190.
Santarelli, III, 122.
Santi, I, 336. — Loro culto, II, 254.
Santi del secolo XVI, II, 295.
Santi italiani, I, 388.
Sant'Uffizio, II, 311. — Sua durata, 383. — in Piemonte, 347.
Sarpi frà Paolo, III, 179, 733. — se apostatò, 184; suo carattere, 187. — assassinato, 188; sua storia, 198; III, 369, 456. — Parallelo col Pallavicino, III, 196. — Sue lettere, III, 199.
Satire contro gli ecclesiastici, I, 210.
Sauli Alessandro, II, 294.
Savonarola, I, 222. — Sue interpretazioni della Bibbia, I, 289.
Scaligero Giulio Cesare, III, 148.
Scetticismo odierno, III, 600.
Scienza e fede, III, 284.
Schenardo, III, 220.
Schio, suoi eretici, III, 159.
Schölhorn, II, 7, 8.
Scioppio, III, 60.
Scisma (grande), I, 162.
Scomunica, I, 57, 94; III, 271.
Scotti Marcello, III, 487.
Scrittori moderni sulla riforma italiana, I, 13.
Scrittura (la) e le verità naturali, III, 283.
Seminarj, II, 285.
Seriprando, II, 22.
Serrao Giovanni, III, 488.
Serveto, II, 502; III, 93.
Seyssel arcivescovo, III, 39.
Settimani, II, 436.
Sicilia. Suoi privilegi ecclesiastici, III, 119. — Sua Chiesa, II, 334. — Eretici, 335.
Siena, II, 29. — Suoi eretici, II, 448. — Sue adunanze, II, 463.
Sillabo, III, 650.
Simone Simoni, II, 473.
Simonia, I, 53.
Sindone (la sacra) III, 356.
Sirleto, II, 246.
Sismondi, III, 272.
Sisto IV, I, 221.
Sisto V, III, 7.
Sisto da Siena, II, 451.
Soccini. Loro genealogia, II, 506.
Soccino Lelio, II, 484.
Soccino Fausto, II, 486. — Va in Polonia, 488. — Suo socialismo, 489. — Sue lettere, 491.
Società bibliche, III, 575.
Somaschi, II, 298.
Soranso Vittore, II, 172; III, 151.
Sotwel Anna, III, 75.
Spanzotti, III, 390.
Spanocchi, II, 451.
Spiera Francesco, II, 124.
Spinosa, III, 319.
Spiriti famigliari, II, 375.
Spiritismo odierno, II, 393; III, 326, 619.
Squarcialupo, III, 223.
Stampa, sue origini, I, 244. — Sua efficacia, II, 294.
Stancario Francesco, II, 499; III, 48.
Stato e Chiesa, III, 315.
Stazio Achille, II, 444.
Stenon, III, 295.
Storia ecclesiastica, II, 284; III, 647. — odierna, III, 647.
Straffgericht, III, 237.
Strage di san Bartolomeo, III, 15. — di Valtellina, III, 240.
Stregherie. II, 364, 377; III, 326, 619. — nel Veneto, III, 143.
Strozzi Cicogna, II, 376.
Stuarda Maria, III, 14.
Studj regolati dopo il Concilio di Trento, II, 286.
Supplizj a Napoli, III, 337. — in Sicilia, III, 338.
Svizzera. Suoi eretici, III, 81.
Strasburgo, III, 83.
Tamburini, I, 102; III, 440, 466, 485, 514.
Tanucci, III, 439.
Tapparelli, III, 645.
Tasso, III, 273, 303.
Teatini, II, 11.
Tedeschi a Roma, I, 258. — razionalisti, III, 598.
Templari, I, 140.
Terenziano Giulio, III, 34.
Terra, suo moto, III, 277, 294, 302.
Terrasanta, III, 264, 271.
Testamento: distinto in antico e nuovo, II, 272.
Teurgia odierna, III, 619.
Tettone Rinaldo, III, 228.
Tiepolo, III, 140.
Thiene (famiglia), III, 156. — (san Gaetano), III, 158.
Tirano (battaglia di), III, 244.
Toaldo, III, 294.
Tolleranza religiosa, II, 312.
Tolomei, III, 711.
Tommaso da Vio, I, 283.
Tommaso (san), I, 97. — vincitore delle eresie, 101.
Tomitano Bernardino, III, 145.
Torrentino stampatore, II, 435.
Toscana (Patarini in), I, 111. — sotto Lorenzo, I, 223. — sotto i Lorenesi, III, 471.
Tradizione, I, 28, 334.
Trautmansdorf, III, 467.
Tre capitoli, I, 41.
Tregende, II, 347.
Tremelli Emanuele, II, 97; III, 100.
Trevisano Bernardo, II, 371.
Trionfo Agostino, I, 161.
Trieste (Riformati a), III, 585.
Trissino, I, 419; III, 158.
Trontano, III, 88.
Turretini, III, 99, 722.
Turchi. Crociate contro di essi, I, 347.
Ugonotti, II, 408; III, 13.
Universalità del cristianesimo, I, 20.
Unitarj, II, 481.
Valcamonica, Suoi eretici, III, 335.
Valdes, I, 376; III, 710. — sue considerazioni, II, 205.
Valdesi: origine, I, 77.
Valdesi in Calabria, II, 329.
Valdesi rifiutano la pena di morte, II, 503.
Valdesi odierni, III, 342, 366, 367, 570, 589.
Valeriano Magno, III, 50.
Valier Agostino, II, 245.
Valla Lorenzo, I, 213.
Valsecchi, III, 470.
Valtellina. Il Vergerio vi predica, II, 127. — riformata, III, 213. — sua guerra, 242. — resa ai Grigioni, 251.
Vanini Lucilio, III, 72, 728.
Vasari, I, 394.
Veneto. Suoi eretici, III, 129.
Venezia gelosa del clero, III, 174. — interdetta, III, 177. — provede contro gli eretici, III, 130, 732.
Vergerio Pietro Paolo, I, 398, 399; II, 104, 454; III, 137, 213, 216, 227, 253, 716. — Giambattista, II, 118.
Verona, suoi eretici, III, 148.
Via Crucis, III, 464.
Vicenza, suoi eretici, III, 156.
Vico Giovanni Battista, III, 324, 598.
Vida Ottonello, II, 138.
Vida, III, 722; sue profanità, I, 190.
Vincenzo (san) Ferreri, III, 347.
Viterbo (Unione di), I, 402.
Vittoria Colonna, I, 409; II, 10; III, 708.
Vittorio Amedeo II, III, 365; cozza col papa, III, 422.
Vögelin, III, 111.
Voltaire, III, 384.
Volterra (eretici di), II, 438.
Weishaupt, III, 394.
Westfalia (pace di), III, 271, 313.
Wicleff, I, 164.
Zaccaria Francesco, III, 471.
Zanchi Girolamo, III, 83, 151, 221.
Zanchino, II, 269.
Zanetti Guido, II, 342.
Zola, III, 466, 486.
Zuinglio, I, 319.
Zurigo, III, 82, 87.
ERRATA-CORRIGE GENERALE
Vol. I.
Pag. 16 lin. 23 invece di rilevate leggasi rivelate
Pag. 19 lin. 19 invece di pare leggasi appare
Pag. 27 lin. 27 invece di 318 leggasi 518
Pag. 34 lin. 5 e 13 invece di Cyprian. leggasi Ciprian.
Pag. 40 lin. 31 invece di quale allora veniva ecc. leggasi qual era stata professata
Pag. 62 lin. 19 invece di Prudenziana leggasi Pudenziana
Pag. 63 lin. 1 Gunter nel Ligurino — aggiungi se pure non è apocrifo
Pag. 68 lin. 22-23 invece di assoluta indipendenza leggasi assoluta separazione
Pag. 70 lin. 8 leggi al xiv concilio ecumenico, II di Lione
Pag. 71 lin. 15 invece di Alba leggasi Albano
Pag. 116 nota (9)invece di juxta leggasi justa
Pag. 139 lin. 11 invece di 1234 leggasi 1294
Pag. 150 lin. 17 invece di esso Dino potea gli leggasi esso Dino gli
Pag. 155 nota (25) i versi di Dante leggansi
Che se potuto aveste veder tutto Mestier non era partorir Maria
Pag. 158 lin. 24 invece di S. Ireneo di Poitiers leggasi S. Ireneo
Pag. 166 lin. 7 invece di nella V sezione leggasi nella sessione
Pag. 177 lin. 8 invece di presene leggasi presone
Pag. 177 lin. 27 invece di Paola leggasi Paolo
Pag. 182 lin. 9 invece di achitto leggasi achito
Pag. 197 lin. 12-14 leggi probare videntur mortalitatem animæ......: si quæ videntur probare ejus immortalitatem ecc.
Pag. 199 lin. 10 invece di del Rosoe leggasi del Roscoe
Pag. 205 lin. 9 invece di nel secolo XIV leggasi nel secolo XVI
Pag. 211 lin. 7 invece di costumatezza leggasi scostumatezza
Pag. 212 lin. 8 ult. aggiungi in nota Revelatio S. Birgitæ, l. 1, c. 41, ed. Romæ 1628.
Pag. 212 lin. 4 ult. invece di scorie leggasi scoria
Pag. 215 lin. 29 invece di 275 fr. leggasi 275 mila fr.
Pag. 240 lin. 11 invece di 1513 leggasi 1503
Pag. 270 lin. 39 invece di reditiose seluctari leggasi seditiose reluctari
Pag. 288 lin. 16 invece di da Fusignano leggasi da Tossignano
Pag. 292 lin. 27 leggi coll'umano linguaggio e però con tutte le condizioni ecc.
Pag. 298 lin. 4 ult. invece di antiquissimas leggasi antiquissimos
Pag. 300 lin. 13 invece di poteatis leggasi poteratis
Pag. 328 lin. 17 invece di detta Germania leggasi della Germania
Pag. 340 lin. 33 leggi s'adontavano se noi chiamavamo luterani quelli ecc.
Pag. 341 lin. 3-9 Il giudizio del Flaminio si levi, poichè dal contesto appare che si tratta di tutt'altri, e probabilmente di Muzio Calino.
Pag. 350 lin. 6 ult. invece di quod et apostolos leggasi quos et apostolos
Pag. 353 lin. 14 invece di vixe leggasi rixe
Pag. 375 lin. 14 la nota 25 deve portare il nº 26, e la 26 il 25
Pag. 394 lin. 16 invece di i Cellini leggasi il Cellini
Pag. 408 lin. 9 infra invece di messo prigione leggasi chiesto prigione
Pag. 421 lin. 30 invece di e che ogni giorno leggasi E ogni giorno
Pag. 421 lin. ultima invece di che spendevano leggasi che pendevano
Vol. II.
Pag. 12 lin. 20 invece di l'immagine tutte leggasi l'immagine su tutte
Pag. 54 lin. 16 invece di repugnano leggasi repugnamo
Pag. 59 lin. 30 invece di libellis leggasi libellos
Pag. 61 lin. 11 invece di prorrigat leggasi porrigat
Pag. 70 lin. 36 invece di Tranellio leggasi Tremellio
Pag. 71 lin. 11 invece di Trebellio leggasi Tremellio
Pag. 72 lin. 19 invece di Poichè quando leggasi Poi quando
Pag. 74 lin. 11 invece di agli rimanere leggasi a qui rimanere
Pag. 74 lin. 4 ult. invece di Billiander leggasi Bibliander
Pag. 78 lin. 22 invece di immutabile si levi
Pag. 78 lin. 23 invece di sulla base leggasi sulla immutabile base
Pag. 79 lin. 2-3 invece di il Ver-gerio leggasi il Ver-miglio
Pag. 85 lin. 20 invece di il 1554 leggasi il 1854
Pag. 88 lin. 28 invece di dal ferrarese Ariosto professava leggasi dal ferrarese, Ariosto, il quale professava
Pag. 91 lin. 9 invece di il palazzo Coparo leggasi il palazzo di Coparo
Pag. 112 lin. 6 invece di Madrusc leggasi Modrusc
Pag. 122 lin. 22-23 invece di aquile-jose leggasi aquile-jese
Pag. 133 lin. 5 ult. invece di quos tes leggasi quod te
Pag. 133 lin. 2 ult. invece di politique leggasi politeque
Pag. 168 lin. 8 invece di omnem leggasi omnis
Pag. 176 lin. 10 ult. invece di Paolo II al Concilio leggasi Paolo III: al Concilio
Pag. 182 lin. 22 invece di li meriti degli uomini leggasi li meriti delle opere
Pag. 191 lin. 7 invece di cedat infidelium detrimentum leggasi cedat in fidelium detrimentum
Pag. 191 lin. 5 ult. invece di ant quibus suis delictis leggasi aut quibusque delictis
Pag. 199 lin. 31 invece di Contureno leggasi Contareno
Pag. 201 la nota 38 rimanda alla 18: invece deve rimandare alla 24
Pag. 207 nota 2, 1 invece di nobilissimus leggasi nobilissimis
Pag. 213 lin. 6 invece di usura leggasi usuras
Pag. 217 lin. ult. invece di suos leggasi suas
Pag. 218 lin. 6 invece di saxeo leggasi saxeos
Pag. 219 lin. 21 invece di maxime leggasi maxima
Pag. 235 lin. 16 invece di Corvini leggasi Cervini
Pag. 239 lin. 3 invece di comprendervi leggasi comprendendo
Pag. 260 lin. 8 invece di anzi leggasi anche
Pag. 271 lin. 40 invece di Papio leggasi Papia
Pag. 301 lin. 24 invece di comburerunt leggasi combusserunt
Pag. 306 lin. 41 invece di everti leggasi evertit
Pag. 330 lin. 3 ult. invece di a tal uopo leggasi a tal modo
Pag. 342-343 in testa invece di Elocuzioni leggasi Esecuzioni
Pag. 343 lin. 3 invece di 1559 leggasi 1569
Pag. 356 lin. 20 invece di venero Giona leggasi Venero, Giona
Pag. 366 lin. 4 ult. invece di presedono alle sensazioni leggasi presiedono al movimento
Pag. 417 lin. 31 invece di rifrascar leggasi rinfrescare
Pag. 423 lin. 7 invece di illi leggasi ill.
Pag. 442 lin. 44 invece di curret leggasi curet
Pag. 470 lin. 28 invece di Bulbani leggasi Balbani
Vol. III.
Pag. 19 lin. 36 leggi una lettera di cui trovammo la bozza
Pag. 54 lin. 2 invece di Wragner leggasi Wagner
Pag. 54 lin. 15 invece di entra in Francia nel 1582 leggasi entra in Parigi nel 1579
Pag. 55 lin. 24 invece di Rutheen leggasi Ruthwen
Pag. 56 lin. 2 invece di reformationes leggasi reformationis
Pag. 56 lin. 10-11 invece di pu-tride leggasi pu-tide
Pag. 57 lin. 16 invece di natura naturale leggasi natura naturata
Pag. 59 lin. 2 invece di l'alto infinito leggasi l'altro infinito
Pag. 60 lin. 3-4 invece di nel settembre leggasi il 23 maggio
Pag. 67 lin. 7 invece di disarmati leggasi disarmato
Pag. 71 lin. 2 invece di pihala leggasi phiala
Pag. 71 lin. 13 invece di non modum leggasi non modo
Pag. 72 lin. 17 invece di storicos leggasi stoicos
Pag. 75 lin. 3 ult. 1595, 15
Pag. 122 lin. 9 da quel Giansenio che doveva poi divenire antesignano di famosissimo partito — si levino queste parole.
Pag. 138 lin. 24-25 invece di confectos leggasi conjectos
Pag. 167 lin. 24 invece di semideumque vivum leggasi semideumque virum
Pag. 207 lin. 21 invece di TIKNER leggasi TIKNOR
Pag. 265 lin. 21 invece di nessuno meno di noi leggasi nessuno più di noi
Pag. 267 lin. 35 invece di injurie leggasi injuria
Pag. 288 lin. 5 ult. invece di colla nostra leggasi colla vostra
Pag. 299 lin. 5 ult. invece di sit corpus leggasi fit
Pag. 299 lin. 4 ult. invece di appelletur leggasi appellatur
Pag. 302 lin. 13 invece di ove dice leggasi ove si dice
Pag. 304 lin. 7 invece di patueruent leggasi potuereunt
Pag. 304 lin. 10 invece di novis assectis leggasi assectis
Pag. 304 lin. 16 invece di florentiæ eloquentiæ leggasi florentinæ eloquentiæ
Pag. 324 lin. 4 invece di 1756 leggasi 1736
Pag. 343 titolo invece di I VALDESI. SUBALPINI leggasi I VALDESI SUBALPINI
Pag. 358 lin. 4 ult. invece di molientur leggasi moliatur
Pag. 369 lin. 16 invece di santificato leggasi beatificato
Pag. 412 lin. 1 invece di ferrarese leggasi di Collalto in Sabina
Pag. 432 lin. 20 invece di Gustavo leggasi Giustino
Pag. 448 lin. 16 invece di direttamente leggasi dirottamente
Pag. 569 titolo invece di EL SETTE leggasi LE SETTE
Pag. 572 lin. 4 ult. invece di se ne levè leggasi se ne levò
Pag. 593 lin. 17 invece di Corì leggasi Così
Pag. 598 lin. 20 invece di i Tedeschi che applicarono leggasi i Tedeschi applicarono
Pag. 701 lin. 26 invece di exhortationem leggasi exhortatorium
Pag. 719 l'aggiunta indicata per la pag. 165 va alla 465.
INDICE DEL TERZO VOLUME
DISCORSO XXXIX. Gregorio XIII. Sisto V. Episodio francese Pag. 5 XL. Eretici a Napoli » 25 XLI. Eretici in Lombardia » 32 XLII. Clemente VIII. I filosofi nuovi. Bruno. Campanella. Vanino. Ferrante Pallavicino » 52 XLIII. Italiani nella Svizzera e nelle città libere. La Mesolcina. Ginevra » 81 XLIV. Conflitti giurisdizionali. Politica cattolica. Il Bellarmino. Eresia sociale » 112 XLV. Eretici nel Veneto. Accademia di Vicenza. Francesco Negri. Girolamo Zanchi. Altri » 129 XLVI. Venezia interdetta. Frà Paolo Sarpi. Il De Dominis » 174 XLVII. I Grigioni. La Valtellina. Sacro macello » 210 XLVIII. Sguardo retrospettivo alla Riforma » 263 XLIX. Paolo V. Urbano VIII. Il Tasso. Il Galilei. Lo Stenon. La scienza e la fede » 273 L. Il secolo XVII. Filosofi. Il quietismo » 313 LI. Piemonte. I Valdesi subalpini » 343 LII. Secolo XVIII. Giansenismo. Filosofisti. Franchimuratori. Cagliostro » 374 LIII. Prevalenza de' Governi laici. Abolizione dell'Inquisizione e dei Gesuiti » 421 LIV. Scipione Ricci. Pietro Tamburini. Concilio di Pistoja. La Rivoluzione » 458 LV. L'eresia politica » 517 LVI. Le sètte sofistiche. Gli odierni dissidenti » 569 LVII. Le difese » 635 LVIII. Conchiusione » 674 Aggiunte e correzioni » 689 Indice alfabetico » 743 Errata-Corrige generale » 751
Finito di stampare il 15 dicembre 1867.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni elencate a pag. 722 (Aggiunte e correzioni — Volume III) e 754 (Errata-corrige generale — Vol. III) sono state riportate nel testo.